IL “SUPERUOMO” E LA “VOLONTA’ DI POTENZA”
stellina84
stellina8415 settembre 2016

IL “SUPERUOMO” E LA “VOLONTA’ DI POTENZA”

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Il Decadentismo. D’Annunzio: l’estetismo e il tema del superuomo. Nietzsche: il Superuomo. La propaganda del regime fascista attraverso le immagini.
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Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell ' odio e del risentimento. [...] Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente

elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell'anima.

M. L. King, Io ho un sogno, discorso tenuto davanti al Lincoln Memorial il 28 agosto 1963.

EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA

EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA

P. B. Negru, 5a ES, 2012

EDUCAZIONE ALLA NO VI ENZA

INDICE

INTRODUZIONE p. 4 1. La violenza 1.1 Fondamenti filosofici della violenza p. 6 1.2 Fondamenti sociologici della violenza p. 7 1.3 Fondamenti psicologici della violenza p. 7 2. L'ideologia nonviolenta 2.1 Combattività, violenza, conflitto p. 8 2.2 Nonviolenza e verità p. 9 2.3 Mezzi e fini p. 9 2.4 Decisione di soffrire p. 10 2.5 Forme di lotta p. 11 3. Educazione alla nonviolenza 3.1 Educazione alla nonviolenza degli adulti p. 12 3.2 Educazione e istruzione p. 13 3.3 Il problema del potere p. 13 3.4 Il bambino come nuovo Messia p. 14 3.5 Il bambino come creatura indipendente p. 14 3.6 L'uomo che ama e l'uomo che possiede p. 15 3.7 Educazione nonviolenta in famiglia p. 15 3.8 Educazione nonviolenta nella scuola p. 17 3.9 Perchè l' educazione oggi può avere un'influenza nel mondo? p. 18

EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA

VIOLENZA

Fondamenti psicologici

Fondamenti sociologici

Educare gli adulti alla nonviolenza

Educare i bambini e i giovani alla nonviolenza:

-nella scuola -in famiglia

Nonviolenza: Metodi di lotta

Fondamenti Filosofici

Introduzione In passato si sono susseguite atrocità le quali hanno impressionato notevolmente l'umanità in quanto a crudeltà. Ciononostante non ha ancora trionfato nel mondo la pace. Esistono tutt'ora regimi nei quali le morti di decine di persone sono all'ordine del giorno. L'umanità spera nell'istaurazione di un assetto mondiale nonviolento, ma pochi si impegnano affinchè tale ordine venga realizzato. Tra questi pochi vi è Aung San Suu Kyi, la leader birmana che 16 giugno 2012 si reca finalmente, per la prima volta ad Oslo, per ritirare personalmente il premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1991. Per la prima volta dal 1988 lascia la Birmania per recarsi in Europa. In passato non avrebbe mai potuto farlo, poichè avrebbe rischiato di non poter più tornare nel proprio paese. Leggendo di questa donna, non si può fare a meno di rimanere meravigliati di fronte a tanto coraggio. Aung San Suu Kyi ha rinunciato a tutto per poter servire il proprio paese, perfino alla propria famiglia, ed è riuscita a fare tutto ciò attraverso metodi nonviolenti. Nel discorso tenuto a Oslo il 16 giugno afferma che “la pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile, ma dobbiamo continuare a perseguirlo come un viaggiatore nel deserto tiene fissa una stella come punto di riferimento” e che che bisogna credere in un mondo “senza sfollati, senzatetto e persone che hanno perso la speranza”.1 Si spera che le sue parole siano di ispirazione per molti. Attualmente però, la nonviolenza è una forma di pensiero e di pratica molto poco conosciuta. Essa viene spesso confusa con il Pacifismo, il quale è caratterizzato da un ampia ideologia riguardante soprattutto il rifiuto della guerra e delle violenze in generale. La nonviolenza invece riguarda il modo di rapportarsi alla vita, alla verità ed alle tirannie. Il pacifismo condanna la violenza armata. La nonviolenza va oltre. Vuole trovare un'alternativa alle armi per raggiungere la pace; vuole risolvere i conflitti in maniera nonviolenta. Posare il fucile non basta. Tra i grandi fautori della nonviolenza vi è, oltre ai famosi Gandhi e Martin Luther King, Maria Montessori, la quale si distingue, oltre che per l'educazione, per la sua grande passione per la pace. Nelle sue scuole vi è una grande attenzione per l'insegnamento della collaborazione e del rispetto, ingredienti fondamentali al fine di avviare i bambini alla nonviolenza e verso una futura pace mondiale. Secondo la Montessori vi sono molti fattori a causa dei quali la razza umana non ha ancora raggiunto la pace, e tra questi vi è la falsa idea di pace legata alla cessazione della guerra.

La storia dell' umanità ci insegna che viene chiamato «pace» l'adattamento forzato dei vinti a un dominio reso stabile, alla perdita di quanto essi hanno amato, alla cessione dei frutti del loro lavoro e delle loro conquiste. Il popolo vinto è costretto a dare, come fosse lui solo il colpevole e meritevole di un castigo, proprio perchè è stato vinto: mentre il vincitore affaccia dei diritti sul popolo che è rimasto vittima del disastro. Tale condizione, per quanto segni la fine della guerra con le armi, non può, certo, venire chiamata pace; anzi, il vero flagello morale nasce da questo accomodamento.2

Questa situazione quindi non può certo chiamarsi pace. La Montessori considera la fine della guerra solo come lo stadio finale di un conflitto, la vittoria o la resa di uno dei soggetti in conflitto. Scriveva ciò nel 1932, dopo il grande conflitto della prima guerra mondiale, in un periodo in cui si stavano già gettando le basi per lo scoppio di uno scontro ancora

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peggiore. Infatti le guerre non erano finite con la prima guerra mondiale, perchè le guerre non finiranno mai sino a che l'umanità non sarà spiritualmente ricostruita. Ed è di questo che voglio trattare, della ricostruzione dell'umanità. L'oggetto di studio sarà la comprensione dello spirito nonviolento e del suo antagonista (la violenza); l' educazione alla pace degli uomini e dei bambini, i futuri adulti.

1. Discorso di Aung San Suu Kyi per il premio Nobel ad Oslo, 16 giugno 2012. 2. M. Montessori, Educazione e pace, 1970, p.5.

