L'organizzazione mondiale del commercio (Gabriella Venturini) ed. 2, Sintesi di Diritto Degli Scambi Internazionali. Università di Milano
Giuseppe752243
Giuseppe75224311 aprile 2016

L'organizzazione mondiale del commercio (Gabriella Venturini) ed. 2, Sintesi di Diritto Degli Scambi Internazionali. Università di Milano

DOC (651 KB)
69 pagine
48Numero di download
1000+Numero di visite
100%su 2 votiNumero di voti
2Numero di commenti
Descrizione
L'organizzazione mondiale del commercio (Gabriella Venturini) ed. 2 - Prof. Lupone
20punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 69
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 69 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 69 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 69 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 69 totali
Scarica il documento

- La struttura istituzionale dell’OMC - 1. Dal GATT all’OMC Per quasi quarant'anni la disciplina giuridica del commercio internazionale è stata affidata all'Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT: General Agreement on Tariffs and Trade) del 1947, fondato sul principio liberista della progressiva riduzione dei dazi doganali e degli altri ostacoli agli scambi.

1. Il GATT 1947 e i negoziati tariffari e commerciali L'esistenza del GATT 1947 fu scandita da cicli periodici di negoziati multilaterali.

2. Il negoziato e gli Accordi dell'Uruguay round Di fronte alle progressive riduzioni tariffarie conseguite dai cicli negoziati multilaterali, la prassi commerciale degli Stati aveva portato al proliferare di restrizioni quantitative e di altri ostacoli non tariffari al commercio internazionale, che incidevano sugli scambi in modo assai maggiore rispetto ai dazi. Pertanto, nel corso degli anni, furono stipulati una serie di accordi sull’interpretazione e applicazione di specifiche disposizioni del GATT 1947. Tali accordi costituivano strumenti distinti e autonomi rispetto all’Accordo generale e non tutte le sue parti contraenti vi aderivano, creando così una notevole complessità. L’ultimo ciclo di negoziati del GATT 1947, denominato Uruguay round, fu aperto nel settembre 1986 e si concluse nell’aprile 1994. L’atto finale comprende: • Accordo istituito dell’OMC e una serie di allegati contenti gli Accordi

multilaterali, ai quali tutti i Membri dell’OMC sono vincolati. • Accordo sul commercio degli aeromobili civili e Accordo sugli appalti

pubblici, accordi plurilaterali, ai quali solo gli Stati contraenti sono vincolanti.

3. L'efficacia degli Accordi negli ordinamenti interni L'efficacia è conforme all'interpretazione adottata dalla Corte di giustizia europea, in base l'argomentazione che l'Accordo generale, contempla ampie possibilità di deroghe, prevede la possibilità di soluzione delle controversie, consente di adottare contromisure unilaterali in caso di pregiudizio commerciale e prevede esplicitamente l'eventualità del recesso delle parti contraenti.

2. L’Organizzazione Mondiale del Commercio: obiettivi e funzioni Il Preambolo dell'Accordo istitutivo dell’OMC menziona obiettivi come la cooperazione economica, la piena occupazione, l'aumento del reddito, l’espansione della produzione degli scambi, la realizzazione dello sviluppo sostenibile. Ma l'Organizzazione svolge principalmente le funzioni di: • Gestire l’attuazione degli accordi e di potenziarli attraverso negoziati commerciali

multilaterali fra i Membri (art. III.1, III.2). • Competenza in tema di soluzione delle controversie commerciali fra i suoi Membri e

poteri di controllo delle politiche commerciali degli Stati (art. III.3, III.4).

1. 1.1. Personalità giuridica dell'Organizzazione L'Accordo istitutivo stabilisce la personalità giuridica dell'OMC negli ordinamenti dei Membri (art. VIII) ai fini del riconoscimento dei consueti privilegi e immunità a favore dell'Organizzazione, dei suoi funzionari e rappresentanti, nei confronti della giurisdizione degli Stati in cui essa svolge le proprie attività.

1.2. Risorse e bilancio

L’OMC trae la maggior parte delle sue risorse dai contributi dei Membri, che sono calcolati secondo una formula basata sulle rispettive quote del commercio mondiale (art. VII).

3. La qualità di Membro Sono definiti Membri originari dell'OMC i 128 Stati già parti contraenti del GATT 1947 che ne hanno ratificato l'Accordo istitutivo (art. XI.1), nonché l’UE. L'Accordo menziona un'altra categoria di Membri, costituita dai Paesi meno sviluppati (PMS) ai quali si richiede di assumere impegni solo nella misura compatibile con il loro grado di sviluppo e con le loro capacità istituzionali e amministrative (art. XI.2).

2. 1.3. Adesione e recesso Possono aderire all’OMC tutti gli Stati purché dotati di completa autonomia nella gestione delle relazioni commerciali esterne (art. XII). L'adesione comporta: • Un processo negoziale fra un gruppo di lavoro aperto a tutti i Membri

dell'Organizzazione e il paese candidato. • Questo deve presentare il proprio sistema economico e commerciale e le proprie

offerte, mentre i Membri ne valutano l'idoneità. • Il documento finale prende la forma di un protocollo di adesione, accompagnato dalle

liste degli impegni concordati; esso deve essere approvato da una maggioranza di due terzi dei Membri.

Il recesso dall'OMC è disciplinato dall'art. XV.1. Esso ha l'effetto di far cessare gli obblighi e i diritti previsti dagli Accordi dopo sei mesi dalla notifica al Direttore generale.

4. Status di osservatore Lo status di osservatore non è previsto dall'Accordo istitutivo, ma è stato regolato attraverso apposite Linee guida e consente allo Stato di assistere alle sessioni della Conferenza dei ministri, del Consiglio generale e dei suoi organi sussidiari, con la possibilità di fare interventi, ma non di presentare proposte o partecipare al processo decisionale.

5. Composizione attuale dell’OMC La composizione attuale dell’OMC è di 160 Stati, di cui solo una trentina possono dirsi paesi economicamente sviluppati; la maggior parte appartiene alla categoria dei PVS e, tra essi, 34 sono definiti PMS.

6. Coalizioni e gruppi informali Come in molte altre organizzazioni, anche nell’OMC si sono formati coalizioni e gruppi informali di paesi che condividono interessi e strategie comuni. Sotto questo profilo ricordiamo le zone di libero scambio (MERCOSUR, UE, NAFTA) e il c.d. G20.

4. La struttura istituzionale La struttura istituzionale dell’OMC comprende: • un organo assembleare (composto da tutti gli Stati membri); • un organo burocratico (segretariato). Essa inoltre si struttura su 3 livelli:

1. Conferenza dei ministri; 2. Consiglio generale; 3. Consigli settoriali, comitati e organi sussidiari.

3. 1.4. La conferenza dei ministri

La Conferenza dei ministri (art. IV.1) è il massimo organo a competenza generale dell’OMC. Essa si riunisce ogni 2 anni ed elabora le linee politiche di azione dell'Organizzazione. Di particolare importanza sono le dichiarazioni e le decisioni adottate dalle Conferenze. Le prime hanno natura di raccomandazioni, mentre le seconde hanno efficacia vincolante e possono autorizzare deroghe agli obblighi convenzionali.

1.5. Il consiglio generale, l’organo di controllo delle politiche commerciali e l’organo di soluzione delle controversie

Il Consiglio generale è composto da tutti i Membri (art. IV.2). Esso svolge le funzioni proprie della Conferenza dei ministri nei periodi intercorrenti fra le sue riunioni biennali e determina annualmente l'ammontare e i criteri di ripartizione dei contributi obbligatori dei Membri, che vanno a costituire le risorse finanziare dell'Organizzazione. Il Consiglio generale si riunisce anche in veste di: • Organo di controllo delle politiche commerciali (TPRB: Trade Policy Review

Body, art. IV.3): esamina periodicamente le politiche e le normative in materia di scambi internazionali che i Membri sono tenuti a notificare all’OMC.

Organo di soluzione delle controversie (DSB: Dispute Settlement Body, art IV.4): esercita la soluzione delle controversie ed approva i rapporti dei panel e dell’Organo d'appello che diventano così vincolanti per le parti della controversia.

7. I consigli settoriali, comitati e organi sussidiari Al terzo livello della struttura dell'OMC troviamo organi competenti in specifici settori. Si tratta dei: • Consigli sugli scambi di merci, di servizi e dei diritti di proprietà intellettuale (art.

IV.5, IV.6). • Comitati su Commercio e sviluppo, sulle Restrizioni dovute la bilancia dei pagamenti

e sul Bilancio, finanze e amministrazione (art. IV.7).

8. Il direttore generale e il segretariato Il Direttore generale è posto a capo del Segretariato, che comprende i funzionari dell'Organizzazione (art. VI.1, VI.3), è nominato dalla Conferenza dei ministri e si trova in una posizione di indipendenza rispetto ai governi dei Membri (art. VI.2, VI.4). Il Segretariato fornisce supporto organizzativo ai lavori degli altri organi, assistenza tecnica ai PVS e ai paesi impegnati in procedimenti di soluzione delle controversie.

5. Il processo decisionale Il processo decisionale avviene sulla base del meccanismo del consensus (art. IX.1), che si perfeziona, senza una votazione formale, in assenza di obiezioni esplicite all’approvazione di una delibera.

4. 1.6. La formazione del consensus Durante il primo decennio di esistenza dell’OMC, la prassi della formazione del consensus aveva consacrato un ruolo egemone degli Stati sviluppati espresso nella cooperazione del gruppo Quad (Quadrilaterals) composto da Canada, UE, Giappone e Stati Uniti, che di fatto erano titolari del potere d'iniziativa in ogni negoziato commerciale. Successivamente, il processo si estese progressivamente, soprattutto attraverso consultazioni informali, dai Quad ai paesi industrializzati minori, poi ai principali PVS, quindi all'insieme dei Membri.

