Kant e la fisica moderna, Sintesi di Filosofia. Università degli Studi di Roma Tor Vergata
MariaFagiolo
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Kant e la fisica moderna, Sintesi di Filosofia. Università degli Studi di Roma Tor Vergata

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filosofia contemporanea, moderna. Riassunto di Kant e la Fisica Moderna
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PREFAZIONE

La percezione ... è l'unico carattere della realtà (kant)

Per quel che riguarda la teoria della relatività, le vecchie discussioni filosofiche sui problemi dello spazio e de tempo si sono rivelate molto utili. In modo analogo, si può, per la fisica dell'atomo, trarre vantaggio dalle discussioni, fondamentali in ogni teoria della cono scenza, sulle difficoltà connesse alla distinzione dd mondo in soggetto e oggetto. La filosofia dei secoli scorsi aveva già discusse non poche astrazioni che sono oggi caratteristiche della fisica teorica moderna, ma che allora venivano prese come giochi mentali.

Fra questi filosofi primeggia Kant, il quale s'è cosi a fondo occupato del problema della possibilità della fisica, tanto da porre le basi di tutta quanta la scienza futura.

Kant elabora l’" ipotesi nebulare ", emessa per spiegare l'origine del sistema planetario ... con l'immagine meccanicistica della natura come l'unica forma possibile di pensiero scientifico ... Egli, cioè, dimostrò che la visione meccanicistica della natura veniva alla scienza semplicemente dal fatto che essa è una necessaria ed invariabile forma di pensiero dello spirito umano: non è quindi nella natura, come tale, ma è nel nostro spirito la necessità di concepirla in senso meccani cistico... Soltanto piu tardi, dopo la creazione della teoria della relatività e della teoria dei quanti, poté esser ricono sciuto come ingiustificatamente Kant abbia ritenuto per assolute le concezioni fondamentali della meccanica di Newton,. •

I punti in questione, qui, sarebbero due:

l) che certi concetti creduti veri e indipendenti dalla realtà sperimentale, non sono tali (ce lo insegna la teoria della relatività, commento di Pasquale Jordan);

2) che la concezione meccanica dell'universo alla Newton, ritenuta da Kant necessaria ed assoluta, non è, invece, tale •

Questa concezione meccanica ha la sua base e fondamento su due concetti : la continuità dei fenomeni cosmici, e la rigida causalità del loro susseguirsi.

Einstein spiega che l'idea di causa nell’antichità era inteso come concetto metafisico. E lo stesso vale per Kant. Newton stesso sembra non si sia accorto che questa formulazione prescientifica del principio causale sarebbe risultata insufficiente nella fisica moderna ...

Per Einstein gli avvenimenti della natura sono controllate da leggi più complesse che non dal semplice concetto che un fatto è la causa di un altro. Eisnetin fa l’esempio di un principiante di pianoforte, per il quale una nota è in rapporto a

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quella che la precede o la segue. Fino a un certo punto, cioè finché si tratti di composizioni molto semplici e primitive [il che sarebbe la fisica classica o macroscopica] ciò può andare; ma non sarà piu possibile quando si voglia interpretare una fuga di Bach. La fisica dei quanti ci ha fornito dei processi molto complicati e per capirli bisogna allargare di piu e raffinare il nostro concetto di causalità» •

Ed a proposito di questo concetto di causa, è impor tantissimo tener presente che l’efficacia di Kant si ripercuote sul problema di distinguere il mondo in soggetto ed oggetto. Infatti· « per la costruzione di un mondo fisico oggettivo è necessario figurarci l'esistenza di misure ideali, per nulla influenzanti il fenomeno osservato, il che è reso possibile dalla continuità di svolgimento dei processi macrofisici. Ma non basta, Poiché se si devono fare i conti con azioni, non rigorosamente determinate da una legge causale, non si può essere piu sicuri che l'origine dell'effetto debba ricercarsi nell'oggetto osservato.

E, viceversa, rappresentarci uno svolgimento fisico oggettivo è un presupposto evidentemente necessario per realizzare la rappresentazione della natura secondo una causalità senza lacune. Ma è ingiustificato trarne la conclusione che il principio di causalità si deve ritenere valido a priori per tutta la natura, indipendentemente dalla nostra esperienza. Se ne può trarre soltanto la conclusione che, rinunciando a questa causalità, cade anche l'oggettivabilità. Cosi è, effettivamente, nella fisica atomica e nella fisica quantistica: la continuità, come abbiamo visto, viene meno.

In oltre, il realizzarsi di questa causalità senza lacune e questo mondo meccanico è dovuto dalla presenza dello spazio e del tempo nel quale si svolge ogni evento fisico. A tal proposito Jeans, riassume in poche parole il succo di questa polemica: « In breve, per Kant, come pure per Descartes e per Newton, gli oggetti non possono esistere senza lo spazio; per Einstein lo spazio non può esistere senza gli oggetti » •

La continuità della causalità è tanto fondamentale, che Jordan (per quanto restringa molto l'ambito nel quale può venir applicata) la ritiene valida anche oggi,a nche negli gli esperimenti nel campo della fisica quantistica [ove la continuità non ha luogo] , poiché vengono sempre eseguiti con apparecchi fisici macro scopici [sui quali regna il principio della continuità]. Rimane, quindi, la fisica classica, l'indispensabile cornice, da cui soltanto è possibile penetrare nel mondo dei quanti e degli atomi.

nella la teoria della relatività e nella teoria dei quanti rispetto ai concetti tradizionali, si possono, queste differenze , riassumere nel seguente schema:

La teoria della relatività mantiene: la continuità; il concetto di causa; la possibilità di avere simultaneamente la localizzazione eli un corpuscolo e la sua velocità; la distinzione fra soggetto osservante e oggetto osservato. Respinge: la velocità infinita; l'unità rigida di misura di lunghezza; e la unità rigida di misura di tempo.

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La teoria dei quanti è piu o meno indifferente alle due ultime asserzioni; ed invece respinge: la continuità; il concetto di causa (in senso stretto); la possibilità di avere simultaneamente la posizione e la velocità; la distinzione fra soggetto osservante e oggetto osservato.

E Heisenberg può appunto per questo concludere il capitolo già citato dei suoi Principi fisici della teoria dei quanti, riportando lo schema riassuntivo di Bohr. Nella teoria clas sica si ha causalità e descrizione dei fenomeni nello spazio e nel tempo; nella teoria quantistica si ha o la descrizione dei fenomeni nello spazio e nel tempo ma abolendo la causalità in base al "principio d'indeterminazione "; oppure uno schema matematico (solo di enti mentali matematici) che però n o n c o r ris p o n d e né allo spazio né al tempo ; in questo caso si mantiene in certo modo la continuità causale. Queste due alternative della teoria «principio di corrispondenza, (di Bohr). Ossia il rapporto che dobbiamo istituire fra le leggi classiche (in pratica: corpi macroscopici), e le leggi statistiche (in pratica: il comportamento degli atomi e dei loro componenti, che non segue leggi classiche) . Come un corpo macroscopico è l'insieme di miriadi di atomi, cosi la legge classica è la media, ben fissa, delle leggi statistiche. Ora, siccome solo servendosi di apparecchi macroscopici si può scorgere il mondo atomico, ne segue che solo riportando a grandi medie (leggi classiche) gli eventi atomici (leggi statistiche), si possono interpretare le nostre esperienze e si può dare un senso alle nostre conoscenze scientifiche.

dei quanti non sono possibili insieme. Il determinismo causale dunque, con la sua continuità, e la rappresentazione degli eventi del mondo nel tempo e nello spazio , sono due cose che si escludono a vicenda.

E’ chiaro che Kant ha voluto dare un andamento " metafisico" alla sua concezione fisica.

