Tesina di maturità  - L'idea greca di barbaro
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antropologia28 settembre 2013

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Tesina di maturità - L'idea greca di barbaro

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Tesina di storia greca. Tesina sullo sviluppo del concetto di "barbaro" nell'antica Grecia. Va bene sia per un esame universitario di storia greca che per l'esame di maturità.
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L’IDEA GRECA

DI

BARBARO

Introduzione

L’oggetto di questa tesi è l’idea greca del “barbaro”, ovvero un’invenzione culturale del mondo

classico mediante la quale venne espressa la percezione dell’altro, del diverso. Si è seguita

l’evoluzione di questo concetto partendo dal suo significato puramente etimologico per passare poi

a delineare una definizione sia di “grecità” che di “barbaro”, considerando gli avvenimenti storico –

politici che favorirono la creazione di questa contrapposizione. Si è analizzato inoltre il contributo

della tragedia del V secolo a.C. e delle sue fonti nella rappresentazione dello stereotipo del barbaro

e quello delle teorie scientifiche. Infine si è trattato brevemente il discorso sulla percezione dello

straniero nei secoli successivi e in epoca moderna.

Capitolo 1:

La definizione di greco, straniero e barbaro

Il sostantivo e aggettivo “barbaro” proviene dal termine latino barbarus derivante a sua volta dal

greco barbaros e nella lingua italiana ha una serie di significati connotati negativamente: straniero,

incivile, rozzo, primitivo, selvaggio, ignorante, crudele, feroce, privo di gusto 1 . Anche nel mondo

greco la parola barbaros possedeva una forte connotazione dispregiativa e con questo termine

piuttosto generale venivano chiamati tutti i popoli non – greci sia su un piano politico – istituzionale

sia su quello culturale.

Lo sviluppo di una definizione dell’altro ricorre sempre nella costruzione dell’identità culturale di

un popolo, poiché la percezione di sé passa anche attraverso il confronto e la contrapposizione tra

“noi” e “loro”, tra l’uguaglianza e la diversità. L’elaborazione di una identità, però, non è un atto

immediato, ma è il frutto di un lavoro culturale che viene determinato da fattori politici, storici,

ideologici. È chiaro, quindi, come il concetto di “barbaro” sia stato il risultato finale di un lungo

processo, una creazione intellettuale dei Greci, un’invenzione, un’ innovazione, un prodotto

sociale, non un’idea già esistente in natura, attraverso la quale i Greci sono giunti ad affermare la

loro superiorità culturale sugli altri popoli 2 . La creazione di questo concetto presupponeva una

visione etnocentrica da parte dei Greci per la quale essi consideravano se stessi il punto di

riferimento per la valutazione di tutto ciò che era altro e diverso; l’immagine del barbaro quindi ci

presenta la prospettiva e le concezioni dei Greci e non la realtà oggettiva dei popoli con cui vennero

a contatto 3 . La categoria “barbaro” da loro elaborata verrà ripresa nei secoli successivi fino a quelli

più recenti, lungo i quali verrà legittimata, in varie occasioni, la sottomissione dei popoli considerati

“barbari” e si svilupperà il fenomeno della discriminazione razziale.

Per giungere alla comprensione della concezione greca di barbaro, è necessario prima conoscere

come i greci percepivano se stessi, qual’era e in quali forme si esprimeva la loro identità culturale.

Un primo grado di identità culturale collettiva greca può essere considerata l’identità poleica, cioè

di appartenenza alla propria polis. Era certamente una forma di identità ristretta e limitata, ma di

fondamentale importanza dal momento che i Greci non costituirono mai uno stato unitario sotto il

profilo politico-istituzionale e territoriale, quindi, il loro assetto politico fu sempre caratterizzato

dall’esistenza di tante singole comunità autonome e indipendenti. La polis, perciò, era la patria

dell’uomo greco nella quale egli poteva vantare lo status di cittadino e poteva partecipare alla vita

politica, la principale attività del polites. Al di fuori della propria comunità un uomo greco veniva

inevitabilmente considerato uno straniero, più precisamente uno “straniero greco” e veniva definito

usando il termine xenos per poter distinguerlo dallo “straniero non greco”, ovvero il barbaros 4 .

Lo xenos era straniero non sul piano culturale, ma solo sul piano politico, istituzionale, giuridico e

territoriale, in quanto originario di un’altra polis e poteva perciò essere anche un potenziale nemico,

mentre il barbaros era uno “straniero due volte” perché estraneo sotto ogni profilo, sia quello

1 Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos: i Greci e l’idea di barbaro, in Gli altri in noi. Filosofia dell’interculturalità,

a cura di A. Campodonico, M.S. Vaccarezza, Soveria Mannelli, 2009, pp. 3 – 26, p.3. 2 Cfr.: E. HALL, Inventing the Barbarian. Greek Self-Definition through Tragedy, Cambridge, 1989, p. ix.

3 Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit.,p.15.

4 Cfr.: M. MOGGI, Straniero due volte: il barbaro e il mondo greco, in (a cura di) Lo straniero ovvero l’identità

culturale a confronto, a cura di M. Bettini, Roma – Bari 1992, p. 53.

politico sia quello culturale 5 .

Un secondo grado di identità culturale collettiva è l’appartenenza all’Hellenikon ovvero alla

“grecità”. Come già espresso in precedenza, la Grecia non fu mai uno Stato unitario, non ebbe mai

confini geografici precisi e tracciabili, di conseguenza la “grecità” non fu un fenomeno politico, ma

esclusivamente linguistico – culturale. Ogni territorio nel quale gli uomini vivevano liberi e

condividevano i valori dell’Hellenikon era territorio greco. Quindi l’identità dell’uomo greco era

doppia: egli era prima di tutto cittadino della sua polis e poi era parte di un’identità collettiva

culturale panellenica. Questa forma di identità era sicuramente più ampia dell’identità poleica e

molto vincolante, come dimostra un passo delle Storie (VIII 144,2)di Erodoto che riporta le parole

degli Ateniesi agli ambasciatori spartani riguardo il loro rifiuto a sottoscrivere una pace separata

invitati dallo stesso re persiano Serse nel 480 a.C., durante la guerre persiane:

Era certamente umano che i Lacedemoni avessero paura che ci accordassimo con il

barbaro. È vergognoso comunque che lo abbiate temuto conoscendo i sentimenti degli

Ateniesi, poiché non esiste tanto oro in nessuna parte della terra né regione per

eccezionale bellezza e fertilità che noi accetteremmo per asservire la Grecia passando

dalla parte dei Medi. (2) Anche se lo volessimo, molte e forti sono le ragioni che ci

impediscono di farlo: la prima e la più grande, le statue e le dimore degli dèi bruciate e

abbattute, che dobbiamo assolutamente vendicare piuttosto che metterci d’accordo con

chi ha compiuto tutto questo; quindi la “grecità” (to Hellenikon), l’avere lo stesso sangue

e la stessa lingua, e i santuari comuni degli dèi, i sacrifici e gli usi analoghi, che gli

Ateniesi non potrebbero tradire. (3) Sappiate inoltre, se già non lo sapevate, che fin

quando sopravvivrà un solo Ateniese, mai ci accorderemo con Serse 6 .