Con l'avvio del Doha round Brasile e India, rappresentanti i PVS, e l'Australia quale paese guida del gruppo Cairns, si sono inseriti nella leadership negoziale, costituendo il c.d. gruppo Quint.

1.7. L’interpretazione degli accordi L'art. IX.2 affida alla Conferenza dei ministri e al Consiglio generale la competenza di interpretazione degli accordi (Accordo istitutivo dell’OMC e gli Accordi multilaterali). Le decisioni interpretative sono adottate alla maggioranza di 3/4 dei Membri.

1.8. Riserve e deroghe dagli obblighi convenzionali In base al principio dell’uniformità dei diritti e degli obblighi dei Membri non sono ammesse riserve all’Accordo istitutivo (art. XVI.5). Tuttavia, in circostanze eccezionali, un Membro può essere autorizzato a derogare disposizioni dell'Accordo stesso o degli Accordi multilaterali, alla maggioranza di 3/4 dei Membri (art. IX.3).

1.9. Emendamenti Gli emendamenti all’Accordo istituito o agli Accordi multilaterali sono approvati per consensus dalla Conferenza dei ministri; qualora non si raggiunga il consensus, la Conferenza dei ministri può deliberare con una maggioranza di 2/3 (art. X.1). Quindi, gli emendamenti approvati sono sottoposti alla ratifica da parte dei Membri.

6. I rapporti con l’esterno A differenza delle altre organizzazioni economiche internazionali (FMI, Banca mondiale), l’OMC non fa parte del sistema delle Nazioni Unite e si inserisce in un insieme di norme internazionali che disciplinano i rapporti economici, commerciali e finanziari fra gli Stati.

5. 1.10. Accordi con organizzazioni intergovernative L’OMC ha concluso accordi di cooperazione con le Nazioni Unite, il FMI e la Banca mondiale, ma mantiene rapporti di varia intensità con molte altre organizzazioni nei settori di interesse comune, come quello doganale, agricolo, ambientale, alimentare.

1.11. Relazioni con ONG Le Linee guida sulle relazioni con leONG, adottate dal Consiglio generale in base all’art. V.2 dell’Accordo istitutivo, consentono a tali organizzazioni di assistere alle sessioni plenarie delle Conferenze ministeriali, oltre a partecipare ad incontri, conferenze ad hoc e consultazioni informali organizzate dall’OMC.

7. La Doha Development Agenda La Doha Development Agenda approvata nel 2001 comprende: • negoziati sull’attuazione degli accordi multilaterali; • sul commercio dei prodotti agricoli e dei servizi; • sull’accesso ai mercati per i prodotti industriali; • sugli aspetti commerciale dei diritti di proprietà intellettuale; • sui rapporti fra commercio e investimenti, concorrenza, ambiente; • sul commercio elettronico.

6. 1.12. Attività negoziali Numerosi sono i contrasti emersi nel corso dei negoziati. Il disaccordo principale ha riguardato la materia agricola.

• Le sovvenzioni all'agricoltura tuttora mantenute dai paesi sviluppati penalizzano le esportazioni agricole dei PVS, i quali vorrebbero impegni sostanziali di liberalizzazione del settore.

• Da parte loro, gli Stati Uniti, la UE e altri paesi sviluppati insistono sulla priorità da accordare all'accesso ai mercati dei prodotti industriali e dei servizi.

• Tali paesi perseguono inoltre politiche di integrazione regionale che non aiutano i negoziati multilaterali.

9. L’OMC dopo bali Solo in occasione della nona Conferenza dei ministri dell'OMC, svoltasi a Bali nel dicembre 2013, il negoziato di Doha ha prodotto alcuni risultati sostanziali, con l'adozione del c.d. pacchetto di Bali consistente in un nuovo accordo multilaterale: l'Accordo sulla facilitazione del commercio e in una serie di decisioni vertenti soprattutto sulla materia agricola, che da un lato offrono ai PVS e ai PMS migliori condizioni per l’esportazione dei loro prodotti e dall’altro consentono a tali paesi di adottare a certe condizioni misure non conformi alla normativa OMC. Si apre dunque la fase dopo Bali, in cui le decisioni adottate devono essere attuate, anche mediante la costituzione di nuovi organismi.

- IL GATT 1994 E GLI ACCORDI IN MATERIA DOGANALE -

1. La disciplina degli scambi di merci nel contesto dell’OMC La disciplina del commercio internazionale di merci è raggruppata nell'Allegato 1A, le cui fonti normative sono strumenti che vincolano tutti i membri dell'OMC (l’accettazione integrale è condizione indispensabile per l’adesione all’Organizzazione). Compongono l’Allegato 1A: • GATT 1994; • 12 accordi che regolano alcune tipologie di ostacoli agli scambi di merci. Completano la normativa: • Allegato 1B: Accordo generale sugli scambi di servizi; • Allegato 1C: Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al

commercio; • Allegato 2: Intesa sulle norme e sulle procedure che disciplinano la risoluzione delle

controversie; • Allegato 3: Meccanismo di esame delle politiche commerciali; • Allegato 4: Accordi commerciali plurilaterali, i quali sono vincolati solo per i Membri

che scelgano di aderirvi: • Accordo sul commercio degli aeromobili civili; • Accordo sugli appalti pubblici.

2. Gli obietti del GATT Il GATT detta i principi e le regole fondamentali per la liberalizzazione del settore affinché essa contribuisca alla realizzazione degli obiettivi di crescita economica interna e internazionale, attraverso l’innalzamento del livello di vita, crescita della domanda, della produzione e dello scambio di merci ma anche sviluppo sostenibile e tutela dell'ambiente.

2.1. La clausola della nazione più favorita

Uno degli strumenti per favorire la liberalizzazione degli scambi è l'eliminazione dei trattati discriminatori tra i partecipanti alle relazioni commerciali internazionali e implica principi di non discriminazione: • esterna: garantire il medesimo trattamento a tutti i partner commerciali. Esso si

manifesta nella clausola della NPF che ha: • funzione di estendere a tutte le parti contraenti ogni beneficio concernente lo

scambio di merci; • assicurare uguali opportunità di accesso al mercato di un determinato Membro.

interna: l'applicazione ai partner stranieri le stesse condizioni che regolano il funzionamento del mercato nazionale. Esso si manifesta nella clausola del trattamento nazionale.

Sono vietati i trattamenti che manifestamente discriminano tra merci in virtù della loro origine o della loro destinazione, ma anche regimi che favoriscano determinati partner commerciali rispetto ad altri.

Le condizioni di applicazione della clausola La clausola della NPF si applica: • in relazione a qualsiasi trattamento di carattere fiscale che investa le merci oggetto

di importazione o esportazione; • alle imposizioni interne (art. III.2 GATT) che gravino sui prodotti importati, nonché

a qualsiasi normativa nazionale concernente la commercializzazione di tali prodotti (art. III.4 GATT).

Un vantaggio concesso da un Membro a un qualsiasi beneficiario deve estendersi agli altri Membri immediatamente, in modo automatico, nel momento in cui venga per la prima volta accordato, senza essere subordinata ad alcuna contropartita.

Sono previste eccezioni alla clausola della NPF: • Disposizioni dell’art. XXIV dell’Accordo generale: vengono autorizzate particolari

condizioni per i traffici commerciali di frontiera. • Disposizioni del Patto IV del GATT che favorisce i Paesi in via di Sviluppo consentendo

unilateralmente, e da parte dei Paesi industrializzati, un trattamento differenziato.

La similarità dei prodotti ai sensi dell’art. I GATT La nozione di similarità dei prodotti è un concetto chiave per l'applicazione del principio dinon discriminazione esterna alle importazioni, perché solo se le merci straniere sono simili il loro trattamento ricade nella sfera della clausola della NPF. Se, invece, i prodotti stranieri non sono simili il loro trattamento differente è legittimo. Nessuna disposizione del GATT, tuttavia, dà una definizione del concetto di similarità, né indica in base a quali criteri essa debba essere valutata, perciò è necessario procedere all'accertamento caso per caso in relazione alle circostanze della fattispecie considerata. Secondo l'Organo d'appello la valutazione della similarità dei prodotti rientra su 4 fattori:

1. le caratteristiche fisiche dei prodotti; 2. i loro impieghi finali; 3. i gusti e le abitudini dei consumatori; 4. la classificazione tariffaria.

Nella maggior parte dei casi è stata data prevalenza al criterio della classificazione tariffaria, tuttavia, in alcuni casi, la valutazione si è fondata su una comparizione tra i prodotti.

1. La riduzione delle barriere tariffarie e i negoziati multilaterali

La clausola della NPF garantisce la parità di trattamento dei partner commerciali, ma non influisce sulle condizioni di accesso al mercato che dipendono dal grado di protezione stabilito da ciascun Membro attraverso barriere tariffarie, e non tariffarie, al commercio. Nel settore delle merci gli ostacoli tariffari consistono nei dazi doganali, la cui applicazione non è vietata, bensì è ammessa quale unico strumento di protezione dei mercati nazionali. L'art. XXVIII-bis GATT richiede l'impegno dei Membri a diminuire sostanzialmente la protezione doganale, mediante appositi negoziati condotti su: • principio di reciprocità: implica il raggiungimento di un bilanciamento

mutuamente soddisfacente tra le concessioni che ciascun Membro è disposto ad accordare e i vantaggi che riceve in contropartita dagli altri partner commerciali;

mutuo vantaggio. Oggetto di negoziazione possono essere la riduzione dei dazi all'importazione e all'esportazione, la non applicazione a determinate categorie di prodotti di dazi individuali o dazi medi superiori a uno specifico valore. Dal 1947 ad oggi si è avuta una radicale diminuzione della protezione tariffaria sui prodotti non agricoli, tuttavia, non sono distribuiti uniformemente tra i diversi settori merceologici e variano in ragione dei livelli di sviluppo dei partecipanti all’OMC.

L’ambito di applicazione del principio di reciprocità è costituito da: • Concessioni tariffarie: gli Stati si impegnano a realizzare diminuzioni delle rispettive

tariffe doganali di analoga entità in relazione ad un determinato prodotto o a determinate categorie di prodotti.

