L'introspezione e il mondo inteoriore
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L'introspezione e il mondo inteoriore

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Liceo Scientifico Statale ''Ignazio Vian'' Indirizzo Linguistico

Sezione M Anno scolastico 2017-2018

L'introspezione: Il mondo interiore

di

Hacman Viorica Gabriela

INDICE Introduzione …............................................................. pag. 3 Italiano..........................................................................pag. 4 Tedesco........................................................................pag. 5

Filosofia........................................................................pag. 6 Inglese..........................................................................pag 7 Francese.......................................................................pag 8 Storia............................................................................ pag 9 Bibliografia.................................................................... pag 11

''Ogni uomo ha in sé diversi uomini, e la maggior parte di noi rimbalza da un’identità

all’altra senza nemmeno sapere chi è'' Paul Auster

L'introspezione : Il mondo interiore L'introspezione è un atto del pensiero che consiste nell'osservazione diretta ed analisi della

propria interiorità rappresentata da sentimenti, desideri, prodotti del pensiero stesso, come pure il senso dell'identità di una persona . Il termine deriva etimologicamente da due parole latine, ''spicere'' (guardare) ed ''intra'' (dentro), esso si riferisce alla possibilità di poter sottoporre ad analisi i propri stati interni.

Ho scelto di trattare questo argomento in quanto provo un notevole interesse verso il mondo interiore dell'uomo e come questo possa influenzare i comportamenti, la vita e lo stato d'animo dell'uomo stesso.

Partirò con il trattare l'argomento dal punto di vista dell'autore italiano Luigi Pirandello, che nella sua opera ''Uno, nessuno e centomila'' porta alle estreme conseguenze un processo che aveva già

iniziato con il ''Fu Mattia Pascal'', ovvero la crisi dell'identità. Il protagonista tenta la ricerca del ''se stesso'', per coglierlo nella sua spontaneità, nella sua espressione prima e, proprio per questo motivo, l'io viene percepito come un essere-per-l'altro.

Successivamente ho pensato di trattare il medesimo tema dal punto di vista dell'autore tedesco Franz Kafka che, nella parabola ''Gibs Auf!'' (Rinunciaci!) , come in tutte le altre opere, rappresenta l'uomo come un esiliato, fuori dalla realtà, come una vittima dell'incomprensibile, senza alcuna certezza metafisica. Le immagini della letteratura kafkiana, però, non vanno interpretate come un mondo concluso e impenetrabile, ma come l'espressione di un "mondo interiore" che si configura come "incomunicabile", intraducibile in parole, e perciò codificabile solo attraverso un mondo di simboli e metafore che consentono di esprimere l'interiorità senza esporla al rischio di venire incompresa o fraintesa, o eccessivamente esposta al giudizio altrui.

Per quanto riguarda il mondo introspettivo e l'analisi dell'io, il filosofo Sigmund Freud è il maggior rappresentante dello studio della psicologia del profondo e per questo motivo ho deciso di trattarlo sotto il punto di vista dell'analisi del Io. Precisamente, si può affermare, che la psicoanalisi, una dottrina strettamente legata al nome di Freud, nasce proprio come una terapia per curare i disturbi nevrotici, ed è proprio dei ''Nevrotici'' che le opere di Kafka, Pirandello, Joyce e Woolf trattano.

E' impressionante come la psicoanalisi freudiana abbia, appunto, influenzato immensamente tutta la letteratura, come ad esempio le opere di James Joyce e Virginia Woolf. In effetti, l''Ulisse'' di Joyce intende ricostruire quel fluire di ricordi, di associazioni mentali e di meccanismi psichici che riempiono una giornata qualsiasi di un uomo qualsiasi. Il mondo psichico che l'autore desidera riprodurre, però, deve essere integrale e fedele, non filtrato e per fare tutto ciò deve affidarsi al flutto dei pensieri e delle sensazioni, riferibili al suo personaggio, in questo caso Leopold Bloom, al quale ogni atto, più o meno banale, ogni incontro casuale, ogni avventura sono partenza per ''monologhi interiori''. Allo stesso modo agisce V. Woolf, che prende come riferimento sia Joyce che Proust. Nella sua opera ''Mrs. Dalloway'', infatti, l'autrice studia la psicologia di una signora quarantenne, concentrata , sull'esempio dell'<<Ulysses>>, nello spazio di poche ore. La dama londinese esce di casa, il pomeriggio della sua festa, per comprare dei fiori e così fa una passeggiata, interessandosi a tutto ciò che vede e innestandolo nel palpitare dei ricordi.

