L'adulterio tra diritto islamico e diritto iraniano - Il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani., Tesi di laurea di Economia Finanziaria. Università di Pisa
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L'adulterio tra diritto islamico e diritto iraniano - Il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani., Tesi di laurea di Economia Finanziaria. Università di Pisa

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Tesi di laurea triennale che parte dall'analisi di cosa sia una risoluzione del parlamento europeo, prende in considerazione poi la risoluzione del parlamento europeo relativa al caso di Sakineh, per analizzare il diritt...
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Pag. 2

INDICE

INTRODUZIONE pag. 3

Capitolo 1

1. RISOLUZIONE pag. 5

1.1 Nozione pag. 5

1.2 Risoluzioni del Parlamento europeo pag. 5

1.2.1 Articolo 113: proposte di risoluzione pag. 6

1.2.2 Articolo 115: discussioni sui casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto pag. 7

Capitolo 2

2. IL CASO DI SAKINEH E LA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO DELL’8 SETTEMBRE 2010 SUI DIRITTI UMANI IN IRAN pag. 12

Capitolo 3

3. IL DIRITTO ISLAMICO E IL DIRITTO IRANIANO pag. 16

3.1 Il Diritto islamico pag. 17

3.2 Il Diritto iraniano pag. 19

Capitolo 4

4. LAICITA’ E STATO ISLAMICO pag. 25

CONCLUSIONE pag. 32

Pag. 3

INTRODUZIONE

Sakineh: una donna in bilico tra la vita e la morte, tra diritto e

religione, tra istituzioni e organismi occidentali che le riconoscono

diritti inviolabili, ed uno Stato confessionale islamico che vessa le

donne, i minori, gli omosessuali, le minoranze religiose ed etniche, e

in sostanza, nega la democrazia al suo popolo.

La risoluzione dell’8 settembre 2010 sull’Iran del Parlamento

europeo è stata decisiva nella sospensione dell’esecuzione della

condanna di Sakineh. Ed è proprio dal suo testo che ho incominciato

a lavorare alla redazione del mio elaborato giuridico-scientifico.

Ho ritenuto importante spiegare, preliminarmente, cosa sia una

risoluzione, in particolare del Parlamento europeo.

Ho quindi raccontato gli avvenimenti essenziali del caso di Sakineh

Mohammadi Ashtiani, cercando di raccogliere in poche pagine le

notizie più significative che hanno superato i filtri che il governo

iraniano impone alla libertà di divulgazione delle informazioni.

Ho infine analizzato il diritto islamico (in senso generale),

confrontandolo con alcune norme del codice penale e civile iraniano.

Pag. 4

Da questo studio emerge che lo Stato islamico, ontologicamente,

fatica a rispettare i diritti umani. Questo problema l’ho esaminato

alla luce del principio di laicità.

Pag. 5

1. RISOLUZIONE

1.1 NOZIONE

Il termine risoluzione– dal latino resolutio (soluzione) – indica

generalmente la deliberazione di un organo collegiale espressiva

della sua volontà su una questione ricompresa nella sfera delle

proprie competenze. In tale accezione trova ampia diffusione nei

collegi internazionali (Assemblea dell’ONU, Parlamento Europeo,

Assemblea del Consiglio d’Europa, Assemblea dell’Atlantico del Nord)

ed interni (Parlamenti nazionali, assemblee territoriali) [1].

1.2 RISOLUZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO

Il Parlamento europeo ha il diritto di esprimere pareri su qualsiasi

questione riguardante l’Unione Europea e di adottare risoluzioni su

tali questioni. In virtù del suo potere di organizzazione interna, il

Parlamento europeo si unisce e fissa il suo ordine del giorno. Anche

quando il potere di agire spetta alle altre istituzioni o ai governi

nazionali, il Parlamento europeo ha il diritto di "invitare ad agire".

Questo vale anche per la politica non comunitaria dell'Unione, per il

quale il trattato UE prevede espressamente che il Parlamento

europeo organizzi un dibattito annuale [2]. Le risoluzioni sono quindi

essenzialmente un atto politico.

Pag. 6

Le risoluzioni del parlamento europeo sono disciplinate da due

articoli del regolamento interno [3], che ne determinano anche due

tipi giuridici differenti:

-Art. 113: Proposte di risoluzione

-Art. 115: Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della

democrazia e dello Stato di diritto

1.2.1 ARTICOLO 113: PROPOSTE DI RISOLUZIONE

Una risoluzione può essere presentata da qualsiasi deputato del

parlamento europeo e deve trattare un argomento rientrante

nell’ambito delle attività dell’Unione europea. Può essere composta

al massimo di 200 parole.