• Negoziati relativi alle rimozione delle barriere al commercio dei servizi ed alla proprietà intellettuale.

Le liste di concessioni L’art. II.1.a GATT stabilisce che nessuna parte contraente può applicare alle altre un trattamento meno favorevole rispetto a quello indicato nella propria lista di concessioni. Ad eccezione degli Stati dell'UE, che, aderendo a un'unione doganale, hanno una lista di concessioni comune, ciascun Membro ha un proprio elenco di impegni, che costituisce parte integrante del GATT (art. II.7 GATT). Ne deriva che le concessioni non sono frutto di un’iniziativa unilaterale, ma dell'accordo risultante dai negoziati tra ciascun Membro e le altre parti aderenti all’OMC. Gli impegni sono specificati in corrispondenza dei beni elencati, identificati mediante un codice una descrizione di classificazione delle merci.

La protezione degli impegni L’art. II.1.b GATT costituisce una specificazione riguardo la protezione degli impegni, stabilendo che, per ciascun prodotto indicato in una lista di concessioni, il dazio realmente applicato non può essere superiore a quello consolidato, ossia al valore massimo del dazio doganale che può essere riscosso sulle importazioni provenienti da altri Membri. Le parti sono tenute a riportare nelle liste di concessioni anche gli oneri diversi dai dazi doganali (es. sovrattasse aggiuntive, ai dazi ordinari, cauzioni per il deposito della merce) imposti sulle importazioni di merci beneficiarie di un dazio consolidato.

La modifica delle liste e le eccezioni Gli impegni stabiliti nelle liste di concessioni possono essere modificati o revocati previa accordo con ogni Membro con il quale una concessione sia stata negoziata in origine. Deve essere consultata anche ogni parte che abbia un interesse sostanziale al mantenimento della concessione. Se la modifica della concessione viene resa effettiva, in cambio vengono concordate concessioni compensative sul medesimo prodotto o in altri settori.

2. Il trattamento nazionale L'art. III GATT affronta il secondo aspetto del principio di non discriminazione, ossia il trattamento nazionale. Le merci straniere, dopo essere state importate dietro pagamento degli oneri applicabili alla frontiera, entrano nel territorio di destinazione e possono essere sottoposte a tasse. Il par. 1 vieta: • le misure che manifestamente discriminano tra merci importate e merci nazionali; • le misure che, pur essendo ugualmente applicabili ai prodotti stranieri e a quelli

locali, favoriscono di fatto i secondi.

Sono previste eccezioni alla clausola del trattamento nazionale: essa non si applica ai cosiddetti “acquisti pubblici”, ovvero i beni acquistati dagli enti governativi.

Il divieto di tasse interne discriminatorie o protezionistiche L’art. III.2 GATT riguarda le tasse o le altre imposizioni interne riscosse, direttamente o indirettamente, sulle merci provenienti da un altro Membro e si distinguono dai dazi e dagli altri oneri, in quanto non gravano sulle merci in attraversamento della frontiera, ma bensì in un'azione interna, quale distribuzione, la vendita, l'uso o il trasporto della merce e sono destinate a colpire anche i prodotti nazionali (es. imposta sul valore aggiunto, le accise). Le differenze di tassazione tra prodotti direttamente concorrenti o sostituibili tra loro sono ammissibili, ma la loro dimensione deve essere valutata caso per caso.

I prodotti simili e direttamente concorrenziali o sostitutivi ai sensi dell’art. III.2 GATT Per quanto concerne i prodotti simili, in base all’art. III.2 GATT, un bene importato e uno di produzione nazionale sono simili se il rapporto di concorrenzialità è elevato tanto da renderli quasi perfettamente sostituibili tra loro. In tal caso il loro trattamento fiscale deve risultare identico. Se, invece, essi sono prodotti direttamente concorrenziali, o sostituibili, la loro tassazione deve essere conforme all'art. III.2 GATT. Nella prassi la comparazione tra prodotti importati e nazionali è avvenuta in base agli stessi criteri ricorrenti in base all'art. I GATT, ma anche a ulteriori parametri, quali la coincidenza o la diversità dei canali di distribuzione dei prodotti importati e nazionali oppure la presenza di regolamentazioni interne sui prodotti considerati atte a indicare se i consumatori li percepiscono come simili o differenti.

Il divieto di regolamentazioni interne protezionistiche L’art. III.4 GATT concerne il divieto di regolamentazioni interne protezionistiche: ovvero ogni legge, regolamento o qualsiasi altra misura interna imputabile alle autorità pubbliche, capace di incidere sulla vendita, la messa in vendita, l'acquisto, il trasporto, la distribuzione e l'uso delle merci. La norma vieta che tali provvedimenti sottopongano i beni importati a un trattamento meno favorevole di quello riservato ai prodotti simili di origine nazionale. La disposizione può ricomprendere una vasta gamma di normative relative, per esempio, alle caratteristiche tecniche delle merci, ai requisiti di salute, di sicurezza e di tutela dell'ambiente e a ogni altro aspetto che influenzi le condizioni di vendita e la diffusione delle merci nel territorio di un Membro.

La nozione di prodotti simili ai sensi dell’art. III.4 GATT Quando la regolamentazione è applicabile indistintamente a merci importate e nazionali, la verifica tra i prodotti simili interessati con altri beni soggetti a un diverso trattamento è indispensabile per stabilire se essa sia compatibile o contraria all’art. III.4 GATT.

La comparazione tra i prodotti deve fondarsi sui criteri relativi agli art. I e III.2, nonché su qualunque altro elemento utile per accertare se esista un rapporto concorrenziale tra le merci considerate sul mercato dello Stato che abbia adottato la misura di cui si voglia valutare la legittimità. Nel caso EC – Asbestos, la legislazione francese vietava la produzione, la trasformazione, la vendita, l’importazione e il transito di fibre di amianto, in considerazione dell’elevato rischio cancerogeno dovuto a tale materiale, mentre il panel aveva sostenuto che le fibre di amianto e le fibre sostitutive fossero merci simili. Secondo l’Organo d’appello la tossicità dell’amianto costituisce un elemento intrinseco atto a distinguerle da quelle che ne sono prive. Di conseguenza le merci oggetto di comparazione non sono simili ai sensi dell’art. III.4 GATT e il loro diverso trattamento è legittimo.

3. Il divieto di restrizioni quantitative Diversamente dagli strumenti di natura tariffaria, le restrizioni quantitative hanno carattere discrezionale incontrollabile. Per questi motivi l'art. XI.1 GATT proibisce l'istituzione o il mantenimento di divieti o restrizioni all'importazione, o all'esportazione, mediante: • Contingenti: fissazione di un limite massimo della quantità o del valore di una

merce che può essere importata o esportata e possono essere globali oppure in quote, se viene specificata la ripartizione tra gli Stati;

Licenze: autorizzazioni all'importazione o all'esportazione di una merce concesse ai privati di volta in volta o automaticamente;

Altre misure: rientra nel campo d’applicazione della norma ogni tipo di provvedimento o azione, riconducibile a un'autorità pubblica, che renda più onerose o limiti l’importazione o l’esportazione della merce, in maniera da costituire un ostacolo, effettivo o potenziale, al commercio. Può trattarsi di provvedimenti volti alla fissazione di prezzi minimi per determinate merci, restrizioni volontarie alle esportazioni.

Le eccezioni al divieto Il divieto sancito dall’art. XI.1 GATT ammette alcune eccezioni: • restrizioni temporali all’esportazione in caso di penuria di prodotti alimentari o altri

beni essenziali (art. XI.2.a GATT); • restrizioni per l’attuazione di regolamenti nazionali concernenti materie tecniche

attinenti alla qualità dei prodotti e alla loro commercializzazione (art. XI.2.b GATT); • restrizioni a favore del settore agricolo (art. XI.2.c GATT); • restrizioni per la correzione degli squilibri della bilancia dei pagamenti (art.

XII GATT) concessa ai Membri la cui economia non consente che uno scarso livello di vita della popolazione o che si trovano ai primi stadi dello sviluppo.

Il ricorso a restrizioni quantitative deve avvenire nel rispetto del principio di non discriminazione (art. Xlll.1 GATT). Se una restrizione all'importazione non consiste in un divieto assoluto di accesso di una merce, l'art. XIII.2 GATT stabilisce che i Membri ripartiscano i quantitativi in modo da avvicinarsi il più possibile alla distribuzione che le controparti avrebbero diritto di attendersi. L'art. XIIl.4 GATT prevede una procedura di consultazione per l'aggiustamento della ripartizione delle quote o di ogni altra condizione di applicazione di una determinata restrizione. 3. La disciplina delle eccezioni e delle deroghe La disciplina delle eccezioni e delle deroghe contenuta negli artt. IX.3, IX.4, XIII dell'Accordo istitutivo dell’OMC, si applica anche agli Accordi commerciali multilaterali. Il GATT prevede, a sua volta, talune eccezioni:

• Alcune hanno una portata limitata in quanto consentono la deroga solo di specifiche disposizioni: per esempio il divieto di restrizioni quantitative o la clausola della NPF.

• Altre, previste dagli artt. XX e XXI GATT, hanno portata generale perché possono riguardare qualsiasi obbligo derivante dal GATT e consistere in ogni tipo di ostacolo al commercio.

4. Le eccezioni generali Per quanto riguarda le eccezione generali, l’art. XX GATT ammette misure incompatibili con gli obblighi del GATT per perseguire uno degli obiettivi indicati dalla disposizione (lett. a-j). Le parti sono autorizzate, pertanto, a dare priorità alle esigenze elencate rispetto alla liberalizzazione del commercio, laddove quest'ultima collida con le prime. Secondo l’Organo d’appello la valutazione della compatibilità di una misura restrittiva con l'art. XX GATT deve venire in due fasi: • la prima richiede di accertare se la misura rientri in una delle eccezioni previste e

soddisfi i requisiti ivi specificati; • solo in caso affermativo è necessario procedere alla seconda fase di verifica del

rispetto delle condizioni fissate nel preambolo.