La prosa narrativa francese del periodo 1918-1940 gareggia per valore intrinseco, ricchezza di produzione e varietà di tendenza con la lirica; ho scelto di trattare Proust in quanto, nelle sue opere, attua un'analisi psicologica di tutti gli avvenimenti dei sui personaggi. L'autore, infatti, narra in prima persona sollecitando la memoria. Il suo dominio è il passato, nel quale egli si aggira con intenzioni di coordinamento, perseguendo una illusoria unità col richiamare tutto a se stesso. Romanzo che meglio rappresenta tutto ciò è ''Alla ricerca del tempo perduto'', la cui struttura si basa sulla contrapposizione Tempo perduto-Tempo ritrovato, attraverso la memoria involontaria che è il ricordo improvviso e spontaneo di una sensazione provata nel passato, suscitata dalla stessa sensazione nel presente.

Infine vorrei trattare l'argomento sotto l'aspetto storico e parlerò dello stalinismo, uno dei tanti regimi totalitari del novecento, che individua il nemico nella borghesia, nel capitalismo, nei proprietari terrieri, negli imprenditori, che punta alla costituzione di un forte potere statale e non lascia alcuno spazio all’azione privata, che viene completamente soppressa.

Italiano Pirandello – 'Uno, nessuno e centomila''

“Nessun nome, nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri, del nome di oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi e il concetto di ogni cosa posta fuori di noi, e senza il nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini,

ciascuno incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quell’immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso.

Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. […]. ''Uno, nessuno e centomila'' è l'ultimo romanzo di Pirandello. Viene pubblicato tra il 1925-1296

sulla rivista 'La Fiera Letteraria'' ed è estremo nella sua concezione, nella sua struttura, mettendo in crisi la concezione di romanzo tradizionale. Con quest'opera Pirandello distrugge la logica della realtà, in quanto nessuno scrittore italiano come lui, nel suo tempo, aveva affrontato il dilemma dell'identità, mostrando la finzione che sta alla base della rappresentazione sociale, in un'operazione di

smascheramento. La narrazione procede a frammenti, a registrare un vuoto e una vertigine esistenziale. A questo proposito si può parlare di ''spettro della follia'', che da al testo pirandelliano qualcosa di inconfondibile. Il protagonista del romanzo è il ''morto-vivo'' Vitangelo Moscarda che si trova impegnato a ricostruirsi l'esistenza in quanto, come afferma il protagonista stesso, l'idea che gli altri avevano in lui, non la conosceva nemmeno lui stesso, in quanto aveva di sé un'altra idea. Dunque, la necessità del protagonista è la ricerca di questo se stesso. Si può così affermare che ''Uno, nessuno e centomila'' sia il romanzo della solitudine dell'uomo. V. Moscarda acquista la consapevolezza che niente è fermo e definitivo nell'essere come nel conoscere e che l'uomo si costruisce con le proprie azioni. La consapevolezza della parzialità dei giudizi del singolo è, dunque, la via per superare la chiusura della soggettività. La verità è nella natura, in una natura non intaccata dal pensiero. Pirandello applica Rousseau con estrema conseguenza: non più fede nella ragione e nell’intelletto, pensare è male, perché vuol dire costruire, mentre l’anima è fuggita appena l’uomo ha voluto rinchiuderla in una forma. L’intuizione pirandelliana sfocia in un misticismo cosmico e panteistico. Pertanto si può affermare che alla base del pensiero di Pirandello vi sia un concetto vitalistico. L'autore afferma, infatti, che la vita sia flusso, sempre in movimento e che la realtà sia una movenza vitale, un eterno divenire. Tutto ciò che si stacca da questo ''flusso'' per prendere una propria forma, si irrigidisce e muore. Per Pirandello, quindi, gli uomini non sono ''persone'' ma bensì ''personaggi'', in quanto costretti a recitare una parte. Per questo motivo ciascuna delle forme che ci imponiamo è una ''maschera'' che ci diamo, sotto la quale non c'è un volto definitivo, ma bensì ''nessuno'', ovvero un fluire indistinto di stati che cambiano. L'uomo è perciò racchiuso in ''trappole'', che possono essere la famiglia e il lavoro, dalle quali si può scappare solo attraverso la fuga nell'irrazionale, la follia, nell'atto illogico. Tramonta così l'idea di individuo creatore del proprio destino, in quanto l'io è debole. L'uomo moderno manca di un tessuto sociale organico che lo sostenga e lo colleghi agli altri uomini. Compaiono in Pirandello, dunque, il motivo della sconfitta, della natura come luogo e condizione di vita che si contrappone alla società. Moscarda è una persona che esce ''dal gregge dei suoi simili'' rinunciando al potere, all'autoaffermazione e questo ne fa uno sei personaggi letterati più sconcertanti e nello stesso tempo più affascinanti dell'intero panorama letterario italiano. Il suo carattere e i suoi pensieri sono influenzati dalla forma del romanzo psicologico novecentesco che è privo di razionalità. Si parte da un episodio che funziona come ''detonatore'' e causa una reazione a catena di eventi che renderanno Moscarda completamente diverso da come si immaginava di essere all'inizio. Pirandello si allontana dal Verismo e va verso il Decadentismo, quindi al protagonista viene attribuita una caratteristica simbolica che ci permette di guardare nel suo intimo. Il tema della scomposizione ad infinito della personalità e della "forma" umana si riflette sia nello stile sia nella struttura del romanzo, composto da otto capitoli condotti dalla voce narrante di Gengé (Moscarda) stesso. All'umorismo si aggiunge la dimensione grottesca, che descrive la progressiva follia di Vitangelo, con effetti di straniamento e di distorsione nella rappresentazione di una realtà che, per l'ultimo Pirandello, diventa ormai solo una somma di frammenti privi di senso.

