IL PARADISO DEL CONSUMO : QUANDO LA MODA DIVENTA ESIGENZA
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IL PARADISO DEL CONSUMO : QUANDO LA MODA DIVENTA ESIGENZA

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Tesina di maturità con collegamenti di Italiano: leopardi, Inglese: Dickens-Rivoluzione industriale, Storia: Rivoluzione industriale, nascita del commercio, Francese: Emile Zola
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Elena Fantini Liceo Linguistico d’Arconate e d’Europa

Anno scolastico 2016/2017

Classe 5°A

IL PARADISO DEL CONSUMO :

QUANDO LA MODA DIVENTA ESIGENZA

INDICE:

Introduzione……………………………………………………………… ……..…PAG. 3

CAPITOLO PRIMO………………………………..PAG.6

La seconda rivoluzione industriale e il bisogno del superfluo

1.Storia

2.Come la rivoluzione industriale sopravvisse grazie al bisogno del superfluo

3.La moda a passo con la rivoluzione

CAPITOLO SECONDO………………………………..PAG.10

1

La moda e la morte di Giacomo Leopardi

1.Dialogo originale ‘LAMODA E LA MORTE’

2.Introduzione al componimento

3.La Caducità

4.La potenza della Moda

5.Corsa alla Modernità

CAPITOLO TERZO………………………………….…..PAG.17

Au Bonheur des dames – Émile Zola

1.Genèse du Roman

2.Contexte Historique

3.L’ouevre

4. Résume

5. Etude du Grand Magasin

CAPITOLO QUARTO………………………………….PAG.20

Harrods-The first department store

1.The History (Serious Fire in London, Qatar holdings ownership)

2.The department store

3.Memorials

4.Dress code

2

Bibliografia………………………………………………………………… …….PAG.24

Ringraziamenti…………………………………………………………… …….PAG.25

INTRODUZIONE

L’argomento che ho scelto di trattare nasce dalla grande passione nei confronti di coloro che, ogni giorno, creano modelli di abbigliamento capaci di diventare parte integrante della nostra vita.

2 0 1 FParliamo di un fenomeno antico e ben radicato all interno del contesto sociale, che è però in

continuo e costante mutamento.

La moda è sempre stata considerata come un punto di riferimento in grado di valorizzare la figura umana, sia dal punto di vista personale sia professionale. Tale fenomeno viene analizzato in maniera superficiale nel caso in cui si studi solo il suo sviluppo nel corso degli anni, senza prendere in considerazione le implicazioni - sulla persona e sulla società - della moda stessa. Quest’ultima, infatti, non deve essere vista come pura astrazione, ma come fenomeno esistente capace persino di modificare il nostro modo di essere e di comportarci nei confronti di noi stessi e di chi ci circonda. La moda non è semplicemente il “vestirsi bene”, bensì una filosofia di vita tale che gli esseri umani

2 0 1 Fsono in grado di comunicare attraverso la sua manifestazione: l abbigliamento.

Grazie alla moda è, dunque, possibile leggere mappe di dati, culture, luoghi geografici, modi di pensare, di comunicare e di interagire con le persone che ci circondano.

La moda è un tessuto di informazioni che comunica attraverso le sue stesse implicazioni. Con questo lavoro si vogliono analizzare proprio tali implicazioni, considerando quindi i legami della moda con il mondo, studiando, così, quel legame esistente tra soggetto, cultura e contesto sociale, inteso come aspetto storico, psicologico e letterario.

