L'ULTIMO ARRIVATO-tesina originale per l'esame di maturità
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sofia-alario26 novembre 2017

L'ULTIMO ARRIVATO-tesina originale per l'esame di maturità

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Tesina di maturità che collega il libro di un autore contemporaneo (l'Ultimo arrivato di Marco Balzano) a tematiche quali il verismo, l'immigrazione da Sud a Nord Italia e i Gastarbeiter
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L’ULTIMO ARRIVATO

SOFIA ALARIO - Esame di Stato A.S. 2015/2016 Pagina 1

I.T.C.S. PRIMO LEVI

LICEO LINGUISTICO

CLASSE 5ᵅ A

“Anche io sono straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch’io sento che le ragioni non esistono e che quelle poche che si

possono trovare le so spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono.”

SOFIA ALARIO

ESAME DI STATO ANNO SCOLASTICO 2015/2016

L’ULTIMO ARRIVATO

SOFIA ALARIO - Esame di Stato A.S. 2015/2016 Pagina 2

L’ULTIMO ARRIVATOMarco Balzano – Palermo: Sellerio, 2014

’L‘ultimo arrivato‘ è un romanzo dell’autore milanese Marco Balzano, pubblicato nel 2014 e vincitore del premio Campiello dell’anno successivo. La vicenda è narrata attraverso gli occhi del protagonista, Ninetto Giacalone detto ‘Pelleossa’, il quale nel 1959 (ad appena nove anni), abbandona il paese natale per recarsi a Milano con la speranza di costruirsi una vita migliore. Lascia a San Cono, il piccolo villaggio della provincia catanese dov’era cresciuto, la madre malata ed il padre burbero, il quale é però consapevole che il settentrione avrebbe potuto garantire maggiori opportunità al figlio. Ninetto interrompe gli studi a malincuore, infatti deve dire addio sia ai compagni di scorribande che al maestro Vincenzo, descritto come ‘dirimpettaio’ dal protagonista, il quale gli ha trasmesso la passione per la poesia e l’interesse per la cultura. Ninetto parte con un compaesano, Giuvà, che promette di provvedere alla sua incolumità, assicurandogli vitto e alloggio presso un parente. Tuttavia nel corso del romanzo, questi si rivela un buono a nulla che lo abbandona in mezzo alle insidie del capoluogo milanese. Di fronte a lui si palesa un nuovo mondo, da una parte pieno di adulti pronti ad approfittarsi della sua giovane età, ma che dall’altra gli permette di imparare a cavarsela da solo. Egli comincia la propria carriera lavorativa come galoppino, meglio noto come ‘ragazzo delle consegne‘ per diventare poi muratore qualche anno più tardi. In questo periodo conosce anche l’amore della sua vita, Maddalena, che sposerà a San Cono a soli 15 anni e con la quale avrà un rapporto particolarmente possessivo. Nel frattempo viene assunto in fabbrica; questo impiego avrebbe dovuto assicuragli benessere economico e maggiore sicurezza rispetto ai lavori in nero, invece finisce per imprigionarlo in una monotona routine che annienta l’individualità di ciascun operaio. Unica nota positiva degli anni trascorsi prestando servizio presso l’Alfa Romeo di Arese, è la nascita della figlia Elisa, con la quale però non riesce a costruire un rapporto solido a causa della mancanza di dialogo. É poi un gesto, un errore fatale a sconvolgere questo precario equilibrio; Ninetto pugnala per errore il compagno della figlia e, a causa di ciò, è condannato a trascorrere dieci anni in carcere. Lì decide di far parlare il silenzio che aveva dentro, raccontandosi la storia della sua vita, ma si chiude sempre più in se stesso. Quando esce tutto si è trasformato, la fabbrica dell’Alfa per cui ha lavorato 32 anni ha chiuso i battenti ed egli non riesce più a trovare un impiego. Nonostante ciò, passeggiando tra le viuzze più nascoste di Milano, richiama alla mente i ricordi della sua infanzia felice. Stringe amicizia con degli extracomunitari, i nuovi ultimi arrivati e decide di trascorrere pigramente i propri pomeriggi al parco, di fronte all’appartamento di Elisa per vedere da lontano lei e la nipotina, che gli avevano impedito di conoscere a causa dell’orribile gesto che l’aveva condannato alla reclusione. Già mentre si trovava in cella, Ninetto immagina di poter ripartire da lei, la vede come uno scrigno nel quale depositare la propria storia, una storia che sentiva l’urgenza di raccontare. Alla fine del romanzo al protagonista è concesso di trascorrere un pomeriggio con la piccola Lisa e di conseguenza lui decide di portarla a vedere i luoghi, presso i quali aveva trascorso i primi anni a Milano, per trasmetterle la propria esperienza.

L’ULTIMO ARRIVATO

SOFIA ALARIO - Esame di Stato A.S. 2015/2016 Pagina 3

ITALIANO - Analogie e differenze col verismo

Giovanni Verga - biografia Giovanni Verga nasce nel 1840 a Catania (o a Vizzini) da genitori borghesi. Autore di numerosi romanzi, raccolte di novelle ed opere teatrali, è il massimo esponente del verismo italiano. Tuttavia la sua opera non è omogenea e l’adesione alla poetica verista non è immediata. Nella prima fase della produzione (1866-1975), di solito definita ‘mondana’, rientrano ‘Una peccatrice’, ‘Eros’ e ‘Tigre reale’, romanzi d’intrattenimento destinati ad un pubblico borghese. La seconda e maggiore fase della produzione verghiana invece, trova le sue radici nella fine degli anni Settanta (con la pubblicazione della novella ‘Rosso Malpelo’ del 1878) per poi occupare

tutto il decennio successivo. Infatti pubblica: la raccolta ‘Vita dei Campi’ nel 1880, ‘I Malavoglia’ nel 1881 e, dopo le ‘Novelle rusticane’ del 1883, il ‘Mastro-don Gesualdo’ del 1890. La differenza tra i due periodi è riscontrabile a partire dalle tematiche e dai soggetti: i protagonisti non sono più ricchi borghesi e la loro vita di sfarzi, ma gli umili delle campagne siciliane e le loro vicissitudini. Tuttavia la novità sostanziale si trova nel cambiamento radicale della poetica dell’autore, il quale, ispirato dl naturalismo francese, adotta nuovi tecniche narrative e stilistiche che diventeranno i canoni del verismo. Si dibatte ancora sul perché del drastico cambiamento, ma l’ipotesi più accreditata è quella di una probabile esigenza letteraria dello scrittore, che decide di impegnarsi a sperimentare una narrazione oggettiva, realistica scientifica e impersonale. Ad ogni modola rappresentazione che dà del mondo, della sua fatalità e la sfiducia nell’agire umano riflettono la sua mentalità conservatrice, derivata probabilmente dallo scarso dinamismo del tessuto sociale e dall’arretratezza socio-economica del meridione. Mentre i contemporanei celebrano il progresso, Verga rivolge la propria attenzione ai ‘vinti’, alla loro smania di cambiamento e alla lotta per il successo e dei quali non ipotizza mai un esito positivo. Il suo pessimismo può quindi essere definito sociale e si basa sulla convinzione dell’impossibilità di un cambiamento. Muore nel 1922 dopo un lungo silenzio letterario.