Tedesco Franz Kafka – Gibs auf!

Es war sehr früh am Morgen, die Straßen rein und leer, ich ging zum Bahnhof. Als ich eine Turmuhr mit meiner Uhr verglich, sah ich, daß es schon viel später war, als ich geglaubt hatte, ich mußte mich sehr beeilen, der Schrecken über diese Entdeckung ließ mich im Weg unsicher werden, ich kannte mich in dieser Stadt noch nicht sehr gut aus, glücklicherweise war ein Schutzmann in der Nähe, ich lief zu ihm und fragte ihn atemlos nach dem Weg. Er lächelte und sagte: »Von mir willst du den Weg erfahren?« »Ja«, sagte ich, »da ich ihn selbst nicht finden kann.« »Gibs auf, gibs auf«, sagte er und wandte sich mit einem großen Schwunge ab, so wie Leute, die mit ihrem Lachen allein sein wollen.

Franz Kafka wurde am 3. Juli 1883 in Prag geboren. Er stammte aus einer jüdischen tschechischen Kaufmannsfamilie und wurde durch die konfliktvolle Beziehung zum Vater stark beeinflusst. Er studierte Jura in seiner Heimatstadt. Er war Deutscher, wohnte aber in Prag; er war Tscheche, sprach aber zu Hause Deutsch; er war Jude, hatte aber als reicher Jude keinen zum Ghetto. Diese Zugehörigkeit zu mehreren Welten brachte in ihm ein schmerzvolles Gefühl der

Fremdheit und der Isolation hervor. Er hatte also nirgendwo, weder in der Familie noch in der Gesellschaft, weder im Büro noch im Glauben, ein ,,Zuhause' ', und diesen Mangel an einem festen Bezugspunkt empfand er als eine Schuld. Auch seine Helden sind isoliert und leben in einer feindlichen und fremden Welt: sie streben nach einem Ziel, das sie nie erreichen werden. Die Isolation Kafkas und seiner Figuren ist die Folge einer Schuld, die aber immer unbekannt ist. Die Welt ist eine anonyme, reale Alltagswelt, in die aber immer wieder ungeahnte grotteske Situationen einbrechen. Ausgehend von diesen Überlegungen konnte man über die Parabel ,,Gibs Auf!'' sprechen. Die Erzählung "Gibs auf!" wurde von Franz Kafka im Jahr 1922 geschrieben und im Jahr 1936 veröffentlicht. Kafkas Erzählung spricht auf den ersten Blick scheinbar lediglich von einem Ereignis: Ein Mann, der nicht näher beschrieben wird, befindet sich am frühen Morgen auf dem Weg zum Bahnhof. Sie bemerkt, während er die Turmuhr sah, dass sie sich verspätet hat und ist sich plötzlich unsicher, welcher Weg zum Bahnhof führt. Ängstlich fragt der Mann einen Schutzmann, dem sie begegnet, nach dem Weg. Dieser jedoch, hier ist der überraschende Wendepunkt der Erzählung, der Schutzmann antwortet, dass er 'es aufgeben' sollte und ging. In diesem Text konnte man verschiedene symbolische Elemente finden: die Turmuhr symbolisierte eine fremde, übergeordnete Wirklichkeit, auf die der Mensch nicht einwirken kann. Die eigene Uhr darstellte die Wirklichkeit des Menschen die er beeinflusst kann. Der Bahnhof darstellte das Ziel, das der Mensch erreichen soll. Der Text besteht aus fünf zum Teil sehr langen, parataktischen Sätzen. Sie sind in der Art einer Aufzählung durch Kommata oder Konjunktionen aneinandergehängt und enden alle jeweils mit einem Punkt. Der Text setzt ein mit einem kurzen Satz einfachen Aufbaus, der in Zeit (frühmorgens), Ort (die Straßen) und Handlung der Erzählung einführt.Die ganze Parabel hat einen sehr großen Bildteil. Der Ich-Erzähler soll Kafka selbst darstellen. Dieser versucht zum Bahnhof(Z.?) zu gelangen, damit er die Stadt verlassen kann, um sein Leben nach seinen Vorstellungen leben zu können, wie man aus Kafkas biografischen Hintergrund erschließen kann. Der Autor benutzt die stilistische Form der Parabel darin, weil er eine Nachricht der Menschheit übersenden will.