Ma la cosa sta diversamente se si guarda al Kant propriamente critico. Le idee contenute nell'Estetica, essendo un ricalco quasi fedele della Dissertazione del 1770, cioè: di vari anni prima che Kant si fosse posto consapevolmente ed avesse risolto il problema che è trattato nella Critica della ragion pura ( 1781 ), sono idee che appartengono al periodo precritico, e non sono affatto espressioni pienamente aderenti alla concezione critica della possibilità della fisica, che è appunto la scoperta di Kant e che forma uno dei nuclei centrali della Critica della ragion pura. Questo nucleo è contenuto nell'Analitica trascendentale, e specialmente nella seconda parte, l'Analitica dei principi ove indaga la struttura della esperienza fisica in generale .

E mentre nei Primi principi dà le leggi speciali e particolari della natura, e perciò la sua impostazione è metafisica, nella Analitica, tanto in quella dei concetti quanto in quella dei principi, la sua impostazione mentale è critica e trascendentale; poiché esamina solo le condizioni formali (forme della possibilità e forme dell'intelletto o categorie] della possibilità dell'esperienza come ordine e nesso dei fenomeni, cioè « come natura in ge nerale » il problema di come è possibile che nostre rappresentazioni siano oggetti di conoscenza

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oggettivamente valida in generale, solo questo problema è critico. Vi troviamo affermazioni circa ciò cui conviene con certezza ed a priori la continuità e ciò cui que sta certezza non si può attribuire; vi troviamo un concetto di causa che esplicitamente si suddistingue in metafisico e non metafisico.

Fra questi elementi che sono necessari a costituire il tessuto dell'esperienza, ve ne è uno che ha una priorità sugli altri: la modificazione sensibile, è lui che rende fisica la scienza fisica, e soprattutto, è lui che garantisce la realtà esistente del mondo fisico. La percezione (in quanto con tiene la modificazione sensibile) che fornisce al concetto la materia, è l'unico carattere della re a l t à. Solo « fin dove giunge la percezione... giunge pure la nostra conoscenza dell'es i s t enza delle cose”•

principio trascendentale: rappresenta la condizione generale a priori sotto la quale soltanto le cose possono diventare oggetti della nostra conoscenza in generale. Concetto generale. il mutare debba avere una causa principio metafisico: rappresenta la condizione a priori sotto la quale soltanto oggetti, il cui concetto dev'esser dato empiricamente, possono esser ulteriormente determinati a priori. La mutazione debba avere una causa esterna. Concetto particolare.

Ora, le proprietà di questo elemento tanto indispensa bile, esaminate da Kant nella Sezione seconda dell'Anali tica dei principi cosi originali, che è proprio la loro in fluenza e la loro ripercussione in fisica una delle ragioni principali del carattere di rivoluzione copernicana.

L'esame di queste proprietà - che si assommano in un solo concetto: nell'avere, cioè, la modificazione sensibile d’ un gr a d o - ci farà vedere due caratteristiche principali:

la prima che lo spazio e il tempo sono insufficienti anzi radi calmente inadatti ad esprimere questo grado, che non ha nulla a che fare con loro;

la seconda, che la variazione di questo grado (variazione sulla quale è basato lo svolgersi degli eventi nel mondo) non si può in nessun modo stabilire a priori se questa grandezza nel suo variare presenterà il carattere della continuità o quello della discontinuità.

Questi caratteri (della irrappresentabilità nello " schema" spazio-temporale, e della non continuità di certi fenomeni) sono i due caratteri fondamentali in cui si può accentrare ciò che distingue la fisica classica dalla moderna.

Nel secondo capitolo: la struttura interna della sensazione come modificazione e le proprietà caratteristiche di questa struttura.

Nel capitolo terzo vien fatta l'analisi delle proprietà che sorgono in virtù della " sintesi a priori" della categoria della realtà con questa sensazione verso lo

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Schematismo trascendentale, e che forma il contenuto fondamentale delle Anticipazioni della percezione.

Nel capitolo quarto poi vien esaminato il valore trascendenale di questo " grado "; cioè quale posizione in sede schiettamente filosofica abbia il " reale" e "l'esistente" rispetto alla kantiana costituzione a priori della ragione in generale e della ragione speculativa in particolare.

" Il grado, qualcosa che raccoglie in uno la qualità e la quantità, sta, come si vede, alla confluenza o alla biforcazione del mondo della quantità da quello della qualità (per il quale si suole intendere il mondo spirituale).

CAPITOLO I

LA FISICA COME SCIENZA E COME PROBLEMA

l. FISICA CLASSICA E FISICA MODERNA

La teoria della relatività si basa sulla fisica classica, per due fondamentali:

l) che la variazione di tutti i fenomeni avvenga in modo rigorosamente continuo;

2) che tutti i fenomeni non solo si svolgano nello spazio-tempo, ma che oltre lo spazio-tempo non ci sia nulla che non sia pienamente riducibile a misurazioni di spazio-tempo . Questa se conda condizione si è vista sopra accennata peSu queste due basi si puo’ simultaneamente misurare la velocità di un corpo e determinare la sua posizione nello spazio e nel tempo.

nella fisica prerelativistica lo spazio è uno schema Per la relativista invece né lo spazio né il tempo hanno un carattere assoluto

Eppure il relativista è d'accordo che un osservatore determinato potrà sempre rappresentare l'esistenza di un corpuscolo con una successione ben definita di posizioni nello spazio occupate nel corso del tempo senza preoccuparsi della natura fisica di questo corpuscolo, per esempio della sua massa... .

Su questi due principi-base della fisica tradizionale è fondata la mentalità laplaciana: cioè la possibilità che una mente ha di estendere a tutto il mondo fisico quello che vale per l'astronomia. L'astronomia è infatti, fra tutte le scienze naturali, quella che presenta la piu lunga concatenazione di scoperte.

Abbracciare gli stati passati e futuri del mondo, bandire ogni empirismo, e non richiedere dall'esperienza o dall'osservazione altro "che i dati indispensabili" per elevarli subito a dignità di calcoli mentali: questa è la mentalità laplaciana.

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Se si guarda bene, la prima condizione, quella della continuità, è conseguenza della seconda condizione, ossia della possibilità di trascurare la natura fisica del corpuscolo e di ridurre perciò tutto a sola variazione di spazio-tempo.

dato che tutto si risolve in spazio-tempo e che questi enti sono enti continui, ne segue che le variazioni spazio temporali sono, anzi devono essere, variazioni "continue" e prive di " salti ".

Questi fenomeni " ribelli", ovvero della " disconinuità " dell'energia, che è la scoperta di Planck, hanno, in un primo tempo, provocato uno stato di crisi. Sembrava impossibile abbandonare il quadro della concezione clas sica, i cui principi formano il solido terreno della tradizione senza la quale pare non ci si possa muovere con sicurezza,

E d'altra parte era ancor piu impossibile respingere questi fenomeni che pur non si lasciavano riconnettere a quei principi.

Allora si è passati ad una revisione critica

E da questa, il concetto di causa, quello di coincidenza simultanea nello spazio e nel tempo, e quello circa la possibilità di distinguere il mondo in soggetto e oggetto, sono usciti completamente diversi da quelli che vigevano in fisica classica.

L'esistenza dell'indivisibile "quanto d'energia" o meglio "quanto d'azione" e la presenza di questo "quanto" indivisibile, oltre a costringerci ad ammettere la " discontinuità", ha portato come immediata conseguenza un fatto di importanza fondamentale: impossibile avere con rigore assoluto la posizione nello spazio- tempo di un quid in moto, e la velocità che questo quid ha in quel punto dello spazio.

Se si ha la posizione precisa, non si può avere la grandezza della velocità; se si ha la velocità, non si può avere la posizione.

Impossibilità, questa, che è diventata il "principio di indeterminazione " o " principio di Heisenberg ".

Nella raffigurazione dell'atomo come un sistema solare, infatti, non è il ruotare degli elettroni satelliti ciò che conta; ma se si ha evento, si ha un accadere, si constata qualche cosa, solo nell'attimo in cui un elettrone salta (a scatto) da un'orbita ad un'altra. Mentre ruota indisturbato, non si verifica nulla, non avviene nulla, e neppure si può constatare la presenza dell'elettrone.