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1. La Violenza Prima di comprendere la nonviolenza è necessario conoscere la violenza e le sue origini. Le principali matrici di una cultura violenta sono di tipo filosofico, sociologico e psicologico.

1.1 Fondamenti filosofici della violenza

Le origini filosofiche della violenza sono riconducibili principalmente a tre correnti filosofiche: il nichilismo, il marxismo e la filosofia politica della potenza.

Il Nichilismo Il nichilismo si basa sulla convinzione secondo la quale la vita non ha una finalità.. Questa corrente assume delle connotazioni violente con filosofi come ad esempio Nietzsche, il quale interpreta questa visione come libertà di esternare la propria violenza dominatrice. Questo perchè, secondo Nietzche,gli uomini, in passato, erano tutti uguali di fronte a Dio. Ma poichè Dio ormai è morto, e con lui anche la Provvidenza, l'uomo è finalmente in grado di creare liberamente il proprio futuro. L'individuo, di fronte a questa scoperta, può scegliere di divenire l'ultimo uomo, quindi fingere che nulla sia successo, oppure il superuomo, l'oltreuomo. Secondo Nietzsche però, questo superuomo, appartenente alla razza dominatrice, si differenzia dagli altri , il gregge, per la volontà di potenza. Quest' ultima rappresenta sul piano pratico appunto la sopprafazione ed il dominio sugli altri. Molti dominatori, come ad esempio Hitler e Mussolini, si sono ispirati alle teorie di Nietzsche, il quale veniva anche spesso citato nei loro discorsi. Molti soldati tedeschi partirono per la prima e per la seconda guerra mondiale con il testo di Così parlò Zarathustra nella borsa. Molti letterati erano tuttavia contrari a questa degradazione violenta del nichilismo, come ad esempio L. Tolstoj. Questi infatti, in una lettera del 1881 scritta da Jasnaja Poljana, incita Alessandro III a non lasciarsi fuorviare dalle teorie nichiliste e violente:

Voi uscirete per sempre da quel felice stato di purezza e di vita con Dio e imboccherete la via oscura della ragion di Stato, che giustifica tutto, perfino la violazione della legge che Dio ha fatto per l'uomo.[...] il male genera il male.3

Il Marxismo Il marxismo riguarda la violenza rivoluzionaria. Tra i sostenitori di questa violenza vi sono G. Sorel, Lenin e Marx. Il primo critica espressamente i discorsi democratici e moralistici del socialismo riformista, per affermare invece che “la violenza proletaria, esercitata come una manifestazione pura e semplice del sentimento di classe, appare una cosa assai bella e molto eroica”.4 Lenin afferma invece che la rivoluzione non serve solo ad abbattere lo stato borghese, ma anche successivamente, durante la dittatura del proletariato. Mentre la filosofia maxista è quindi più preoccupata per i rapporti economici tra le classi, quella leninista si interessa maggiormente ai rapporti di forza e di potere tra Stato e sudditi.

3. Tolstoj L., Lettere agli zar, 1995, p. 18. 4. Roveda P., Per educare alla Pace, 1982, p. 25.

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L. Tolstoj invece incita lo zar Alessandro III, il quale aveva condannato a morte gli attentatori colpevoli dell'assassinio del padre, a non combattere con la violenza i rivoluzionari.

Non è importante il loro numero, sono importanti le loro idee. Per cobatterli bisogna combatterli spiritualmente. Il loro ideale è il benessere generale, l'uguaglianza, la libertà. Per combatterli bisogna levare contro di loro un ideale che sia più alto del loro ideale, che racchiuda in sé anche il loro ideale [...] un ideale d'amore, di perdono e di ricompensa del male con il bene.5

Kant invece, non ripone alcuna fiducia nel potere. Secondo lui non si possono aspettare miglioramenti dall'alto, dai príncipi. I progressi reali ed educativi devono essere costruiti dal basso, mediante lo sforzo concorde di tutti gli uomini.6

1.2 Fondamenti sociologici della violenza

La violenza, in una società competitiva come la nostra, spesso diventa un mezzo efficace al fine di acquisire certi status e poteri. Molti sociologi, come G. Simmel, e psicologi, come S. Freud, considerano invece il conflitto sociale e psichico come creativo e costruttivo. È vero che questi conflitti a loro volta possono sfociare in violenza, ma solo se viene meno il dialogo.

1.3 Fondamenti psicologici della violenza

Secondo l'etologo Lorenz, la violenza è innata sia negli uomini che negli animali. Essa non è solo extraspecifica, ma anche intraspecifica. Certamente i condizionamenti esterni e l'ambiene possono influire sullo scoppio della violenza, questa resta però sempre una tendenza innata , anche se viene stimolata dall' esterno. Secondo la psicanalisi, la violenza è un' energia innata. Essa, a seconda delle modalità di sviluppo, può diventare positiva o negativa. Freud invece, inizialmente non riconosceva la violenza come una pulsione autonoma, ma come una manifestazione dell' Eros, dell'impulso sessuale. Dopo la fine della seconda guerra mondiale invece, lo psicologo viennese postula, accanto all' Eros, l'esistenza del Thanatos, cioè dell'impulso aggressivo e violento. Questo impulso secondo Freud può indirizzarsi all' Io ( masochismo ) oppure agli altri ( sadismo ). Secondo lui però, l'impulso distruttivo può essere moderato mediante il potenziamento dell' Eros e l' orientamento dell'aggressività verso gli oggetti, la natura e le cose. La teoria del Dollard sostiene invece che l'istinto violento e distruttivo non è sempre presente nell'individuo. Esso insorge in risposta a frustrazioni e stimoli particolarmente insopportabili. Altri comportamentisti sostengono invece che la violenza sfocia a causa del divario (gap) che si crea tra le proprie aspirazioni e gli obiettivi prefissati:subentra quindi la frustrazione, l'aggressività, ed in casi estremi la violenza.7