Filosofia Freud e la Psicoanalisi

Di tutti gli indirizzi classici, quello psicoanalitico è quello che più ha influenzato la cultura del '900 e Sigmund Freud ne è il fondatore. Nasce a Freiberg nel 1856 e muore a Londra nel 1939.Intrapresa la professione di medico, Freud si interessò in particolare alla cura delle nevrosi, termine con il quale allora si indicavano genericamente le malattie nervose. Il suo interesse per queste fu stimolato dalla collaborazione con il medico viennese Joseph Breuer Freud postulò che i problemi dei suoi pazienti fossero per la maggior parte legati a desideri per lo più inconsci che essi negavano anche a se stessi. Da queste riflessioni egli derivò le basi della psicoanalisi: esiste una vita psicologica inconscia, le nevrosi (e poi le psicosi) sono malattie della mente e non del cervello. Prima di Freud si riteneva che la Psiche si identificasse con la coscienza. Secondo Freud, però, la maggior parte della vita mentale si svolge fuori dalla coscienza. Egli affermò che l'inconscio non costituisce il limite inferiore del conscio, ma la realtà abissale primaria di cui il conscio è solo la manifestazione visibile. Per questo motivo l'inconscio viene diviso in due zone: il preconscio, che comprende l'insieme dei ricordi possono divenire consci, grazie allo sforzo dell'attenzione, e il ''rimosso'', che comprende quegli elementi psichici stabilmente inconsci e che si

scoprono solo attraverso delle tecniche precise. Il filosofo rifiuta la concezione intellettualistica dell'io come unità semplice riportabile a quell'unico centro unificatore che è la coscienza e afferma che la psiche è un'entità complessa costituita da un certo numero di sistemi, dotati di funzioni diverse e disposti in un certo ordine l'uno rispetto all'altro. Nell'opera ''Interpretazione dei sogni'' l'autore distingue tre sistemi : conscio (Cs), preconscio (Pcs), inconscio (Ucs). Nel 1920 distingue tre istanze : l'Es, l'Io e il Super-Io. L'Es (termine tedesco, pronome neutro terza persona singolare) è il ''polo pulsionale della personalità'', ovvero la forza impersonale e caotica che contribuisce la matrice originaria della nostra psiche. Esso non conosce né il bene né il male, ma obbedisce unicamente all'inesorabile principio del piacere. Il Super-io è ciò che comunemente si chiama ''coscienza morale'', ovvero l'insieme di quelle proibizioni che sono state instillate nell'individuo nei primi anni di vita e che negli anni a seguire lo accompagnano sempre. L'Io è la parte organizzata dalla personalità, che fa i conti con le esigenze dell' Es, del Super-Io e del mondo esterno. Esso equilibra il tutto. Il rapporto tra questi tre elementi stabilisce un criterio fondamentale di discriminazione tra ''normalità'' e ''nevrosi'' . Infatti nell'individuo normale l'Io riesce a padroneggiare la situazione e fornisce, agendo sulla realtà, parziali soddisfazioni all'Es, senza violare le proibizioni del Super-Io. Quando le esigenze dell'Es sono troppo eccessive o il Super-Io è troppo debole, o troppo rigoroso e poco duttile, allora soluzioni pacifiche non sono più possibili; c'è la possibilità che l'Es travolga il Super-Io, portando l'Io a comportamenti asociali e proibiti: il soggetto diventa così o delinquente o perverso. Se invece il Super-Io è troppo rigido si ha la rimozione e le istanze dell'Es divenute inconsce si manifestano con sintomi nevrotici.