PRINCIPI BASI DI QUESTO MODELLO:

• discontinuità dunque

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• il rapporto, la relazione o la differenza di almeno due quid (per es. la dif ferenza di livelli energetici delle due orbite). E nel modello di Bohr le orbite stanno appunto ad indicare questi differenti livelli energetici

Sicché quel qui d che si considerava ben localizzato nello spazio (fisica classica) e animato da una ben nota velocità, il corpuscolo, si è completamente vanifìcato .

il corpuscolo che vi si faceva entrare si riusciva a farvelo entrare solo in quanto era stato ridotto a punto matematico;

Il. IL PROBLEMA DELLA «POSSIBILITÀ» DELLA FISICA

Alla domanda che Kant si era fatta nella Critica della ragion pura dinanzi alla classica: « come è pos sibile la fisica? » , trova risposta nella sua Analitica trascendentale .

Kant voleva giustificare, ossia fondare teoreticamente, la fisica di Galileo e di Newton, che per lui era senz'altro la fisica, quale sarebbe sempre stata. Egli vuole giustificare teoreticamente la fisica, il che non vuol dire trovare nuove leggi fisiche o estendere le antiche, ma vuoi dire studiare in qual modo la natura sia "presente " a coloro che l'indagano.

Galileo sostiene che l’universo è come un libro i cui caratteri del testo sono numeri matematici e figure geometriche. Solo na volta aver imparato a leggere i caratteri, potremmo comprendere il libro (scritto da Dio) e così comprendere il mondo. Galileo non si preoccupa di domandarsi come possa essere sicuro che il mondo sia scritto in caratteri matematici. A porsi questa domanda è Kant, e risponde con la Critica della ragion pura. Kant condivide l’affermazione di Galielo, ma la vuole giustificare razionalmente.

«La Critica della ragion pura ... non si colloca sul piano della fisica e dei suoi problemi, ma è istituita per determinare e giudicare i diritti della ragione in generale secondo i p r i n c i p i della sua prima istituzione »

Kant non ha di mira le regole dell'osservazione d'una natura già data, regole che già presuppongono l'esperienza, ma solamente quelli dell'intelletto , che formano la base dei principi matematici e fisici.

Matematica: fondata a priori la loro possibilità e v a l i d i t à og g e tt i v a.

Per trovare i "principi" dei principi, queste basi, queste p r im e fon t i ", occorre sottoporre ad esame non i fatti della ragione, ma la ragione stessa in tutta la sua potenza e capacità di conoscenze pure a priori,.

Kant esce dalla fisica classica, si vede nell’Analitica trascendentale dei principi nella quale son contenuti i principi che intessano l'esperienza.

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Secondo l'Analitica dei principi l'unità del mondo fisico, anziché aver la sua base nell'unità dello spazio, richiede l'intervento del principio di causa, il quale determini il tempo• Per far questo occorre che vi sia qualcosa nello spazio e nel tempo, il quale abbia sue proprie caratteristiche inconfondibili con le caratteristiche quantitative dello spazio e del tempo; con ciò il "punto materiale" viene soppiantato da un quid.

il tempo è indispensabile a pla smare le concrete determinazioni dello spazio. Senza tempo infatti lo spazio dell'Analitica kantiana dileguerebbe. Sicché lo spazio critico kantiano non ha piu nulla a che vedere con lo spazio di Cartesio.

Ora, sebbene tutti questi elementi da Kant indagati, e dai quali vien tessuta l'unità dell'esperienza, siano alla pari indispensabili per avere appunto la realtà dell'esperienza e degli oggetti di questa esperienza, , ve n'è uno cui si può, accordare una posizione di privilegio: la sensazione, con la "categoria" che in lei mette capo: la categoria della realtà. Nell'unirsi a lei questa categoria fa sorgere l'intensità o grado, che è appunto quella proprietà o carattere che, presente nel tessuto dell'esperienza e del mondo fisico, dà il reale, e, contemporaneamente, impedisce che tutto il mondo fisico possa ridursi a continuo spazio-temporale. Ossia è quella proprietà che più visibilmente distacca la fisica classica dalla moderna.

PLANCK E LA SCOPERTA DEL “QUANTO D’AZIONE”

Si prenda un recipiente vuoto, munito di un piccolo foro, con pareti interne nere, lo si riscaldi e lo si mantenga ad una temperatura determinata. Il recipiente si riempie di radiazioni (formatesi in seguito al calore) che si mesco lano fra di loro, ed in parte escono attraverso il foro, dando luogo, a mezzo di un prisma o altro dispositivo analogo, ad uno spettro con varie lunghezze d'onda. Si cerca ora di stabilire qual'è la distribuzione della " i n t e n si t à " spettrale di questa radiazione (cioè stabilire ad es. come si distribuisce l' i n t e n si t à dell'irraggiamento sopra le varie lunghezze d'onda in cui si è suddiviso quell'irraggiamento). Per far ciò vi era già una legge (di Rayleigh-Jeans), ma ad un piu minuto esame questa legge si era dimostrata valida solo per le lunghezze d'onda ampie. Quando si passava invece a lunghezze d'onda sem pre piu piccole, lo scarto fra i dati fomiti dalla legge di Ray leigh-Jeans c quelli constatati nell'esperienza si faceva tal mente grande che finiva per render addirittura falsa la legge stessa. Planck ammise, in un primo tempo con formulazione quanto mai riservata e prudente (giacché quella legge era rigorosamente dedotta dai principi classici), ammise l'ipotesi che l'energia non fosse un quid " continuo", ma che fosse "discontinuo" "granulare", cioè per unità di quantità "indivisibili " • E con questa ipotesi riusci a dare la spiegazione teorica completa di tutto il fenomeno dell'irraggiamento del corpo nero.

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Poco dopo ( 1905) Einstein applicò questa ipotesi planckiana ad un fenomeno luminoso che era impossibile spiegare con la classica teoria ondulatoria della luce, l'effetto "fotoelettrico" [un corpo, un pezzetto di materia, sottoposto a radiazioni di piccole lunghezze d'onda, cioè onde ad alta frequenza, emette e proietta intorno a sé elettroni; le energie di questi elettroni espulsi non dipendono dalla intensità della radiazione che li espelle, ma unicamente dalla frequenza; il che è inspiegabile con le leggi classiche, per non dire che è addirittura contro di esse]. Grazie a Planck fu possibile spiegarsi il meccanismo dell'effetto fotoelettrico e darne la teoria. Nel 1923 fu scoperto e sistemato dal punto di vista della teoria dei "quanti" l'effetto Compton [quando una radiazione colpisce un corpo, una parte della energia di questa radia zione si sparpaglia in tutte le direzioni (radiazione diffusa) ;

La struttura dell'atomo non ci può venire rivelata che da fenomeni da noi osservabili. Nel numero di questi fenomeni stanno gli spettri di righe emessi in certe condizioni di eccitazione termica o elettrica dagli atomi dei corpi semplici. Queste righe sono infatti caratteristiche degli atomi che le emettono: esse corrispondono ad avvenimenti che si producono nell'interno di questi atomi e possono perciò informarci sulla loro struttura. Lo studio e la classificazione metodica delle righe spettrali era dunque in fisica un lavoro di importanza capitale »

CAPITOLOII

LA SENSAZIONE COME MODIFICAZIONE

L’unico legittimo punto di partenza di tutte le ricerche naturali: le sensazioni (PLANk)

Quasi al principio della Dissertazione, Kant dice che al soggetto, come suo carattere speciale o sua natura intrinseca, è attribuita la capacità di venir m o d i f i c a t o ; e questa capacità di venir modificato è la sensibilità . Ogni singola e determinata sensazione, poi, non è altro che una singola e determinata m o d i fi c az i o n e .

Questa stessa teoria della sensibilità, Kant ripete tale e quale nella Critica della ragion pura (Estetica trascendentale e analitica dei principi)

modificazione e sensazione hanno un duplice aspetto, o una duplice funzione. soltanto la sensazione è ciò che garantisce la realtà d'esperienza, l'esistenza

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empirica; L'altra attesta che questa sensazione non è che m o d i fica zio n e della sensibilità.