Dare voce agli umili

Le analogie col verismo sono riscontrabili in gran parte del romanzo di Marco Balzano. Per esempio, esso condivide con la novella verghiana ‘Rosso Malpelo’ il riferimento ad un dato statistico. Se Verga si ispira all’inchiesta di Franchetti e Sonnino, che contiene precise indicazioni sul lavoro minorile,ne ‘L’ultimo arrivato’ il soggetto della denuncia sociale è un fenomeno poco noto, ovvero l’emigrazione infantile; si calcola infatti che 150.000 bambini tra il 1959 e il 1962 migrarono dal meridione verso triangolo industriale o altre mete estere, come conseguenza del boom economico. Balzano infatti dichiara che, una volta venuto a conoscenza di tale realtà, ha ritenuto necessario raccontare lastoria di quei bambini, i quali per troppo tempo, erano stati sommersi dal silenzio e ai quali i media di allora e di oggi non hanno mai dato spazio. Egli ha sentito il bisogno di dare una voce ai ‘poveri cristi‘, quelli che la storia l’hanno fatta, ma dei quali non si fa cenno nei libri.

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SOFIA ALARIO - Esame di Stato A.S. 2015/2016 Pagina 4

“[…] la fatica dei poveri cristi non lascia mai traccia. Non ne rimane testimonianza nemmeno nei libri di scuola, dove si legge soltanto del re e la regina.” [Ninetto, capitolo dieci]

Tuttavia, dato che secondo Balzano l’arte non ha bisogno di servire la cronaca, lo scopo del romanzo non è solo presentare l’emigrazione come un dato statistico, bensì sottolineare il suo vero significato. Essa infatti non è altro che la conseguenza delbisogno umano di scappare dalla miseriapercercare la felicità.“[…] e disse che a Milano potevo essere felice. Disse proprio felice e ricordo che la parola mi sembrò come i pantaloni per la campagna. Grande e male adatta.” [Ninetto, capitolo tre]

Il racconto diviene una sorta di lente d’ingrandimento per comprendere la realtà attuale; i fatti sono filtrati attraverso una vicenda personale che non esclude la possibilità di un incontro tra gli immigrati di ieri e di oggi che supera le barriere della diffidenza e dei pregiudizi.

Verga rivolge la stessa attenzione agli umili del proprio tempo, lo scopo della sua opera è infatti quello di rendere consapevole l’uomo borghese delle condizioni di vita di coloro che vivono sullo sfondo, poiché egli ritiene che anche ciò che accade ai margini della società meriti di essere raccontato. Leggendo ‘Fantasticheria’ (novella della raccolta ‘Vita dei Campi’) e in particolare il passo riportato di seguito, appare chiaro che l’intenzione dell’autore è quella di aprire gli occhi dei propri contemporanei, invitandoli ad osservare la realtà dei piccoli, senza pretendere di modificarla o migliorarla.

“[…] ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi

aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto

l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole

cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio

anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall'altro lato

del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi

divertirà.” [Verga G., Fantasticheria da Vita dei Campi, Milano, Treves, 1880]

Si può quindi affermare l’obiettivo dell’autore sia descrivere la verità documentaria di un soggetto studiatodal vero.

La denuncia della realtà sociale

La realtà che fa da sfondo all‘inizio del romanzo di Balzano è quella della Sicilia più povera , che, nonostante sia trascorso un secolo, non si è discostata molto dalla rappresentazione che ne aveva dato Verga. “Nel tempo però ho realizzato che a San Cono seguivamo tutti la stessa dieta e allora mi sono messo l’anima in pace. Un’acciuga? E un’acciuga sia!” [Ninetto, capitolo uno]

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Già dopo l’unificazione infatti, la società siciliana sembra essere essa stessa in distruzione; molteplici fattori contribuiscono a rendere ardua la vita nel meridione, come l’anacronistica presenza di latifondi e quindi di un’economia a carattere feudale, la mancanza di industrie (quelle borboniche erano state chiuse) e i commerci antiquati, senza contare la ferrea distinzione tra le classi e il gran numero di

tradizioni e superstizioni popolari. Tutto ciò vanifica, anche il più piccolo tentativo di rinascita che comunque nessuno mette in opera. Ciascuno è abbandonato a se stesso, immobile in una società inerte. I problemi sono quasi insormontabili, primo fra tutti l’incomprensione linguistica tra Nord e Sud dovuta all’analfabetismo di massa e alla carenza di una lingua unitaria popolare, essendo l’italiano appannaggio delle classi più elevate. Il fenomeno storico, guidato dalla politica del momento, accelera dunque la disintegrazione economica del Sud, dove gli abitanti, attanagliati dalla miseria, si dibattono; non resta ad essi che la fuga come ultimo tentativo di costruirsi una vita migliore.

Il capostipite del verismo, nonostante guardi la propria terra, la Sicilia, con amorosa simpatia e pietosa partecipazione, denuncia, in tutta la sua desolazione, la vita di stenti dei vinti annegati in una società frammentata a causa delle differenze sociali ferree in cui è necessario lottare per sopravvivere. Il destino dei poveri non offre spiragli fino a quando, nel corso della storia, si prospetterà la fuga dallo squallore, verso una terra che supponevano sarebbe stata una madre più generosa.

Lo stile narrativo

Verga, al contrario dei Naturalisti, bandisce le sovrastrutture ideologiche progressiste, è proprio il suo pessimismo a consentirgli di rappresentare nel romanzo una realtà fedele ai documenti storici a lui contemporanei; preservata dall’idealismo, dai miti borghesi o dagli intenti consolatori che avrebbero potuto falsarla. Ne realizza quindi un’analisi completamente onesta che contribuisce a svelare i meccanismi della sopraffazione sociale. Per fare questo si serve della poetica dell’impersonalità facendo in modo che il mondo rappresentato sia descritto e giudicato dal suo stesso interno. Il narratore non adotta i parametri culturali, ideologici e morali dell’autore, è narratore popolare, che condivide pregiudizi, valori e riferimenti relativi al mondo rappresentato. La sua identità, inoltre, non è univoca, ma frutto del montaggio di una molteplicità di voci e punti di vista interni alla comunità (per questo si parla di ‘narratore corale‘). Ne ‘I Malavoglia’ il lettore si sente catapultato ad Aci Trezza e progressivamente si sviluppa in lui una sensazione di straniamento, dato che il narratore assume spesso un linguaggio, uno stile e soprattutto una mentalità propri dei personaggi appartenenti alla realtà locale; è una sorta di voce anonima che potrebbe essere quella di uno qualunque degli abitanti e che quindi non ha bisogno di soffermarsi in descrizioni. Verga, nel corso della narrazione, alterna epiteti e giudizi ora favorevoli, ora ostili ai Malavoglia; tutti giudicano tutti, senza che nessuna autorità superiore intervenga a stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Ma Verga ottiene un risultato convincente soprattutto attraverso l’uso del discorso indiretto libero che consiste nell’introdurre il discorso diretto senza far ricorso ai verbi del ‘dire‘ o alla punteggiatura. L’artificio dell’impersonalità è quindi senza dubbio uno dei capisaldi della poetica verghiana, infatti nella ‘Lettera di prefazione all’Amante di Gramigna’ (che funge da manifesto del verismo) dichiara

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che l’obiettivo di tale tecnica è produrre un romanzo che sembra essersi ‘fatto da sé’, in cui il processo della creazione rimanga nascosto. In base a questo principio lo scrittore siciliano regredisce, rinunciando appunto ad introdurre nell’opera i propri giudizi, la propria sensibilità ed il proprio linguaggio.

