"Incantati dalla rete" - C. Formenti, Appunti di Filosofia Della Comunicazione Di Massa. Università di Napoli Federico II
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alessis4 febbraio 2011

"Incantati dalla rete" - C. Formenti, Appunti di Filosofia Della Comunicazione Di Massa. Università di Napoli Federico II

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Appunti del testo incantati dalla rete per l'esame di filosofia della comunicazione
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Filosofia della comunicazione

Filosofia della comunicazione

"Incantati dalla rete" - C. Formenti - R.C. Editore (fino a pag. 123)

1)La direzione dello svulippo tecno-scientifico è influenzata dal mutamento sociale di una determinata fase storica.

2)Nella misura in cui gli attori del mutamento sociale proiettano desideri, speranze e utopie sull'immaginario della tecno-scienza, questa ne determina le aspettative.

CAPITOLO 1

Un regime di voyerismo universale?

Paul Virilio scrive una serie di saggi tracciando una sorta di filosofia politica della velocità.

Le catastrofi antropologiche di fine millennio sono causate dal progressivo appiattimento dell'esperienza umana sulla dimensione ottica dei fenomeni.

REALTA' VIRTUALE --> AMPLIFICAZIONE DELLO SPESSORE OTTICO delle apparenze del mondo reale

Questa affermazione da un lato attribuisce alle tecnologie multimediali la natura di strumenti x "duplicare" la realtà (con l'obbiettivo di indurci a scambiare "lo spessore ottico delle apparenze" x il mondo reale;

dall'altro denuncia l'instaurazione di un "regime della visualizzazione generalizzata" (voyerismo universale)

Regime che si incarna in INTERNET, il cui scopo sarebbe quello di offrire spessore materiale alla metafora della globalizzazione.

Il navigatore che cade nella trappola, lasciandosi incantare dall'orizzonte che lampeggia sullo schermo del pc, si traforma nella caricatura del PATHFINDER, il pioniere dell'utopia americana che "porta il suo corpo lì dove si è posato il suo sguardo". In qst caso l'orizzonte è falso e il corpo del navigatore non insegue lo sguardo ma si annienta in esso. Ci troviamo davanti alla METAFORIZZAZIONE DELLA FRONTIERA.

Dopo aver sperimentato un primo sfondamento di orizzonte attraverso le imprese dei cosmonauti, dopo aver esaurito le risorse geofisiche del pianeta, è subentrato lo spazio virtuale nel ruolo di finta frontiera, il cui obbiettivo sarebbe quello di condizionare la storia.

Nucleo politico della filosofia della velocità --> avvicinamento asintotico alla velocità della luce è la punta di diamante di un processo di globalizzazione che sancisce il trionfo del "modello americano".

La realtà virtuale è lo strumento di una strategia finale capace di dare all'America l'egemonia totale. Tale strategia viene attuata in tre mosse:

1) costruzione di un regno della delazione ottica che si starebbe instaurando "con la generalizzazione delle videocamere di sorveglianza"

2) sovversione della gerarchia fra parola e immagine nei media

3) sostituzione della democrazia lenta e moderata, localmente situata con una democrazia live e mediata, analoga all'audience.

Obbiettivo finale --> conquista dell'unico oggetto reale, il corpo umano.

La possibilità di manipolare il materiale genetico (reale) attraverso la sua immagine informatica proietta sul futuro l'ombra dei lager: le sperimenti riguardanti l'industrailizzazione del vivente sfoceranno nel delirio del superuomo, portando allo sterminio degli inferiori (Transumano).

Schermo delle mie brame

Virilio imputa all'immagine

1) di provocare un processo di tecnicizzazione della visione che trasforma il nostro rapporto con la realtà, elevando il tasso di artificialità dell'esperienza omologandola allo sguardo

2) di sovvertire il rapporto gerarchico tra testo scritto e immagine a favore della seconda.

Lo sguardo umano è diventato “tecnicamente assistito” molto prima dell’avvento del pc (es. leggere un libro). Ma la rivoluzione antropologica in atto fondamentalmente ha luogo sullo schermo.

Raphael Lellouche à scrive un saggio sullo schermo sostenendo che esso è una superficie d’iscrizione, in continuità con le precedenti, nella funzione di conservare nel tempo le traccie di detrminate informazioni e che hanno contribuito a esteriorizzare – oggettivandola – la memoria umana. Esso sarebbe anche stato progettato in maniera ergonomica, cioè facilitando il rapporto uomo-macchina.

Utilizza il termine VISUALIZZAZIONE à processo che consente alla tecnoscienza di portare in superficie del visibile dimensioni non visuali della realtà. (la “produzione di realtà” mediante immagini è un fenomeno nato ben prima dell’avvento della realtà virtuale).

Gli elementi di discontinuità con le interfaccie precedenti sono:

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->la rigidità (i messaggi trasmessi restano prigionieri dei rispettivi luoghi d’iscrizione);

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->non vi è l’effetto di profondità (con l’avvento del pc si può guardare qualcosa che non sta “dentro” al pc, ma che va oltre – essa è indipendente dalla propria locazione materiale)

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->mobilità delle informazioni (acquisiscono una condizione di ubiquità)

Chi guarda lo schermo, guarda “dentro” non “attraverso”. Esso è fluido, consente di accedere allo spazio della realtà virtuale, cioè a uno spazio che non è materiale, ma puramente informazionale.

Si inserisce la simulazione su schermo tra la realtà e il sogno (non-realtà che consente la strutturazione di un esperienza reale) à tele-azione (ha tutti gli elementi dell’esperienza reale meno la presenza fisica)

Lellouche ripropone i temi fondamentali di Virilio:

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->tecnologia digitale come strumento di un salto avanti nel processo di artificializzazione dell’esperienza;

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->ubiquità informazionale come presupposto alla globalizzaione;

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->definizione della realtà virtuale come simulacro (non- realtà)

Tuffarsi nello specchi

Lo schermo dischiude l’accesso ad una nuova dimensione. (analogia con lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie)

I critici avvertono però che se “i sogni si avverano” essi rubano il corpo al sognatore.

Eleonora Fiorani à la metafora dello specchio viene utilizzata x sostenere la tesi secondo cui la facoltà di “dare corpo” ai sogni a rendere pericolosa una dimensione che svuota di significato la “vera” realtà.

Nostalgia di rapporti “autentici” con la fisicità del territorio e dei corpi. Essa accusa i media di diseducare l’occhio. (lo sguardo è estraniante à le immagini sono svincolate dal significato e ridotte solo al simbolico)

Il viaggio diventa virtuale, è spazio temporale definito tra il momento della partenza e dell’arrivo, che si consuma nell’esperienza dell’anomia del non-luogo (M.Augè – voragini di senso che si aprono nel territorio artificializzato).

La realtà virtuale offrirebbe al “nomade elettronico” un nuovo spazio, ma, secondo la Fiorani, questo spazio sarebbe di natura immateriale che rischierebbe di indurre il navigatore a perdere presenza ripudiando il corpo (l’esperienza dello spazio perde spessore materiale, anche il tempo rischia lo stesso destino).