Gli Ateniesi, quindi, rifiutarono questa pace separata col nemico prima di tutto per amore della

propria polis, che era stata incendiata dai Persiani e poi in nome della “grecità” che si fondava su

valori etnico – culturali. Questa identità si rafforzò, quindi, con l’avvento delle guerre persiane,

poiché in virtù di essa le poleis greche formarono un fronte unico. Il mondo greco, nonostante le sue

divisioni interne dovute ai contrasti tra le poleis stesse che generarono conflitti di minore o

maggiore portata (Guerra del Peloponneso), dimostrò di saper essere compatto nel momento in cui

elementi esterni minacciavano la sua integrità sia politica che culturale.

Il passo erodoteo è illuminante in quanto chiarisce quali erano i criteri di appartenenza

all’Hellenikon che accumunavano tutti i Greci: il sangue, la lingua, le divinità e le usanze religiose,

gli usi e costumi, lo stile di vita. In particolare il fattore “lingua” appare essere l’elemento più

visibile per il riconoscimento dell’uomo greco: non a caso Erodoto lo nomina, insieme al sangue,

tra i primi indici di grecità. La parola barbaro, infatti,è una parola onomatopeica attinente proprio

alla sfera del linguaggio: barbaro è colui che parla una lingua differente da quella greca e

incomprensibile nei suoi suoni a tal punto da parere un balbettio, un borbottio 7 .

Già nell’epica omerica troviamo barbarophonos (Iliade, 2.867), un composto di barbaros, riferito ai

Cari di Mileto (Asia Minore), testimonianza del fatto che i Greci sentivano in maniera forte la

5 Ibidem, p. 53 – 54.

6 Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., pp. 8-9.

7 Cfr.: M. MOGGI, Greci e barbari: uomini e no, in Civiltà classica e mondo dei barbari: due modelli a confronto, a

cura di L. De Finis, Trento 1991, 31 – 46, p.36.

differenza linguistica tra loro e gli altri popoli 8 . Nel mondo greco non si sviluppò il concetto di

“razza”, di conseguenza fattori biologici, come il colore della pelle, non costituivano caratteri

discriminanti. L’uso del termine barbaro per etichettare un popolo che parla un idioma diverso dal

proprio è attestata anche presso altre civiltà, per esempio presso gli Egizi, come riportato da

Erodoto 9 . In base a quanto appena affermato anche i Greci potevano essere visti come “barbari” agli

occhi di un altro popolo, a riprova del fatto che il concetto di “barbaro” è puramente culturale e

relativo.

La lingua è anche una delle caratteristiche che differenziano l’uomo dall’animale. Il linguaggio del

barbaro, nelle fonti, venne infatti spesso privato di dignità umana e assimilato piuttosto al verso

degli animali: secondo Erodoto i Trogloditi Etiopi strillavano come i pipistrelli (IV, 183, 4), autori

quali Eschilo (Ag., 1050-1051) e Aristofane (Ran., 681-682) paragonavano la lingua dei barbari al

cinguettio della rondine, Sofocle affermava che in tutta la terra fuori dall’Ellade non si parlava

linguaggio che fosse umano (Trach.,1060) 10

.

Nonostante abbia sempre avuto un senso negativo, il termine barbaros prima del V secolo a.C.

venne utilizzato prevalentemente come aggettivo e senza una connotazione ideologica, cioè non

assunse ancora l’immagine canonica del nemico e dell’opposto del Greco sul piano politico, etnico

e culturale 11

. È nel V secolo a.C. che nasce lo stereotipo del “barbaro” e la polarizzazione

Elleno/Barbaro, come risposta al bisogno di alleanza contro l’espansionismo persiano e per la

necessità di sostenere la supremazia ateniese sul mondo greco 12

. Gli Ateniesi giocarono un ruolo

fondamentale nella creazione della figura del barbaro: essa fu il frutto dell’ideologia e dell’ opera

di propaganda ateniese che nel V secolo a.C. esprimeva volontà di egemonia esercitata attraverso

lo strumento della Lega Delio – Attica (477 a.C.). La creazione di un nemico comune come il

barbaro favoriva una maggiore coesione all’interno della Grecia, ancor più necessaria all’interno

della Lega stessa in cui Atene impose alle poleis membri regimi democratici, esaltati in

contrapposizione alle tirannidi barbare. Non a caso in questo secolo gli Ateniesi vollero distinguersi

e apparire come etnicamente puri, smettendo di considerarsi Ioni, discendenti di Ionio (uno dei

quattro antenati eponimi) e proclamandosi invece autoctoni, ovvero abitanti da sempre l’Attica,

senza però denigrare gli Ioni, il cui pagamento dei tributi era fondamentale per il sostentamento

della Lega Delio – Attica 13

. Come già affermato in precedenza, l’invenzione del barbaro e della

polarizzazione Greco/barbaro fu un processo elaborato, richiese tempo e fu legato inevitabilmente

allo sviluppo dell’auto-coscienza etnica dei Greci, dal momento che può esistere il concetto di

“greco” senza quello di “barbaro”, ma mai viceversa.

Sono state elaborate in passato diverse teorie sulla questione riguardante la nascita delle nozioni di

Elleno e di barbaro e della loro contrapposizione. Si è discusso se tali nozioni comparvero

contemporaneamente già in tempi arcaici o più tardi con le guerre persiane oppure se già esisteva

un senso di identità collettiva panellenica e le guerre persiane semplicemente favorirono la

creazione del barbaro e accentuarono l’opposizione greco/barbaro. Oggi molti studiosi ritengono

più corretta l’ultima ipotesi, poiché nel V secolo a.C. la coscienza etnica ellenica si incrinò e quindi

8 Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., p. 9

9 Cfr.: M. MOGGI, Greci e barbari: uomini e no, cit., p.36.

10 Ibidem, pp. 38 – 39.

11 Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., pp. 12 -15.

12 Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., p.13.