La difesa della morale pubblica La prima delle finalità contemplate dall'art. XX GATT è la protezione della morale pubblica, la cui definizione non è precisata nella norma (lett. a). Secondo il panel nella controversia US – Gambling la morale pubblica si riferisce a modelli di condotta corretta o errata tenuti da una determinata comunità. La nozione può variare da un Membro a un altro in ragione dei valori sociali, culturali, etici e religiosi prevalenti, perciò a ciascuno deve essere riconosciuto un margine di discrezionalità. Una misura restrittiva deve contribuire alla tutela di un valore o di un interesse riconducibile alla morale pubblica del Membro che la ponga in essere, ma deve anche rivelarsi necessaria a tal fine. Per esempio è stato ritenuto necessario ai sensi della lett. a il regime europeo che vieta la vendita dei prodotti derivati dalle foche perché rispondente alle preoccupazioni di natura etica diffuse tra la società civile europea circa i metodi cruenti con cui sono cacciati tali animali.

La tutela della salute e dell’ambiente L’art. XX GATT consente la tutela della salute e dell’ambiente in deroga, se necessario, agli obblighi del GATT, laddove esse siano finalizzate alla tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o alla preservazione dei vegetali (lett. b). Questione controversa è se sia possibile ricondurre alla sfera della disposizione in esame solo misure restrittive volte alla tutela delle persone, degli animali o dei vegetali che ricadono nella giurisdizione del Membro che vi ricorra oppure se siano ammissibili misure aventi effetti extraterritoriali. Finora, la seconda ipotesi non è stata accolta. Le misure devono essere necessarie al perseguimento degli scopi voluti, fermo restando che ogni Membro è libero di stabilire il livello di protezione della salute e dell'ambiente che ritiene appropriato.

La conservazione delle risorse naturali esauribili Politiche in contrasto con gli obblighi del GATT possono essere giustificate anche in base all'art. XX GATT se finalizzate alla conservazione di risorse naturali, siano esse risorse finite o rinnovabili, ma a rischio di esaurimento (es. aria salubre, animali in via di estinzione, materie prime minerali) e per il quale non è richiesta la prova della loro necessità, ma è sufficiente l'esistenza di un legame, stretto e autentico, di causa e effetto tra la misura e il fine perseguito (lett. g).

Le misure sono ammissibili solo se applicate unitamente a provvedimenti relativi alla produzione o al consumo nazionali, che, seppur diversi, abbiano un effetto restrittivo equivalente sui beni locali e siano ugualmente mirati alla conservazione delle risorse protette.

Le altre eccezioni previste dall’art. XX Altre eccezioni sono previste dall’art. XX GATT per l'esecuzione di obblighi derivanti da accordi intergovernativi su un prodotto di base (lett. h) o per assicurare l'applicazione di normative, non incompatibili con il GATT, attinenti, per esempio, ai provvedimenti doganali, al mantenimento dei monopoli amministrativi o alla protezione di proprietà intellettuale. In ogni caso deve trattarsi di normative interne dello Stato che intenda far leva sulla disposizione per assicurare il rispetto. Le voci riguardanti restrizioni al commercio di prodotti specifici quali l'oro e l'argento (lett. c), i beni artistici, storici e archeologici (lett. f) e i prodotti di cui si verifichi una penuria generale o locale (lett. j).

Il preambolo Una misura adottata in virtù di una delle eccezioni previste all'art. XX GATT è legittima solo se conforme anche ai requisiti imposti dal Preambolo della disposizione, secondo cui una deroga non deve costituire una discriminazione arbitraria o ingiustificata tra Membri dove sussistano le stesse condizioni. Le misure adottate a titolo di eccezione non devono costituire forme di protezionismo mascherato, quindi, è necessario che siano applicate nel pieno rispetto delle condizioni poste dall’art. XX GATT.

5. Le eccezioni concernenti la sicurezza L’art. XXI GATT riguarda le eccezioni concernenti la sicurezza e può essere invocato a giustificazione di restrizioni al commercio volte a proteggere settori produttivi strategici per la difesa oppure di sanzioni commerciali nei confronti di un Membro ritenuto responsabile di violazioni del diritto internazionale. La norma consente di: • non divulgare informazioni sensibili per la sicurezza nazionale (lett. a); • adottare misure relative al commercio di materie fissili, di armi o di merci destinate

alle forze armate, oppure misure restrittive del commercio in caso di conflitto (lett. b);

• iniziative conformi agli impegni derivanti dalla Carta ONU (lett. c), seppur in deroga agli obblighi del GATT.

4. La posizione dei paesi in via di sviluppo Nell’Accordo istitutivo dell’OMC non sono previste disposizioni derogatorie a favore dei PVS, a eccezione dell’art. XI.2 che riconosce ai PMS la facoltà di assumere impegni e accordare concessioni solo nella misura in cui ciò sia compatibile con le loro esigenze di sviluppo e le loro capacità amministrative e istituzionali.

2.2. La clausola di abilitazione e le preferenze generalizzate La principale iniziativa in cui si sono tradotti i fini perseguiti con la Parte IV GATT è stata l'approvazione del sistema di preferenze generalizzate (SPG): un meccanismo che prevede la possibilità per uno Stato un gruppo di Stati di concedere, in virtù di un atto unilaterale, e su basi non reciproche, un trattamento preferenziale, di natura esclusivamente tariffaria, a determinate merci provenienti dai PVS, onde promuovere la crescita. Le preferenze in tal modo accordate si configurano come misure temporanee e non obbligatorie.

L’adozione di un SPG costituisce una deroga alla clausola della NPF, autorizzata in base all'art. XXV.5 GATT, dapprima in via temporanea, ma in seguito permanentemente, con la c.d. clausola di abilitazione. Ogni SPG si diversifica in funzione delle scelte del donatore circa i requisiti richiesti per concedere lo status di paesi beneficiari, le categorie di prodotti ammessi, nonché il trattamento tariffario accordato. Tuttavia, la clausola di abilitazione limita la libertà dei donatori stabilendo che le preferenze non devono essere discriminatorie e devono promuovere il commercio dei PVS, senza creare indebite difficoltà alle parti in base al trattamento della NPF.

5. Gli accordi doganali Gli ostacoli non tariffari sugli scambi di merci consistono anche in pratiche di per sé legittime, le quali possono avere ripercussioni negative sul commercio. Le procedure doganali e amministrative associate al passaggio delle merci alla frontiera possono ostacolare gli scambi. Gli accordi doganali mirano a uniformare e coordinare l'azione delle amministrazioni nazionali, in modo da favorire la prevedibilità degli oneri connessi a simili operazioni da parte dei soggetti interessati.

5.1. La valutazione delle merci in dogana L'imposizione dei dazi e di altri oneri può rivelarsi più o meno restrittiva degli scambi in funzione delle modalità di riscossione. La valutazione delle merci in dogana è guidata dall'Accordo sulla valutazione delle merci in dogana, che integra l'art. VII GATT, secondo cui il valore reale della merce importata non deve essere fondato sul valore di un prodotto d'origine nazionale e dovrebbe consistere nel prezzo al quale tale merce sia venduta o messa in vendita nell'ambito di operazioni commerciali normali, in condizioni di piena concorrenza. Tale valore corrisponde al prezzo effettivamente pagato o da pagare all'atto di vendita. 5.2. Le regole d’origine La determinazione delle regole d’origine di una merce importata è necessaria per stabilire il trattamento doganale. Se un prodotto è interamente ottenuto in un paese, l'identificazione dell'origine non solleva particolari difficoltà, mentre l’accertamento è complesso quando un prodotto è realizzato con materie prime di diversa provenienza e le fasi di lavorazione si svolgono in più Stati. In tal caso il paese di origine è di solito quello in cui è avvenuta l'ultima trasformazione sostanziale, tale da modificare il prodotto originale in uno nuovo. Esso può essere individuato in base a tre criteri distinti: 1. il cambiamento della voce tariffaria, secondo cui il paese d'origine è quello dove

il prodotto è stato sottoposto a una lavorazione che ha avuto l'effetto di modificare la nomenclatura;

2. il criterio del valore aggiunto, in base al quale un prodotto è originario del paese in cui ha acquisito una data percentuale del suo valore aggiunto;

3. il criterio per cui il paese d'origine è quello dove è avvenuta una specifica fase della lavorazione del prodotto.

Ogni Membro stabilisce liberamente le proprie regole, ma ciò può tradursi in comportamenti discriminatori o protezionistici. Obiettivo finale dell'Accordo è l'armonizzazione delle regole non preferenziali, necessaria all'applicazione delle misure commerciali.

6. Le licenze d’importazione, le ispezioni pre-imbarco e la facilitazione del commercio

Secondo l'Accordo sulle licenze d’importazione tutti i provvedimenti in materia devono essere amministrati in maniera non discriminatoria, oggettiva ed equa, per non

pregiudicare l'accesso a nuovi importatori e alle merci provenienti dai PVS. Le misure adottate devono essere prontamente pubblicate e notificate all’apposito Comitato, le procedure semplificate il più possibile e la documentazione richiesta limitata allo stesso indispensabile. Tra gli strumenti per la riduzione delle barriere non tariffarie rientra anche l'Accordo sulle ispezioni per-imbarco, che riguarda la pratica di affidare a enti privati i controlli sulle merci da spedire oltremare. La condotta di tali enti deve conformarsi alle pertinenti norme dell'OMC in materia di non discriminazione e trasparenza onde evitare trattamenti iniqui e ritardi nelle procedure. Alla categoria degli accordi doganali va ricondotto, infine, l’Accordo sulla facilitazione del commercio, che mira a semplificare le procedure relative agli scambi di merci integrando e rafforzando alcune disposizioni del GATT: l’art. X GATT sul principio di trasparenza, l’art. VIII GATT sugli oneri e le procedure connessi alle operazioni doganali e l’art. V GATT sul transito delle merci.