5. Tolstoj L., op. Cit. , p. 21. 6. Roveda P., op. Cit., 1982, p. 30.

7. Cozzo A., Conflittualità nonviolenta, 2004, p.43.

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2. L'ideologia nonviolenta

2.1 Combattività, violenza, conflitto

Il termine nonviolenza, unito in un'unica parola, deriva dal filosofo Aldo Capitini, il quale considerava quest'ideologia come qualcosa di autonomo, e non solo antitetico e contrario alla violenza in sè. Lo sprito nonviolento opera mediante i movimenti nonviolenti, i quali esprimono il proprio pensiero mediante le proteste ( volantini, cortei, scioperi), la noncollaborazione, la disobbedienza civile e l'intervento nonviolento ( occupazione di luoghi, scioperi, ecc.). Per comprendere pienamente la nonviolenza bisogna intendere il significato della violenza. Secondo un luogo comune, quest'ultima, assieme alla guerra e all'aggressività, è sempre esistita ed è quindi un elemento naturale della condizione umana. In realtà però, secondo molti antropologi, la guerra appare contemporaneamente allo Stato. Essa si manifesta come volontà di conquista. La violenza però, è diversa dall'aggressività. La seconda non è necessariamente indirizzata al male altrui, è espressione di volontà di valorizzare il proprio sé ed una reazione alla frustrazione. Essa può essere divisa in combattività, per indicarne l'aspetto socio-politico, o in assertività, per indicarne l'aspetto psico-sociologico. La violenza, invece, è “una specifica forma di incanalamento della combattività, un suo uso particolare distruttivo, cioè volto al danneggiamento di qualcuno”.8 È fondamentale distinguere la violenza dalla conflittualità. La conflittualià è neutra, non danneggia nessuno, anzi, spesso è un elemento di comunicazione e arricchimento. La nonviolenza si occupa di incanalare le energie presenti nel conflitto in modo costruttivo, al fine di evitare che esso sfoci in conflitto violento. La violenza è infatti “l'esito di un conflitto gestito male”.9 La nonviolenza si basa su un conflitto neutro, nel quale non vi sono rapporti basati sulla superiorità o inferiorità di un soggetto rispetto ad un altro. È un elemento di comunicazione, un fattore propulsivo per il cambiamento. Se il conflitto resta nascosto, latente, provoca frustrazione e sottomissione. La violenza può essere a sua volta, oltre che manifesta, anche latente. Quest'ultima non è altro che frustrazione non scaricata, interiorizzata. Il compito della nonviolenza risulta essere, oltre all'eliminazione della violenza visibile, anche quello di portare alla luce l'aggressività non visibile. La nonviolenza vuole indirizzare le energie impiegate nel conflitto in senso costruttivo e pacifico. In questo senso quindi la violenza risulta l'esito di un conflitto gestito male. Ed infatti, proprio come afferma Danilo Dolci, l'antitesi della pace, non è il conflitto, è la violenza. La definizione più appropriata di nonviolenza è quella di Gandhi, secondo il quale non si può essere nonviolenti in un solo ambito:

Ecco allora che, in realtà, la nonviolenza abbraccia tutti i livelli a cui gli esseri umani vivono e coltivarla soltando ad uno o ad un altro di essi è fortemente riduttivo. È cosiche la nozione di stile di vita, se non ridotta alla semplice gestione privata e

7. Cozzo A., Conflittualità nonviolenta, 2004, p.43. 8. Idem, p. 17.

9. Idem, p.22. 8

privatistica della vita, ma considerata come integrazione dell'ambito etico individuale e di quello sociale, può essere forse quella che più esaustivamente dà ragione dell'ambito che il pensiero della nonviolenza viene ad investire.10

Esistono due tipi di violenza, quella di attacco e quella di difesa. Durante la guerra però, tutti affermano che l'aggressore è l'altro. Secondo Lanza del Vasto, se si comincia a giustificare la difesa, dovremo andare oltre e giustificare l'attacco come difesa preventiva, rivolta verso l'oppressore, recupero di un bene rubato oppure per strappare all'altro un bene per noi necessario.11 Anche l'uso della violenza difensiva va quindi ripudiato. Le due violenze hanno infatti la medesima struttura di fondo.

2.2 Nonviolenza e Verità

La concezione indiana di nonviolenza ( ahimsā ) assume significato in diverse dimensioni. In senso metafisico essa rappresenta l' atteggiamente che permette di arrivare alla verità; in senso etico rappresenta le virtù umane di rispetto, libertà, perdono, giustizia; in senso cosmico infine, implica il rispetto del mondo e della natura, poichè Dio è in tutto. Ahimsā è desiderio di non nuocere e secondo Gandhi anche il mezzo per raggiungere la verità:

senza ahimsā non è possibile cercare e trovare la Verità. L' ahimsā e la Verità sono legate così strettamente che è praticamente impossibile distinguerle e separarle. [...] Tuttavia ahimsā è il mezzo e la Verità il fine. Un mezzo per essere tale deve essere sempre alla nostra portata, e cosi ahimsā è il nostro supremo dovere. [...] Quali che siamo le difficoltà in cui ci imbatteremo, o le sconfitte apparenti che subiremo, non dovremo mai abbandonare la ricerca della Verità, che è l'unica cosa esistente, dato che è Dio stesso.12

Inizialmente, la pratica nonviolenta di Gandhi veniva designata con il nome di resistenza passiva, però Gandhi si rese conto che una denominazione del genere sminuiva il suo operato, faceva pensare ad un'arma dei deboli. Egli indisse allora un concorso sull' Indian Opinion per trovare un nome più adeguato, ed un lettore propose il neologismo satyagraha, cioè forza della verità.

2.3 Mezzi e fini

Il mezzo di cui parla Gandhi è quindi la nonviolenza, mentre il fine è la Verità. Quest'ultima non può essere raggiunta con ogni mezzo, ma solo attraverso l' ahimsā:

bisogna lasciarsi guidare dalla verità quale ognuno la vede. Ma nessuno ha il diritto di costringere gli altri ad agire secondo la propria visione della verità.13

Quando noi agiamo, siamo padroni solo dei mezzi utilizzati. Questi, per essere efficaci, devono avere la stessa connotazione etica del fine da raggiungere. Secondo Gandhi infatti, “mezzi impuri producono un fine impuro”.14 La pace può essere costruita solamente

10. A. Cozzo, op. Cit., p. 24. 11. Idem, p. 33. 12. Idem, p. 43. 13. idem, p. 45.

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mediante metodi nonviolenti e pacifici. Quella invece, imposta con la violenza non è che una pace illusoria. I mezzi di cui parla Gandhi devono essere, prima di tutto espressione del proprio sincero desiderio di seguire la Verità, ed in secondo luogo apertura verso l'altro ed empatia. È fondamentale che il mezzo non sia coercitivo. Un esempio di ciò potrebbero essere i digiuni. Essi possono diventare un mezzo di coercizione nei confronti dell'avversario, il quale alla fine cederà solo perchè spaventato dall'ipotesi di poter essere la causa della morte dell'altro. Secondo Gandhi il digiuno è lecito solo se ispirato dal profondo dell'anima e non rimangono altri mezzi.