“Intanto io credo che il trionfo del romanzo […] si raggiungerà allorchè l’affinità e la

coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un

mistero […] la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà

l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé […]” [Verga G.(1880), Lettera di prefazione all’Amante di Gramigna da Vita dei Campi, Milano, Treves, 1880]

Anche Balzano utilizza una tecnica particolare per rendere la narrazione il più possibile attendibile. Egli ha infatti intervistato personalmente alcuni uomini (ad oggi sessanta o settantenni) che sono stati i protagonisti dell’emigrazione infantile e che hanno quindi vissuto in prima persona quell’esperienza attorno alla quale verte il romanzo. L’autore racconta che ciò che più l’ha colpito (e che per questo ha grande spazio ed importanza nella vicenda) sono i ricordi relativi all’infanzia, descritta come un’epoca difficile tanto quanto avventurosa. Relativamente agli anni successivi scrive: “L’entusiasmo si smorzava quando questi passavano a raccontare dei trenta o quarant’anni di fabbrica, spesso in catena di montaggio. Per questo secondo tempo c’è molto meno da dire: la vita diventa monotona, il lavoro spesso è alienante […] Insomma sull’entusiasmo di prima cala un silenzio imbarazzato, non di rado triste”. Balzano dichiara di aver ascoltato una quindicina di persone, quasi tutte residenti a Milano e provincia e alcune tra Torino e Genova, prendendo spunto dalla loro biografia per creare un romanzo vero che gli permettesse di conoscere la Milano di allora per confrontarla con quella di oggi. Durante gli incontri, inoltre, ha volutamente evitato di prendere appunti di modo che le parole degli intervistati potessero mescolarsi e confondersi nella sua mente creando una sorta di narrazione corale al momento della stesura del testo. Riesce così ad ottenere anche una lingua viva: ”che si porta dietro retaggi mai rimossi del dialetto d’origine, d’italiano e di qualche inserto di parlata locale”. Il migrante, infatti, si esprime con un ‘registro ibrido’ che contiene le influenze del dialetto d’origine miscelate alla parlata del luogo nel quale si sono trasferiti, creando un linguaggio che esprime lo sradicamento e il nuovo radicamento. In tale modo anch’egli ottiene una sorta di regressione, la memoria individuale di queste persone gli ha permesso infatti di dare voce a una realtà così vicina alla nostra, eppure così poco conosciuta e considerata. Balzano parte dalla matrice verista, ma aggiunge alla narrazione il proprio filtro alla luce delle innovazioni comparse a partire dai romanzi novecenteschi, come l’attenzione per l’introspezione e il flusso di coscienza, tecniche successive all’opera di Verga. Inoltre, la scelta di utilizzare un bambino/adolescente per raccontare il periodo dell’infanzia è un espediente che consente all’autore di presentare gli eventi privati dalle critiche e dal cinismo con i quali un adulto li avrebbe vissuti.

“«Nonno, hai visto che brutto lì?» Io facevo di sì con la testa, ma con dispiacere, perché dove siamo stati picciriddi non è mai completamente brutto.” [La nipotina Lisa e Ninetto, capitolo ventuno]

La vaga bramosia dell’ignoto, ‘I Malavoglia’

La prefazione ai Malavoglia si apre con la dichiarazione di Verga di voler narrare con assoluta attinenza alla realtà, (come già aveva chiarito nella ‘Lettera di prefazione all’Amante di Gramigna‘) la maniera in cui, in una famiglia siciliana vissuta nella propria miseria senza desiderio di riscatto, possa insinuarsi la ‘vaga bramosia dell’ignoto’. Verga infatti, concepisce il progresso come una

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fiumana, ovvero una forza travolgente della natura contro la quale non è possibile opporre alcuna resistenza. Differenzia poi gli effetti che questa produce sulla collettività, definiti come positivi e necessari, e quelli che viceversa produce sull’individuo, per lo più negativi. Distingue quindi il concetto ideologico di progresso, inteso come sviluppo della civiltà umana, i risultati concreti di questo processo, che travolge il singolo, poiché l’uomo tende ad agire secondo l’istinto di sopravvivenza. Questo meccanismo di ‘lotta per la vita‘, secondo il quale il più forte schiaccia il più debole, evidenzia il fatto che le persone sono mosse dall’interesse, dall’egoismo e dall’istinto di sopraffazione e, dato che questa è una legge di natura immodificabile, Verga non concepisce l’esistenza di alternative nella realtà presente e futura. L’immagine di fiumana del progresso è coerente con ‘l’ideale dell’ostrica’ (che compare nella già citata novella ‘Fantasticheria’).

“[…] l'ideale dell'ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi -. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano[…] allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell'ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch'egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. - E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d'interesse. Per le ostriche l'argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.” [Verga G., Fantasticheria da Vita dei Campi, Milano, Treves, 1880]

Qui l’autore, attraverso la metafora del mollusco saldamente ancorato al proprio scoglio, sottolinea ulteriormente l’impossibilità di un cambiamento: ogni individuo è legato al proprio stato sociale e non c’è possibilità di distaccarsene senza essere ingoiati dal mondo.

Quella ‘bramosia dell’ignoto’ che muove i rappresentanti dei ceti più poveri, infatti, è presentata come un’avventura sconsiderata, destinata a far perdere loro quella relativa felicità della quale avevano fino ad allora goduto.

Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio. […] Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi, e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali.” [Verga G., Prefazione a I Malavoglia, Milano, Treves, 1881]

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Tutta la famiglia è animata da quel desiderio di miglioramento sociale, difatti s’imbarcheranno nell’affare dei lupini che avrà come esito la loro rovina. Ad ogni modo, il personaggio che maggiormente incarna la metafora della formica che impavida si allontana dal proprio ‘monticello bruno’ è quella di ‘Ntoni, il nipote dell’omonimo capofamiglia.

