LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE NELL, Sintesi di Sociologia
saralali
saralali

LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE NELL, Sintesi di Sociologia

DOCX (84 KB)
24 pagine
50Numero di download
1000+Numero di visite
100%su 2 votiNumero di voti
Descrizione
la comunicazione interculturale nell'era digitale _Giaccardi
40 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 24
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 24 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 24 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 24 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 24 totali
Scarica il documento

LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE NELL’ERA DIGITALE

CAPITOLO 1 LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE La comunicazione interculturale è il tema centrale delle riflessioni degli studiosi della cultura, politica, trasformazioni sociali del nuovo millennio. La comunicazione è l’unica via, non conflittuale pacifica, per affrontare la contemporaneità e le sfide che essa ci pone. Le culture che non cambiano, muoiono.

1. NON SI PUO NON COMUNICARE NEL 1967, Watzlawick con termine metacomunicazione = non si può non comunicare. Anche la nostra immobilità comunica esprime qualcosa: indisponibilità alla relazione, rifiuto della situazione, disagio, senso di inadeguatezza, estraneità. Anche abbigliamento, profumi… 1.1. OGNI COMUNICAZIONE è IN UN CERTO SENSO INTERCULTURALE Ogni persone con le sue caratteristiche fisiologiche, per le sue influenze culturali, esperienze e relazioni che caratterizzano la sua biografia costruisce un proprio particolare punto di vista sul mondo, che non può mai essere corrispondente a quello di qualcun altro. Con Siger si può dire che ogni comunicazione è in un certo senso interculturale e che ognuno di noi si dispone interculturalmente ogni volta che comunica con qualcun altro. L’altro, a qualunque cultura appartenga (compresa la nostra), ha sempre un margine di opacità, non può mai essere trasparente e sfugge sempre in parte ai nostri sforzi di comprensione e categorizzazione. 2-INEVITABILITà E NECCESSITA DELLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE La questione della comunicazione interculturale nella globalizzazione. Baumann dice che oggi nessuno può dire: non ne so niente. Con il nostro silenzio comunichiamo un punto di vista; da quello “ metacomunicazionale” comunichiamo un fastidio, una presa di distanza. Considerazioni possono essere distesi ai media come stampa e televisione. Oggi non si può ignorare la questione del rapporto fra le culture; non si può pensare di poter evitare di comunicare interculturalmente. La comunicazione interculturale può funzionare a due livelli: a) livello delle Situazioni e riguarda lo scambio dei messaggi e le modalità di interazioni nei singoli contesti della vita quotidiana(scuola, lavoro). Attribuisce due dimensioni: EFFICACIA= come capacità di raggiungere lo scopo in una data situazione e APPROPRIATEZZA= come capacità di riconoscere ciò che è adatto all’interno di una determinata prospettiva culturale. La comunicazione è efficace quando le persone sono in grado di raggiungere i risultati che si prefiggono. La comunicazione APPROPRIATA comporta l’uso di messaggi che siano attesi in un dato contesto e di azioni che corrispondano alle aspettative e alle esigenze della situazione. I due criteri dell’efficacia e dell’appropriatezza si combinano per influenzare la qualità dell’ interazione. B) il secondo livello è quello delle cornici FRAMES, quello che riguarda i presupposti culturali che ispirano le pratiche, le cornici di riferimento dell’agire comunicativo, e la capacità di mettere a tema tali presupposti, riconoscendoli e lasciandoli “interpellare” dalle cornici di riferimento degli altri interlocutori. È il processo implicito nel concetto più generale di “esperienza”: un uscire dal proprio mondo “dato e scontato”, attraversare territori ignoti, per poi tornare trasformati e capaci di vedere la realtà con occhi diversi. Comporta l’impossibilità di evitare il contatto, se non lo scambio, con soggetti appartenenti a culture anche profondamente diverse da quelle che ci è più familiare. 3- CHE COSA è LA COMUNICAZIONE Etimologia del termine rimanda al latino COMMUNIS (comune/condiviso), che ha la stessa radice di COMMUNICA(unione/partecipazione) che si può scomporre in CUM(con) e MUNUS (un termine che denota tanto il dono quanto l’obbligazione).COMMUNIS (termine collegato MOENIA) che significa mura= indica chi sta dentro le mura, chi condivide la stessa situazione. Un processo attraverso il quale i partecipanti creano e condividono informazioni, ed è un cammino attraverso il quale si cerca di costruire un mondo comune, riducendo gli spazi e le distanze, attraverso l’utilizzo di uno o più codici che siano comuni. Comunicazione =modello della trasmissione A->M->B prevede che il messaggio passi da un soggetto A (emittente) a un soggetto(il ricevente B). Modello per descrivere dinamiche che hanno luogo nei processi di ACCULTURAZIONE o nei corsi di comunicazione strumentale in vista di un