2.4 Decisione di soffrire

Il piacere può essere considerato un bene e diventare così lo scopo della vita, come sostengono gli epicurei; può essere considerato un male, ed occorre quindi liberarsi dagli appetiti e dai desideri; oppure può non essere né un bene né un male, e quindi tutto dipende dal significato attribuitogli dall'uomo. Il piacere quindi, in quest' ultimo caso è, secondo Aristotele, “la risonanza soggettiva di un bene oggettivo”.15 Secondo i maggiori esponenti non violenti però, la sofferenza trasforma quotidianamente positivamente la personalità e deve essere sempre presente nella vita degli individui. M. L. King affermava infatti che l'amore altruistico è « universale , rischioso, eccessivo» e che chiunque possieda tali qualità è destinato a soffrire. Per arrivare alla pace è quindi necessario un amore altruistico, il quale comporta inevitabilmente, secondo M. L. King, sofferenze:

siate sicuri che vi ( ai bianchi ) vinceremo con la nostra ( dei neri ) capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi. Faremo talmente appello alla vostra coscienza ed al vostro cuore, che alla lunga conquisteremo voi, e la nostra vittoria sarà duplice.16

I valori contemporanei sembrano però ricalcare quelli edonistici. È compito dell' educazione far trionfare nell'animo umano i valori dell' amore altruistico di cui parlava M.L. King. Questo perchè la nonviolenza, secondo Gandhi, non può essere insegnata a coloro i quali hanno paura di soffrire:“M'accorgo che posso predicare la non violenza a coloro che sanno morire; ma a quelli che hanno paura della morte, non lo posso”.17 Gandhi invece, durante tutta la sua vita invece, soffri incessantemente. La sua decisione di soffrire si basava sulla costante volontà di raggiungere la Verità e l'autocontrollo.

Il digiuno e le pratiche simili sono mezzi per giungere al fine che è l'autocontrollo, ma questo non è tutto, se il digiuno del corpo non va di pari passo con il digiuno dello spirito, sfocerà nell'ipocrisia e nel fallimento.18

15. Roveda P., p. 100. 16. Idem, p.102. 17. Idem, op. Cit., p. 104. 18. Gandhi M. K., op. Cit., p. 250.

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2.5 Forme di lotta

Se il fine è convertire l'oppositore, non bisogna utilizzare mezzi radicali, ma passare gradualmente da mezzi più leggeri ad altri più pesanti. I metodi più utilizzati da Gandhi sono la disobbedienza civile e la noncollaborazione. Queste vanno distinte però dalla passività, la quale pesuppone la complicità degli oppressi. Gandhi scrive infatti, a proposito del dominio inglese in India:

Non sono tanto i fucili inglesi i responsabili del nostro asservimento quanto la nostra collaborazione volontaria.19

Per una svolta non è quindi tanto necessario cambiare il modo di pensare dei potenti, quanto piuttosto quello degli oppressi. Questi devono prendere infatti coscienza del proprio potere. La noncollaborazione e la disobbedienza civile sono invece dei mezzi nonviolenti adeguati per promuovere il cambiamento. La lotta nonviolenta deve però comunque avvenire nel rispetto delle leggi, proprio per questo la disobbedienza viene definita civile. Il disobbediente civile accetterà quindi la pena prevista dalla legge per l'infrazione commessa, si assumerà la responsabilità della propria azione e non si nasconderà come un criminale. Come dice Gandhi,

la disubbidienza civile è il deposito del potere. Immaginate un intiero popolo riluttante a conformarsi alle leggi della legislatura e pronto a sopportare le conseguenze di questo suo dissenso. Immobilizzerà tutto il meccanismo legislativo ed esecutivo.20

L'assumersi le proprie responsabilità risulta fondamentale perchè ciò pubblicizza le lotte intraprese. La lotta in questo modo non appare segreta e paurosa, offre agli altri la possibilità di aderire alla causa e informa l'opinione pubblica, della quale l'antagonista deve tener conto. Tutto questo deve essere fatto però, secondo la gradualità dei mezzi. Il dialogo con l'avversario quindi non deve venir meno e le manifestazioni di lotta devono essere tali da non umiliare pubblicamente l'altro.

«Odia il peccato ma non il peccatore»: è questo un precetto che, sebbene di facile comprensione, raramente viene praticato ed è per questo che il veleno dell'odio si propaga nel mondo. [...] È giusto opporre resistenza ad un sistema ed anzi combatterlo,ma resisterne e combatterne i promotori è come ritorcersi contro se stessi.21

Galtung ha individuato diverse forme sociali del conflitto di tipo satyagraha: • negoziato; arbitrato (interventi di mediazione); agitazione, dimostrazione, ultimatum; hartal (sciopero limitato a scopo simbolico, per pochi minuti); sciopero e sciopero generale; picchettaggio (Presidio effettuato da scioperanti all'ingresso di un posto di lavoro/ studio, per

impedire ogni attività anche a chi volesse svolgerla);boicottaggio economico; boicottaggio sociale; dharma (sit-in);

19. Cozzo A., op. Cit., p. 105. 20. Idem, p. 107. 21. Gandhi M. K., op. Cit., p. 210.

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hizrat (emigrazione di massa); digiuno; boicottaggio delle tasse; noncollaborazione ( es. rifiuto di titoli onorifici); disobbedienza civile ( es. Marcia del sale di Gandhi); sciopero al contrario e governo parallelo; 22

Anche queste forme seguono il satyagraha e il principio di gradualità dei mezzi.