6. Le iniziative in materia di investimenti e concorrenza L’Accordo sulle misure relative agli investimenti che incidono sugli scambi commerciali (TRIMs) vuole impedire che i Membri adottino norme con effetti distorsivi sugli scambi di merci quando regolano gli investimenti effettuati sul proprio territorio o da parte di proprie imprese. Sono vietate misure contrarie agli artt. III e XI GATT, tra cui le TRIMs che impongono alle imprese l'acquisto o l'utilizzo di prodotti di origine nazionale quelle che limitano la possibilità di importare o impiegare prodotti di origine straniera o quelle che vietano l'esportazione di merci locali.

7. I settori soggetti a regimi speciali Alcuni settori merceologici sono oggetto di regole apposite in assenza di un consenso sufficiente tra i Membri circa la loro sottoposizione alla disciplina generale. Oltre al settore agricolo è tuttora sottratto alla sfera del GATT il commercio di aeromobilicivili e dei loro componenti. Anche i prodotti delle tecnologie dell'informazione sono soggetti a una disciplina speciale. Infine, in materia di commercio elettronico i Membri dell’OMC hanno convenuto di nuovo introdurre dazi doganali sulle trasmissioni elettroniche per favorire il pieno sviluppo delle opportunità commerciali offerte dalle nuove tecnologie.

- La disciplina delle misure di difesa commerciale -

1. I diversi tipi di misure di difesa commerciale Nell'ambito del diritto dell'OMC con l'espressione misure di difesa commerciale si descrive una serie di strumenti messi a disposizione dei Membri per reagire a quelle pratiche del commercio internazionale che potrebbero arrecare un pregiudizio alle loro industrie e imprese nazionali. L'obiettivo è stabilito da una procedura precisa che le autorità nazionali sono tenute a seguire per potervi far ricorso, nello specifico: le misure antidumping, le misure compensative e le misure di salvaguardia urgenti.

1.1. Le misure antidumping come reazione a una pratica sleale e distorsiva del commercio internazionale

Il dumping può essere definito come l'atto di chi introduce dei prodotti in un paese a un prezzo inferiore a quello che viene praticato nel mercato domestico del paese d'origine. Il diritto dell'OMC non vieta il dumping: • sia perché il ribasso del prezzo di un prodotto potrebbe rappresentare una legittima

scelta di strategia commerciale; • sia perché si tratta di una pratica decisa e attuata da soggetti privati, i quali

fuoriescono dall’ambito di applicazione delle regole del GATT che riguardano i soli governi.

Non potendo, dunque, proibire la pratica del dumping, il diritto dell'OMC si limita a consentire di reagire a tali importazioni attraverso apposite misure c.d. misureantidumping. L’obiettivo di queste misure è quello di proteggere l'industria nazionale caricando il prodotto importato di un dazio il cui valore è pari alla differenza tra il prezzo dall'importazione e quello applicato nel mercato domestico del paese esportatore (c.d. margine di dumping). Sotto questo punto di vista, non il dumping, di per sé non contrario agli obiettivi di economia di mercato, bensì proprio le misure antidumping realizzerebbero una restrizione del commercio internazionale. Di conseguenza, la preoccupazione del diritto dell’OMCè quella di limitare il ricorso da parte dei Membri a tali misure, per evitare che esse vengano applicate in maniera arbitraria e a fini protezionistici.

1. Le misure compensative come reazione all’erogazione di sovvenzioni pubbliche vietate

La concessione di sovvenzioni pubbliche alle imprese viene considerata dal diritto dell'OMC una pratica vietata, in quanto queste possono diventare troppo pericolose per la concorrenza internazionale e i loro effetti eccessivamente pregiudizievoli. Il diritto dell’OMC formula dunque dei divieti assoluti alla loro erogazione che si traducono nella possibilità per i Membri di ricorrere alle c.d. misure compensative: vale a dire misure (generalmente dazi doganali) il cui obiettivo è quello di innalzare artificialmente il prezzo del bene nel mercato domestico del paese importatore. Il meccanismo è simile a quello delle misure antidumping, cambia però la logica: • sia perché in questo caso si sta reagendo a misure colpite da un divieto esplicito; • sia perché la preoccupazione del diritto dell'OMC è quella di limitare più preciso modo

possibile la portata della sovvenzione.

2. Le misure di salvaguardia urgenti per far fronte a un aumento delle importazioni nel mercato domestico

Le c.d. misure di salvaguardia urgenti possono essere considerate misure di difesa commerciali «atipiche». A differenza delle misure antidumping e di quelle compensative, esse servono a rispondere a importazioni che non sono né sleali, né vietate, ma anzi vengono effettuate nelle normali condizioni di mercato. L’art. XIX del GATT stabilisce, infatti, che qualora uno dei Membri si trovi a fronteggiare un aumento delle importazioni tale da causare o minacciare di causare un grave pregiudizio ai produttori nazionali concorrenti, questo paese può adottare delle misure urgenti in deroga agli obblighi derivanti dall'Accordo. Tali misure sono state opportunamente assimilate a «valvole di sicurezza», creando una parentesi temporale caratterizzata da divieti all'importazione che permettano loro di avviare quei processi di adeguamento necessari per sostenere la concorrenza internazionale. 2. Il dumping e le misure antidumping

3.

1. L’art. VI del GATT 1947 e l’Accordo antidumping dell’OMC Le fonti normative in materia antidumping sono costituite dall'art. VI del GATT e dall'Accordo sull'applicazione dell'art. VI (c.d. Accordo Antidumping) stipulato al termine dell'Uruguay round, che definiscono il dumping come l'introduzione dei prodotti di un paese sul mercato in un altro paese a prezzo inferiore al loro valore normale. Il dumping non è vietato, ma viene condannato quando causa o minaccia di causare un pregiudizio importante a un’industria esistente di un Membro. Un Membro dell’OMC non è obbligato a dotarsi di una legislazione interna nella materia del dumping; tuttavia, se decide di farlo le misure antidumping potranno essere applicate soltanto nei casi previsti all'art. VI del GATT.

2. La determinazione del dumping Affinché il dumping sia condannabile e le misure antidumping possano essere adottate, è necessario una determinazione del dumping in base a tre condizioni:

1. Esistenza del dumping; 2. Pregiudizio per l’industria nazionale; 3. Nesso di causalità.

Calcolo del margine di dumping I criteri per il calcolo del margine di dumping sono fissati dall'art. 2 dell'Accordo e coincide con: • il c.d. prezzo all'esportazione, ovvero l'ammontare della differenza tra il prezzo con il

quale prodotto viene immesso nel mercato del paese importatore; • il c.d. valore normale, ovvero il prezzo al quale il prodotto viene venduto nel mercato

domestico del paese che lo sta esportando. L'operazione si articola in tre fasi: 1. Determinazione del valore normale:

Al fine di accertare il valore normale, gli Stati rincorrono un metodo consentito dall'Accordo denominato «valore normale costruito». Si tratta di ricostruire in maniera artificiale il valore normale del prodotto in base ai costi di produzione nel paese d'origine, maggiorati di un equo importo per le spese di vendita, le spese amministrative e un margine di profitto.

2. Determinazione del prezzo all'esportazione. Una volta accertato il valore normale, si procede alla determinazione del prezzo del bene all'esportazione: esso coincide con il prezzo che viene applicato al prodotto al suo ingresso nel mercato interno del paese importatore (vale a dire il prezzo della dogana). L’art. 2.3 dell'Accordo riconosce, tuttavia, che ci sono situazioni nelle quali il prezzo all'esportazione non esiste, oppure non sia attendibile. In questi casi è previsto il ricorso a metodi alternativi fondati: • sul prezzo al quale il prodotto importato è rivenduto per la prima volta a un

acquirente indipendente; oppure, se questo criterio non può essere applicato; • del prezzo ricavato sulla base di criteri che le autorità investigative ritengano

opportuni. 3. Comparazione tra valore normale e prezzo all'esportazione.

Una volta ricavati il prezzo all'esportazione del prodotto importato e il valore normale di un prodotto simile nel mercato domestico del paese esportatore, si procede a una comparazione tra due valori. L’art. 2.4 dell’Accordo stabilisce che il confronto deve essere fatto con riferimento allo stesso stadio commerciale e per vendite effettuate in date il più possibile ravvicinate.

Determinazione del pregiudizio per l’industria nazionale Gli artt. 3 e 4dell'Accordo dettano una serie di criteri per la determinazione del pregiudizio per l'industria nazionale. In particolare, l’art. 4 dell’Accordo definisce che cosa si debba intendere per industria nazionale, ovvero l'insieme dei produttori

nazionali di prodotti simili, o quelli tra essi la cui produzione complessiva rappresenta una quota preponderante della produzione nazionale totale dei prodotti. Questo ricorre in tre casi: 1. Pregiudizio materiale:

L'art. 3.2 dell’Accordo afferma che bisogna innanzitutto valutare se c'è stato un aumento considerevole delle impostazioni, sia in termini di quantità assoluta, sia relativamente alla produzione o al consumo domestico. A tal fine, l’art. 3.4 dell’Accordo elenca una serie di fattori di natura economica che le autorità investigative nazionali devono sempre considerare al fine di provare l'elemento del pregiudizio materiale.

2. Minaccia di pregiudizio materiale: L'art. 3.7 dell’Accordo detta i criteri, in particolare elenca quattro fattori economici rilevanti.

3. Ritardo sensibile nella creazione di un’industria nazionale. Questo caso non è direttamente affrontato dall'Accordo.

Dimostrazione del nesso causale Tra l’esistenza del dumping ed il pregiudizio per l'industria nazionale deve intercorrere un nesso casuale, i criteri per la determinazione sono dettati dall'art. 3.5 dell’Accordo.