English: Virginia Woolf and James Joyce Virgina Woolf and James Joyce are two important English authors of the 19th century. They are both born in 1882 and both died in 1941 and both have analysed the human mind. In one of the most important work of V. Woolf ''Mrs Dalloway'' (1925) the writer focuses on the characters' inner life. The novel, in fact, is marked by the way in which what goes on within the characters' mind overlaps with what goes on outside, in the world of external reality. All the author's attention is turned to describing the working of her figures mind and she realises that making use of the interior monologue. Her sentences are often break by dashes and semicolons, to reproduce the incessant and irregular flux of thoughts as it builds up the mind. Woolf also used the free indirect style, which allows the disclosure of the depth of a character by showing the reader what is in her/his mind. Mrs Dalloway is set in London, mainly in the affluent neighbourhood of Westminster. The action takes place on a single day, Wednesday, 13 June 1923. Clarissa Dalloway is preparing to host a party, and the reader shares her sense of anticipation; but a visit from an old flame, Peter Walsh, disturbs them both. The perspective changes to a war veteran, Septimus Warren Smith, who has serious mental health issues and is due for an appointment with an eminent psychiatrist. At the end of the novel many of the characters assemble at Clarissa’s party. Hearing that Septimus has killed himself, she retreats to reflect upon his actions. So, from the beginning the stream of consciousness is used in the novel by Woolf through the use of time from the past to the present till the near future, this time is a psychological time that deals with the internal and the external subjectivity of each character’s thought and emotions in order to represent the flow of consciousness also that is interrupted by the clock. Mrs. Dalloway focuses more on the analysis of Woolf’s society and particularly people’s behaviour. So, Woolf towards this upper middle class and their artificial way of living has at the same time a wider

significance in that many of the characters are people who are the leaders of their society. Moreover is important to say that the stream of consciousness is a new style of writing which has two technique “interior monologue” and “free indirect speech “in order to be represented Interior monologue is a narrative technique that records thoughts, feelings, and emotions of the human mind with the use of the pronoun “I”. In addition The interior monologue is a technique for represent the stream of consciousness, sometimes some writers refer to both of them as similar, they link to each other and cannot be separated specially James Joyce. He is another important author of the 19th century and is fundamental to say that his production is divided in two main parts. In the first part his works are marked by a realistic approach. His plots are rather linear and the language is controlled, also the syntax is logical and he makes use of powerful symbols. On the other hand, the second part, is characterised by experimental production. Here he uses the stream of consciousness technique to represent the uncontrolled flux of thoughts of the human mind. One of the most important work of the author is ''Dubliners'' (1914), a collection of short stories divided in three groups: stories about childhood, stories about adulthood and stories about the relationship between the Irish people and their institutions. Furthermore the main themes of these stories are: the paralysis, both physical and spiritual : this is the paralysis of will, courage and self-knowledge , the limitation imposed by social context they have to live in, as the one in Kafka's works. Joyce also coined the definition of ''epiphany'', which means ''manifestation, showing'', as in the showing of the Christ child to the Magi, to indicate that moment when a simple object or fact suddenly flashes out with meaning and make a person realise his/her condition. On the one hand an example of this paralysis is Eveline, the first women presented in ''Dubliners''. Her condition leaves her a ''helpless animal'', stripped of human will and emotion. On the other hand an example of stream of consciousness lies in Molly's last monologue, where this technique is taken to its extreme: no external events are described and there is no third person narrator to tell us what is happening. There is no way put of this flux of thoughts, free associations, memories and fantasies, since at no point Joyce choose to interrupt it. There are no paragraphs, no punctuation, no subordinate sentences to suggest an order or a hierarchy of thoughts.

