IL FLAUTO MAGICO MOZART, Appunti di Storia della musica. conservatorio
valter_pagliaro
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IL FLAUTO MAGICO MOZART, Appunti di Storia della musica. conservatorio

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TESINA SU STORIA DELLA MUSICA SU MOZART
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L'idea Mozart, contrariamente alle sue abitudini (e al buon senso dell'artista), compose l'Ouverture della sua opera "Don Giovanni" con estremo ed inspiegabile ritardo (vedremo meglio in seguito alcune considerazioni su questo fatto). Tutte le fonti sono concordi su questo, anche se esistono due versioni dei fatti (e solitamente le biografie mozartiane le riportano entrambe):

• l'Ouverture venne composta due giorni prima della rappresentazione • Mozart scrisse questo brano addirittura la notte precedente la messa in scena, tanto

che le partiture arrivarono sui leggii degli orchestrali all'ultimissimo momento utile, ancora umide dell'inchiostro dei copisti (cosa che costrinse i musicisti a leggere a prima vista)

Quale delle due versioni sia vera non è dato saperlo; certo, la seconda potrebbe plausibilmente essere considerata una interpretazione di maggior impatto narrativo della realtà, un racconto distorto da qualcuno col gusto del "giornalismo" quel tanto che basta per rendere la notizia ancora più sensazionale. Ma se è solo per questo, la prima potrebbe essere una versione meno fantasiosa di un fatto accaduto realmente, un resoconto messo in giro da qualcuno con troppo senso pratico. Insomma non lo sappiamo e non lo sapremo mai (nemmeno le testimonianze dell'epoca ci sono d'aiuto). Sia che prendiamo per buona la prima, sia che crediamo nella seconda, comunque resta il fatto che Mozart attese fino all'ultimo per scrivere questa magnifica Ouverture (e questo è fuor di dubbio). Vero è che Mozart era solito comporre le Ouverture solo dopo aver completato il resto dell'opera, ma questo è logico se si pensa che compito dell'Ouverture è proprio quello di introdurre lo spettatore nello spirito della storia che sta per svolgersi di fronte a lui, di cogliere l'anima di tutta l'opera, di riassumerne i contenuti emotivi, e questo naturalmente si può fare solo alla fine, quando la musica è completata, quando si conoscono tutte le emozioni che essa porta con sé. Ma questo non significa certo attendere fino all'ultimo (se non ci sono ragioni per farlo), con tutti gli svantaggi e i rischi che questo comporta (scrivere di fretta, poco tempo per le prove, ecc.): l'episodio dell'Ouverture del Don Giovanni resta un caso a sé. Per nessun'altra composizione è noto un episodio del genere (su questo argomento torneremo comunque in seguito). E in effetti, a guardarla bene, questa Ouverture del Don Giovanni è decisamente atipica (si intende, rispetto ad altre composizioni dello stesso genere): un brano completo dell'opera (in questo caso la scena finale del Commendatore) viene praticamente preso di peso, viene aggiunta della strumentazione (per sopperire alla mancanza delle voci), viene completato con una seconda parte "originale" (nel senso che non si tratta di un brano già presente nell'opera, almeno a quanto ci è dato sapere) ed ecco il pezzo pronto per essere eseguito. Mozart non realizzò mai, né prima né dopo, un'altra Ouverture seguendo questa linea di condotta; certo, in alcuni casi nell'Ouverture è contenuto un "richiamo" a qualche passaggio del canto (ad esempio nel Ratto dal Serraglio abbiamo una breve sezione centrale trasposta in tonalità minore che riprende il brano iniziale del tenore in tonalità maggiore, in Così fan tutte le primissime battute dell'Ouverture riprendono il momento in cui il personaggio di Don Alfonso canta le parole che danno il titolo all'opera, nel Flauto magico abbiamo i tre accordi iniziali che vengono ripetuti durante momenti particolarmente solenni nel tempio dei sacerdoti), ma si tratta comunque di semplici "rimandi" (non riesco a trovare un termine migliore), e in ogni caso nemmeno questa è una regola generale (l'Ouverture delle Nozze di Figaro, ad esempio, per quanto perfettamente adatta a