3. La procedura di imposizione delle misure antidumping Gli art. 5 e 6 dell’Accordo disciplinano lo svolgimento delle procedure amministrative che le competenti autorità nazionali sono tenute a svolgere prima di imporre le misure antidumping.

Inizio dell’inchiesta • L’apertura di un’inchiesta antidumping avviene a seguito di una domanda scritta

presentata dall'industria nazionale interessata e, affinché venga aperta, è necessario che i produttori rappresentino almeno il 25% della produzione nazionale totale del prodotto simile a quello importato.

• All'interno della domanda devono essere fornite le prove relative all'esistenza del dumping, del pregiudizio e del nesso di causalità. È compito delle autorità investigative esaminare l'esattezza e l’adeguatezza degli elementi di prova addotti, per determinare se siano sufficienti a giustificare l'apertura di un'inchiesta.

• Se la decisione presa è quella di avviare l'inchiesta, le autorità devono darne immediata notifica al governo del paese esportatore interessato. Viceversa, le autorità investigative sono autorizzate a respingere la domanda (o a chiudere l’inchiesta) non appena siano convinte che gli elementi di prova addotti non sono sufficienti, e in ogni caso qualora: 1. il margine di dumping risulti minimo (inferiore al 2% del prezzo di esportazione);

oppure, 2. se il volume delle importazioni in regime di dumping da un determinato paese

rappresenta meno del 3% delle importazioni totali del prodotto simile al mercato domestico.

Svolgimento dell’inchiesta Una volta iniziata l’inchiesta, l'art. 6 dell'Accordo attribuisce a tutte le parti interessate importanti diritti processuali Qualora le parti si rifiutano di collaborare, oppure impediscono le indagini, le autorità investigative hanno diritto di assumere la loro decisione sulla base dei fatti disponibili.

4. Le misure antidumping L’Accordo prevede tre tipi di misure antidumping:

1. Misure provvisorie; 2. Impegni volontari; 3. Misure definitive.

Misure provvisorie Le misure provvisorie vengono applicate quando l'inchiesta non si è ancora conclusa ed il loro obiettivo è infatti quello di impedire che sia arrecato un pregiudizio nel corso dell'inchiesta (art. 7 dell’Accordo). Generalmente, esse consistono in un dazio provvisorio o in una garanzia (cauzione) di valore non superiore a quello del margine di dumping provvisoriamente stimato. Le misure provvisorie non possono restare in vigore per più di 4 mesi, oppure 6 mesi su richiesta di un numero significativo di esportatori.

Impegni volontari Per quanto concerne gli impegni volontari, la procedura può essere sospesa o chiusa, senza l’applicazione di misure provvisorie o definitive, qualora l'esportatore e le autorità investigative raggiungano un accordo con il quale il primo si impegna a rivedere i prezzi o a cessare le esportazione a prezzi di dumping (art. 8 dell’Accordo). Misure definitive Qualora, sulla base delle prove raccolte, le autorità investigative ritengano sussistere i tre requisiti materiali necessari (esistenza del dumping, pregiudizio per l’industria nazionale e il nesso di causalità) potranno decidere l'applicazione delle misure definitive, le cui regole sono fissate all'art. 9 dell'Accordo. • Innanzitutto, viene affermata la c.d. Lesser Duty Rule, per cui l'importo del dazio

dovrebbe, in linea di principio, essere inferiore al margine di dumping, se tale importo è comunque sufficiente a eliminare il pregiudizio per l'industria nazionale. Qualora ciò non sia possibile, l'ammontare del dazio deve essere proporzionato al margine di dumping, e in ogni caso non potrà mai superarlo.

• Una volta deciso l’ammontare, il dazio deve essere riscosso in maniera non discriminatoria, ovvero su tutte le importazioni di quel prodotto ritenute in regime di dumping e causa di pregiudizio, qualunque ne sia la provenienza.

• Le misure definitive possono restare in vigore solo per il periodo di tempo necessario a neutralizzare il pregiudizio, e in ogni caso per non più di 5 anni (c.d. sunset clause).

• Al termine di 5 anni, la misura cessa di produrre i suoi effetti, a meno che le autorità decidano che l'eliminazione del dazio provochi la prosecuzione o la reiterazione del dumping e del pregiudizio. In questo caso, le autorità potranno decidere la prosecuzione delle misure per un ulteriore periodo non superiore ai 5 anni (c.d. sunset review).

5. Le disposizioni a favore dei paesi in via di sviluppo L'art. 15 dell’Accordo prevede una serie di disposizioni a favore dei PVS e riconosce, in particolare, che prima di applicare dazi antidumping che possano pregiudicare gli interessi dei Membri in via di sviluppo, i paesi industrializzati devono esaminare la possibilità di soluzioni costruttive offerte dall'Accordo. 3. Le sovvenzioni pubbliche e le misure compensative Le sovvenzioni pubbliche alle imprese rappresentano uno degli strumenti più strategici dell’azione economica statale. Tali misure permettono ai governi di perseguire importanti obiettivi di politica economica e sociale (ad esempio, stimolare lo sviluppo, aiutare produzione in crisi, fronteggiare problemi occupazionali), tuttavia è evidente quanto queste abbiano un impatto distorsivo sulla libera concorrenza tra imprese, andando a danneggiare quelle imprese straniere produttrici di beni simili a quelli sovvenzionati.

2

1. Il regime giuridico delle sovvenzioni nel GATT 1947 e l’Accordo sulle sovvenzioni e le misure compensative dell’OMC

Le fonti normative in materia di sovvenzioni pubbliche sono contenute negli artt. VI e XVI GATT e all’interno dell'Accordo sulle sovvenzioni e le misure compensative stipulato al termine dell'Uruguay round: • L’art. VI GATT si limita ad attribuire agli Stati il diritto di applicare dazi compensativi

per neutralizzare il pregiudizio arrecato all'industria nazionale dalle importazioni di prodotti sovvenzionati.

• L’art. XVI GATT vieta, invece, le sovvenzioni all'esportazione di prodotti (non di base) che abbiano come conseguenza la vendita di tali prodotti a un prezzo inferiore a quello di prodotti simili nel mercato interno.

2. Definizione di sovvenzione L’art. 1 dell’Accordo fornisce innanzitutto una definizione di sovvenzione, ovvero un contributo finanziario da parte di un governo (o di un organismo pubblico) che conferisce un vantaggio: • il trasferimento diretto o potenziale di fondi o obbligazioni; • esenzioni, totali o parziali, di imposte altrimenti dovute; • qualsiasi contributo che abbia un impatto finanziario e venga realizzato mediante la

fornitura di merci o servizi diversi da infrastrutture generali.

Il requisito della specificità delle sovvenzioni L'Accordo trova tuttavia applicazione nei confronti delle sole sovvenzioni specifiche, ovvero quelle sovvenzioni che sono destinate: • individualmente a un’impresa o a gruppi di imprese; • individualmente a un settore o gruppi di settori di produzione; • a quelle sole imprese che sono ubicate in una determinata area geografica. Solo le sovvenzioni specifiche possono essere vietate o passibili di azione legale e dunque essere sottoposte alle misure compensative previste dall'Accordo.

Sovvenzioni vietate L’art. 3 dell’Accordo circoscrive con un divieto assoluto a due sole sovvenzioni vietate: 1. Sovvenzioni all'esportazione (de jure o de facto): ovvero quelle condizionate ai

risultati dell'esportazione. 2. Sovvenzioni condizionate l'uso preferenziale di merci nazionali (de jure o de

facto): ovvero quelle aventi l’effetto di favorire nel mercato interno la produzione nazionale a discapito dei prodotti esteri importati.

Sovvenzioni passibili di azione legale Le sovvenzioni passibili di azione legale non vengono colpite da un divieto esplicito e sono dunque lecite, ma possono essere contestate qualora causino effetti pregiudizievoli agli interessi degli altri Membri. L’art. 5 dell’Accordo contempla tre tipi di effetti pregiudizievoli: • danno all'industria nazionale di un altro Membro; • annullamento o la compromissione di vantaggi derivanti, direttamente o

indirettamente, ad altri Membri; • grave pregiudizio agli interessi di un altro Membro.

Sovvenzioni non passibili di azione legale Le sovvenzioni non passibili di azione legale sono sempre permesse. Fino al 31 dicembre 1999, rientravano in questa categoria le sovvenzioni destinate alla ricerca, all'assistenza alle regioni svantaggiate e alla conversione di determinate industrie ai nuovi criteri di protezione dell'ambiente. Non essendo stato però prorogato il termine di

5 anni, anche queste sovvenzioni, se specifiche, sono passibili di azione legale. Oggi, pertanto, la categoria delle sovvenzioni non passibili di azione legale si riduce alle sole sovvenzioni non specifiche.

3. Mezzi di tutela e misure compensative Ai Membri la cui industria nazionale ha subito un pregiudizio per effetto di importazioni sovvenzionate vietate o passibili di azione legale, il diritto dell’OMC mette a disposizione due possibili mezzi di tutela: 1. procedimento di tipo multilaterale, prevede la presentazione di un ricorso

davanti agli organi contenziosi dell’OMC; 2. procedimento di tipo unilaterale. Per quanto riguarda le sovvenzioni vietate, l'art. 4 dell’Accordo prevede: • Tempi della procedura dimezzati e la possibilità di chiedere l'assistenza di un Gruppo

permanente di esperti, le cui conclusioni sono vincolanti. • Qualora venga accertato che la misura in questione è una sovvenzione vietata, verrà

emessa una raccomandazione affinché il Membro provveda a revocarla. • Se l'obbligo non viene adempiuto, l'Organo di soluzione delle controversie può

autorizzare il Membro ricorrente all'adozione di adeguate contromisure. Per quanto riguarda, invece, le sovvenzioni passibili di azione legale, l'art. 7 dell’Accordo si limita a: • Prevedere tempi ridotti rispetto a quelli ordinari. • Non viene previsto l'intervento del Gruppo permanente di esperti. • Per quanto riguarda l'esito della procedura, anziché raccomandare la regola della

sovvenzione si può chiedere allo Stato di rimuovere gli effetti pregiudizievoli.