13 Cfr.: J. M. HALL, Ethnic identity in Greek Antiquity, Cambridge 1997, pp. 53 – 55.

vi fu bisogno di maggior compattezza 14

. Il passo di Omero ricordato in precedenza, testimoniava la

presenza di una coscienza d’identità collettiva greca già in epoca arcaica. L’esistenza dell’immagine

del barbaro già prima del V secolo a.C. era dimostrata dal fatto che i Greci ebbero rapporti con altre

popolazioni non greche anche prima di tale periodo: fu la contrapposizione Greco/barbaro che

nacque più avanti e accentuò la connotazione negativa del barbaro, per eccellenza il Persiano, fino a

farne uno stereotipo. Per quanto riguarda le forme di contatto dei Greci con altri popoli si considera

in primo luogo l’ambito dei commerci avvenuti con altre civiltà del Mediterraneo. In secondo luogo

il fenomeno della colonizzazione: prima nei secoli XI – X a.C. lungo le coste dell’Asia Minore, poi

nei secoli VIII – VII a.C. verso le coste dell’Italia Meridionale, dell’Africa settentrionale, della

Siria, del Mar Nero, questo processo finì per diffondere la civiltà ellenica in tutto il bacino del

Mediterraneo e mise in contatto i Greci con popolazioni autoctone 15

. L’esperienza della

colonizzazione portò vantaggio ai Greci perché consentì loro di estendere il territorio dell’Ellade e

perché favorì il processo di costruzione dell’altro e la formazione dell’identità di “grecità” o di

autocoscienza ellenica, la quale fu avvantaggiata anche dalla messa per iscritto dei poemi epici e

dalla fondazione dei centri culturali panellenici 16

.

Il termine “colonizzazione” appartiene al linguaggio moderno, ma alcuni hanno ritenuto il suo uso

appropriato e non eccessivo per definire il processo di espansione greca nel Mediterraneo, perché la

colonizzazione greca non fu immune da quella violenza e da quella sopraffazione nei confronti dei

popoli indigeni che hanno caratterizzato tale fenomeno nelle epoche successive. Come tutti i popoli,

infatti, i Greci legittimarono il loro diritto a sottomettere le popolazioni autoctone in nome della

convinzione della loro superiorità culturale. Le terre di colonizzazione furono considerate spesso,

per esempio da Erodoto e Tucidide, terre di nessuno, pronte per essere popolate e abitate da coloni e

spesso si riteneva che tale processo non creasse danno a nessuno, ma portasse solo vantaggi ai

Greci. Una prima legittimazione a occupare territori fuori dalla Grecia propria, derivava dal mondo

mitico: il figlio di Zeus, Eracle, venne considerato nelle fonti come un eroe civilizzatore che aveva

vinto i popoli barbari e aveva ordinato la costruzione delle Colonne d’Ercole che delimitavano i

confini del mondo greco, limiti entro i quali quindi i Greci potevano muoversi e stanziarsi. Inoltre la

colonizzazione era percepita come un dovere, un segno di rispetto nei confronti del dio Apollo di

Delfi, i cui responsi oracolari imponevano, talvolta, la fondazione di città fuori della penisola greca

e prevedevano sanzioni per chi si rifiutava di adempiere a questo compito; al contrario nessun greco

sarebbe stato punito per violenze commesse sugli indigeni, proprio perchè qualsiasi azione

compiuta col fine di insediarsi in quel territorio era considerata legittima nel nome della volontà del

dio. In virtù di queste convinzioni i Greci non esitarono a utilizzare ogni mezzo per far accettare

agli abitanti originari del luogo il loro dominio. Non mancarono comunque occasioni in cui avvenne

una convivenza e un’integrazione culturale pacifica 17

. Poiché il sistema politico greco fu

caratterizzato da tante comunità autonome, la fondazione delle varie colonie fu il risultato

dell’azione delle singole poleis, le quali, anche se in maniera indipendente e non simultanea,

ampliarono i confini della “grecità” 18

, si espansero nei nuovi territori come portatori di un

patrimonio culturale–linguistico e in questo contesto la figura dello xenos non ebbe più molta ragion

14

Ibidem, p. 6 15

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, in I Greci I, Torino 1996, 165 – 196, p. 166. 16

Cfr.: E. HALL, Inventing the Barbarian, cit., p. 8 17

Per la colonizzazione vedi: M. MOGGI, Straniero due volte, cit., p.54 – 62, 65 - 67. 18

Ibidem, pp. 67 – 68.

d’essere. Nel contatto con popoli diversi prevaleva infatti la contrapposizione etnico–culturale più

che quella politica–istituzionale. È in questo senso, perciò, che l’identità collettiva greca

dell’Hellenikon venne rafforzata dall’esperienza della colonizzazione.

Come già affermato in questo capitolo, il processo d’invenzione del barbaro raggiunse il suo

culmine nel V secolo a.C. favorito dalle importanti vittorie definitive dei Greci a Platea e Capo

Micale (479 a.C.) sull’impero Persiano. Per usare il linguaggio concreto di Eschilo, la vittoria della

lancia sull’arco 19

. La guerra è infatti un'altra modalità di incontro tra popoli, qui nello specifico

Greci e barbari. La sconfitta inflitta al Persiano, il barbaro per eccellenza, significava dimostrare

prima di tutto la superiorità militare e poi quella politico–culturale. Nonostante i Persiani fossero in

maggior numero rispetto ai Greci, erano però disomogenei, ovvero erano una moltitudine di etnie

diverse aventi anche modalità di combattimento differenti tra loro, mentre i Greci erano pochi, ma

omogenei nella tecnica di guerra, perché tutti avevano adottato la falange oplitica, la cui

organizzazione rifletteva l’ordine e la compattezza tipiche di tutte le poleis. La superiorità militare

ellenica perciò era collegata strettamente alla situazione politica greca, in quanto derivava dalla

spontanea e libera accettazione della legge, il nomos, da parte dei cittadini, in opposizione all’

obbedienza e alla servitù imposte ai Persiani dal Gran Re 20

. Il nomos era il vero signore dei Greci e

solo ad esso rispondevano. Il tema della libertà greca contro il dispotismo barbaro venne

evidenziato dalla tragedia del V secolo a.C. Elleni e Persiani diventarono “per natura nemici”

contrariamente alla naturale amicizia esistente tra Greci tanto che Platone (Rep. V, 470a – 471c)

introdusse due termini per distinguere la guerra interellenica dalla guerra tra Greci e barbari,

rispettivamente la stasis e la polemos e solo quest’ultima doveva essere proseguita fino

all’annientamento totale del nemico 21

. Le due guerre non differivano solamente per il termine, ma

anche nella sostanza e nel significato a loro attribuito dai Greci, come già dimostrato dalle vittorie

conseguite nelle Guerre Persiane sopra citate. Nella polemos i due schieramenti non erano posti su

un piano di parità, fatto che invece avveniva nella stasis, nella quale i due rivali erano entrambi

Greci, di conseguenza non solo combattevano pressoché alla stessa maniera, ma avevano anche

rituali di guerra, valori, regole, criteri comuni ed entrambi facevano appello alle stesse divinità che

si schieravano chi con l’uno, chi con l’altro 22

. Inoltre, mentre nella stasis lo scopo era quello di

affermare sullo xenos la propria superiorità politico–istituzionale perché combatteva il greco in

quanto polites, nella polemos il fine era quello di vincere il barbaros dimostrandogli sia la

superiorità politico–militare, sia quella culturale, perché a combattere era il greco in quanto

appartenente all’Hellenikon.

