L'uomo del Rinascimento, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università degli Studi di Milano
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L'uomo del Rinascimento, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università degli Studi di Milano

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Riassunto de "L'uomo del Rinascimento" di Eugenio Garin
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L’uomo del Rinascimento.

Il Rinascimento si colloca all’incirca tra la metà del Trecento e la fine del Cinquecento ed ebbe le sue origini nelle città-stato italiane. Successivamente si sviluppò in altri paesi europei con caratteristiche differenti, mutando. Così la diffusione di idee e tematiche proprie del R. italiano fuori Italia sarebbe avvenuta a lungo durante tutto il Seicento. «Rinascere» non è solo relativo al mondo dei valori antichi, classici, greci e romani, ma è innanzitutto una rinnovata affermazione dell’uomo nei vari campi: dalle arti alla vita civile. L’uomo diventa il centro della cultura. L’uomo del Rinascimento è composto da una serie di figure che nelle loro attività realizzano caratteri nuovi. Burckhardt evidenzia nel Rinascimento due temi diversi anche se connessi: - L’attenzione rivolta all’uomo, a descriverlo e a esaltarlo, a collocarlo al centro dell’universo. E’ lo svilupparsi di una filosofia dell’uomo che importa una teoria della sua formazione ed educazione; è il delinearsi di una nuova pedagogia. L’attenzione filosofica per l’uomo si concentra nelle storie degli uomini, nella memoria di se stessi, nel ricordo della propria vicenda terrena (attraverso biografie e autobiografie diffuse in volgarizzamenti, destinate a lettori di modesta cultura); - Il manifestarsi, nella crisi e nella trasformazione di una società, di figure originali. B. tende ad unificare l’elaborazione di una nuova filosofia dell’uomo con l’interesse dell’uomo per l’uomo. Tendenza italiana di descrivere l’uomo storico ne suoi tratti e nelle sue qualità, vediamo così il profilarsi di individui e tipi. Siamo in un tempo di rapidi mutamenti nelle attività che gli uomini esercitano, e nei modi di esercitarle. Si profilano figure dei Cancellieri, Segretari, Oratori, Architetti. Le riflessioni autobiografiche sono a testamento di questi mutamenti, anche attraverso il conquistato livello culturale, che già di per sé è un carattere distintivo dei tempi. Ovviamente si porta in risalto il comparire di figure con caratteri vistosi, a sottolineare l’importanza de il principe, il condottiero, il cardinale, il cortigiano, l’artista, il filosofo, il mercante, il banchiere, il mago e l’astrologo; non si riporta la figura della prostituta, anche se ne compaiono le biografie. In moto alla cultura parteciparono mercanti e scrittori. Le case editrici mettono in circolazione attraverso la stampa edizioni preziose dei grandi classici, grammatiche e lessici e gli strumenti più validi d’accesso al pensiero e alla scienza antica e moderna, sostituendo i libretti medievali. Curiali e cortigiani, al servizio o collaboratori di principi e cardinali intrecciano le notizie del recupero degli antichi al confronto con la vita dei moderni, organizzano le nuove scuole sulla base di una nuova cultura che si fonda sul ritorno delle fonti antiche greche e latine, della grande scienza e della grande arte. Si poneva l’obbligo, per chi voleva insegnare, di dimostrare il possesso delle bonae litterae (studi umanistici). Il Rinascimento è stato sempre terreno di vivaci scontri interpretativi: si è dibattuto sui suoi rapporti con il Medioevo (se vi sia contrasto polemico o sostanziale continuità).

Il principe del Rinascimento

Il principe appare come qualcuno uso a comportarsi in modo cinico, spietato ed egoista con gli altri, chiunque fossero, persino membri della famiglia. Disprezza la cristianità medievale, rifiuta la visione di una società gerarchica e ordinata, posta sotto le due spade del papato e dell’impero. Non è un principe nel senso feudale ma appare piuttosto come un sovrano indipendente che fa affidamento sulla propria intelligenza e sulle proprie risorse piuttosto che sui propri superiori e sulla posizione che gli è stata affidata da Dio. Affronta con nuovo spirito gli affari di governo, riluttante a conformarsi alle usanze tradizionali e disposto al mutamento, esercitando una maggior influenza creativa sullo Stato.

Gli esempi sono tratti dall’Italia del XV secolo, che Burckhardt e altri hanno considerato un modello per l’Europa del Rinascimento.

La violenza e il potere La violenza poteva in realtà caratterizzare la presa, il mantenimento e la perdita del potere da parte del principe del Rinascimento; poteva anche essere usata contro quei sudditi che minacciavano l’autorità del

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signore, per sbarazzarsi dei rivali o all’interno di una dinastia affermata per eliminare i rivali e prendere il potere. La violenza poteva essere giustificata vista la natura guerriera dei signori: erano soldati di professione, condottieri. Incidenti di natura violenta esercitavano un certo fascino su artisti, compositori, romanzieri e volgarizzatori. La lettura o il «ricamo» romantico della storia da parte della letteratura, possono favorire una visione distorta del principe del Rinascimento, concepito come una storta di amorale orco «machiavellico». Il signore che governava ricorrendo soltanto alla forza, e la cui residenza era una città fortificata, veniva considerato un tiranno, non un principe, essendo la moralità tradizionale ed il pensiero politico dei tempi non favorevole ai governanti violenti. Se la sua reputazione ha i suoi lati oscuri e violenti, bisogna anche riconoscere che la sua corte si presentava come una sintesi del buon gusto e della civiltà del Rinascimento. Tuttavia si riconosce che, nonostante gli atteggiamenti nei confronti della religione o l’uso della violenza per conquistare o mantenere il potere, i comportamenti non differissero poi molto da quelli dei prìncipi medievali. Federigo da Montefeltro (immortalato da Baldassarre Castiglione nel suo Cortegiano del 1528), duca di Urbino, è la personificazione della cultura rinascimentale.

La ricerca della legittimità Che l’interrelazione tra la violenza e la tirannia costituisse un luogo comune lo si può vedere dai tratti politici del periodo e dalle formule di governo (compaiono clausole ed esortazioni nelle stipule, che rendevano i contratti validi solo se i sudditi ne fossero stati liberi e rispettati. Per tutto il periodo, le case reali e principesche d’Europa e le nuove famiglie collegate alle loro corti furono oggetto di effimera curiosità e interesse. Ciò si intensificò man mano che le vicende italiane si intrecciarono con quelle del resto d’Europa. Talvolta questo interesse rispecchiava preoccupazioni di carattere militare e politico. Strettamente collegato a tutto questo era l’orgoglio mostrato dai signori italiani nel ricevere onori e privilegi da mani principesche e regali; facevano orgogliosamente sfoggio degli emblemi imperiali, regali o principeschi, a loro concessi, aggiungendoli sui loro stemmi. I governanti italiani cercavano di stabilire dei più stretti legami con le dinastie reali e principesche d’Italia ed Europa. Queste testimonianze dimostrano che gusti strettamente legati alla cultura delle corti europee, giudicati «medievali» o «forestieri» dalla mentalità rinascimentale, erano fortemente presenti anche in esso e influenzavano la cultura e l’arte italiana. I principi marginalizzarono il concetto di sovranità popolare, certo le manifestazioni di entusiasmo popolare e le acclamazioni costituivano ancora dei graditi ingredienti della presa del potere e dell’incoronazione, ma l’idea dell’elezione era oramai virtualmente scomparsa. Questo fenomeno si può riscontrare sia nei principati ecclesiastici o secolari del nord che nelle monarchie del sud e delle isole e nel papato. - Gli stati secolari presentavano il diritto ereditario. La continuità del proprio titolo, e pertanto di diritto ereditario, veniva sottolineata dal’adozione di un numero ristretto di nomi di battesimo. Il principio ereditario trovava un’espressione più concreta quando i signori sceglievano i loro successori per testamento. I principi d’Italia tentarono anche di acquistare dei titoli ereditari di governo dai loro superiori ed erano disposti ad intraprendere sforzi politici, diplomatici e finanziari pur di entrare in possesso di titoli fedali a carattere ereditario; - Gli stati nuovi utilizzavano ancora l’elezione (da parte dei comuni o sotto spinte straniere. È sicuramente raro che l’iniziativa provenisse dalla popolazione soggetta). Però il potere del principe non dipendeva dalla sua legittimità come governante, e il conseguimento di una successione ereditaria e il premio di un titolo non gli garantivano la sicurezza politica dai nemici interni o esterni. In verità, tali riconoscimenti, potevano dimostrarsi una fonte di debolezza.

Aspetti del governo Gli onori e i titoli conferivano, oltre al prestigio, uno strumento per rafforzare la loro autorità (legittimare i bastardi, creare i notai, assegnare feudi). Il Rinascimento fu un periodo di trasformazione rapida e radicale nella struttura dello Stato che avrebbe condotto a un significativo incremento dell’autorità del signore. Infatti, egli ha sfidato le libertà medievali godute dalla nobiltà, dalla Chiesa e dalle corporazioni per sviluppare i suoi scopi, imponendo la propria autorità attraverso una burocrazia di imparzialità e professionalità, frutto del calcolo e della riflessione. Nel XV secolo i governanti potevano introdurre delle disposizioni di legge, istituire magistrati e aiutare i loro sudditi per combattere le minacce della carestia e delle malattie. Inoltre, i signori, cercarono di stabilire

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maggiore controllo sulla distribuzione dei benefici ecclesiastici nei loro territori e fecero molti sforzi per rafforzare le economie locali. Spesso però questi strumenti di potere furono usati in malo modo, così che nessuno stato italiano raggiunse una piena sovranità giurisdizionale nel Rinascimento e, inoltre, la maggior parte di essi dipendeva dalla protezione di altri poteri. La tassazione Le principali fonti di entrate a disposizione dei governi erano già state stabilite nel Medioevo. Più comuni e più importanti per la finanza pubblica erano le imposte indirette, ma il loro valore tendeva a scendere quando il governo aveva maggior bisogno: in tempo di guerra, epidemia o carestia. Sicché si doveva far ricorso a metodi di esazione considerati «straordinari», che poi si affermavano. La tassazione diretta venne imposta dai regimi dell’Italia centrale e del nord, mentre nel principato feudale del Piemonte-Savoia e nei regimi di Napoli,Sicilia e Sardegna si seguiva la procedura di sottomettere le tasse al consenso del parlamento. La varietà di risorse a cui il governo poteva attingere evidenzia l’immagine di una crescente autorità del principe del Rinascimento ma, alti livelli di imposizione fiscale, non comportano l’esistenza di un governo forte. Erano molte le difficoltà che i principi dell’Italia del Rinascimento dovevano incontrare per sfruttare quelle fonti di entrata, ma molti furono gli espedienti usati per raccogliere quei contanti di cui i principi avevano bisogno. L’amministrazione e la corte Si possono individuare altre aree di cambiamento nelle burocrazie statali e nella corte. Anche la sfera degli affari sembra essersi estesa e il grado di specializzazione appare più alto, con una proliferazione delle cariche pubbliche ed una maggiore professionalità nell’ambito diplomatico e militare. Così, uomini di particolare competenza, potevano essere incaricati di occupare delle carice nel governo. Vi è, inoltre, una spinta per una maggiore efficienza e onestà tra i funzionari della cancelleria e del tesoro, unita ad una maggiore cura della formazione degli impiegati, anche attraverso un’utilizzazione sempre crescente degli umanisti. La proliferazione delle cariche pubbliche, fenomeno comune a tutti i principati, rispecchia una confusione amministrativa e il desiderio da parte del principe di ricompensare i suoi sostenitori o di raccogliere fondi. La corte si considera come il riflesso della nuova autorità e delle più ampie ambizioni del principe; i palazzi urbani e le ville suburbane non ebbero solo una funzione pratica, bensì servirono come specchi adulatori del principe e come strumenti della sua propaganda. Il messaggio non restava confinato all’interno delle mura del suo palazzo perché i cerimoniali di corte, oltre che per tradizione, avevano un carattere di estrema pubblicità. Però, ci furono alcuni regimi che rimasero itineranti e senza una base fissa, o corte, come casa Savoia e spesso gli uomini di corte si nutrivano della generosità del principe e ne sfruttavano l’ignoranza e la buona indole. La corte era ben lontana dall’essere un’emanazione chiara e articolata della volontà del principe; i principi e i loro consiglieri hanno spesso sottolineato la necessità di essere generosi con gli amici e sostenitori: quella del magnanimitas era una virtù tradizionale che ci si aspettava dai governanti. Gli storici hanno sopravvalutato il grado di cambiamento intervenuto in questo modello italiano. Furono fatti sforzi per massimizzare le risorse economiche e fiscali, gli eserciti divennero più vasti, permanenti e più professionali. La rilevanza della burocrazia si accrebbe e la sua azione venne documentata più completamente. Gli interessi culturali del rinascimento ravvivarono la vita di corte influenzando la natura del mecenatiso e della propaganda praticati dal principe. Ma tutto questo è documentato, gli archivi del governo del rinascimento hanno avuto la maggiore fortuna di giungere sino a noi, cosa che invece non è successo con gli archivi dei periodi precedenti. La mancanza di materiale è però la prova che non siamo necessariamente di fronte ad un improvviso e sostanziale mutamento nelle idee sullo Stato e sulla mentalità in generale; è solamente prova di un’accresciuta autorità del principe o di una miglior efficienza da parte dei suoi servitori.