presentare l'opera, é un pezzo a sé). Solo ed esclusivamente per il Don Giovanni siamo di fronte a quella che si potrebbe definire "una copia di se stesso": un intero pezzo già esistente viene recuperato e adattato per essere eseguito senza la linea di canto (e stiamo parlando di 80 battute, che non sono pochissime). A pensarci bene, ma questa è una considerazione personale, se accettiamo il fatto che Mozart abbia composto il brano all'ultimo (e questo, abbiamo appurato, è un dato di fatto, fatte salve le discordanze sulla notte in cui questo sarebbe avvenuto), il tutto diventa perfettamente logico: in tal modo, infatti, gli orchestrali avrebbero senz'altro avuto minori difficoltà nell'eseguire il pezzo a prima vista, dato che si trattava di un adattamento di qualcosa che conoscevano già bene. Facciamo ora qualche considerazione di carattere generale. Chiediamoci innanzitutto: quali erano le abitudini compositive di Mozart? Componeva in fretta? La risposta a quest'ultima domanda è sì..... e no allo stesso tempo. E' opportuno spiegarsi meglio. Mozart componeva su commissione, e non poteva essere altrimenti, considerando il contesto storico in cui ci troviamo: un'epoca in cui gli artisti erano dei professionisti pagati da ricchi mecenati per il loro divertimento o da nobili per celebrare degnamente particolari occasioni. C'erano delle scadenze da rispettare, e non sempre il lavoro veniva richiesto con largo anticipo. Si può dire che Mozart componesse di fretta, se intendiamo questa frase nel suo senso più ampio. Non si poteva attendere l'ispirazione se questa veniva a mancare: il concerto doveva essere dato, il matrimonio non si poteva certo spostare, insomma il termine andava osservato. Solo quando Mozart stesso era coinvolto come esecutore, questo gli permetteva di aggirare l'ostacolo. Un esempio? L'autografo della sonata per violino K454 presenta una particolarità abbastanza significativa: contrariamente alla stragrande maggioranza degli autografi mozartiani, in cui la scrittura appare ordinata e ben leggibile (perfino quello del Requiem, nonostante lo stato fisico di Mozart fosse ormai al limite), gran parte delle note scritte sui righi del pianoforte sono intricate fino al limite dell'illeggibilità. Il motivo è presto detto: a causa dell'urgenza, Mozart riuscì a completare la stesura della sola parte di violino, mentre per quella del piano si limitò ad abbozzare la linea del basso e qualche passaggio melodico, suonando a memoria l'accompagnamento pianistico durante il concerto, e completando solo successivamente il manoscritto (ma avendo ormai scritto la parte di violino, lo spazio sulla carta era quello che era e dovette fare i salti mortali per riuscire a far stare tutte le note che non era riuscito a scrivere prima). Ma in queste occasioni Mozart se lo poteva permettere: lui stesso sarebbe stato l'esecutore e certo poteva non scrivere una parte per sé (dopotutto stiamo parlando di Mozart). In nessun altro caso si ha notizia di un simile comportamento, tanto meno per occasioni importanti come poteva essere la prima esecuzioni di una nuova opera. E' difficile credere che sarebbe stato accettabile (sia da parte di Mozart che da parte di Da Ponte o dell'impresario) il rischio di far suonare all'orchestra a prima vista in un giorno così importante un pezzo nient'affatto facile e per di più su parti non corrette. Salvo, naturalmente, avere delle ottime ragioni per farlo. E qui si impongono altre considerazioni. Quali potrebbero essere state queste ragioni? Abbiamo qualche indizio?