obiettivo. Limiti del modello: 1)comunicazione è unidirezionale 2) destinatario passivo 3)contesto non è a tema 4)messaggio viene passato attraverso un canale senza risultarne modificato. Era della comunicazione digitale, Web 2.0, modello trasmissivo più informativo che comunicativo (social network, la comunicazione è fàtica, ovvero centrata sulla comunicazione). -DIALOGO= attraverso il dialogo si lega ciò che è separato, si uniscono i diversi. Presuppone l’incontro di alterità e uno sforzo di relazione che passa per l’ascolto e il riconoscimento dell’altro come interlocutore. 1)è uno scambio 2)processo negoziale che implica un feedback 3)è un incontro tra i soggetti concreti, tra individui intesi come tali 4)presuppone rapporto paritetico(partecipanti intesi come interlocutori a pari titoli). 5)condivisione di uno stesso tempo (videoconferenza, skype). L’antropologo tedesco Fabian(1983) scriveva che il tempo è una forma attraverso la quale definiamo il contenuto delle relazioni. Perché il dialogo sia possibile, e perché tutti i partecipanti siano a pieno titolo riconosciuti come interlocutori, occorre convenire sul fatto che tutti in un certo senso “abitano” lo stesso presente, sebbene ciascuno sia portatore della propria storia. -CONSENSO= l’intesa si realizza piuttosto attraverso la sintonia emotiva, l’empatia, il sentire insieme. In consentire, in quanto riferito in un ultima istanza all’ intensità percepita individualmente, non comporta di per sé un avvicinamento all’altro tale da mettere di per sé in discussione le cornici di riferimento. Schema della comunicazione dialogica: (F)A<->B(F). (F)sono frames. A&B sono soggetti che dialogano. <-> bidirezionalità della comunicazione. La riuscita della comunicazione dipende dalla reciprocità e dalla capacità dei soggetti coinvolti di mettere in gioco( e riconoscere) anche i presupposti a partire dei quali si entra in comunicazione con l’altro. 4-STUDIO DELLA COMUNICAZIONE -SEMIOTICA: utilizza strategia di costruzione del discorso, i meccanismi di costruzione e scambio di significati attraverso testi che possono essere di varia natura(verbali: orali e scritti, sonori), distinguendo tra una manifestazione superficiale e una struttura profonda del testo, a livello della quale operano i dispositivi di significazione. -SOCIOLINGUISTICA: si colloca all’interfaccia tra lingua e cultura o lingua e società. Studia i fatti e fenomeni linguistici e le variazioni dell’uso della lingua a seconda delle situazioni e del contesto sociale. -PSICOLOGIA: considera la comunicazione con riferimento al singolo soggetto, ai gruppi, alle istituzioni. Focalizza sull’importanza della comunicazione per costruire e alimentare le reti di relazioni e per la formazione dell’identità personale. -SOCIOLOGIA: considera il comunicare un modo per riprodurre, trasformare i significati sociali attorno ai quali il gruppo si riconosce. Comunicazione è indicativo alla cultura (valori/tradizioni) e dei rapporti tra gli interlocutori(gerarchie /ruoli/autorità). -ANTROPOLOGIA: stretto legame tra comunicazione(linguaggi, contenuti, riti) e cultura( come insieme elementi materiali e immateriali che caratterizzano la vita quotidiana di un gruppo). Tutta la comunicazione è culturale, tutto comunica. 5-CONCETTO DI CULTURA Etimologia cultura, rimanda al latino COLERE che significa COLTIVARE. In senso metaforico=alla coltivazione dello spirito e al processo di formazione dell’ individuo. La concezione antropologica sottolinea il carattere condiviso, particolare e ordinario della cultura. -Hofstede(1980) ha definito la cultura come il software della mente umana, che fornisce un ambiente operativo per il comportamento. La cultura consente di operare un’elaborazione tra lo stimolo e la risposta, costituisce il prerequisito per essere membri di un gruppo, fornisce stabilità e coesione, è soggetta a mutamento e consiste in idee, pratiche, esperienze trasmesse in forma simbolica attraverso processi di apprendimento. La cultura è parte di noi. .DEFINIZIONE DI KROEBER E KLUCKHON: 1)il modo di vivere di un popolo (vita quotidiana usanze: abitazione, preparazione cibo, abbigliamento, alfabetizzazione e trasmissione della tradizione). 2) eredità sociale che un individuo acquisisce sul suo gruppo di appartenenza (valori di riferimento, che sono per l’Occidente la libertà e la democrazia). 3)l modo di pensare, sentire, credere; la percezione dell’ identità personale come qualcosa di individuale, dotato di valore per sé; la fiducia