Française : Marcel Proust Marcel Proust est né en 1871 et est mort en 1922. Issu d'une famille de la haute bourgeoisie parisienne, il est élevé dans un milieu très protégé. Jeune il commence à s'intégrer aux circles mondains et littéraires de la Belle Epoque, il brille dans les salons de la haute société, où il est considéré comme un dandy. Pendant quatorze ans il écrit '' A la recherche du temps perdu'', un vaste ensemble romanesque de sept tomes auquel il se dédie jusqu'à sa mort. A la recherche du temps perdu », chef d’oeuvre de Marcel Proust marque une rupture avec la littérature traditionnelle. En rompant avec la durée balzacienne, Proust a créé la durée psychologique. Il inaugure ainsi une nouvelle forme dans la littérature contemporaine. Il est connu pour sa psychologie dans le temps, et réussit du même coup à témoigner de la force magique de la mémoire involontaire associée aux sens humains. Grâce au mécanisme de la mémoire involontaire, le narrateur parvient à faire coïncider la sensation éprouvée dans le moment présent avec celle du moment éloigné. Les entraves du temps sont brisées, le temps perdu deviendra finalement un temps retrouvé. Le récit est centré sur la perception subjective , l'ouvre se présente comme une ''recherche'', celle d'une conscience qui veut s'affranchir du temps, à travers le récit d'un narrateur, qui relate sa propre expérience du monde et la découverte esthétique qui sont à la source du roman. Proust métamorphose la forme romanesque de par son utilisation de la première personne. Le narrateur est un personnage de fiction anonyme, qui dit ''je'', et revit son passé tout en le narrant. Fin observateur des mœurs, Proust sait peindre avec une extraordinaire pénétration le snobisme et la frivolité des milieux aristocrates et bourgeois dont il est lui-même issu. Dans sa peinture des milieux mondaines d'avant-guerre, il met en scène des personnages-types de ce monde désabusé et superficiel, sur lequel il porte un regard ironique. Il est indéniable que le temps est le thème majeur du roman monumental de Proust, et que le souvenir

en constitue la matière. Dans l’ensemble du roman, l’action reste secondaire, en revanche, le temps y joue un rôle non négligeable, et y est constamment bousculé, le lecteur étant sans cesse obligé de faire des sauts temporels, tout en suivant le fil de la mémoire du narrateur, précisément, son temps psychologique. La structure de l' œuvre est bâtie sur le jeu de la mémoire et du temps. L'ensemble romanesque repose d'ailleurs sur l'opposition d temps perdu et temps retrouvé. Proust donne une lecture originale du fonctionnement de la mémoire. Il distingue la mémoire volontaire, qui resitue le passé, et la mémoire involontaire, qui fait revivre le passé à partir d'une sensation fortuite ( par exemple l'épisode de la madeleine, épisode des pavés disjoints). L'essentiel pour Proust est ressentir en même temps la sensation présente et la sensation passée. L'un des traits les plus frappants de la Recherche est la place déterminante qu'y tient la psychologie. Tout au long du livre le narrateur ne cesse pas d'analyser ses sentiments et d'observer le comportement de son entourage. La psychologie de Proust insiste sur les évolutions de la personnalité au fil du temps et ruine par là même le principe de l'unité psychologique du personnage sur lequel jusqu'à présent l'écriture romanesque se fondait. Qui se frappe au premier contact avec l’œuvre de Proust est la longueur et la complexité des phrases. La multiplicité des subordonnées et des incises traduit le parcours sinueux des souvenirs et les sensations liées aux associations d'idées, aux images et aux connotations, qui traversent l'esprit de l'auteur . En définitive, non à l’instar de Balzac et de Zola, les deux grands maîtres du XIXe siècle, Proust, à titre de novateur, cherche à observer et à décrire l’expérience psychologique, le monde intérieur des personnages que suscite la fugacité des êtres et des choses. C’est cette psychologie dans le temps qui constitue l’originalité de Proust. Ce qui mérite également notre attention, c’est que la recherche du temps perdu n’est guère l’évocation nostalgique d’un passé inaccessible et révolu pour toujours, (comme le révèle Lamartine dans son poème célèbre Le Lac, caractérisé par une longue méditation sur le temps, considéré comme un montre destructeur) mais plutôt la découverte progressive de la seule réalité consistante, celle qui se forme dans la mémoire involontaire et dans l’effort de la mémoire, car « les vrais paradis sont les paradis qu’on a perdus ». (Brunel et al., 1986 : 601).