3. Educazione alla nonviolenza

3.1 Educazione alla nonviolenza degli adulti

Gli adulti sono gli ispiratori delle nuove generazioni. Essi, anche inconsciamente, mediante condizionamenti morali ed educativi, contribuiscono a seminare la violenza tra i giovani. Prima di educare i bambini, gli adulti devono educare se stessi. Per educare occorre possedere gli ideali connessi alla nonviolenza (amore, perdono, decisione di soffrire, ecc.). È fondamentale che il bambino riesca ad intravvedere una tensione sincera da parte dell'educatore verso tali ideali. Si può affermare infatti che l' educazione alla nonviolenza è una pedagogia del contagio personale, dell'imitazione.23 Non sono importanti le parole e gli ordini dell' educatore. Non contano le tecniche utilizzate nell' opera educativa, ma la personalità di chi le usa. Questa incide infatti maggiormente, ed inconsciamente, sul soggetto. Il consiglio di E. Fromm all'adulto è infatti questo:

Invece d'odiare coloro che ritieni fomentatori di guerra, odia gli appetiti ed il disordine della tua anima, che sono le cause della guerra. Se ami la pace, odia l'ingiustizia, la tirannia, l'avidità. Odia però queste cose in te stesso, non negli altri.24

L'educatore, oltre a possedere le virtù nonviolente, deve anche essere in grado di far trasparire la propria personalità. Spesso infatti vi sono individui i quali possiedono queste virtù, ma non sono in grado di tradurle in azioni concrete e visibili. Nell'educazione nonviolenta è fondamentale lo stile: esso non deve essere né autoritario né permissivo, ma autorevole. L'autorità si basa sul rispetto e sul riconoscimento della dignità dell'altro e soprattutto sull'amore. Questo infatti permette di vedere l'educatore non come un superiore distaccato, ma come amico e fratello. Tale condizione esclude a priori qualsiasi tipo di violenza. L'educazione però non può limitarsi a questo, perchè la violenza è connessa anche ai condizionamenti sociali. Occorre quindi porre il bambino in condizioni tali da garantirgli la sicurezza, intesa come sicurezza materiale in grado di garantirgli una vita dignitosa; la giustizia, la quale regola i rappori tra le persone e impedisce ogni tipo ti prevaricazione tra i

22. Cozzo A., op. Cit., pp. 112-113. 23. Roveda P., op. Cit., p.124. 24. Idem, p.126.

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rapporti umani; la libertà. Di fatto ,però, un'educazione nonviolenta incentrata sui singoli non è globalmente efficace al fine di rompere il cerchio della violenza. È fondamentare agire anche sulle strutture economiche, sociali e politiche. L'adulto deve quindi capire che è dal bambino che si sviluppa tutta la società e trasformare il suo atteggiamento a favore delle nuove generazioni. Secondo la Montessori si dovrebbe costruire una rappresentanza al parlamento per il bambino. Il Ministero dell' educazione non è sufficiente perchè considera solo il bambino avente un'età sufficiente per andare a scuola e non considera la questione sociale del bambino, la quale è presente fin dalla nascita. Occorre quindi un Ministero per la protezione dell'umanità, cioè il Ministero del Bambino.25

3.2 Educazione e istruzione

La nonviolenza non è cieca obbedienza alle leggi, le quali spesso finiscono con l'ingabbiare la società; non è educazione alla legalità, ma alla moralità. Spesso il rispetto delle leggi viene considerato un valore, ma esso implica più che altro la deresponsabilizzazione dell'individuo, il quale, seguendo ciecamente le leggi, perde il proprio senso critico. Infatti, non dobbiamo dimenticare che, come esorta Don Milani,

a dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perchè pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perchè non ha autore. C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, [...] che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto. 26

L'educazione alla nonviolenza non deve comunque basarsi sul rifiuto delle leggi, le quali restano importanti per una convivenza quotidiana pacifica., ma sull' insegnamento della responsabilità. Si deve perciò sostituire l'educazione alla legalità con l'educazione alla responsabilità.

3.3 Il problema del potere

Nell' ambito educativo si tende a creare fin dall' inizio un rapporto di tipo verticale, basato quindi sulla contrapposizione tra un Superiore (l'educatore) ed un Minore (lo studente). Nell'educazione non violenda invece, il potere non è verticale ma orizzontale, di tutti. Nemmeno l'ambiente scolastico, dal punto di vista fisico, è neutro. La struttura dell'aula e la cattedra frontale ai banchi rimandano ad una concezione di insegnamento di uno a tanti, i quali non devono comunicare tra di loro. Un ambiente scolastico nonviolento dovrebbe invece basarsi sull'eliminazione della cattedra e su una struttura circolare. Il rischio più grande che gli insegnanti corrono, soprattutto quelli più appassionati, è quello di "dare" se stessi agli alunni senza però essere aperti verso questi. L'insegnante non violento non deve solo "dare" e "darsi", ma anche "trattenersi", "ricevere", lasciare che lo

25. Montessori M., op. Cit., p.112. 26. Cozzo A., op. Cit., p. 27.

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studente si esprima.27 La nonviolenza non può essere una materia specifica; essa però, viene interiorizzata se i metodi educativi sono nonviolenti. Non vi sono comunque manuali scolastici delle specifiche materie nonviolenti, non si può scegliere quindi un libro in base a questo criterio. Un compromesso potrebbe essere il far comprare a tutti gli studenti libri diversi. Ogni interrogazione potrebbe diventare così fonte di arricchimento e confronto per tutti.

3.4 Il bambino come nuovo Messia

Non il bambino dal piccolo corpo disteso, con le braccia abbandonate nel riposo perchè debole: noi vediamo la figura del bambino diritto, con le braccia tese che chiamano l'umanità.28

Secondo la Montessori il bambino va studiato non come creatura dipendente, ma indipendente, come un Messia in grado di rigenerare l'umanità. L'adulto però tende a soppraffare il bambino ed a plasmarlo, infondendogli la forma psichica voluta dalla società. Nel bambino restano però così solo i caratteri della pace dopo la guerra di cui abbiamo parlato precedentemente ( distruzione e adattamento). La Montessori afferma che è proprio da questo grossolano equivoco che nasce il contrasto e la prima guerra tra uomini destinati ad amarsi: tra padri e figli, tra maestri e allievi.29 La finalità del bambino è infatti l'incarnazione della sua propria individualità. L'adulto invece interpreta i caratteri differenti dai propri come errori, e cerca di correggerli. La lotta tra bambino e adulto si realizza così nell' educazione. “Nell'educazione comune il bambino ricorre per istinto a infingimenti per nascondere le sue capacità, per adattarsi ai giudizi dell'adulto che l'opprime”.30 Il bambino nasconde quindi se stesso. È questa la questione riguardante la guerra e la pace, non il contenuto della cultura. L'adulto chiama virtù ciò he gli è stato trasmesso per educazione, ma queste qualità non sono altro che una maschera dei vizi capitali trasmessi per eredità.