La commissione competente decide sulla procedura:

-può trattare la proposta di relazione congiuntamente ad altre

proposte di risoluzione o relazioni

-può emettere un parere, anche sotto forma di lettera

-può decidere di elaborare una relazione

Gli autori della proposta di risoluzione vengono informati della

decisione della commissione e della Conferenza dei presidenti.

Pag. 7

La proposta può essere ritirata dai suoi autori o dal primo firmatario

prima che la commissione abbia deciso di elaborare una relazione in

merito. Una volta che la proposta è stata fatta propria dalla

commissione, solo quest’ultima ha la facoltà di ritirarla, ma solo fino

alla votazione finale.

Una proposta di risoluzione ritirata può essere fatta propria e

ripresentata da un gruppo politico, da una commissione

parlamentare o da un gruppo di deputati.

1.2.2 ARTICOLO 115: DISCUSSIONI SU CASI DI VIOLAZIONE DEI

DIRITTI UMANI, DELLA DEMOCRAZIA E DELLO STATO DI DIRITTO.

In caso ci sia una violazione dei diritti umani, della democrazia e dello

Stato di diritto; una commissione, una delegazione

interparlamentare, un gruppo politico o almeno trentasette deputati

possono chiedere per iscritto una discussione urgente del caso al

Presidente del Parlamento europeo.

La Conferenza dei presidenti stabilisce un elenco degli argomenti da

iscrivere al progetto definitivo di ordine del giorno per le successive

discussioni su casi di violazione dei diritti dell’uomo, della democrazia

e dello Stato di diritto. Il numero complessivo degli argomenti iscritti

all’ordine del giorno non deve essere superiore a tre.

Pag. 8

Il Parlamento può pronunciarsi in merito all’eliminazione dalle

discussioni di un argomento previsto e alla sostituzione con un

argomento non previsto. Il tempo di parola complessivo dei gruppi

politici e dei deputati non iscritti a gruppi viene ripartito in

conformità dell'articolo 142, paragrafi 2 e 3, nei limiti del tempo

complessivo di non oltre sessanta minuti per tornata previsto per le

discussioni. Il tempo restante dopo aver tenuto conto

dell'illustrazione delle proposte di risoluzione, delle votazioni e del

tempo concordato per gli eventuali interventi della Commissione e

del Consiglio, è ripartito tra i gruppi politici e i deputati non iscritti. Al

termine della discussione avviene immediatamente la votazione, non

si applica quindi l’art 163 del regolamento che disciplina le

dichiarazioni di voto.

Il Presidente del Parlamento e i presidenti dei gruppi politici possono

decidere di porre in votazione una proposta di risoluzione senza

discussione. Tale decisione richiede l’accordo unanime dei presidenti

di tutti i gruppi politici. Per le proposte di risoluzione iscritte

all’ordine del giorno per casi di violazione dei diritti umani, della

democrazia e dello Stato di diritto, non si applicano gli art 167, 168 e

170, che invece si applicano per le proposte di risoluzione dell’art

113.

Pag. 9

L’art. 167 disciplina la questione pregiudiziale che consiste nella

proposta di rifiutare la discussione di un determinato punto

dell’ordine del giorno per motivi di irricevibilità del punto in

questione. La votazione sulla proposta di questione pregiudiziale ha

luogo immediatamente. L'intenzione di sollevare una questione

pregiudiziale deve essere notificata con almeno ventiquattro ore di

anticipo al Presidente, che ne informa immediatamente il

Parlamento.

L’art. 168 disciplina il rinvio in commissione. Secondo la norma, una

proposta di risoluzione non rientrante nel tipo dell’art 115, può

essere rinviata in commissione al momento della fissazione

dell’ordine del giorno o prima dell’apertura della discussione su

richiesta di un gruppo politico o da almeno trentasette deputati.

L'intenzione di chiedere il rinvio in commissione deve essere

notificata con almeno ventiquattro ore di anticipo al Presidente, che

ne informa immediatamente il Parlamento. Il rinvio in commissione

può essere chiesto anche da un gruppo politico o da almeno

trentasette deputati, prima o durante la votazione. In tal caso la

richiesta viene messa immediatamente ai voti. La richiesta può

essere presentata solo una volta in ciascuna di queste diverse fasi

della procedura e in rinvio in commissione interrompe il dibattito sul

Pag. 10

punto in esame. Inoltre il Parlamento può impartire alla commissione

un termine entro il quale presentare le sue conclusioni.