Storia : I regimi totalitari Lo stalinismo

TOTALITARISMO Ideologia e sistema politico caratterizzato dal completo controllo da parte dello stato sulla società e sugli individui. Il termine cominciò a entrare in uso con l’arrivo del fascismo e delle dittature simili del periodo, per indicare una situazione di contrapposizione dello stato liberale. Il totalitarismo è caratterizzato da:

• Un unico partito che applica la dittatura con la completa soppressione di ogni libertà di opposizione e dissenso

• Presenza di una ideologia indiscutibile e che deve essere imposta come assoluta • Uso del terrore poliziesco • Monopolio dei mezzi di comunicazione di massa, utilizzati a opera di propaganda • Penetrazione dello stato-partito in ogni settore della società e

dimensione della vita quotidiana Lo stato tenta di penetrare nella vita sociale, proponendosi di controllare la vita politica e di manipolare e trasformare l’ideologia e la coscienza stessa degli individui. Il totalitarismo tende politicizzare ogni avvenimento. I tre totalitarismi sorti in Europa tra le due guerre sono: fascismo italiano, nazismo tedesco e comunismo staliniano. A completare l’edificazione dello Stato totalitario, si aggiunge un altro elemento tipico delle dittature novecentesche: il culto del capo. Stalin veniva dipinto come l’infallibile guida della Rivoluzione. La storia venne riscritta esaltando il ruolo del dittatore, oltre qualsiasi verosimiglianza. Tutti gli errori e gli insuccessi vennero attribuiti all’opera dei sabotatori e degli oppositori, i “nemici del popolo”.

Accanto a questi tragici elementi va detto che in questi anni, a prezzo di enormi sacrifici, l’URSS si trasformò velocemente in una grande potenza industriale,nella quale l’analfabetismo venne combattuto efficacemente e i servizi sociali, sanitari e assistenziali vennero allargati a milioni di persone che non ne avevano mai usufruito prima. Quindi questo periodo della storia della Russia si caratterizza per due aspetti profondamente contraddittori: miglioramento delle condizioni generali della vita delle masse da una parte, monopolio del potere e terrore dall’altra. Lo Stalinismo. Durante la guerra civile, per far fronte alle difficoltà di approvvigionamento, i governo bolscevico attuò una politica economica autoritaria, definita comunismo di guerra : il libero commercio venne soppresso; la terra e le industrie passarono sotto il completo controllo statale. Per approvvigionare l’esercito, squadre di operai bolscevichi vennero inviate nelle campagne per strappare ai contadini tutto ciò che non fosse necessario alla loro sopravvivenza. Il comunismo di guerra durò fino al 1921 e mise in crisi l’alleanza tra contadini e bolscevichi, alleanza che aveva garantito a questi ultimi il successo nella rivoluzione. Terminata l’emergenza della guerra civile, nel 1921 si pose fine anche al comunismo di guerra. In campo economico venne avviata la NEP (Novaja Ekonomičeskaja Politica – Nuova Politica Economica). Essa prevedeva che: - dopo aver consegnato allo Stato una parte del raccolto, i contadini potevano trattenere per sé una parte del raccolto e vendere le eccedenze in mercati privati; - il piccolo commercio privato veniva legalizzato; - veniva creato un sistema industriale misto: se le grandi industrie rimanevano sotto il controllo statale, quelle più piccole potevano essere gestite da privati. La NEP ottenne buoni risultati: i contadini migliorarono le loro condizioni, la produzione agricola migliorò, ricomparvero nei negozi i beni di consumo scomparsi durante il comunismo di guerra. Il paese uscì dalla carestia in cui era precipitato durante la guerra civile. Dal punto di vista politico venne accentuato l’autoritarismo. All’interno del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) non dovevano esistere contrasti:il membro del partito poteva esprimere le sue posizioni nel dibattito interno, ma una volta che una decisione veniva approvata e resa pubblica, essa diventava vincolante per tutti, anche per chi l’aveva contrastata (centralismo democratico). Ci si avvia così verso la dittatura del partito: tutto il potere decisionale si concentrava nelle mani dei capi. Lenin venne colpito da una malattia cerebrale che lo portò alla morte nel 1924. Si apriva così un periodo di lotte per la successione del quale furono protagonisti due uomini: Stalin e Trockij. Questi i principali punti di contrasto gli schieramenti opposti: Stalin e Trockij. Nel 1922 Stalin era stato nominato segretario generale del PCUS, carica che gli assicurava la leadership nel partito e, di conseguenza, il controllo dello Stato. Stalin uscì vincitore dal confronto con Trockij che, con i suoi seguaci fu addirittura espulso dal Partito e costretto ad un lungo esilio che terminerà nel 1940 in Messico, quando il dirigente bolscevico venne assassinato da un sicario di Stalin. Nel 1927 il paese conobbe una grave crisi economica. Stalin decise di industrializzare il paese nel più breve tempo possibile e di realizzare il controllo completo dell’economia da parte dello Stato. L’obiettivo dell’industrializzazione fu perseguito senza badare ai costi umani. Nel 1928 fu varato il primo piano quinquennale che stabiliva gli obiettivi per la crescita industriale: - si doveva aumentare la produzione delle materie prime (ferro carbone, acciaio, petrolio…) necessari per la produzione di macchinari e beni di consumo; veniva così privilegiato lo sviluppo dell’industria pesante, elemento che caratterizzerà la futura industria sovietica. - Gli investimenti necessari per lo sviluppo dell’industria pesante furono reperiti comprimendo enormemente i consumi interni e introducendo il razionamento dei beni di consumo. - Gli operai vennero sottoposti a ritmi di lavoro pesantissimi e ad una rigida disciplina - Il governo sviluppò l’istruzione tecnica e fece largo ricorso a specialisti stranieri. - Per far fronte alle nuove necessità dell’industria, un gran numero di contadini venne