Nella contrapposizione tra padron ’Ntoni e il nipote sono a confronto due diverse concezioni: una è quella della famiglia e del lavoro per la famiglia, della continuità con le tradizioni del passato; l’altra è quella della fuga verso la città e la ricchezza, della novità e della ribellione. Il nipote è un ragazzo inizialmente presentato come mite e silenzioso, come suo padre, ma meno dedito al lavoro, più pigro ed egoista, incapace di sottostare alle norme sociali con la stessa rassegnazione di Bastianazzo. All’inizio del racconto abbandona Aci Trezza perché viene chiamato alle armi, ma quando la morte del padre lo costringe a ritornare al paese avviene la svolta: egli si accorge di non riuscire a reinserirsi nella vita della comunità, dalla quale si sente ormai escluso e che percepisce come estranea, poiché consapevole di desiderare una vita più agiata. Decide quindi di abbandonare il paese, diventando contrabbandiere e finisce in carcere per aver ferito una guardia

doganale. Egli rappresenta la figura del giovane inquieto; non si accontenta di adeguarsi alla tradizione e non vuole rassegnarsi alla crudeltà del destino che si accanisce contro la sua famiglia, ma non dispone dei mezzi materiali né di quelli psicologici per poter cambiare le cose.

“Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girare la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani” [Verga G., I Malavoglia, Milano, Treves, 1881, capitolo VI]

Tuttavia egli non è un vero e proprio ribelle, è un personaggio mobile che forse più degli altri appartiene alla categoria dei vinti. Se padron ’Ntoni è un vinto perché rappresenta un mondo che va scomparendo, ’Ntoni è un vinto perché cerca di uscire da quel mondo, ma viene umiliato e distrutto, non riesce a sentirsi a suo agio in nessuno degli ambienti in cui si trova a vivere e finisce per mettersi nei guai con le sue stesse mani, condannandosi a un destino di perenne infelicità. Ciò si evince in particolar modo dal finale, quando egli, uscito dal carcere, torna a far visita a Mena ed Alessi che erano riusciti a riscattare la casa del Nespolo. Alessi gli chiede di restare, ma ‘Ntoni preferirà ripartire prima dell’alba, dato che si rende conto non appartenere più a quel mondo.

“E se ne andò con la sua sporta sotto il braccio… Soltanto il mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” [Verga G., I Malavoglia, Milano, Treves, 1881, capitolo XV]

Dal canto suo anche Ninetto, protagonista de ‘L’ultimo arrivato’, non si riconosce nella realtà del proprio paese d’origine, è consapevole che al Nord lo aspetta un futuro migliore, un riscatto e una serie di opportunità che a San Cono non sono contemplate.

“Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59 e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la

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miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.” [Ninetto, capitolo due]

Un’ultima similitudine tra ‘Ntoni e Ninetto si può trovare nel sentimento di estraneità che il ragazzino prova al suo ritorno a San Cono, in occasione della clandestina celebrazione del proprio matrimonio. Si rende conto della miseria in cui versa il meridione e l’inerzia con la quale i suoi abitanti vivono questa condizione. Durante il viaggio in treno verso la Sicilia racconta:

“Paesi che ci avevano costretti a scappare a gambe levate, le vie dove scorrazzavamo da picciriddi. Il treno che scende non è più lo stesso che sale. E’ un’altra storia. Quelle carrozze vuote parlano chiaro, dicono che è vuoto pure il paese dove si è diretti. Vuoto di lavoro, di cose da fare e vuoto pure delle persone che pensi di ritrovare e invece non ci stanno più.” [Ninetto, capitolo quindici]

O ancora quando parla del divario che si è creato tra lui e il padre in seguito ai tanti anni di lontananza, che lo fanno sentire ancora più distante da quel mondo di quando era emigrato.

“Per riempire la buca che scava la lontananza bisognerebbe essere molto bravi a parlare, a scrivere, a condividere i sentimenti, ma non era proprio il caso di Rosario Giacalone. […] Così la voglia di scappare era la stessa di quell’inverno del ’59, anche se la causa non erano più le acciughe, ma l’estraneità.” [Ninetto, capitolo quindici]

Questa sensazione di alienazione è analoga a quella che vive ‘Ntoni quando fa ritorno alla casa del Nespolo. Ad ogni modo l’esito finale è diverso. Al contrario di ‘Ntoni il protagonista de ‘L’ultimo arrivato’riesce a costruirsi un futuro migliore, anche se, come lui, compie un gesto violento che porta con sé conseguenze amare.

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STORIA - L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra

Il più grande esodo della storia

A metà degli anni ’50 l’Italia era ancora per molti aspetti un paese sottosviluppato. L’industria infatti, era confinata nelle regioni nord-occidentali ed aveva un peso relativo all’interno della complessiva economia nazionale. La maggior parte dei cittadini era ancora impiegata nei settori tradizionali: l’agricoltura (che continuava ad essere il più vasto settore di occupazione), le piccole aziende tecnologicamente arretrate, la pubblica amministrazione, i negozi e i piccoli esercizi commerciali. Tuttavia, l’inchiesta sulla disoccupazione voluta dal parlamento nel 1953, aveva evidenziato un’altissima percentuale di sottoccupati tra la forza-lavoro contadina nel Mezzogiorno, mentre nelle altre regioni la situazione era leggermente migliore. Il malcontento dilagava così come la fame di lavoro di una larga fetta della popolazione, per tali ragioni l’unica valvola di sfogo sembrò essere costituita dall’emigrazione. Tra il 1946 e il 1957 il numero di coloro che scelsero una meta transoceanica superò di oltre un milione quello di coloro che fecero ritorno in patria. Di questi oltre 300 000 si erano stabiliti in Argentina, oltre 160 000 in Canada, Stati Uniti e Australia, mentre ‘solo’ 130 000 rimasero in Venezuela. Per la maggior parte non si trattava di braccianti senza terra, bensì di artigiani e piccoli proprietari terrieri, nel 70% dei casi provenienti dal Sud. Un’ emigrazione, di tipologia differente, era quella verso l’Europa settentrionale; tra il ’46 e il ’57 coloro che si recarono oltralpe superarono di più di 800 000 unità il numero di quelli che fecero ritorno in Italia. La meta prediletta fu la Francia (quasi 400 000), seguita da Svizzera (200 000) e Belgio (160 000). Chi emigrava in questi paesi tendeva a restarvi per brevi periodi, con contratti di sei mesi o un anno e considerava il lavoro all’estero come una soluzione temporanea ai propri problemi. All’interno dell’Italia, in questo lasso di tempo, il triangolo economico esercitò un’attrazione limitata, coinvolse prevalentemente le popolazioni rurali della Lombardia, del Piemonte e del Veneto. Tuttavia, tutte le principali città e capoluoghi della penisola attirarono un costante flusso di braccianti alla ricerca di lavoro, soprattutto nel settore dell’edilizia. Un piccolo movimento migratorio ebbe invece luogo dal profondo Sud verso le altre aree rurali: Toscana, campagna bolognese e costa ligure e coinvolse soprattutto giornalieri e manovali. Tutti questi movimenti mostravano che negli anni ’50 il mondo rurale italiano non era affatto immobile, ma è dal 1958 al

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1963 che si assistette a una vera e propria rivoluzione sociale. In meno di due decenni l’Italia cessò di essere un paese prettamente agricolo, divenendo una delle nazioni più industrializzate dell’Occidente. Ciò portò un radicale cambiamento del paesaggio rurale e urbano, ma anche degli abitanti e delle loro abitudini di vita.