Sfortunatamente, iniziamo male: le informazioni in nostro possesso (tratte da testimonianze dell'epoca, quando non addirittura da lettere dello stesso Mozart) non solo non ci danno alcun indizio, ma aumentano i dubbi. Il Don Giovanni, infatti, era previsto per il giorno 14 ottobre (per i festeggiamenti in onore del principe Antonio di Sassonia e l'arciduchessa Maria Teresa, a Praga in viaggio di nozze), ma a causa del pessimo stato dei preparativi (molto indietro) venne rimandato in un primo momento al 24, ma l'improvvisa malattia di una cantante causò un ulteriore ritardo e l'opera venne infine messa in scena il 29 ottobre. Conoscendo le abitudini di Mozart, è presumibile che egli avesse completato l'opera per tempo (inteso come il giorno previsto inizialmente, cioè il 14 ottobre), ed è in effetti lui stesso, in una lettera all'amico Gottfried Von Jacquin, ad imputare la colpa del ritardo al cattivo stato dei preparativi, e questo ci induce a pensare che doveva esistere un qualcosa di terminato rispetto al quale definire "indietro" l'allestimento. E allora ci chiediamo nuovamente: se addirittura il tempo a sua disposizione era aumentato, per quale motivo ha atteso così tanto? Soffermiamoci un momento sul suo processo creativo: Mozart aveva una capacità "cerebrale" effettivamente straordinaria; era in grado di iniziare la stesura, correggere, terminare la composizione di qualsiasi pezzo senza dover fissare tutte queste fasi sulla carta, anzi la trascrizione della partitura era a questo punto un fatto puramente meccanico, né più né meno di una mera copia di qualcosa già scritto. Beethoven non ebbe questa fortuna: i suoi quaderni di appunti ci mostrano chiaramente quali e quanti passaggi, correzioni, ripensamenti, modifiche furono necessarie prima che gli abbozzi originali diventassero gli immortali capolavori che conosciamo. Mozart non "saltava" questi processi creativi, semplicemente non doveva scriverli, poiché era in grado di elaborarli nella sua mente (certo sarebbe potuto essere anche un grande scienziato). Quando la musica era completata, Mozart la metteva semplicemente su carta. Questo, però, ci dice solo una cosa: è sicuramente possibile e perfettamente credibile che Mozart sia riuscito a scrivere l'Ouverture in una sola notte, dato che di semplice scrittura possiamo tranquillamente parlare. Da questo punto di vista, è sicuramente quasi più incredibile il fatto che Mozart sia riuscito a comporre un'intera opera, La Clemenza di Tito, in soli 18 giorni (e partendo da zero!!!). Per i più scettici, è anche possibile effettuare una prova in casa: si prende la partitura e si ricopiano diligentemente le 292 battute dell'Ouverture; è di sicuro una cosa umanamente possibile (anche se alquanto faticosa). Ma questo non ci aiuta molto, anzi......... se l'Ouverture era già pronta (anche se solo nella sua testa) perché ha atteso così tanto? C'è inoltre un altro fatto da tenere in considerazione: Mozart non fece mai accenno alla cosa, e non ne parlò mai direttamente (almeno, stando alle lettere che ci sono pervenute). Tutto ciò che sappiamo in relazione a questo episodio così strano ci viene da testimonianze di contemporanei, tra cui quella della moglie Constanze, il cui secondo marito, Nissen, così scrive: "Il penultimo giorno prima dell'esecuzione del Don Giovanni a Praga, quando era già avvenuta la prova generale, disse di sera a sua moglie di voler scrivere durante la notte l'ouverture........... (omissis)......... la moglie lo consigliò di sdraiarsi sul canapè, promettendogli di svegliarlo di lì a un'ora........ (omissis)............ Erano le cinque. Alle sette sarebbe venuto il copista e alle sette l'ouverture era terminata". Altra considerazione: è facile comprendere quanto potesse essere noioso per Mozart il lavoro di scrivere la musica, quindi perché rendere un compito già di per sé piuttosto tedioso ancora più sgradevole, dovendo lottare contro il sonno e la stanchezza con la consapevolezza che non era più possibile rimandare ulteriormente? E' pur vero che Mozart era piuttosto sregolato, e la sua frenetica attività fisica gli consentiva di partecipare a balli e feste danzando fino al mattino, ma questo ci dice solo che era in grado di passare una notte in bianco se ce ne fosse stata la necessità o la

voglia (e neanche questa è una cosa incredibile, anzi umanamente possibilissima). Per tutto quanto sopra esposto, l'unica considerazione apparentemente ragionevole è la seguente: deve essere esistito un motivo molto serio per costringere Mozart a rimandare fino all'ultimo la stesura dell'Ouverture, con tutti i rischi e disagi che questo necessariamente comportava. E ancora, non ci spieghiamo per quale motivo Mozart, subito dopo il successo del Don Giovanni a Praga, scrive all'amico Von Jacquin: "Si cerca in tutti i modi qui di convicermi a restare ancora un paio di mesi perchè scriva un'altra opera, io però non posso accettare questa proposta, per quanto lusinghiera essa sia". Per quanto ci è dato sapere, a Vienna non aveva nulla da perdere, al contrario a Praga era amato e la sua musica prediletta sopra ogni altra. Perchè, allora, questo immotivato rifiuto? Questo è stato il nostro punto di partenza.

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