L'europa e il mondo B. Bagnato, Schemi riassuntivi di Storia Delle Relazioni Internazionali. Università degli Studi di Firenze
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L'europa e il mondo B. Bagnato, Schemi riassuntivi di Storia Delle Relazioni Internazionali. Università degli Studi di Firenze

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Riassunto del capitolo 14 del libro di B. Bagnato, l'europa e il modo. Utile per l'esame di storia delle relazioni internazionali
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L’Europa e il mondo - Bagnato CAP.1 Colonia= Originariamente per i Greci significava lo stanziarsi di cittadini in luoghi esterni ai confini dello stato e in quel determinato territorio vi fondavano città-stato. Per la Roma imperiale la colonia era il gruppo di cittadini che si trasferiva in un determinato territorio di recente conquista e vi svolgeva compiti politici e militari. La colonia in tal caso presupponeva il mantenimento di un collegamento politico con le metropoli. Con il passare del tempo le colonie divengono acquirenti dei prodotti finiti esportati dalle metropoli. Nella storia moderna coloniale il termine “colonia” serve a designare un territorio conquistato o occupato da uno stato. Lo stato cioè sottopone il territorio della colonia alla sua sovranità, lo governa secondo i suoi criteri e ne assume la difesa. Gli abitanti di tali territori non sono cittadini bensì sudditi. Dal termine colonia sono derivati i termini colonizzazione e colonialismo. Colonizzazione indica l’opera colonizzatrice di uno stato dopo la conquista o l’acquisto di una colonia e lo sfruttamento economico di tutte le sue risorse. Colonialismo veniva usato nel senso di politica coloniale, obiettivi coloniali ecc. e definiva la volontà di creare o confermare un sistema di assoggettamento. Impero= è a base militare e ha come obiettivo la conquista. Cioè si presuppone un popolo forte che ne sottomette uno debole e ciò può condurre anche ad un assorbimento totale o a una simbiosi imposta. L’impero è infatti dominio, conquista, comando ecc. ma allo stesso tempo è un fattore di unità, di scambi, di civiltà ecc. L’impero è unione perché sopprime le barriere per tale motivo esige un’organizzazione ben strutturata. Nella storia moderna il termine impero è stato usato per indicare territori caduti sotto il dominio di un altro stato o di una campagna commerciale in cui erano riconosciuti poteri statali. Imperialismo= termine coniato dal primo ministro inglese nel 1880 circa con il quale si intendeva un fenomeno di espansione nazionalistica che punta ad affermare i valori morali, spirituali, politici ed economici di una nazione o di un popolo altamente progredito nei confronti di una società arretrata. L’imperialismo si può manifestare in veste economica (controllo finanziario o commerciale di uno stato sovrano su altri stati) o in veste di imperialismo coloniale (conquista dei territori sotto la diretta sovranità di uno stato). Vi sono casi in cui l’imperialismo economico ha preceduto quello coloniale. Comunque sia non basta possedere alcune colonie per denominare “imperialistico” uno stato.

Il concetto di colonia si può estendere a molteplici accezioni. Le colonie politiche sono territori staccati dalla madrepatria e subordinati allo stato. Spesso si parla di territori oltremare con grado di civilizzazione meno progredita. Questi territori generalmente hanno un ordinamento giuridico differente alla madrepatria. Le colonie di sfruttamento sono territori in cui solitamente l’europeo non riesce a stanziarsi così attraverso la concessione dei territori a compagnie private riesce comunque a usufruire delle vaste coltivazioni con mano d’opera locale (sotto un certo profilo precede ciò che faranno poi le multinazionali). I caratteri basilari sono: il lavoro forzato e lo sfruttamento delle risorse che porta all’impoverimento del paese stesso. E’ essenziale inoltre distinguere tra le forme giuridico-politiche delle diverse forme di colonizzazione. Sotto questo profilo si può operare una distinzione tra territori che seguono il diritto reale, territori in cui lo stato non esercita per intero il suo dominio, territori in cui lo stato non esercita veri e propri diritti sovrani e infine i cosiddetti “possedimenti condominio” ovvero quando un territorio spetta in comune a più stati. Colonizzazioni indirette: Protettorato è un rapporto istituito mediante una convenzione, in genere tra stato più forte e uno più debole in cui lo stato più forte accetta di difendere l’altro. Lo stato più debole in cambio accetta che l’altro stato prenda in mano le sue politiche internazionali e a volta permette anche l’intromissione nella vita interna del paese. Concessione di amministrazione si ottiene mediante un accordo in cui uno stato acquista la facoltà di amministrare una parte del territorio dell’altro. Lo stato cedente non perde la sovranità sul territorio cede solo l’esercizio della potestà su di esso. Zona di influenza o di interesse sono accordi tra più stati riguardanti un protettorato o un

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espansione politico-economica in un altro paese. (es. accordi italo-inglesi 1891) Occupazione= si indica la presa di possesso di territori sui quali non sia stanziata alcuna popolazione organizzata. L’occupazione prevede che in questi territori si instauri in seguito una vera e propria autorità statale capace di farsi rispettare. Conferenza di Berlino 1884-1885: conferenza intesa a risolvere alcune questioni specifiche e a stabilire il paradigma per il riconoscimento internazionale delle future occupazioni europee in Africa. Furono chiarite in modo definitivo le condizioni essenziali da adempiere da parte degli stati europei per rendere legali le loro future occupazioni territoriali. Ciò per evitare in modo tassativo un conflitto tra potenze europee che si contendevano quei territori. I sistemi fondamentali di organizzazione si possono distinguere in 3 categorie: colonie di assoggettamento, colonie autonome e colonie di assimilazione. La politica di assoggettamento è concepita per lo stato colonizzatore poiché lo scopo è puramente quello di far crescere quel determinato stato. E’ il criterio con cui si muovevano i francesi prima della rivoluzione. La politica di autonomia avrebbe lo scopo di promuovere il formarsi di società atte a governarsi da se’, una volta mature saranno rese indipendenti. Il governo metropolitano tende a ridurre il suo controllo con il passare degli anni consigliando fino all’indipendenza. Un aspetto particolare della politica di autonomia è che essa si manifesta sempre con un governo indiretto ovvero la madrepatria fa si che le leggi siano esercitate da autorità coloniali indigene. L’indirect rule (governo indiretto) per quanto riguarda la politica britannica: gli ordini del governo non arrivavano al popolo direttamente ma in seguito ad un accordo con le istituzioni locali. La società, le sue leggi, i suoi usi e i suoi costumi erano accompagnati a un progressivo cambiamento verso la modernità. All’amministrazione britannica era consegnata parte delle imposte e la restante parte spettava ai capi-tribù per far fronte alle spese locali. Per quanto riguarda la giustizia veniva applicato il diritto consuetudinario locale. L’indirect rule avrebbe dovuto essere una forma di local government ma la Gran Bretagna aveva fatto si lavorare capi locali ma aveva nel contempo neutralizzato politicamente proprio i ceti avanzati che dovevano essere più importanti per delle solide basi future. L’indirect rule era usata nel periodo delle due guerre dalla G.B per promuovere lo sviluppo dei popoli non ancora maturi per l’autogoverno. Solo a fine anni 30 la GB si rese conto della difficoltà di questo sistema. La politica di assimilazione persegue un compito totalmente differente dall’autonomia. Il suo ideale non è la separazione ma l’unione sempre più stretta con il territorio coloniale fino a una totale incorporazione. Le colonie sono quindi un semplice prolungamento del territorio nazionale, “province d’oltremare”. Gli indigeni sono potenziali francesi che sono governati democraticamente da Parigi, stesse libertà civili e politiche, la cittadinanza fu suddivisa tra cittadinanza metropolitana e locale. La prima fase della colonizzazione Con la prima costruzione degli stati nazionali nel XIII sec, Marco Polo è pura espressione dei sogni di tutta europa: poter finalmente raggiungere Cina,India, Mongolia. Con la scoperta di nuovi mezzi come le armi da fuoco e la bussola, permette una sicurezza ai nuovi esploratori del mondo. La prima fase di colonizzazione è definita mercantilistica. La data di inizio si può sancire nel 1415 anno in cui il Portogallo strappò ai Mori d’Africa la fortezza di Ceuta per rivendicare la religione cristiana durante le crociate contro il nemico musulmano. Enrico il Navigatore nel 1434 (francese) conquisto capo Bojador. Le navi portoghesi si spinsero in India e Brasile dove avveniva un sostanzioso scambio di merci. Negli stessi anni l’impero spagnolo affonda le sue basi in Colombia, i conquistadores fecero imprese disumane di sfruttamento e persecuzione. La bolla di Alessandro VI sancì che il primo obiettivo doveva essere quello di convertire i nativi al cristianesimo. L’oro era un altro primario obbiettivo per far accrescere la potenza di ogni singolo stato. Il papa in quegli anni non era solo il capo della chiesa, bensì quasi un sovrano sopra tutti gli stati poiché era l’unico ente che riassumeva in se’ la civiltà europea.Nelle bolle papali i sovrani riconoscevano la validità delle conquiste europee man mano che queste venivano fatte. Tanto che la prima colonizzazione fu riassunta con 3 G: Gold,Glory,God. Nei secoli XI-XVI grazie alle potenti flotte marittime l’Inghilterra iniziò la sua espansione coloniale. Le compagnie per le indie orientali fondate nel 1600. il commercio delle spezie, allora preziosissime, merci di consumo come tabacco cacao zucchero patate e oro. Lo sfruttamento delle risorse provocò una forte inflazione e conseguente crollo dei prezzi.

Le campagne commerciali La seconda fase della colonizzazione è tipicamente inglese iniziata tra il 1550-1600 con caratteristiche analoghe a quelle degli altri paesi sfruttava l’America del Nord. Nella seconda metà del 700 si pongono le premesse per la rivoluzione industriale. Uno dei settori che coinvolse di più la rivoluzione industriale fu il tessile, settore nel quale grazie alle nuove tecniche di produzione si riuscì a produrre più in grande scala. La riduzione del costo delle spezie e del cotone e il diffondersi del riscaldamento cambia totalmente lo stile di vita. La rivoluzione industriale porta con se richiesta di materiale ed è proprio qui che parte della seconda espansione coloniale trova il suo perché. La prima a nascere fu la campagna delle indie orientali portoghese nel 1587, in seguito nacquero contemporaneamente anche quella inglese (compagnia unita per le indie orientali) e olandese nel 1602. Nel 1616 l’Inghilterra aveva già ottenuto il consenso a stabilire in India basi commerciali e a emanare leggi proprie. Da questi anni in poi la presenza inglese diviene sempre più ingombrante, fino a quando finita la guerra dei 7 anni (1756-1763) crollò la compagnia francese e gli inglesi riuscirono ad esercitare la sovranità sull’impero indiano. A modello della compagnia delle indie Orientali fu ideata la compagnia delle indie Occidentali la quale nel 1621 ottenne il monopolio delle coste occidentali africane. Questa compagnia ebbe breve vita e a fine secolo fu sciolta. Le compagnie erano sovrane e operavano come attori del tutto autonomi sulla scena, lo scopo non era la compagnia ma il prestigio e la ricchezza della patria. IL CASO BRITANNICO= Il motivo che spingeva gli inglesi era legato all’invidia che altri paesi come Spagna e Portogallo avevano già trovato territori come l’America Centrale e il Perù dove oro, argento e altri tesori di ogni tipo erano in abbondanza. Ciò spinse gli inglesi a dedicarsi alla pirateria, agli attacchi alle flotte e al saccheggio delle città spagnole. Nel 1604 in seguito ad un patto di pace con la Spagna gli inglesi dovettero trovare sistemi più pacifici. Iniziarono così l’esplorazione delle risorse naturali americane: piantagioni di tabacco, zucchero e altre culture perfettamente lavorate da schiavi importati dall’Africa occidentale. Le colonie americane del New England invece esistevano non per servire gli interessi dello stato ma semplicemente perché alcuni coloni avevano scelto di vivere lì. ( in India leggi la parte sopra). La fine del XVIII sec segnò la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. La fine dell’ancien regime, il fallimento della compagnia delle indie orientali Olandese, la messa al bando della tratta degli schiavi (non della schiavitù) apri le porta a un’ondata di rivoluzioni: l’Europa riuscì ad entrare in territori fino a quel momento considerati impenetrabili come la Cina, a controllare l’America Latina e ad acquisire maggiore dominio economico. La miccia di questa trasformazione fu la rivoluzione industriale iniziata in Gran Bretagna ed emulata in tutto il mondo. Una serie di invenzioni trasformarono l’industria cotoniera britannica dando vita a un nuovo modo di produzione. Le innovazioni della loro abbondanza e varietà rientrarono sotto tre principali generi:

• ▪ la sostituzione dei vecchi macchinari con macchine precise, veloci e instancabili e il lavoro e la capacità umana;

• ▪ la sostituzione di fonti di energia inanimata alle fonti di energia animate, in particolare l’innovazione dei motori capaci di convertire il calore in lavoro spalancò le porte a una fonte di energia pressoché inesauribile.