Le critiche alla realtà virtuale si fondano su due presupposti:

<!--[if !supportLists]-->1) <!--[endif]-->il trionfo del virtual coincide con un processo di “smaterializzazione”

<!--[if !supportLists]-->2) <!--[endif]-->reale e virtuale sono degli “opposti”

Verso una realtà più leggera

Pierre Lévy tenta di dimostrare :

<!--[if !supportLists]-->1) <!--[endif]-->che il virtuale non è l’opposto del reale

<!--[if !supportLists]-->2) <!--[endif]-->che la virtualizzazione non significa smaterializzazione

<!--[if !supportLists]-->3) <!--[endif]-->che non esiste nessun rischio di falsificazione e/o duplicazione della realtà da parte di un presunto progetto multimediale.

Sostiene che la produzione di immagini digitali non coincida con il processo di smaterializzazione della realtà. Egli, x spiegare ciò, si serve del seguente esempio:

quando si utilizza la digitalizzazione tramite scanner di una foto, questa si trova immagazzinata nell’hard disk sotto forma di byte. Se x “smaterializzazione” intendiamo ke la foto nn è più un immagine “solida”, allora possiamo dire ke essa si è effettivamente smaterializzata (ma ciò significa ignorare ke l’immagine digitalizzata occupa uno spazio reale e che essa non potrebbe esistere senza il supporto fisico).

Essa non occupa uno spazio materiale, ma virtuale.

Per Levìy il virtuale si oppone all’attuale, non al reale (attuale e reale sono due diversi modi di essere del reale).

Il virtuale è anche un modo di essere del reale superiore, più potente dell’attuale. La differenza tra reale e possibile (esso è come il reale, gli manca solo l’esistenza) è puramente logica. Mentre il virtuale è il nodo di tendenze e di forze che accompagna un’entità qualsiasi e che richiede un processo di trasformazione (attualizzazione)

DeLeuze à processo di attualizzazione significa risolvere un problema inventando una soluzione che non era già presupposta nella sua formulazione.

Levy utilizza questa definizione per individuare il processo contrario all’attualizzazione, quello di virtualizzazione à consiste nel passaggio dall’attuale al virtuale. Essa è un cambiamento di identità, non una derealizzazione. Un’elevamento a potenza del reale.

Baudrillard à interpreta la logica del simulacro elettronico come un trionfo della “copia sulla realtà e annuncia “l’implosione di senso” nei media.

Levy, invece, sostiene che il virtuale non è una “copia” del reale, né provoca alcuna perdita di senso (esso aggiunge qualcosa alla realtà).

Virtualizzazione di una impresa: consiste nel fare delle coordinate spaziotemporali del lavoro un problema continuamente riproposto, anziché definitivamente risolto.

Comunità virtuale: significa emancipare un gruppo di persone accomunate dagli stessi interessi e/o problemi dal vincolo della distanza geografica. Essa può formarsi e prosperare senza un luogo di riferimento stabile (reinventa una “cultura nomade”)

In entrabe le definizioni vi è il riferimento al nomadismo: sono entrambe entità deterritorializzate.

Esisto due filoni:

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->da un lato il virtuale come liberazione di energie creative (integrati)

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->dall’altro il virtuale come derealizzazione, espropiazione della fisicità del territorio e del corpo (apocalittici)

Il sublime tecnologico

La produzione letteraria ha manifestato una precoce consapevolezza del potenziale sovversivo dei media elettronici. Un esempio significativo è P. Dick (scrittore di fantascienza – autore di romanzi che negli anni ’60 abbozza i lineamenti di un pensiero della simulazione).

Gabriella Frasca à saggio su Dick in cui sostiene che per quest’autore l’opposto del vero non è mai “falso” ma l’apparenza del vero (la copia senza l’originale)

Baudrillard à concetto di assoluta “autonomia”del simulacro, concepito come “copia senza originale” su cui egli fonderà l’analisi della società tardocapitalistica come sistema di simulazione (come produzione di modelli di simulazione privi di referenza al reale).

Frasca sostiene che furono soprattutto i movimenti pacifisti e undergrond degli anni ’60, con la loro critica al sistema dei media (inteso come sistema fondato su logiche elaborate nel laboratorio tecnologico della II GM)

La denuncia della “guerra mediatizzata” è stata un cavallo di battaglia della controcultura americana degli anni ’60, soprattutto a partire dagli effetti della “fascistizzazione” dei media innescati dalla guerra in Vietnam. Uno dei romanzi di Dick (La svastica sul sole) metaforizza questa ossessione descrivendo una storia parallela in cui gli Usa hanno perso la guerra e sono divenuti una colonia del 3° Reich. La metafora nasconde una tesi ideologica: la II GM non è mai realmente finita, l’America ha vinto solo a patto di consegnare il potere nelle mani del sistema militare-industriale, il che ha finito x cancellare ogni differenza fra vincitori e vinti. Ecco perché i media americani sono pronti a sostenere la guerra in Vietnam ricorrendo a strategie di simil-propaganda nazista. Dick, nel romanzo, sostiene implicitamente la possibilità che l’America abbia ereditato dal Nazismo il disegno di dominare il mondo mantenuto in un perenne stato di guerra mediatica. Dick sostiene ancora nella possibilità di “svelare l’inganno”, mettendo a nudo la realtà che si trova dietro le illusioni mediatiche. Questa speranza, col tempo, si mostrerà priva di fondamento: la logica del simulacro si mostrerà tanto potente da contaminare la stessa cultura alternativa (ad esempio il rock). Il messaggio di protesta contro l’inautenticità del mondo viene affidato paradossalmente ad un’arte altrattanto inautentica. La lotta contro le illusioni appare condannata a generare altre illusioni.

Qst è l’ultimo Dick, che scrive sul tema della droga, in cui si affaccia il sospetto che dietro il simulacro non esista alcuna realtà.

Esistono due concetti fondamentali messi in crisi dall’avvento dell’immagine di sintesi:

- inconscio tecnologico à (perdita di pregnanza di un oggetto) Alcuni critici lo hanno applicato tutte le produzioni artistiche “tecnologicamente assistite”. Il termine è utilizzato x alludere al fatto che l’artista cede una parte della sua creatività al mezzo tecnico di cui si serve. L’idea dell’inconscio tecnologico implica la partecipazione dello sguardo alla produzione di immagini artistiche (presume ancora l’esistenza di un’intenzionalità umana che guida il mezzo tecnico). Qnd entra in scena l’immagine di sintesi le cose cambiano, essa nn si produce più a partire dallo sguardo umano. L’immagine digitale, essendo composta da espressioni numeriche, non ha più nulla a che fare con il concetto di visuale.

E. Fiorani sostiene che l’immagine di sintesi è una produzione di simboli attraverso simboli e ke la sua spazialità e la sua temporalità sono virtuali.

- immaginario tecnologico à normalmente esso è riferito alle pratiche basate sull’arte combinatoria delle immagini. Ma qnd entra la macchina in scena, ovvero qnd essa può creare indipendentemente dall’autore, l’idea di immaginario tecnologico viene mantenuta a patto di riformulandone completamente il significato (immaginario della tecnica).