PROPRIETA’ DELLA MODIFICAZIONE:

l) Questa modificazione della sensibilità non è intesa nel senso che la sensibilità stessa risulti, dopo una serie di sensazioni, modificata o cambiata in un'altra facoltà diversa dalla sensibilità. La sensibilità, per Kant, resta sensibilità. In lei accadono modificazioni; e queste modificazioni sono le sensazioni (in generale: tattili, termiche, ottiche, dolorose ecc.).

2) Con il termine modificazione non s'indica uno stato puntiforme, isolato e staccato; poiché un punto rigorosa mente isolato né sarebbe modificazione, né sarebbe in alcun modo avvertibile•

Modificazione è " rapporto " o " relazione " fra due diverse condizioni contigue. Devono esser d i v erse perché possa esserci modificazione; devono essere c o n t i g u e per ché una modificazione, per minima che sia, è sempre la d i f f e r e n z a di relazione (funzione?). Ogni " singola " sensazione infatti non è un "punto ", ma è variazione, modificazione di sensibilità: e variazione indica connessione con ... E perciò non si ha mai una prima sensazione; perché essendo ogni sensazione modificazione di una condizione, ogni P r . è modificazione di un a P che logicamente precede. Sicché, per quanto a ritroso si vada nel tessuto sensibile, mai si troverà la sensazione che fa da inizio assoluto della serie.

Come detto prima, la sensazione per Kant rimane tale, non può modificare (es il tatto non puo diventare intelletto, o udito)

l) la costituzione fondamentale della sensibilità è condizione a priori di ogni possibile modificazione; senza questa costituzione non avverrebbero modicazioni.

2) Ma questo carattere è quello della modifcabilità come un continuo .

3) Di conseguenza la sensibilità è presente a priori. Infatti: A) la sensibilità come condizione imprescindibile della possibilità di avere modificazioni deve precedere - sempre logicamente - l'insorgere di queste mo dificazioni; giacché la « affezione non è ciò che fa nascere la sensibilità; ma è ciò che agendo nella o sulla già presente ( sensibilità, fa sorgere sensazioni o modificazioni; B) la natura di questa sensibilità, vista in generale, è proprio quella di poter avere in modificazioni (il che sarebbe, per usare la terminologia kantiana, un giudizio identico). Questo carattere consiste la presenza a priori della sensibilità.

4) Il continuo che sta necessariamente a fondamento di tutte le modificazioni, è l'intima ed interiore forma o struttura che a priori devono assumere tutte le sensazioni.

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Qui insorgono due problemi: Il primo è la distinzione tra l'in sieme dell'esperienza ed un suo frammento; il secondo è la distinzione fra la continuità c la discontinuità. sembra che l'" in sieme" faccia tutt'uno con la " continuità", e costituisca un unico problema, e che la "parte" o frammento faccia tutt'uno con la possibilità del "discontinuo".

Il problema della distinzione fra continuo e discontinuo non costituisce per Kant difficoltà teorica

Infatti nella Dissertazione, gli riusciva possibile fondare la distinzione fra il continuo e un eventuale discontinuo, basando sulla forma che è a priori il continuo, e sul contenuto, un qualche cosa di discontinuo che si presenti nell'elemento sensibile o a posteriori.

l'ammettere o il non ammettere che si avveri di fatto un "salto" o "scatto" quantitativamente discontinuo di una qualsiasi delle differenti grandezze, è cosa che riguarda la tecnica, che riguarda la c o n sta t az i o n e e mp ir i c a ; ammettere, invece, la " possibilità" o la "im possibilità", in generale, di una qualche discontinuità quantitativa nel tessuto continuo dell'esperienza scientifica, questo rientra in sede teorica, e riguarda perciò direbbe Kant 11 - la filosofia trascendentale: perché, in quanto possibilità concettuale, fa parte dei principi che formano la base su cui poggia l'esperienza scientifica.

Kant, come si sa, considera appartenenti alla filosofia trascen dentale quei concetti e quelle costruzioni concettuali che stanno a base della esperienza fisica

Sommamente importante è notare come questa speciale struttura della sensibilità sia condizione necessaria ma asso lutamente insufficiente a dare qualsiasi esperienza (cioè qual siasi conoscenza, qualsiasi oggetto conosciuto). Essa è sola mente « u n o dei punti necessari

La modificazione sensibile, come le forme a priori di spazio e tempo, se isolate dall’intelletto, appaiono non-sufficienti.

l'intelletto opera in seno all'intuizione pura: la matematica, cioè, «non può far nulla col semplice concetto, ma si affretta tosto

Ma il principio che a questo punto interessa è solo quello contenuto nel gruppo delle categorie della " qualità ": il principio o la categoria della "realtà".

La sensazione, infatti, ha si luogo nella sensibilità, e la sensibilità si è separata dall'intelletto e non si transustanzia mai in intelletto, ma rimane sensibilità; tuttavia, senza la funzione dell'intelletto che le dà significato e che la radica nella coscienza consapevole, la sensazione non darebbe luogo a conoscenza e a scienza.

In ogni fenomeno fisico (o mondo fenomenico, come lo chiama Kant. (per usare le stesse parole di Kant) dommatica (o meglio metafisico dommatica) la quale

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consentiva appunto una analisi e descrizione isolata - per cosi dire anatomica - dei vari elementi e concetti di cui è formata la realtà.), non si potrà non constatare la presenza di questa relazione della modificazione (La sua scomparsa segnerebbe la scomparsa della sensazione, e perciò la scomparsa del mondo fisico.

sensazione è modificazione.

Poiché però l'immaginazione corre a farci vedere la cop pia (relazione della modificazione) è opportuno frenarla sin da adesso; per Kant, la singola sensazione (mentalmente isolata dal tessuto sensibile di molte

sensazioni successive) non è spaziale, cioè non occupa una porzione di spazio, né ha durata, cioè non occupa un tratto di tempo; ma tutta la coppia avviene in un si n go l o istante del tempo.

Bergson nel suo Essai sur les données immédiates de la conscience (Paris 1911), che verrà citato piu in là, e, per es., dal Kemp Smith nel suo A Commentary to Kant's Critique of Pure Reason, il quale, che le sensazioni non hanno attributi spaziali di nes sun genere [e la medesima cosa è da dirsi circa la durata nel tempo] .

In loro stesse hanno solo grandezza intensiva, non estensiva.

Questa assunzione compare negli scritti di Kant Del primo fondamento della distinzione delle regioni nello spazio ed è considerata in tutta la Critica, come una premessa sulla quale ci si basa per trarne delle conseguenze, ma mai come una asserzione che richieda delle prove » •

CAPITOLO III

LA SENSAZIONE E IL GRADO

Nei Prolegomeni, che ha per titolo

«come è possibile la natura, Kant riassume tutto il pro blema che ha esaminato, discusso e risolto nella Critica della ragion pura circa la possibilità della fisica. « Questo problema è il piu alto punto cui possa attingere la filosofia trascendentale ... racchiude in reald due problemi :

Primo :

come è possibile l o spazio, il tempo e ciò che riempie entramb i , l 'o g g e t t o d e l l a se n sa z i o n e ?

La risposta è (estetica trascendenatle): Per mezzo della costituzione della nostra sensitività, costituzione secondo la quale essa viene eccitata nel modo che a lei è proprio da oggetti che, in sé, le sono ignoti e che sono del tutto distinti da quei fenomeni. Secondo Kant, dunque, l'indagine del tempo, dello spa zio e d i c i ò c

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h e r i e m p i e e n tra m bi , cioè l'inda gine della sensazione, appartiene alla Estetica trascenden tale. Nell'Estetica trascendentale, invece, detto, ridetto e ripetuto che la sensazione è modificazione, ovvero uan conoscenza a posteriori (il gusto varia da persona apersona) e perciò non può essere elemento di scienza .