L’art. 170 disciplina gli aggiornamenti di discussione e della

votazione. Secondo questa norma all'apertura della discussione su un

determinato punto dell'ordine del giorno, un gruppo politico o

almeno trentasette deputati possono proporre che la discussione

venga aggiornata fino a un momento stabilito. La votazione su questa

proposta ha luogo immediatamente. L'intenzione di proporre

l'aggiornamento della discussione deve essere notificata con almeno

ventiquattro ore di anticipo al Presidente, che ne informa

immediatamente il Parlamento. Nel caso in cui la proposta venga

accolta, il Parlamento passa al punto successivo dell'ordine del

giorno. La discussione oggetto dell'aggiornamento deve essere

ripresa al momento stabilito. Nel caso in cui la proposta venga

respinta, non può essere ripresentata nel corso della stessa tornata.

Prima o durante una votazione, un gruppo politico o almeno

trentasette deputati possono proporne l'aggiornamento. La

votazione sulla proposta ha luogo immediatamente. Qualora il

Parlamento decida di aggiornare una discussione a una tornata

successiva, la decisione deve indicare la tornata all'ordine del giorno

della quale la discussione deve essere iscritta.

Pag. 11

Anche questa norma non si applica per le proposte di risoluzione

dell’art 115.

Le proposte di risoluzione dell’art. 115 sono presentate in vista di

una discussione solo dopo l’approvazione dell’elenco degli

argomenti. Le proposte di risoluzione che non possono essere

esaminate nell’intervallo previsto per queste discussioni decadono.

Decadono anche le proposte di risoluzione per le quali è stata

constatata, in seguito ad una richiesta presentata da almeno

trentasette deputati, la mancanza del numero legale. I deputati

possono comunque ripresentare queste proposte di risoluzione in

vista di un loro deferimento in commissione ai sensi dell’art 113,

oppure per l’iscrizione nelle discussioni su casi di violazione dei diritti

umani, della democrazia e dello Stato di diritto della tornata

successiva. Se l’argomento è già stato iscritto all’ordine del giorno,

non può essere iscritto anche per la discussione su casi di violazione

dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto.

Note:

[1] cfr. Luigi Ciaurro, Risoluzione Parlamentare, Enciclopedia giuridica Treccani, volume XXVII, Roma, 1991.

[2] cfr. K. Lenaerts, P. Van Nuffel, Constitutional Law of the European Union, Second Edition, Londra, 2005.

[3] cfr. Regolamento interno del Parlamento europeo, Gazzetta ufficiale 44 del 15.02.2005, http://www.europarl.europa.eu/

Pag. 12

2. IL CASO DI SAKINEH E LA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO DELL’8 SETTEMBRE 2010 SUI DIRITTI UMANI IN IRAN.

Sakineh Mohammadi-Ashtiani è una donna di quarantatré anni,

iraniana, condannata alla lapidazione per adulterio e per la presunta

complicità nell’omicidio del marito e da quattro anni è detenuta nel

braccio della morte. Tutto il mondo si è impegnato per cercare di

impedire questa pratica disumana, e anche l’Unione Europea si è

mossa, attraverso il suo Parlamento, adottando la risoluzione dell’8

settembre 2010 sui diritti umani in Iran, in particolare sui casi di

Sakineh Mohammadi-Ashtiani e di Zahra Bahrami.

Il Parlamento europeo, partendo da due sue risoluzioni precedenti

sull’Iran e rifacendosi alle risoluzioni dell’Assemblea generale delle

Nazioni Unite 62/149 e 63/138 sulla moratoria delle esecuzioni

nell’attesa dell’abolizione della pena di morte, e soprattutto al patto

internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR), patto al quale

anche l’Iran ha aderito, stigmatizza la condanna a morte per

lapidazione nel caso di Sakineh, e ritiene che una condanna a morte

per lapidazione non possa mai essere giustificata o accettata [1].

Sakineh è stata accusata nel 2006 di aver avuto due relazioni intime

extraconiugali dopo la morte del marito, ed è stata condannata per

questo alla pena di novantanove frustate eseguita lo stesso anno.