Mario Costa à Queste nuove immagini si presentano come entità in sé e per sé compiute (nuovo tipo di reale, oggettivo nella sua essenza) facendo si che il discorso sull’immagine di sintesi si proietti automaticamente sulla dimensione del sublime, cioè nel contesto della relazione umana umana con la dismisura, l’eccellenza, l’illimitato. Costa mette in luce come l’evoluzione dell’idea di sublime sia caratterizzato da un progressivo spostamento di accento dalle parole alle cose. La filosofia premoderna associava al sublime la letteratura, il pensiero premoderno riconosce l’essenza prima del sublime nel suo essere nelle cose e nella sua assoluta indicibilità.Il sentimento moderno del sublime nasce da cose e situazioni reali che costituiscano un virtuale pericolo per il soggetto. L’attenzione si sposta dalla grandezza “soggettiva” a quella “ogettiva”.

Costa ricorda che il primo a teorizzare ciò fu Burke: gli esseri umani provano piacere di fronte allo smisurato solo nella misura in cui si manifesti in condizioni tali da non costruire una minaccia diretta e immediata. Vi è l’ipotesi che il diletto di cui parla sia in realtà una premonizione della “fine” della natura, il declino di essa rispetto alla tecnica. Se si guarda la questione dal punto di vista di Kant, ovvero si ritiene che il piacere di fronte alla grandezza naturale non nasce dal sapersi al sicuro dalla minaccia, ma dal “riconoscimento della superiorità dell’uomo nei confronti della natura in quanto essere pensante”. Il nuovo concetto di sublime è quindi non più legato ad eventi o oggetti naturali, ma scaturisce da una situazione creata dalla tecnologia.

Costra attribuisce all’arte il compito di renderci consapevoli di un processo tecnologico che, mentre dissolve il soggetto individuale, crea i presupposti x la nascita di un iper-soggetto planetario.

Theilhard de Chardin à Costa crede, come questo filosofo, nell’ineluttibilità di una unificazione della coscienza umana.

X de Chardin la marginalizzazione del soggetto è il presupposto dell’unificazione delle coscienze individuali nella trascendenza della noosfera à nucleo d’una coscienza collettiva della specie ulteriormente destinata ad unificarsi a Dio.

CAPITOLO 2

Theilhard de Chardin: il Dio dell’Evoluzione

A de Chardin (filosofia evoluzionista) spetterebbe il titolo di patrono della rete perché elaborando il concetto di noosfera ha formulato ante litteram l’idea di un “cervello planetario”. La sua è una filosofia evoluzionista mistica ovvero si sforza di annettere le verità scientifiche alle verità di fede.

Per qst filosofo che considera insensata l’idea secondo la quale la vita e la coscienza sarebbero nate x caso sulla Terra, vale la metafora di un universo che, attraverso l’uomo, “estroflette un occhio x guardarsi”.

X lui se è vero che la vita è una proprietà immanente alla materia, ne discende che essa deve essere diffusa in tutto l’universo. Credere che sia un’esclusiva della Terra gli appare insensato.

Egli è consapevole che la sua tesi è insidiata dall’esistenza di un principio di disordine che lo costringerebbe ad accettare una cosmologia dualistica: una sola realtà può gareggiare di fronte alla Vita, ovvero l’ENTROPIA. Tra Vita (pensiero) ed entropia (materia), si combatte il duello finale x il dominio dell’Universo. Vincerebbe, secondo de Chardin, la realtà della Vita è più primitiva e durevole di quella dell’Entropia.

Il nuovo Cristianesimo sarebbe la credenza nell’unificazione del Mondo in Dio mediante l’Incarnazione: il Cristo, per regnare sulla terra deve superare il mondo perdendo la propria umanità. Egli, inoltre, sostiene che il Cristo sia già adorato come Dio del Progresso e dell’Evoluzione.

ULTRAFISICA à la salvezza non riguarda i singoli esseri umani, ma l’intera umanità. Questa realtà deve coincidere con la realtà fisica potente in cui tutti i pensieri individuali sono immersi e si influenzano reciprocamente fino a formare un unico Spirito della Terra (noosfera). La scienza e la tecnica consentono alla massa “pesante” dell’umanità di accelerare paurosamente la propria crescita, donando alla noosfera un “sistema circolatorio” – le grandi vie di comunicazione percorse da mezzi di trasporto sempre più rapidi – e “innevandola” con le reti di comunicazione dei media. Questa accelerazione sottrae qualsiasi significato alla distinzione fra evoluzione naturale ed artificiale.

La sfera dell’artificiale rappresenta un’arma contro l’Entropia. L’uomo moderno è alienato, nella misura in cui appare subordinato alla propria opera. La macchina industriale è un mezzo fondamentale per unificare ulteriormente la Vita planetaria, costringendola a spostarsi ad un livello più elevato di consapevolezza (la salvezza sta nella dimensione del pericolo).

Vi è una similitudine tra il comunismo e il pensiero di de Chardin: entrambi lanciano un messaggio all’Umanità, ovvero che le macchine che oggi ci opprimono, serviranno un giorno a liberarci dalla sofferenza del lavoro. Entrambe le teorie (comunismo e noosfera) posso essere interpretate entrambe come due manifestazioni d’una medesima Fede nel futuro. De Theilhard invita espliciamente l’umanità ad amare la sofferenza presente, nella misura in cui essa contiene i germi della salvezza futura. Rassegnarci alla morte significherebbe abdicare all’imperativo dell’azione, al dovere di accelerazione la spiritualizzazione della materia: azione riflessiva e sparizione totale sono cosmicamente incomaptibili. L’immortalità è un dovere morale. Egli però non ammette nessun ostacolo morale che possa frenare la corsa verso la salvezza e l’immortalità.

Noosfera à è una tappa intermedia che, consentendo di sperimentare una sorta di “comunicazione artificiale” attraverso i mezzi di comunicazione, ci aiuta a divenire consapevoli che le nostre menti non sono entità separate ma neuroni strettamente interconnessi gli uni agli altri, cellule nervose del “cervello in costruzione” della Terra.

Analogia tra de Chardin e De Kerkhove in materia di filosofia dei media. De Kerhove à il suo discorso su internet ripercorre quasi puntualmente le tappe del discorso di de Chardin sulla noosfera.

Egli teorizza che l’emergere di una sfera mentale planetaria che trascende la capacità di comprensione dei singoli genera angoscia. La nostra intelligenza tecnologica collettiva supererà le intelligenze individuali e organiche x velocità e integrazione. Internet, inoltre incarna il significato di “cervello planetario” più concretamente della Noosfera. Il filosofo inoltre ci invita a vedere nei nuovi media – o psicotecnologie – l’opportunità di costruirci un’identità allargata.

Pierre Lèvy: l’Angelo dell’intelligenza collettiva

I concetti di noosfera e di general intellect di Marx (cioè il sapere astratto, la scienza, la conoscenza impersonale) assimilano il pensiero dei rispettivi autori a una comune “religione del futuro”.

La gnosi di Marx differisce da quella di de Chardin à sostituisce l’uomo a Dio: nel futuro non incontreremo Dio ma noi stessi; il secodo sposta l’attenzione dal Dio che ci ha creati in un passato mitico (genesi) al Dio che ci attira a sé verso il futuro (teogenesi).