3.5 Il bambino come creatura indipendente

Certamente amiamo i bambini, ma il problema è che non li comprendiamo. Li consideriamo come un vaso vuoto da riempire. I bambini hanno però una vita psichica fin dalla nascita. Il bambino non impara mai a fare da se perchè è sempre sotto il controllo di un adulto. Egli si fa guidare. È questo ciò che fin da piccolo gli insegnano. E da grande? Cercherà di fare lo stesso; si farà guidare e avrà bisogno dell'appoggio degli altri. La Montessori è convinta che nel bambino delle scuole, sempre scoraggiato e ripreso, si crea quella condizione di sfiducia in se stesso e di panico che si chiama timidezza: questa si ritrova poi nell'uomo adulto sotto forma di scoraggiamento e remissività, incapacità ad una resistenza morale.31 Ma questa forma di disciplina maschera la futura schiavitù dell'allievo. Il bambino da grande si sentirà inferiore, cercherà di farsi guidare da uomini verso i quali prova devozione. Questi condottieri rappresentano la guida di cui gli adulti hanno bisogno,

27. Cozzo A., op. Cit., pp. 198-199. 28. Montessori M., op. Cit., p. 178. 29. Idem, p. 16. 30. Idem, p. 19. 31. Idem, p. 20.

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l'autorità prima interpretata da genitori e maestri. Il bambino non è mai lasciato libero di cercare la moralità; gli viene semplicemente imposta. Quest'educazione non fa altro che prepararli alla guerra, perchè quest'ultima non deriva dall'odio verso il nemico, bensì dal bisogno di lasciarsi comandare, indipendentemente da quali siano gli ordini. Affinchè il bambino costruisca se stesso è quindi fondamentale che egli sia indipendente. Anche la psicanalisi sostiene questo. Un essere con un forte senso di attaccamento verso un altro individuo infatti, non può fare a meno dell' aiuto dell' altro. Ciò spesso può portare a malattie mentali dalle quali si guarisce solamente staccandosi dall'aiuto psichico dell'altro. Secondo la Montessori è fondamentale, affinchè l'uomo sia indipendente, la libertà:

1. Essa dà agli individui possibilità infinite di perfezionamento e all' uomo il punto di partenza per uno sviluppo integrale. 2. Essa dà la possibilità della formazione di una società di uomini; la libertà problema che sta alla base della società. 32

La pace può essere però costruita mediante la creazione di un uomo nuovo:

Che per raggiungere la pace nel mondo, occorrono due cose; prima di tutto un uomo nuovo, l'uomo migliore; e poi, un ambiente che non abbia più limiti innanzi all'infinito desiderio dell'uomo.33

3.6 L'uomo che ama e l'uomo che possiede

Il bambino vuole fare tutto da sé; occorre quindi preparare un ambiente che gli consenta di svilupparsi liberamente. In questo ambiente vi devono essere diversi oggetti, sui quali il bambino può liberamente agire. Se qualcosa impedisce al bambino di agire, egli si attacca eccessivamente agli oggetti dell'ambiente esterno. Ciò però impedisce la collaborazione con gli altri bambini e la nascita di lotte e contrasti. Infatti, “nello sviluppo della personalità, due strade sono possibili: quella dell'uomo che ama, e quella dell'uomo che possiede”.34 L'amore quindi non deriva dall'insegnamento , ma da un armonioso e giusto sviluppo. La speranza quindi, non consiste nel riuscire ad insegnare determinate cose al bambino, ma nel creare il giusto ambiente in grado di consentigli uno sviluppo normale. Il compito della scienza dell'educazione risulta perciò lo studio del bambino e dell'ambiente ideale al fine di permetterne il normale sviluppo.

3.7 Educazione nonviolenta in famiglia

Spesso la famiglia non si interessa del suo ruolo di educatore alla nonviolenza che le compete. Tende invece ad attribuire la propria responsabilità ad altre istituzioni: gruppo dei pari, scuola, mass media. Il nesso però tra famiglia e violenza è fondamentale. Il nucleo famigliare contribuisce infatti, innegabilmente, a formare il carattere e la moralità del minore.

32. Montessori M., op. Cit., p. 158. 33. Idem, p. 23. 34. Idem, p. 82.

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Molto spesso i giovani tendono a vedere la casa come un luogo di oppressione, con troppe restrizioni. Si instaura così un rapporto conflittuale con il nucleo domestico e l'identificazione con i genitori risulta impossibile. La socializzazione del minore risulta quindi instabile, poichè non vi è né identificazione con le figure genitoriali né introiezione delle norme morali da esse espresse. Secondo la filosofia pedagogica personalistica “i genitori sono investiti di un diritto-dovere primario dell' educazione dei figli. Il loro compito è concreto, inalienabile e insostituibile, anche se la loro funzione viene supportata da altri agenti”. 35 Gli ideali dell'uomo di pace (giustizia, amore, perdono, capacità di soffrire, senso dei diritti e dei doveri, tolleranza, comprensione, responsabilità, rispetto per la vita)36 si interiorizzano quindi inizialmente in ambito domestico. Affinchè la casa svolga al meglio il proprio ruolo, è necessario organizzare un'adeguata pedagogia familiare.Il bambino avverte molto prima dell' adulto il presagio di un conflitto, così come la continuità e la qualità dell' intesa. Sono perciò fondamentali il tono pacifico dell' intesa e l'affettività al fine di creare nel fanciullo i valori spirituali dell' uomo non violento. Il tedesco H. Stierlin, partendo dalle teorie della scuola di Palo Alto, individua tre miti domestici:

a) Mito dell' armonia: la famiglia tende a vedere passato e presente come rosei, anche se in realtà cerca, nascondendo il male reale alla sua base, di eliminarlo. b) Mito di scusa e di riparazione: la famiglia cerca di esorcizzare il male reale

attribuendo la colpa a fattori esterni ad essa oppure ad un capro espiatorio interno o esterno alla famiglia.