Riprendendo il passo di Erodoto delle Storie (VIII 144,2), il primo criterio di “grecità” che egli

metteva in evidenza era il sangue. I Greci, infatti, sentivano di avere una comune discendenza dalle

quattro stirpi elleniche: Ioni, Eoli, Dori, Achei, discendenti dai rispettivi antenati eponimi (Ionio,

Eolo, Doro, Acheo), il cui sistema esistente di relazioni veniva organizzato dalla genealogia

ellenica. Se dal V secolo a.C. la definizione di se stessi dei Greci veniva costruita basandosi anche

sulla contrapposizione al Persiano, prima delle Guerre Persiane essa non si sviluppava sulle base

delle differenze tra Greci e barbari, ma al contrario sulle somiglianze tra gruppi greci che tentavano

di collegarsi l’uno all’altro attraverso un comune antenato discendente da Elleno. Questa

19

Cfr.: E. HALL, Inventing the Barbarian, cit., p. 86. 20

Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., p.23. 21

Cfr.: M. MOGGI, Straniero due volte, cit., p. 63. 22

Ibidem, p. 64.

costruzione aggregativa dell’identità nell’epoca arcaica si realizzò materialmente anche in quelle

aree comuni a tutti i greci come i santuari panellenici di Olimpia e Delfi. L’esistenza di tali luoghi e

la possibilità per tutti i Greci di partecipare ai giochi olimpici, pitici, istmici, nemei, dimostrava

nuovamente la coscienza dei Greci stessi di appartenere all’Hellenikon. I quattro gruppi etnici

coincidevano anche con i quattro dialetti greci: Greco – Occidentale, Attico – Ionico, Eolico,

Arcado – Cipriota. Esisteva perciò un legame tra etnicità e linguistica, anche se la lingua era

soggetta a variazioni per le quali non poteva costituire una caratteristica stabile e sicura dell’identità

etnica di un gruppo. I Greci riconoscevano di avere una lingua comune, come del resto dimostra il

brano tratto dalle Storie (VIII 144,2) di Erodoto, nonostante avessero coscienza dell’esistenza di

diversi dialetti locali, anzi, spesso parlavano più di un dialetto perché dovevano intrattenere rapporti

economici. Fino al IV secolo a.C. non si sviluppò una lingua nazionale standardizzata, ma ci furono

solamente dialetti regionali parlati dai vari gruppi etnici la cui distribuzione era probabilmente il

risultato delle migrazioni. Dal IV secolo in poi, probabilmente in conseguenza del precedente

periodo di egemonia ateniese sul mondo greco, fu il dialetto attico a porre le basi per la nuova

lingua comune che avrebbe pian piano sostituito i dialetti 23

.

23

A tal proposito si confronti: J. M. HALL, Ethnic identity in Greek Antiquity, cit., pp. 41 – 50 per le etnie; Ibidem, pp.

155 – 172 per le lingue.

Capitolo 2:

Il barbaro nella tragedia classica e nella trattazione scientifica

2.1 - Il mondo degli eroi, dei barbari mitici e la tragedia di V secolo.

La tragedia del V secolo a.C. costituì un supporto fondamentale all’ideologia politica ateniese

poiché mise in scena la figura del barbaro in maniera negativa presentandolo come la totale antitesi

dell’uomo greco. La funzione principale della tragedia era perciò di fornire un’autorizzazione

culturale alla democrazia ateniese e alla sua volontà di dominio sugli stati alleati della Lega Delio -

Attica 24

. Da dove attinse, però, la tragedia? Come è sempre avvenuto, per ogni invenzione, anche

per il processo di creazione del barbaro, la tragedia poté utilizzare un materiale culturale

preesistente che rielaborato fornì la base per la costruzione della visione dei barbari nel V secolo.

La tragedia si servì da un lato della tradizione letteraria costituita soprattutto dai poemi omerici,

dall’altro lato dell’opera di storici e geografi come Erodoto ed Ecateo di Mileto, i quali risentirono

anch’essi della produzione omerica.

Nella poesia epica omerica non esisteva una netta distinzione tra i due schieramenti, Achei e

Troiani, ma il mondo degli eroi era abbastanza omogeneo. La pratica della mutilazione dei corpi, il

diritto di degna sepoltura al nemico, la bellezza fisica, divinità e credenze religiose, infatti, erano

tratti che accumunavano entrambi i rivali in campo. Omero perciò non denigrava e non considerava

inferiori i Troiani. Furono piuttosto i poeti tragici di epoca più tarda a compiere una rilettura dei

poemi in chiave etnocentrica e a presentare quindi i Troiani come primi esempi di barbari con cui i

Greci furono a contatto. Per esempio il modo di far guerra con arco e frecce tipico dei Troiani venne

disprezzato in epoca classica e usato per indicare la loro viltà e inferiorità, nonostante non vi fosse

nell’Iliade alcun accenno all’incapacità militare troiana, anzi vi erano arcieri anche tra gli Achei. Il

fatto che i Troiani fossero molto amati da Afrodite e Ares, divinità dell’amore e della guerra, portò i

Greci più tardi ad affermare che essi erano amanti delle passioni e della violenza, oppure il fatto che

Priamo tenesse a corte molte donne portò a pensare che fosse poligamo. La stessa vittoria achea sui

Troiani venne considerata la prima vittoria ellenica sull’Asia 25

, primo segno di quella superiorità

greca di cui diedero maggior prova nelle Guerre Persiane.

Una netta contrapposizione esisteva, invece, tra i Greci e le creature fantastiche e mostruose che

popolavano sia la poesia arcaica che i poemi omerici, figure che vennero considerate barbari

soprannaturali e viventi fuori dai confini della civiltà: i Titani sottomessi da Zeus nel mito

cosmogonico, incarnanti la violenza primordiale; i Giganti vinti da Eracle per pulire il mondo dal

disordine e dalla bestialità, i Centauri e le Amazzoni, le Sirene, i Ciclopi e i Lestrigoni incontrati da

Ulisse 26

. Proprio Ulisse sottolineava ciò che rendeva i Ciclopi bestiali e non uomini, nello specifico

Greci. Essi non avevano l’idea di comunità, non avevano leggi, giustizia (temistes), assemblee, non

praticavano l’agricoltura, non conoscevano l’arte di costruire le navi, ignoravano l’esistenza degli

dèi, erano violenti, usavano armi primitive, praticavano incesto e cannibalismo (Odissea, IX, 105 –

131; 272 – 280). L’ideologia panellenica di V secolo assimilerà gli storici nemici dei Greci, i

Persiani, a questi archetipi mitici, per cui la lotta contro i Persiani stessi sarà una riproduzione della

24

Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 1 – 2. 25

Per la poesia epica omerica vedi: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 41 – 42; 45; 68. 26

Ibidem, pp. 50 – 51.

lotta di dèi ed eroi contro quelle creature mostruose 27

. La vittoria contro Troiani, Amazzoni, Ciclopi

e ogni altro essere favoloso del passato divenne simbolo della superiorità e della forza che, fin dai

tempi più remoti e mitici, avevano caratterizzato la civiltà greca. Proprio questi esseri fantastici

verranno ricollocati e posti nelle terre di nuova scoperta del Nuovo Mondo nei secoli XV, XVI,

XVII.