Pierre Lévy ha tentato di adattare il concetto di general intellect alle condizioni del capitalismo virtuale elaborando il concetto di coscienza collettiva. Levy vede come precursori del proprio pensiero alcuni teofisi persiani vissuti tra il X e il XII sec (al-Farabi e Ibn Sina): da una concezione teologica che immagina Dio come “pensiero che pensa a se stesso” e come “pura intelligenza creatrice” essi deducono la presenza di un intelletto comune che agisce da “entità di collegamento” tra Dio e gli uomini. Si tratta di un’intelligenza separata, comune a tutto il genere umano, che essi definisco anche intelletto agente (rende effettive le intelligenze umane, emanando verso di esse tutte le idee che esse percepiscono).

X Levy l’attualità di qst skema consiste neò attribuire un ruolo centrale all’immaginazione (potenza fondamentale del processo generativo messo in modo dall’intelletto umano).

Virtuale inteso come realtà capace di incarnare i mondi intellettivi.

Secondo Al-Farabi:

mondo à discende da Dio (x la sua sovrabbondanza di intelligenza)

da qst sovrabbondanza nasce un corteo di sfere celesti, le quali vengono messe in moto da angeli o “anime motrici” (esse sono caratterizzate da un’immaginazione pura che permette loro di rappresentarsi e desiderare quell’intelligenza che le ha create). A mano a mano che ci si allontana dal divino, la sua influenza diminuisce, finchè non si arriva alla decima intelligenza ovvero l’Angelo (Angelo della Rivelazione à colui con il quale gli uomini hanno durettamente a che fare). Esso coincide con l’intelletto agente comune all’intera umanità, da esso emanano tutte le anime umane, la cui immaginazione muove i corpi materiali.

L’intelletto agente è una sorta di “conscio collettivo”.

Levy quindi rovescia lo schema, trasformando il mondo angelico in regione dei mondi virtuali attraverso i quali gli esseri umani si costituiscono in intellettuali collettivi. L’intelletto agente è il mezzo di comunicazione, negoziazione, navigazione dei membri dell’intelletto collettivo (dispositivo tecnolgico, semiotico e socio-organizzativo).

X esorcizzare il male, basterebbe essere consapevoli che la “luce” dei mondi virtuali (assolve il ruolo di intelletto agente) proviene dal basso, ke l’intelletto agente deve affondare le sue radici nel corpo della comunità concreta.

Dalla moltitudine emerge il mondo virtuale ke esprime l’intelligenza collettiva, esso illumina gli individui ke hanno contribuito alla sua nascita arrikkendoli e aprendogli nuove possibilità.

Comunione virtuale à il proprio corpo angelico nel mondo virtuale esprime il proprio contributo all’intelligenza collettiva. (ad oggi, questo consiste nello scambio di informazioni fra soggetti che esplorano il cyberspazio attraverso i propri doppi virtuali [avatar]). Si passa quindi

all’alleggerimento dei rapporti sociali attraverso questa comunione, più politicamente corretta, ovvero grazie al virtuale non vi è più discriminazione sociale (utopia del comunismo delle intelligenze).

Levy considera anche i mezzi di comunicazione dei mezzi di appropriazione capitalistica dell’intelligenza collettiva, ma nutre fiducia nel fatto ke basti evitare ogni “idolatria del collettivo” x impedire qst. La rete costituisce di x sé un potente vaccino contro qst tentazione, in qnt funziona alimentando la spinta al pluralismo e alla differenziazione individuale.

Nomadismo intellettuale à un individuo si connette a differenti mondi virtuali, qnd ha diverse occasioni x diversificare i propri desideri e saperi, arrikkendo le varie comunità pensanti. In ogni mondo virtuale, utilizza un corpo angelico diverso.

Philip Dick: il mito di Valis

Dick ha una conversione “gnostica” nel corso degli anni ’70 provocata dall’amicizia col vescovo Pike: inizia così a scrivere Valis ed Egesi.

Dick costruisce il suo credo mescolando la gnosi con altri materiali mitici (tradizione taoista, Kabbalah ebraica, ermetismo, misticismo neoplatonico).

La gnosi di Dick si fonda su 4 principi:

1) anche il male svolge un ruolo positivo nel piano divino della salvezza;

2) anche il male verrà salvato non appena il piano del bene si compirà (apocastasi);

3) gli esseri umani hanno un ruolo decisivo ai fini della salvezza cosmica, in quanto il disegno divino potrà compiersi solo se e qnd essi ricorderanno la loro vera essenza;

4) l’uomo si trova sulla terra non x qualche “pekkato originale”, ma xkè ha accettato qst esilio x arrestare la caduta e salvare qst terra.

In qst visione la tecnica appare strettamente associata al male. Vi è in Dick una vera e propria rivisitazione del significato di tecnica. Nei primi romanzi à tecnica come epifania del male che inganna gli uomini attraverso la creazione di una realtà puramente illusoria.

Cyborg à o androide, non si intende il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano, ma una “cosa” prodotta x ingannarci in modo crudele, spacciandosi x una nostra simile.

A seguito di una visione avuta (una maschera di metallo in cielo, sinonimo di un’epifania di un Dio della guerra) scrive un saggio in cui definisce la malvagità del cyborg e il suo tentativo di sopraffarci. Successivamente mette in discussione la contrapposizione tra artificiale e naturale. X capire la vera natura – umana o androide – di colui ke c troviamo davanti, occorre andare oltre la superficie, non fermarsi alla maschera, penetrare in profondità. Il termine “essere umano” sarà utilizzato solo x definire “un modo di essere nel mondo”, quindi non possiamo escludere ke tale termine possa anche essere applicato al cyborg. Quindi se l’alienazione produce perdita di empatia nell’uomo e una macchina può comportarsi in modo umano allora il male non coincide più con l’artificiale, con la tecnica in quanto tale.

Il male, a qst punto, nn sarà più il meccanicoma il macchinico (inteso come depravazione emotiva e reificazione) e visto ke esso non è riconoscibile è ancora più insidioso a tal punto ke Dick sospetta di una macchinazione (della realtà dell’universo stesso) ai nostri danni. Qst dubbio, dopo la conversione gnostica, si riveste dei panni mitici del cattivo Demiurgo, il Dio minore che ha creato il mondo malvagio e illusorio in cui siamo condannati a vivere senza poter contemplare la luce della vera Divinità. Ma data la credenza di Dick nell’apocastasi, è possibile che tale divinità nn eserciti su di noi un controllo completo ma che, involontariamente, collabori col piano salvifico della vera Divinità. Combattere il male è un nostro dovere, cmq. Gli uomini devono ignorare le regole del gioco perché solo così possono svolgere il proprio compito nella partita fra bene e male. Qst velo che ci nasconde le regole del gioco cosmico è una sorta di distorsione della prospettiva temporale: noi siamo dei “semi-vivi” ovvero condannati a rivivere le nostre vite precendeti in un mondo simulato finchè nn riusciremo ad evocare un intervento divino ke riuscirà a risvegliarci x farci tornare alla nostra vera dimora.

La nostra vita non sarebbe altro che un sogno che si svolge in un mondo frutto di un sogno di Dio. Nostro compito è anche quello di svegliare il Sognatore, ma in realtà tutti noi siamo parte del Sognatore.

Dick immagina il Dio-universo come un Computer, e gli esseri umani come bobine di memoria, in cui il ruolo della tecnica è portato a compimento. Alla tecnica, in qst fase, viene affidato il compito di rappresentare il bene assoluto all’immagine di un Dio Macchina.