Il boom economico

Gli anni dal 1950 al 1970 furono un periodo d’oro per il commercio internazionale, grazie anche alla diffusione del consumismo e al perfezionamento delle tecniche di produzione di beni di consumo come il fordismo. L’Italia fu uno dei protagonisti di questo periodo di espansione e le ragioni sono molteplici: la più significativa fu sicuramente la fine del tradizionale protezionismo, che rivitalizzò il sistema produttivo costringendolo a rimodernarsi, ricompensando i settori che erano già in movimento. Fu il caso dell’industria dell’automobile (in particolare la FIAT), quella dell’acciaio e siderurgica, quella petrolchimica e della produzione di fibre sintetiche e fertilizzanti. Inoltre il piano Marshall contribuì ad aprire nuovi orizzonti a parecchie aziende sul territorio. Un altro motivo dello sviluppo economico fu la stabilità sul piano monetario, ma ciò che fece la differenza fu il basso costo del lavoro, infatti, il potere dei sindacati nel dopoguerra era notevolmente diminuito, il che aprì la strada verso un aumento della produttività e dello sfruttamento. Negli anni ’50 lo sviluppo dell’economia italiana sembra dovuto prevalentemente alla domanda interna, nel periodo che va dal ’58 al ’63, invece, fu soprattutto l’esportazione a guidare l’espansione. I prodotti tessili e alimentari cedettero il posto all’industria degli elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, televisori), automobilistica, dei prodotti plastici e delle macchine da scrivere. Tuttavia, questa crescita orientata all’esportazione portò un ritardo nella crescita dei servizi pubblici quali scuole, ospedali, case e trasporti a vantaggio della produzione dei beni di consumo privati. Infine, Lombardia e Piemonte furono l’epicentro del moto di sviluppo, accrescendo il già serio squilibrio presente tra Nord e Sud. Il boom fu infatti un fenomeno essenzialmente settentrionale e la parte più attiva della popolazione del meridione non mise molto ad accorgersene.

“[…] ma la verità è che il lavoro in quegli anni, e anche in quelli dopo, non mancava mai. Potevi permetterti di mandare pure il padrone a farsi fottere, lui e tutta la sua razza, che uscivi disoccupato il venerdì e il lunedì avevi rimediato da un’altra parte.” [Ninetto, capitolo sei]

Le migrazioni interregionali

Nella storia d’Italia il miracolo economico ha significato molto di più che un aumento improvviso dello sviluppo dell’economia o un miglioramento del livello di vita. Centinaia di migliaia di italiani

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infatti, partirono dai luoghi d’origine abbandonando il mondo immutabile dell’Italia contadina per iniziare una nuova vita nell’Italia industrializzata.

“Lì non è come questo cesso di San Cono dove zappi e zappi finchè crepi senza aver messo da parte un picciolo.” [Il paesano Giuvà a Ninetto, capitolo due]

Nel ventennio 1951-1971 la distribuzione della popolazione subì un vero e proprio sconvolgimento; oltre 9 milioni di italiani furono infatti coinvolti nelle migrazioni interregionali. L’esodo più massiccio ebbe luogo dal ’55 al ’63, poi la tendenza migratoria si bloccò brevemente a metà degli anni ’60 e riprese dal ’67 al ’71.

Il Nord e il Centro videro una fuga dalle campagne che ebbe come meta il triangolo industriale (Milano-Torino-Genova), ma anche altre cittadine settentrionali quali Mestre, Padova, Verona, Bergamo, ecc. Non fu così, invece, per gli emigranti meridionali le cui speranze ed i progetti erano concentrate in due direzioni: verso il cuore industriale del nord Europa, in particolare verso la Germania occidentale e verso le grandi città dell’Italia settentrionale. La Germania divenne la meta prediletta dagli italiani tanto che nel 1963 assieme alla Svizzera raccoglieva l’86% dell’intera emigrazione italiana in Europa. Il flusso maggiore era comunque verso Roma e l’Italia del Nord; nei 5 anni del miracolo oltre 900 000 trasferirono la loro residenza dal Sud ad altre regioni. Puglia, Sicilia e Campania furono i territori che patirono la più elevata emorragia della popolazione.

Alcuni dei motivi che spinsero la popolazione rurale ad abbandonare la terra furono: la scarsa fertilità dei suoli meridionali, la sottoccupazione e la miseria e la frammentazione della proprietà, ai quali si aggiunse la liberalizzazione del mercato dei cereali che provocò un ribasso del prezzo del grano e una conseguente crisi nel settore. Senza contare che lo sviluppo della meccanizzazione e delle nuove tecnologie aumentò il tasso di disoccupazione e ridusse le possibilità di un impiego per i salariati agricoli. Ad ogni modo furono i potenti fattori di attrazione da parte degli ambienti urbani a guidare le masse, come la quasi certezza di redditi più alti, la prospettiva di un salario regolare e di un orario di lavoro definito (estremamente allettante per i braccianti la cui mole di lavoro variava a seconda dei mesi). Fu così che la CITTÀ divenne un vero e proprio mito; alla sera nelle piazze dei paesi meridionali non si parlava d’altro e la televisione trasmetteva immagini del mondo consumistico del Nord.

“«Milano è un posto pieno di luci e di gente da tutta Italia. Sono arrivati anche da Catania, da Zafferana, da Trecastagni e altri paesi qui intorno. E poi ci stanno decine e decine di fabbriche!» e quando diceva fabbriche sembrava che diceva paradiso.” [Il paesano Giuvà a Ninetto, capitolo due]

I giovani, generalmente scapoli, erano i primi a partire, i rapporti di parentela erano sfruttati al massimo, per offrire loro una solida base una volta arrivati nel settentrione. Gli emigranti meridionali partivano sul famoso treno del sole(che arrivava ogni mattina a Torino), stipati con pacchi e valigie nei suoi vagoni in condizioni ai limiti dell’umano.

“Sulla banchina la gente era come un serpente umano, chi trasportava valigie, chi cartoni sulla testa, chi spingeva casse di legno. Uno stordimento unico. Si sentivano tante

lingue incomprensibili e sembrava di stare sulla torre di Babele.” [Ninetto, capitolo cinque]

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La prima impressione delle città del Nord era, per gli immigrati del Mezzogiorno contadino, sconcertante e paralizzante. Si trovavano di fronte una realtà del tutto nuova di ampie strade trafficate, luci al neon e cartelloni pubblicitari.

“Senz’altro nessuno di noi aveva mai visto una piazza grande come Duca d’Aosta. Ci vuole tempo ad abituarsi a quelle dimensioni.” [Ninetto, capitolo cinque]

Inoltre il clima rigido rappresentava un grosso problema. Coloro che non si recavano da parenti, conoscenti o amici trovavano un letto in qualche piccola locanda vicino alla stazione, mentre chi non poteva permettersi questi alloggi doveva accontentarsi delle sale d’aspetto delle stazione o degli scompartimenti vuoti dei treni.