in qualcosa di trascendente. 4)generalizzazione derivata dall’ osservazione dei comportamenti )i rituali di saluto). 5)il deposito di sapere posseduto collettivamente (i preverbi). 6) l’insieme dei comportamenti standardizzati nei riguardi dei problemi ricorrenti. 7)l’insieme dei meccanismi per la regolazione normativa del comportamento (monogamia; poligamia) 8)’insieme delle tecniche per adeguarsi all’ ambiente (tipo di abitazioni, alimentazioni, abbigliamento, sfruttamento delle risorse a fini economici..). - -CINQUE DEFINIZIONI DELLA CULTURA: 1) dimensione OGGETTIVA/SOGGETTIVA: il primo aspetto si riferisce alle forme culturali in quanto collettivamente condivise, patrimonio di un gruppo; tali forme vengono però interiorizzate e declinate in modo soggettivo ( es. bandiera italiana ha oggettivamente valore di identità nazionale e patriottismo, ma soggettivamente sarà diverso per ragazzo di 14 anni e reduce della seconda guerra mondiale). 2) dimensione CONCRETA/ASTRATTA: primo aspetto riguarda le componenti materialmente osservabili: l’abbigliamento; il secondo richiede delle inferenze o interpretazioni da parte di un osservatore esterno: es. significato del velo islamico. 3) dimensione DESCRITTIVA/COGNITIVA: la cultura è capace di fornire immagini del mondo, interpretazioni della realtà, rappresentazioni sociali (nel mondo occidentale il valore dell’individualismo, espressione di sé, del successo). 4) dimensione ESPLICITA/IMPLICITA: secondo Edward T. Hall c’è una cultura manifesta, che viene appresa attraverso la parola e la socializzazione ed è quella che può essere riconosciuta da un osservatore esterno; e una cultura tacita, non verbale ma fortemente situazionale, secondo regole che non vengono insegnate e apprese ma acquisite nelle diverse circostanze e nei diversi ambienti dell’esperienza della vita quotidiana. 5) dimensione COERENTE/INCOERENTE: oltre a un certo di grado di coerenza, ma presenta anche un grado di complessità e conflittualità interna che ne garantisce la varietà e il dinamismo. Componenti della cultura:

1. Valori: sono ideali a cui un certo gruppo sociale aspira e a cui fa riferimento quando deve formulare giudizi, prendere decisioni, orientare l’azione( uguaglianza, onestà). Hanno una dimensione normativa: ci dicono entro quali cornici orientare le nostre scelte e i nostri comportamenti. Dimensione cognitiva: ci consentono di formulare giudizi. Possono avere anche dimensiona affettiva, dal momento che diventano rilevanti per definire l’identità degli individui e le loro appartenenze. Infine dimensione selettiva: funzionano come criteri per scegliere come agire.

2. Norme: derivano dai valori, poiché li specificano attraverso precise indicazioni di comportamento. I gruppi sociali stabiliscono sanzioni, ovvero punizioni e limitazioni.

3. Concetti: rappresentano gli strumenti per organizzare l’ esperienza dal punto di vista cognitivo. Coincidono con le forme di categorizzazione della realtà di un determinato gruppo(es. noi/loro) o articolarsi in proposizioni descrittive della realtà e modelli di visione del mondo( credenze)

4. Simboli: significa dal greco mettere insieme. È caratterizzato dal rinvio, al momento che sta per qualcosa d’altro. Hanno un significato pubblico; condiviso. Possono essere impiegati in assenza delle cose che significano. I simboli dilatano il tempo e lo spazio, rendendo accessibile ciò che non c’è più, e consentendo di prefigurare ciò che non è ancora. I simboli sono pubblici e hanno significato in quanto condivisi da una comunità di parlanti (es inno nazionale). Infine permettono all’individuo o ai gruppi di autodesignarsi dentro un ambiente (acconciature punk).