Pag. 13

Questo va in violazione dell’articolo 7 del patto internazionale

relativo ai diritti civili e politici (ICCPR) che dice espressamente che:

«Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o

trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno

può essere sottoposto, senza consenso, ad un esperimento medico

scientifico». Non solo, Sakineh è stata costretta più volte a

confessare le sue colpe sotto tortura (una volta pure in un’intervista

televisiva), e come se non bastasse, a fine agosto ha subito una finta

esecuzione. La sera le hanno comunicato che sarebbe stata lapidata

all’alba, cosa che poi fortunatamente non è avvenuta.

Nei primi giorni del mese di settembre è stata nuovamente

condannata a subire la pena delle novantanove frustate [2]. Questa

pena gli è stata inflitta, secondo il figlio (e su testimonianza di alcune

donne uscite dal carcere femminile), in quanto Sakineh sarebbe

accusata di diffondere la corruzione e l'indecenza diffondendo una

foto, presumibilmente sua, ma che in realtà sua non è, di una donna

senza velo. Il Times, infatti, tramite l’ex avvocato di sua madre,

Mohammad Mostafei, fuggito in Norvegia per sfuggire alle

persecuzioni derivate dalla sua attività, sarebbe venuto in possesso

di questa foto e l’avrebbe pubblicata. All'avvocato, la famiglia di

Sakineh avrebbe tolto l'incarico dopo la fuga e la foto sarebbe, in

realtà, di un'attivista politica che vive in Svezia, secondo quanto

Pag. 14

riferito dall'International Comittee against executions. Il quotidiano

ha poi smentito e si è scusato con i lettori, spiegando che l'ex

avvocato avrebbe dichiarato di aver ricevuto la foto dal figlio.

Sempre relativamente al predetto patto (ICCPR), la condanna a

morte per lapidazione di Sakineh è una violazione degli obblighi

internazionali, in quanto l’art. 6, comma 2, sancisce espressamente

che: «Nei paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una

sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più

gravi, in conformità alle leggi vigenti al momento in cui il delitto fu

commesso e purché non sia in contrasto ne con le disposizioni del

presente Patto…»

In questa risoluzione, oltre a richiedere la sospensione

dell’esecuzione di Sakineh s’invita la Repubblica islamica dell’Iran a

firmare e ratificare la convenzione delle Nazioni Unite

sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne

(CEDAW).

Attualmente l’esecuzione di Sakineh è stata sospesa, ma per l’accusa

di adulterio e di avere concorso all’omicidio del marito rischia

l’esecuzione della condanna a morte per impiccagione.

Sono stati inoltre recentemente arrestati il figlio poco più che

ventenne, l’avvocato della donna e due giornalisti tedeschi che li

Pag. 15

stavano intervistando. Dei quattro non si è più avuta notizia, e

adesso Sakineh rischia veramente di venire impiccata.

Questi fatti, ci obbligano a fare delle riflessioni sul livello dei diritti

umani in Iran, specialmente sul campo concernente la

discriminazione dei diritti delle donne. Inoltre, sempre alla luce di

questa risoluzione, è necessario analizzare il grado di laicità, e quindi

di democrazia, non solo in Iran (ma più in generale di uno Stato a

matrice islamica).

Note:

[1] Risoluzione 8 settembre 2010 del Parlamento europeo sull’Iran, http://www.olir.it/

[2] Cfr. http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_04/sakineh- appello-consulta_be1faa84-b813-11df-927f-00144f02aabe.shtml

Pag. 16

3. IL DIRITTO ISLAMICO E IL DIRITTO IRANIANO

Quello della lapidazione è un tema da chiarire. Un argomento chiave,

perché è una pratica arcaica e particolarmente sinistra, che il nostro

immaginario cultural-religioso collega alla parabola dell’adultera che

i farisei portarono davanti a Gesù, chiedendogli se era o no giusto

lapidarla come prescriveva la Legge di Mosè.

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, disse Gesù. Rovesciando

il dilemma: se i farisei l’avessero lapidata, era perché si

consideravano senza peccato. Se non lo avessero fatto, avrebbero

violato la Legge. “Si ritirarono uno a uno, cominciando dai più

anziani”, narra la storia . E la parabola è rimasta un mito fondativo

della separazione fra la legge religiosa e legge civile. L’adultera ha

commesso un peccato davanti a Dio e non deve render conto che a

lui. Non ha commesso un crimine e non può essere giudicata dagli

uomini.