Se dalla rappresentazione di un corpo [cioè dalla concreta reale ed attuale conoscenza di un oggetto determi nato] separo ciò che ne pensa l'intelletto

e separo ciò che appartiene alla sensazione, come impenetrabilità, durezza, colore, ecc., mi resta tuttavia qualche cosa di questa intuizione empirica, cioè l'estensione (spazio e tempo) di cui l'Estetica trascendentale si occupa, senza parlar piu della sensazione empirica, quasi che in essa non fosse possibile trovar nulla di scientificamente valido (in linguaggio kantiano: di a priori).

materia «ciò che corrisponde alla sensazione» e per forma «ciò per cui il molteplice del fenomeno può essere ordinato» secondo le forme pure a priori di spazio e tempo.

si può esaminare a priori la forma, ma non il contenuto . Quest'ultimo elemento insorge caso per caso e volta per volta: non lo posso prevedere né calcolare: ma solo constatare mentre si presenta, e determinare solo dopo che si è presentato. In una parola e con termine rigorosamente kan· tiano: n o n l o p o s s o c o s t r u i re (come posso invece c o s t r u ire le determinazioni geometriche, cioè le figure nello spazio). Sicché pare ovvio che si possa sottoporre a indagine critica solo ciò che è a priori, la forma, e che si debba lasciare il contenuto, che è a posteriori, alle constatazioni empiriche.

Eppure - nonostante tutto è proprio la sensazione, che è a priori,il tema di riflessione dell’estetica trascendentale.

Colore dei prati: sensazione oggettiva

Piacere del gusto (sentimento): sensazione soggettiva.

ogni oggetto è condizionato dall’unità sintetica che attua l’intelletto con la sensazione. La sensazione, isolata dall'intelletto, non rivelerebbe nessun oggetto;

Così spiega Kant nella lettera a Marco Herz del 26 maggio 1789:

le sensazioni dunque se non fossero connesse con la struttura dell'intelletto. non sarebbero atte a fornirci la presenza di " oggetti "... potrebbero solo avere influenza sul sentimento e risvegliare ed esercitare i nostri appetiti animali; senza, però, che si sappia di essere ... animali Io non potrei neppur sapere che li posseggo

le funzioni che si chiamano principio di causa, di reciprocità ecc. determinano la connessione o la sintesi del tes suto sensibile, v'è una funzione che penetra nell'intimo di ogni singola sensazione o modificazione, e fa si che ciascuna di esse sia già costituita a priori (cioè non appena è effettivamente presente alla coscienza

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come sensazione), fornita di "grado" o di " grandezza o quantità ". Questa funzione è la funzione della categoria della " realtà "; la quale, mentre fa si che la sensazione sia connessa con l'intelletto e risulti cosi realmente esistente alla coscienza, fa anche si che essa acquisti a priori un grado ossia una grandezza o quantità. Ed è questa grandezza interna alla cieca qualità sensibile ciò che la rende luminosa per la scienza, cioè atta a garantire la presenza di un oggetto scientificamente conoscibile.

Enunciati:

• il primo: tutti i fenomeni, per quanto concerne l'intuizione, che è forma, hanno grandezza o quantità esprimibile in spazio e tempo;

• il secondo: tutti i fenomeni, per quanto riguarda la sensazione, che è contenuto, hanno grandezza o quantità non esprimibile nello spazio e nel tempo, ma mediante il grado.

E riassumendo: tutti i fenomeni, tanto per la forma quanto per il contenuto, sono suscettibili di venir sottoposti a determinazioni matematiche: P e r l a f o r m a , mediante la matematica, con grandezze che indicano lo spazio e il tempo; per i l c o n t e n u t o , mediante la matematica, ma con grandezze le quali non indichino né spazio né tempo.

Si vede da sé che l'importanza di questi due punti - le grandezze o quantità spazio-temporali attribuite agli oggetti sensibili quanto alla loro forma, e le grandezze o quantità

La sensazione, dal punto di vista fisiologico, può essere definita come la modificazione dello stato del nostro sistema neurologico a causa del contatto con l'ambiente tramite gli organi di senso

SENSAZIONE E REALTÀ

«Quindi i concetti puri dell'intelletto, anche se applicati a intuizioni a priori [lo spazio e il tempo] (come nella matematica) creano conoscenze so l o in quanto queste possono essere applicate a i n t u i z i o n i e m p i r i c h e [cioè contenenti sensazione].

E questa si chiama e s p e r i e n z a

«Anche lo spazio e il tempo, per puri che questi concetti siano da ogni elemento empirico... hanno bisogno degli oggetti dell’esperienza per potersi realizzare completamente.

La possibilità dell'esperienza è dunque ciò che conferisce realtà obbiettiva a tutte le nostre conoscenze a priori

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Per ciò che riguarda la r e a l t à, vien da sé che non si potrebbe pensarla in concreto senza ricorrere all'aiuto dell'esperienza;

« Il postulato per conoscere la realtà delle cose esige la percezione, quindi la sensazione »

il senso del postulato è questo:

non è «la immediata coscienza dell'oggetto di cui si deve conoscere l'esistenza, m a l a c o n n essione di esso con una percezione reale

Es: «Che nella luna ci possano essere abitanti, benché nes sun uomo li abbia mai percepiti, deve certamente ammet tersi; ma questo non significa altro se non che nel pro gresso possibile dell'esperienza noi potremmo incontrarci con essi

le cose reali del tempo passato... non sono oggetti e non sono reali nel tempo passato se non in quanto io mi rappre sento che una serie regressiva di percezioni possibili e partendo sempre, come punto di riferimento la percezione attuale.

Esempi sono gli oggetti lontani nel tempo e di oggetti lontani nello spazio (es le stelle) che si consocono attraverso una percezione possibile. Kant ne aggiunge un altro, che si riferisce ad una porzione della realtà presente, nella quale vi è qualcosa che oggi non possiamo scorgere, data la mancanza di mezzi adeguati: la materia magnetica che attraversa tutti i corpi, dalla percezione della limatura di ferro attratta;

Importanza della sperimentazione (Planck, Bohr), quindi di una conoscenza empirica.

ASPAZIALITÀ ED ATEMPORALITÀ DELLA SENSAZIONE

poiché la sensazione in sé non è per nulla rappre sentazione oggettiva, e poiché i n e s sa n o n s i in c o n - tra né l'intuizione dello spazio né quella d e l t e m p o , ad essa non spetterà una grandezza e s t e n - si v a [che è grandezza o quantità spazio-temporale], bensi una grandezza... i n t e n s i v a » , cioè un "g r a d o ".

La sensazione è intrinsecamente aspaziale ed atemporale •

Già afferamto da Kant nella Disserzione del ’70 e nella critica, dove distingue nella sensibilità effettuale (cioè nella percezione) la forma (intuizione pura) dal concetto (sensazione) . E siccome la forma è spazio e tempo ne consegue che il concetto sia aspaziale e atemporale.

Ciò nonostante tener fermo dinanzi alla mente un quid come sensazione ( in stato di perfetto isolamento, vista come un quid rigorosamente singolo, cioè come caso limite del tessuto sensi bile - ne segue che la sensazione è, come l'istante, priva

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del fluire temporale, priva della durata temporale, e non è tessuta dallo scorre del tempo.

L'apprensione : la coscienza concreta e immediata per la semplice sensazione

le rappresentazioni interne, il dolore, la coscienza in genere, non sono, quanto a grado, piu piccole, sia che durino un tempo breve o uno lungo.

I gradi sono dunque piu [o meno] grandi, m a n o n nell’intuizione [nello spazio-tempo], bensì per la semplice sensazione.

Dunque: i l re a l e d e 11a se n sazione che è contenuto in ogni fenomeno,

è d o t a t o d i u n g r a d o , cioè di una quantità o gran dezza intensiva, che non è esprimibile (o determinabile) né coi parametri o dimensioni dello spazio né con quelli del tempo.

un associazionismo sog gettivo si distingue da un giudizio d'esperienza valido scien tificamente, solo re n d e n d o qua n t i t à i fenomeni .