L’intelligenza artificiale è alle porte e Valis (titolo della trilogia narrativa che conclude l’opera letteraria di Dick) è un’acronimo che sta x Vast Active Living Intelligence Systemà esso è un sistema “attivo e intelligente” ke ci incorpora coe proprie cellule nervose, ma è anche il vertice evolutivo della tecnosfera che noi stessi abbiamo creato. Dick si rifà al concetto di Noosfera, ma sostiene ke da quando l’uomo ha inventato le onde radio, qst si sia liberata dai vincoli e ha acquistato una vita propria. L’informazione è diventata viva, dotata di una sua mente collettiva indipendente dai nostri cervelli (sistema titanico di intelligenza artificiale).

Tecnognostici: guerra all’entropia

Culture tecnognostiche à ala tecnofila della New Age (arcipelago di subculture americane)

In tali filosofie il dualismo etico e cosmologico ricompare in forma pura. Essi affermano di ispirarsi al monismo scientifico (il principio di fondo della scienza moderna dovrebbe essere l’informazione).

Steve Mizeach à infomistica (speculazioni filosofiche e definisce “fisica dell’informazione” la loro cornice teorico-scientifica). Esse prendono spunto da:

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->teorie dell’informazione di C. Shannon e N. Weiner (concetto di informazione come neghentropia – misura d’ordine di un sistema)

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->teorie dei sistemi aperti (Prigogine)

Quindi: il concetto di informazione può sostituire quello di materia ed energia; un sistema altamente complesso e organizzato può accrescere indefinitamente il proprio contenuto di informazione, in modo da sfuggire agli effetti dell’entropia.

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->cosmologie ke concepiscono l’universo come un sistema costituito da differenti dispositivi di elaborazione dell’informazione à infoverso

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->definizione della coscienza come caratteristica ke emergerebbe automatikamente in sistemi ke raggiungono adeguati livelli di complessità (def. mutata dai teorici della versione forte della A.I.

Conclusione è ke l’infoverso, nn appena avrà accumulato una quantità critica di informazioni, potrà divenire autoconsapevole ed escogitare un modo x evitare il destino della morte entropika.

Applicazione dei modelli biologici all’evoluzione dell’universo.

Frank Tipler à tutta la vita cosciente presente nell’universo è destinata a convergere in un punto Omega, dando origine ad una Supermente ke assumerà il controllo del cosmo e lo salverà dalla morte termica.

Tutto ciò ke sospinge l’universo verso l’unificazione e l’interconnessione fra tutti i suoi elementi è bene, tutto ciò ke genera disordine, opacità, entropia è male. Ricompare il dualismo.

I tecnognostici affrontano il problema dell’opposizione fra mente e corpo ricorrendo alla tesi “forte” dell’A.I. ovvero sostenendo che la mente non sarebbe nient’altro che una specie di software che “gira” nell’hardware del cervello.

A partire da questa metafora alcuni gruppi che si richiamano ai principi del transumanesimo e tentano di trasformare la possibilità scientifica di spiegare l’emergenza della mente dal corpo, in imperativo morale di liberare la mente dalla “prigione” del corpo. La speranza è insomma di liberare la nostra “infoanima” dalle catene della materia, e coincide con la speranza ke, prima o poi, si riveli possibile realizzare il progetto di downloading della mente elaborato da H. Moravec à consiste nella possibilità teorica di “copiare” e “scaricare” la mente individuale nella memoria d’un pc.

Secondo M. Dery i vantaggi di qst “reincarnazione elettronica” sarebbero:

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->possibilità di spostare la mente da un pc ad un altro

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->possibilità di viaggiare sugli stessi canali su cui viaggia l’informazione

<!--[if !supportLists]-->- <!--[endif]-->sarebbe immortale

Gli extropiani vogliono combattere le ideologie che ostacolano la libertà della ricerca scientifica e tecnologica. Hanno una fede cieca nel progresso, rivendicando ogni possibile mezzo tecnico x estendere le loro capacità fisiche e mentali e accrescere il controllo sulla natura: sono disposti a diventare dei cyborg e a sottoporsi a qualsiasi ibridazione tra uomo e makkina. Questo “programma politico” si integra con la tesi del liberismo economico, identificato nel mercato un potente alleato nella battaglia x tacitare le profezie di sventura dei tecnofobi.

M. Dery definisce la libertà, quella di modificare e traformare il proprio corpo e la propria mente cn mezzi chirurgici, chimici, genetici, elettronici, ecc. Un “futurismo libertario” ke considera la società come un “sistema dinamico di ego in continua evoluzione” e ke affida al governo politico il compito di fornire il contesto necessario a “sostenere un progresso personale a lunga scadenza” e di

“fornire energia, spazio e contesto adatto a esprimere la diversità implicita in un’autotrasformazione individuale.

Essi professano un ideale puramente individuale di libertà, ma non ignorano la problematica del collettivo: preferiscono affrontarla nella prospettiva “teologica” dell’unificazione delle coscienze individuali in una Mente che le trascende.

A. Chislenko à immagina una futura società libertaria, dove l’idea di libertà subirà profonde modifiche. Fino ad adesso gli esseri umani, x scambiarsi informazioni, sono stati costretti ad avere contatti diretti o a servirsi di mezzi di comunicazione lenti e inefficienti. Ma presto nasceranno robot “intelligenti” ke potranno potranno condividere le informazioni in tempo reale anche a grandi distanze; l’uomo sarà a propria volta costretto a trasformarsi in cyborg, ibridandosi con tecnologie capaci d estendere il suo potenziale fisico, mentale e comunicativo. Le differenze fra uomini e makkine si assottiglieranno a tal punto ke il mondo sarà popolato da infomorfi. Si tratterà di una ecologia della mente fondata sulla simbiosi tra intelligenze artificiali e postumane ma ke può fondarsi su principi libertari, grazie a un’economia superliquida e a indedite forme di cyberanarchica politica (totalitarismo informatico). Ma il filosofo sostiene che la formazione di una mente globale adotterà una struttura modulare, sarà cioè composta da “individui” relativamente indipendenti e dotati di “personalità” e “interessi” diversi. La comunità nn sarà più composta di sé isolati, ma sarà la questione della “libertà individuale” si presenta come il problema dello stabilire quali informazioni vadano condivise da tutto il sistema e quali possano essere considerate “private”. Il filosofo inoltre profetizza una evoluzione di tale società in un fondersi delle intelligenze informorfe in un’unica entità superintelligente ke finirebbe x permeare di sé l’intero universo.

Tecnopagani: lo spettro nella macchina

Esiste anke un modo neopagano di adorare la tecnica.

A. Clarke à a mano a mano ke le nuove tecnologie diventano + potenti e complesse diventa quasi impossibile distinguerle dalla magia.

Dery sostiene ke la maggior parte dei tecnopagani siano addetti ai lavori xkè essi si sentono km antiki sciamani e ke il loro lavoro si basi sull’intuito.

La cultura tecnopagana è anche un travestimento religioso, dietro il quale si nasconde una rivolta culturale e ideologica contro il “monoteismo” della scienza. A causa della skiacciante complessità della tecnoscienza nn solo la gente comune ma anke gli strati alti della società si trovano nella condizione di dover usare determinate cose senza sapere il xkè funzionano; devono accettare la verità della tecnoscienza come un tempo si accettava la verità religiosa.