Sembra, infatti, che la lapidazione sia una sanzione tradizionale in

certe regioni sunnite. Non esiste invece nello sciismo, la variante

islamica abbracciata dalla grandissima maggioranza della

popolazione iraniana, nonché fede ufficiale della Repubblica dell’Iran

( l'Islam non è un monolite). Il governo, infatti, l'ha proibita a livello

federale dal 2002, e stabilito una moratoria dal 2001. Tuttavia l’Iran è

Pag. 17

uno Stato decentrato e le varie regioni applicherebbero le leggi in

modo diverso. Alcuni tribunali locali, in certe regioni sunnite,

comminerebbero ancora talvolta l’orribile pena.

3.1 IL DIRITTO ISLAMICO

La legge sacra dell’ Islam (shari’a) è un corpus onnicomprensivo di

doveri religiosi che regolano ogni aspetto della vita del musulmano.

Essa comprende sia le norme che riguardano l’attività di culto, sia le

leggi politiche, sia le norme giuridiche.

Il diritto musulmano è un esempio particolarmente significativo di

“diritto sacro” sensibilmente diverso dagli altri esempi di “diritto

sacro” quale quello ebraico e quello canonico, più vicini sul piano

storico e geografico al diritto musulmano ma assai diversi per quanto

concerne i propri relativi processi di evoluzione e stabilizzazione.

Nonostante sia un “diritto sacro”, la sua sostanza non è affatto

irrazionale: è stato creato non già sulla base di un processo di

rivelazione continua, ma attraverso un metodo di interpretazione

razionale, e le norme religiose e morali introdotte nella materia

giuridica hanno fornito le basi per il suo aspetto strutturale.

E’ comunque un diritto eteronomo [1], in quanto le due sue fonti

principali –il Corano e la Sunna del Profeta- sono sì espressioni del

volere divino, ma accanto ad esse vi è il consenso della Comunità

Pag. 18

che, sebbene anch’ esso pervaso di divina autorità, rappresenta uno

stadio di transizione verso un diritto autonomo e ne costituisce la

decisiva istanza. Il diritto musulmano ha un carattere formale poco

sviluppato: mira a fornire norme concrete e mostra uno spiccato

carattere privato e individualista. Una delle più sorprendenti

caratteristiche del diritto musulmano classico è il metodo casistico

strettamente legato alla struttura stessa dei suoi concetti giuridici:

entrambi sono il risultato di un modo di ragionare per analogia -

opposto al procedimento analitico- che pervade nella sua totalità il

diritto islamico.

Quest’ultimo -inoltre- rappresenta un caso estremo di “diritto dei

giuristi”: è stato creato e sviluppato da specialisti privati; la scienza

giuridica e non lo Stato svolge il ruolo di legislatore e la dottrina ha

forza di legge.

E’ interessante notare come il diritto musulmano non pretende di

avere validità universale: esso è pienamente vincolante per i

musulmani residenti nel territorio dello stato islamico, in misura

leggermente minore per quelli in territorio nemico, e solo entro

modesti limiti per i non musulmani in territorio islamico.

Nella sociologia del diritto, un importante elemento è il grado di

differenziazione delle diverse materie giuridiche tra loro. Tale

Pag. 19

distinzione non esiste nel diritto musulmano. Per questo motivo le

norme procedurali s’intrecciano invariabilmente con le norme del

diritto sostanziale, e le norme del diritto costituzionale ed

amministrativo sono sparse nei più disparati capitoli delle fonti. Il

potere pubblico, di solito, è ridotto a diritti e doveri di privati come

ad esempio il dovere di pagare la zakat, ossia l’elemosina. Tutto ciò è

tanto più significativo se si considera che la lingua araba possiede un

termine astratto per “autorità, dominio, potere di governare” nella

parola sultan, termine che ha iniziato ad essere usato come titolo

solo a partire dal X secolo d.C.; il diritto musulmano, tuttavia , non ha

sviluppato un corrispondente concetto giuridico. Per la stessa

ragione le istituzioni fondamentali dello stato islamico sono

strutturate non come funzione della comunità dei credenti, ma come

doveri il cui compimento da parte di un sufficiente numero

d’individui esonera gli altri: in pratica manca totalmente il concetto

d’istituzione [2].

3.2 IL DIRITTO IRANIANO

Il codice penale islamico (C.P.I.) della Repubblica Iraniana è stato

licenziato dal parlamento, all’inizio degli anni ’80 e la sua fonte

fondamentale è la giurisprudenza sciita.