Il condottiero Gli umanisti dei secoli XIV e XV che, avevano ereditato dalle opere classiche ammirazione per l’attività militare, entusiasmo per gli eroi e per le azioni di guerra, ma anche una forte avversione per i mercenari (che gradualmente scomparirono lasciando il posto a capitani italiani, negli ultimi anni del XIV secolo). L’accento non veniva più posto solo sul modo in cui la difesa affidata ai mercenari debilitava la cittadinanza, costituendo una minaccia potenziale alle libertà civili, ma anche sull’evidente fallimento dei mercenari. Si aveva bisogno di capitani efficienti e fedeli, senza più badare alle loro origini. Le fortune di un condottiero dipendevano più dalla nascita, dall’appartenenza a una famiglia di soldati, dai

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capricci dello Stato e dalle oscillazioni dell’economia del Mediterraneo che non dalle qualità personali o dall’abilità militare. La promozione era determinata in un’aggiunta di lance o di qualche fiorino in più nel contratto più che in termini di conquista di città e acquisizione di palazzi. Il condottiero aveva un qualche controllo sulla propria compagnia, ma erano i bisogni, obiettivi e mezzi del principe che egli doveva servire. Per più di duecento anni le guerre furono condotte per mezzo di contratti e furono quindi fatte dai condottieri. Nel XIII secolo i mercenari cominciarono ad apparire in numero significativo negli eserciti medievali e nei primi Comuni italiani, dove la crescita dell’economia della città aveva ortato un benesser urbano, dove le rivalità, economiche e territoriali, condussero a una situazione di tensione costante e guerra su piccola scala. La crescita dela popolazione e il mutamento rispetto a diritto di primogenitura di alcune zone europee, cominciano a produrre un’eccedenza di abili ma disoccupati guerrieri, che cominciarono a spingersi verso l’Italia alla ricerca di un impiego. All’inizio, la maggior parte dei gruppi di mercenari non era italiana ma francese, tedesca e ungherese. Inoltre, queste compagnie straniere erano piccole. Le prime «condotte» di cui abbiamo notizia risalgono tra gli anni sessanta e settanta del XIII secolo, e i capitani che le firmarono furono subito detti “condottieri”. I c. avevano la tendenza ad operare come compagnie piuttosto che vendere i propri servigi individualemente, fu naturale allora per i capi creare una compagnia il più numerosa possibile e er i governi assoldare il minor numero di truppe possibile, ma in grande numero di soldati (pochi contratti).

Dal 1320 operarono in Italia compagnie molto grandi di assoluta professionalità ed esperienza, rendendo così indispensabili i loro servigi; svilupparono uno spirito di corpo per le decisioni collettive e la spartizione del bottino che le faceva quasi apparire corporazioni. Tuttavia, il capo aveva un ruolo decisivo per il successo e la reputazione della compagnia, e non è realistico tracciare una linea di confine netta tra un’età di compagnie e una di condottieri. Ed è altrettanto poco realistico tracciare tale linea tra un periodo in cui in Italia la guerra mercenaria fu dominata dagli stranieri e uno in cui gli italiani si imposero come condottieri. Le compagnie straniere erano più grandi ed esperte di quelle italiane e il loro impiego appariva meno rischioso dal punto di vista politico ma, negli ultimi trent’anni del secolo esse cominciarono a scomparire a favore di capitani italiani. Come mai se ne andarono? Vi fu una riduzione del benessere e delle possibilità economiche in Italia e probabilmente le possibilità di combattere che si presentarono altrove in Europa erano più vantaggiose. Gli anni tra la fine del 1300 e l’inizio del 1400 sono considerati anni d’oro dei condottieri. Fu un periodo di confusione politica dovuta allo scisma e al processo con cui Milano, Venezia e Firenze, e alla fine lo stato pontificio e Napoli, si rafforzarono a spese dei loro vicini più deboli. Durante i primi trent’anni del XV secolo l’attenzione dei più ambiziosi capitani si focalizzò sull’Italia centrale e meridionale in seguito alle divisioni negli Stati Pontifici e a Napoli. Nuove opportunità per i condottieri vennero dal lungo conflitto tra Milano e Venezia, cui prese parte Firenze (1425-1454). Alcuni dei maggiori capitani di questo periodo erano principi e la loro importanza, come condottieri, dipendeva dalle risorse dei loro Stati. Questa quasi continua condizione di guerra portò una gran quantità di lavoro ai condottieri e allo sviluppo formale di eserciti permanenti. Dopo il 1454 e la Pace di Lodi calò sull’Italia un periodo di relativa calma, con guerre minori per i successivi quarant’anni che divamparono per problemi minori, che si tendeva a risolverli in maniera veloce e sul piano diplomatico. Gli eserciti permanenti furono mantenuti a livelli ridotti, così i condottieri si stabilirono nelle loro tenute e nei loro possedimenti. Verso gli anni ottanta del XV secolo si fece strada una nuova generazione di condottieri, uomini per i quali la guerra era un’impresa occasionale e preparata con cura, con interessi che andavano al di là della carriera delle armi (le loro preoccupazioni come governatori avevano maggiore importanza).

Al centro del sistema dei condottieri si trovava la condotta o contratto che stabiliva le condizioni di servizio alle quali il capitano e i suoi uomini si sottoponevano. Le condizioni delle condotte erano imposte dai committenti. Il contratto specificava la natura del servizio richiesto, la grandezza, l’equipaggiamento e la qualità della compagnia, i diversi livelli di remunerazione, le indennità addizionali, le trattenute fisse che sarebbero state imposte e la durata del servizio. Nel XIV il periodo di durata era legato alle circostanze militari (da uno a sei mesi, quasi inesistente il rinnovo del contratto). Nel XV secolo a termine del contratto si lascia al signore un beneplacito di tempo entro il quale scegliere se rinovare o lasciare libero il condottiero, solo in seguito si cercò di mantenere in servizio le compagnie durante l’inverno, in maniera permanente, che portava a contratti più lunghi (fino a diventare permanenti). Si giunge poi a contratti di minimo un anno, e

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con tariffe differenti in tempo di pace o guerra. Il condottiero aveva rinunciato a un certo grado di indipendenza per la sicurezza dell’impiego quasi sin da subito. Ogni soldato che firmava una condotta per il servizio militare era un condottiero e il termine si riferiva sia agli uomini d’armi che si impegnavano di fornire cinque seguaci come pure ai grandi capitani che comandavano 2000 uomini. I capitani di fanteria venivano designati come “connestabili”. Gran parte dei condottieri era di nobile lignaggio e i loro successi militari furono dovuti tanto al loro potere signorile quanto alla ricchezza fondiaria. Nel 1300, a seguito della Peste Nera, il valore della terra e dei suoi prodotti calò, e la manodopera era appena sufficiente, tanto che la nobiltà terriera fu spinta ad entrare nel mondo delle guerre mercenarie. Si trattava di uomini che avevano un seguito personale, proveniente dalle loro proprietà e che tra un contratto e l’altro si ritiravano. Essi avevano i mezzi per mantenere le loro compagnie per brevi periodi, quando la paga dei contratti o addirittura l’impiego non erano così imminenti. Le compagnie militari erano più spesso ereditate che non fondate. Un matrimonio di successo era spesso un’importante componente nella carriera di un condottiero, e i legami famigliari tra condottieri, quale elemento di reciproca fedeltà. I condottieri erano per la maggior parte rampolli di una nobiltà agraria, e la professione delle armi diede loro la possibilità di arricchirsi ma anche quella di guadagnare prestigio e stima al di fuori dei normali schemi gerarchici. Terre e posizione sociale potevano assicurare un buon inizio per la carriera, le imprese e il successo dipendevano da qualità personali. La reputazione di un condottiero dipendeva dalla sua abilità a reclutare e controllare buone truppe (da mantenere disponibili in tempo di pace e da guidare in tempo di guerra), dal prendere decisioni politiche, dalla sua abilità militare e dalla sua fedeltà di stretta osservanza del contratto. La guerra poteva significare paghe migliori, compagnie più grandi, momenti di esaltazione, azioni valorose e di tanto in tanto dei guadagni maggiori; comportava però un pericolo di perdite sostanziali ed un latente pericolo di vita. La compagnia rappresenta il capitale del condottiero, la sua reputazione e la possibilità di un impiego remunerativo dipendevano dalla sua abilità nel mantenere la compagnia fedele pronta per il combattimento. Per questa ragione la compagnia doveva essere messa in sicurezza anche l’inverno, alloggiando in un accampamento che fungesse da riparo in un periodo dove lo Stato committente non offriva alloggio. Ancor prima di aver la certezza di un impiego stabile egli doveva fare il possibile per tenerne i suoi componenti in servizio permanente, tramite contratti interni alla compagnia stessa, che non avevano a che fare con i contratti cui erano sottoposti dallo Stato committente. Una parte considerevole della paga ricevuta per la sua compagnia veniva trattenuta dal condottiero per procurare cibo, vesti, armi ed equipaggiamento, anche se spesso il c. si trovava a far uso del suo capitale personale o a chiedere prestiti alle banche per pagare le sue truppe in attesa dei pagamenti da parte dello Stato committente. I danni per saccheggiamento delle vie commerciali e delle regioni rurali erano soprusi che i governi temevano da parte dei mercenari. Vennero usati i meccanismi di supervisione ideati dagli Stati italiani per controllare i condottieri, il più conosciuto è quello dell’impiego di commissari civili che affiancavano gli eserciti mercenari sul campo di battaglia. Essi erano membri anziani della classe politica degli Stati committenti il cui compito era di consigliare i capitani di ventura in materia di politica bellica e di riferire sul comportamento dell’esercito ai governi degli Stati stessi. Ma i commissari avevano un potere limitato così, dal XV secolo i condottieri iniziarono a essere controllati e assistiti permanentemente anche da un gruppo di ufficiali minori, esperti ufficiali civili conosciuti come “collaterali”. Inevitabilmente i rapporti tra i soldati e questi ufficiali civili erano carichi di tensione, ma nello stesso tempo costituivano occasioni di cooperazione e reciproco rispetto. Tutto ciò accadeva in un sistema in cui i capitani dipendevano sempre più dalla paga regolare da parte degli Stati committenti piuttosto che dai saccheggi, dai bottini e dalle rapine. La ricompensa dei condottieri scatenava gelosie e rivalità proverbiali, vi era perciò la tendenza di incrementare il numero delle ricompense con pagamenti in contanti sottobanco e accordi segreti per cambiare le modalità della condotta in favore di determinati condottieri; ma si trattava di possibilità eccezionali.I modi preferiti di ricompensare un capitano da lungo in servizio erano la donazione di una proprietà o di un feudo, un ampio sistema di ricompense onorarie e il funerale di Stato. Esisteva anche un altro aspetto nella relazione tra i condottieri e i loro signori, fondato sulla punizione e il disonore. La sanzione estrema era l’esecuzione, usata contro i condottieri pericolosi o indocili. Agli occhi del signore ogni contatto del capitano era sospetto e poteva essere ingigantito fino a diventare un potenziale tradimento. L’esecuzione, sia pubblica che privata, era una soluzione estrema. Più frequenti erano le imposizioni di

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multe, la sospensione della paga o il licenziamento. Il sospetto reciproco era uno dei principali difetti del sistema dei condottieri. I governi committenti temevano che i loro capitani potessero disertare o rivolgere le armi contro di loro; i condottieri diffidavano della capacità dei governi di pagarli o di perseguire una politica bellica coerente in cui potessero continuare ad avere un ruolo effettivo. Il primo stratagemma di uno Stato quando era minacciato da un esercito temibile era cercare di stabilire un contatto con il comandante di quell’esercito, o con uno dei condottieri più importanti. Tuttavia agi occhi del signore ogni contatto del capitano era sospetto e poteva essere ingigantito fino a diventare un potenziale tradimento. Il sospetto reciproco era costante: i governi committenti temevano che i loro capitani potessero disertare o rivolgere le armi contro di loro, i condottieri diffidavano della capacità dei governi di pagarli debitamente o di perseguire una politica bellica coerente in cui essi potessero continuare ad avere un ruolo effettivo. Dopo la pace di Lodi ci fu un periodo di calma relativo, ma non fu un periodo in cui le armi vennero dimenticate; fu un periodo di sperimentazione, di sviluppo dell’artiglieria e di innovazioni nella costruzione delle fortezze. È stato anche un periodo in cui crebbe la fanteria negli eserciti italiani, particolarmente arretrati rispetto a quelli del resto d’Europa. Le guerre mercenarie erano infatti molto più strategiche nella manovra pratica che forti sul campo, si tendeva a sviare il nemico, portandolo fuori campo e arrecando danni materiali alla truppa. I condottieri provenivano in gran parte da una classe nobile ben istruita, traevano pertanto ispirazione dall’esempio classico, ispirati da un’etica che lodava quella determinata attività. La natura della guerra rinascimentale era dettata da fattori socioeconomici, contemporanei e politici, l’autorità dei classici era solo una componente ispiratoria. L’ideale guerriero era parte integrante della cultura italiana, non era un mondo a parte, come spesso traspare. I condottieri rimanevano un gruppo speciale: erano pagati ragionevolmente, regolarmente e in contanti. Essi si trovavano in una posizione particolarmente forte per agire come mecenati, e così artisti e uomini di lettere facevano a gara per entrare al loro servizio.