• ▪ l’utilizzo di nuove e molto più abbondanti materie prime, in particolare la sostituzione di minerali e infine di materie artificiali alle sostanze vegetali e animali.

La rivoluzione industriale porto in poco tempo a un aumento di produttività e a un conseguente aumento del reddito pro capite, trasformò gli equilibri sociali del potere politico all’interno delle nazione e tra nazioni e civiltà, rivoluzionò l’ordine sociale e cambiò il modo di fare e di pensare. Ma fu proprio in questi anni che con l’arricchirsi dei paesi avanzati si creò un largo divario tra paesi ricchi e quelli poveri. (Alla rivoluzione industriale seguì la rivoluzione francese. [Il libro non ne parla]). Nel 1815 la G.B è l’unica grande potenza coloniale. Tra il 1820 e il 1850 la G.B adottò il libero scambio: l’interesse risiedeva nella massima libertà nel commercio internazionale e nella costituzione di un sistema stabile sul piano delle relazioni internazionali perché commercio e investimenti dipendevano dalla cooperazione tra partner commerciali e non esigevano un controllo politico formale. La G.B era quindi disposta a fare pressioni per assicurarsi una “porta aperta”, di solito stipulando trattati. In definitiva si tratta di un controllo informale su un vasto mondo non sviluppato che poteva sfociare

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nell’annessione. La G.B non aveva conosciuto concorrenza fino agli anni settanta del XIX sec perciò non era importante un impero formale per evitare che gli altri si impadronissero di regioni importanti dal punto di vista economico e strategico. Da qui l’interesse britannico per un sistema internazionale aperto di stati e di regioni indipendenti sotto la sua egemonia indiretta. Solo agli inizi degli anni 80 quando altri stati rivendicarono questi territori i britannici adottarono una strategia differente e si entra così nell’epoca dell’imperialismo. La Francia in seguito alla sconfitta contro la Prussia nel 1871 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, cercò in territori extraeuropei la sua rivincita e tentò di riaffermare il suo ruolo di grande potenza. L’africa era disponibile praticamente ad ogni iniziativa di conquista e fu proprio su queste terre che gli europei puntarono i loro sguardi.

CAP.2 L’età dell’imperialismo Gli imperi che si formano nella seconda metà del XIX sec avevano caratteristiche nettamente diverse da quelle degli imperi creati durante la prima fase dell’espansione europea. 1) da un punto di vista geografico i vecchi imperi si erano formati principalmente nelle americhe mentre i nuovi erano in Africa, Asia e nel Pacifico. 2) se le vecchie colonie erano colonie di popolamento in cui si erano venute a creare società prettamente europee, le nuove colonie erano quasi sempre colonie di occupazione dove una piccola minoranza di europei esercitata controllo politico. 3) se ci erano voluti più di 300 anni per occupare la costa atlantica americana e verso la fine del 700 ancora gran parte del continente americano non era ancora stato occupato dagli europei nel XIX sec nell’arco di una sessantina di anni gli europei guadagnarono il controllo delle coste e dell’entroterra di molti stati. Se prima del 1830 vi erano solo 5 importanti potenze coloniali, le 1914 ve ne erano 9. I quattro decenni che seguono il periodo 1870-1880 sono stati definiti “età dell’imperialismo”: durante questo periodo l’espansione europea raggiunse il suo punto massimo. Vi era ormai una vera e propria competizione internazionale tra potenze per l’acquisizione di nuove colonie. Negli ultimi decenni del 1800 l’Europa compì quella che fu definita la seconda rivoluzione industriale. Il progresso tecnico si era manifestato soprattutto nel perfezionamento dei metodi per l’estrazione del carbone per la produzione metallurgica. L’Inghilterra era la prima seguita da tutta l’Europa occidentale, ma le cose cambiarono negli anni immediatamente successivi. Nei decenni precedenti alla seconda guerra mondiale il carbone rimaneva la principale fonte di energia ma si cominciò anche l’uso di altre: tra il 1900 e il 1910 la produzione di petrolio raddoppiò, mentre in paesi come l’Italia con scarse risorse aumentò la produzione di energia elettrica. In sintesi perciò la seconda rivoluzione industriale fu la trasformazione delle industrie preesistenti, l’affermazione di nuovi settori e l’estensione delle attività a nuove zone d’Europa e del mondo in quel periodo che va dalla fine del XIX sec fino alla 1 guerra. Clamoroso fu il regresso della G.B. nei tre decenni precedenti alla prima guerra: nel 1870 infatti fu rimpiazzata dagli USA che divennero la più grande economia del globo. Nel 1913 la produzione americana infatti superava di 2 volte e mezzo quella britannica. —> i paesi europei ricevevano ovviamente gran parte delle loro materie prime dalle loro industrie nei paesi extraeuropei; così facendo divennero sempre più dipendenti per il loro fabbisogno di generi di consumo. ! E’ essenziale anche tener di conto che la popolazione europea passò da 175 milioni all’inizio dell’800 a 437 milioni a fine 900. A cavallo tra i due secoli vi fu inoltre un grande flusso migratorio soprattutto verso gli Stati Uniti i quali assorbirono 33 milioni di europei. Fine 800 inizio 900 l’imperialismo europeo è determinato in parte assai notevole da elementi economici, necessità di materie prime e di collocare capitali in eccedenza. Così i paesi extraeuropei sono stati trasformati, con varie forme di vincolo giuridico, in colonie delle potenze europee. Questa spartizione del mondo era l’espressione più vistosa della crescente divisione del globo in paesi forti e paesi deboli. Inoltre proprio in questi anni si stabili una economia globale, una fitta rete di operazioni economiche, di comunicazioni e di movimenti di merci, denaro e persone. Molti studiosi sostengono anche che la forte crescita del fenomeno dell’imperialismo è dovuta anche al fatto che si diffuse nei principali stati europei il nazionalismo. Con la formazione dell’unità nazionale tedesca del 1870-1871

si era scatenata la coscienza europea. Inoltre proprio questi decenni furono il periodo di pace più lungo vissuto in Europa. LA CORSA AGLI IMPERI: La nascita dell’era imperialista si può porre tra il 1876 e il 1884 date che rappresentavano l’inizio della attività africana di Leopoldo II re del Belgio e l’avvio della politica coloniale tedesca. Disraeli, capo del governo inglese inventò la parola “imperialism” stando ad indicare il dovere della nazione di una missione imperiale—> fa proclamare la regina Vittoria imperatrice delle indie. GRAN BRETAGNA: L’Inghilterra era uscita dalle guerre napoleoniche con le colonie del Capo di Ceylon e di parte della Guyana. Esercitava inoltre la supremazia economico-commerciale sull’isola di Malta e le Jonie nel Mediterraneo e Helgoland nel mare del nord. La penetrazione nelle indie, affidata alla compagnia delle indie era sempre in prima linea. Tra il 1870 e il 1880 la g.b sembrò, insieme agli altri continenti, rendersi conto dell’improvvisa importanza di un impero formale e sparti così la maggior parte del mondo non americano. Gli studiosi hanno dato 4 principali spiegazioni che possono coesistere o essere lette singolarmente per spiegare la mira espansionistica inglese.

• ▪ Gli interessi britannici erano di varia natura (economici,strategici ecc) e rimanere fuori da questa corsa avrebbe significato essere estromessi.

• ▪ L’espansione britannica era effetto dell’entusiasmo per l’impero. • ▪ In un periodo in cui la G.B stava perdendo la supremazia industriale e commerciale su

cui fino a pochi decenni prima era stata la potenza egemone aveva bisogno di consolidare il suo potere.

• ▪ Il colonialismo sembrava l’unica via per la G.B in un mondo che era entrato in una profonda fase di cambiamento.

• ▪ FRANCIA: I francesi nel 1815 erano rimasti solo con alcuni frammenti del grande impero, iniziarono così a porre il loro sguardo su alcuni territori per ampliare il loro dominio. I francesi si spinsero così in Algeria, Tahiti, Nuova Caledonia e Coincina, Africa susahriana, Tunisia, Madagascar, Marocco Senegal e Congo. Il colonialismo francese fu sostenuto da missionari, ma in particolare modo dalla marina e dall’esercito. L’obiettivo della Francia era quello di emulare l’Inghilterra cioè di creare un impero territoriale che acquisisse i prodotti industriali. In questo tentativo erano evidenti le contraddizioni nella politica economica e la madrepatria francese era lei stessa poco organizzata. L’espansione degli altri stati europei fu rispetto a quella britannica e quella francese assai meno cospicua.

• ▪ GERMANIA: Germania e Italia avevano da poco raggiunto l’unità nazionale quando in europa si sviluppò la gara agli imperialismi. La Germania, a differenza dell’Italia, era una grande potenza industriale non aveva però tradizioni coloniali. Quando la Germania si mosse gran parte del mondo era già sotto il controllo di altre potenze europee: riuscì comunque in pochi anni a procurarsi un impero coloniale africano esteso cinque volte la madrepatria nei territori del Togo e del Camerun, dell’Africa Orientale tedesca e dell’Africa Sud-Occidentale tedesca. Con l’uscita dalla scena del Bismarck però la diplomazia tedesca sbagliò tutte le sue scelte fondamentali e vide sgretolarsi le sue certezze. La Germania iniziò scambi commerciali dalla Germania alla Turchia, costruì una flotta da guerra (nel 1900 circa) che doveva divenire lo strumento principale della politica tedesca, suscitando così però il timore inglese.

• ▪ ITALIA: Gli ambienti “coloniali” italiani erano anche più ristretti di quelli tedeschi, inoltre la politica interna italiana non si trovava concorde nell’espandersi verso altri paesi. L’Italia aveva bisogno di ricollocare l’eccedenza di manodopera in prevalenza agricola e questo fu il punto di forza di quella parte della politica favorevole all’espandersi. La conquista iniziò dal 1911 e si diresse verso l’Eritrea, la Somalia e infine in Libia. Mussolini in seguito si diresse anche in Etiopia, ma più che inserirsi nel colonialismo ormai cronologicamente terminato da anni aspirava a non rimanere indietro e a rivendicare il mare nostrum.

• ▪ RUSSIA: La russia ha sempre puntato il suo sguardo verso l’Asia Centro-Orientale. Il governo zarista considerava l’espansione soprattutto sotto l’aspetto strategico-militare e sotto quello del prestigio interno e internazionale. La costruzione della ferrovia transiberiana che attraversava l’immensa regione semideserta e congiungeva la Russia europea con Valdivostock. La Russia pose fin da subito le sue mire sulla Manciuria Cinese scontrandosi

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però più volte contro le altre potenze, però la Russia riuscì nel suo intento grazie ad un’alleanza franco-russa. Nel 1861 con l’abolizione della servitù della gleba, nella quale furono coinvolte 47 milioni di contadini,aveva come obiettivo quello di impedire una temuta rivoluzione da parte di questa classe. Da questo momento in poi si verificarono 3 cause che portarono un forte precarietà della Russia: massiccio incremento demografico, crisi agraria potente e un conseguente crollo del prezzo del grano e aumento dell’inflazione portarono la Russia a diventare più che un paese imperialistico un paese dipendente dagli altri paesi. La politica originaria della Russia era quella di sviluppare un amicizia con la Cina e di penetrare pacificamente in Manciuria celata dalla costruzione della ferrovia transiberiana. Al contempo G.B, Francia e Stati Uniti puntavano a proseguire nella politica della porta aperta tesa a ottenere sempre più ampie facilitazioni di commercio basata essenzialmente sull’esportazione di prodotti industriali. Ciò era in contrasto con la politica delle zone di influenza, basata sull’esportazione di capitali. Per fronteggiare la minaccia rappresentata della Russia, la G.B e la Germania associarono alla politica della porta aperta, una politica opposta delle concessioni territoriale e delle sfere di influenza. Nel 1902 il Giappone si alleò con la G.b in funzione antirussa, per proteggere le zone della Manciuria. Nell’Asia Orientale la Russia fu una potenza imperialistica tipica infatti riuscì ad ottenere nella Cina Settentrionale il port Arthur. Le sue aspirazioni la portarono ad entrare più volte in contrasto con il Giappone per le zone della Manciuria e della Corea. La guerra scoppiò a seguito del rifiuto russo di riconoscere la corea come zona di influenza giapponese. La Russia perse e fu costretta a riconoscere la Corea e la Manciuria Meridionale, riuscendo però ad accaparrarsi la Manciuria Settentrionale.