Per quanto riguarda l’influenza di storici e geografi sulla tragedia si ricordano soprattutto le

osservazioni su territori e costumi di popoli di Ecateo di Mileto e di Erodoto, entrambi originari

della Ionia. Questa regione del mondo greco sviluppò infatti un interesse geo – etnografico più

spiccato nei confronti dei popoli non greci poiché l’Asia Minore fu costretta a subire la

dominazione persiana. Erodoto venne addirittura accusato da Plutarco di essere philobarbaros,

perché il suo intento di porre sullo stesso piano tutte le popolazioni esistenti, rispettando le loro

usanze come espressione di quella cultura, senza alcun approccio evoluzionistico 28

, nella mentalità

dell’epoca era inaccettabile. Furono le conoscenze di questi due autori relativi agli Egizi, agli Sciti,

ai Traci che vennero utilizzate dai tragici: l’alimentazione egizia di cui parlava Ecateo (F 322 – 3),

venne letta nelle Supplici di Eschilo come golosità e predilezione per l’alcohol; la poligamia dei

Traci di cui parlava Erodoto (5.5) era oggetto di derisione nell’Andromaca di Euripide (215 – 217);

la cannabis pianta dalle proprietà narcotiche usata da Traci e Sciti (Erodoto 4.74 – 5) era

menzionata da Sofocle; l’abbigliamento dei guerrieri traci fatto di mantello, copricapo, lancia e

scudo, descritto da Erodoto (7.75), venne ripreso dai tragici come simbolo del loro coraggio

marziale 29

. Buona parte di questo sapere venne manipolato dai tragici per dimostrare l’inferiorità

dei popoli non greci.

Veniamo ora alla tragedia. La prima testimonianza nel teatro tragico della polarizzazione

Elleno/barbaro furono i Persiani di Eschilo, rappresentati per la prima volta nel 472 a.C. ad Atene 30

e che, ambientata alla corte persiana, metteva in scena non la vittoria greca, ma la sconfitta barbara:

la regina persiana Atossa e il coro degli anziani attendevano di sapere con ansia e preoccupazione

l’esito della spedizione, il cui carattere negativo annunciato dal messaggero e poi alla fine

dall’arrivo di re Serse sconfitto e disperato, fece cadere ogni speranza ed illusione. A quali fattori

Eschilo attribuì la responsabilità della sconfitta persiana? In primo luogo all’eterogeneità

dell’esercito persiano che, come già detto, rifletteva una precisa situazione politica perché era

guidato da ed era servo di un solo uomo, Serse, contrariamente all’esercito greco che non era

suddito di nessun signore e combatteva in nome della propria identità greca. La regina rimase

stupita, infatti, del fatto che l’esercito greco, che a suo parere era in stato di anarchia, potesse aver

vinto l’ingente esercito persiano come, del resto, il coro non comprese che la forza dei Greci stava

nella loro libertà. Era perciò l’assenza di libertà la prima causa della sconfitta dei Persiani 31

.

Nella tragedia di Eschilo il discorso politico, quindi, espressione della retorica democratica ateniese

dell’epoca, era la parte più significativa che vedeva opposti, appunto, Greco e Persiano, ovvero la

democrazia e la tirannia, la libertà e la schiavitù. Attraverso la rappresentazione tragica, un mezzo

di comunicazione che poteva raggiungere un vasto pubblico potendo così svolgere la sua funzione

educativa nei confronti di tutta la popolazione, i tragici greci del V secolo a.C. riuscirono a

27

Ibidem, p. 53. 28

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, cit., pp. 170, 172. 29

Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 133 – 137. 30

Ibidem, p. 57. 31

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, cit., p. 176.

esprimere efficacemente la psicologia politica dell’impero persiano e a delineare il carattere dello

stereotipo del barbaro. Dove questa psicologia politica era meglio sviluppata era nei Supplici di

Eschilo quando, per esempio, il coro delle figlie di Danao non comprese il motivo per cui il re

argivo Pelasgo avesse dovuto consultare i cittadini per decidere se accoglierle (370 – 5) 32

,

dimostrando di non concepire il concetto di democrazia. Il divario politico tra Greci e barbari

emerse in maniera chiara anche dal commento del coro dei Persiani sulla battaglia di Salamina (480

a.C.): il pagamento delle tasse al re e non allo stato, come avveniva ad Atene, la repressione degli

oppositori concessa dalla costituzione persiana, l’atto significativo della prosternazione di fronte al

re, erano tre fattori che contrastavano nettamente con l’idea di uguaglianza greca 33

. La proskynesis,

però, fu male interpretata dai poeti tragici, i quali ritenevano che la famiglia reale fosse oggetto di

venerazione divina, infatti, nei Persiani Eschilo fece inchinare il coro davanti alla regina Atossa e

poi al fantasma di re Dario. Essi confusero la prosternazione con la pratica greca di inchinarsi di

fronte agli dèi 34

: i Persiani non consideravano il re al pari di un dio, ma era se mai la tomba del re

defunto a essere luogo venerato. In ogni caso ciò testimoniava la tendenza dei Persiani

all’asservimento, alla schiavitù. Aristotele, proprio in virtù della loro ferrea obbedienza ad un potere

dispotico, identificò i barbari con la categoria di “schiavi per natura” (Pol. I. 1252b 7 – 9) da lui

postulata e ciò era convalidato anche dal fatto che la maggioranza degli schiavi in Grecia erano

stranieri 35

. Dal momento che per legge di natura, quindi, i Greci erano liberi e i barbari erano

schiavi, i primi avevano il diritto e il dovere di governare sui secondi e per questo vinsero le Guerre

Persiane. Di questa linea di pensiero era anche Euripide (Iphigenia in Aulide, 1400 – 1401) 36

. Se

“Elleno” significava “libero” allora “barbaro” divenne sinonimo di “schiavo”. Se la libertà poteva

emergere solo dalla democrazia allora “Elleno” equivalse anche a dire “democratico” e quindi

“barbaro” a dire “tiranno”. Alla figura del tiranno furono attribuiti atteggiamenti crudeli, violenti,

repressivi e pericolosi e i tragici misero in evidenza azioni e comportamenti che vennero visti come

segno di tendenza al dispotismo: per esempio, l’utilizzo del carro, con cui nei Persiani entravano in

scena Serse e la regina; l’uso della guardia del corpo, come per il tracico Polimestore nell’Ecuba di

Euripide; la crudeltà delle punizioni inflitte ai nemici, tra cui la mutilazione di parti del corpo

raccontata anche da Erodoto (3.159) 37

. Anche il sacrificio umano venne ritenuto tipico della

crudeltà barbara: nell’Andromeda di Sofocle, ad esempio, la stessa principessa etiope venne

sacrificata dal padre per placare l’ira del mostro marino mandato da Poseidone 38