È in questa possibilità di render " quantità " i fenomeni (tanto come quid dotati di estensione nello spazio e nel tempo quanto come .quid dotati di grado o intensità aspaziale ed atempo rale) che si ha per Kant la loro oggettività , ossia la trasvalu tazione dell'associazionismo empirico per cosi dire lockiano in connessione oggettiva, scientifica: cioè in vero e proprio "giudizio di esperienza ".

E’ sorprendente che alcuni fisici e matematici ritengano ( conoscenza metafisica, quindi priva di criticismo) che il reale nello spazio sia sempre d i u n a u n i c a s p e ci e e non possa distinguersi se non per la q u a n t i t à e s t e n - si v a, cioè per la copiosità.

E questo è pretto cartesianesimo e newtonianesimo; Galileo] 4•

A questa presupposizione si contrappone una dimostrazione trascendentale ed ha il merito di mettere almeno l'intelletto nella libertà di pensare anche in altra maniera questa differenza, quando la spiegazione fisica dovesse render necessaria per ciò una ipotesi qualsiasi.

Kant è consapevole che la sua teoria del grado dà all'intelletto la libertà di pensare e di cercare per quelle spiegazioni che l'esperienza rendesse un giorno necessarie

Infatti noi vediamo che, sebbene spazi uguali possono esser riempiti perfettamente da materie diverse, in modo che in nessun d'essi ci sia un punto nel quale non se n'abbia la presenza; tuttavia ogni reale della stessa qualità ha un grado (di resistenza o di pesantezza) di essa qualità; grado, che, senza

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diminuzione della grandezza o copiosità estensiva, può diminuire all'infinito, prima di risolversi e dileguarsi nel nulla.

Cosi una dilatazione che riempie lo spazio, per es. il calore, e parimenti ogni altra realtà (fenomenica), senza lasciare menomamente vuota di questo spazio la piu piccola parte, può diminuire all'infinito nei suoi gradi, e nondimeno riempire altrettanto lo spazio con questi gradi minori, come un altro fenomeno con gradi maggiori.

La sensazione non occupa né spazio né tempo, ma si trova in un tempo.

La differenza, forse sottile, è fondamentale.

La sensazione avviene nella sensibilità che occupa solo un istante, solo un punto. Ed occupa solo un punto del tempo mentre la grandezza del suo grado specifico non è tempo né sta, in quanto grandezza del grado.

La fisica, dopo la scoperta di Planck, ha avuto bisogno di calcolare

quantità o grandezze non piu spaziali e temporali, pur man tenendole in reciproca connessione temporale.

La difficoltà era intrinseca alla posizione che rispetto alla fisica Kant aveva assunto: non razionalista sul tipo di Cartesio e in parte di Leibniz, non empirista come molti seguaci di Newton. Ed il grado come caratteristica intima della sensazione - la quale è nel tempo cioè in un continuo a priori, e perciò appartiene, almeno in parte, alla concezione razio nalista, ma come valore o quantità o grandezza di questo grado constatabile solo a posteriori, è sperimentale, e perciò appartiene alla concezione empirista - rivelava il punto ne vralgico della impostazione kantiana che è tanto difficile a cogliersi in questo particolare, quanto è stata difficile a capirsi nella sua posizione generale in sede filosofica.

E cosi la Critica, nel mettere in luce questo grado con la sua aspaziale ed atemporale grandezza, mette in luce, nei fenomeni fisici, oltre lo spazio ed oltre il tempo, una "di mensione " che suona completamente nuova ed incompren sibile ad orecchie " classiche", cioè ad orecchie cartesiane.

de Broglie: « La fisica classica [che ignorava i quanti], fedele all'ideale car tesiano, ci mostrava l'universo simile a un gigantesco mec canismo suscettibile di essere descritto con assoluta preci sione, localizzando le sue parti nello spazio e la loro modifi cazione nel tempo; « no nostante l'importanza e l'ampiezza dei progressi compiuti dalla fisica negli ultimi secoli, finché i fisici ignoravano l'esistenza dei quanti, nulla potevano comprendere dell'in tima e profonda natura dei fenomeni fisici, perché senza quanti non ci sarebbe né luce né materia, e, se è lecito parafrasare un testo evangelico, si può dire che nulla di quello che è stato fatto è stato fatto senza di essi » .

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Gli oggetti chiamati entro lo schema spazio-temporale vi possono venire e vi si possono mantener presenti senza svanire, trasformandosi in enti spaziali (punti geometrici) o in enti temporali (istanti di tempo), solo se portano con sé e mantengono sempre la loro propria caratteristica: quella di avere una loro - non spaziale né temporale - grandezza, cioè una loro propria dimensione: i "gradi".

IV A. LA VARIAZIONE DEL GRADO

Su questa variazione della grandezza o quantità del grado, Kant accumula gli esempi: se ne trovano un po' da per tutto, perfino a proposito del problema se l'anima soprav viva dopo la morte . Mendelssohn, nel suo Fedone, aveva tentato di mostrare che l'anima non solo non può cessare per d e c o m posizione (perché non è composta di parti), ma non può neppure cessare per e s t i n z io n e .

«Se non che - gli obbietta Kant - egli non badò, che, se

anche accordiamo all'anima questa natura se m p l ic e , perché non è costituita da parti, e quindi una quantità estensiva , tuttavia è dottata di una quantità intensiva, cioè un grado di realtà ; grado che può diminuire per infiniti

gradi sempre piu piccoli; e cosi la presunta sostanza ... benché non per decomposizione, pure per graduale diminuzione (remissio) delle sue forze può essere annullata »

Anche la coscienza ha un grado che può diminuire fino all’estinzione.

Ciò che nella intuizione empirica corrisponde alla sensazione, è realtà (realitas phaenomenon); ciò che corrisponde all'assenza di essa, è negazione = O.

ogni.sensazione è suscettibile di diminuzione, tanto che può decrescere e cosi a poco a poco sparire.

E allo stesso modo, la coscienza empirica può essere elevata da zero fino al grado piu alto

«Tra la realtà (rappresentazione sensibile) e lo zero, cioè la completa vuotezza della intuiziòne nel tempo, v'ha pur una differenza che ha una quantità;

si può asserire a priori che il reale deve avere un grado) ; il che è la seconda applicazione della matematica (mathesis intensorum) alla fisica

IV B. CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ NELLA VARIAZIONE DELLA GRANDEZZA O QUANTITÀ DEL GRADO

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si sa che queste modificazioni o sensazioni sono continue nel tempo. Ma si sa anche che esse sono dotate inoltre di una grandezza o quantità intensiva (non spaziale né temporale);

La realtà fenomenica ha due tipi di causalità: uno, secondo il quale il grado è causa della sensazione (cosa che non interessa in questo ca pitolo); l'altro, quello secondo il quale il grado, o meglio la grandezza o quantità del grado che un fenomeno contiene in sé, è causa di un altro fenomeno (il che è appunto la causa nel senso consueto della parola).

Se perciò tutti i fenomeni, considerati estensivamente o intensivamente, sono grandezze continue, la proposizione che anche ogni c a n g i a m e n t o (passag gio di una cosa da uno stato a un altro) è continuo, potrebbe essere qui provata facilmente e con evidenza matematica

Dunque, sebbene si possa asserire a priori la continuità della modificazione della sensibilità, non si può asserire a priori che sia continua la grandezza o quantità o intensità del grado con cui le sensazioni o modificazioni dotate di queste grandezze si susseguono nel tempo. Giacché questa grandezza o quantità del grado (che produce un cangia mento, cioè un evento nel mondo fisico) non dipende da prin cipi a priori.

« Il movimento di un o g g e t t o nello spazio non appartiene ad una scienza pura, e perciò nemmeno alla geometria; poiché non si può conoscere a priori, ma solo per mano dell'esperienza, che qualche cosa si muova si possa concepire a priori il non mobile, mentre occorra l'esperienza per concepire qualcosa di mobile per rappresentare il cangiamento dobbiamo prendere ad esempio il movimento.