• ▪ GIAPPONE: Le classi dirigenti giapponesi attinsero nuovo vigore dalla minaccia straniera: Francia, Stati Uniti e Inghilterra si unirono per costringere il governo ad accettare l’apertura del paese al commercio estero, ciò portò ad una profonda crisi del Giappone, seguita da un’impennata dei prezzi, crollo dei prezzi dell’oro e a una repentina inflazione. L’imperatore ordinò l’espulsione degli stranieri ma l’intervento delle grandi potenze aiutò ad aprire un confronto con l’Occidente. Il governo “Meiji” (illuminato) si aprì alla sfida con l’Occidente scendendo a patti. Lo stato stesso decise di compiere lo sforzo iniziale costruendo le prime linee ferroviarie e le prime fabbriche portando così il paese a un’economia moderna. Fino al XX sec il Giappone dipendeva dall’Occidente sebbene i “trattati ineguali” (1854/58) che imponevano l’extraterritorialità e tariffe molto basse furono aboliti nel 1894-1899. Agli inizi del secolo il commercio giapponese non aveva più una struttura puramente coloniale: le esportazioni di materie prime diminuirono a vantaggio delle esportazioni di prodotti finiti. L’economia rurale non si era più quindi sviluppata con lo stesso ritmo dell’industria. Con il pretesto di rivalità alla corte coreana il Giappone attaccò la Cina e la vittoria consentì al Giappone di apparire in oriente come una grande potenza. La seconda vittoria nella guerra russo-giapponese segnò anche una prevalenza asiatica sull’europa tanto che si sognò un “grande Giappone” padrone dell’Asia Orientale.

• ▪ STATI UNITI: il popolamento e la colonizzazione interna si estesero. Gli stati Uniti divennero la regione maggior produttrice di grano al mondo, nello stesso periodo la crescita industriale conobbe un forte sviluppo tanto che nel 1894 era la maggiore al mondo. Nonostante ciò gli USA non sentivano la necessità di espandere il loro territorio: l’industria lavorava per il mercato interno, gli americani avevano sul loro territorio un campo di azione piuttosto vasto per non avere ambizioni imperialiste. Nelle relazioni con l’Europa si limitarono a confermare la dottrina Monroe cioè di mettere il continente al riparo da eventuali mire espansionistiche europee. La dottrina sosteneva che: se uno stato commette o lasciava che si commettessero atti che nuocevano ai diritti e agli interessi dei cittadini americani gli Stati Uniti avevano il diritto di esercitare un “potere di polizia internazionale”.

• ▪ Questa dottrina elaborata da Adams (6' pres USA) e pronunciata da Monroe (5') al Congresso nel 1823 esprime l'idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Affermava che essi non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani, ad eccezione delle colonie americane di proprietà europea, da parte delle

potenze del vecchio continente. Essa sanciva, di conseguenza, la volontà USA di non intromettersi nelle dispute fra le potenze europee, e fra ciascuna potenza europea e le rispettive colonie d'oltremare. Fu considerata la primissima formulazione teorica dell'imperialismo statunitense. Tuttavia dapprima intesa dai suoi ideatori come una proclamazione ideale degli USA contro il colonialismo, in seguito fu rivista da Roosevelt (1904) e intesa nel senso dell'affermazione da parte degli USA di praticare una propria forma di egemonia nel continente americano.

• ▪ I mezzi potevano essere molteplici: fornitura di armi e di crediti a un governo minacciato da un movimento rivoluzionario o la decisione invece di abbandonarlo al suo destino di aiutarlo. Gli Stati Uniti diedero un’interpretazione attiva di questa dottrina. Sul finire del secolo e agli inizi del successivo gli americani riportarono due successi. A Cuba anzitutto dal momento che i cubani erano impegnati per raggiungere l’indipendenza dalla Spagna, la Spagna in tre mesi fu sconfitta. La Spagna perse Portorico, le Filippine e l’isola di Guam. Filippine e Hawaii furono ammesse dal governo americano nel 1898 “temporaneamente” per essere educate all’autogoverno e naturalmente potevano commerciare solo quelle materie prime che non portavano a concorrenza con il governo americano. Gli Stati Uniti approfittarono inoltre dell’assenza inglese a Panama poiché erano impegnati nella lotta contro i boeri, facendosi riconoscere il diritto di costruire il canale e di ergervi fortificazioni e di inviarvi una diplomazia militare.

CAP 3 LE INTERPRETAZIONI DELL’IMPERIALISMO Negli ultimi decenni del XX sec l’imperialismo entrò in una nuova fase, come già precedentemente detto, nel 1880 il ritmo e il carattere dell’espansione subirono un’accelerazione in una fase prettamente eurocentrica poiché le nuove tendenze dell’imperialismo sono spiegate sulle basi delle mutate condizioni, atteggiamenti ed esigenze degli stati europei. E’ difficile trovare un’unica causa all’espansione europea. L’annessione delle colonie poteva portare svariati vantaggi: le colonie potevano favorire lo sviluppo del commercio assicurando nuovi mercati e favorendo le materie prime. Un altro tema può essere quello della missione civilizzatrice dell’Europa poiché quest’ultima si ergeva intellettualmente, politicamente, economicamente, militarmente e tecnologicamente sopra le altre civiltà. L’egemonia europea si estende a tutto il mondo e impone la propria legge poiché domina le masse incivili. Inoltre le ricchezze non sono il patrimonio dei popoli asiatici e africani, sono bensì il tesoro di comune dell’umanità. In altre parole la colonizzazione mette in valore e in circolazione prodotti che possessori deboli detengono senza profitto per loro stessi e per tutti: il più forte aiuta il più debole. Le popolazioni coloniali paiono impossibilitate a governarsi, perciò le potenze colonizzatrici erano garanti dell’ordine. La pax britannica è essenziale al mantenimento delle condizioni della convivenza civile.

• ▪ L’IMPERIALISMO COMMERCIALE: Lo slogan più noto nell’’800 era “il commercio seguiva la bandiera” ciò vuol dire che si acquisivano nuove colonie perché la loro annessione ne assicurava i traffici commerciali alle metropoli. Con la modernizzazione dei sistemi di produzione dell’Europa Occidentale e dell’America del nord per cui era essenziale procurarsi partner commerciali. La crescente intensità della concorrenza commerciale mutava la situazione iniziale: le colonie divenivano un’estensione dei mercati interni protetti e con la madrepatria formavano un immenso mercato imperiale protetto. Il nuovo imperialismo era quindi in un certo senso il sottoprodotto di un’economia internazionale basata sulla rivalità di varie economie industriali concorrenti, intensificata dalle tensioni economiche dell’’800.

• ▪ IMPERIALISMO DEL CAPITALE: Queste nuove industrie più rapide ed efficaci portarono ad un surplus di capitale che doveva essere ridistribuito. L’investimento dei capitali sovrabbondanti aveva la doppia funzione di ridurre la pressione dei capitali in cerca di impegno in Europa, mantenendo così artificialmente alto il tasso di profitto nel vecchio continente e assicurare profitti superiori a quanto non fosse possibile fare in patria. Il possesso delle colonie divenne sempre più necessario per gli stati capitalisti che vennero indotti non solo a mantenere le proprie colonie ma a buttare lo sguardo anche sui territori

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conquistati dagli altri stati. La redistribuzione degli imperi coloniali, elemento di lotte, fu uno dei motivi delle due guerre mondiali nella prima metà del XX secolo. Secondo l’analisi dello storico Hobson, il colonialismo era un “pessimo affare” che aveva provocato con enormi spese e rischi, un modesto e malsicuro allargamento dei mercati. Un affare così insano era stato possibile perché le nazioni avevano posto gli interessi nazionali dopo quelli economici. Lo storico aggiunge inoltre che non è stato il progresso industriale a richiedere l’apertura di nuovi mercati e di nuove aree di investimento, ma la mal gestita distribuzione della capacità di consumo ad impedire l’assorbimento di merci e capitali di ogni paese. La pressione della concorrenza procurò l’eccedenza di capitali in cerca di investimento favorevole imponendo ai paesi ancora non industrializzati l’immagine di quello che in seguito sarebbero dovuti divenire.

• ▪ LE SPIEGAZIONI POLITICHE: IMPERIALISMO DEGLI STATI E IMPERIALISMO DELLE MASSE L’imperialismo europeo può essere spiegato anche su base politico-strategica degli stati europei. Nel periodo critico dell’espansione coloniale si verificò una certa elasticità nelle relazioni internazionali. Molte delle potenze assumevano atteggiamenti minacciosi quando sospettavano che una delle concorrenti si stesse infiltrando nella propria sfera di interessi: da qui l’ostilità anglo-russa in Afghanistan e quella anglo-francese in Africa Occidentale. Le colonie potevano servire a scopi politici a seconda del carattere e della situazione delle varie potenze. Per divenire potenze mondiali i paesi avevano bisogno di costruire flotte importanti e avevano bisogno di basi in tutto il mondo; vi era inoltre la necessità di assicurarsi materie prime, da qui le giustificazioni europee. I propri possedimenti esteri erano un elemento delle relazioni internazionali, nel senso che il loro speciale interesse per una zona poteva essere un elemento di negoziato in relazione a altre questioni. Più era alto il numero delle colonie più era alto il prestigio del paese, maggiore era la sicurezza dei propri cittadini, più basi per le flotte, nuove fonti di materiali strategici, più terreno per gli emigrati, aree maggiori per concentrarvi carcerati e un maggior numero di negoziato. Perciò l’imperialismo può essere considerato un processo cumulativo di interessi e scopi precauzionali e poteva rappresentare falsi scopi per distrarre i cittadini dai problemi interni. Un altro filone interpretativo dell’imperialismo riduce il fenomeno all’evoluzione degli orientamenti delle masse. La nascita del nazionalismo di massa si concertano nelle pressioni imperialistiche nei cinquanta anni successivi al 1870. Schumpeter sosteneva che l’imperialismo non era il prodotto di nuovi sviluppi economici, sociali e politici che si verificavano in Europa ma l’espressione di tendenze ataviche di uno stato all’espansione. Vi è una persistenza dei modi abitudinari di pensare e sentirsi debitori a rapporti di produzione di epoche passate, per tale motivo l’imperialismo per S. è una forma di atavismo ovvero l’eredità consegnata alla società industriale da un mondo precapitalistico.

• ▪ L’INTERPRETAZIONE PERIFERICA: Tutte le spiegazioni dell’espansione europea date fino a ora hanno 3 elementi in comune: sono tutte eurocentriche, tutte considerano l’imperialismo un fenomeno attivo per cui l’Europa acquista deliberatamente nuove colonie ed infine viene analizzato il fenomeno tenendo di conto del periodo temporale ristretto (quello degli ultimi 25 anni dell’’800). E’ vero che l’intero fenomeno della colonizzazione era lo socco necessario di bisogni e ambizioni di carattere economico. Si possono dividere i territori in tre ampie categorie a seconda del rapporto esistente tra i fattori economici ed extraeconomici che operano a favore del processo di colonizzazione.

• ▪ -La prima categoria consiste in tutti i territori che, fin dall’origine, ponevano problemi essenzialmente politici e strategici, che venivano tratti come affari della massima importanza nell’interesse del Paese e che quindi non gettavano molta luce sull’influenza dei fattori economici sulla politica dei governi. Questo gruppo è ristretto e comprende Russia,Inghilterra e Stati Uniti.

• ▪ -La seconda categoria comprende territori nei quali la presenza europea derivò da una qualche forma di attività economica, territori che finirono con l’essere annessi in quanto si riteneva che si fosse sviluppato un importante interesse del paese, più che motivi strettamente economici. Il processo che portò a questa trasformazione avveniva quando un governo europeo riteneva che, da situazioni che inizialmente sembravano riguardare solo e principalmente questioni commerciali o di investimento, si fosse venuto a determinare qualche significativo fattore politico o di sicurezza.