c) Mito di salvezza: la famiglia, anzichè risolvere le proprie problematiche da sé, cerca una bacchetta magica, un salvatore esterno.37

Climi familiari del genere però, caratterizzati dalla deresponsabilizzazione, non abituano mai il fanciullo a incontri nonviolenti. Per la creazione di un uomo non violento è fondamentale che il clima familiare sia intriso di amore. Se questo manca, il bambino, crescendo, sarà alla costante ricerca di rapporti, vissuti per lo più in modo narcisistico ed egoista, oppure non riuscirà ad amare e non tollererà il fatto di essere oggetto d'amore.Oltre all' amore però la famiglia non può trascurare l'educazione sessuale: aggressività e violenza aumentano se intervengono frustrazioni erotiche. L'istinto aggressivo è infatti direttamente collegato con quello erotico. Si può quindi affermare che un individuo adeguatamente formato, emotivamente e sessualmente, presenti caratteri nonviolenti.

Metodologie educative: Un metodo educativo autoritario crea individui in rivolta. I figli, infatti, con un'educazione del genere, non sono in grado di interiorizzare da sé i valori morali, poichè essi gli vengono imposti. Un'educazione del genere crea anche individui sempre dipendenti da un' autorità. Un metodo educativo permissivo invece, forma uomini disorientati, privi di una personalità precisa, restii ad assumersi impegni. Il libertarismo porta il giovane all' insoddisfazione. Un educazione del genere conduce quindi alla violenza.

35. Roveda P., op. Cit., pp. 133-134. 36. Idem, p. 135. 37. Idem, pp. 136-137.

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Infine, un metodo educativo incoerente crea il massimo grado di aggressività, se non manifesta, comunque potenziale e latente. Questo perchè il giovane, formatosi in seguito ad un' educazione del genere, è insicuro, poichè da bambino ha ricevuto giudizi etici contraddittori. Il metodo in grado di produrre il minor grado di aggressività è sicuramente quello autorevole. Questo propone infatti i valori in modo dialogico e responsabilizzante, secondo il grado di crescita del bambino. È infine fondamentale che la famiglia sia aperta al sociale. Se non è così, il bambino rischia di perdere la capacità di comunicare e la sua esistenza futura rischia di essere contrassegnata dal disinteresse, dall'asocialità e dall' egocentrismo. I rapporti che egli stabilirà non saranno connotati dalla ricerca e dalla pace, ma dall' indifferenza. Con questo non si vuole mettere in dubbio l'importanza del'intimità familiare, però una chiusura del genere porta la famiglia a vivere un amore incompleto. Infatti secondo Fromm, l'amore non riguarda solo la relazione con una o poche persone:

«Se io amassi veramente una persona, amerei il mondo, la vita. Se posso dire ad un altro:-Ti amo-, devo essere in grado di soggiungere:-Amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso-».38

3.8 Educazione nonviolenta nella scuola

Gli alunni spesso vedono la scuola come un obbligo ed una perdita di tempo. Gli insegnanti a volte accettano la professione educativa senza seguire dei precisi ideali, ma come un ripiego. Essi spesso, facendo ciò, vivono nella frustrazione, la quale può tradursi in aggressività, manifesta o latente, verso il proprio lavoro e la propria vita. Si tende però in questo modo a vivere, da entrambe le parti, il rapporto insegnante-alunno in maniera inadeguata. La scuola deve orientarsi, al giorno d'oggi, su scelte pedagogice innovatrici. La pedagogia scolastica non deve più interessarsi esclusivamente al rapporto maestro-alunno, ma all'insegnante in rapporto con l'intera classe. La scuola deve essere aperta, dialogante e luogo di socializzazione. Essa adempie al suo ruolo nonviolento se diventa luogo di scambio culturale e personale, di convivenza pacifica. Certamente la nonviolenza non può diventare una materia scolastica, ma deve essere comunque l'argomento, la sostanza di tutte le materie. Per quanto riguarda le materie è prima di tutto fondamentale l'educazione linguistica all'idioma nativo. “ll dominio della parola è una condizione essenziale d'autonomia e di libertà, mezzo di difesa dei propri diritti, strumento di intesa con gli altri, di comunicazione precisa e pacifica”.39 Per costruire una fratellanza universale è necesaria anche la conoscenza di idiomi stranieri e delle culture ed essi legate. La storia invece ci permette di conoscere il passato, di capire il perchè della violenza e delle guerre, al fine di evitare di ricadere negli stessi errori in futuro.Questo perchè “coloro che non sanno ricordare il passato sono destinati a ripeterlo”.40 La pace però, non va intesa come assenza di guerre. Questa pace costituisce un equilibrio precario, raggiunto con trattati ed armistizi e non è dettata da alti ideali nonviolenti. La vera

38. Roveda P., op. Cit., p. 144. 39. Idem, p.155. 40. Idem, p. 158.

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pace è quella ispirata da valori di giustizia e amore. Esempi di questa sono ad esempio l'abolizione della schiavitù, il riconoscimento dei diritti delle donne, dei bambini, degli anziani, dei diritti umani, civili e politici. Una proposta, al fine di studiare la storia in maniera nonviolenta, potrebe essere lo studio di una storia non più cronologica, ma tematica. Per un educazione nonviolenta è fondamentale anche l'educazione civica. Questa permette di pensare in termini di responsabilità e mondialità. È uno strumento il quale permette di conoscere l'assetto politico e civile del proprio paese e propone una risoluzione nonviolenta dei conflitti. L'insegnamento geografico invece, si integra con quello civico, perchè permette di conoscere l'assetto mondiale e soprattutto il rapporto che intercorre tra l'uomo e la natura. L'uomo ha costantemente trasformato il pianeta, tanto che attualmente non si può semplicemente studiare il territorio senza analizzarlo anche dal punto di vista sociopolitico. La geografia diventa così, in un certo senso antropologia culturale. Anche lo studio matematico e scientifico può diventare fonte di pace. Questo però se non ci si limita solo a studiare le nozioni, ma anche lo spirito di cui le ricerche sono impregnate. Lo spirito dei maggiori scienziati è infatti amore disiteressato per il vero, trascende l'odio ed il desiderio di avere. L'educazione artistica e musicale tocca invece la sensibilità ed il cuore. L'arte, come diceva Schopenhauer, implica un amore contemplativo e senza scopo. L'uomo prova quindi un amore disiteressato e questo è uno dei valori fondamentali dell'uomo di pace. Anche l'educazione fisica è un'attività nonviolenta. Essa insegna l'impegno, la costanza, lo sforzo, il rispetto per i propri compagni ed agevola l'inserimento sociale.