Da qui, appunto, il titolo “quando la moda diventa esigenza”. Si inizierà con un breve excursus nella storia dalla moda, che, partendo dalle origini del fenomeno, darà la possibilità di comprendere la sua importanza ed il suo significato nella vita quotidiana. Lo scopo iniziale sarà quello di attribuire una data specifica alla nascita della moda, per poi analizzare lo sviluppo del fenomeno. Per questo, si tenderà ad associare un cambiamento nel modo di vestire ad un cambiamento storico. Ci si soffermerà, in particolar modo, sul periodo contemporaneo, e quindi sull’Ottocento durante la rivoluzione industriale. È qui che si parlerà dei motivi che hanno portato alla sua evoluzione e alla sua importanza nello sviluppo economico. Nel secondo capitolo, invece, ci si concentrerà sulla visione letteraria della Moda dell’autore Giacomo Leopardi. Egli insiste a più riprese sulla potenza della moda, capace di estendere il suo potere ben al di là del campo del vestiario femminile e che finisce per diventare l’incarnazione più emblematica della modernità, della sua decadenza rispetto al mondo antico. Nel terzo capitolo, in riferimento alla letteratura francese si analizzerà il romanzo di Émile Zola ‘Au Bonheur des dames’ . In questa opera l'autore analizza minuziosamente il mondo delle nuove imprese commerciali, a cavallo tra la prima e la seconda Rivoluzione Industriale, in

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particolare descrive un moderno grande magazzino destinato al mondo femminile. Il grande magazzino è il simbolo della nuova società industriale, in cui ogni desiderio, ogni capriccio di moda, è sollecitato e alimentato da numerosi stimolil. In conclusione nel quarto capitolo, in riferimento a quanto trattato nel capitolo precedente si andrà a scoprire la storia del grande magazzino inglese ‘Harrods’, il più prestigioso magazzino al mondo, e come Londra lo consideri ormai parte delle icone che rappresentano la città.

Speriamo, dunque, che questo lavoro possa sollevare curiosità da parte del lettore e che quest’ultimo possa intraprendere un viaggio personale in questa direzione, andando a ricercare egli stesso i significati che attribuisce ai propri capi di vestiario e valutare come in realtà la moda sia una delle potenze più forti della società, mai venuta a meno nella vita di ogni essere umano.

Iniziamo, dunque, il nostro viaggio

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“La moda evolve sotto l’impulso di un desiderio e cambia per effetto di una ripulsa. La saturazione porta la moda a buttare alle ortiche quello che fino a poco tempo prima adorava. Poiché la sua ragione profonda è il desiderio di piacere e di attirare, la sua attrattiva non può certo venire dall’uniformità, che è la madre della noia.”

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- Christian Dior

CAPITOLO PRIMO :

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E IL BISOGNO DEL SUPERFLUO

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Con l’avvento della seconda rivoluzione industriale s’iniziarono a comprare non solo beni di prima necessità ma anche prodotti secondari e persino superflui, come prodotti di bellezza, profumi, saponi, etc.

Negli anni Sessanta, l'economia degli Stati Uniti e dei paesi dell'Europa occidentale, Italia inclusa, attraversò un periodo di espansione. Questo fenomeno, unito alla promulgazione di leggi che, ispirate dal Welfare state britannico, ebbero l'effetto di diminuire le diseguaglianze economiche, fece raggiungere ai paesi occidentali un grado di prosperità fino ad allora sconosciuto. Vi fu un arricchimento generale, testimoniato dall'aumento della domanda di generi alimentari e dei beni di consumo (automobili, elettrodomestici, televisori, vestiti, etc...).

Ma il mantenimento di questa prosperità era strettamente legato alla continua espansione della domanda di beni, vale a dire al loro consumo. Perciò i cittadini cominciarono a essere indotti, in primo luogo dalla pubblicità, ad acquistare sempre di più, anche usando il mezzo delle rate e delle cambiali. Fu così che molte persone, anche se non benestanti, iniziarono ad acquistare beni che non servivano più a soddisfare bisogni precisi e reali, ma il cui possesso li faceva sentire al passo con i tempi. Ebbe inizio, in altre parole, quel fenomeno detto consumismo che dura tutt'oggi.

COME LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE SOPRAVVISSE GRAZIE AL BISOGNO DEL SUPERFLUO

Prima della rivoluzione industriale i beni di lusso erano destinati a piccole minoranze privilegiate, esigevano molto spesso lavoro manuale e il loro commercio si configurava diversissimo da quella che sarebbe poi stata la vendita dei prodotti del capitalismo industriale.