Il cardinale

Al centro della vita politica e culturale italiana vi era la Chiesa di Roma, sotto la guida di pontefici. Una Chiesa capace di attrarre energie, di offrire possibilità di azione e di carriera, di fornire canali di promozione sociale al talento e all’ambizione. 34 erano allora i porporati, di cui 12 nominati da papa Della Rovere e 22 ereditati dai suoi predecessori: un’élite ristrettissima destinata a crescere nei secoli. La durata del cardinalato per i 27 principi della Chiesa creati da papa Della Rovere fu inferiore a 10 anni, 13 per quelli di Clemente VII e 15 per quelli di Paolo III. L’intero vertice della Chiesa sembrava investito da un fosco clima di violenza, di dissolutezza, di avidità e corruzione generalizzata. I beni di proprietà della Chiesa venivano ceduti a parenti ed amici e venduti al miglior offerente, mentre gli stessi cardinali parevano impegnarsi solo nel difendere gli interessi dei propri sovrani e delle proprie famiglie e nell’accaparrarsi i benefici più pingui, le cariche più lucrose, dividendosi città e castelli, diocesi e abazie, uffici e legazioni. Il sacro collegio ospitava anche personaggi colti e pochissimi uomini dotati di consapevolezza religiosa. Fino all’età della Controriforma certi comportamenti erano ritenuti normali, come la partecipazione dei porporati a feste carnevalesche, balli in maschera, giochi e scherzi d’ogni genere; lo stesso per i costumi sessuali non proprio castigatissimi, essi erano spesso in possesso di una prole più o meno numerosa e quasi sempre legittima. Capacità ed esperienza nel maneggio degli affari curiali, relazioni famigliari o personali con i pontefici, ricchezza, in rari casi l’impegno di governo ai vertici degli ordini religiosi e protezione di principi stranieri nel quadro della diplomazia papale sembrano i canali privilegiati attraverso i quali tra Quattro e Cinquecento appare possibile aprirsi la strada verso i vertici della Chiesa. Non mancavano pertanto anche personaggi legati alle corti straniere. Ma, l’energica ripresa che aveva contrassegnato la storia della Chiesa, dopo la fase avignonese e la crisi degli scismi e dei sinodi di Costanza e Basilea, aveva offerto possibilità di ascesa ai vertici della gerarchia ecclesiastica anche a uomini distintisi per ingegno e cultura. Un fondamento essenziale del potere dei cardinali si basava sulle possibilità di accumulare grandi ricchezze grazie al favore dei sovrani e dei pontefici e alla prassi ormai consolidata di dissociare le rendite ecclesiastiche dalle funzioni religiose cui in origine erano collegate. Però, le cose non cambieranno neanche nel XV secolo, dopo la riforma tridentina, dove l’uso e l’abuso del cumulo dei benefici ed il traffico di rendite ecclesiastiche subì

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addirittura un incremento. Questa realtà spiega il progressivo scadimento dell’episcopato tra ‘400 e ‘500: alla fine del 1400 a Roma il reddito di un artigiano ammontava a poche decine di ducati l’anno, ne occorrevano non meno di 2.000 all’ambasciatore veneziano per vivere con decoro e già nelle capitolazioni elettorali dei conclavi del 1471 e del 1484 la rendita minima per un cardinale era fissata sui 4.000 ducati (anche se le entrate effettive di molti esponenti del sacro collegio superavano tale limite, per raggiungere i 20.000/30.000 ducati). Ricchezze di questo genere erano privilegio di pochi e potenti cardinali, i cui innumerevoli benefici ecclesiastici si integravano nel quadro di fortune private e di legami politici e famigliari di eccezione. Il fatto che molti dei più ricchi esponenti del sacro collegio dovessero ricorrere al credito dei banchieri per sopperire alle loro esigenze e lasciassero alla loro morte ingenti debiti, o che alcuni chiedessero al papa l’autorizzazione a ritirarsi nelle loro diocesi per nascondere l’impossibilità di adeguarsi a un regime di spesa tanto gravoso offre la prova di quanto fossero massicce le uscite cui dovevano far fronte. Un esempio era il palazzo cardinalizio, una sorta di piccola corte principesca in cui si affollava una schiera di amici, collaboratori, servi cuochi, soldati, musicisti, pittori, buffoni, astrologi, parenti e parassiti d’ogni genere. Le corti cardinalizie si componevano di circa Il loro mantenimento comportava problemi non trascurabili: la membri, “bocche”; una simile folla richiedeva ampi spazi abitativi, stalle, magazzine, attrezzature e locali di servizio, regolari approvvigionamenti di grano, olio, vino, legna, foraggio per centinaia di migliaia di ducati l’anno. Per non parlare delle montagne d’oro che poteva esigere la costruzione di splendide dimore cardinalizie che ancora oggi si possono ammirare (Palazzo Medici e palazzo Farnese), cui si aggiungevano i giardini e le lussuose ville suburbane. A ciò si aggiungano i quadri, gli affreschi, le sculture, gli arredi lussuosi per decorare questi palazzi, i monumenti sepolcrali e le chiese per consegnare ai posteri un’immagine solenne e imperitura di se stessi. La splendida Roma rinascimentale non sarebbe pensabile senza la committenza ecclesiastica. Altri costi massicci erano i frequenti spostamenti che ad essi competevano, il mecenatismo artistico e culturale, il finanziamento di istituzioni religiose e caritative, il gioco d’azzardo e il gusto di accumulare oggetti d’arte, gioielli e tessuti pregiati. Una conferma indiretta della realtà ecclesiastica di questi secoli può essere tratta da progetti di riforma (mai attuati) che sottolineavano la necessità di porre rimedio a questi sprechi, denunciando gli infiniti mali della Chiesa, corruzione della Chiesa, l’ignoranza, l’avidità e l’ignavia del clero e la degenerazione della curia, attraverso appelli riformatori e bolle. Il ritorno della santa sede in Italia, dopo la cattività Avignonese, ha comportato la necessità di riprendere il controllo sulla città di Roma in un contesto italiano di profonda instabilità, dove Francia e Spagna si avviano a trovare in essa, tra Milano e Venezia, Napoli e Firenze, il nodo della grande politica internazionale e il loro terreno di battaglia. Ci fu una forte diminuzione degli oltremontani nel sacro collegio e un’attenuazione della loro funzione di rappresentanza della Chiesa universale. Nel corso della crisi dell’autorità pontificia, nell’età degli scismi, si rafforzò il ruolo politico dei cardinali, il quale entrò a sua volta in crisi dopo la sconfitta del conciliarismo e il consolidamento della monarchia papale (nei confronti della quale il sacro collegio esprimerà ancora condizionamento). Così, nel Cinquecento, nascono le divisioni interne al sacro collegio ma anche il suo agire corporativamente in opposizione al pontefice per limitarne l’autorità e per rivendicare ricchezze e privilegi. Tutto ciò lo portò al proprio indebolimento e alla nascita del nepotismo, come una sorta di tentativo di trasmissione del trono papale a parenti e nipoti che continuano ad affluire nel sacro collegio. Tra ‘400 e ‘500 la Chiesa costruisce se stessa come uno Stato della ricca, colta, splendida Italia del Rinascimento, di cui Roma diventa una delle capitali politiche e gli uomini chiamati a governarla sono i papi.

L’Europa cristiana non era da considerare una fonte di denaro cui attingere senza scrupoli, infatti, i pontefici si videro costretti a contrattare politicamente simili forme di prelievo per ottenere le risorse finanziarie di cui avevano bisogno. Non è un caso che la protesta di Lutero sarebbe esplosa a poco in quella Germania priva di un solido potere centrale capace di porre un argine all’invadenza romana e alle forme di sfruttamento del sacro. Non pochi i cardinali che di spirituale avevano solo il titolo e le vesti, giunti al ministero sacerdotale solo in virtù di qualche esborso di denaro, spesso privi delle più elementari nozioni religiose e che non ritenevano che il loro rango comportasse un particolare impegno religioso, e questo non accadeva solo ai vertici. L’ascesa al soglio papale di un Medici (Leone X) sanzionava gli stretti rapporti che collegavano la santa sede ai banchieri fiorentini. Tra i nuovi cardinali spiccavano uomini di fiducia della famiglia medicea come

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l’affarista Francesco Armellini che, in stretto collegamento con la grande banca fiorentina, era capace di creare nuove fonti d’entrata adeguate alle loro esigenze, gravando di nuove imposte i romani e i sudditi della Chiesa. Durante il regno di Leone X si manifestò l’ultima forma di sfida contro l’autorità pontificia da parte di un gruppo di cardinali, con la congiura di Alfonso Petrucci del 1516. La vicenda segnò la fine della curia rinascimentale e Leone X impose la grande infornata cardinalizia (31 cappelli rossi) del I luglio 1517. Ciò fu fatto per rinnovare la composizione del sacro collegio, riformare la curia, evitare opposizioni e rimpinguare le casse papali. Infatti, la maggior parte dei neoeletti dovette versare tra i 20.000 e i 40.000 ducati. Da questo episodio venne sanzionata la definitiva supremazia dell’autorità pontificia su quella del sacro collegio.

Dalla colta e raffinata Roma di Leone X, non si riesce ancora a guardare Lutero se non come a un turbolento monaco tedesco da ridurre al silenzio. Troppo breve perché potessero mutare le cose fu il pontificato dell’austero e pio Adriano da Utrcht , figlio di un modesto artigiano fiammingo diventato professore all’università di Lovanio. Egli assegnò solo un cappello rosso, mentre trentatré furono quelli assegnati dal suo successore Clemente VII (Medici). Prelato di costumi ineccepibili, serio ed intelligente, prudente e savio, uomo giusto e uomo di Dio, ma incerto, timido, avaro e irresoluto. Quest’ultimo portò avanti una politica timorosa e inconcludente, tale da travolgere la santa sede nel tragico sacco di Roma del 1527, quando il papa e alcuni porporati si rifugiarono in Castel Sant’Angelo mentre la città inerme in balia dei lanzi imperiali del Frundsberg, fu devastata di assassinii, ruberie, stupri e sevizie. Le successive nomine cardinalizie decretate da Clemente VII furono pesantemente condizionate da questa vicenda, in particolare dalla necessità di risorse finanziarie per reagire alla tragica situazione in cui si era, privi di truppe e di denaro. Dopo il sacco del ’27 la Roma papale non fu più la spregiudicata Roma rinascimentale ma impoverita di uomini, di artisti e di letterati, con nuove inquietudini spirituali e religiose. Ineludibile erano ormai un confronto con i protestanti che andasse oltre la frettolosa condanna, la convocazione di un concilio, il varo di un riassetto istituzionale, riprendere il controllo del clero e della sua formazione religiosa, stimolare un rinnovato impegno pastorale, caritativo e assistenziale, disciplinare la vita religiosa dei laici, affrontare gli eretici con l’espansione missionaria, l’evangelizzazione di campagne superficialmente cristianizzate: età della Controriforma. A portare avanti ciò fu papa Alessandro Farnese (Paolo III dal 13 ottobre 1534), figura di altri tempi, per cultura ed esperienza, non tormentata da inquietudini religiose, in continua attesa di piaceri e delizie, ma diplomatico, scaltro e capace, deciso a continuare la politica di rafforzamento dell’autorità pontificia e animato da ambizioni nepotistiche. Tuttavia affrontò con rinnovata energia questioni a lungo rinviate dai papi medicei e portò a modesti risultati che assunsero, però, un valore simbolico del mutamento di clima. Un simile mutamento esigeva il rinnovo del sacro collegio, promosso da Paolo III, che portò ad una crescita numerica delle persone chiamate a farne parte e alla scelta di persone di qualità altissima (spesso autori del rinnovamento religioso). Il rinnovato impegno diplomatico della santa sede per la pace tra le potenze europee in vista del concilio garantirà inoltre brillanti carriere ecclesiastiche; saranno l’esperienza curiale e la preparazione giuridica, oltre alla personale fiducia del pontefice a determinare la designazione di uomini, soprattutto le esigenze della riforma e del confronto intellettuale e teologico con le dottrine riformate suggeriranno la cooptazione ai vertici della chiesa di personaggi dotati non solo di solida preparazione teologica ma anche di umanisti, letterati, laici di grande cultura e prestigio. Emblematica fu l’elevazione alla porpora nel marzo del ’39 di Pietro Bembo, uno dei rappresentanti di quell’alta cultura umanistica alla quale la Chiesa iniziava a rivolgersi. Già intorno al 1540-41 gli uomini chiamati nel sacro collegio appaiono divisi su due fronti: - Coloro per i quali la riforma della Chiesa non poteva non passare anche attraverso la teologia (Riforma); - Coloro per i quali essa doveva solo mirare a un rafforzamento istituzionale finalizzato a una più efficace lotta contro i nemici (Controriforma). La lotta contro l’eresia diventa in questi anni un’aspra lotta interna al sacro collegio con papa Carafa (Paolo IV) e Pio V. Paolo IV (e successivamente Pio V) volle nominare solo personaggi a lui estremamente devoti , docili strumenti della sua volontà. Alla loro antica fedeltà e totale subordinazione al pontefice dovevano il cardinalato servitori di basse condizioni.

In questo nuovo clima di progressivo irrigideimento dottrinale e disciplinare, il cardinalato tenderà a trasformarsi nel coronamento di una carriera percorsa tutta quanta all’interno dell’istituzione ecclesiastica, in virtù di competenze essenzialmente giuridiche e con l’adozione di uno stile di vita più adeguato alla dignità

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ecclesiastica: si pone fine alla prassi di esigere esborsi di denaro in cambio della berretta rossa e scompaiono, alle apparenze esteriori, le forme più mondane del fasto cardinalizio. Il concistoro quale sede deputata delle funzioni senatoriw del collegio verrà perdendo ogni autorità, assumento un ruolo puramente consultivo riducendosi a luogo deputato all’assegnazione dei benefici di sua competenza. Il vescovo e non il cardinale sarà la figura portante del riassetto organizzativo e pastorale postridentino. Con il cardinale Paolo Burali, avvocato ed uomo di governo, prende il via una nuova generazione di prelati ad impegno caritatvio e devozionale, con serietà morale ed intransigenza dottrinale.