. Cannibalismo,

incesto, parricidio, infanticidio, rapimento furono altre forme di violenza che Platone attribuì al

tiranno barbaro (9.571 c-d; 10.619 b-c) 39

. Sembrava proprio che tra i barbari non vi fossero leggi né

politiche né morali. La seconda causa della sconfitta barbara secondo Eschilo fu l’eccesso di

prosperità e sazietà, 40

la brama di ricchezze e di potere, l’avidità di territori che portò il Gran Re a

tentare la conquista dell’Egeo e della Grecia propria ed fu questa la spiegazione morale della

sconfitta che venne data dal fantasma di re Dario nei Persiani. Eschilo, perciò, vedeva la sconfitta

32

Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., p. 193. 33

Ibidem, p. 98 34

Ibidem, p. 91. 35

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, cit., p. 178. 36

Cfr.: F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., p.26. 37

Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 95-96, 156, 158-159. 38

Ibidem, pp. 147 – 148. 39

Ibidem, p. 126. 40

Ibidem, p. 70.

come la giusta punizione nei confronti di chi era soggetto agli eccessi e alle loro conseguenze: il

barbaro mancava di quella disciplina e di quell’ autocontrollo che appartenevano al Greco. La

retorica tragica dipinse, dunque, il carattere barbaro oltre che come violento, dispotico e portato

all’asservimento, anche secondo una serie di vizi e difetti che erano l’esatto opposto delle virtù

elleniche. L’intelligenza, il coraggio, la disciplina, la giustizia, proprie dell’uomo greco (Platone,

Resp. 4.427 10-11) si contrapponevano alla stupidità, alla codardia, all’abbandono, alla mancanza di

leggi propri del barbaro (Resp. 4.444b 7-8) 41

. Un’indole lasciva, amante dei piaceri e della

ricchezza, soggetta a lasciarsi andare agli eccessi, perciò debole, senza controllo e incapace di

disciplinarsi, evocata nei Persiani con l’uso di termini come habrosune e habrotes, indicanti l’idea

di delicatezza, morbidezza, leggerezza 42

e che si manifestava nella lussuria smoderata, la prosperità

e la sazietà di cui parlava Eschilo e nell’eccessivo abbandono emotivo. Caratteristiche queste che

sembravano avvicinare l’animo del barbaro a quello femminile e trasformare perciò la

contrapposizione Greco/barbaro nella contrapposizione maschio/femmina 43

. L’oro e la ricchezza di

cui era circondato il re Serse e da cui era nato il suo avo Perseo (Erodoto 7. 150) oppure l’opulenza

del palazzo e la ricchezza del figlio Ettore sottolineati dall’Ecuba di Euripide erano testimonianze

della lussuria barbara, così come la sfrenatezza sessuale, di cui era esempio il re tracico Tereo di

Sofocle che non riuscì a contenere il suo desiderio sessuale per la greca Filomena 44

. La mancanza di

autocontrollo emotivo emergeva nelle pratiche di lutto e nelle manifestazioni di afflizione. Ne era

esempio la disperazione di Serse per la disfatta di Salamina, nei Persiani, in cui si strappava le

vesti e urlava esageratamente 45

. L’antitesi tra l’eccessivo abbandono emotivo del barbaro e

l’autocontrollo dei Greci era accentuato musicalmente dall’uso di voci cantate per i primi e di voci

parlate per i secondi come nelle Supplici di Eschilo in cui erano solo i barbari, le figlie di Danao, a

cantare. Il canto barbaro si faceva più insistente nelle scene di lutto caratterizzate da pianti, lamenti,

battiti di pugni sulla testa e sul petto, automutilazioni. La superiorità greca si mostrava anche nel

modo di parlare ragionato di cui si servivano per persuadere, al contrario dei barbari che sapevano

solo ingannare con l’astuzia e la falsità. Sul piano linguistico si creò la necessità per i tragici di

rendere riconoscibili i barbari. Eschilo usò spesso la dizione greca per creare l’impressione di un

discorso barbaro, fatto di suoni confusi, di anafore e ripetizioni e sfruttò sia termini persiani senza

tradurli sia ionicismi per creare un clima orientale 46

.

In definitiva la disciplina, l’autocontrollo, la razionalità e la vita civile tipiche dell’uomo greco

contrastavano con la mancanza di freni, il caos, l’irrazionalità e la selvaggia del barbaro. In virtù di

ciò Euripide sosteneva (Ecuba 1199 – 1201), la totale impossibilità del barbaro di essere amico del

Greco 47

.

Se il barbaro era la negazione totale dell’uomo greco non stupisce che esso fosse escluso da quel

corpus di taboos comuni e condivisi nell’Ellade, ancestrali e non scritti che regolavano la condotta

morale, quali il parricidio, l’infanticidio, l’uccisione di un ospite, di un supplice, di un ambasciatore,

l’omissione di sepoltura, il disonorare i genitori e gli dèi, l’incesto, la poligamia, il cannibalismo,

41

Ibidem, pp. 121 – 122. 42

Ibidem, p. 81. 43

Ibidem, p. 205. 44

Ibidem, pp. 126 - 127. 45

Ibidem, p. 83. 46

Per l’aspetto musicale e linguistico vedi: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 130 – 131; 77 – 78. 47

Cfr. F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., p.24.

attribuite invece dall’Andromaca di Euripide (168 – 173) al genos barbaro 48

. Coloro che non

rispettavano le leggi comuni dell’Ellade, ma che assumevano comportamenti tipicamente barbari

erano bollati come “Greci barbari”: ne sono esempi Pausania, protagonista delle battaglia di Platea,

che divenne tirannico, arrogante, superbo e cedette alle tentazioni di collusione con la Persia (Tuc.

1.94 – 5) e Temistocle, l’eroe di Salamina, che si ritirò a vivere nell’agiatezza della corte persiana

(Tuc. 1.138) 49

. Anche i Greci di altre poleis potevano essere rappresentati come “Greci barbari” se

gli eventi storici del momento ne dettavano la necessità: la tragedia attica assegnò caratteri barbari a

Tebani e Spartani, questi ultimi accusati di essere infidi, astuti, falsi, lussuriosi, senza leggi, di auto

ingrandirsi, di lasciare alla donna troppa libertà, perché essi furono i principali nemici degli Ateniesi

nella guerra del Peloponneso 50

. Questo dimostra ancora una volta come l’idea di “barbaro” sia un

concetto puramente culturale e come la sua stessa elaborazione dipenda dalle circostanze storico -

politiche del momento. In questo senso l’Andromaca di Euripide fu la tragedia più anti-spartana

poiché pose l’accento sulla brutalità degli Spartani di fronte al coraggio della protagonista 51

. Se

quindi valeva l’equazione Spartani = Persiani = barbari, questa volta i Troiani erano equiparabili

agli Ateniesi.