I nuovi beni di consumo erano invenzioni dell’industria: ne conseguiva che l’iniziativa commerciale spettava di regola all’offerta, non alla domanda. Il consumatore non sapeva nemmeno cosa domandare, finché il produttore non gli illustrava a cosa serviva e come funzionava la merce offerta. Di qui la rilevanza senza precedenti delle pubblicità commerciale, che ora si prefigge di portare a conoscenza di un pubblico vastissimo le qualità del nuovo prodotto (il quale in origine era affatto sconosciuto).

Inoltre, il commercio mirava sempre meno a soddisfare i bisogni dei consumatori, e sempre più ad andare incontro a una loro ricerca dei piaceri.

Talvolta il piacere era nel comprare, nell’entrare in possesso di qualcosa più che nel conservare. E per quanto le merci fossero beni di consumo durevoli, esse venivano sostituite volentieri con modelli più moderni prima ancora di diventare inutili o non più funzionanti. Non si esagera molto sostenendo che nulla è meno durevole degli attuali beni di consumo.

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Fabbrica del Cotone

LA MODA A PASSO CON LA RIVOLUZIONE

La vera industrializzazione ebbe luogo anzitutto a causa dell’adozione delle macchine e del vapore come forza motrice nel settore tessile, evento che sviluppò notevolmente la produttività e generò un consistente abbassamento dei prezzi. Quest’ultimo dato fu di rilevante importanza per la moda poiché, lentamente, mise in funzione quel meccanismo di omologazione e di preconfezionamento dell’abbigliamento, inesistente e forse inconcepibile per le masse popolari, che è ora. Non è, però, che all’improvviso tutti fossero in grado di acquistare tessuti o abiti già confezionati, ma comunque si posero le condizioni tali da poterselo permettere. L’utilizzo di molta manodopera, anche se non qualificata, nel settore tessile, la vita urbanizzata, la crescita dell’import-export, favorirono la diffusione e l’uso di abiti e indumenti molto comuni. I ceti più abbienti, dopo la semplicità e l’austerità prescritte dalla Rivoluzione francese, esigerono capi e accessori sempre più raffinati e distinti provenienti dall’Inghilterra. Fu così che dopo secoli di dominio della moda francese, si affermò, non solo in Europa ma anche nel nuovo mondo e nelle colonie, quella inglese scaturita dalla Rivoluzione Industriale.

Prima della rivoluzione industriale l’industria tessile lavorava il cotone, la lana e il lino che, per loro natura, richiedevano tempi e tecniche diverse di filatura e tessitura. L’adozione di un sistema meccanizzato ridusse ed eguagliò i tempi delle due operazioni applicate al cotone che, in quanto a caratteristiche proprie, meglio si prestavano, rispetto alle altre due materie, ad essere lavorate a macchina.

Ecco il motivo per cui l’industria cotoniera divenne il settore trainante della stessa rivoluzione industriale che, per incrementare i profitti, doveva creare bisogni nuovi: diminuirono i tempi della durata di una foggia nel vestire e venne imposta la rapidità del cambiamento, cioè non più secoli, ma anni o mesi. L’abbigliamento non aveva ancora raggiunto i livelli di consumi di massa, ma i tessuti ormai venivano forniti a tutti i ceti dall’industria. Il benessere sempre più diffuso e le condizioni igienico-sanitarie sempre più controllate, per evitare epidemie nelle grandi città, contribuirono all’uso e all’affermarsi di nuovi articoli come la biancheria intima, quasi sempre costituita da sottilissima camicia senza maniche e ampiamente scollata. Le caratteristiche dell’abbigliamento femminile e maschile, derivanti dalla Rivoluzione Industriale, erano improntate alla semplicità e al tipo di vita che si conduceva, proprie della società anglosassone.

I modelli erano simili per le diverse classi sociali e differivano solo per la qualità dei tessuti e per gli accessori: contadini e operai avevano un solo abito per tutti i giorni e un altro più curato per le feste.Sport e libertà influenzarono molto la moda del tempo: la redingote o marsina maschile, ad esempio, all’origine era una specie di mantello aperto dietro per meglio cavalcare. Così pure il ‘frac’, prima di essere l’abbigliamento elegante per eccellenza, era un abito doppiopetto da campagna indossato sopra il gilet e con altri accessori prescritti: camicia bianca, cravatta, calzoni beige.