“C’erano persone buttate per terra e sotto alle chiappe un giornale fradicio lasciato da chissà chi. Qualcuno dormiva sepolto sotto i bagagli e si stringeva per scaldarsi, come fanno i conigli. A vederli sembravano tanti morti sul campo di battaglia.” [Ninetto, capitolo cinque]

Tra questi primi immigrati meridionali vi era una netta distinzione tra la minoranza proveniente dalle città e la maggioranza che arrivava dalla campagna. I ‘cittadini’ infatti avevano più contatti, trovavano lavoro più facilmente, riuscivano a parlare abbastanza bene l’italiano ed erano di solito meno disorientati di fronte al nuovo tipo di vita.

La vita dei migranti

Gli emigranti del Sud, di solito, non entravano subito nelle fabbriche metalmeccaniche, ma facevano il loro ingresso nel mercato del lavoro settentrionale come addetti al settore edile. “«[…] il muratore è il più bel lavoro del mondo […]»” [Rosario Giacalone, capitolo dieci] Interi gruppi di operai, spesso provenienti dalla stessa cittadina o provincia e specializzati nelle medesime mansioni, venivano assunti contemporaneamente. L’orario di lavoro era prolungato, l’avvicendamento frequente e le misure di sicurezza minime, inoltre molti, alla fine della giornata lavorativa, avevano di sera un’altra occupazione. “Così disponemmo i turni ad arte. Il mattino Gaetano-Alfa Romeo e Ninetto-impresa e il pomeriggio viceversa. Andavamo a ristrutturare case e c’erano da tirare su i muri, rompere bagni, imbiancare, pavimentare. Reggevo bene i ritmi, anche se adesso mi chiedo come ho potuto per trent’anni fare quella vita.” [Ninetto, capitolo venticinque] Molti emigranti provenienti dal Mezzogiorno, alla fine degli anni ’50, trovarono il loro primo impiego, attraverso ‘cooperative’, ovvero organizzazioni che rifornivano le fabbriche al Nord di mano d’opera a basso costo in cambio di lucrose tangenti. Il lavoratore versava una tassa d’iscrizione a tale ‘cooperativa’ e iniziava a lavorare senza che il datore gli pagasse i contributi per la pensione o l’assicurazione. Queste organizzazioni furono messe fuorilegge solo negli anni ’60. Le condizioni di lavoro all’interno delle aziende erano molto dure e dequalificanti, dall’orario di lavoro (non meno di dieci/dodici ore) agli straordinari.

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“[…] la fabbrica, trentadue anni di vita uguale ugualissima. Uguale da fare impressione. Anzi da fare schifo.” [Ninetto, capitolo ventidue]

I contratti erano sempre brevi, da tre a sei mesi, e la mobilità elevata quasi come nell’edilizia. La massa dei meridionali restava confinata nella più bassa delle categorie operaie, con scarsissime possibilità di avanzamento.

“Se non avessi avuto quindici anni e quell’ingenuo entusiasmo che, all’idea di conquistare un posto coi libri, mi attraversava la spina dorsale, forse ci avrei fatto più caso ai tornelli dell’Alfa Romeo. Altro non sono che grate di cella. Si muovono come l’espositore girevole delle cartoline, ma di fatto sono sbarre e non lasciano scampo.” [Ninetto, capitolo ventitré]

Pochi tra i migranti furono coloro che divennero impiegati comunali, dal momento che l’accesso a professioni come spazzino, postino, ecc. era per lo

più una prerogativa dei settentrionali. Anche le donne meridionali, una volta che ebbero raggiunto al Nord i loro uomini, trovarono un mercato del lavoro che offriva nuove possibilità. La maggioranza delle donne sposate rimaneva in casa e molte di loro svolgevano qualche mansione a domicilio come cucitrici o simili. Tuttavia in questi anni ci fu anche un grande numero di giovani donne meridionali che entrò per la prima volta in fabbrica. Si trattava di aziende che operavano al limite della legalità e producevano materiali plastici, pezzi di televisori, lampadine, ammortizzatori, penne biro, dolci, prodotti di bellezza, ecc. I salari erano all’incirca la metà di quelli degli uomini e mancava ogni misura di sicurezza così come i contributi assicurativi. Malgrado queste condizioni, molte ragazze videro l’esperienza di fabbrica come una forma di emancipazione. Degno di nota fu il fenomeno dell’emigrazione infantile (sotto i dodici/tredici anni), ovvero quello che coinvolse i bambini in prima persona, dato che talvolta le famiglie non avevano la possibilità di emigrare all’unisono. Esso si rivelò più consistente nel periodo compreso tra il 1959 e il 1962, arco di tempo in cui si registrò l’ultimo picco davvero significativo (circa 150 000 registrati). Allora i maschi (più raramente le femmine) partivano con parenti, oppure venivano affidati ad amici o conoscenti. Le mete erano quasi sempre le città del triangolo industriale, Torino-Milano-Genova. Lì i bambini si dovevano subito dare da fare per guadagnarsi da vivere, e lo facevano arrangiandosi con lavori di fortuna, rimediati alla meglio, ovviamente pagati a nero e soprattutto pagati poco, quali fattorino, cameriere o aiuto cuoco nei bar o nei ristoranti.

“«Come si fa a cercare lavoro?» «Ma picciriddu, è una cosa semplice! Entri in un negozio, dici permesso e buongiorno e poi chiedi se hanno bisogno. Se tieni il cappello in testa mi raccomando te lo tiri, senza scafazzarti però!»”[Ninetto e il paesano Giuvà, capitolo quattro]

A volte i rapporti con l’adulto con cui erano partiti rimanevano saldi, molte altre, specie se non si trattava di parenti stretti, si sfilacciavano e ancora di più diventava necessario imparare a badare a se stessi, sbrigandosi a diventare adulti.

“A mio padre spedivo qualche lettera, ma breve. Quelle lunghe le riservavo a Peppino e al maestro Vincenzo. Anzi, presto iniziai a scrivergli su delle cartoline, a mio padre. Le compravo a un’edicola che aveva un grande espositore girevole. Ce n’erano con il Duomo, la piazza della stazione, i Navigli, la Madonnina dorata e io restavo con l’indice sulla

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bocca a guardare senza sapermi decidere mai. Mio padre rispondeva che mamma mia stava sempre uguale e anche San Cono era sempre uguale. Un cesso. Io gli riscrivevo di non lamentarsi che anche Milano in certi posti era un cesso fatto e finito e che pure i miei giorni nell’alveare erano uguali Come la strada del tram, che non cambia mai.” [Ninetto, capitolo sette]

Il rischio di chi non compiva questo salto era quello di perdersi nella piccola e media criminalità o di rimanere ai margini. La svolta arrivava a quindici anni, quando molti di loro riuscivano ad entrare i fabbrica come operai. Con questo evento cominciava una vita decisamente più sicura, che permetteva l’ingresso in una realtà strutturata e ben organizzata, la quale consentiva di guadagnare uno stipendio fisso e dignitoso.