Nella costruzione dello stereotipo del barbaro collaborarono perciò insieme tutti gli elementi della

cultura e della mentalità greca e il contesto storico dell’epoca e ciò che ne risultò fu la creazione di

una categoria culturale con la quale classificare l’alterità in maniera indiscriminata, per cui alla fine

si contrapponevano ai Greci, non uno specifico popolo, anche se nel V secolo erano i Persiani i veri

avversari, ma un gruppo dentro il quale non vi erano distinzioni: i “barbari”. Per questo motivo si è

parlato di panbarbarismo e panellenismo 52

.

2.2 – La trattazione scientifica

Per quel che riguarda poi la mancanza di animosità e di virilità degli uomini, del fatto che

gli Asiatici sono più imbelli degli Europei e più docili di carattere, responsabili sono

soprattutto le stagioni che non fanno grandi cambiamenti né nel senso del caldo, né in

quello del freddo, ma sono tra loro vicine. (…) Sono infatti i cambiamenti di tutte le

situazioni che destano la mente dell’uomo e non la lasciano nell’immobilità. Per questa

ragione mi sembra sia fiacca la stirpe asiatica, ed oltre a ciò per le loro usanze. Il fatto è

che la maggior parte dell’Asia è sotto i re; e dove gli uomini non sono loro ad aver forza

su di sé e non sono autonomi, ma sotto un signore, non vale per loro il discorso di come

possano darsi agli esercizi bellici, ma di come possano sembrare di non essere combattivi.

(…) E quante imprese valenti e virili compiano, sono i signori a ingrandirsi e ad

accrescersi per esse, ma a loro fruttano pericoli e morte. (…) Sicché anche se uno è nato

magnanimo e di sensi virili per natura, né è distolta la mente dalle loro usanze 53

.

La contrapposizione Greco/barbaro fu sostenuta anche da teorie scientifiche che tentarono di dare

una visione oggettiva e inconfutabile di questa contrapposizione e quindi anche della superiorità

48

Cfr.: E. HALL, Inventing the barbarian, cit., pp. 185 – 188. 49

Ibidem, p. 204. 50

Ibidem, pp. 213 - 214; 217. 51

Ibidem, p.213. 52

Ibidem, p. 161. 53

F. GAZZANO, Dalla lingua all’ethos, cit., p.24.

greca. Ne è esempio il passo di Ippocrate (De aere aquis et locis, 16) che riteneva che la causa

dell’indole debole, imbelle, docile, priva di virilità del barbaro, opposta alla libera e forte indole

dell’uomo greco, fosse l’azione degli agenti climatici che non creavano particolari differenze in

termini di temperatura tra una stagione e l’altra in terra di Asia. Secondo Ippocrate ciò che legava

l’andamento stagionale allo sviluppo del carattere e della personalità era il fatto che un ambiente

geografico che muta, cambia e si modifica, stimolava la mente dell’uomo ad industriarsi per poter

sopravvivere e per sapersi muovere nel contesto in cui vive o in una nuova situazione in cui viene a

trovarsi e sviluppava le capacità umane e il coraggio. Al contrario un ambiente immutabile e sterile

rendeva la mente immobile, inerte e fiacca. L’influenza dell’ambiente sarebbe stato perciò

determinante e a questo fattore si sarebbe dovuto, in parte, il carattere migliore dei Greci. Ciò non

faceva altro che rafforzare l’incompatibilità tra Elleni e barbari, sostenuta da Aristotele ed Euripide.

Aristotele stesso giustificò la sua categoria di “schiavi per natura” anche attraverso questa teoria dei

climi di Ippocrate e su di essa i filosofi Protagora e Democrito basarono le loro dottrine sull’origine

della civiltà 54

.

La tendenza a giustificare e a portare prove a sostegno di posizioni politiche o culturali, di ideologie

e teorie attraverso tesi e dimostrazioni scientifiche di tipo climatico - ambientale o biologico, si può

rintracciare in altri casi nel corso della storia dell’umanità.

54

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, cit., pp. 179; 173.

Capitolo 3:

Il barbaro dopo il mondo classico

Il concetto di “barbaro” creato nel mondo classico ebbe notevole fortuna anche nelle epoche

storiche successive perché i continui contatti tra i popoli determinarono l’esigenza di elaborare una

definizione dell’altro e, in base alle differenze, rafforzare la propria identità. Lo stereotipo del

barbaro con le sue caratteristiche influenzò la visione dello straniero e l’atteggiamento nei suoi

confronti nei secoli avvenire con il libero riutilizzo in diversi contesti dei modelli di percezione

dell’alterità elaborati nell’antichità.

L’etnografia di epoca ellenistica mescolava miti e leggende a notizie etnografiche: le immagini e le

descrizioni dell’India come un luogo popolato da mostri ed esseri fantastici, delle Amazzoni

avvistate in Libia, delle scene di cannibalismo e promiscuità tra tribù barbare, ereditavano dal

passato e influenzarono anche la visione dell’Estremo Oriente nel Medioevo, tanto è vero che lo

stesso Marco Polo fece riferimento alle Amazzoni nel Milione 55

. L’interesse verso l’Estremo

Oriente nei secoli XIII-XIV dimostrato dalle missioni diplomatiche e religiose di francescani e

domenicani presso l’Impero Mongolo e dai viaggi dei mercanti, produsse una letteratura importante

per la conoscenza di quei territori e per capire la percezione che avevano gli europei di quei popoli.

La tradizione letteraria ed etnografica antica e medioevale costituì la chiave di lettura che venne

usata nell’epoca delle grandi scoperte, nei secoli XV, XVI, XVII, per descrivere e raccontare i

territori e le popolazioni del Nuovo Mondo, secondo una modalità che tendeva a cercare di rendere

il più possibile famigliare la novità e l’ignoto. Le popolazioni indigene vennero considerate da

subito “barbare” perché diverse dalla civiltà europea. Fu un’epoca in cui la scoperta di nuovi

continenti e di nuovi popoli completamente differenti dalla realtà conosciuta mise in discussione

l’intero Vecchio Mondo che con tutto il complesso di teorie scientifiche, ideologiche, dottrine

religiose, modi di pensare doveva revisionare se stesso e riconoscere infine la sua non unicità e la

sua non assoluta veridicità, proprio in virtù del confronto con la diversità. Naturalmente questo

lavoro intellettuale avrebbe richiesto tempo.