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Redingote da uomo Tipici abiti da donna

Anche l’abito femminile perse molto dei fronzoli tipici del periodo barocco e rococò per diventare più semplice, aderente e leggero. Esso era solitamente costituito da più pezzi: una gonna aperta davanti, che lasciava in bella vista la sottogonna, e un corpino molto aderente e a cono. Le classi abbienti utilizzavano abiti scanditi dai diversi momenti della giornata: mattino, pomeriggio, sera, equitazione, caccia, tempo libero e the. Inoltre occorreva rispettare un certo galateo che non sempre era semplice, soprattutto per le donne. I colori dei tessuti e i gioielli seguivano lo stesso ritmo della giornata. Naturalmente gli abiti indossati entro le pareti domestiche erano diversi da quelli portati fuori casa. La moda determinò pure l’acconciatura (mai sciolta per le donne), il trucco, il copricapo, i guanti, le scarpe, i portaoggetti, il bastone, ecc.

È cosi che l’abbigliamento nacque e nacque per esigenza. La moda non fu mai solo abbigliamento, ma fu ed è costume, un modo di vivere la società. Spesso dall’esigenza nasce una moda. Ci si iniziò a coprire per ripararsi dal freddo e dal caldo; il freddo della neve e del ghiaccio dell’inverno, ed il caldo torrido del deserto.

CAPITOLO SECONDO:

LA MODA E LA MORTE – GIACOMO LEOPARDI

MODA [1] Madama Morte, madama Morte.

MORTE [2] Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami.

MODA [3] Madama Morte.

MORTE [4] Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.

MODA [5] Come se io non fossi immortale.

MORTE [6] Immortale?

Passato è già più che ’l millesim’anno

che sono finiti i tempi degl'immortali.

MODA [7] Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque

o dell'ottocento?

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MORTE [8] Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché

parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno.

MODA [9] Via, per l'amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o

quanto, e guardami.

MORTE [10] Ti guardo.

MODA [11] Non mi conosci?

MORTE [12] Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali,

perché gl’Inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io

non avrei dove me gl'incavalcassi.

MODA [13] Io sono la Moda, tua sorella.

MORTE [14] Mia sorella?

MODA [15] Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?

MORTE [16] Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.

MODA [17] Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente

a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vada a questo effetto per una strada e io per un’altra.

MORTE [18] In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu

abbi dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se

mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò

domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.

MODA [19] Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di

parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare

senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e

usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio

ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe,

dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è

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vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi

da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando

labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare

le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; A storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a

sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi,

e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’

dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta,

delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per

ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo

che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela,

e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.

MORTE [20] In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per

più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano. Ma

stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa

di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno;

se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io

muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.

MODA [21] Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si

vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare

in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre,

e correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.

MORTE [22] Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia

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madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie

faccende.

MODA [23] Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi. Primieramente

io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai

lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che

ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.

MORTE [24] Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!

MODA [25] Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della

moda.

MORTE [26] Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta

l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da

buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto

che non ho fatto finora.

MODA [27] Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto

profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A

poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato

in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben

essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono

il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo

nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del

corpo come dell’animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si

può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente

tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi

ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai

terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi,

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sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute,

anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere

odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che

chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto

bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore

speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi

fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di se non ti

sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance,

e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano,

come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero

dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio

degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la

riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di

concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente,

chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto,

e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino

che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste

cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor

tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto

sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione

ti sono andata cercando; e mi pare a propsosito che noi per l’avanti

non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia,

potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti

che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.

MORTE [28] Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.

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Il Dialogo della Moda e della Morte – composto a Recanati tra il 15 e 18 febbraio1824 – è stato a lungo sottovalutato dalla critica, che lo ha generalmente considerato infelice o comunque marginale rispetto al nucleo più autenticodelle Operette morali.

Questo dialogo anticipa alcuni nuclei tematici fondamentali dell’opus leopardiano, che saranno poi sviluppati più tardi nel Dialogo di Tristano e di un amico.