Questo, infatti, è il risultato delle interpretazioni dei giureconsulti dai

libri religiosi. La maggior parte degli articoli del C.p.i. e del Codice

Pag. 20

civile, sono in contrasto con la dichiarazione universale dei diritti

dell’uomo, con la convenzione delle pari opportunità delle donne e

con la convenzione del diritto del bambino.

Eccone alcuni articoli:

- gli articoli 59 e 220, del c.p.i., ammettono azioni violente, oppure ne

preparano tutte le premesse, nei confronti dei bambini. Infatti,

l’articolo 59 recita: le seguenti azioni non sono considerate reato

(azioni messe in opera da parte dei genitori, dalla patria potestà

legale, dai responsabili dei minori per l’educazione oppure per la

tutela, motivandole come necessarie ai fini educativi del minore),

quindi è evidente come la figura genitoriale, in nome

dell’educazione, possa esercitare un potere. Invece l’articolo 220

tratta del caso in cui un padre, oppure un nonno, uccida un figlio:

l’omicida non può essere ucciso, ma deve pagare un risarcimento agli

eredi della vittima

-l’articolo 209 rende evidente come le pene previste per l’uomo e la

donna non siano uguali, nel senso che se un uomo uccide una donna

è obbligato a pagare un risarcimento, per non andare incontro alle

pene più pesanti.

-l’articolo 210 definisce che l’uccisione di una persona di fede

islamica non è uguale all’uccisione di una persona non mussulmana.

Pag. 21

L’età penalmente perseguibile per le ragazze è di nove anni e per i

ragazzi è di quindici anni. In caso di reato possono essere processati

come gli adulti (comma 1 dell’art. 1210 del codice civile e art. 49

comma 1 del codice penale islamico).

Secondo l’art. 629 e 630 (per le parti che riguardano la donna) del

codice penale islamico, non è un reato l’uccisione della donna da

parte di suo marito nel caso di adulterio (e nemmeno dell’uomo con

cui si trova, in quel momento, la moglie).

Le donne che in pubblico portano il velo non conformemente alla

prescrizione religiosa saranno carcerate da dieci giorni a due mesi

oppure sanzionate amministrativamente.

Nel C.p.i. è sottolineato che se un uomo uccide una donna, e viene

condannato a morte, se è disponibile a pagare metà del risarcimento

previsto (rispetto al reato se fosse commesso da parte della donna

nei confronti dell’uomo), può essere salvo.

Nella donna gravida dal quarto mese in poi (quando la gravidanza è

oggettivamente evidente), in caso di aborto, il risarcimento del feto

femmina è metà del feto maschio (artt. 209,210,273, 300,301 e 487);

anche nei casi di sinistri il risarcimento della donna è metà di quello

dell’uomo.

Pag. 22

Secondo l’art.1130 e 1133 del codice civile, il diritto dell’uomo al

divorzio è illimitato, cioè lo può richiedere senza particolari

condizioni, mentre la donna non possiede la suddetta facoltà, e

comunque ella dovrà presentare validi motivi (che valgono

comunque metà di quelli che valgono nelle motivazioni dell’uomo; in

caso di testimonianza, in merito alle responsabilità del marito, la sua

dichiarazione da sola non vale ed occorre un’altra persona), ed

escluso casi eccezionali ella dovrà lasciare tutti i suoi averi e qualche

volta dovrà aggiungere altri beni da dare al marito.

Secondo il codice civile nell’art. 1043 e 1044, le donne di qualsiasi

età, nel caso di primo matrimonio, devono ottenere il nulla osta dal

padre o dal nonno oppure dal tribunale. I ragazzi dall’età di quindici

anni possono sposarsi senza alcuna autorizzazione, con qualsiasi

ragazza che vogliono.

Gli articoli 83, 84, 102 e 104, prevedono la lapidazione: la maggior

parte di persone lapidate, oppure in attesa di lapidazione, è di sesso

femminile.

La donna non ha facoltà genitoriale nei confronti dei figli, essa non ha

neanche la facoltà di amministrare i suoi possedimenti, al contrario il

padre oppure il nonno, in osservanza alla legge, possono vendere

Pag. 23

l’eredità e i soldi ottenuti possono essere usati a loro piacimento

(artt. 1180-1181 e 1183 del codice civile).