Ad alimentare qst forme di Neoanimismo non è solo il delirio tecnologico di onnipotenza, ma anche il sentimento opposto, vale a dire il senso di impotenza ke gli informatici provano a causa della difficoltà di prevedere e governare i comportamenti dei Pc. Vi è un’ “antropomorfizzazione” del software.

Count Zero à di William Gibson è diventato la Bibbia dei tecnopagani. Cyberspazio à “brodo primordiale” capace di generare nuove forme di vita, creature dotate di bizzarri poteri (simili alle divinità voodoo).

Gibson mette al centro del suo Phanteon Virtuale Legba (equivalente del dio greco Hermes): egli recita la parte dello “spettro della makkina”. Vi è, in qst romanzo un matrimonio letterario tra voodoo e nuove tecnologie.

CAPITOLO 3

Il fantasma di Cartesio

I Cyborg sono un luogo comune della cutura post-moderna, tanto ke sembrano un fenomeno in esaurimento x 2 motivi:

- sono da tempo parte integrante della fantascienza

- il loro ingresso nella vita quotidiana ha contribuito a renderli meno inquietanti

G. Bateson à idea del soggetto come unità sistemica di corpo e mente, un sistema ke appare “aperto” all’ambiente. Qst punto di vista vorrebbe “ribaltare” il rapporto strumentale con gli oggetti al fine di educare il soggetto a concepire tale relazione in termini di ricettività e espansione dell’unità mente-corpo nei confronti dell’ambiente. Tutto ciò ke è fuori è strumento.

Longoà il primo e più importante strumento tecnologico è il corpo in quanto esterno alla mente viene considerato strumento.

La speranza di abbandonare qst corpo ke ci costringe a morire è portata avanti dai teorici dell’Intelligenza Artificiale che, riesumando lo spettro di Cartesio, spacciano x scienza una visione postmoderna della metafisica meccanicistica e dualistica del filosofo ke divide la realtà in menti immateriali da una parte e un mondo inerte e materiale dall’altra (cervello come una makkina di carne).

Dietro qst materialismo si nasconde l’intenzione di resuscitare l’anima (software biologico) à l’intelligenza umana sarebbe interamente traducibile in algoritmi, tanto da produrne una forma “immateriale” separata dal corpo.

Searle à la conoscenza è un fenomeno biologico naturale

Afferma ke il cervello “causa” gli stati di coscienza aggiungendo ke i processi celebrali (la causa) e gli stati coscienti (l’effetto) non sono due cose separate. (coscienza come caratteristica emergente del cervello)

Il cervello è una macchina biologica

Questa makkina causa stati di coscienza

In linea di principio è possibile costruire (una volta acquisite le conoscenze necessarie) una macchina artificiale in grado di causare stati di coscienza.

Dery cita gli argomenti con cui il fisico Harth e il neurologo Restak demoliscono le teorie di Hans Moravec à possibilità di scaricare il contenuto di una mente umana nella memoria di un pc

Harth à le info non potrebbero essere trasferite in qnt vincolate al cervello in cui sono “cresciute”

Restak à neurotrasmettitori e ormoni di regolazione nn sono limitati al cervello ma sparsi ovunque; sostiene ke qst ubiquità dimostra cm la mente-cervelo sia un’entità “olistica” coestesa al corpo.

Longo à utilizza le loro argomentazioni x criticare la teoria funzionalistica dell’A.I. (tutta l’attività mentale dell’uomo sarebbe di tipo algoritmico e quindi riproducibile con una makkina discreta)

Critica: il postulato della separabilità fra mente e corpo è quasi universalmente rifiutato dalla comunità scientifica.

Ma Longo nn esclude la possibilità di costruire un robot “cognitivo e cosciente”, a condizione ke gli si fornisca un corpo.

Fottere (con) gli dei

Stelarc à si è messo nella prospettiva di “regalare un corpo alla macchina”

Viene considerato dai critici il max esponente teorico dell’estetica “postumana” e Dery lo considera un filosofo trasnhuman.

Stelarc sostiene ke “il corpo è obsoleto” à disprezzo x il corpo con il quale conviviamo in un mondo artificiale che ci costringe ogni istante a vedere quanto sia un “fossile biologico”

Egli ha ingaggiato una lotta con il suo corpo, torturandolo in ogni modo x imporgli una specie di evoluzione accelerata.

“l’evoluzione finisce quando la tecnologia invade il corpo”à qnd essa fornisce ad ogni individuo la possibilità di progredire individualmente nel proprio sviluppo.

Il motore della sua “mistica evoluzionistica” è il desiderio individuale di sfuggire al destino biologico.

Le sue performance sembrano animati dal desiderio di liberare il corpo dai vincoli ke ne limitano la capacità di godimento (erotismo trasuda da tutti i suoi commerci con le makkine).

Le performance di Stelarc sn esperienze di perdita dei confini del soggetto, ke entra in uno stato di fusione erotica col “fuori” tecnologico.

Bulimia à comportamento ke sembra guidato dal desiderio di mangiare, divorare, letteralmente “incorporare” le protesi tecnologiche, allo scopo di trasformarle in “organi supplementare” capaci di trasmettere indedite sensazioni di piacere.

Francalaci à qst performances sn vere e proprie cerimonie religiose (le makkine che cercano il loro profeta, il loro angelo)

La maskera più adatta da imporre al volto dell’angelo sarebbe quella di terminator (cyborg venuto dal futuro)

Donare un corpo alla makkina è un offerta sacrificale ke attiva un meccanismo di scambio simbolico: la makkina riceve un corpo dall’uomo, ma ricambia donando all’uomo i propri sensi artificiali. Dietro qst scambio simbolico aleggia l’ombra di Prometeo (il titano che facendo un sacificio sacrificò agli dei il fumo delle ossa di animali bruciate e diede la carne agli uomini). Dietro

la maschera del Cyborg si nasconde Prometeo ovvero un nuovo inganno umano ai danni degli dei incarnati dalla Tecnica.

È vero ke l’uomo si trova oggi immerso in una Noosfera ke sfugge alla dua comprensione e al suo controllo, ma non è detto che adorarla sia l’unica alternativa: la si può anche rappresentare come un insieme di mondi governati da altrettanti dei, e si può cercare di “fotterli”, di indurli con l’inganno a servire i nostri desideri.

Mario Perniola à suggerisce, a partire dal concetto di sex appeal dell’inorganico elaborato da Benjamin (impone di assumere in senso letterale i termini fottere gli dei e pervertire le finalità della tecnica.

x Perniola l’unica metamorfosi all’altezza dei tempi è il divenire cosa: una trasformazione che impone di abolire la distanza che separa l’uomo dalla cosa, accettando di fondersi, di fare all’amore con le cose (vero e proprio rapporto sessuale con le cose).

Feticcio à ha xso ogni connotazione semiotica o simbolica, è una cosa senziente (sente senza essere vivo)

Feticismo à segna il trionfo dell’artificiale ke si offre in se stessa

Il godimento di cui parla Perniola consiste nel traferimento del sentire umano alle cose.