V. L'ASSENZA DEL GllADO E IL «DIAGRAMMA • DEL 1770

quando « il reale della coscienza empirica sparisce totalmente ..., rimane una c o scienza meramente formale (a priori) del m o l t e p l i c e n e Il o spazi o e n e l t e m p o» 65•

Le conseguenze, della scomparsa di ogni grandezza del grado, ossia di ogni sensazione effettiva, sono di estrema importanza in fisica.

Questa ipotesi dell'assenza della grandezza intensiva la si trova nel quadro che Kant ha dato del mondo fenomenico quale lo vedeva nel 1770, nel «diagramma» di cui parla alla fine della nota della sua Dissertazione.

In questo diagramma - che è poi quello classico, d'ori gine cartesiano-galileiana, accettato da un Leibniz e da un Laplace, e pienamente valido per Galileo e per Newton - il tempo viene indicato con una linea orizzontale (ascissa), e le tre dimensioni o parametri dello spazio (euclideo) ven gono indicate con una linea verticale e perpendicolare (ordi

nata) alla precedente. Infatti la punta della mia penna,

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sono rispetto al tempo oggetti simultanei; e perciò l'indicazione del tempo in cui si trovano va fatta sull'identico punto dell'ascissa. Si

vede bene come in questo diagramma il mondo fisico si riduce, sia quanto alle "sostanze" (fenomeniche) sia quanto alle loro " modificazioni " o "eventi", ad un mondo a due dimensioni: spazio e tempo. (E questa è la ragione che co stringe a far diventare puro « movimento », qualsivoglia evento).

Tutto il valore di quel dia gramma (su cui Cartesio, Galileo, Newton, Leibniz e La piace si trovano concordi) è basato, appunto, unicamente sulla "concettualizzazione " o (come direbbe Kant) "intel lettualizzazione " di tempo e spazio.

Nella Critica quel diagramma non è piu valido; e non è piu valido perché la presenza della sintesi produce una duplice radicale modificazione:

l) nel '70 mancava alla sensazione un principio che a priori la soste nesse, cioè garantisse la sua p re se n z a.

la sensazione acquista valore concettuale; diventa un principio.

Anche se ci si limitasse dunque a questa sola prima ra gione, cioè alla impossibilità di scrivere, questa "nuova" dimensione, il grado, in quel diagramma, si vedrebbe già come quel diagramma sia v u o t o , e tale che potrà espri mere tutto quello che si vuole, tranne la realtà fisica .

2) gli stati dei rapporti fra di loro delle singole parti che compongono i fenomeni - erano "descritte " o " raffigurate " in quel diagramma nel modo piu semplice: mettendo attimo per attimo quelle sin gole parti in rapporto con la retta che indica Io spazio

Infatti solo per ché noi riteniamo i d e n t i c a o v u n q u e la velocità del flusso del tempo [piu esattamente la velocità del flusso degli eventi], solo per questo noi possiamo poi attribuire al tempo l'ubiquità, ossia la proprietà di esser valido (identicamente) ovunque, per questa proprietà noi possiamo raffigurare il tempo con una sola retta (l'ascissa), la quale vale i d e n t i· c a m e n t e per qualsiasi luogo e per qualsiasi sistema"'·

Ma nella Critica la determinazione dei posti dei fenomeni non può piu avvenire- d i c e K a n t rifercndoli allo spazio assoluto (Euclide) ed al tempo assoluto (Newton)

è reso impossibile dal fatto che il tempo e lo spazio non sono né percepibili né intuibili, non sono oggetti né di percezione né di intuizione. E perciò non si può determinare il posto spazio-temporale dei fenomeni ten tando di metterli

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direttamente in rapporto con uno spazio c con un tempo che non sono pcrcepibili.

Quindi il diagramma non è valido, Kant fa intervenire allora il principio dell’intelletto (PRINCIPIO DI CAUSA).

il quale, solo in quanto può, e se può, stabilire che B è conseguenza di A, farà sf che B venga oggettivamente considerato nel tempo come successivo ad A. Se l'intelletto non può far questo, non si ha nessuna garanzia che oggetti vamente ( = scientificamente) B segua A.

Quanto a determinare il posto o il luogo che i fenomeni o gli oggetti fisici hanno nello spazio, è chiaro che non basta la "visione " empi rica, quella fatta con gli occhi. Infatti due oggetti che sono lontani non possono esser visti simultaneamente; per es. (per servirsi degli esempi di Kant): se una casa è un po' grande, io posso, guardandola, «cominciare dal comignolo e finire al suolo, ma anche cominciare dal basso e finire in alto, ecc. » 74; Qundi si può guardare da A a B o viceversa.

Occorrerà, allora, per poter determinare che le cose che a noi appaiono successive non lo sono, ma sono invece compresenti nello spazio, trovare il modo di conoscere che esse « esistono in uno e medesimo tempo.

• LA SENSAZIONE E IL GRADO

bIsogna dunque che vi sia qual che cosa per la quale A conferisce aB ilsuo posto nel tempo, e reciprocamente B ad A

Per determinare che sue oggetti siano simultanei nel tempo occorre:

l) il quid o percezione o insieme di percezioni di cui si tratta di determinare la posizione (il che richiede la sensa zione con il suo grado).

2) determinare il tempo. Ma poiché il tempo non si può percepire, occorre

3) il concetto di causa, che dia a quelle percezioni, una connessione oggettiva; cioè che determini il loro rapporto nel tempo.

4) «qualcosa di permanente nella percezione», che non si trova in me (perché la mia esistenza nel tempo è determinata da qualcosa di permanente) e nemmeno dall’esperienza esterna (perché presupposta a priori) : sono i concetti puri

è l'esperienza e non la finzione, il senso e non l'immaginazione, che lega inseparabilmente l'esterno al mio senso interno; poiché il senso esterno è già in sé relazione dell'intuizione a qualcosa di reale fuor di me, e la realtà di questo qualcosa - a differenza dell'immaginazione - non riposa se non su ciò che è inseparabilmente legato alla stessa esperienza interna, come la condizione della sua possibilità»

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Corollario

Kant mantiene per tutta la Critica un doppio ordine di molteplice (il puro e l'empirico) gli serve per distinguere la matematica (conoscenza razionale, il puro) dalla fisica (l’empirico), si deve qui aggiungere che questa distinzione riguarda solo il m a t e r i a l e con cui viene costruita la matematica e fatta la fisica.

Ora, costruire un concetto richiede una intuizone n o n e m p i r i c a

La matematica « non può far nulla col s e m p l i c e concetto, ma si affretta tosto all'intuizione [sia pura, sia, attraverso que sta, empirica) in cui essa considera il concetto in concreto, e pur nondimeno n o n e m p i r i c a m e n t e , ma soltanto in un'intuizione che essa ha presentata a priori. (es. costruzione di un triangolo)

La fisica invece, poiché si riferisce a dati empirici non può costruire a priori le sue determinazioni.

Forma: si possono determinare a priori i nostri concetti nell'intuizione, in quanto ci creiamo [ = costruiamo] nello spazio e nel tempo gli oggetti stessi mediante sintesi uniformi, considerandoli semplicemente come quanta (q u a l e n u e m e r o ).

Contenuto (materia):si conosce in modo empirico.

la fisica ha sempre bisogno di un dato sensibile (a differenza della matematica).