Le donne non possono essere soci dei loro mariti, quindi, se non sono

occupate dopo il divorzio (considerato che la loro dote è stabilita nel

contratto matrimoniale e che in pochi casi vengono pagate), vivono

di miseria e di disperazione. Il divorzio, strutturato come recita la

legge in Iran, è uno dei motivi della distruzione sociale delle donne

che si sono separate dal marito e fonte di depressione, prostituzione

e suicidio.

In caso di morte del marito la donna percepisce un ottavo del

patrimonio monetario, mentre per quello che riguarda la proprietà

immobiliare oppure terriera resta senza diritti di proprietà (artt. 907,

913, 942, 946, 947 e 949 del codice civile).

Gli uomini, secondo la legge, possono sposarsi con quattro donne,

oppure con molte donne secondo un contratto limitato.

Le donne non possono trasmettere la loro cittadinanza ai figli.

Attualmente sono in corso le espulsioni di molte migliaia di afghani

dall’Iran; le donne che sono sposate con loro, se vogliono stare vicine

ai loro cari, dovranno seguirli. Da quando esiste il decreto di

espulsione degli afghani i loro figli (sia essi figli afghani oppure figli

Pag. 24

misti, cioè di madre iraniana), non essendo persiani, non possono

frequentare le scuole in Iran.

Note:

[1] Cfr. A D’ EMILIA, “Diritto islamico” in Le civiltà dell’ Oriente, vol. III, Roma, 1958.

[2] Cfr. G. CALASSO, “Osservazioni in margine alla discussione sull’autenticità delle tradizioni islamiche” in Egitto e Vicino Oriente, vol. I, Roma, 1978.

Pag. 25

4. LAICITA’ E STATO ISLAMICO

L’origine della laicità appartiene all’ambito ecclesiastico. Nel greco

classico «laos» indica il popolo, diviso dai «clericoi» o «chierici»,

termine che deriva dal verbo «cleo» che significa separare. Infatti,

nelle Chiese dei primi secoli, e per molti secoli a seguire, solo i

chierici avevano accesso alla sfera sacra. I laici restavano come “sulla

porta del tempio”.

Su questo modello si è formato il concetto di laicità, nella cultura

occidentale. Secondo questo concetto le istituzioni politiche devono

agire come se Dio non ci fosse. In sostanza la ratio del diritto non

coincide con la ratio della religione.

Il termine laico ha avuto nel tempo molti significati, anche negativi: si

attribuiva la qualifica di «laico» per dire «anticlericale», e quindi laico

e religioso hanno finito per rappresentare due termini contrapposti,

ma questa è una semplificazione non corretta. Infatti, anche un

religioso può anche essere laico, purché interroghi la propria

coscienza e non si affidi ciecamente a verità precostituite.

Dal punto di vista giuridico significa che uno Stato laico non è

solamente uno Stato separato dalle confessioni religiose. Di sicuro

questo rappresenta il lato pubblico della laicità, ma una simile

concezione di laicità, intesa solo come imparzialità tra confessioni

Pag. 26

religiose, tralascia totalmente la sfera privata. Uno Stato per essere

laico, deve essere incompetente in materia di verità religiose, ma allo

stesso tempo garante della libertà religiosa (come di quella

areligiosa). Cioè deve avere la capacità di garantire la libertà delle

coscienze. E questo supera il concetto di libertà religiosa.

Dal punto di vista giuridico, possiamo affermare senza ombra di

dubbio che esistano molti modelli di laicità, ma che insieme alla

democrazia, formano un binomio indissolubile. Nella civiltà

occidentale contemporanea possiamo riferirci a tre modelli di laicità,

e tutte e tre sono riferibili a tre diverse rivoluzioni.

Il primo modello è quello francese di matrice illuminista, fondato

sulla prevalenza della ragione sulla religione. La religione è confinata

nella sfera privata, e il principio di laicità impedisce alla religione di

intromettersi nello spazio pubblico.

Il secondo modello è quello americano. Scaturisce da una rivoluzione

che ha portato a Costituzioni che garantiscono all’uomo il diritto alla

felicità. Anche in questo caso si distingue la sfera religiosa da quella

pubblica, tuttavia ciò avviene in modo molto più blando. Non a caso

il presidente degli Stati Uniti giura fedeltà alla costituzione sulla

Bibbia. Sullo stesso dollaro c’è un riferimento a Dio (in God we trust).

In sostanza esiste un favor religionis che si ferma solo di fronte

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