Contro la comunicazione

Il saggio è suddiviso in due parti, che constano ciascuna di 15 brevi paragrafi: una prima sulla comunicazione; una seconda sull’estetica. Ambedue iniziano con tre “storiette esemplari”. Le storiette sulla comunicazione si riferiscono a tre ambiti diversi: a) al contesto del sapere e della conoscenza; b) al contesto dell’azione politica; c) al contesto dell’arte e della cultura. Tutte e tre dimostrano “come sia possibile introdurre nelle attività tradizionali della scienza, della politica e dell’arte una deviazione aberrante che consente di rivolgersi che consente di rivolgersi direttamente al pubblico saltando e ridicolizzando le mediazioni autorevoli del metodo scientifico, del giornalismo, della critica”. Non ha importanza che si tratti di aria fritta, o di affermazioni gratuite e successivamente smentite, o di improvvisazione priva di dignità critica: ciò che conta è porsi e rimanere alla ribalta., sfruttando la dimensione altra della “comunicazione massmediatica”, la quale, al di là della parvenza democratica (il suo rivolgersi direttamente al pubblico), si pone come “la configurazione compiuta dell’oscurantismo populista”. Perché?

1) la comunicazione “si sottrae a ogni determinazione”, è un contesto che annulla le opposizioni, è indeterminata, totalitaria e globalizzante”; è espositiva, di tutte le variabili del messaggio, al punto di abolire il messaggio stesso.

2) Nonostante l’aspetto conciliativo, tuttavia essa è tutt’altro che aliena dalla violenza, implicando l’adozione di atteggiamenti violenti, che appartengono alla subcultura della performance. I black bloc, per es., “cioè l’ala violenta del movimento no-global costituiscono nello stesso tempo lo sviluppo della violenza sportiva e la piena manifestazione del suo carattere comunicativo”, che “ha come scopo principale quello di inserire i contestatori nel palcoscenico dell’informazione mondiale. Così, il risultato è “l’abolizione di ogni distinzione: questo tipo di violenza può scatenarsi contro qualsiasi cosa”. Nel quadro dell’ossessione della visibilità non c’è dunque molta differenza tra i black bloc e i nuovi politici: anche i black bloc, infatti, “si rivolgono direttamente al pubblico saltando le mediazioni della teoria” (nel loro caso, quella rivoluzionaria), così come “il capo di partito che si smentisce continuamente è estraneo alla politica tradizionale”.

3) “La comunicazione è la difesa della old economy che si sente minacciata sul proprio stesso terreno, quello dell’effettualità economica e del potere”, dall’assalto della new economy. “Mentre la new economy è connessionista, reticolare e progettuale, la comunicazione è vitalistica, istantanea e subitanea. Mentre la prima è rete, transito, connessione, la seconda è come lo tsunami: “vuol immergere tutto nell’immediato : essa è come la cresta di un’onda che pretende di trascinarsi dietro l’intero mare e di sommergere nell’indistinzione tutto ciò che le si para davanti”. Per “sbarrare la strada ai fautori della società cognitiva”, il potere si appoggia all’universo della comunicazione, rifiutando “ogni discorso sulle grandezze e sui valori” e prospettando “un mondo senza giudizi e senza prove legittime, nel quale i forti, dotati di poteri non specificati (e spesso non specificabili perché illegali), hanno subito la meglio sugli altri”. Per questo, corollario inevitabile è la demolizione del “patrimonio del sapere legittimo” e delle “fonti della legittimazione (distruzione della scuola, dell’università e della ricerca)”, del “patrimonio del costituzionalismo politico (distruzione della separazione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario)”, nonché del “patrimonio artistico-culturale 8distruzione della preminenza degli intellettuali e degli artisti)”. Ed è così che il “civilissimo” Occidente “diventa attraverso la comunicazione il luogo per eccellenza dell’oscurantismo, del dispotismo e della barbarie”. Il dispotismo comunicativo nasce, dunque, contro la società cognitiva, che, soprattutto a partire dagli anni Novanta, si avvale dello sviluppo tecnologico, computer, internet, e-mailing, globalizzazione dell’informazione, aprendo “al potere intellettuale straordinarie possibilità di crescita, di studio, di conoscenza”, e facendo acquistare alla competenza “un valore economico autonomo sempre maggiore”. Ma qui risiede appunto la

contraddizione e la debolezza dei vecchi poteri riciclati, che comunque non possono fare a meno di quei mediatori di competenze contro cui pure scagliano l’assalto vitalistico del populismo comunicativo. 4) La comunicazione è dunque violenta e aggressiva, ma, avverte P., “non bisogna confondere l’aggressività con l’esperienza e la conoscenza dell’opposto”, che non è della comunicazione. E cita, tra gli altri, Derida, per il quale i presupposti filosofici su cui si fonda la comunicazione sono la metafisica logocentrica, cioè il “pensiero dell’essere come presenza”, e “l’affermazione del primato della vita, dell’immediatezza, della storia intesa come svolgimento lineare e la considerazione della scrittura come qualcosa di subordinato e di secondario”.

Anche la “parte seconda” si apre con tre “storiette” emblematiche su tre varianti dell’estetica, “speculari rispetto a quelle sulla comunicazione”, ma che, insieme, mostrano tutta la potenza dell’estetica, la quale costituisce “non solo la più forte alternativa alla comunicazione massmediatica, ma anche probabilmente l’unica possibilità di sottrarre la società occidentale alla follia autodistruttiva da cui è affetta”. Si prosegue quindi citando Terry Eagleton, secondo cui l’esperienza estetica non solo ha svolto un ruolo importante “nel quadro della cultura occidentale dal Settecento in poi”, ma ha anche fornito “la base antropologica dell’opposizione rivoluzionaria all’utilitarismo borghese”. L’estetico sarebbe appunto non soltanto “qualcosa di contemplativo e di spirituale, ma qualcosa connesso anche con l’azione e la vita materiale”: una “dimensione socio- antropologica del modo di essere occidentale”. P., da parte sua, per sfuggire al rischio che l’estetico finisca comunque confinato nella sfera del sovrastrutturale e del decorativo, va oltre la concezione di Eagleton dell’estetico come quintessenza dell’ideologico, e ne rivendica un potere autonomo, collocandolo tra il dato bruto e l’utopia, come terza via. Il poeta, l’artista e il cultore di estetica devono sfuggire all’alternativa mortale “o monaco” (se ci si limita alla specificità del piacere stetico confinata nel puro disinteresse e rinunciando a ogni effettualità) “o minorato” (se, scendendo sul campo del mercato, si condannassero le produzioni di qualità alla sorte di essere schiacciate da “tutta la zavorra della comunicazione”). Occorre pensare invece che l’estetico “occupa uno spazio intermedio tra la purezza assoluta e ineffettuale di una morale troppo disincarnata e l’idolatria dell’effettualità e del successo a ogni costo” Questa terza via è il “disinteresse interessato” dell’economia dei beni simbolici. E, meglio ancora, del sovrainteressamento di Poe, o del surnaturalisme di Baudelaire. L’anti-estetica dei poeti ha posto l’accento “sull’intensità del sentire e sullo splendore di ciò che si presenta all’immaginazione”, la quale sarà “la regina del vero”, mentre il possibile sarà “una provincia del vero”. Il surnaturalisme è infatti “un io insaziabile del non-io, il quale a ogni istante lo esprime in immagini più vive della vita stessa, sempre instabile e fuggitiva”; “è come se qualsiasi aspetto del mondo possa essere sottoposto a una traduzione leggendaria che lo rende incantevole”.. In verità, “l’essere e il nulla non sono le due uniche risposte filosofiche all’esperienza del carattere provvisorio e fuggitivo del mondo”; e recentemente Eco ha portato l’attenzione su una nozione pensata come un qualcosa di irriducibile sia all’uno che all’altro termine e capace di “unire il riconoscimento dei limiti della condizione umana … all’apprezzamento dei suoi incanti”. Questo qualcosa è il sentimento estetico delle cose: “sentimento insieme di gioia e di tristezza nei confronti della bellezza transitoria delle cose”.