Il cortigiano

Una delle più note figure del Rinascimento, grazie al Cortegiano di Baldassarre Castiglione. L’habitat naturale del cortigiano è la corte, un palazzo con stazione di guardia, cortili, salone e cappella, che includeva una stanza dove il signore poteva ritirarsi e una o più anticamere dove i postulanti aspettavano di essere ricevuti. Ma la corte era anche un tipo di istituzione, l’ambiente sociale entro cui molte opere d’arte del Rinascimento furono prodotte e godute. La corte era vista come l’incarnazione dell’ordine politico e sociale, come il luogo dove stavo il principe, ed i princioi rinascimentali non restavano a lungo nello stesso posto, viaggiando per le principali città dei loro regni o semplicemente spostandosi di palazzo in palazzo. Questi frequenti viaggi avevano il vantaggio di permettergli di essere visto da suoi sudditi e di conoscere il suo regno. Nel medioevo le corti erano itineranti, perché era più facile per il re recarsi nei suoi domini che non trasportare il prodotto di questi sino a lui. Alcuni governanti rinascimentali viaggiavano senza sosta per il proprio piacere, anche se talvolta questi spostamenti continui della corte causavano un inseguimento tra uno spostamento e l’altro ed una scomodità del seguito reale in termini di alloggio e sostentamento lungo la strada tra le varie corti.

La struttura della corte

Le persone che rappresentavano la corte, non necessariamente esercitavano questo diritto tutto l’anno. Talvolta il papa si ritirava nella sua villa dei castelli ed i cortigiani perdevano temporaneamente il diritto di mensa e di alloggio; in certe occasioni, per risparmiare denaro, la corta poteva venire sciolta. Sovente gruppi di cavalieri prestavano il loro servizio a turno, per periodi di tre o sei mesi.

Una corte reale/ nobiliare era generalmente divisa in due parti, chiamate “casa di magnificenza” e “casa di provvidenza”. Una corte aveva bisogno dei servigi forniti da cuochi, siniscalchi, coppieri, sguattieri, lavandaie, barbieri, giardinieri, guardie, portieri, cappellani, medici, cantanti, segretari, falconieri; C’era anche la necessità di avere a corte gentiluomini e gentildonne che incrementavano la magnificenza della corte e per i quali il servizio del principe costituiva un grande onore.

I cortigiani non erano un gruppo uniforme ma suddiviso in varie gerarchie come: - Alla sommità gli aristocratici che detenevano un certo numero di cariche tradizionali di prestigio che avevano un’origine di carattere domestico (ciambellano, siniscalco, scuderio..).il ciambellano si occupava delle stanze e degli abiti del principe, il gran siniscalco vigilava sul cibo mentre lo scuderio pensava ai cavalli. Queste funzioni domestiche venivano esercitate dal loro titolare in persona solo in certe occasioni particolari e ritualizzate, per il resto questi incarichi erano compito di persona delegate. Il sovrano amava circondarsi dei suoi nobili per averne il consiglio o per tenerli sotto controllo separandoli dalle basi locali del loro potere in campagna, così da poterli incoraggiare a rovinarsi attraverso il meccanismo competitivo del consumo di lusso (detta «sindrome di Versailles»).

-I nobili venivano a corte per ricevere i favori del re, per vedere ed essere visti dal principe, in una messa in scena che esercitava un fascino particolare; la corte veniva vista infatti come la casa degli dei. Uomini di minore importanza ri recapavano a corte con la speranza di innalzarsi socialmente: tra gli aristocratici e i servitori vi era appunto questa fascia intermedia. Un consistente gruppo intermedio: «la macchina burocratica del governo», ovvero amministratori, giudici e politici, con una posizione e una preparazione sempre più professionali, talvolta anche un certo numero di ecclesiastici ne faceva parte. Ovviamente la corte

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papale era piena di uomini di Chiesa. Il ruolo di costoro era di fornire consulenza al sovrano, anche se spesso arrivavano a prendere decisioni in prima persona, soprattutto quando i dipartimenti di giustizia e finanza si spostarono fisicamente fuori dalla corte, ottenendo una dislocazione stabile, non in balia dei viaggi del principe e della corte. - I «favoriti», giovani gentiluomini che facevano compagnia al sovrano nel suo tempo libero, così come i consiglieri passavano con lui le ore di lavoro. Il posto dei favoriti era nelle “stanze”, gli appartamenti privati del sovrano, così come quello dei grandi funzionari di Stato era nella “sala”, le stanze pubbliche. L’elevata condizione di questi favoriti era in conflitto con la gerarchia ufficiale e dipendeva dall’affetto del sovrano. Per attrarre l’attenzione regale talvolta venne esercitato un fascino di carattere sessuale. Era opportuno essere ben vestiti, o addirittura essere vestiti con magnificenza. Storiograficamente i favoriti accompagnano i “cattivi re” mentre i “buoni re” hanno invece con loro dei “ministri”. Questo perché, avendo anche il sovrano bisogno di amici con il quale abbandonare il formalismo e rilassarsi, accadeva talvolta che le azioni compiute in loro presenza fossero “poco regali”. Ciò che comunque ora descriviamo come favorito, aveva ai tempi un preciso ruolo sociale, un’efficace funzione politica, dal punto di vista del sovrano; consentiva infatti una certa misura di flessibilità e di informalità, in un ambiente in cui il comportamento sociale era costantemente sul punto di cristallizzarsi nel rituale. Questi rituali ricordavano il culto degli antichi imperatori romani e incoraggiavano sia coloro che vi prendevano parte, sia gli astanti, ad assumere un appropriato senso della distanza e atrattare il sovrano come essere sovrannaturale. La necessità del principe e dei suoi compagni di svagarsi la sera con la poesia o la musica, giocando a scacchi o a giochi d’azzardo, inventando anagrammi, imprese, indovinelli o amoreggiando con le dame, favorì la trasformazione della corte in centro culturale. I singoli sovrani spesso incoraggiavano attività artistiche e letterarie che potevano svolgersi anche altrove. La corte fu l’ambiente in cui vennero create specifiche forme d’arte, come quella musico-poetica- coreografica, nota in Italia come intermedio. Vi prendevano parte i nobiluomini, le nobildonne e talvolta gli stessi sovrani e prevedeva l’annullamento della linea di confine tra gli spettatori e gli attori; di struttura allegorica, alcuni temi della mitologia classica venivano camuffati per dare luogo a significati esemplari. Il cortigiano come artista Il Cortegiano presenta il cortigiano come un uomo versato nelle armi e nelle lettere, capace di danzare, cantare, dipingere, scrivere poesie e corteggiare le donne. A partire dal X secolo gli scrittori medievali adattarono il vocabolario ciceroniano delle buone maniere all’ambiente di corte. Infatti, il termine cortese e i suoi equivalenti, sottintendevano che il modo giusto di comportarsi fosse quello della corte. Dell’ambiente di corte si parla costantemente nella poesia dei trovatori, nei romanzi cavallereschi e nei manuali di buone maniere (courtesy books). Si poteva notare una tendenza, a lungo termine, verso un autocontrollo sempre più sviluppato; il cortigiano doveva essere riconoscibile dal suo portamento e dal linguaggio del corpo (rivelato nel modo di cavalcare, camminare, gestire e danzare); a questo i cortigiano veniva addomesticato, civilizzato e trasformato in cortigiano. La corte era, quindi, un’istituzione educativa, che insegnava ai suoi membri come parlare, ridere, tacere, camminare, ingannare, le buone maniere, le arti marziali e anche alcune nozioni di musica e poesia. I giovinetti vi venivano mandati in qualità di paggi, e vi restavano come valletti ed in seguito come cavalieri. Fu proprio attraverso la corte che si diffuse in tutta Europa, nel tardo XVI secolo, la forchetta ma anche il sapone e il dentifricio. La donna svolgeva una funzione centrale nel tentativo di raffinare e ripulire la rozza nobiltà, aiutata da altre dame di corte. L’artista come cortigiano Alcuni cortigiani divennero degli artisti ma, di controverso, alcuni artisti divennero cortigiani: ovvero vennero chiamati a corte per i loro meriti artistici da principi che prediligevano queste arti o volevano mostrarsi nelle vesti di mecenati. In cambio ricevevano i privilegi di corte e accedde anche ricevettero un’elevazione al rango nobiliare. - La musica aveva un’importante funzione nella vita di corte. I principi avevano bisogno di cantanti per le loro cappelle, di trombettieri per le processioni e di arpisti e liutai per la musica da camera. - I pittori conseguirono posizioni elevate a corte, ove i loro servigi erano richiesti per decorare appartamenti, per dipingere i ritratti e progettare i costumi e la scenografia delle feste di corte. Gli artisti per ottenere una posizione permanente a corte dovevano trasformarsi in impresari delle arti. - Più definita era la situazione degli scrittori e degli intellettuali a corte. I sovrani si dilettavano della

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compagnia e della conversazione degli umanisti. In ogni corte c’erano posti a disposizioni dei litterati come: predicatori di corte, medici reali e precettori dei figli del principe. Le occasioni di impegno per gli intellettuali moltiplicarono nel XV e nel XVI secolo, dopo l’invenzione della stampa. I sovrani iniziarono anche ad assumere gli scrittori come segretari, come storici di corte o come storici ufficiali (ci si aspettava che presentassero le gesta del principe e dei suoi antenati nella luce migliore, pertanto avevano accesso privilegiato alle fonti di archivio). Anche dai poeti ci si aspettavano elle lodi e alcuni di essi divennero poeti laureati, ovvero incoronati di alloro dall’imperatore. Critica della corte Se per alcuni la corte era un paradiso c’erano altri che la consideravano come un inferno, in quanto a parer proprio non sufficientemente ricompensati dei servigi offerti. Per diverse ragioni un certo numero di scrittori lasciò la corte per ritirarsi in campagna. Alcuni che pure restavano a corte desideravano, o affermavano di desiderare, di potersene tenere lontani. La critica della corte era un luogo comune di stampo morale e letterario che traeva le sue origini dalla tarda antichità che, resuscitato nel Medioevo, venne mantenuto per tutto il Rinascimento. Tra le critiche ricorrono la desolante constatazione che le persone di poco valore sono premiate mentre gli uomini valenti languiscono, l’instabilità della vita di tutti i giorni e la perdita della libertà. Inoltre, la corte viene descritta come luogo di invidia, di calunnia, di adulazione e di inganni, come luogo ove la vita era scomoda e le speranze sempre deluse. L’igiene lasciava a desiderare mentre vi erano problemi connessi al mangiare ed al dormire. I cortigiani erano descritti come ignoranti, oziosi, pretenziosi, ossessionati dalle apparenze, gli uomini erano effeminati e le donne svergognate (spesso queste erano critiche nate per invidia). La “corte” e la “campagna”, che per molto tempo erano stati solo dei nomi per definire due alternative di stile di vita nobiliare, si trasformarono in etichette per designare le due fazioni. Coloro che denunciavano l’immoralità della corte veniva chiamato “puritano”.

Il filosofo e il mago

Il ritorno dei filosofi antichi nel Rinascimento ha rinnovato l’immagine del filosofo e della filosofia rispetto al Medioevo: non era più necessariamente maestro di scuola ma critico e spesso ribelle, inquieto ricercatore e sperimentatore di ogni campo, negatore di verità consacrate, mago, medico dei corpi nell’armonia con le forze della natura e testimone di verità. Si apre alla vita attiva, è fortemente interessato al mondo morale e politico, all’uomo e alla sua esistenza. Il filosofo avvia un modo nuovo di cercare, di vivere e di fare cultura. La figura del filosofo, la cui immagine viene fissata secondo gli ideali classici, e che viene proposta come modello da imitare, o è quella del maestro di moralità (Socrate) o è quella dell’indagatore disincantato della realtà naturale (Democrito). In entrambe i casi vi è l’aspirazione a risultati pratici, la previsione del futuro per Socrate e la guarigione della malattie per Democrito. In Marsilio Ficino, i due modelli e i loro compiti, vengono ad incontrarsi fino a fondersi: la medicina del corpo con la medicina dell’anima. Il filosofo portava a livello di ricerca razionale le istanze a cui intendevano rispondere magi e astrologi, mentre del filosofo d’oggi si possono leggere in trasparenza le radici maghice. Il nuovo filosofo, come i magi e gli astrologi, continua a chinarsi sulla caverna, che per un verso rimanda a Platone ma, in realtà, significa scrutare nella caverna: penetrare a fondo nella realtà naturale, interrogare le stelle, anatomizzare i viventi, dettare leggi alla città e costruirla, curare malinconia e follia, questi sono i nuovi compiti del filosofo fra ‘400 e ‘500. A una filosofia medievale che è “lettura” e “commento” di una verità raggiunta, che è soltanto da chiarire e svolgere nei particolari, si oppone una filosofia quella classica di cui Petrarca vuole il ritorno, che è ricerca molteplice, discussione, analisi del fare, pluralità di concezioni del mondo e della vita. Il ritorno al passato classico è rinuncia alle filosofie cristiane, arabe, ebraiche, legate ad una religione, per il recupero della filosofia come razionale interrogazione dell’uomo sull’uomo e sul suo agire nel mondo, sul mondo, sulle cose. La filosofia è cultura, chi la possiede è filosofo, e chi è così capace di possedere tale cultura non può non essere considerato guida e modello civile da seguire. Precursore di questa nuova filosofia, slegata dalle scuole e vicina agli antichi, è Petrarca. Uno dei nodi della discussione sulla filosofia del Rinascimento è se sia lecito considerare filosofi gli umanisti e se gli umanisti, esperti conoscitori del mondo classico, a cominciare dai poeti, possano essere considerati filosofi. Di fronte alla crisi manifestatasi sul piano culturale, si è creduto di poterne negare

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l’esistenza, riassorbendola proprio negli istituti i quali erano stati messi in discussione, le università medievali; vi si contestano le barbarie del latino scolastico e le pessime fasificanti traduzioni di Aristotele, mettendola in discussione, facendola cadere in discredito contestandone metodi e strumenti del sapere. La nuova filosofia si afferma contro la filosofia delle scuole e mettendo in discussione tutte le categorie e i saperi, facendo appello alla rivolta dei “grammatici” (Valla ed Erasmo-PAG.179-180). Senza una profonda e solida conoscenza del linguaggio e della struttura del discorso, è impossibile afferrare seriamente i significati di un discorso. La grammatica non vuole usurpare le funzioni della filosofia e della teologia, ma è un metodo di lettura e interpretazione dei testi (sviluppo della filologia).