L’immigrato che aveva la possibilità di portare con sé la propria famiglia o di chiamarla non appena si fosse sentito economicamente pronto si trovava davanti al dramma di trovare una sistemazione. Infatti, le città settentrionali erano del tutto impreparate ad un afflusso così massiccio e molti furono costretti a vivere in condizioni misere. Molti decisero di sistemarsi in edifici destinati alla demolizione o in cascine

abbandonate all’estrema periferia. Ovunque, ma in particolare a Torino si verificarono atteggiamenti razzisti e molto spesso non venivano affittati appartamenti ai meridionali. Il maggior sovraffollamento era nelle soffitte del centro dove si trovavano a vivere anche quattro o cinque persone per stanza. Al contrario, nelle cittadine alla periferia di Milano, gli immigrati trovarono una diversa soluzione al problema della casa, ovvero la costruzione delle cosiddette ‘coree’: gruppi di case edificate di notte dagli stessi immigrati, senza alcun permesso, su terreni agricoli comprati coi loro risparmi e all’interno delle quali, ogni famiglia provvedeva al proprio sostentamento.

“In quegli anni a Bollate e nei paesi di provincia si poteva comprare un appezzamento con pochi piccioli e costruire una baracca con la taverna. Infatti ne spuntavano come funghi, file e file. Gli uomini le costruivano dopo il lavoro nel fine settimana. Appena terminavano di tirarne su una arrivavano col treno del sole donne e picciriddi lasciati al paese e si sentiva festa per la strada e voci alte fino a tarda notte.” [Ninetto, capitolo dieci]”

Il problema dell’alloggio non era però l’unico: nel Nord l’assistenza sanitaria era a malapena sufficiente anche prima dell’afflusso di migranti, nei primi anni ’60 divenne assolutamente inadeguata. Le scuole invece divennero il filtro attraverso il quale una generazione di bambini meridionali imparò l’italiano, ad ogni modo fu molto difficoltoso per i maestri che dovettero fronteggiare migliaia di problemi; dal numero insufficienti di aule alla scarsa comprensione della lingua da parte degli alunni del Sud. Spesso infatti molti bambini parlavano solo in dialetto e rispondevano con ostilità ai tentativi d’integrazione. La condizione degli immigrati migliorò lentamente, ma fu questione di diversi anni. Tra la metà e lafine degli anni ’60 le imprese private avevano costruito un numero sufficiente di palazzoni nelle periferie delle città del Nord da permettere alla maggioranza delle famiglie immigrate di spostarsi in un appartamento tutto loro.

“Poi siamo arrivati a Baranzate, capolinea. Un posto triste e squallido. Palazzoni e solo palazzoni, non è questione di non conoscere le parole. È che al mondo esistono posti, persone, lavori, per cui ne bastano pochissime. Per Baranzate due: palazzoni e ciminiere. […] Dieci piani sempre più incrostati, una facciata tutta crepe, odore di acqua vecchia nelle scale. Lo chiamavano l’alveare, perché più che case erano celle. Comode abbastanza, non dico di no, ma celle. Ad abitarci non eravamo noi meridionali, e basta. I

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veneti e gli emiliani abitavano sempre nella stessa via, ma in un altro alveare, insieme ai sardi.” [Ninetto, capitolo cinque]

Questi nuovi quartieri operai però, mancavano dei servizi essenziali quali negozi, biblioteche, trasporti pubblici, uffici postali, ecc. Ad ogni modo, rispetto a quello che gli immigrati avevano lasciato, era comunque un paradiso.

“La casa dell’alveare è un’altra storia per cui servono poche parole. Non perché era brutta, ma perché era una desolazione colossale. La

cucina, che divenne la stanza da letto mia e di Giuvà, con le brande che si tiravano fuori a sera da un balconcino dove c’era di tutto, la camera della Mena e di Giorgio […] e poi il bagno, la vera meraviglia, con la tazza e lo sciacquone, una cosa che ti metteva voglia di farla a tutte le ore. Dalla finestra però si vedeva solo l’alveare dei veneti e la ciminiera che non smetteva mai di sbuffare. Nemmeno uno spicchio di cielo.”[Ninetto, capitolo cinque]

I nuovi appartamenti avevano il riscaldamento centrale, bagni, finestre e pavimenti decorosi, senza contare che presto molti avrebbero potuto permettersi anche gli elettrodomestici. Il terribile periodo di sradicamento e di transizione sembrava dare i suoi frutti e una nuova vita era finalmente cominciata.

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TEDESCO - Die italienischen Gastarbeiter

Das Wirtschaftswunder

1945 war für Deutschland die Stunde Null wegen der Kapitulation nach dem Zweiten Weltkrieg und wegen des Zusammenbruchs der Wirtschaft. Diese Situation veränderte sich während der Adenauerzeit (man nennt die Zeit zwischen 1949 und 1963 Adenauerzeit, weil Konrad Adenauer damals Bundeskanzler der BRD war) dank der Wirtschaftshilfen der Amerikaner. Tatsächlich, plante und verwirklichte der amerikanische Auβenminister George Marshall ein Programm für Europa, das aus einer Währungsreform bestand, das heiβt die Usa gaben Geld, um die deutsche Industrie wieder aufzubauen. Es entstand das Wirtschaftswunder in der BRD, das die Lebensbedingungen der Bevölkerung verbesserte; die Arbeitslosigkeit ging zurück, Nachfrage und Angebot wuchsen, und auch der materielle Wohlstand. All das wurde auch möglich dank des Wirtschaftsministers Ludwig Erhard, der ein Programm für die soziale Marktwirtschaft durchführte. Die Phase des Wirtschaftswunders begann in den 50er Jahren endete in der zweiten Hälfte der 60er Jahre, weil 1966 die Rezession begann.

Die Faktoren, die das Wirtschaftswunder bestimmten, waren nicht nur das amerikanische Kapital, sondern auch Rohstoffe und Arbeitskräfte. Der wichtigste Rohstoff war Kohle (besonders aus dem Ruhrgebiet), die anderen Rohstoffe wurden importiert. Dank dieser Ressourcen wurde die Infrastruktur für die Industrieproduktion, wie zum Beispiel Eisenbahnen und Brücken, schnell geschaffen. In Bezug auf die Arbeitskräfte, bestanden sie in

der ersten Jahren aus entlassenen Soldaten, Vertriebenen aus den Ostgebieten, die damals unter sowjetischer, polnischer oder tschechischer Verwaltung standen, und nach 1949 auch aus DDR Flüchtlingen. Später klagten viele Betriebe über einen Mangel an Arbeitern; in Bayern brauchte man mehr Landarbeiter, im Westen gab es wenige Bergleute und so weiter. Aus diesem Grund wollte die Regierung das Problem lösen: die Bundesrepublik brauchte mehr Arbeitskräfte und beschloss, ausländische Arbeiter anzuwerben.