Estetica versus comunicazione:

1. La comunicazione massmediatica, che tutto omologa e livella, “esercita su tutto ciò che tocca un’estrema violenza, appiattendolo e banalizzandolo”; l’alternativa a questo tipo di violenza “appare dunque risiedere nell’estetico a cui appartiene da sempre una specie di essenziale moderazione … [che] deriva dalla consapevolezza che non esiste un solo piano, ma –secondo la felice espressione di Deleuze e Guattari- mille piani differenti”. Il che non esclude la sfida, dal momento che “accanto a un’idea del bello come armonia, è sempre esistita in Occidente un’idea strategica del bello come esperienza degli opposti (Eraclito), acutezza (Graciàn) e sfdida”.

2. L’estetica si deve contaminare! “L’estetica come teoria generale dei valori simbolici deve prendere in considerazione anche gli aspetti negativi, come lo scandalo e l’invidia”: “è ovvio che la rivalità costituisce un fattore determinante nella determinazione del valore culturale”. 3. “… nel momento in cui la comunicazione pretende di avere il monopolio del mondano e del superficiale, ogni arroccamento in un’idea di profondità intesa come …intimità dell’anima, è disastroso”: “o l’estetica gioca sul terreno dell’effettuale e del positivo, o con lei perisce ogni l’intero orizzonte dei valori simbolici”. L’estetica deve rivendicare la concezione per cui “il profondo è superficiale”: “La riabilitazione della profondità contro lo spiritualismo e il postmodernismo passa attraverso l’idea della stratificazione di superfici, che progressivamente possono essere scoperte nel quadro di una concezione che elimina il vuoto”. E tutto questo significa nient’altro che tornare alla ricchezza e complessità della “profondità implicita nei poemi omerici e nella grecità arcaica”, del bathos versus il profundus!

4. L’estetica “intesa come economia dei beni simbolici” sarà “arguta”, poiché “l’arguzia implica lo stabilire rapporti di affinità tra cose lontane o, viceversa, di opposizione tra cose prossime”; se manca, invece, come appunto avviene nella società della comunicazione, la percezione preliminare dell’esistenza di rapporti di opposizione, essa viene disarmata”.

5. Per concludere: “La nuova sintesi estetica” (che si sottragga a quel pensiero unico che “pretende di appiattire sotto il suo rullo compressore dell’economia ristretta e quantitativa tutti gli aspetti dell’esistenza”) può fornire “le coordinate teoriche e gli strumenti concettuali che consentono di trasformare la crescente insofferenza nei confronti della comunicazione massmediatica, in una strategia globale di resistenza e di lotta.”. Non solo, ma, attraverso questo ampliamento, è anche “possibile comprendere e apprezzare le logiche che regolano i rapporti sociali nelle cosiddette “società tradizionali”, che non a torto si oppongono a una colonizzazione che ha assunto l’aspetto di una dissennata autodistruzione della stessa cultura occidentale”.

Commenti 1. Negli atteggiamenti violenti che la comunicazione mutua dalla subcultura della performance è sicuramente possibile cogliere un connotato che la ricollega alla costellazione del postmoderno, se è vero, da una parte, che la “tonalità di base della cultura della performance non è orientata verso il raggiungimento del piacere, ma verso il mantenimento dell’eccitazione” (Perniola); e, dall’altra, che tra le caratteristiche distintive del postmoderno si può annoverare un nuovo tipo di tonalità affettiva, che in realtà è solo “euforia e declino dell’intensità sentimentale ed affettiva” (F. Jameson, Il Post Moderno, Garzanti, Milano, 1989).

2. Per Perniola, internet fa parte di quelle conquiste tecnologiche di cui si avvale la società cognitiva, e quindi la propone come un elemento positivo della new economy, ma la critica che egli porta alla pornografia su internet, cioè alla pornografia che si fa comunicazione, per cui essa perde intensità concentrazione e raccoglimento, divenendo desessualizzata e priva di tensione erotica, mette in luce i rischi di immiserimento culturale e psichico propri dell’universo della comunicazione, a cui neanche internet si sottrae.

3. Se, come il fascismo, che “affonda le sue radici nella struttura psichica delle masse” (W. Reich), anche la comunicazione “affonda le sue radici in un disordine psichico assai più diffuso e generale” (Perniola), viene spontaneo chiedersi da dove tragga origine tale disordine: da un indefinito sostrato antropologico? da un marasma politico, creato da quello che P. stesso chiama “il potere riciclato? e in che rapporto è con esso la comunicazione: si alimenta semplicemente di esso o non contribuisce essa stessa ad alimentarlo? P. sembra rispondere citando Netzsche che, per primo, “scopre la genesi

segreta di quelle distorsioni mentali, di quei pervertimenti della ragione, di quegli assurdi comportamenti che caratterizzano l’attuale società della comunicazione”. Tale genesi segreta risiederebbe nella metafisica occidentale, cui Nietzsche “attribuisce una vera e propria incapacità di pensare l’opposto”, l’altro da sé, limitandosi, essa, solo alla conoscenza “di un alter ego di segno contrario”. Va bene. Ma questo spiega solo una debolezza originaria di tipo culturale, una predisposizione a …, ma non dà conto dell’esplosione degli aspetti aggressivi avvenuta nell’età della comunicazione massmediatica, a meno che non si voglia ammettere che proprio nei meccanismi della comunicazione si vadano a raccogliere, esaltandosi e trovando intensificazione, gli aspetti aggressivi denunciati da P..

Più avanti P. sostiene che “lo scopo della comunicazione è favorire l’annullamento di ogni certezza e prendere atto di una trasformazione antropologica che ha mutato il pubblico in una specie di tabula rasa estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa oltre il momento della ricezione e della trasmissione”. Allora, forse ci siamo: dobbiamo tornare, io credo, all’intuizione pasoliniana della mutazione antropologica avvenuta a partire dagli anni sessanta, provocata dall'affermazione dell'universo del Potere e del Consumo, del nuovo potere industriale transnazionale, omologante e globalizzante, finalizzato alla penetrazione dei beni di consumo a tutti i livelli sociali e geopolitici, con lo scatenamento dell'aggressività individuale, della Tecnica e dell' Informazione come cancellazione di "tutto il passato". La comunicazione massmediatica sarebbe allora, in questo quadro, lo strumento perfetto per decerebrare le masse, rendendole sempre più docilmente ed entusiasticamente asservite agli interessi veicolati dai messaggi promozionali di quell'universo orrendo.

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