3.9 Perchè l' educazione oggi può avere un'influenza nel mondo?

Già in passato le grandi filosofie e religioni si sono appellate a sentimenti di fratellanza e di amore per instaurare la pace tra gli uomini, ma questi hanno continuato a lottare tra loro. Lo scopo fondamentale dell'educazione è la creazione di un uomo nuovo, mentre evitare i conflitti è compito della politica. La vittoria della guerra, infatti, non porta più, come in passato, benefici materiali. I popoli vinti diventano un peso per i vincitori, non più una risorsa da sfruttare. Questo perchè ormai il progresso scientifico e tecnologico consente all'uomo di non avere più limiti materiali. Tutte le nazioni formano ora un unico grande organismo, se si ammala una sua parte, le altre devono prendersene cura. L'interdipendenza creatasi tra i diversi popoli ha creato la loro unità. L'umanità è una nazione unica. In più, gli uomini sono diventati più ricchi, essi non soffrono più i disagi delle semplici e modeste forme di vita passate. “C'è stato un grande progresso sul piano esteriore, e non c'è stato nessun progresso sul piano interiore dell'umanità”.41 Secondo la Montessori, per sopperire a questo, è fondamentale orientare lo sviluppo dell'individualità umana secondo la concezione dell'uomo « re dell'universo ».

Il lavoro come istinto Per educare il bambino alla pace non è necessario costruire uno specifico programma educativo, secondo la Montessori. È il bambino a costruire la propria educazione.42 Bisogna fondare l' educazione sulle leggi della vita, creando « piani di educazione », al posto di programmi.

41. Montessori M., op. Cit., p. 59. 42. Idem, p. 119.

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Comunemente si pensa che il bambino sia felice quando gioca, in realtà lo è quando lavora. La Montessori è del parere che “la vita mantiene la vita”.43 Ogni essere, ogni animale e ogni pianta ha un preciso compito da svolgere nel mondo. Anche l' uomo ha uno scopo superiore da svolgere, e questo scopo non consiste nè nella conservazione della specie nè nel godimento materiale. Lo scopo è il lavoro, la creazione della Supernatura. Ed è qui che entra il gioco l'adulto come educatore: egli deve insegnare al bambino l' uso corretto degli oggetti. Il lavoro delle mani deve però sempre accompagnarsi a quello della mente. Nelle scuole, invece, questi due vengono divisi. “Il lavoro è l'istinto fondamentale dell' uomo”.44 E allora perchè l'uomo fatica dello svolgere il proprio lavoro? L'adulto, al contrario del bambino, vede nel lavoro un mezzo di sussistenza, una necessità, non la realizzazione del proprio spirito.

La natura e l'ambiente Secondo la Montessori ogni bambino attraversa, durante l'infanzia, dei periodi sensitivi. È durante questi periodi che si acquista un determinato carattere; se il carattere acquisito è imperfetto, esso resterà sempre imperfetto.45 Affinchè il fanciullo non consegua un carattere del genere è necessario creare un ambiente che gli consenta di muoversi liberamente ed esercitare liberamente le attività verso le quali l'istino lo sospinge. L'umanità è riuscita a trasformare la natura, a creare un supermondo. Ma “l'uomo non è progredito in proporzione all' ambiente esterno e per di più si sente sopraffatto dal supermondo nel quale vive”.46 È necessario che l'uomo diventi consapevole della propria grandezza e diventi il dominatore del mondo meccanico dal quale è oppresso. Questa consapevolezza può derivare dall'educazione. Ma coloro i quali vogliono la pace trascurano i bambini, al contrario di quelli che vogliono la guerra, i quali istigano gli uomini al conflitto e all'idolatria di false virtù, come il dovere, fin da giovani. È compito dell educazione orientare l'umanità verso obiettivi pacifici comuni, ma questo non è possibile se tutte le nazioni non si accordano in un'intesa per rendere ciò possibile. Solo quanto la scienza dell' educazione avrà raggiunto o superato lo sviluppo della scienza bellica la pace sarà in grado di trionfare.

[...] si potrebbe dire che l'educazione è rimasta al livello del lancio della freccia, rispetto all' attuale armamento bellico: come è possibile combattere a mezzo di frecce contro cannoni pontentissimi e bombardamenti aerei?47

Ma questa situazione non deve scoraggiare. Il futuro siamo noi, i giovani, e prendendo esempio da grandi personaggi come Gandhi, Aung San Suu Kyi, Martin Luther King, possiamo fare molto. Non è necessariamente obbligatorio rinunciare a tutto per la causa, come loro, ma ognuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa per un mondo migliore. Basta sostenere ad esempio le organizzazioni no profit come Amnesty International, una sola firma può fare la differenza, oppure cambiare semplicemente il modo di rapportarci con gli altri. Se c'é interesse e cooperazione tra le persone, il cambiamento del mondo è assicurato. Le generazioni future percepiranno quest'intesa e cresceranno interiorizzando gli ideali di amore e fratellanza trasmessi dai loro predecessori.

43. Montessori M., op. Cit., p. 144. 44. Idem, p. 133. 45. Idem p. 72. 46. Idem, p. 33. 47. Idem, . 38.

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Bibliografia dei testi citati

COZZO A., Conflittualità nonviolenta, Eterotopie Mimesis, Milano 2004, pp. 9-38, 43-50, 97-118, 187-212.

GANDHI M. K., La mia vita per la libertà, Newton & Compton, Roma 2011.

MONTESSORI M., Educazione e Pace, Garzanti , Milano 1970.

ROVEDA P., Per educare alla Pace, Vita e pensiero, Monza 1982, pp. 15-58, 99-104, 120-171.

TOLSTOJ L., Lettere agli zar, Laterza, Bari 1995.

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