Die italienischen Arbeitskräfte

Die ersten Gastarbeiter kamen aus Italien [dann auch aus Griechenland, Portugal und der Türkei], weil die italienische Regierung 1954 Erhard vorgeschlagen hat, 100.000 bis 200.000 Italiener zur Arbeit nach Deutschland zu schicken, um die italienische Wirtschaft zu verbessern und gleichzeitig den Mangel an Arbeitskräften in Westdeutschland zu beheben. Diese Gastarbeiter kamen in den 1950er und 1960er mit Zügen nach Deutschland. Am Zielbahnhof wurden sie registriert, mit einer Mahlzeit versorgt und auf andere Züge verteilt, die sie zu ihren Arbeitgebern im

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Bundesgebiet fuhren. Dort wurden sie in Gemeinschaftsunterkünften untergebracht. Die gröβeren Betriebe organisierten einige Kurse am Arbeitsplatz, um ihnen die deutsche Sprache beizubringen und ihnen zu erklären, wie man Straβenbahnen und Busse usw. benutzt, um die Ankömmlingen den Anfang zu erleichtern. Trotzdem mussten viele Gastarbeiter von Anfang an auch allein zurechtkommen.

Die Meisten blieben nur ein Jahr wegen des Aufenthaltsrechts. Sie arbeiteten vor allem in der Landwirtschaft, im Baugewerbe, in der Eisen- und Metallindustrie und im Kohle- Bergbau. Dort mussten sie schwere Schichtarbeit tun und sie wohnten meist in billigen Unterkünften. Obwohl viele einen 13-Stundentag hatten oder am Flieβband in den Industriebetrieben arbeiteten, machten viele von ihnen Überstunden. Viele wollten einen Teil ihres Gehaltes sparen, um sich nach ihrer Rückkehr in die Heimat eine neue Zukunft aufzubauen. Tatsächlich packten viele Gastarbeiter ihre Koffer und gingen zurück nach Italien, als ihre Saisonverträge abgelaufen waren.

Schwerstarbeit und Soziale probleme

Die Beschäftigung von Gastarbeitern wurde ein Erfolgsmodell: die Arbeitgeber betrachteten sie als ‘mobile Arbeitsreserve‘, aber die Gesellschaft glaubte, dass die ausländischen Arbeitnehmer nur vorübergehend dort lebten und nach Ablauf ihres befristeten Vertrags wieder in ihr Heimatland zurückkehrten.

1973 wurde einen Anwerbestopp von der Bundesregierung eingeführt, der nicht den gehofften Erfolg brachte. Die Welle der Rückreise blieb aus, die Zahl der Ausländer in der BRD stieg. Überraschend wollten viele Gastarbeiter in Deutschland bleiben und holten ihre Frauen und Kinder nach. Die Frauen, die mitkamen, arbeiteten in der Schokolade- oder Bekleidungsindustrie und ihre Kinder besuchten die deutsche Schule. Aus den sogenannten Gastarbeitern wurden Einwanderer und daraus ergaben sich auch einige Probleme.

Zum Beispiel entstanden in einigen Gebieten der gröβeren Städte regelrechte Ausländerviertel, weil dort die Mieten für die Wohnungen niedrig waren. Man befürchtete, dass sie Ausländerghettos würden, und dass es dadurch zu sozialen Spannungen kommen könnte. Auβerdem wurden viele Arbeitnehmer arbeitslos.

Als Mitte der 70er Jahre viele Fabriken, besonders im Baugewerbe und in der Stahl- oder Textilindustrie, schlieβen mussten, wurde vielen der Ausländer gekündigt. Dadurch stiegen die Kosten für Arbeitslose, die Sozialhilfe brauchten.

Die Regierung wollte einerseits den Zuzug von Ausländern begrenzen, anderseits mussten einige Maβnahmen eingeführt werden, um die Integration der Ausländer in Deutschland zu verbessern.

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Die gröβten Schwierigkeiten hatten die ausländischen Jugendliche, vor allem, wenn ihre Eltern sie später in der Bundesrepublik nachholten. Vielen erlebten den Umzug als Kulturschock, weil sie mit den Werten ihres Heimatlands aufgewachsen waren, sie sprachen kein Deutsch und kamen deshalb mit den Anforderungen in der Schule und in der beruflichen Ausbildung nicht zurecht. Sie konnten sich nicht gut integrieren, auch weil die Großteil der Bevölkerung wollte, dass sie in ihr Heimatland zurückkehrten. Hinzu kommt noch, dass rassistische Vorfälle nicht selten waren. In vielen Geschäften konnte man z.B. Schilder finden, die diese Aufschrift hatten: “Eintritt für Hunde und Italiener verboten!“ All das machte die Erfahrung der Italiener in Nordeuropa sehr bitter. Für sie war das Wirtschaftswunder eine wirkliche Tragödie, anstatt eine Gelegenheit, auch wegen des Heimwehs und der Sehnsucht nach ihren Verwandten.

Viele Deutschen hatten Angst vor den Ausländern und lehnte sie ab, sie wollten ihre Zahl begrenzen. Allerdings hatte ein Mitglied der europäischen Union, das Recht in einem anderen EU- Land zu arbeiten und es wurde immer klarer, dass Deutschland ein neues Gesetz brauchte, das die Integration förderte, das Einwanderung als Tatsache anerkannte und den Rechtsstatus der Ausländer, die dort lebten, verbesserte.

Es ist eine Tatsache: Deutschland war ein Einwanderungsland geworden, und seine Gesellschaft war multikulturell geworden, aber die Suche nach der neuen Identität entwickelte sich nicht ohne Probleme. Heute hat Deutschland 82.000.000 Einwohner, davon sind 8,2 Millionen Ausländer, und die dritte Generation der Ausländer ist herangewachsen: dort findet man die Kinder und die Enkel der ersten Einwanderer. Sie wurden dort geboren und sie fϋhlen sich in Deutschland zu Hause. Sie leben meist bewusst mit zwei Kulturen in einer Bundesrepublik, die offener und vielfältiger geworden ist und gestalten dieses Land mit. Schlieβlich muss man bedenken, dass die deutsche Wirtschaft ohne die Ausländer sehr viel schwächer wäre und dass sie heute wie damals, eine Ressource sind.

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Bibliografia:

• Balzano M., L’ultimo arrivato, Palermo, Sellerio, 2014

• Ginsborg P., Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi (1943-1988), Torino, Einaudi, 1989

• Grosser H., Il canone letterario, Torino, Principato, 2011

• Verga G., Fantasticheria da Vita dei Campi,Milano, Treves, 1880 - Lettera di prefazione all’Amante di Gramigna da Vita dei Campi, Milano, Treves, 1880 - I Malavoglia,Milano, Treves, 1881

Sitografia:

http://www.lavocedinewyork.com

http://www.pianetascuola.it

www.planet-schule.de

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