• ▪ -La terza categoria, ancora più ampia della seconda, comprende le aree in cui l’interesse europeo originario era economico e in cui non si ritenne mai che fossero presenti fattori importanti di carattere politico o strategico, territori che vennero annessi perché esisteva una nuova disponibilità o forse persino un entusiasmo a fare uso del potere politico per sostenere interessi economici nazionali.

• ▪ I neomarxisti sostenevano che la crisi del capitalismo avanzato, che poteva sopravvivere solo assorbendo e sfruttando le regioni meno sviluppate nel mondo, fece si che l’attività degli europei divennero sempre meno compatibili con la conservazione di sistemi politici economici e culturali indigeni in queste aree.

• ▪ La differenza tra capitalismo formale e informale: se le origini dell’imperialismo sono da rintracciare nella espansione commerciale inglese del 1870, solo dopo questa data si può parlare di età dell’imperialismo. Solo dopo il 1870 l’economia, la società, la politica, l’ideologia, la cultura diventano sempre più funzionali all’imperialismo, sempre più causa e conseguenza di questo.

CAP.4 DA UNA GUERRA ALL’ALTRA: APOGEO DELL’IMPERIALISMO E AVVIO DELLA DECOLONIZZAZIONE

▪Nell'elaborazione del concetto storiografico di decolonizzazione hanno inciso connotazioni politiche e ideologiche. Pur nella consapevolezza della impossibilità di rendere questo concetto politicamente e ideologicamente neutro, è necessario cercare di depurarlo da queste connotazioni e restringerne la denotazione. In questa prospettiva, la decolonizzazione può essere definita come il processo graduale di ristrutturazione dei rapporti tra alcuni grandi Paesi europei: la G.B, la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Italia, il Portogallo e la Spagna e le aree degli altri continenti a loro collegate da varie forme di subordinazione. La manifestazione giuridica essenziale è il trasferimento formale dei poteri dalla cosiddetta madrepatria alle strutture amministrative locali di ciascun territorio dipendente. Le colonie ora conquistano o riconquistano la loro sovranità interna e internazionale. In questo senso, la decolonizzazione si può distinguere da quel fenomeno che consiste nella trasformazione del dominio formale europeo in influenza politica, economica o culturale, riconducibile al concetto di “Neocolonialismo”; un fenomeno che, come afferma Calchi Novati, non si può definire facilmente in termini scientifici. Una definizione sintetica ed efficacie di neocolonialismo è quella proposta da Kwame Nkrumah, protagonista dell'indipendenza del Ghana e uno dei massimi teorici del nazionalismo africano, il quale afferma che il neocolonialismo consiste nel fatto che lo Stato assoggettato conserva indipendenza formale, mentre il suo sistema economico e quindi politico vengono diretti dall'esterno. Così facendo, si può assumere come momento a quo della decolonizzazione il termine arbitrario, ma giustificabile, della fine della prima guerra mondiale. L'avvio della storia della decolonizzazione può essere ricondotto molto indietro nel tempo, e non erano mancati, prima della Grande guerra, episodi di resistenza e vittorioso nazionalismo dei popoli coloniali, sia voci critiche sul fenomeno imperiale. Ma l'impatto della guerra mondiale fu tale da segnare un vero momento di svolta per il fatto coloniale, il quale, dopo di allora, raggiunse al contempo il suo apice e si avviò verso il declino.

La ricerca delle cause della decolonizzazione non è, invece, ristretta poiché è un fenomeno complesso e disomogeneo: il punto di arrivo è il marzo 1990, con l'indipendenza della Namibia. Resta quindi da chiarire come e secondo quale prospettiva è possibile studiare tale fenomeno. Se pur il dibattito storiografico a riguardo sia ancora aperto, le linee guida sono tre:

1) partendo dalle affermazioni di Calchi Novati e Anna Maria Gentili, pone al centro l'Europa,

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protagonista sia del processo di colonizzazione che di quello di decolonizzazione, che per motivi di lungimiranza o convenienza concede l'indipendenza ai territori che ha già valorizzato con la colonizzazione. Così la decolonizzazione appare un merito o un errore dell'Europa.

2) Secondo filone, spiega la decolonizzazione secondo la teoria del sottosviluppo e secondo il concetto di neocolonialismo. Così la decolonizzazione può essere interpretata come la creazione e il consolidamento di classi sociali favorite fino a rendere abbastanza forti da facilitare la sostituzione dell'amministrazione diretta con governi formalmente indipendenti retti da classi dirigenti legate a rapporti economici, sociali, e politici preferenziali con la metropoli. È compatibile con quella che legge la colonizzazione e la decolonizzazione come processo circolare, due fasi di un ciclo storico continuo riconducibile alle dinamiche evolutive del sistema economico globale. Dobbiamo quindi ricordare il pensiero di Headrick, secondo il quale la divisione del mondo tra paesi ricchi e paesi poveri si approfondisce a causa dell’evoluzione del commercio globale. In particolare nel periodo tra le due guerre e con inaudita accelerazione del secondo dopoguerra, i paesi industrializzati svilupparono tecnologie capaci, con la creazione di sostituti sintetici, di ridurre la loro dipendenza dai prodotti tropicali provenienti dai paesi coloniali. I costi del governo coloniale aumentarono, i movimenti anticolonialistici erano ormai diffusi, aumentarono inoltre i costi strategici e politici del mantenimento di un impero, ciò rese sempre meno attraente, per i paesi europei il mantenimento di vincoli giuridici formali con i territori che facevano parte dei loro imperi.

3) Altro filone di pensiero vede la decolonizzazione come il risultato della lotta vittoriosa dei nazionalismi del Terzo Mondo contro potenze coloniali indebolite. Il principio è che il decolonizzato è il vero decolonizzatore. Così colonizzazione e decolonizzazione sono speculari ma in un'altra accezione: alla violenza dell'aggressione colonialista, fa riscontro la rivolta dei colonizzati. È applicato in particolar modo dagli studiosi del Terzo Mondo.

Per coniugare lo studio sintetico del processo e l'approccio analitico ai singoli casi in cui esso si divide, è utile assumere come chiave interpretativa il triangolo di forze madrepatria- colonia- sistema internazionale. La decolonizzazione infatti, è avvenuta grazie all’insieme di tutti gli elementi effettivamente tutti accaduti. Si può quindi analizzare i fenomeni riferendoci alla costante interazione tra tali elementi, per poter ampliare l'indagine scientifica e ricostruire una mappa sintetica dell'intero processo.

 La decolonizzazione provocò una vera rivoluzione nelle società colonizzate, sia nel 1870 sia in età moderna-contemporanea. Fu la colonizzazione a far saltare le barriere, mescolando uomini, prodotti e civilità. Alla vigilia della prima guerra mondiale, tutto il globo era investito dal cambiamento: il progresso scientifico, tecnologico, dei trasporti, avevano ampliato e amplificato la portata di questi cambiamenti perché resero i contatti tra coloni e colonizzati sistematici.

Le società indigene con cui il rapporto coloniale si attuò erano profondamente eterogenee, ma un tipo di esperienza le accomunava: erano società protette, isolate, mondi politici separati e autonomi, in cui irrompeva con il mondo industrializzato qualcosa di nuovo e sconosciuto. Si trattava di società a stadio diverso di sviluppo: dal Marocco, governato da una monarchia feudale, alla Nuova Guinea che viveva come all'età della pietra, ad un'India divisa socialmente in caste. Dal punto di vista religioso s'andava dall'idolatria a forme di

monoteismo pre- cristiano, dall'animale totem all'imperatore Dio. I pigmei ad esempio, non conoscevano l'agricoltura e forse non avevano neanche una lingua; la religione islamica possedeva una forza e una coerenza che proprio allora rinascevano.

Se si considerano le società più remote o arretrate, come le tribù negro- africane o oceaniche, la società era caratterizzata da un poderoso senso comunitario; dalla considerazione della famiglia come cellula base; dal lavoro fatto per la comunità; dall'obbligo di rispetto verso culti ancestrali e tabù; dal matrimonio combinato tra famiglie.

Dal punti di vista politico, il tratto distintivo era la parcellizzazione e l'insicurezza, a cui si lega l'insediamento sulle alture e la costruzione di fortilizi. L'economia era chiusa, non specializzata, con una terribile arretratezza dell'industrializzazione e un peso incombente delle calamità naturali. Su questo mondo neolitico si abbatté lo Stato industrializzato del XIX- XX secolo provocando l'effetto di un terremoto.

Un primo effetto è quello politico: l'insicurezza politica divenne sicurezza e soppressione delle guerre locali; altra novità fu quella delle comunicazioni: l'arrivo degli europei portò con sé lo sviluppo delle comunicazioni interne ed esterne e dei commerci. Se l'anima dell'imperialismo è il commercio, le merci locali acquistarono un valore diverso. Molti prodotti locali furono sostituiti da merci orientali. Ma per acquistarle era necessario il denaro: da cui la necessità di vendere prodotti locali. Si poneva così la questione dei termini di scambio. I colonizzatori insegnavano con l'esempio quali fossero le culture più redditizie o il modo più redditizio per coltivare prodotti tradizionali o sfruttare risorse. Alcuni indigeni impararono a lavorare da sé; altri divennero lavoratori nell'ambito delle piantagioni. Il tradizionale sistema di amministrazione della giustizia venne sostituito dalle norme imposte dagli occidentali, le quali, rivolgendosi al singolo, alimentavano l'individualismo. Fenomeno di grande rilievo fu l'urbanizzazione che portò al passaggio da una società comunitaria su basi mistiche, ad una società capitalista su base strutturata da uno Stato che era lo Stato colonizzatore. Le più rilevanti trasformazioni di questo passaggio furono: l'emancipazione, la destabilizzazione, la decadenza delle tradizionali istituzioni e strutture, la formazione di nuove classi e la fine dell'eguaglianza sociale.

L'arrivo degli europei sconvolse un equilibrio millenario. La concezione di felicità degli indigeni era un ideale frutto di abitudini venerate, una difesa, una fragile barriera che i conquistatori infransero in breve. Gli europei “color cadavere”, come li definivano alcune tribù dell'Oceania e del Gabon, che ritenevano che i bianchi fossero morti provenienti dal fondo del mare, distrussero un equilibro che pareva eterno.

Di fronte a questo rovesciamento di valori e a questo radicale cambiamento, erano possibili due reazioni: rifiuto e accettazione. Tutti coloro che perdevano ingenti quote di potere in seguito al cambiamento ebbero una reazione di rigetto, di natura xenofoba: la prima, più immediata e elementare risposta al cambiamento. Furono proprio le vecchie classi dirigenti a promuovere le prime rivolte, alimentate dalla rievocazione della tradizione precoloniale, vista come l'età dell'oro infranta. Il nazionalismo extraeuropeo, xenofobo e conservatore, si afferma con quattro esempi che ebbero un impatto forte su tutti i popoli colonizzati:

 1896 Adua: l'imperatore d'Etiopia Menelik distrusse l'esercito italiano, grazie alle armi a tiro rapido che aveva avuto l'intuizione di acquistare dai commercianti europei. Dimostrando che

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la superiorità tecnica poteva essere utilizzata anche dai popoli non europei per combattere e vincere gli europei.

 1905 Giappone: dopo la modernizzazione delle istituzioni, dell'esercito e la creazione di un'industria e della marina (1867), nel 1905 ne dimostrò l'efficacia sconfiggendo i Russi su terra e mare.

 1911 Cina: nel 1911 la Cina si rivoltò alla conquista europea, grazie all'ideale nazionale e democratico che Sun Yat- Sen importò dagli Stati Uniti.

 1922 Turchia: la Turchia guidata da Abdul Hamid fu scossa per la prima volta dalla rivoluzione dei “giovani turchi” nel 1908, ma fu necessario aspettare il '22 e l'azione risoluta di Mustafa Kemal per l'avvio di una evoluzione fondamentale del paese.

Vi è poi un anticolonialismo rivoluzionario, che assimila le critiche contro il sistema imperialista diffuse in Europa. Avendo assunto come modelli le nuove classi, create dall'irrompere dello stato Europeo, quelle dei coloni dovevano accettare l'idea di non essere accolte come eguali, una sorta di aparheid generalizzato: l'indigeno evoluto si scontrava con l'europeo che lo considerava inferiore. Da questo nasceva una rivalità, senso di inferiorità, sentimento di ingiustizia, odio. E il desiderio di cambiamento e riconoscimento della propria identità nel proprio Paese. Questi gruppi più evoluti, ritrovano la misticità dell'età dell'oro trasferendola verso due obiettivi: progresso materiale e morale, e il nazionalismo, inteso come recupero di identità. Così la reazione da istintiva divenne politica, poiché maturarono quei processi che permisero l'acquisizione dell'identità nazionale e della libertà come valore.