Il filosofo rinascimentale considera il filosofo antico un modello da cui partire, nell’identificazione di una figura in realtà nuova, che nasce proprio nel Rinascimento, ma anche un modello da cui staccarsi, conquistando così autonomia e rispondendo alle domande dei tempi nuovi. La verità è una risposta da cercare nell’esperienza delle cose e nella storia degli uomini e da mettere, successivamente, a confronto con i loro libri (ma solo in quanto documenti da valutare razionalmente). Con il Rinascimento si chiude dunque un ciclo e si torna alle origini. Si riprendono gli studi dell’antichità, si diffondono le conoscenze del greco e si rinnovano gli autori latini. Nel campo delle scienze e della filosofia si assiste all’apertura di una nuova biblioteca, destinata ad avere effetti rivoluzionari. L’incontro tra lo studio delle lingue antiche e quello delle discipline scientifico- filosofiche è indispensabile. La “rivoluzione culturale” che aveva accompagnato il ritorno dei filosofi antichi cambiava i rapporti tra le discipline e nei metodi di insegnamento, incideva sulle istituzioni e disegnava un’immagine diversa del teorico, del filosofo, come di colui che riflette criticamente sulle proprie esperienze e che, oltre che teorizzare, opera. A rispondere sono gli esperti, ognuno nel proprio campo in cui opera, poeti e scrittori, magistrati e cancellieri, uomini di corte e governo. - Emblematica la figura di Marsilio Ficino, medico e figlio del medico di Cosimo il Vecchio, si occupò e scrisse di medicina. Egli sostenne che il filosofo è mago in quanto si occupa di scienze della natura e opera sul piano naturale. Ficino vuole riscattare l’astrologia, in quanto studio e utilizzazione di forza naturali che sono nei corpi celesti. Sull’onda della propaganda di Ficino, Ermete invade il Cinquecento. Ermetismo è innanzitutto esaltazione dell’uomo. - È un filosofo nuovo anche Giovanni Pico, signore di Mirandola. Di famiglia ricca e potente, come Ficino, venne colpito dall’ermetismo. All’ermetismo aggiunge il misticismo della cabala ebraica, per la quale è preso da grande entusiasmo perché crede di ravvisarvi la chiave per una riunificazione religiosa tra ebrei e cristiani. Sogna una “concordia” dei filosofi, animati tutti da una uguale tensione verso la verità, vista da punti di vista diversi, ma conciliabili. Sa il greco, ama gli antichi, ma non condanna gli scolastici. Combatte l’astrologia divinatrice, che lega l’episodio del singolo individuo a cause universali, mentre difende l’astrologia matematica (studio delle leggi che regolano i moti celesti). Respinge la magia necromantica ma difende la magia naturale, perché il mago sfrutta i rapporti naturali fra le forze per ottenere nuovi risultati. Pico minore indulgenza per l’immaginario rispetto a Ficino, di radice fantastica. - Ermolao Barbaro era un esemplare tipico del nuovo filosofo: di famiglia che univa nobiltà e cultura, esperto di greco e con forti interessi per la scienza della natura. Barbaro, in opposizione a Pico, sosteneva che la filosofia è fatta di cose, non di parole; ma per questo le parole devono rendere con precisione le cose che non devono essere insozzate da termini non adatti, non era questione di ornato ma di chiarezza e di rigore.

La nuova filosofia tendeva a produrre un tipo diverso di opere, dirette ad un altro pubblico: leggibili, brevi e gradevoli, largamente accessibili. Diffondevano le loro idee in epistole, in genere eleganti, in volgare. Al latino scolastico si sostituisce il latino chiaro, semplice ed accessibile che ben presto viene sostituito dal volgare.

I nuovi filosofi trattano direttamente con principi e cardinali, partecipano alla politica culturale del paese, tendono a fondare nuove istituzioni culturali e danno il via a nuovi modi di ricerca in cui si esprimono le caratteristiche di una profonda rivoluzione nel campo della filosofia e delle arti (tra le quali nasce un nuovo e profondo rapporto --> nasce, così, l’estrema difficoltà di tracciare una netta linea fra l’artista e lo scienziato, e il moralista e il filosofo; gran parte di loro sono anche intellettuali, pittori o tecnici).

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L’occhio del filosofo non si appagava più della chiosa alla pagina scritta; tornava a guardare alle contraddizioni della realtà, agli enigmi e ai drammi della vita. Metteva tutto in discussione, fino a rischiare la propria vita per eresia come Pietro Pomponazzi, Paracelso (che prevedeva una reinterpretazione dell’astrologia), Telesio e Patrizi (all’Indice dei libri proibiti), Pietro Ramo (ucciso a Parigi la notte di San Bartolomeo), Giordano Bruno e Vanini (bruciati), Campanella (in galera per una vita), Copernico e Galileo (condannati) e Cartesio (che non pubblicò Il mondo per paura). Erano i ribelli alla tradizione della scuola, coloro che dagli antichi avevano imparato che non c’è il libro unico; che, prima dei libri degli uomini, c’è il gran libro della natura, e che per capirlo non serve l’autorità, ma la ragione. Erano uomini che la Chiesa condannava senza eccezione, perché distruggevano il suo mondo. Esclusi o mal visti negli antichi santuari del sapere (le università), i nuovi filosofi andarono costruendo altri luoghi d’incontro e di ricerca, sotto la protezione di principi o di sovrani. Lì, in accademie e società, si cercò di fondare per due secoli, su basi sicure, la nuova enciclopedia del sapere.

Il mercante e il banchiere

La caratterizzazione del mercante medievale non ubbidisce alle stesse esigenze e non offre le medesime difficoltà di quelle del mercante rinascimentale.

Fra il 1200 e il 1300 si introducono nella mercatura dei procedimenti che saranno peculiari dei secoli seguenti come: l’uso delle cifre arabe, la contabilità in partita doppia, l’assicurazione, la lettera di cambio. Molti dei caratteri principali del Rinascimento continueranno a dominare per un assai lungo periodo, almeno sino alla fine del 1600. Dai primi secoli che seguirono la fine dell’impero romano la società si assestò entro ordini relativamente definiti, più o meno corrispondenti alle funzioni che verranno considerate fondamentali: quelle del clero , dei guerrieri nobili o cavalieri e dei contadini. Non venne allora riconosciuto un ruolo autonomo al mercante e al banchiere. Nell’Europa meridionale e centrosettentrionale la situazione si modificò a poco a poco soprattutto a partire dal 1000 e dal 1100, con una suddivisione del corpo sociale in modo articolato che riservava ai mercanti uno dei nove ordini. Inizialmente, verso la mercatura, si incrementava un atteggiamento di diffidenza e di parziale condanna, come se si sentisse che essa era la sola da cui si potesse temere un’insidia alla gerarchia elaborata. Tale avversione collettiva, da parte soprattutto dalla cultura di matrice ecclesiastico-nobiliare quest’atmosfera sfavorevole si sono certamente ripercosse su coloro che si dedicavano alla mercatura. Se un mercante è stato anche un viaggiatore, un letterario o un tipografo l’autore del suo profilo dedicherà ancor oggi maggior attenzione ai suoi meriti che riguardano rispettivamente la geografia, la letteratura o l’editoria e passeranno quasi sotto silenzio le sue attività economiche. Il mercante ha assunto meriti in quanto predecessore del capitalista. In quanto tipo sociale ha costituito in parte l’anima della borghesia, ha generato un fantasma nettamente negativo. Secondo alcuni storici il mercante nel Cinquecento è pervaso da un potente sentimento della religione tradizionale, anche se riconoscono che nessun ostacolo spirituale li arrestava nell’espansione delle loro imprese (fonti sono i lasciti prima della morte, per la salvezza dell’anima, non fonti di devozione reali ma status simbol, manifestazioni di prestigio); secondo altri fin dal tempo delle Crociate i Veneziani calpestavano senza scrupoli ogni considerazione religiosa per trionfare i propri interessi economici, senza ostacoli da parte della Chiesa. La chiesa adottò e incrementò delle pratiche pie e credenze, che risentirono dello spirito mercantile, come la vendita delle indulgenze, tangenti che la curia esigeva per il conferimento di benefici, e la promozione nell’espiazioni delle colpe nel Purgatorio, in una vera e propria mercantilizzazione della Chiesa; gli operatori economici venivano a patto con lei, perchè essa si orientava in un modo consonante con la loro mentalità e con i loro modi di arricchirsi. I mercanti viaggiavano spesso, avevano ripetuti contatti e scambi di opinione da un paese all’altro, sapevano leggere, scrivere e impararono i rudimenti della matematica come della geografia e del diritto. Così, potevano attingere a un’importante rete di informazioni orali e scritte. La loro cultura e la loro religiosità erano di un’impronta più aperta e critica, affinata e duttile rispetto a quella dei cittadini più umili. Avranno buoni rapporti sia con la Chiesa cattolica che con le Chiese protestanti, per mantenere il benvolere di questa potenza in modo che non li ostacoli; i mercanti sono infatti prima di tutto dei borghesi a cui premono i loro negozi e la riuscita della propria famiglia. Per questo partecipano al patrimonio di credenze comuni, ma con

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un buon grado di autonomia e di autosufficienza che gli deriva dal livello abbastanza elevato che occupano nella società. Durante il Rinascimento comunque non vi sono quasi più tracce delle ostilità e avversioni verso i mercanti e verso le loro attività, visto che si ritiene che il benessere e la ricchezza non siano inconciliabili con la fede, e che Dio ne attesti anzi il favore.

Accanto a quelle del clero e dei nobili, il mercante si era elaborato una propria visione sufficientemente autonoma della vita e dell’azione quotidiana. I loro strumenti professionali e i loro orizzonti psicologici emergono già fra il Duecento e il Trecento, per imporsi ampiamente nel Rinascimento. Ma le maggiori personalità si troveranno solo dal Settecento. Il mercante rinascimentale si comporta come se non intendesse affermare la propria originalità o la propria novità, ma si limita a forgiare la propria autosufficienza, appagandosi di un’inserzione di prestigio nella società. Per il mercante è differente la concezione del tempo, di cui vedono la preziosità in ogni istante, e sul quale costruiscono concrete fortune ed elaborano il loro canone di vita; il tempo del mercante è presentato come consustanziale al proprio essere, essendo noi umani anima e corpo, ma essendo quest ultimo inscindibilmente legato al tempo. Il tempo viene sfruttato al meglio al fine di giungere ad una realizzazione personale ed economica.

Per un mercante è fondamentale controllare tre dimensioni: - Non appare più perdonabile che si facciano dei conti senza corredarli delle date esatte delle corrispondenti operazioni, perché la cosa essenziale è cogliere il rapporto fra i mesi che scorrono e il guadagno che si realizza. Un altro rapporto fondamentale è tra il movimento delle merci e delle navi nello spazio e i tempi richiesti da tali spostamenti (importanza del tempo legato al guadagno ed al reinvestimento dei capitali ricavati). I profitti erano alti, i guadagni irregolari, e l’impiego dei capitali non garantiva il successo; insidie di ogni sorta incombevano e la sfortuna poteva compromettere il risultato sperato.

-Il mercante rinascimentale ricorre sempre più frequentemente all’assicurazione. Ciò dimostra la sua maturità poiché fa nascere una solida garanzia contro la diminuzione dei suoi guadagni; - Oltre al dominio del tempo e del rischio è fondamentale anche quello dello spazio. Ciò avviene grazie a una fittissima trama di relazioni epistolari, con lettere di cambio e lettere commerciali, per uno scambio di informazioni molto più veloce, che gli consente di viaggiare meno per i propri affari, mantenedo tutto sotto controllo e sfruttando il tempoper la riuscita degli affari.

Il mercante e il banchiere occupano oramai nel Rinascimento un posto indiscusso e preponderante, ma trovano ancora degli ostacoli a farne valere l’affermazione tipologica positiva a causa della vecchia condanna ecclesiastica di certe loro attività. Si sono imposti man mano per il peso reale delle proprie attività e per l’importanza dei propri servizi e non hanno quasi mai contestato, lungo tutto il Rinascimento, la superiorità dello stato nobiliare ed ecclesiastico. Questo processo assunse forme diverse da un luogo all’altro d’Europa. Esistono due tipi di mercanti: - I mercanti rurali, il cui raggio d’azione non è molto esteso e non va al di là del proprio paese; le imprese di maggiore entità infatti, hanno una direzione centrale nella quale il capo risiede abbastanza stabilmente per seguire e coordinare le diverse imprese. Tali società sono di grande rilievo ma poco numerose; Al di di questi versici vi è una fascia di operatori economici che si suddividono in due gruppi:

1. quelli sedentari, legati alla loro bottega o al centro in cui si effettua la produzione delle merci;

2. quelli che si spostano molto spesso per motivi diversi: alcuni per frequentare le fiere della zona, per raggiungere il centro sul quale gravita la propria atività, altri perchè esercitano il commercio ambulante.