Il tema della moda, non di rado inserito entro il contesto di una satira più o meno aspra dei costumi femminili, non era certamente ignoto alla tradizione letteraria italiana sette-ottocentesca.

Si ritiene che il vocabolo «moda» sia stato introdotto nella letteratura italiana da Agostino Lampugnani in un’opera del 1648, La Carrozza da nolo; mentre il primo componimento letterario di una certa ampiezza interamente dedicato alla moda fu il poemetto di Giovanni Battista Roberti intitolato, appunto, La moda.

Non si può dimenticare che alla moda, «vezzosissima dea», era dedicato il Mattino di Parini.

Le tangenze tra i testi sette-ottocenteschi citati e l’«operetta» leopardiana sono state stranamente trascurate dai critici e dai commentatori, che al massimo

si limitano a ricordare di sfuggita qualche titolo. Interessante il dialogo di S.Bettinelli Amore e la Gran Moda, che fin dal genere si presta ad essere accostato al capolavoro prosastico di Leopardi. In particolare occorre rilevare come Bettinelli prefiguri ilnesso moda-morte nel finale del suo Dialogo, laddove la Moda, incalzata da

Amore che le chiede di togliersi i vestiti, si rivela essere in realtà un «sozzo scheletro»

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In Leopardi, tuttavia, il nesso moda-morte acquista una profondità filosofica sconosciuta alla tradizione letteraria precedente, non solo italiana. L’autore si inventa di sana pianta una genealogia mitica, facendo discendere la Moda e la Morte da una madre comune: la Caducità.

LA CADUCITA’

La Moda annuncia alla Morte di essere sua sorella, ma tale annuncio viene accolto da quest’ultima con un certo scetticismo.

La Moda e la Morte sono sorelle, secondo la genealogia leopardiana, in quanto figlie entrambe della Caducità. Leopardi intende mostrare come il mondo spogliato di ogni valore religioso e morale riempia il vuoto lasciato dalle divinità tradizionali. La stessa Caducità, madre comune delle due sorelle, ha accresciuto enormemente la sua forza nell’era moderna.

L’invenzione leopardiana fa della Moda un vero e proprio doppio della Morte, la quale, a sua volta, reciprocamente, appare come il volto oscuro che si cela dietro la maschera scintillante di sua sorella. Da un lato, l’«operetta» rompe nettamente con le forme tradizionali di rappresentazione della morte, dall’altro anticipa molti dei nodi fondamentali della riflessione otto-novecentesca sulla moda.

LA POTENZA DELLA MODA

Leopardi è forse uno dei primi in Europa a cogliere l’importanza fondamentale che la moda stava acquistando nella società moderna, la sua straordinaria potenza pervasiva, che gli avrebbe consentito di fondare un vero e proprio Impero dell’effimero. Leopardi insiste a più riprese sulla «potenza della moda», capace di estendere il suo potere ben al di là del campo del vestiario femminile: «Tu mostri di non conoscere la potenza della moda», dice la Moda a sua sorella.

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Il potere della moda è tale che essa finisce per diventare l’incarnazione più emblematica della modernità, della sua decadenza rispetto al mondo antico. Nella maggior parte dei casi si stigmatizza la moda quale degenerazione dei costumi moderni, oppure la si esalta come portatrice di progresso e modernizzazione.

Se, come si afferma a più riprese nello Zibaldone, i tempi moderni sono stati caratterizzati da un inesorabile e nefasto processo di «spiritualizzazione delle cose umane e dell’uomo» (Zib. 3934, 28 novembre 1823) che ha condotto all’oblio della corporeità, la moda rappresenta certamente uno dei fenomeni che più hanno fomentato questa decadenza: «A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorcianola vita», dice la Moda a sua sorella.

Per Leopardi, di conseguenza, criticare la moda significa anche e soprattutto criticare la modernità nel suo complesso: ed è per questo che, contrariamente a quanto è stato a lungo sostenuto, il Dialogo della Moda e della Morte non è assolutamente un testo marginale, ma si riallaccia ad una catena di prose e di liriche, oltre che a un grande numero di meditazioni zibaldoniane, di impronta antimoderna.