Cronologicamente, l'idea del nazionalismo è europea: prolifera in Europa tra la rivoluzione francese e i processi di unificazione nazionale. Nelle aree extraeuropee, questa idea viene assunta dall'Europa e viene provocata dalle nuove suddivisioni politiche, basate spesso su un arbitrio geografico deciso dai conquistatori. L'idea di nazione viene portata in Asia e Africa dalla scuola; la Nigeria del Nord era fatta da ottanta regni e nel sud ve ne erano un infinità; Algeria era il nome che i francesi dettero a un territorio da un porto- città; il Senegal era il nome di una tribù; il Camerun il nome di un monte; Indonesia è una parola greca. Si creavano, con la spartizione coloniale, nuove frontiere, che spesso racchiudevano entità artificiali.

 Primo elemento da ricordare è la religione cristiana, largamente diffusa nelle colonie. Il cristianesimo predica fraternità e uguaglianza. La chiesa cattolica, sotto l'ispirazione di Pio XI formò dappertutto preti indigeni, e il numero di vescovi asiatici e africani crebbe a dismisura. Sul piano politico è impossibile rispondere in modo perentorio alla questione se le chiese, con le loro dichiarazioni e la loro pratica, abbiano accompagnato il movimento di decolonizzazione o se, abbiano favorito la diffusione di idee e incoraggiato atteggiamenti nazionalisti.

 Diversa considerazione riguarda i principi della Rivoluzione americana e di quella francese, esportati insieme alla colonizzazione. L'articolo III della Dichiarazione dei diritti dell'uomo sostiene che il principio di qualsiasi sovranità risiede nella nazione. Da questo principio della sovranità del popolo scaturiva il diritto dei popoli di autogovernarsi. Né si può dimenticare l'importanza del liberalismo anglosassone, dove si mescolavano ideologia cristiana e analisi

acuta di costi- benefici.

 Una costruzione teorica europea, che contribuì all'emergere del nazionalismo afro- asiatico fu il marxismo, che considerava l'imperialismo coloniale come l'ultimo stadio di un capitalismo in declino che lottava per ottenere sbocchi e materie prime, e quindi come principale elemento di appoggio del capitalismo europeo. Il comunismo aveva due motivi per lottare contro il colonialismo: indebolire le basi del capitalismo europeo; preparare l'ingresso dei popoli coloniali alla comunità comunista mondiale. La propaganda comunista denunciava gli effetti negativi del colonialismo e si impegnava a additare agli indigeni la loro condizione miserabile, per acuire il loro spirito di rivolta, e prometteva loro, una volta raggiunta l'indipendenza, uguaglianza e abbondanza.

 Il rapporto tra penetrazione occidentale e sviluppo del nazionalismo è riconosciuto dalla letteratura in materia: molti ricusano ogni analogia, sostenendo invece le differenze; altri insistono molto sui motivi di affinità, motivandoli in base all'idea per la quale è stata l'Europa a preparare la decolonizzazione perché ha addestrato i popoli colonizzati agli ideali della libertà e del nazionalismo. Questo permette di passare ad un altro importante tema, relativo al rapporto esistente tra espansione europea e modernizzazione e sviluppo dei Paesi extraeuropei. La colonizzazione aveva provocato l'apertura di vaste regioni poco sviluppate al mercato mondiale sia direttamente, che attraverso strutture protezioniste stabilite dal colonizzatore. Le conseguenze sociali furono importanti e diverse da caso a casa: nel caso francese, ad esempio, né i liberali né coloro che suggerivano una relativa industrializzazione, riuscirono a fermare coloro che puntavano alla creazione di un sistema autarchico e sostenevano la complementarietà imperiale basata su elevati dazi doganali esterni e su sovvenzioni interne. L'impero britannico offriva una grande varietà di situazioni invece, dai dominion padroni della loro politica doganale, fino alle colonie della Corona, legate alla metropoli. Nell'insieme l'industrializzazione dei possedimenti britannici è stata maggiore rispetto a quella francese. Il caso delle colonie belghe o olandesi si situa a metà strada: la politica morale in linea con il paternalismo che dominava la politica coloniale, portò alla creazione di molte imprese industriali europee, ma sul piano sociale si risolse come un fallimento. Fu necessario attendere il “Piano dei dieci anni” nel 1950 perchè l'economia del Congo belga ricevesse un impulso dalla madrepatria.

Ma lo sviluppo economico provocò nei Paesi coloniali, non solo una progressiva destabilizzazione delle società tradizionali, quanto la formazione di nuove classi sociali che rappresentavano un vivaio per le formazioni nazionaliste. Molti leader nazionalisti, come Sekou Touré, provengono dal movimento sindacale. Si sviluppò poi una classe media di commercianti, imprenditori, artigiani, intermediari, che prendevano coscienza della loto importanza pur potendo misurare la posizione di inferiorità cui erano condannati dal sistema. Questa borghesia ebbe un ruolo importante nel nazionalismo, fornendo una parte rilevante dei quadri dei movimenti nazionali.

Al contempo, il sistema educativo permise la formazioni di particolari elitè: insegnanti, avvocati, funzionari, militari, ingegneri, che avevano fatto i loro studi ed erano così consapevoli che avrebbero dovuto accontentarsi.

 È difficile dire se e quando lo sviluppo della presenza europea nelle aree investite dal fenomeno imperiale abbia portato di per sé, con l'unificazione del pianeta, la fine del

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colonialismo; così come è difficile indicare se non in termini generali, la misura con cui l'esperienza di soggezione coloniale ha preparato il terreno alla realtà del sottosviluppo. Quanto invece al rapporto esistente tra un passato di un Paese dipendente e un presente di un Paese in via di sviluppo, l'analisi deve necessariamente procedere sull'analisi dei singoli casi. Come sostiene R. Betts “Un pugno di nazioni ricche disposte su una direttrice Est- ovest […] si trova, come in una mappa a proiezione, economicamente al di sopra delle altre, che si trovano perlopiù sotto l'Equatore e sono contrassegnate da una povertà endemica e una stagnazione economica che sembrano condizioni tipiche dei luoghi”.

Nel 1914 l'impero britannico comprendeva: l'Irlanda e le colonie di insediamento del Canada, dell'Australia, della Nuova Zelanda, e dell'Unione Sudafricana; in Asia aveva l'Arabia Meridionale, e gli emirati e sultanati affacciati al golfo Persico e al golfo di Oman, l'India, il Bhutan, il Sikkim, Ceylon, le Maldive, la Birmania, la Malesia e il Borneo settentrionale; in Africa i territori oggi corrispondenti a Sierra Leone, Gambia, Ghana, Nigeria, Egitto, Sudan (in codominio con l'Egitto), e parte della Somalia, Kenya, Uganda, Zanzibar, Seychelles e Mauritius, Zambia, Malawi, Zimbabwe, Botswana, Swaziland e Lesotho; in America Centro- Meridionale alcuni arcipelaghi caraibici e parte della Guyana; ed una serie di punti strategici come Gibilterra, Malta, Cipro, Singapore, Hong Kong e diversi arcipelaghi e isole nei tre oceani.

L'impero francese comprendeva oltre vari possedimenti insulari e alle enclave indiane, parte della Guyana, i territori indocinesi, il Marocco, Algeria, Tunisia, Africa Occidentale, Africa Equatoriale, parte della Somalia, il Madagascar e le Comore.

Il dominio belga si estendeva sui territori dell'odierno Congo; quello olandese sull'Indonesia, Timor Occidentale, sulla Nuova Guinea Occidentale, su parte delle Antille e della Guyana. La Spagna possedeva in Africa il Marocco settentrionale, Ifni e il Rio De Oro, nel Sahara occidentale, oltre all'attuale Guinea Equatoriale. Il Portogallo, oltre che su Macao, sui piccoli possedimenti indiani e su Timor Settentrionale e Orientale, dominava in Africa sulla Guinea- Bissau e sull'arcipelago di Capo Verde, su Sao Tombé e Principe, sull'Angola, sul piccolo territorio di Cabina e sul Mozambico. Il dominio italiano comprendeva la Libia, l'Eritrea e la Somalia.

Al termine della grande guerra, con la formula dei mandati definita dall'Art. 22 del patto della Società delle Nazioni, Gran Bretagna e Francia si assicurarono gran parte delle spoglie dell'impero ottomano (con mandati di tipo A, territori definiti come quasi pronti all'autogoverno) e di quello tedesco ( con mandati di tipo B, territori in Africa e nel Pacifico che non avevano ancora le capacità di amministrarsi da sé). Alla Gran Bretagna furono affidati Iraq e Palestina, Tanganica e sezioni del Togo e del Camerun. La Francia recuperò alcuni territori ceduti ai tedeschi del 1911, in occasione della seconda guerra marocchina, in Africa Equatoriale. Al Belgio si affidò il Ruanda- Urundi e all'Unione Sudafricana l'odierna Namibia. Il Portogallo ottenne Kionga, in Africa Orientale. Il Giappone ereditò le posizioni tedesche in Cina, e in Oceania ottenne il mandato sugli arcipelaghi delle Marianne, Paul, Caroline e Marshall. L'Australia ricevette il mandato sulla Nuova Guinea tedesca e sulle isole Bismarck oltre che l'amministrazione di Nauru; alla Nuova Zelanda fu affidato il mandato sulle Samoa Occidentali.

Gli effetti della prima guerra mondiale sulla tenuta degli imperi furono dirompenti, sia

per gli sviluppo politico- militari del conflitto, che per l'indebolimento dell'Europa. Alla vigilia della guerra l'Europa aveva una produzione industriale pari al 52% della produzione mondiale; la sua marina mercantile rappresentava l'85% del tonnellaggio mondiale; il suo commercio il 61%. la preminenza in campo economico si estendeva a quello finanziario e a quello politico e, si poteva parlare almeno di estesa influenza europea nel campo culturale, intellettuale e religioso.

Nel 1914 gli Stati europei controllavano direttamente o indirettamente tutta l'Asia, eccetto il Giappone. Tutta l'Africa, nel '14, era soggetta a dominazione europea, salvo la Liberia; nell'America Latina, accanto alla penetrazione economico- finanziaria, si aveva una radicale influenza intellettuale e una cospicua espansione demografica. L'Argentina era la principale base del capitalismo europeo nell'America Latina; Buenos Aires aveva sei banche europee ( quattro inglesi, una tedesca e una italiana), che assicuravano i ai risparmiatori europei vantaggiosi investimenti. Questa posizione dell'Europa venne compromessa dalla guerra: scomparvero dal continente 4 imperi ( austro- ungarico, ottomano, russo e l'impero tedesco), e con essi scomparse anche un certo tipo di società statale aristocratica, conservatrice e militare: quella dell'antico regime. Furono inoltre uccisi nella guerra otto milioni e mezzo di uomini, difficilmente sostituibili, soprattutto nei Paesi di meno elevato sviluppo demografico come la Francia. Queste perdite umane resero ancora più difficile il risanamento economico perché la manodopera non era più sufficiente.

Il tratto dominante dell'economia europea era la sottoproduzione. Per procurarsi le materie prime e ricostruirsi, l'Europa doveva ricorrere alle risorse degli altri continenti. Quindi accanto alla crisi economica, la crisi finanziaria. I prestiti allo Stato erano ovunque cospicui, e l'aumento del debito pubblico condizionava ovunque la gestione del bilancio statale. Per fronteggiare le spese della guerra tutti gli stati avevano stampato carta moneta con scarsa preoccupazione del futuro; la conseguenza di ciò fu un'inflazione monetaria difficile da fronteggiare che riduceva le quote di importazione. L'Europa dovette far ricorso all'aiuto degli altri continenti per ristabilire la sua produzione interna: riuscì a farlo, ma a patto di rinunciare alla sua posizione di preminenza economica e politica rispetto al resto del mondo.