reclutato forzatamente nelle campagne (il contadino scelto per il reclutamento non poteva rifiutarsi di lasciare il proprio villaggio). Grazie a questo sforzo immenso l’URSS divenne nel giro di pochi anni una potenza industriale. In questi anni anche l’agricoltura venne totalmente riorganizzata. Lo Stato assunse il pieno controllo delle campagne espropriando i piccoli proprietari (kulaki). Tutti i contadini vennero costretti ad entrare a far parte delle grandi aziende collettive: - i Kolchozy – aziende agricole nelle quali i contadini usavano collettivamente la terra, che restava dello Stato. Ai contadini restava un piccolissimo appezzamento ad uso privato e alcuni animali domestici da utilizzare a scopo individuale e per il piccolo commercio. - I sovchozy aziende interamente statali, all’interno dei quali i contadini erano dei veri e propri dipendenti pubblici. Poiché i kulaki si opposero decisamente agli espropri, Stalin decise di eliminarli come classe. Tutti coloro che si opposero agli espropri e al trasferimento nelle fattorie collettive vennero considerati “nemici del popolo”, arrestati e, dopo processi sommari, fucilati o deportati in Siberia. Nel corso degli anni Trenta, ogni possibile opposizione a Stalin venne brutalmente stroncata. Gli anni tra il 1935 e il 1938 sono conosciuti come gli anni delle grandi purghe: tutti i dirigenti bolscevichi che in qualche modo si opponevano alle scelte di Stalin vennero accusati di tradimento e giustiziati. Spesso le prove a loro carico erano confessioni estorte agli imputati con la tortura. Lo stesso Bucharin fu accusato e condannato a morte nel 1938. La repressione colpì ogni strato della popolazione: esercito, professionisti, tecnici, intellettuali: chi non veniva giustiziato veniva deportato nei gulag.( i lager sovietici, eredi dei campi di lavoro zaristi). Attivi già dagli anni Venti, contro i prigionieri politici, nel corso degli anni Trenta si diffusero in tutta l’URSS, svolgendo un ruolo centrale nella politica di repressione poliziesca voluta da Stalin. I deportati lavoravano in condizioni disumane, afflitti dal freddo, dalla fame e dalle malattie. La manodopera dei prigionieri era sfruttata per disboscare intere regioni, estrarre minerali, costruire strade e ferrovie. Si stima che fra il 1930 e il 1953 furono internate nei gulag circa 15.000.000 di persone. I dati stimano in circa tre milioni le vittime dello stalinismo.

Bibliografia • Storia della civiltà letteraria tedesca -Marino Freschi -UTET

• Storia della letteratura tedesca – Fritza Martini – IL SAGGIATORE • Uno, nessuno e centomila, critica di Giovanni croci; Massuni Bontempelli

• http://www.scritturaimmanente.it/kafka/scritturaimmanente/introduzione.htm • Storia della filosofia, con testi e letture critiche, volume terzo, editori Laterza – F. Adorno, T.

Gregory e V. Verra • Storia universale della LETTERATURA, G. Prampolini -VTET

• Guida al Novecento - principato editore milano – Salvatore guglielmino. • Chen Suixiang - Université des Etudes étrangères du Guangdong

• Appunti tratti da: A.La Vergata/F. Trabattoni, Filosofia, cultura, cittadinanza, vol. 3 la Nuova Italia G. Bonazzi, La filosofia e i suoi percorsi, vol. 3 Editori Laterza N. Abbagnano – G. Fornero,

Prota gonisti e Testi della Filosofia, Volume D Tomo 1, Paravia Editori

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