Gli Indios, senza mai distinguere le peculiarità dei diversi popoli all’interno di questa generica

categoria, vennero presentati come barbari, primitivi, violenti e lontano o esclusi dal grado di civiltà

raggiunto dall’Europa. Vennero loro attribuiti quindi alcuni di quegli stessi caratteri che i Greci

ritenevano propri del comportamento e del modo di vivere persiani, ovvero, la promiscuità,

l’incesto, il cannibalismo, i sacrifici umani, la fiacchezza spirituale, la nudità, la sodomia,

l’idolatria, per i quali si giustificò, secondo alcuni, il diritto degli Europei a ridurli in schiavitù,

secondo altri, il dovere degli Europei di porli sotto la propria guida e protezione per educarli alla

civiltà, poiché mancanti di religiosità, di istituzioni politiche, di famiglia e di proprietà privata, di

tutto ciò che caratterizzava la società e la cultura europee 56

. La sottomissione all’Europa veniva

considerata così nell’esclusivo interesse dell’indigeno e questa necessità di operare per il suo bene

venne sostenuta, tra gli altri, da Juan De Sepulveda nel dibattito contro Bartolomeo De Las Casas a

Valladolid in cui affermò l’appartenenza degli Indios alla categoria aristotelica di “schiavi per

natura” perchè privi di capacità di giudizio 57

. Questa classificazione aveva permesso ad Aristotele

55

Cfr.: W. NIPPEL, La costruzione dell’”altro”, cit., pp. 180 – 185. 56

Ibidem, pp. 185 – 186. 57

Ibidem, p. 186.

di spiegare la tendenza dei popoli barbari ad essere governati da un potere dispotico, il quale perciò

a differenze della tirannide greca, era un potere stabile, ereditario e basato sul consenso dei

dominati, ma nello stesso tempo gli aveva permesso di credere nella possibilità per un popolo più

evoluto di dominare un popolo più arretrato nell’esclusivo interesse di quest’ultimo 58

. In epoca

moderna, insieme al pensiero aristotelico, venne ripresa anche l’idea del dispotismo che influenzò la

visione dell’Asia da parte dell’Europa. Nel dibattito del XVIII secolo il dispotismo, nonostante da

intellettuali come Montesquieu fu concepito come categoria applicabile universalmente, venne

comunque riferito sempre a situazioni orientali, ad esempio all’impero ottomano, alla Persia,

all’India e alla Cina e questa tendenza aveva origine dalle influenze della tradizione antica e dei

suoi topoi 59

.

Il mondo antico venne riportato alla luce anche per quanto concerneva il corpus di tradizioni che

radunava creature mitiche, fantastiche e mostruose presenti aldilà del mondo civile e razionale,

ovvero le Amazzoni, i Giganti, i Pigmei, i Ciclopi che vennero ricollocati nei territori di nuova

scoperta perché viventi ai confini della civiltà.

L’utilizzo di categorie di pensiero e tradizioni già esistenti nella cultura europea da secoli come

chiavi di lettura della novità fu fuorviante perché non restituì un’immagine oggettiva e reale delle

popolazioni indigene. Questi schemi di percezione, inoltre, si ripeterono e furono applicati anche

alle popolazioni che nei secoli XVIII e XIX si incontrarono nei territori di recente esplorazione

come l’Australia e l’Africa. Aborigeni australiani e popolazioni africane vennero percepite e

descritte con le medesime caratteristiche attribuite già due o tre secoli prima agli Indiani d’America,

inglobati quindi anch’essi nella categoria di barbari, di schiavi per natura e di popolazioni inferiori.

La percezione eurocentrica del mondo e della storia, quindi, ha sempre dominato nel pensiero

europeo. Ne è stato un esempio il pensiero evoluzionistico che nel XIX secolo considerò la storia

dell’umanità come una linea di tappe di progresso per la quale si passava da uno stadio primitivo ad

uno più evoluto e il cui apice era rappresentato dalla società europea industrializzata dell’epoca. I

popoli indigeni, perciò, erano ritenuti fermi ai primi stadi della scala evolutiva. Già nel IV secolo

a.C. le teorie sull’origine della civiltà consideravano i barbari al pari degli uomini primitivi, quindi,

i Greci concepivano i barbari della loro epoca come appartenenti ad uno stadio che essi avevano già

attraversato 60

.

L’idea di barbaro elaborata nel V secolo a.C. riuscì in definitiva a condizionare la mentalità e il

pensiero occidentale per secoli. D’altra parte proprio la struttura del concetto di barbaro come

“concetto oppositivo asimmetrico” 61

ha permesso di poterlo applicare a qualunque popolo in ogni

epoca per tracciare un confine tra il nostro mondo e il mondo esterno.

58

Ibidem, p. 179. 59

Ibidem, p. 190 - 191. 60

Ibidem, pp. 174 – 175. 61

Ibidem, p. 183.

Conclusione

In questa tesi si sono analizzate l’origine e l’evoluzione dell’idea di “barbaro” nel mondo greco per

cercare di comprendere il perché e il come essa si sia sviluppata, tentando di metterne in luce il

significato e il ruolo dei fattori storici, politici, ideologici e culturali che sono intervenuti nel lungo

processo che ha portato alla creazione di questa categoria culturale, espressione della percezione

greca dell’alterità. Si è posto in evidenza come la costruzione dell’immagine dell’altro vada di pari

passo con l’elaborazione della propria identità di popolo e come, nel mondo greco, gli incontri con

popolazioni non greche dovuti ai rapporti commerciali e bellici e alle migrazioni, contribuirono alla

formazione di un’identità panellenica. I Greci, pur nella loro frammentazione politica e geografica,

si autodefinirono tali in quanto aventi comune sangue e discendenza e comuni lingua, cultura, usi e

costumi religiosi e stile di vita. Si è dimostrato come il senso di appartenenza alla “grecità” si sia

rafforzato nel corso dei secoli e abbia raggiunto l’apice nel V secolo a.C. che vide il mondo greco

unirsi e coalizzarsi contro il nemico comune, il Persiano, il quale, per opera della propaganda

ideologica ateniese che deteneva l’egemonia nella Lega Delio-Attica, divenne lo stereotipo del

barbaro. Si è argomentato come la tragedia attica del V secolo abbia contribuito in maniera decisiva

a delineare l’immagine del barbaro e a rappresentare la contrapposizione Elleno/barbaro sul piano

politico, militare, culturale, linguistico, comportamentale celebrando l’indiscussa superiorità greca e

come abbia fatto uso di un patrimonio letterario ed epico già esistente e dell’opera storico-

geografica di autori precedenti. Si è cercato di mostrare come in generale tutto il clima culturale e di

pensiero dell’epoca, dalla tragedia alla trattazione scientifica alla filosofia, concordasse

sull’immagine stereotipata del barbaro che si era consolidata. Infine si è brevemente esaminato la

fortuna dell’idea di “barbaro” nelle epoche successive dimostrando la portata dell’influenza della

tradizione e del mondo classici nei secoli moderni e la flessibilità di un concetto come quello di

barbaros. Questa tesi ha voluto essere un tentativo di comprensione della percezione che i Greci

avevano del mondo esterno e da quali elementi essa fu determinata e favorita e più in generale un

tentativo di riflessione su come il pensiero e la visione del mondo di un’epoca siano dettati dal

contesto storico e di come possano influenzare la storia dell’uomo nei secoli futuri.

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