La guerra era o portò con sé la crisi della coscienza europea, e sovvertì un intero sistema di valori. Fu infatti anche una crisi delle istituzioni liberali e democratiche, che non fu immediatamente evidente nella sua portata. Durante la guerra si erano decise misure eccezionali che avevano messo in discussione il rispetto dei diritti individuali. La guerra ebbe l'effetto in tutti i Paesi di un vastissimo trasferimento di ricchezze. L'inflazione monetaria modificava il livello di vita relativo delle classi sociali. La classe contadina profittava della situazione economica perché il bisogno di derrate alimentari le assicurava una posizione vantaggiosa; la classe operaia invece, si trovava in una situazione difficile poiché l'aumento dei salari non stava al passo con l'aumento del costo della vita. Infine, la guerra portò con sé l'esasperazione dei nazionalismi. Sul piano dei rapporti tra i paesi europei e le loro colonie, la guerra ebbe conseguenze decisive: costretti a mobilitare tutte le forze e le risorse per la vittoria, gli Stati europei avevano dovuto sospendere il loro sforzo di espansione economica; inoltre, la guerra in sé, opera di distruzione fratricida, aveva messo ancor più in cattiva luce le potenze coloniali agli occhi dei coloni.

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La debolezza europea quanto a esportazione di capitali e volume di importazioni nel periodo bellico, contribuì a facilitare l'espansione finanziaria e commerciale degli Stati Uniti. Nel decennio successivo al conflitto gli Stati Uniti approfittarono dell'eclissi europea per esercitare pressioni politiche anche in paesi dell'America Meridionale. In Asia invece, il Giappone aveva venduto alla Cina, l'India e l'Indocina i prodotti finiti che l'Europa non poteva più fornire loro ed esportato verso gli Stati belligeranti materiale di guerra e munizioni. Gli Stati Uniti avevano aumentato rapidamente la loro potenza economica e finanziaria. La produzione di acciaio era raddoppiata, il tonnellaggio della flotta mercantile quadruplicato. Avevano anche riacquistato i titoli americani che erano nelle mani dei capitalisti stranieri, avevano prestato dieci miliardi di dollari agli Stati belligeranti ed erano divenuti grandi esportatori di capitali, soprattutto nell'America Latina. In breve, se l'Europa uscita dalla guerra in crisi profonda, Paesi extraeuropei come Giappone e Stati Uniti erano prosperi, perché la guerra aveva dato loro l'occasione di accrescere la loro produzione industriale e modificare l'orientamento della produzione agricola. Le posizioni economiche europee avrebbero potuto essere recuperate, ma certamente non nel breve o medio termine. Si trattava infatti, di un compito non facile perché la guerra aveva sottoposto a dura prova il patto coloniale e aveva modificato la struttura economica delle colonie stesse.

Inoltre la guerra incrinò le forti posizioni europee in aree che erano state oggetto di una sua notevole influenza politica, economica e culturale: non solo l'America Centro- Meridionale ma anche la Cina. In Estremo Oriente, i Paesi europei dovettero fare i conti da un lato, con l'emergere del nazionalismo cinese, e dall'altro, con le ambizioni del Giappone. Nel caso cinese, si cercò di salvaguardare l'unità del Paese dal rischio di derive rivoluzionarie sulla scia russa, che in seguito divenne l'obiettivo di sottrarre il paese dal gioco diplomatico russo. Nel secondo caso, l'alleanza Tokyo Londra conclusa nel 1902 in funzione antirussa sembrava perdere significato, di fronte all'indebolimento di Mosca. Su pressione degli Stati Uniti e del Canada, la Gran Bretagna abbandonò l'alleanza con il Giappone nel 1921. Stati Uniti e Gran Bretagna riuscirono, alla conferenza di Washington degli inizi degli anni Venti, a rendere meno produttiva la vittoria diplomatica del Giappone.

Sul fenomeno coloniale agì per più conti: non solo la propaganda dei fronti avversari aveva intaccato il prestigio dell'uomo bianco e le alterne fortune belliche avevano infranto il mito dell'invincibilità, ma i coloni si erano trovati a fronteggiare pesanti richieste di carattere economico ed erano stati obbligati ad inviare truppe. In alcuni casi poi, erano state le iniziative prese dagli stati belligeranti ad aver rafforzato la speranza dei Paesi dipendenti di sottrarsi al controllo europeo.

La guerra attribuì nuovo valore all'importanza degli Stati Uniti e della Russia, nei rapporti di forza mondiali ma anche rispetto ai legami tra i Paesi europei e i loro imperi. Il Presidente degli Stati Uniti affermò che tutti i governi dovevano tenere conto del consenso dei governati. Wilson in realtà pensava all'Europa ed in particolare a quella Orientale, ma sostenne l'applicazione del principio di libera disposizione dei popoli anche in abito coloniale. Nel messaggio del congresso dell'8 gennaio 1918, in cui esplicò i Quattordici punti, parlò della necessità di tenere conto degli interessi dei Paesi coloniali, e aggiunse che le questioni territoriali dovevano essere regolate sulla base di accettazioni

libere della soluzione proposta dal popolo direttamente interessato. Fu su sua iniziativa che si prospettò, con la Società delle Nazioni, un nuovo ordine internazionale nel cui ambito, le potenze coloniali avrebbero dovuto accompagnare i popoli soggetti verso l'autogoverno.

Gli interessi europei nel mondo erano ancora più direttamente minacciati dalla propaganda comunista che, analogamente ai principi wilsoniani, si scagliava contro l'imperialismo coloniale di anteguerra, ma diversamente da quelli, riconosceva nell'anticolonialismo un mezzo efficace per affrettare la rivoluzione mondiale. Nel 1917 Lenin pubblicò il suo volume sull'imperialismo dove offriva una interpretazione generale della storia dell'espansione europea e dove sosteneva che la perdita delle colonie avrebbe colpito al cuore il capitalismo europeo, accelerandone la crisi e acuendo la lotta di classe. La conclusione pratica alla quale conduceva la tesi leninista di una necessaria solidarietà tra la rivoluzione bolscevica e tutti i movimenti nazionali di liberazione nell'area coloniale e semicoloniale era espressa, nel marzo del '19, dalla risoluzione finale del primo congresso dell'Internazionale comunista. Il programma indicava la necessità di lottare contro l'imperialismo coloniale o semi- coloniale, e incoraggiava i movimenti di emancipazione a combattere l'imperialismo che era indispensabile per la stabilità del regime capitalista.

L'Otto gennaio 1918 Wilson definì gli obiettivi di guerra del suo Paese in una sorta di manifesto- programma in 14 punti, in cui si chiedeva una pace giusta e durevole, senza annessioni o indennità; la fine della diplomazia segreta; disarmo generalizzato; rispetto dei principi del libero scambio; applicazione del principio di autodeterminazione; e soluzioni particolari per questioni specifiche. La chiave di volta del suo progetto era la nascita di una Società delle Nazioni, cioè la creazione di un organismo in grado di stabilire un sistema di sicurezza collettiva tale da garantire la pace internazionale. Inizialmente fu limitata ai paesi vincitori, e la sede venne fissata a Ginevra, ma aveva fin dall'inizio vocazione universale. Quando a Parigi si aprì la conferenza di pace nel gennaio del '19, Wilson impose agli altri vincitori che il patto della Società delle Nazioni facesse parte dei trattati di pace. E questo ebbe effetti immediati per la tenuta del sistema coloniale sia in termini generali, che su un piano particolare, poiché si doveva stabilire la sorte dei territori sottratti al nemico. Le colonie tedesche d'Africa e del Pacifico furono assegnate agli eserciti dell'Intesa. Quanto ai territori dell'ex impero ottomano, anch'essi erano occupati dalle forze dell'Intesa. L'indipendenza dei paesi arabi era stata prevista nel corso di alcuni negoziati svoltesi nel 1915 tra rappresentanti britannici e l'emiro della Mecca, Hussein. Ma un accordo franco- britannico, l'accordo Sykes- Picot (maggio 1916), aveva previsto una suddivisione dell'influenza tra i due Stati e un regime speciale per la Palestina e per i Luoghi Santi. Infine, con la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917, Londra aveva promesso di favorire la nascita di un focolare nazionale ebraico per il Paese.

La prima bozza del sistema dei mandati si trova nel progetto della Società pubblicato dal generale Smuts, nel dicembre del 1918. prevedeva un'assistenza a favore dei popoli dell'Europa Orientale e delle comunità che si erano liberate dal giogo ottomano. Questa prospettiva era diversa da quella del Presidente Wilson, il quale aveva parlato di questioni coloniali in termini precisi. Le sue idee, se pur ambigue, si incontrarono con la realtà di una alleanza in cui le parti si erano già accordate per suddividersi i domini

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coloniali dei Paesi sconfitti, sia con i già citati accordi Sykes- Picot, che con il patto di Londra (aprile 1915), che stabiliva il principio di compensi a favore dell'Italia sia in abito coloniale, che nella prospettiva dell'impero ottomano. Tuttavia, gli Stati Uniti non avevano preso parte a questi accordi e quindi non si sentivano vincolati al loro rispetto. Al momento della conferenza di pace di Parigi, Wilson, richiese che la tutela della Società delle Nazioni fosse estesa anche alle ex colonie tedesche.

Il sistema dei mandati, che implicava la sovranità della Società sulle ex colonie tedesche e sulle parti non turche dell'ex impero ottomano e l'affidamento a un membro dell'istituzione ginevrina del compito di condurre questi territori all'indipendenza, nasceva come compromesso tra le contrastanti esigenze dei vincitori, che per i Paesi dell'Intesa poteva essere un modo utile per ottenere ciò che desideravano, ma fu invece, un primo passo verso la decolonizzazione.

Le proposte di Wilson incontrarono, in effetti, molte resistenze: il governo francese era disposto ad accettare una forma di mandato in Siria, ma temeva gli ostacoli che potevano presentarsi all'esercizio della sua autorità nelle colonie tedesche del Togo e del Camerun; il sud Africa, non voleva sottostare a un controllo internazionale nella prosecuzione della sua azione coloniale dell'Africa del Sud- Ovest; il governo australiano fece sapere che non era favorevole alla prospettiva di vedere la presenza tedesca nel Pacifico sostituita da quella del Giappone o da un'altra potenza diversa da quella britannica. I negoziati furono quindi molto delicati, e portarono all'elaborazione dell'art. 22 del patto, cioè l'atto di nascita di un sistema che costituiva una vera novità, sia per il diritto internazionale che per la politica coloniale. Al primo comma si diceva che alle colonie e ai territori che in seguito alla guerra hanno cessato di trovarsi sotto la sovranità degli Stati che prima li governavano, si doveva applicare il principio secondo cui il benessere e lo sviluppo doveva essere sacro compito dell'Atto stesso. Per far questo, come si dice al secondo comma, doveva essere affidata la tutela di questi popoli a nazioni progredite, che l'avrebbero svolta in base a dei mandati specifici della Società. Il carattere dei mandati dovrà variare in base al grado di sviluppo del popolo, alla posizione geografica, alle condizioni economiche e in base ad altre simili circostanze ( comma tre); erano previste 3 categorie di mandati: A, B, C. nel primo gruppo rientravano comunità appartenenti all'impero turco che avevano raggiunto un grado di sviluppo vicino all'autogoverno, quindi il compito del mandatario consisteva nello sviluppare le capacità di governo autonomo e nel rafforzare le basi economiche e sociali del paese. I mandati di tipo B invece, erano adatti a popoli dell'Africa Centrale, in cui il mandatario dovrà rispondere dell'amministrazione del territorio. Dunque non era qui possibile accordare l'autonomia. Le condizioni da garantire erano di due ordini: da un lato salvaguardare i diritti e gli interessi delle popolazioni; dall'altro vi erano condizioni che dovevano andare a vantaggio di tutti gli Stati membri della Società: uguaglianza di diritto di tutti i Paesi con la potenza mandataria nelle relazioni commerciali con quei territori. Questa disposizione non valeva per i mandati di tipo C, in cui il mandatario inglobava il territorio trasferendovi anche il diritto.

Il consiglio dei Quattro, composto dai rappresentanti dei quattro Paesi vincitori ( Wilson, Lloyd George, Clemenceau, Orlando, rispettivamente per: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia), attribuì i mandati sulle ex colonie tedesche dal 6 maggio al 21 agosto

1919; Camerun e Togo furono divise tra Francia e Gran Bretagna, il Ruanda- Urundi fu dato in mandato al Belgio; l'Africa del Sud- Ovest all'Unione Sudafricana; la Nuova Guinea Orientale e le isole Bismarck all'Australia; Samoa alla Nuova Zelanda; le isole Caroline, Marinne e Marshall al Giappone, l'Isola di Nauru all'Impero britannico colletivamente. La Francia avrebbe esercitato il mandato sulla Siria e sul Libano, la Gran Bretagna sulla Palestina e sull'Iraq.