- I mercanti internazionali, è il mercante che, in genere in società con altri, opera su una piazza diversa dalla propria, e passa poi a negoziare su altre piazze. Si tratta di traffici di media-lunga durata (sovente comportano anni di residenza all’estero) e di lunghissima distanza; si impone lo spostamento fisico dei giovani che vanno ad imparare il mestiere mercantile. Nel corso del Quattro e del Cinquecento i commerci europei si ampliano nell’ambito della sfera marittima. Il mercante non è un operatore specializzato, non guarda alla natura della merce, quanto alle opportunità del

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profitto. Chi traffica scambia quegli articoli che la situazione geografica gli offre di negoziare con dei ricavi più sicuri e cospicui. La maggior parte dei mercanti si limita a impegnarsi in misura più o meno marginale in attività monetarie o creditizie e non esercita quelle bancarie vere e proprie. Coloro che si dedicano unicamente alla gestione di un banco sono rarissimi. L’attività bancaria viene esercitata accanto ad altre che già prosperano, con soci con i quali ci si impegna per un periodo determinato; data la rilevanza pubblica della gestione di un banco, la sua apertura e la sua chiusura costituiscono degli avvenimenti che toccano la comunità. I banchi rimangono imprese quasi sempre private ma vengono gestitit come le aziende similari, sovente su base familiare ed in riferimento alle iniziative di un casato.

I mercanti e banchieri rinascimentali si distinguono da quelli delle epoche precedenti per una maggior propensione all’investimento dei propri capitali in proprietà fondiarie, immobili cittadine e residenze extraurbane. Per il periodo rinascimentale è noto che i mercanti amavano accordarsi distensione e sollazzo nelle proprie residenze rurali (villa), alcuni temendone quasi il totale abbandono a discapito delle attività che conducevano. I mercanti italiani di un certo rango si concessero un tenore di vita tendenzialmente aristocratico, ma non si preoccuparono mai di inserirsi nelle file della nobiltà. Nonostante ciò non disdegnavano i titoli conferitogli dai principi esteri. Inoltre, nel Rinascimento, il mercante è portato a finanziare iniziative artistiche o culturali a titolo del tutto personale e, in questo periodo, non v’è principe o monarca che non si valga dei loro prestiti. Gli ordinamenti municipali di grandi empori commerciali e preindustriali come Venezia, Firenze e Genova permisero ai più ricchi di tramutare la loro supremazia in gestione più o meno diretta dei rispettivi governi (come i Medici), e di convertire la propria potenza mercantile in potere politico.

Sul piano dell’istruzione, oltre a leggere e scrivere, egli imparava normalmente i rudimenti della matematica, della geografia e del diritto; le esperienze dei mercanti portarono contributi alla contabilità, alla cartografia, alla geografia, all’astrologia, al sapere nautico , economico e finanziario. L’attaccamento del mercante alla sue dimora lo porta a desiderare ed ottenere con i propri sforzi non solo la residenza di campagna, bensì il palazzo in città. L’architettura è la forma artistica alla quale l’operatore economico riservò la priorità, soprattutto per la propria dimora e per mostrare il proprio prestigio. I rapporti dei mercanti con le altre forme d’arte sono meno univoci e più variegati; prediligevano sicuramente i ritratti, i monumenti sepolcrali e le decorazioni interne ed esterne delle proprie abitazioni. I frequenti viaggi contribuirono a fare del mercante un collezionista, soprattutto nel campo delle monte e delle medaglie. Tra i mercanti c’era un elevato numero di tipografi-editori, in quanto la stampa fu una nuova e ragguardevole attività economica.

L’artista

Il termine artista nel Rinascimento non esiste. Durante i due secoli della leadership italiana in materia di cultura, nasce l’interesse per le tecniche, accanto alla celebrazione delle personalità, all’attenzione al lavoro degli esperti. Per tecnica dobbiamo intendere il gioco preciso degli strumenti e il loro completo sfruttamento, tanto nella sistemazione dello spazio, quanto nel campo della rappresentazione. Per il Rinascimento artifex è colui che partecipa con i propri mezzi a un’impresa generale che mira al bello e all’utile.

I. ARTIFEX Un posto nella società Le botteghe, luoghi dove ci si riforniva di tutti gli oggetti utili, occupavano un posto notevole nelle strade cittadine. Una produzione abbondante rispondeva a una domanda regolare. Gli artifices sono dei produttori di oggetti utili e sono legati alla loro gilda, corporazioni con statuti precisi. Questi non si formavano attraverso una scuola ma venivano inseriti in uno studio organizzato come apprendisti, dove imparavano dai maestri. Successivamente essi conquistavano i galloni (la qualifica di maestro). In quasi tutte le carriere si verifica il fenomeno di crescente ambizione: accedere a un alto grado di responsabilità e d’influenza nella propria categoria. Le professioni sono mantenute all’erta dalla concorrenza e dalle ordinazioni dovute ai grandi successi. Contratti

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Dal 1200 al 1600 in Italia esiste un’enorme quantità di contratti. I contratti avevano delle clausole, tempistiche, diritto di rifiutare l’opera…Molte botteghe rispettano i loro impegni e consegnano le loro opere senza discussioni, nei tempi prestabiliti. Sono soprattutto i grandi dell’arte che hanno delle contestazioni con i committenti. La ripartizione del lavoro all’interno della bottega ha un’importanza capitale, senza assistenti, collaboratori ed aiuti non si raggiungerebbe spesso il termine della commissione. Quando arriva il successo, la bottega s’ingrandisce e i collaboratori, fedeli esecutori dei cartoni del maestro, intervengono sempre più spesso. In un numero considerevole di casi l’artista è la firma. Occorre valersi di un’ingegnosità per individuare le parti dovute all’uno o all’atro. I contratti prevedono spesso onorari pagati in natura: sacchi di grano e botti di vino. Se si tratta di denaro, si versa all’artifex della moneta d’argento (lire) o d’oro (fiorini). Le differenze di salario dipendono dalla fama e dall’influenza. Una delle caratteristiche più frequenti dell’epoca sta nell’invitare il talento a esercitarsi in parecchi campi e persino in tutti (Leonardo è l’esemplare iperbolico). Compare come un fenomeno nuovo, l’artifex polytecnes , in cui si esprime l’unità dell’attività artistica. L’idea del capo d’équipe responsabile si estende a tutte le arti. Piccola sociologia dell’ambiente Gli ambienti artistici non godevano una gran buona stampa. Le contestazioni di denaro, le rivalità spinte fino alla diffamazione, fino al delitto, il vino, gli scandali e il libertinaggio costituiscono una ricca materia di pettegolezzi e di rapporti di polizia. Gli artifices irrequieti costituivano una piccola società nella società, deliziando gli autori di cronaca con il loro individualismo anarchico e anticonformista, con il loro costumi, le loro fantasie, i ricevimenti con travestimenti, commedie, intermezzi e schiamazzi notturni. L’artista “serio” non amava queste piccole bande e ci teneva a distinguersi attraverso segni di onorabilità, come gli abiti, che sono la prova del successo ed è grazie a questi che si distingue l’artista vero dalla massa incapace della gentaglia invidiosa, dalla quale provenivano le critiche ingiuriose. Il quadro istituzionale delle professioni mutò solo con la tardiva comparsa delle accademie. La capacità produttiva degli artifices si è sviluppata in tutte le direzioni, si nota un moltiplicarsi di personalità originali: l’artista diventa, così, un personaggio culturale. Egli lavora sempre su commissione ma, entro il programma fissato per contratto, intende muoversi a modo suo e senza costrizioni, inoltre, trova sempre il modo per sfuggire a certi vincoli. Però, vi sono casi eccezionali di artisti che faticano a rispettare il contratto, anche per il grosso numeroso di commissioni accettate.

II. DOCTRINA Un posto nella cultura Con Nicolò Ve Pio II l’arte moderna è diventata l’arte della Chiesa. In tutto il Rinascimento ci fu una divisione di pensiero tra: - Quelli che per ragioni religiose, morali o intellettuali consideravano con sospetto la crescente emancipazione degli artisti. - Quelli che tendevano a privilegiare le manifestazioni dell’arte. Il problema dell’architetto L’architettura è l’arte fondamentale e non deve rientrare nell’ambito della pratica; la sua virtù è la matematica. Fa la sua comparsa un nuovo tipo d’architetto, una rappresentazione dell’arte-scienza. L’architettura è l’arte per eccellenza così, richiede architetti preparati e coscienti. Nasce nel Rinascimento la condanna alla costruzione senza regole, chiamata «gotica» contrapposta all’architettura ordinata, alla sistemazione urbanistica attorno ai monumenti privilegiati. La ricerca architettonica rientra nel campo intellettuale, si tratta di una ricerca sia pratica che teorica (con una forte diffusione dei saggi sull’architettura). Il passaggio dalla teoria alla pratica è breve, così il committente bene informato diventa architetto ed i gran signori anche si pretendono architetti, andandosi a creare così costruttori impreparati, venuti da altre professioni. Coloro che s’improvvisano architetti, che siano scultori, decoratori o pittori, sono portati a manipolare gli ordini architettonici ma mancano di tecnica. Anche la musica aveva nel Rinascimento creato ammirazione e tendenza, quale armonia e dissoluzione finiva per presentarsi come analogo della bellezza, tanto è che quasi tutti gli ambienti dell’arte se ne mostravano interessati, basandosi su un apparente notevole preparazione. Audendi potestas I testi antichi recuperati, editi e commentati con passione, hanno potuto servire da modelli per il comportamento degli artisti finendo per alimentare le loro biografie. Il gusto per l’antico contribuisce a dare

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un’idea lusinghiera dell’artista e delle sue capacità. Nella Chiesa esiste una corrente «rigorista» che si preoccupa dell’immoralità degli uomini ma anche della decenza delle opere, attraverso dei censori. La domanda in materia di statue, pale d’altare e decorazioni per le sagrestie era tale che anche i religiosi iniziarono a praticare loro stessi la pittura o la decorazione (nonostante non ci fosse ancora una vera e propria iconografia ecclesiastica), come Beato Angelico. Non vi erano ancora dei canoni ecclesiastici, una teologia dell’immagine e una codificazione generale, tant’è che per fare il giusto si faceva il solito, il consueto. Il pittore, o lo scultore, è ben lontano dall’essere tenuto entro i limiti di norme precise dall’autorità religiosa. È convenuto che sui muri delle cappelle, sugli altari l’opera deve rispondere alle esigenze della devozione, ma il suo autore intende essere apprezzato per le sue qualità di pittore o scultore. Nasce la casa d’artista, un luogo, spesso piccolo ed umile, destinato a laboratorio per l’artista.

III. VIRTÙ E GLORIA Un posto nella storia Spettava ai letterati fare il necessario per assicurare un posto agli artisti nelle cronache. La potenza creatrice si distingue per un’aspirazione totale alla glorificazione, cioè all’accesso a quell’ordine superiore nella memoria degli uomini che giustifica e scusa tutto. Ma la gloria ha nella vita degli uomini un avversario: la Fortuna. Colpi della sorte possono essere le opere interrotte e contestate, gli accidenti, le passioni, la morte dei protettori o dell’artista stesso. I modi per arrivare alla gloria erano: - La firma dell’opera (vista dai chierici e dagli intellettuali come manifestazione d’orgoglio); - Gli autoritratti (anche in opere storicamente e socialmente slegate all’artista, egli insinua la propria immagine tre le quinte). Sia la letteratura che la rappresentazione figurata venivano utilizzate per esaltare le personalità. La creazione dell’Accademia del disegno, che assicurava agli artisti lo statuto non artigianale, prova la discriminazione tra artista e artigiano.

La donna nel Rinascimento

L’uomo nel rinascimento l’abbiamo visto sotto innumerevoli vesti; egli ha molti ruoli ben individuabili, mentre la donna sembra quasi senza volto. Compare come iconografia religiosa e poco più, lungo tutto il Rinascimento, combatte per affermarsi, ma senza successo: la condizione femminile non sarà mutata a fine secolo. Ella è madre o figlia o vedova, vergine o prostituta, santa o strega. La madre e il bambino La maternità ha costituito la professione e l’identità delle donne. La loro vita adulta era un ciclo di parti e allattamenti. Gli intervalli tra un parto e l’altro erano i periodi di allattamento, che limitano la fertilità. In Italia e in Francia la donna che aveva partorito veniva festeggiata e coccolata, avere un figlio era un privilegio ed un fardello, essere incinta costituiva un segno di onore. Le donne delle classi superiori nutrivano e educavano i figli sino all’età di sette anni (le figlie sino al matrimonio). Era anche comune l’usanza delle madri di continuare a guidare i loro figli oramai cresciuti, soprattutto i maschi. Le donne avevano paura del parto (visto come punizione che Dio aveva dato a Eva) perché poteva portare alla depressione o alla morte (causata da parti complicati o infezioni batteriche). Le madri che sopravvivevano dovevano spesso assistere alla morte dei loro bambini che, se riuscivano a sopravvivere alla nascita, erano ancora vulnerabili per tutta l’adolescenza. La morte del bambino era sempre in agguato, pertanto il neonato veniva considerato come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. Quelli che sopravvivevano venivano allattati al petto per diciotto o ventiquattro mesi.