Le condizioni per l’imposizione delle misure compensative I Membri colpiti da importazioni sovvenzionate vietate o passibili di azione legale possono decidere di agire unilateralmente mediante una procedura di inchiesta nazionale il cui esito potrebbe sfociare nell'imposizione di misure compensative: vale a dire, dazi per controbilanciare l'ammontare della sovvenzione erogata. Ai fini dell'imposizione delle misure compensative, bisogna accertare l'esistenza di tre condizioni:

1. Esistenza di una sovvenzione al prodotto importato; 2. Pregiudizio per l'industria nazionale; 3. Nesso di causalità.

Lo svolgimento della procedura di inchiesta L’inizio e lo svolgimento della procedura di inchiesta sono analoghi a quelli previsti nell'Accordo Antidumping, così come i termini temporali della procedura. Cambiano i requisiti in presenza dei quali le autorità investigative nazionali sono autorizzate a respingere la domanda: • il margine minimo che si applica alle sovvenzioni è dell'1%; • il volume delle importazioni sovvenzionate al di sotto del quale si ritiene che si abbia

un pregiudizio di entità trascurabile viene fissato soltanto per i PVS (pari a 4% delle importazioni totale prodotto simile) e non per quelli industrializzati.

4. L’esito dellA procedura e l’imposizione delle misure compensative L'Accordo prevede tre tipi di misure compensative.

1. Misure provvisorie; 2. Impegni volontari; 3. Misure definitive.

Misure provvisorie

Per quanto riguarda le misure provvisorie, l'art. 17 dell’Accordo replica in maniera integrale quanto previsto per le misure provvisorie antidumping.

Impegni volontari Così come al caso del dumping, la procedura si sospende o viene chiusa senza l'applicazione di misure provvisorie e definitive all'atto dell'assunzione di impegni volontari da parte dello Stato convenuto (art. 18 dell’Accordo). A differenza del dumping, però, è previsto che tali impegni possano consistere non soltanto in una revisione dei prezzi che vada a neutralizzare il pregiudizio, ma anche nella decisione da parte del governo del paese esportatore di sopprimere o limitare la stessa sovvenzione.

Misure definitive Per quanto riguarda le misure definitive, l'art. 19 dell’Accordo replica in maniera integrale quanto previsto per le misure definitive antidumping.

5. Le disposizioni a favore dei paesi invia di sviluppo L'art. 27 dell’Accordo prevede una serie di disposizioni a favore dei PVS più sostanziali rispetto a quelle del dumping, riconoscendo il ruolo importante che queste possono rivestire nei loro programmi di sviluppo economico, e afferma che nei confronti dei PMS: • non si applica il divieto di sovvenzioni all’esportazione; • il divieto di sovvenzioni condizionate all'uso preferenziale di merci nazionali è coperto

da un’esenzione di 8 anni. Tutti gli altri PVS godono di esenzioni temporali più limitate (8 anni per le sovvenzioni all’esportazione e 5 anni per quelle condizionate all'uso preferenziale di merci nazionali). Qualora tali paesi siano diventati competitivi, le deroghe appena esposte vengono subordinate a un impegno di graduale rimozione delle sovvenzioni.

4. Le MISURE DI SALVAGUARDIA URGENTI Nel contesto del sistema GATT/OMC, le misure di salvaguardia urgenti rappresentano una «valvola di sicurezza» che permette ai Membri di proteggere legittimamente quelle imprese nazionali che non riescono a competere efficacemente con le importazioni estere.

5. 1. Il regime giuridico delle misure di salvaguardia urgenti nel GATT 1947 e

l’Accordo sulle salvaguardia dell’OMC Le fonti normative in materia di misure di salvaguardia è descritto nell'art. XIX GATT e all'interno dell'Accordo sulle misure di salvaguardia stipulato al termine dell'Uruguay round. A causa dell'indeterminatezza (sia sostanziale che procedurale) di molte delle regole, la prassi applicativa di tale disposizione fu particolarmente difficoltosa, in particolar modo per il frequente ricorso da parte di molti Membri a una serie di misure (c.d. misure della zona grigia) che mediante l'imposizione di limitazioni volontarie all’esportazione permettevano di aggirare le condizioni fissate dall'art. XIX GATT.

2. I requisiti richiesti per il ricorso alle misure di salvaguardia Ai fini dell'applicazione delle misure di salvaguardia, bisogna accertare l'esistenza di tre condizioni:

1. Aumento delle importazioni; 2. Pregiudizio significativo; 3. Nesso di casualità.

L’aumento delle importazioni L'art. 2.1 dell’Accordo stabilisce che vi deve essere un aumento delle importazioni in quantità talmente elevate da provocare o minacciare di provocare un pregiudizio significativo. In particolare, l'aumento può essere di due tipi: • assoluto (per volume di tonnellate o unità di prodotto importato); • relativo (in relazione alla produzione domestica di prodotti simili). L'art. XIX GATT prevede, poi, un ulteriore requisito: tale aumento deve avvenire in base all'evoluzione imprevista delle circostanze, ovvero alla presenza di sviluppi inaspettati nel momento in cui erano state negoziate le rilevanti concessioni tariffarie.

Il pregiudizio significativo A differenza di quanto avviene nell’Accordo Antidumping e in quello sulle sovvenzioni pubbliche e le misure compensative, l'art. 4 dell'Accordo sulle misure di salvaguardia, definisce precisamente il requisito del pregiudizio per il quale viene richiesta la prova di un pregiudizio grave, ovvero di un pregiudizio significativo per l’industria nazionale. Il motivo di questo inasprimento è facilmente comprensibile, laddove si consideri che le misure di salvaguardia servono a contrastare flussi di importazioni che avvengono nelle normali condizioni di mercato (e non in conseguenza di pratiche illecite, ancorché non vietate, come il dumping, o esplicitamente proibite, come le sovvenzioni).

Il nesso di causalità La dimostrazione del nesso di causalità richiede una reale e sostanziale relazione di causa ed effetto tra aumento delle importazioni e pregiudizio significativo.

3. La procedura di inchiesta e l’applicazione delle misure di salvaguardia L’art. 3 dell'Accordo detta i principi fondamentali riguardo la procedura di inchiesta che, tuttavia, ricalca il modello previsto per le inchieste antidumping e sulle misure compensative. L'applicazione delle misure di salvaguardia è subordinata all'esito positivo della procedura d’inchiesta che le autorità investigative nazionali devono condurre.

4. Caratteristiche delle misure di salvaguarda Alla luce del loro obiettivo, le misure di salvaguardia consistono: • applicazione di undazio doganale; • imposizione di una restrizione quantitativa. A differenza di quanto avviene per le misure antidumping e le misure compensative, nulla vieta ai Membri di ricorrere anche a misure diverse qualora esse siano ritenute più opportune per il raggiungimento degli obiettivi previsti.

Durata Le misure salvaguardia possono restare in vigore solo per il tempo necessario a impedire o neutralizzare il pregiudizio, e in ogni caso per non più non più di 4 anni (c.d. sunset clause). La proroga della misura oltre i 4 anni è possibile in due casi: 1. qualora la misura continui a essere necessaria per impedire un pregiudizio

significativo o per neutralizzarlo; 2. se viene dimostrato che l'industria nazionale è in una fase di adeguamento

strutturale. In nessun caso la misura potrà eccedere gli 8 anni (10 anni per i PVS). Non discriminazione

Le misure di salvaguardia devono essere applicate a un prodotto importato indipendentemente dalla sua origine, secondo un principio di non discriminazione. Questo significa che: • Se si tratta di un dazio, questo deve essere esteso alle importazioni di prodotti simili

o direttamente concorrenziali da tutti i Membri dell’OMC. • Se, invece, si tratta di una restrizione quantitativa, le quote vanno ripartite in

maniera proporzionale tra le importazioni da tutti i Membri fornitori del prodotto in questione. A questa regola sono previste due eccezioni: • adozione selettiva di misure salvaguardia (sotto forma di restrizioni quantitative)

quando le importazioni provenienti da determinati Membri sono aumentate in percentuale sproporzionata rispetto all'incremento totale delle importazioni del prodotto;

• non colpire le importazioni dai PVS qualora esse stiano sotto una soglia minima pari al 3% delle importazioni totali di quel prodotto.

Non gratuità e obbligo di compensazione La caratteristica delle misure di salvaguardia come protezione dell'industria domestica è il fatto che tali misure non sono gratuite in quanto il Membro che le applica è sottoposto ad un obbligato di compensazione versi gli Stati colpiti dagli effetti negativi della misura sui rispettivi scambi. Per fare questo: • L’Accordo stabilisce che lo svolgimento dell’inchiesta e l'eventuale applicazione delle

misure di salvaguardia sono in ogni caso subordinate allo svolgimento di consultazioni preliminari con i paesi colpiti dalla misura.

• Queste consultazioni dovrebbero consentire ai Membri interessati di condurre un esame approfondito delle informazioni fornite e di scambiarsi opinioni sulla misura da attuare in modo tale da facilitare il raggiungimento di un accordo sui modi per mantenere le reciproche concessioni e gli altri obblighi a un livello sostanzialmente equivalente a quello vigente prima dell'adozione delle misure.

Le misure di salvaguardia provvisorie In presenza di circostanze critiche, l'art. 6 dell’Accordo permette ai Membri di adottare misure di salvaguardia provvisorie, a condizione che ci sia stata una determinazione preliminare sul fatto che l'aumento delle importazioni abbia causato (o minacci di causare) un pregiudizio significativo. Queste misure posso restare in vigore per un periodo massimo di 200 giorni e possono consistere soltanto in aumenti tariffari.