La chiave di volta del sistema dei mandati era il controllo internazionale che fu assicurato dalla commissione permanente ad hoc, organismo consultivo previsto dal patto. Composta da nove membri, scegli dal Consiglio, si riunì in sessione straordinaria una volta l'anno fino al 1925; due negli anni successivi.

Il sistema dei mandati non mancò di essere criticato: si sostenne che il controllo internazionale era indiretto e privo di reale efficacia perché non era prevista una procedura di inchieste sul campo e neppure vi era alcun potere imperativo sulle potenze mandatarie. In ogni caso, era la prima volta nella storia che potenze coloniali dovevano sottostare a discussioni internazionali. Da questo punto di vista, se pur modesto, il controllo della Società rappresentava un ostacolo alla libertà di azione dei mandatari. Quello del mandato, era una formula di compromesso tra l'impulso idealistico della potenza americana e le resistenze dei Paesi usciti vittoriosi dalla guerra ma ancora molto legati alla tradizione coloniale.

Il controllo si svolse, complessivamente, in modo onesto, ma non esisteva tuttavia alcuna autorità in grado di inviare missioni nei mandati, o di imporre sanzioni a una potenza mandataria recalcitrante. Inoltre l'Assemblea, sebbene conservasse il diritto di indirizzare suggerimenti al Consiglio della Società in materia di mandati, si valse di tale diritto unicamente nella prima sessione e mai nelle seguenti. Quindi la Società fù più uno spettatore del funzionamento del meccanismo che era stato messo in moto, e nonostante il sistema dei mandati costituisse un importante precedente per molti versi attivo, contribuì a permettere molti abusi. A questo si aggiunse uno sviluppo che difficilmente avrebbe potuto essere previsto: gli Stati Uniti sconfissero l'internazionalismo del loro Presidente ritirandosi negli anni seguenti in una politica di isolazionismo, che sancì la morte precoce della nuova diplomazia di Wilson, lasciando l'Europa in balia delle sue difficoltà.

La crisi europea non fu immediatamente percepita in tutta la sua portata, poiché le potenze coloniali ritenevano che il loro indebolimento fosse un fenomeno passeggero. Non mancarono però isolate voci contrarie, che sostenevano la radicalità della svolta da un mondo dominato dall'Europa e fatto su sua misura, ad un mondo in cui occorreva reagire alla sfida dell'anticolonialismo americano e sovietico nonché alle spinte centrifughe degli imperi. Paul Valery nel suo “La crisi dello spirito” si chiedeva se l'Europa sarebbe riuscita a conservare la sua preminenza in tutti i campi o se, non sarebbe divenuta “una piccola protuberanza del continente asiatico”; Oswald Spengler nel saggio “Il declino dell'Occidente” sosteneva che la civiltà europea si era incamminata verso la decadenza.

Gran Bretagna

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Alla fine della guerra, la Gran Bretagna poteva ritenere soddisfacenti i risultati raggiunti: nel Novembre del 1918 la sua marina militare raggiunse un tonnellaggio e un numero di navi più o meno uguali alla somma di quelli di tutte le altre maggiori flotte del mondo. La dottrina navale britannica aveva teorizzato come principio base quello di dover essere la più grande della altre flotte da guerra. Questo principio però, era insidiato dal programma di costruzioni navale americano e dalla impossibilità di reggere una corsa agli armamenti con gli Stati Uniti. Pur nella necessità di mettere in conto l'opportunità di un futuro accordo con gli Stati Uniti, nella strategia imperiale di Londra, una volta eliminato il pericolo tedesco, principale preoccupazione era la protezione della via delle Indie sia dalla minaccia russa sia da qualsiasi interferenza dei nazionalismi locali. Le vie d'acqua principali per la sicurezza di tale percorso rendevano di fondamentale importanza il controllo delle terre oggi in parte riconducibili alla definizione di Medio Oriente: lo zoccolo settentrionale ( Turchia, Iran e Afghanistan); la Mezzaluna fertile dei mandati; i Paesi della penisola arabica; l'asse Egitto- Sudan e la Somalia. Il controllo sugli stretti turchi era legato alla sistemazione dell'Anatolia. I piani britannici e francesi, basati sugli accordi di guerra Sykes- Picot, cozzarono in entrambi i casi contro la reazione del nazionalismo locale. Quello turco riuscì a modificare con le armi le clausole del trattato di pace imposto alla conferenza di Parigi, a sconfiggere i greci e proclamare la nuova Repubblica nel '23. nel territorio della Mezzaluna fertile, il nazionalismo arabo era diviso e meno preparato allo scontro militare rispetto a quello turco, e dunque non riuscì ad impedire che gli accordi Sykes- Picot prevalessero. Anche in Egitto, Londra fu a tener conto del risveglio del nazionalismo, guidato dal Partito “della delegazione” (WAFD), che rappresentava la principale forza nazionalista del paese. Teoricamente l'Egitto era sotto il controllo ottomano, ma fin dal 1882 era stato occupato dall'Inghilterra. Con lo scoppio della guerra, la Gran Bretagna aveva dichiarato l'Egitto protettorato britannico. Gli eventi della guerra condussero ad un'insurrezione nel 1919, rivendicando l'indipendenza in base ai principi wilsoniani. Come reazione al rifiuto di Londra, fu scatenato un movimento insurrezionale che per tre settimane scosse la dominazione inglese fino al momento in cui intervennero le truppe britanniche richiamate dalla Palestina. I capi nazionalisti adottarono allora un altro metodo, quello della resistenza passiva. Gli inglesi dunque, di fronte ad una minaccia di un insurrezione generale, nel settembre del 1919, andarono in contro ai nazionalisti: Londra, pur non accettando la rivendicazione di indipendenza, annunciò la volontà di stabilire un regime che avrebbe accordato a rappresentanti eletti della nazione egiziana una parte importante del potere legislativo. Questo fu l'inizio di lunghe controversie che portarono Londra, nel 1922, alla proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Paese, riservandosi una serie di competenze essenziali in quattro ambiti: la sicurezza delle comunicazioni dell'impero britannico in Egitto; la difesa del Pese; protezione degli interessi stranieri in Egitto e il Sudan con il suo statuto di condominio. Nell'aprile del '23 fu promulgata una Costituzione parlamentare e le prime elezioni, nell'anno successivo, videro vincere il WAFD. Nel '24, in piena agitazione terroristica, si arrivò all'assassinio del comandate britannico dell'esercito egiziano che presentava contemporaneamente servizio come governatore generale del Sudan. La Gran Bretagna reagì esigendo la punizione dei colpevoli. Nei decenni successivi la situazione oscillò tra momenti di tensione e accordi. Nel 1936, con l'acuirsi della minaccia italiana nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, le rispettive posizioni si ammorbidirono e si concluse un trattano anglo- egiziano che

continuava a riservare alla Gran Bretagna varie competenze.

Londra reagì con elasticità all'affermarsi del nazionalismo in Medio Oriente: riuscì a coniugare una graduale concessione dell'autogoverno con un'accentuazione del loro controllo politico ed economico. L'Iraq fu la prima delle province arabe ad ottenere la sua emancipazione, iniziata nella primavera del 1920 a seguito di violente proteste, e conclusasi nel 1924 con l'approvazione di una Costituzione da parte dell'Assemblea costituente (istituita nel 1920) che si proclamava a favore della fine immediata del mandato. Gli inglesi riuscirono però a conservarlo per quale anno, grazie ad un accordo in base al quale Baghdad avrebbe ottenuto il territorio di Mossul in cambio di una non immediata dichiarazione di indipendenza. Passo ulteriore fu fatto nel '30, quando un nuovo trattato anglo- iracheno sostituì al mandato uno statuto di alleanza politica e militare con la quale il Paese mediorientale si impegnava a utilizzare l'assistenza militare inglese concedendo a Londra vantaggi militari. L'ultima tappa fu realizzata nel '32, con la cessazione del mandato e l'ammissione alla Società delle Nazioni, accompagnata da un certo numero di condizioni: promise di trattare con equità le minoranze; garantire libertà religiosa e di coscienza nonché pari diritti.

Nel caso della Transgiordania, le autorità britanniche dal 1921 lasciarono che l'emiro Abdullah stabilisse il suo nuovo governo. Il controllo britannico non dovette misurarsi con alcuna preoccupante rivendicazione nazionalista e questo rallentò il cammino verso l'indipendenza, prefigurata con riserva dal trattato del 1928, che riconosceva l'esistenza del governo di Abdullah, ma sottolineava anche la sua disponibilità a seguire i consigli del governo britannico sia in politica estera che in politica economica e finanziaria. La sua indipendenza sarà riconosciuta a pieno solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Il caso della Palestina è emblematico del fatto che non bastava la sola pressione nazionalista ad indurre Londra alla concessione di una effettiva autonomia. Le rivendicazioni avanzate dagli arabi del mandato tra il '21 e il '23 non ebbero infatti esito. Con le promesse fatte da Londra al nazionalismo arabo e al sionismo, aveva innescato in Palestina l'accelerazione di un meccanismo che, sotto varie manifestazioni, si sarebbe poi ripresentato in molti dei più difficili casi di decolonizzazione: la presenza in uno stesso territorio non indipendente, di minoranze concorrenti. Infatti, secondo le promesse fatte, il governo inglese doveva favorire la creazione di una “National home” ebraica e, l'opposizione araba puntava il dito contro il regime del mandato perché era l'amministrazione britannica a dare l'autorizzazione all'ingresso degli ebrei nel Paese.

La carta del mandato non fissava alcun termine per lo stabilimento di uno statuto organico di “libero governo” e prevedeva espressamente che il mandatario avrebbe avuto pieni poteri amministrativi e legislativi. Nel 1930 la Società inviò una commissione speciale per regolare la questione dei Luoghi Santi. A partire dal '37, la politica britannica subì una svolta decisiva: il White Paper del '39 fissò una quota massima pari a 75.000 per l'ammissione di migranti ebrei nei 5 anni successivi e annunciò che l'indipendenza della Palestina sarebbe stata riconosciuta alla scadenza di un periodo decennale.

Come osserva Di Nolfo, una delle idee forti della tradizione britannica era che, era auspicabile e possibile rinunciare all'esercizio formale del potere pur mantenendolo o potenziandolo. Era questo il concetto che fu alla base della trasformazione dell'impero in

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British Commonwealth of Nations. L'acquisto graduale di indipendenza ricevette forte spinta dalla guerra. Già nel '23 i dominion controllavano la propria politica esterna e, nel 1926, una conferenza imperiale ne riconobbe l'indipendenza. Nel 1930, con l'approvazione dello statuto di Westminster, ognuno di essi ebbe la facoltà di divenire uno Stato sovrano e annullare le leggi votate a Londra. Nel periodo tra le due guerre, il dibattito si concentrò sulla possibilità di utilizzare l'evoluzione dei dominion bianchi come paradigma per le colonie asiatiche e africane, ed il dibattito riguardava in particolar modo l'India, in cui la presenza inglese era minima. Qui, la guerra dette al movimento nazionale un forte impulso quando, nel giugno del 1916, la Lega musulmana decise di collaborare con il Partito del Congresso. Di fronte alla minaccia rappresentata da un lato dalle difficoltà della guerra, e dall'altro dalla crescente forza del nazionalismo indiano, Londra decise di agire. Nel luglio del '18 fu stabilito un rapporto sulle riforme costituzionali, elaborato dal segretario di Stato e dal vicerè, che prevedeva la creazione di assemblee le quali avrebbero partecipato ad alcuni ambiti del potere legislativo. Queste concessioni furono però ritenute insufficienti; nel marzo del 1919, la protesta nazionale prese la forma di un movimento di massa. Nell'immediato Londra scelse la strada della repressione, ma nel medio termine, agì con moderazione, non abbandonando la linea di un graduale riformismo. Il decennio precedente allo scoppio della Seconda guerra mondiale vide il costante progresso dell'India verso la piena maturazione nazionale. Sul piano economico il colonialismo cedette gradualmente il passo ad un economia programmatica. Furono create nuove industrie per emancipare l'India dalla dipendenza dall'estero, e ne vennero sviluppate altre ( come quella dello zucchero). Entro il '39 l'India era un paese dotato di industrie moderne, se pur non industrializzato. Nel campo dell'istruzione si ebbero rapidi progressi con l'introduzione di università sul modello inglese, e così acquisto nuovo valore la vita culturale. La lotta condotta dall'India divenne l'esempio per tutto il nazionalismo africano e asiatico. Essa, in particolare, indicò l'importanza di creare un partito di massa, in grado di minacciare la potenza dominante. Il modello indiano additava poi strade diversificate per l'indipendenza, mostrando come la ribellione violenta non fosse l'unico mezzo.