LA CORSA ALLA MODERNITA’

Così come l’affermazione «questo secolo si può dire con verità che sia proprio

il secolo della morte» rappresenta un nucleo essenziale dal quale si irradiano

molte invenzioni e riflessioni leopardiane. Come è stato rilevato da alcuni commentatori, c’è qualcosa di tetro in questo dialogo questa tetraggine è perfettamente coerente e funzionale alla tematica della morte.

Lo stile e il pensiero sono perfettamente saldati e non possono essere separati. Fin dalla scelta, per l’appunto, di far dialogare le due interlocutrici mentre corrono: «Moda: Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo». Si tratta dell’insensata corsa della modernità verso la morte, scandita dalle continue, nefaste spinte della moda.

Non è certamente un caso che i futuristi, grandi fautori della moda, abbiano indicato

nella velocità un connotato fondamentale della modernità.

Tutta l’«operetta» leopardiana, se si escludono due battute più ampie e articolate in cui la Moda illustra le sue opere, è caratterizzata da un ritmo frenetico e sincopato perfetto corrispettivo stilistico dell’ossessione moderna della velocità. La corsa della modernità, secondo Leopardi, non conduce verso i paradisi del progresso, ma tende verso la morte, della quale la moda è la più potente e fedele alleata.

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Leopardi prende di mira una cultura, si direbbe oggi, di consumo, destinata a

durare pochissimo. La morte, ai tempi dell’impero della moda, non lascia assolutamente niente dietro di sé, e di «chiunque si muoia […] non ne resta un briciolo che non sia morto».

CAPITOLO TERZO:

AU BONHEUR DES DAMES-ÉMILE ZOLA

Au Bonheur des Dames est un roman d’Émile Zola publié en 1883, prépublié dès décembre 1882 dans Gil Blas, le onzième volume de la suite romanesque Les Rougon-Macquart. À travers une histoire sentimentale, le roman entraîne le lecteur dans le monde des grands magasins, l’une des innovations du Second Empire (1852-1870).

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Coverture du Roman

GÉNÈSE DU ROMAN

Dès l'automne de l'année 1868, le projet d'Émile Zola d'écrire une grande fresque sur l'ascension sociale d'une famille est clairement établi. Il projette d'y présenter des personnages évoluant dans quatre mondes : le peuple, les commerçants, la bourgeoisie, le grand monde. Il ajoute aussi un monde à part, celui des militaires, des prêtres et des prostituées. Les personnages y seront mus par « la fièvre du désir et leur ambition ». Dans ce corpus, qui deviendra Les Rougon-Macquart, il projette d'écrire un roman sur « la femme dans le commerce ». Ce sera Au Bonheur des Dames.

CONTEXTE HISTORIQUE

La parution du roman se situe au début de la Troisième République, sous la présidence de Jules Grévy. Les travaux haussmanniens du Second Empire ont conduit à une grande transformation de la capitale. Un nouveau système de vente dans le domaine textile naît, favorisé par une concentration importante d'une

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population bourgeoise. La mise en place de la Troisième République laisse espérer un progrès social dont les bénéficiaires seraient les petits employés.

L’OEUVRE

Lorsqu’Emile Zola nomme son œuvre ‘Au Bonheur des Dames’, ce n’est pas par hasard. En effet, on se trouve à une époque où les grands magasins voient le jour et deviennent de véritables monuments historiques ayant contribué à l’émancipation des femmes. Ainsi, dans ces grands magasins dédiés aux femmes, les femmes peuvent faire des choix librement sans être sous la coupe d’un homme, choisir leurs broderies, leurs lingeries, leurs toilettes, accéder à la notion de bonheur qui semblait autrefois leur être refusée grâce aux actions menées dans les magasins pour les rendre heureuses.

Décomposée en 14 chapitres, l’œuvre naturaliste d’Émile Zola présente la société de l’époque sous deux traits, la bourgeoisie et les petits gens grâce à ses personnages. Ce roman permet au lecteur de découvrir pour l’essentiel au fil des chapitres, l’évolution, la vie de l’un des personnages centraux, Denise Baudu, ses déboires et l’amour naissant entre elle et son patron, Octave Mouret, un autre personnage principal de l’œuvre.