La forma della conoscenza matematica è la causa, per cui essa può riferirsi unicamente a quantità. Giacché non c'è se non il concetto di quantità che si possa costruire, cioè esporre a priori nella intuizione, laddove le qualità non si possono rappresentare in nessun'altra intuizione che in quella empirica. Quindi una conoscenza razionale di esse non è possibile se non per concetti.

ciò che viene dato in una o in un'altra esperienza è, secondo la Critica, appunto la g r a n d e z z a o quantità del grado, il quale indica in modo esteriore ove viene la biforcazione del procedimento razionale.

la distinzione fatta da Kant fra principi matematici (detti anche costitutivi): produzione delle intuizioni (sia pure: spazio, tempo; sia empiriche: percezioni)

principi dinamici (permanenza, causalità, reciprocità): riguardano la connessione della loro esistenza in una esperienza ... e la prova cioè della validità oggettiva di questi ultimi

I principi di permanenza, causa, reciprocità, sono semplicemente regolativi, e due sono le condizioni ge nerali della loro validità e del loro uso:

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l) che pur partendo da una percezione attuale che ci è data (e c'è data in virtù del principio del grado), non possono dirci a priori né quanto grande sarà il grado della percezione successiva né possono dirci a priori se sarà connessa come contemporanea o come successiva; perché per entrambe queste determinazioni occorre l'esperienza effettiva; ma possono dirci solo che la seconda, qualunque sia per riuscire la grandezza del suo grado, dev'esser connessa alla prima in un modo. Dunque non si può,

come in fisica classica, costruire a priori il mondo fisico esistente, né si può essere certi di costruirlo come un continuo

2) ciò che è indispensabile alla "funzione " loro, è proprio la presenza della grandezza intensiva o grado della percezione.

per la seconda si ha che, senza grado, i principi della permanenza, della causalità e della reciprocità perderebbero

il campo su cui esplicare la propria funzione, e sarebbero privi di ogni e qualsiasi uso. E poiché senza questi principi, che si applicano alla grandezza del grado della percezione, non si ha nessuna "esistenza ", si vede come nel « dia gramma» del '70 non rimanga ormai altro che un lontano ricordo.

CAPITOLO IV

GRADO E REALTÀ

l. IL DUPLICE SIGNIFICATO DI « OGGETTO ,. 2

« su quale base si fonda il rapporto fra ciò che in noi si chiama rappresentazione [soggetto] e l'oggetto? ».

Così scrive Kant nel febbraio 1772 allo Herz, in una lettera che vien considerata come il primo o uno dei primi segni annunziatoti della Critica.

l) « Se la rappresentazione contiene solo il modo con cui il soggetto viene affetto dall'oggetto, è facile compren dere come essa sia conforme a quest'oggetto, nella stessa guisa che l'effetto è conforme alla sua causa (omogeneità fra causa ed effetto]; rappresentazioni passive sensibili hanno dunque un rapporto comprensibile con gli oggetti; e i principi che vengono tratti dalla natura della nostra anima, hanno una validità comprensibile per tutte le cose in quanto queste devono essere oggetti del senso».

2) le rappresentazioni sensibili rappresentano le cose come appaiono, le intellettuali come sono

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3) se per mezzo della rappresentazione venisse prodotto l'oggetto stesso, come quando ci si rappresenta le conoscenze divine quali archetipi delle cose, allora si dovrebbe poter intendere anche la loro conformità con gli oggetti ... Però né il nostro intelletto con le sue rappresentazioni è la causa dell'oggetto, né l'oggetto è la causa delle rappresentazioni intellettuali» .

« Se la rappresentazione contiene solo il modo con cui il

soggetto vien affetto dall'oggetto; è facile comprendere come essa sia conforme a questo oggetto ». Qui è in agguato il problema che si prolunga e ripercuote per tutta la carriera di Kant fino all'Opus postumum, dove acquista massimo risalto.

Questo oggetto, l'oggetto sensibile che riceve leggi e forma dai « principi tratti dalla natura dell'animo», non rispecchia affatto nessun oggetto che sia fuori di questi prin cipi medesimi; non è cioè per nulla omogeneo a quest'og getto [esterno a questi principi] e non può perciò dirci checchessia sulla natura di quell'oggetto • È invece effetto della natura della sensibilità, sia come contenuto (la sensazione o modificazione che è qualità del tutto soggettiva) sia come forma, lo spaziotempo; e tanto la forma quanto il contenuto sono entrambi propri della sensibilità e non dell'oggetto .

«com'è possibile ... l'insieme dei fenomeni? ... Per mezzo della costituzione della nostra sensitività, costituzione secondo la quale essa vien eccitata nel modo che di essa è proprio, dagli oggetti che le sono in sé sconosciuti , e che son del tu/lo distinti da quei fenomeni •·

oggetto fenomenico non è per nulla il primo oggetto. E questo primo oggetto, l'Oggetto in sé, è proprio quell'oggetto di cui si parla al principio della frase « la rappresentazione contiene il modo con cui il soggetto viene affetto dall'oggetto , giacché è l'og getto che « affetta » la sensibilità.

le rappresentazioni soggettive hanno un oggetto nella sensi bilità in quanto questa è modificata secondo la sua propria natura e le sue proprie leggi, e l'oggetto è questo oggetto interno a questa sensibilità, o meglio è questa stessa modifi cazione che dipende dalla speciale e particolare conforma zione della sensibilità (sicché è «facile • e «comprensibile » il rapporto fra rappresentazione e oggetto, poiché tutt'e due appartengono al Soggetto).

Sicché l'oggetto fuori della sensibilità è sempre agente ed è sempre presente, poiché non affetta solo la sensibilità.

CoROLLARIO

La natura e il tipo di distinzione fra questi due oggetti è veramente caratterisica e speciale: è lei che dà origine alla dialettica kantiana, vista come quella che sorge nel preciso punto di biforcazione fra l'uno e l'altro oggetto cioè mondo fenomenico e mondo in sé. Biforcazione che non arriva mai a separare i due mondi , quasi

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fossero entrambi "positivi " e "concreti " ma che li tiene sempre su l p u n t o di distinguersi.

E per questa specialissima configu razione del loro rapporto, la presenza del mondo noume nico o mondo in sé, è presenza vicinissima al fenomenico; ché il mondo in sé circonda il fenomeno da tutti i lati, lo tiene per così dire immerso in sé pur senza penetrare mai in lui. Tutto il mondo fenomenico è costantemente tenuto in sospensione e quasi fatto vibrare dalla ininterrotta e continua presenza del mondo noumenico. E se questo mondo noumenico vien visto come mondo (inattingibile) della q u a l i t à p u r a , il mondo fenomenico allora oscillerà fra la niti dezza solo formale della quantità, e - in virtu della presenza ineliminabile di qualcosa, la sensazione qualitativamente appresa, che non si può tutta quanta ridurre a quantità - e la non formale re a l t à con caratteristiche e proprietà che non rientrano tutte quante nel dominio dell'intelletto matematizzante.

II. LA SENSAZIONE COME AFFEZIONE E COME MODIFICAZIONE

la sensazione, proprio per effetto della struttura critica del conoscere, è venuta ad acquistare una sua speciale natura interna, una sua "posizione", che è quanto mai personale e caratteristica di Kant. L'oggetto conosciuto è sempre formato anche dalle im mancabili sensazioni con la loro natura qualitativa. il problema della Critica è quello di vedere come « l'intelletto possa formarsi a priori concetti di cose nella loro determinazione q u a l i t a t i v a » .

La se n sazi o n e ha avuto una duplice sorte: o le è stato attribuito l'onore di esser lo scandaglio piu adatto per scendere nell'abisso dell'Essere e rivelarne la natura; o le è stato attribuito il disonore di intorbidare tutto quanto tocca. E anche se, nel primo caso, non le si è dato tanto potere, le si è pur dato quello di fare da ponte o punto di contatto fra il Conoscere e l'Essere, quasi glandola pineale in cui res extensa e res cogitans vengono a toccarsi.

In Kant la sensazione non ha né quell'onore né quel disonore. Perché la sensazione kantiana non appartiene piu ad uno Spirito (O Mente, o Ragione, ecc.).

E considerava la raffigurazione precedente completamente erronea in quanto considerava come puramente logica la differenza fra sensibilità e intelletto, laddove essa è invece manifestamente trascendentale; i sensitivi vi possono essere completamente distinti, e gli intelligibili confusi. Il primo lo vedemmo nel prototipo della conoscenza sensitiva, la geometri a ; il secondo nell'organo di tutti gli intelligibili, la m e t a f i s i c a , la quale è evidente quanto si affatichi a scacciare le nebbie della confusione •

La sensazione

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