La Francia

Meno vivace e produttivo fu il dibattito francese a riguardo. La giustificazione del dominio imperiale fece riferimento a motivi di sviluppo politico delle colonie e di comune vantaggio economico per il centro e la periferia. Le critiche si basarono sulle accuse di sfruttamento economico e di oppressione politica delle regioni soggette.

Il momento più favorevole si presentò con l'arrivo al potere del Fronte Popolare, nel 1936, le cui riforme però si arenarono in poco tempo, a causa delle difficoltà economiche e anche per l'opposizione dei francesi residenti nell'impero. In generale, nei confronti delle rivendicazioni coloniali, Parigi mostrò minore duttilità rispetto a Londra.

La Francia, legata ad una diversa tradizione di espansione, usciva dalla prima guerra mondiale senza aver ancora sciolto, né sul piano ideologico, né su quello operativo, il dilemma tra assimilazione e associazione delle colonie alla madrepatria; l'idea restava quella universalistica. Il corso britannico veniva criticato sulla base dell'asserzione che la graduale autonomia concessa da Londra non potesse che portare alla separazione tra

centro e periferia dell'impero e che solo l'approccio francese assicurava lo sviluppo delle due parti in un tutto armonioso; e i fatti sembravano dare ragione alla Francia, e stabilire la maggior efficacia dell'assimilazione. Ma già a partire dalla fine della guerra, l'obiettivo dell'assimilazione, che era il fulcro dell'approccio francese, e che faceva coincidere colonizzazione e integrazione, venne gradualmente abbandonando a favore di quello dell'associazione.

Stretto tra contraddizioni teoriche e difficoltà di gestione amministrativa, il centro dell'impero non seppe reagire con la necessaria duttilità agli stimoli del nazionalismo periferico: in Indocina, ci si fermò alle riforme del 1928; in Nordafrica non si andava oltre le forme del protettorato. Non si riuscì a trovare una soluzione ottimale per dirimere la questione dei rapporti tra cittadini e sudditi. In Medio Oriente, nei mandati di Siria e Libano, l'amministrazione locale era inesistente e Parigi optò per governare direttamente i suoi mandati attraverso un alto commissario. Sulla base della carta sui mandati del luglio del '22, la Francia aveva il compito di stabilire entro un termine di tre anni un'amministrazione locale. Nel frattempo, avrebbe dovuto esercitare tutti i poteri, con l'unica riserva che avrebbe dovuto favorire le autonomie locali in tutte le misure. L'approccio francese al mandato in Siria si distinse inizialmente, da quello adottato dalla Gran Bretagna in Iraq, che optò per un passaggio rapido delle consegne formali a interlocutori fidati. Parigi invece, scelse un metodo simile a quello sperimentato in Marocco, basato sui principi del governo indiretto, che riorganizzava in modo complesso l'organizzazione amministrativa del territorio. L'alto commissario francese diede al territorio sotto mandato una struttura inizialmente parcellizzata, creando lo Stato del Libano, degli Alawiti, di Aleppo, di Damasco e lo Stato della Montagna Drusa, con l'obiettivo di rendere più facile il controllo strategico e amministrativo della ragione. In seguito gli Stati furono uniti in una federazione, e nel dicembre del 1924 si decise di trasformarla in uno Stato unitario. Nel dicembre del 1920, era stato creato lo Stato del Libano, composto dal Monte Libano e separato dalla Siria. I tentativi francesi per tenere conto delle diversità locali fallirono. In Siria, come anche in Libano, si lasciò fare ai rappresentanti locali, eletti nel quadro di consultazioni popolari, che elaborarono costituzioni repubblicane. La presenza di numerosi funzionari coloniali che cercarono di imporre una rigida organizzazione e un controllo stretto, furono alla base di numerosi conflitti che sfociarono, nell'autunno del 1925 in una rivolta, prolungatasi per due anni. La ribellione, guidata dai drusi, si estese fino Damasco, e non aveva il carattere di pura sollevazione tribale ma di rivolta nazionale contro l'imperialismo francese. Sulla spinta di questi avvenimenti e sull'esempio britannico, la Francia decise di stabilire il regime organico che secondo il mandato doveva essere messo in vigore entro il 1925. il nuovo corso fu caratterizzato dalla costituzione del '30 e dal successivo tentativo francese di creare un governo stabile con cui concludere un trattato simile a quello anglo- iracheno. L'obiettivo fu conseguito solo sei anni dopo. Nel '36 l'indipendenza della Siria fu prevista ufficialmente, e fu firmato un trattato franco- siriano. Nei successivi anni però, questo assetto si risolse in un fallimento, sia per la mancata ratifica del trattato da parte francese, che per via delle divisioni interne che rendevano difficili le relazioni tra minoranze e governo. Questo problema era particolarmente forte in Libano. Tradizionalmente la Francia aveva interessi nell'area cristiana dei monti del Libano, attorno a Beirut, che dal 1861 erano un distretto autonomo dell'impero ottomano. Il

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problema maggiore era dato dal fatto che i francesi auspicavano il controllo dei cristiani sugli organi rappresentativi, ma tale controllo era difficile perché la comunità cristiana divenne inferiore alla metà totale della popolazione a causa della forte immigrazione musulmana. Nel '32, di fronte ad una situazione connotata dall'aspra lotta tra le fazioni politiche, la Francia sospese la costituzione promulgata sei anni prima e cercò di favorire una convergenza tra cristiani e musulmani, accomunati unicamente dall'opposizione alla potenza mandataria. Il cemento tra le forze politiche, fu infatti, l'elemento principale nel percorso verso l'indipendenza che avrebbe potuto essere favorito dal trattato franco- libanese del '36, analogo a quello siriano, e che tuttavia, analogamente, non venne ratificato da Parigi.

In Indocina, lo stimolo iniziale alla conquista, era stato dato dall'orgoglio nazionale e continuo come reazione alla sconfitta di Sédan. Ciò a cui miravano i francesi era lo sfruttamento delle ricchezze della regione. Sotto il dominio francese, il Paese divenne uno dei principali esportatori di riso al modo e, il più proficuo dei possedimenti d'oltremare. Ma la volontà di promuovere la colonizzazione agricola e favorire la nascita di una classe di ricchi proprietari fondiari portò alla rovina dell'economia agricola locale, con la grande massa che viveva in condizioni pietose. Qualsiasi idea di preparare la popolazione locale a una autonomia era respinta. Il vero potere era concentrato nelle mani del governatore generale francese che presiedeva un'amministrazione centralizzata, e non cercò collaborazione delle autorità tradizionali optando per un sistema capillare di controllo. Dopo la guerra, quando la classe colta dei funzionari fu stimolata dall'influenza dei principi wilsoniani, il movimento nazionalista, così come quello comunista, divennero dei seri problemi per la Francia. Alla crescita del nazionalismo degli anni Venti e Trenta la Francia reagì con la repressione violenta costringendo l'opposizione alla clandestinità. La miopia francese, che contribuì a rendere il partito comunista vietnamita una delle forze politiche maggiori nel contesto del Sud- Est asiatico, si dovette allo scarso realismo e all'eccessiva confidenza nelle basi, poco solide, del potere coloniale del Paese. La Francia dimostrò la sua incapacità teorica e pratica di accettare la prospettiva e cercare collaborazione con le elites locali per garantire un passaggio morbido dei poteri formali.

Anche in Algeria il sistema francese rimase immutato, dopo le limitate concessioni del 1919. Realizzata per tempo, l'ipotesi dell'assimilazione graduale avrebbe potuto rivelarsi vincente nel caso algerino, perché avrebbe sottratto i ceti colti dalla tentazione di considerare l'obiettivo di una Repubblica algerina indipendente come unica soluzione per superare il muro di resistenza opposto alle riforme dei coloni francesi, che Parigi si dimostrava poco volentierosa di intaccare.

Quanto al Marocco, sotto l'amministrazione di Lyautey, fino al 1925, il protettorato venne organizzato in base a principi simili a quelli dell'indirect rule britannico. La rapida modernizzazione del Paese, non accompagnata da una crescita altrettanto veloce del personale locale che poteva essere utilizzato a fini amministrativi, fece ritenere opportuna l'introduzione di criteri di controllo diretto. Contro tale cambiamento amministrativo si concentrarono le rivendicazioni nazionaliste. Parigi reagì ignorandole o con la repressione. Tra il 1921 e il 1926, l'insurrezione armata contro il dominio spagnolo e francese, guidata da Abd el Krim, vide impiegati 158 mila uomini francesi.

Simile atteggiamento caratterizzava la posizione francese nei confronti del nazionalismo tunisino. Si sviluppò un movimento di protesta che non rivendicava l'indipendenza, ma chiedeva, in linea con i punti wilsoniani, l'accesso dei tunisini agli impieghi pubblici; istituzione di un'assemblea legislativa eletta a suffragio universale e che il ministero formato dal Bey fosse responsabile davanti a questa. Il governo francese, nel luglio del '22, avviò una parziale riforma che non poteva soddisfare il partito nazionalista: annunciò infatti la creazione di un “Grand Conseil” privo di competenze politiche ed eletto in modo tale che i francesi in Tunisia avessero lo stesso peso dei tunisini. Solo successivamente, decise di reagire con forza e i capi delle proteste furono arrestati e deportati nel '38. anche qui, come in Marocco, si percepiva il controllo come preludio a una presenza francese di durata indefinita nel Paese.

Le altre potenze

alla fine della guerra l'Italia si trovò esclusa dalla ripartizione dei mandati e delusa nelle speranze di allargamenti in Africa. Inoltre, la sua dominazione in Libia fu quasi interamente eliminata. Dall'ottobre del '14, la setta dei Senussi, musulmani e nazionalisti arabi, aveva costretto le truppe italiane ad abbandonare il territorio della Tripolitania e della Cirenaica. Con un accordo firmato nell'aprile del 1917 il governo italiano promise di non cercare di estendere la sua zona di occupazione. Nel novembre del '18, i capi locali invocarono il diritto della “libera disposizione dei popoli” annunciando l'esistenza di una Repubblica di Tripolitania. Il governo italiano negoziò un compromesso. L'accordo che ne risultò, nell'aprile del 1919, stabiliva una politica di “associazione”, con la concessione della cittadinanza italiana ai libici che avrebbero avuto diritto di voto per l'elezione di un'assemblea legislativa e il potere amministrativo concesso ai funzionari arabi. La presenza italiana nel Paese, al momento dell'arrivo al potere di Mussolini, era ridotta. Il fascismo completò le operazioni di riconquista della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan, unificandone i territori nella colonia di Libia; concluse anche le trattative con la Gran Bretagna per la concessione dell'Oltregiuba, e consolidò i possedimenti in Somalia. Il fascismo decise di completare il mosaico imperiale conquistando l'Etiopia.

I possedimenti vecchi e nuovi nell'Africa Orientale italiana vennero organizzati in sei governatoriati. Il sistema di controllo italiano oscillò tra una teorica adesione ai principi dell'assimilazione, e una tendenza autoritaria e discriminatoria, rispetto alla quale furono ad esempio vietate le unioni miste, e furono introdotte leggi razziali. Gli effetti di modernizzazione derivati dal controllo italiano, non erano accompagnati da una linea di cooptazione con le elites locali ma, soprattutto in Etiopia, a una violenta repressione delle istituzioni locali.

Il controllo dell'Olanda sull'Indonesia andò in contro a molte difficoltà. Fin dall'inizio del secolo si erano avute le prime manifestazioni del nazionalismo indonesiano che fu molto sensibile alla Rivoluzione comunista russa. Il governo olandese cercò di prevenire il peggio riunendo un “Consiglio del popolo” con competenze esclusivamente consultive che concedeva la presenza di rappresentanti delle elites locali. Era a maggioranza europea e questo non soddisfaceva l'elite nazionalista. Nel '19 presero forma due movimenti di opposizione, entrambi nazionalisti ma uno con tenenze liberali e l'altro comuniste. L'amministrazione olandese non diede peso alle esigenze nazionaliste,

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