RÉSUMÉ

Au Bonheur des Dames, est un récit sentimental qui se déroule au milieu du 19ème siècle à Pairs. C’est le récit de Denise Baudu, une jeune normande orpheline de 20 ans, qui, découvre Paris après avoir décidé de s’y installer avec ses frères pour y travailler. Sur place, ne pouvant travailler pour son oncle, elle se fait embaucher Au Bonheur des Dames, l’un des grands magasins de la place. Une fois dans ce milieu qui la fascine tant, elle découvre les réalités de l’emploi et assiste au développement du magasin. Cependant, malgré toute humiliation reçue dans ce milieu, Denise attire l’attention d’Octave Mouret, directeur du magasin, qui lui confie de plus en plus de responsabilités et qui par la suite, lui propose de l’épouser.

ÉTUDE DU GRAND MAGASIN

Émile Zola marque son œuvre de traits naturalistes omniprésents. De ce fait, plus que le point de vue d’un écrivain, c’est le point de vue minutieux d’un scientifique ou d’un journaliste qu’Emile Zola adopte. L’auteur veut rendre compte de son savoir et du savoir de ses personnages. De cette façon, tout est expliqué au lecteur : les rayons, les caisses, les produits et même l’architecture du grand magasin. Émile Zola veut nous faire partager les grandes transformations économiques et industrielles de sa société.

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Il donne une véritable vision du monde et de la vie qui se dégage peu à peu. Ainsi, l’accent est fortement mis sur les transformations économiques (ou autres) qui bouleversent la société contemporaine à Émile Zola. C’est le triomphe du monde de consommation.

La description du magasin dans l’œuvre n’est donc pas anodine et possède plusieurs enjeux. De ce fait, elle devient une véritable scène épique où les transformations de l’époque prennent le dessus sur les personnages. Les femmes ne parviennent plus à se contrôler et rentrent, ainsi, dans une hystérie générale. Octave Mouret, le chevalier du grand magasin, ne peut rien faire contre cela et, plus encore, prend un certain plaisir à regarder le spectacle.

Enfin, l’auteur en profite pour nous donner une vision du monde et de la vie, à peine perceptible à travers les produits du grand magasin et pourtant primordiale.

Le magasin Au Bonheur des Dames

CAPITOLO QUARTO :

“ All things for all people, everywhere”

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THE HISTORY

In 1824, at the age of 25, Charles Henry Harrod established a business at 228 Borough High Street in Southwark. He ran this business, variously listed as a draper, mercer, and a haberdasher, until 1831 at least. His first grocery business appears to be as ‘Harrod & Co.Grocers’ at 163 Upper Whitecross Street, Clerkenwell, in 1832.

. In 1849, to escape the vice of the inner city and to capitalise on trade to the Great Exhibition of 1851 in nearby Hyde Park, Harrod took over a small shop in the district of Brompton, on the site of the current store.

Consisting of one room, this shop address later became 105 Brompton Road. At this time this area of Knightsbridge was under redevelopment and attracting wealthy people into the area. The Harrod's tapped into the requirements of this wealthier clientele, and by novel marketing, providing quality goods and service, the business expanded selling medicines, perfumes, stationery, fruits and vegetables. Harrods rapidly expanded, acquired the adjoining buildings, and employed one hundred people by 1880.

The store expanded into two neighbouring premises, 101 and 103 Brompton Road; and on land behind, they built a warehouse. In 1873 the name 'Harrod's Store' appeared at the front of the shop. By 1883 the store had six departments over five floors, and over 200 assistants.

Both senior and junior Harrod's had laid the foundations of what would become a important London department store, but son Charles would have to face one big challenge. The destruction of the shop by fire.

Serious fire in London

Two serious fires occurred in London during the night proved to be the premises of Mr. Charles Digby Harrod, who had an extensive business as general dealer and grocer at 101, 103, and 105, Brompton-Road.

The fire was discovered by a policeman shortly before one o'clock this morning; but, owing to the inflammable nature of the stock, the flames spread so rapidly that the buildings, which were of four floors, were burnt out, notwithstanding that a large number of steam-engines, manuals, and stand pipes were brought to bear upon it. The fire continued to burn for some hours, but had been well got under by three o'clock.