Le donne ricche partorivano più figli per assicurarsi eredi maschi e trasmettere efficacemente le ricchezze, tanto che i mariti spesso limitavano l’allattamento avendo un effetto contraccettivo e limitando così il concepimento del successivo nascituro. Così, i bambini figli della nobiltà, erano allattati dalle balie, donne che allattavano anche i figli delle altre donne oltre che il loro, per abbondanza di latte, per un compenso

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economico, perché avevano perso il loro figlio, o addirittura avevano mandato il loro stesso figlio a balia per allattare quello di qualche nobile che le dava un doppio compenso; alcune avevano semplicemente già svezzato il loro. Per le famiglie più facoltose c’era una balia che viveva in casa, era più comune però che venissero mandati in campagna pochi giorni dopo la nascita, dove venivano allattati da delle contadine. Qui il rischio di morte era alto, per la povertà, la malnutrizione, la trascuratezza. I bambini erano inoltre spesso non voluti e spesso le balie se ne sbarazzavano tramite soffocamento, veleni o malnutrizione. I bambini venivano spesso passati da una balia all’altra. Ma non erano solo le balie a non volerne, spesso le stesse madri se ne sbarazzavano. L’infanticidio veniva ancora praticato, ma era severamente punito. La più alta concentrazione di infanticidisi verificava fra i poveri (per limitare le nascite e le bocche da sfamare) e le donne non sposate (che o si sposavano prima della nascita del figlio, pertanto diventava legittimo) o se nasceva l’illegittimo e se ne sbarazzavano venivano punite con la morte (l’annegamento o il rogo).Anche l’abbandono veniva praticato dalle madri i quali non potevano permettersi di provvedere al proprio figlio, nella speranza che in caso venissero scoperte la pena fosse più magnanima. Nacquero così i brefotofri. Moglie e marito Il matrimonio era il prodotto di un calcolo, serviva come meccanismo di produzione, conservazione e trasmissione della proprietà. Comunemente le donne venivano escluse dalle eredità familiari, ma avevano un titolo alla loro dote, che le metteva in grado di sposarsi e, se la dote era alta, di sposarsi bene (con la dote il marito poteva migliorare la sua posizione finanziaria e godendo di una condizione sociale elevata). Nelle classi più povere il padre offriva la dote alla figlia, liberandolo così da obbligazioni economiche riguardo il benessere della stessa e potendo provvedere così agli altri figli. ????

I mariti erano i principali beneficiari delle varie somme intestate alle figlie delle classi superiori. La somma veniva definita subito prima della cerimonia di nozze, passava immediatamente sotto il controllo del marito e ritornava alla donna in caso di morte sia del padre che del marito. Di fatto la donna ereditava solo il nudo titolo alla richezza, ma raramente aveva la possibilità di farne uso. In caso di morte di lei la dote passava ai figli di lui, maschi. E gestita irresponsabilmente la donna poteva far causa al marito ed ottenere il risarcimento della dote. I matrimoni erano prestabiliti e i figli rispettosi, costretti dai genitori e dalla logica economica del matrimonio, si sposavano. Il matrimonio poteva essere annulato a causa di consanguineità, adulterio della donna, lebbra, impotenza, o finire a causa di un divorzio, di una separazione (talvolta per brutalità), di abbandono da parte del marito o per morte, che generalmente avveniva prima ancora della menopausa di lei. Dopo il decesso del compagno, normalmente, ci si sposava di nuovo. Una donna che si risposava, a parte la dote, perdeva ogni diritto sul marito e sui figli. Una vedova invece poteva rimanere nella casa del marito per tutto il tempo in cui viveva castamente, oppure sinchè i figli erano presenti. Alcuni matrimoni riuscivano a godere di una relazione d’amicizia che rappresentava la compiuta realizzazione di un ideale pre-moderno, valido sia per i cattolici che per i protestanti. Ma entrambi favorivano una relazione patriarcale, ove la donna era soggetta all’autorità del marito, modello tipico del Rinascimento. Se la donna non rispettava l’autorità del marito, in seguito alle maniere buone, poteva essere battuta, non con forza ma con “amore”. In alcuni paesi questa pratica era denunciabile al Concistoro, in altri costantemente in uso.

Limitata era la gamma di comportamenti sessuali, il cui primo scopo era la procreazione. Un secondo fine era quello di prevenire l’adulterio. Qualunque fosse la motivazione doveva essere consumato con rispetto e non brutalità, con affetto ma non con troppa passione e in tempi, luoghi e modi prestabiliti. Le altre attività sessuali erano proibite e peccaminose. L’estensione della competenza medica maschile della donna ebbe inizio nel Rinascimento, per evitare appunto che medici uomini visitassero pazienti donne. L’attività della donna svaniva nell’anonimato all’interno del matrimonio. Il lavoro delle donne Le mogli e le figlie appartenenti a tutte le classi sociali svolgevano un lavoro all’interno dell’unità familiare. In campagna partecipavano a tutti i lavori agricoli fisici (riunivano il bestiame, si prendevano cura del pollaio, mungevano le mucche, trasportavano la paglia, piantavano e preparavano il lino e la canapa che lavavano e battevano, filavano e tessevano per ricavare abiti e tovaglie, tosavano le pecore e ne tessevano la lana, si occupavano dell’orto per raccoglierne la verdura e le erbe da cucinare.

Le donne dell’aristocrazia si occupavano dei lavori agricoli a livello organizzativo quando i mariti erano assenti. Le donne di città eseguivano i lavori di casa, occupandosi di arredi, lino e di vasellame, provviste da

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scegliere. I doveri del marito si manifestavano fuori di casa, toccava a lui procurarsi beni, denaro, provviste, trattare con gli altri, viaggiare, discutere. Alla donna spettavano i compiti di raccogliere, conservare, ordinare, tener conto i beni, non spendere nulla, abbigliarsi per essere attraente agli occhi del marito e sottostare ai suoi ordini. Nella casa in cui erano relegate, alcune donne seppero impegnarsi in lavori produttivi, come nella produzione o nel commercio nel settore tessile, entrando a far parte di corporazioni e acquisendo autostima, affinacando i mariti o per decesso, e per vantaggi sul numero di assunzioni degli apprendisti ecc..Questo finchè le attività lavorative/botteghe risiedevano nello stesso luogo. Quando però la produzione tessile uscì dalle case, le donne delle classi medie non potevano lasciare la loro casa per recarsi sul posto di lavoro, quindi dovevano contentarsi del meno prestigioso lavoro svolto in casa. Le donne povere, invece, uscivano per svolgere lavori poco considerevoli e appaganti. Parteciparono alla produzione tessile, e se escluse dalle arti tessili cittadine trovarono un ruolo nella sericoltura (cura dei bachi, l’estrazione della seta cruda, la tessitura del prodotto finito) anche se dava meno soddisfazione e minor ricchezza, non godendo di nessun beneficio di cui godevano invece le donne che lavoravano nell’ambito dell’unità produttiva familiare, sia come amministratrici che commercianti. Dalla prima adolescenza fino al matrimonio, se non morivano di fame, giovani donne si dedicavano a lavori diversi. Ma le loro paghe erano la metà di quelle maschili (a cui tra l’altro era comunque destinata l’eredità) e non sufficienti per la sopravvivenza, ma ugualemente lottavano per creare una dote. In alcuni paesi erano possibili le occupazioni pubbliche, come artigiane, bottegaie, ambulanti e venditrici, in Italia tutto questo non era permesso, a causa di una protezione dell’onore della donna. Ricche o povere le done filavano. Per alcune donne povere un’alternativa era la prostituzione, accettata e istituzionalizzata nel Rinascimento. Figlia, madre, vedova (vergine, donna, vecchia) Per l’uomo del Rinascimento le donne erano diverse in ogni stadio della loro vita: - La moglie-madre feconda e produttiva,garantiva ricchezza e onore alla famiglia. - La vecchia-vedova appariva come una lavoratrice, come una madre che aveva abbandonato i propri bambini e la famiglia, come colei che aveva guadagnato la ricchezza o come il nemico della società: la strega. - La figlia-vergine era un potenziale elemento di scambio nella negoziazione della ricchezza, o una creatura dimenticata. Per mezzo loro veniva trasmessa la riccheza della dote, e grazie alla loro qualità di vergini veniva garantita la legittimità dell’erede. La monaca Per controllare l’eccedenza di popolazione femminile nasce il convento, strumento per controllare la dispersione delle ricchezze di famiglia, che si diffuse sin dai primi secoli dell’era cristiana. Molte donne risiedevano nei conventi contro la loro volontà e molti genitori le lasciavano lì dimenticate, in seguito alla consegna di una dote, ben più piccola delle figlie date in sposa. Le monache erano donne istruite e componevano opere scritte generalmente in volgare e di tipo devozionale. Molte donne erano invece monache entusiaste: la castità aveva un’attrattiva per le donne che non potevano acquistare grandi ricchezze o grande potere, ne sviluppare delle gratificanti capacità lavorative, artistiche o intellettuali; la castità, realizzabile attraverso una semplice negazione, rappresentava una vetta per la quale potevano lottare. Le monache si occupavano dei poveri, dei malati, dei pazzi e dei bambini abbandonati. Potevano, inoltre, costituire delle scuole e insegnare. I loro interessi erano di tipo intellettuale, scrivere e tradurre opere, comporre versi e drammi di carattere religioso. Talvolta la loro vita emotiva tendeva al narcisismo, all’anoressia, all’isteria e a un violento erotismo incentrato sulla figura del Cristo, queste talvolta erano malattie mentali, altre volte semplice conseguenza della pressione e della coercizione che caratterizzava la vita sessuale. Gli ordini femminili erano di clausura anche quando i corrispondenti ordini maschili non lo erano ed erano poste sotto una supervisione maschile che limitava il loro autogoverno ed un’autonoma realizzazione. (Orsoline, Clarisse, ordine della Ward e della Merici). Al di fuori del chiostro: pietà, stregoneria e protestantesimo Le donne che non vivevano nei conventi perché mogli o vedove o perché troppo povere per pagare una dote conventuale trovavano altre opportunità per esprimere la loro fede religiosa (come la carità o come prendere parte alle processioni parrocchiali). In Belgio, Francia e renania tedesca si diffusero le beghine: istituzionalmente esse occupavano una zona intermedia, soggette alla chiesa ma non costituivano un corpo ufficiale ecclesiastico; tra loro non vi era gerarchia e non facevano voti perpetui. Attiravano le donne povere

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della città, offrendo loro sicurezza, dignità, uno scopo ed un lavoro: filavano, tessevano, lavavano i panni, si occupavano dei malati ed insegnavano.

Vi furono anche donne che tentarono di perseguire obiettivi personali di ordine religioso senza alcuna conventualizzazione formale.

Durante il Rinascimento sono, inoltre, numerosissime le donne eretiche e le streghe. Nata nelle Alpi, la stregoneria si diffuse specialmente in Europa nel 1500 e sparì con l’Illuminismo. La maggior parte delle persone accusate e condannate per stregoneria erano donne, in quanto la natura femminile era di esseri creduli, ingannevoli, mutevoli, appassionate e carnali. Per provare che una strega era tale venivano usati tutti i mezzi. Alcune confessavano essendo giunte a credere di essere in preda alla possessione del demonio. Altre non confessavano e venivano torturate fino ad ammettere di essere colpevoli. Le streghe venivano condannate al rogo. Gli italiani erano abbastanza moderati nella persecuzione delle donne, e le condanne per stregoneria venivano fatte passare come altri crimini rivolti verso la chiesa. Nel protestantesimo, le donne con la capacità di perseguire dei fini religiosi trovarono nuovi spazi di libertà che non avevano nella vecchia Chiesa: venivano invitate a leggere, a capire ed a cantare, affinchè potessero ricevere l’ispirazione divina, ma venivano ancora escluse dalle discussioni teologiche, in quanto si riteneva inaccettabile che cercassero di definire la dottrina. Il protestantesimo non attrasse particolarmente gli italiani. Sotto un certo aspetto le donne trovarono nella chiesa una possibilità di esprimersi e di godere di spazi di libertà, la chiesa era un ambiente protetto accanto a quello della famiglie. Qui potevano scrivere e parlare delle proprie idee, formulare idee sui dogmi, dirigere istituti di carità e scuole guadagnando una posizione di gran rilievo e potere. L’alta cultura: donne guerriere e regine Poche furono le donne che ottennero un’alta fama a livello culturale nel Rinascimento. Si guadagnarono rispetto da parte di uomini che crearono, per definirle, un nuovo modello femminile: l’amazzone, assessuata, un ibrido di vergine e vecchia, un uomo-femmina pericolosamente abile. Questo modello era riconosciuto in quelle donne che esercitarono il potere militare o politico; Giovanna d’Arco e Caterina Sforza sono esempi di donne che assunsero dei ruoli militari ma non il potere politico. Caterina de’ Medici e Elisabetta Tudor d’Inghilterra assunsero anche il potere politico, ma furono rari casi di ereditarietà del potere per scomparsa prematura degli uomini. Nel Rinascimento, e particolarmente in Italia, quelle donne che non governavano né dirigevano i loro eserciti potevano, con la loro autorità e il loro denaro, incentivare il pensiero e la cultura (esercitando il mecenatismo nelle corti). L’educazione delle donne Le donne che esercitavano il mecenatismo erano culturalmente preparate. Le donne povere, come gli uomini poveri, non avevano alcuna istruzione, anche se talvolta gli si insegnava a svolgere qualche mestiere. Alle donne delle classi medie e alte venivano iniziate ad una cultura femminile e si insegnava loro a svolgere delle funzioni domestiche per: - Sviluppare tratti caratteriali adatti in vista di matrimoni patriacali. - Addestrarle nelle mansioni utili all’economia domestica (tessitura e lavori con l’ago, letteratura devozionale, pratica del silenzio e dell’obbedienza). Però l’istruzione non doveva essere eccessiva, di sapienza ma serviva solo per occupare l’ozio delle donne che dovevano rimanere in casa, costrette se non per andare in chiesa. Talvolta anche le ragazze andavano a scuola, ma gli studi superiori venivano proseguiti solo dai ragazzi. L’impulso più forte per l’educazione elementare delle donne provenne dal protestantesimo, per conciliarsi con Dio attraverso le Scritture. Le ragazze venivano educate a compiere i loro doveri religiosi e non conseguivano un’istruzione di carattere generale. Fornite di un minimo di istruzione, tornavano nelle loro case a filare. Furono poche le donne che si sforzarono di coltivare le loro capacità intellettuali a un livello più alto di quello offerto dalle nuove scuole elementari. Per alcune delle erudite italiane la cultura rappresentava una possibilità di liberazione da una vita ristretta e limitata; gli uomini invece si opponevano a questa istruzione ritenendo che le avrebbe rese mascoline e sgradevoli. La cultura per le donne ricche non era intellettuale, ma di intrattenimento: disegnare, ballare, parlare le lingue, fare musica, al fine di diventare un’attrattiva agli occhi dei pretendenti adatti; queste doti sostituirono il canone tradizionale di filare, cucire, tacere ed essere caste.