5. Le prospettive di riforma in base agli attuali negoziati della doha development agenda

Il trattamento delle misure di difesa commerciale all'interno del Doha Development Agenda non è uniforme. Mentre per il dumping e le sovvenzioni è stato infatti aperto uno specifico capitolo dei negoziati, il cui obiettivo è quello di chiarire e migliorare i rispettivi regimi giuridici, le misure di salvaguardia non sono state inserite nell'agenda. Per quanto riguarda il dumping e le sovvenzioni, tali negoziati sembrano concentrarsi su una più precisa definizione dei concetti e delle procedure accolte nei due accordi, con l'obiettivo di limitare ricorso da parte dei Membri a misure antidumping e misure compensative. Tuttavia, le divisioni tre i Membri appaiono ancora evidenti.

- La disciplina delle misure NON TARIFFARIE -

1. L’ACCORDO SPS e l’accordo tbt: origine e principi comuni Con la progressiva riduzione degli ostacoli tariffari, l'eliminazione delle misure non tariffarie ha acquisito un’importanza crescente. Una misura non tariffaria può essere definita come qualsiasi misura o pratica diversa dall'imposizione di dazi tariffari che, indipendentemente dalla propria origine (pubblica o privata), abbia come oggetto o come effetto quello di ostacolare l'accesso dei prodotti di origine straniera a un determinato mercato nazionale, allo stadio dell'importazione o della commercializzazione. Tali misure possono assumere la forma di norme adottate dagli Stati al fine di perseguire obiettivi (in primo luogo la protezione della vita e della salute umana) normalmente rientranti nella propria competenza, ma suscettibili di costruire ostacoli alla libera circolazione delle merci, in ragione dei requisiti che esse impongono sui prodotti e che quindi possono avere come effetto quello di aumentare i costi dei produttori stranieri rispetto a quelli dei produttori nazionali.

1.1. Il tokyo round e la progressiva eliminazione delle misure non tariffarie La volontà di ridurre gli ostacoli non tariffari alla libera circolazione delle merci ha condotto all'adozione, nel corso del Tokyo round, dello Standards Code. Tale accordo comprendeva sia le misure sanitarie, sia le norme tecniche, disciplinandone l’adozione, la preparazione e applicazione delle norme. Tuttavia, la rilevanza rimase però limitata, in quanto esso fu ratificato da soli 39 Stati.

1.2. L’uruguay round e il passaggio dall’integrazione «negativa» all’applicazione di standard comuni

A questa debolezza, l'Uruguay round contrappose un sistema che: • da un lato, elimina la frammentarietà; • dall'altro, suddivide la materia in due accordi distinti:

Accordo sulle Misure Sanitarie e Fitosanitarie (SPS: Sanitary and Phitosanitary Measures);

Accordo sugli Ostacoli Tecnici agli Scambi (TBT: Technical Barriers to Trade). L'aspetto principale che caratterizza questi accordi è costituito dalla forte rilevanza che essi assegnano a misure di integrazione «positiva» rispetto a quella «negativa» incarnata nel GATT. Quest'ultimo, infatti, si fondava sul perseguimento della liberalizzazione degli scambi attraverso l'eliminazione delle misure nazionali discriminatorie, realizzato, a sua volta, tramite l'applicazione dei principi di trattamento nazionale e della nazione più favorita. Gli Accordi SPS e TBT introducono un forte elemento di discontinuità rispetto a tale modello attraverso un processo di armonizzazione, intesa come adesione degli Stati alle medesime regole sostanziali. Questo tipo di integrazione viene principalmente

perseguita tramite l'estensione a tutti i Membri delle norme elaborate dagli organismi internazionali di standardizzazione.

2. L’accordo SPS

1.3. Principi generali L’Accordo SPS si fonda, al pari dell’Accordo TBT, sul principio di non discriminazione. Tuttavia, esso presenta una propria specificità, costituita dall’esigenza della valutazione del rischio delle misure SPS.

Campo di applicazione dell’Accordo SPS L’art. 1 dell’Accordo SPS stabilisce che questo si applichi a tutte le misure sanitarie e fitosanitarie che possono, direttamente o indirettamente, incidere sugli scambi internazionali.

Le misure vengono definite in base a tre diversi fattori: • Scopo perseguito: varia in funzione del tipo di rischio che la misura intende

prevenire in relazione alla tutela della vita e della salute umana, animale e vegetale: a) rischi derivanti dalla diffusione di parassiti o organismi portatori di malattie; b) rischi legati all'uso di additivi o contaminanti contenuti nel cibo o nei mangimi; c) rischi causati da malattie trasmesse da piante o da animali; d) danno causato dalla diffusione di malattie all'interno del territorio di uno dei

Membri. • Forma giuridica e sua natura: sono «leggi, decreti, regolamentazioni, requisiti e

procedure» concernenti ad esempio, l’ispezione, la certificazione, i metodi per la valutazione del rischio, l’etichettatura o il confezionamento dei prodotti. Diversamente da quanto accade nel caso dell’Accordo TBT, non esiste alcuna distinzione fra misure vincolanti e non: le misure che rientrano nell'ambito di applicazione dell'Accordo sono infatti considerate vincolanti.

Autonomia nella determinazione del livello appropriato di protezione I Membri godono di autonomia nelladeterminazione del livello appropriato di protezione della vita e della salute umana, animale e vegetale, tenendo tuttavia in considerazione l'obiettivo di ridurre al minimo gli effetti negativi sugli scambi.

Non discriminazione, necessità e coerenza Le misure SPS sono soggette a: • Principio di non discriminazione: impone ai Membri di utilizzare misure che non

comportano una discriminazione arbitraria o ingiustificabile verso i Membri in cui prevalgono condizioni simili e che non devono costituire una restrizione dissimulata agli scambi.

Requisito di necessità: stabilisce che, nell’adottare le misure tese al perseguimento del proprio livello di protezione, i Membri assicurino che esse non siano più restrittive del necessario al fine di raggiungere tale livello, tenendo in considerazione la fattibilità tecnica ed economica.

Requisito di coerenza: i Membri dovranno evitare distinzioni arbitrarie o ingiustificate nei livelli considerati adeguati nelle diverse situazioni, qualora tali distinzioni risultino in atteggiamenti discriminatori. Tale principio si riferisce non alle misure in sé, ma al livello di protezione scelto, e quindi è necessario che i Membri si conformino all'obbligo di stabilire il proprio livello di protezione, il quale non deve essere definito dagli organi giurisdizionali.

Valutazione del rischio e approccio precauzionale

La necessità di un fondamento scientifico delle misure sanitarie e fitosanitarie prescrive in primo luogo che le misure siano «fondate» su una valutazione del rischio. Quest'ultima include: • da un lato, la valutazione degli effetti potenziali sulla vita e sulla salute umana e

animale, di agenti patogeni contenuti all'interno di alimenti e mangimi; • dall'altro, la probabilità della diffusione di epidemie all'interno dei Membri. Uno dei principali problemi sollevati da questa disposizione consiste nella determinazione di quale fondamento scientifico minimo le misure debbano comunque presentare al fine di rispettare il generale requisito di scientificità.

1. Armonizzazione Uno dei principali elementi che caratterizzano l'Accordo SPS – e che lo accomunano all’Accordo TBT – risiede nel ruolo riservato agli standard internazionali come mezzo per perseguire l'armonizzazione, definita come l'istituzione, il riconoscimento e l'applicazione di misure sanitarie comuni da parte di diversi Membri: • Preambolo dell’AccordoSPS pone al primo posto il riconoscimento della sovranità

regolamentare: l'utilizzo di standard internazionali è funzionale allo scopo di evitare restrizioni non necessarie gli scambi.

Preambolo dell’Accordo TBT assegna priorità agli effetti positivi che la normalizzazione internazionale può esercitare sull'economia: gli standard acquistano una rilevanza particolare alla luce di un approccio «utilitarista» teso a valorizzare le loro ricadute economiche.

Questo obiettivo viene perseguito attraverso un sistema di obblighi e incentivi all'adozione della normativa internazionale.

Il ruolo di standard, linee guida e raccomandazioni internazionali L’art. 3 dell'Accordo SPS stabilisce l'obbligo per i Membri di «fondare» le misure su standard, linee guida e raccomandazioni internazionali.

La relazione fra Accordo SPS e organismi internazionali di normalizzazione Nell’Accordo gli organismi internazionali di normalizzazione non sono stati definiti con precisione, l'unico dato certo concerne la posizione di preminenza riservata a tre organizzazioni internazionali, per le quali il Comitato SPS ha attribuito loro la posizione di osservatore permanente, e definite le «tre sorelle»: • Commissione del Codex Alimentarius (Codex); • Ufficio internazionale delle epizoozie (OIE); • Segretariato della Convenzione internazionale per la difesa dei vegetali (IPPC).

La definizione di norma internazionale e i problemi legati alla normalizzazione privata L’Accordo SPS non fornisce alcun elemento sostanziale rispetto a che cosa debba intendersi per standard, linee guida o raccomandazioni. In assenza di una definizione di norma internazionale, l'art. 12 dell'Accordo SPS prevede che il Comitato SPS sviluppi una procedura finalizzata al monitoraggio del processo di armonizzazione internazionale. Sulla base di una lista di nomi rilevanti (Codex, OIE e IPPC), il Comitato elabora una lista di standard, linee guida e raccomandazioni aventi un’incidenza maggiore sugli scambi. La procedura di monitoraggio ha, tuttavia, suscitato numerose preoccupazioni da parte dei Membri. Un aspetto specifico del problema è costituito dall'utilizzo da parte dei Membri di norme volontarie elaborate da entità private. L’Accordo non stabilisce formalmente – né esclude – che le norme private rientrino nel proprio ambito di applicazione. Ciò ha fatto sorgere l'esigenza di una definizione operativa per la quale sono stati incaricati dal Comitato, Cina e Nuova Zelanda di formulare una proposta.

commenti (2)
Riassunto molto utile per ripassare in preparazione dell'esame di Diritto Internazionale degli Scambi e della proprietà intellettuale
fatto molto bene, utile soprattutto per chi sostiene l'esame con la lupone
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 69 totali
Scarica il documento