Harrod immediately gave notice in the newspapers that he intended to carry on business and to temporarily relocate to nearby Humphrey's Hall, in Knightsbridge. This swift action to ensure that customers were not inconvenienced over the Christmas period no doubt helped him retain his customers until the new store was built.

The new store was opened in September 1884. In 1889, Harrod decided it was time to retire from the grocery business, and after the store became a limited company, he sold it. The reputation of the store was such, that name of Harrod was kept.

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Harrods 1901

Qatar holdings ownership

In 1985 the store returned to private ownership when Egypt-born Mr Al Fayed and his brother Ali bought House of Fraser for £615m, snatching it from mining conglomerate Lonrho.

Mohamed Al-Fayed, had stated that "People approach us from Kuwait, Saudi Arabia, Qatar. Fair enough. But I put two fingers up to them. It is not for sale. This is not Marks and Spencer or Sainsbury's. It is a special place that gives people pleasure. There is only one Mecca."

THE DEPARTEMENT STORE

Harrods is one of the world's most famous stores and one of London's tourist attractions thanks to the wide assortment of luxury goods that are on display in a magnificently decorated building.

The enormous array of products is particularly impressive. The company's motto - engraved on the building's pediment - is Omnia, Omnibus, Ubique (Everything, for everyone, everywhere).

Harrods used to be known as the store where anything you could think of was for sale. While this may not be the case any more, the assortment is still enormous.

The large store covers an area of about 80,000 sq m spread out over seven floors. Floor plans are available near the entrances.

One of the most beautiful departmentss of the store is the magnificent Food Hall on the lower floor, decorated with tiles created by artist Williams James Neatby. Other impressive departments include the Egyptian Halls and the Crystal Rooms. Also of note is the central escalator, decorated with Egyptian motives. And don't forget to visit the toy department - the city's best - where you'll find enormous stuffed animals.

Harrod’s grocery store in 1915

MEMORIALS

Since the deaths of Diana, Princess of Wales, and Dodi Fayed, Mohamed Al-Fayed's son, two memorials commissioned by Al-Fayed have been erected inside Harrods to the couple. The first, located at the base of the Egyptian Escalator, was unveiled on 12 April 1998, consisting of

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photographs of the two behind a pyramid-shaped display that holds a wine glass smudged with lipstick from Diana's last dinner as well as what is described as an engagement ring Dodi purchased the day before they died.

The second memorial, unveiled in 2005 and located by the escalator at door three is entitled "Innocent Victims", a bronze statue of the two dancing on a beach beneath the wings of an albatross, a bird said to symbolise the "Holy Spirit".

DRESS CODE

From 1989, Harrods has had a dress code policy and has turned away several people who it believed were not dressed appropriately. These included a soldier in uniform,a Scout troop, a woman with a mohican hair cut, a 15 stone (95 kg) woman and FC Shakhtar Donetsk's first team for wearing tracksuits.

BIBLIOGRAFIA Raoul Bruni nel saggio Dialogo della Moda e della Morte di Giacomo Leopardi

‘Fashion blogger, new dandy?: comunicare la moda online’- Libro di Giulia Rossi

Moda. L'evoluzione del costume e dello stile- Checcoli, A.

Il marketing della moda. Politiche e strategie di fashion marketing. Foglio, Antonio

Millennium. Gianni Gentile, Luigi Ronga, Anna Rossi

Avenir Le compact - Valmartina - Dea Scuola

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https://www.linkedin.com/pulse/storia-del-pi%C3%B9-prestigioso-magazzino-al- mondo-harrods-farnetani

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http://losbuffo.com/2016/03/10/la-dignita-artistica-della-moda/

http://www.sulromanzo.it/blog/moda-e-morte-distruzione-dei-valori-in-nome-di- una-falsa-saggezza

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http://icnereto.altervista.org/dirigente/moda/ Rivoluzione_industriale_e_moda.pdf

TV The True Cost-Netflix

Ringrazio mia madre per avermi trasmesso questo grande amore per la moda,

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