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La voce della donna e la risposta dell’uomo Poche furono le opere composte da donne, ma comunque degne di nota. Nelle loro opere le donne chiedevano al pubblico di riconsiderare la sua valutazione sul ruolo della donna nel loro mondo. I loro scritti ruotavano attorno a due poli: la famiglia e Dio. Scrivevano dei loro figli, per i loro figli, ai loro figli, a Dio, per Dio e intorno a Dio. Alcune donne allargarono il raggio dell’espressione femminile, dal 1600 includendovi la storia e l’autobiografia, generi fino ad allora destinati agli uomini. Protestavano combattendo come amazzoni, attraverso la scrittura, per la loro condizione. Gli autori maschi risposero all’aggressione femminile nel regno della cultura con una lunga tradizione di letteratura misogina: la querelle des femmes, rimanendo a disagio non tanto rispetto alla presenza delle donne, quanto piuttosto rispetto alla loro esplicita richiesta di attenzione. Però, altri uomini, sostennero l’idea che anche alcune donne possedessero delle buone qualità, anche se non le consideravano femminili, vere donne. Tra questi uomini troviamo Boccaccio ed Erasmo (sostenitore dell’istruzione delle donne). Eva, Maria e le Amazzoni L’uomo del Rinascimento ha otto volti. La donna ne ha tre: Maria, Eva o amazzone (vergine, madre, vecchia). Dall’amazzone è nata la donna moderna.

Viaggiatori e indigeni

Nel 1490 un Europeo può avere un’idea soddisfacente dell’Europa e dei paesi che circondavano il Mediterraneo. Ha qualche vaga nozione dell’Africa e dell’Asia, ma non coerenti. Poi, nei trent’anni seguenti, tutto cambia. Nel 1492 Colombo scopre le Antille e poi raggiunge il continente americano. Nel 1498 Vasco de Gama circumnaviga il Capo di Buona Speranza e inaugura la strada verso le Indie. Nel 1500 Pedro Alvarez Cabral approda alla costa brasiliana. Nel 1519 Cortés sbarca in Messico e, nel 1522, le navi di Magellano concludono il primo giro del mondo. Le scoperte geografiche continueranno fino al 1800. Nascono nuove opere letterarie sulla base dei racconti dei viaggiatori, che sono gli scrittori stessi, o gli autori di cronache rimasti sul posto che hanno raccolto relazioni orali. Spesso i racconti precedono i viaggi, il viaggio nasce come ricerca del mondo narrato nel romanzo, ritenuto veritiero. Le illustrazioni dell’epoca offrono testimonianza di questa proiezione a tal punto che le nuove scoperte vengono ritenute “familiari” perché nel reale si ritrova ciò che nella finzione romanzesca è descritto. Gli europei si scontrano con nuove usanze, culture e religioni. Le tre mete più ambite sono l’America, straniera e selvaggia, la Cina e la Turchia incarnazione del mondo musulmano, odiata e temuta e pertanto quella che suscita maggior interesse. Ci sono differenze tra le personalità dei viaggiatori, nei loro scritti e c’è anche una grande varietà d’indigeni.

Cristoforo Colombo (1451-1506) La principale forza che muove Colombo non ha niente di moderno, si tratta di un progetto religioso: vuole diffondere la religione cristiana dovunque e sogna di riconquistare Gerusalemme con una nuova crociata (sovvenzionata attraverso l’oro che Colombo aveva promesso di trovare e portare in patria). Inoltre, è innamorato della natura e sembra trovare piacere nella scoperta di nuove terre, di nuove isole e di nuove vie marittime; l’oggetto della scoperta era per lui meno importante della scoperta in sé, il senso di appagamento gli derivava dall’aver scoperto, non da quale luogo avesse scoperto. Inaugura la navigazione in base alle stelle e scopre la declinazione magnetica. Se non avesse vissuto nel mondo semifavoloso (crede nelle amazzoni, nelle sirene, negli uomini con la coda e nel Paradiso Terrestre che crede aver trovato) degli antichi racconti e delle profezie il progetto stesso non sarebbe esistito. Colombo è colpito della nudità degli indigeni indiani d’America perché è prova di esser giunto nel Paradiso terrestre, come Adamo ed Eva sono nudi e non conoscono la vergogna; essa simboleggia l’assenza della cultura, quindi la facilità con cui abbracceranno il cristianesimo. All’inizio dichiara tutto perfetto gentilezza, pacificità, e generosità ma, quando si trova impegnato nei suoi progetti di colonizzazione, le sue impressioni sono contrario: si vede circondato da nemici crudeli, inclini al furto, audaci e vendicativi. Prova prima a convertirli al cristianesimo, quando li vede opporsi occupa militarmente le terre e costruisce fortezze ed in seguito distinguendo tra buono, futuri cristiniani e cattivi cannibali, seleziona gli Indiani ed ammassandoli su

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navi li porta in patria spagnola per venderli come schiavi.

Amerigo Vespucci (1454-1512) I suoi viaggi sono incerti, i suoi meriti discutibili. La sua fama e la conoscenza delle sue imprese ci derivano dalla sua attività di scrittore e anche se le imprese fossero veritiere non fu comunque lui a capitanarle. (ne fu il pilota). E allora perché ebbe questi meriti? Lo possiamo notare nella lettera inviata a Lorenzo de’Medici (che non è Lorenzo il Magnifico) nel 1503, intitolata “Mondus Novus”. Il testo, preciso nella forma, comincia e termina con paragrafi che riassumono l’essenziale, il testo si divide in due parti: - La prima, dove descrive il viaggio; - La seconda, dove descrive i nuovi paesi, con tre sottosezioni annunciate: gli uomini, la terra e il cielo. Amerigo si preoccupa dell’interesse del lettore, della sua comprensione, mettendolo al posto d’onore e offrendogli il piacere della lettura, affascinandolo; scrive per la gloria del suo nome e per il piacere della letteratura, diversamente da Colombo, che scrive lettere utilitarie, documenti, strumentalizzati al fine di ottenere i mezzi per proseguire nelle spedizioni e non curandosi del lettore.

Sviluppa i suoi scritti su tre punti: - L’immagine moderna del buon selvaggio che viveva secondo natura, senza vesti, ne patrimonio, ne religione. Avevano mogli per quanto desideravano e scioglievano i matrimoni quando desideravano; non hanno re né governante; - Il cannibalismo, per testimonianze visive e per sentito dire; - La sessualità meschina nei confronti dei propri uomini ma lussuriosa verso i viaggiatori.

Viaggiatore, intellettuale nuovo, artista, egli fa riferimenti ai poeti italiani del rinascimento e dell’antichità, portando il lettore in un contesto familiare. Trascrive ciò che sa di come gl’Indiani vedono gli Europei. Il mondo rappresentato da Amerigo è puramente umano, non rientra l’ambito del soprannaturale, vi sono esagerazioni e riferimenti al paradiso terrestre ma solo come iperbole a render l’idea della natura laggiù.

Hernan Cortés (1485-1547) Egli è il conquistatore del Messico e il primo a realizzare una vera e propria conquista militare, e colui il quale imporrà il proprio esempio imitato consapevolmente. Fu il primo viaggiatore andato in America con piena coscienza del proprio ruolo politico e storico. Il desiderio iniziale di arricchirsi d’oro, va in secondo piano una volta che apprende l’esistenza di Montezuma, qui decide di contenersi, non estorcere ricchezze ma di sottomettere il paese stesso. Il suo primo pensiero è di impadronirsi di un interprete della lingua, che gli consente di interpretare i comportamenti degli avversari ed i dissensi tra i vari gruppi d’Indiani, gran parte di quali si oppongono al potere centrale degli Aztechi. Giocherà abilmente sulle rivalità locali presentandosi come liberatore di una prima popolazione contro una seconda, poi della seconda contro la terza, e via di seguito. Una volta imprigionato il re, successore di Montezuma, il regno si arrende. È molto attento all’immagine che il suo comportamento, e quello dei suoi soldati lascerà negli indiani, pertanto punisce i saccheggiatori. Inoltre vuole creare, negli indigeni, sia un sentimento di fiducia che un sentimento di terrore nei suoi confronti. La sua reputazione deve precederlo. Mantiene ambiguità rispetto al suo sistema di informazione e comunicazione, predilegendo azioni spettacolari ben consapevole del loro valore simbolico. In un primo tempo si preoccupa di rovesciare gl’idoli e di distruggere i templi, si dimostrarsi invincibile e superiore, di rado punisce ma in modo esemplare in modo che tutti lo sappiano. Vi è un reale interesse per la cultura degli indiani, poco dopo la conquista si vede preoccupato di tutelarli come testimonianze della cultura azteca. Cortés mostra ammirazione per gli Aztechi e per la loro cultura, tuttavia il risultato essenziale è la distruzione di questi sia nella loro identità culturale che nella loro stessa vita, questo in quanto, nonostante ne ammiri le caicità di artigiani, non li riconosce come esseri umani da metter sullo stesso piano e non si preoccupa di ciò che potrebbero volere.

Bartolomeo de Las Casas (1484-1566) E’ il primo che si preoccupa di risparmiare agl’indigeni le sofferenze che fanno subir loro i conquistatori e i colonizzatori. Predica la colonizzazione pacifica (a capo di contadini e agricoltori per la colonizzazione

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dell’attuale Venezuela ed in seguito Guatemala) e lotta per i diritti degl’indiani: - Denunzia la crudeltà dei conquistadores e dei colonizzatori spagnoli; - Propone delle misure, giuridiche e politiche, che contribuirebbero a migliorare la situazione nelle colonie americane; - Riflette sui fondamenti morali e filosofici della sua azione, e ne trova la giustificazione nel principio dell’unità del genere umano e dell’uguale dignità di tutti. Prima conversione: 1514, prende consapevolezza delle sofferenze degli indiani e delle condanne inflitte loro dagli intrighi spagnoli e pronunciate dall’alto dai frati domenicani.

Seconda conversione: 1523, entra nell’ordine domenicano per 10 anni circa. Egli da cristiano ardente, vuole diffondere tra gl’Indigeni la religione cristiana in quanto la vede come universale, ma ebbe bisogno di vedere gli indiani come predisposti alla cristianizzazione, già in possesso di virtù cristiane, per passare loro questo messaggio di universalità senza doverli costringere alla cristianizzazione. Egli non vuole arrestare l’espansione dell’impero spagnolo, non è contrario al principio di colonizzazione, sogna semplicemente una colonizzazione pacifica e progressiva alle guerre ed ai massacri (preferibile sia per il sangue dei colonizzati che per le finanze del re).

Terza conversione: 1550, continua a credere nella superiorità della propria religione, ma ammette che vi siano molte vie che portano a Dio e rispetta così le diverse religioni.

I sacrifici umani e il cannibalismo erano, per gli autori ostili agl’Indiani, la maggior prova dell’inferiorità naturale di questi, che quindi legittimavano le guerre di conquista o della sottomissione alla schiavitù. Las Casas cerca di farci sembrare meno strane tali pratiche ricordando i sacrifici nella Bibbia e adotta una nuova posizione nei confronti delle diverse religioni e della pluralità delle culture. Vede nei sacrifici umani per la religione, un’azione che testimonia l’intensità del sentimento religioso, seppur il proprio Dio non l’avrebbe richiesta ai suoi figli.

Bernardino di Sahagun Nel XVI secolo si forma un gruppo di autori che viaggeranno non per obiettivi politici e militari, religiosi o artistici, ma per approfondire tale conoscenza. Il francescano Bernardino di Sahagun è l’emblema di questo gruppo. Nasce in Spagna e passa la vita in Messico a imparare, insegnare a leggere ed a scrivere. Mentre insegna il latino apprende la lingua degli Aztechi, per diffondere più efficacemente la religione cristiana. Nel medesimo tempo cerca d’istruirsi sulla cultura dei Messicani fino a creare un’opera monumentale, un’enciclopedia della cultura azteca, in lingua originale ed in aggiunta anche in spagnolo, illustrata(opera che gli occupa quarant’anni), “La Storia generale delle cose della Nuova Spagna”. Non può impedirsi di osservare che l’arrivo degli spagnoli ha degli effetti negativi, contagiando gl’Indiani con la corruzione, l’egoismo e la sete di ricchezze.

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