6- COMUNICAZIONE E CULTURA La comunicazione costituisce il cuore della vita e della cultura stessa. La cultura è un’ insieme di segni dotati di significati, che si esprime in pratiche comunicative. La cultura sopravvive se comunicata. Prima attraverso apprendimento della lingua, poi modalità verbali e non verbali di esprime l’approvazione e disapprovazione, di categorizzare le percezioni e definire situazioni sociali e i comportamenti appropriati e attraverso la trasmissione di modelli condivisi, tanto nell’ interazione faccia a faccia quanto attraverso forme di comunicazione mediata.

Gli ambiti sono quelli legati alla socializzazione, primaria in famiglia e secondaria attraverso le diverse agenzie e media, e alle istituzioni. 7-BREVE STORIA DELLA DISCIPLINA La comunicazione interculturale come campo di studi cominciò dopo la seconda guerra mondiale. Stati uniti potenza leader, ma i suoi diplomatici erano inefficienti. Interculturalità: nozione di culturale dal momento che non è separabile dalle culture nelle quali è apparsa, come modo di affrontare situazioni problematiche e di risposta alle sollecitazioni dell’ambiente. Nozione di strategica dal momento che ciascuno accoglie la cultura dell’altro solo a partire dalla base della propria cultura, cercando di farla prevalere. Apporto degli studi post-coloniali. Conoscere l’altro vuol dire poterlo dominare, usare o sapere come umiliarlo in modo efficace, come la guerra delle immagini di tortura e orrore nel conflitto Usa-Iraq ha mostrato. 7.1 GLI ALBORI DELLA DISCIPLINA In Occidente con la modernità: le innovazioni tecnologiche (treni, stampa, cinema) da un lato e i processi di urbanizzazione legati all’avvento della società industriale dall’altro, costituiscono i principali fattori di intensificazione di contatti interculturali e di consapevolezza dei problemi che essi comportano. I mezzi di trasporto veloce hanno consentito di spostarsi verso paesi lontano e di venire a contatto con culture “altre”. Nel secondo caso è l’arrivo di “altri” a rompere l’omogeneità della composizione culturale autoctona: industrie richiamano nelle città la forza lavoro, sollecitando migrazioni dalle zone rurali. L’ Università di Chicago è la sede del primo dipartimento di sociologia degli Stati Uniti fondato nel 1892. Studio della diversità culturale e della devianza sociale nella metropoli. L’UOMO MARGINALE è colui che sperimenta un’ incongruenza tra il sistema culturale della comunità da cui proviene e quello della società di arrivo vivendola come duplice perdita, di status e di senso del proprio di sé. CHICAGO (1915) la città era all’ epoca una metropoli con un alto tasso di immigrazione dall’Europa. La metropoli si configura come un’ area culturalmente diversificata, dove la diversità culturale è all’ origine di conflitti e attualità. Vivere tra due mondi significa in un certo senso non riuscire mai ad appartenere pienamente a nessuno di essi, essere per certi versi stranieri rispetto a entrambi. A Park si deve anche la nozione di DISTANZA SOCIALE: definisce il grado di vicinanza e/o lontananza e il senso di familiarità e/o estraneità che lo accompagna, tra soggetti sociali appartenenti a diverse culture (per razza, etnia, religione, occupazione). L’EXCURSUS DELLO STRANIERO: straniero inteso come colui che oggi viene e domani rimane. Interventi di sostegno allo sviluppo nei paesi poveri, fu la riflessione sull’ inefficacia del corpo diplomatico a sollecitare una maggiore sensibilità agli aspetti culturali dei paesi con cui si intrattenevano relazioni. La formazione dei diplomatici, dopo una prima fase in cui ne fu sottovalutato il significato, finì poi con l’ includere come qualificante l’apprendimento della lingua e della cultura dei paesi di destinazione. 7.3 IL FOREIGN SERVICE INSTITUTE E E.T.HALL Nel 1946 il Congresso degli Stati Uniti stabiliva la costituzione del Foreign Service Institute entro il Dipartimento di Stato, per provvedere alla formazione del personale (diplomatico e tecnico) da inviare nei paesi stranieri. .. il dialogo con gli altri non è mai stato facile né lo sarà mai. Sapir-Worf ipotesi sostiene che il pensiero viene formulato in base alla lingua e che, parlando lingue diverse, ognuno di noi si crea un’ immagine del mondo personale e diversa da quella degli altri. Per favorire un dialogo positivo è fondamentale renderci conto che, parlando con un altro, abbiamo davanti qualcuno che in quello stesso momento vede e capisce il mondo in modo diverso dal nostro. Hall: studi sull’ attenzione all’ uso comunicativo dello spazio e del tempo (prossemica e cronemica) e la distinzione tra culture al alto/basso contesto. 7.4 L’ISTITUZIONALIZZAZIONE E IL FUTURO DELLA DISCIPLINA:ANNI 70 E 90 Il primo corso di comunicazione interculturale si tenne all’ Università di Pittsburg nel 1966. Dieci anni dopo viene fondato all’ Università di Stanford un istituto di studi interculturali. Da un punto di vista tematico e concettuale, i passaggi che segnano l’affermarsi della comunicazione interculturale come disciplina si possono sintetizzare:

• La comunicazione interculturale nasce come un tipo di formazione applicata, intesa a migliorare il comportamento, ritenuto inadeguato, dei diplomatici e dei tecnici americani in missione all’estero.

• Ha avuto origine dallo sforzo di migliorare la comunicazione internazionale tra i diplomatici e i tecnici americani e le loro controparti nei paesi ospitanti.

• Oltre alla linguistica e antropologia è diventata oggetto di studio anche nell’ ambito della comunicazione

• La comunicazione non verbale è stata un oggetto cruciale della comunicazione interpersonale

• L’ apprendimento attraverso l’ esperienza è una componente chiave della comunicazione interculturale.

7.5 PRESENTE E FUTURO DELLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE Nel 2002 l’ Handbook of international and intercultural comunication individua 5 filoni all’ interno della riflessione teorica sulla comunicazione interculturale:

1. Le teorie che si concentrano sull’ efficacia comunicativa: convergenza culturale: attraverso l’ interazione tra individui o gruppi, i partecipanti possono avvicinarsi a una comprensione reciproca senza mai raggiungerla completamente. Teorie sulla gestione dell’ ansietà e incertezza: incertezza deriva dalla difficoltà a prevedere e interpretare i significati altrui, mentre l’ansietà riguarda i sentimenti di disagio che si provano nelle situazioni di contatto con membri di altre culture. Le teorie sull’efficacia dei processi decisionali nei gruppi interculturali: diventano rilevanti variabili quali il carattere individualista o collettivista delle culture.

2. Teorie su accomodamento e adattamento reciproco tra culture diverse. La prima sulla comunicazione-accomodamento: parte da alcuni studi sull’accento e mostra come i parlanti utilizzano strategie linguistiche per ottenere l’approvazione o distinguersi nelle loro interazioni con gli altri. Teoria dell’ adattamento interculturale che parte dalla comunicazione interpersonale orientata a uno scopo e osserva che l’andamento reciproco dei comunicanti favorisce un cambiamento nelle loro interazioni con gli altri. Teoria co- culturale focalizzata su sulle interazioni tra i membri sottorappresentati e membri dominati entro un certo contesto sociale e sugli stili comunicativi delle minoranze

3. Teorie sulla negoziazione o il management dell’identità che si concentrano sui processi di adattamento delle identità. Teoria della negoziazione dell’identità secondo la quale più sicura è l’autoidentificazione di un individuo, più egli sarà disponibile a interagire con i membri di altre culture. La teoria sull’identità culturale basta sull’interpretazione di come le identità culturali entrano in gioco nelle interazioni interculturali.

4. Teorie focalizzate sui networks comunicativi: che il comportamento sia influenzato dalle relazioni tra gli individui piuttosto che da norme interiorizzate. Teorie sulla competenza comunicativa outgroup: possedere la conoscenza di membri outgroup nel proprio network facilita la competenza comunicativa rispetto a membri di altre culture. Teoria dei networks intraculturali versus interculturali: nota maggiore varietà nei comportamenti tra membri di culture diverse che entro una stessa cultura. La teoria dei networks e dell’acculturazione che si concentra sul rapporto network/immigrazione e osserva che i migranti quando divengono integrati in una comunità i loro network sociali cambiano

5. Teorie focalizzate su acculturazione e aggiustamento che affrontano dinamiche culturali legate all’ immigrazione e alla mobilità sociale. Teoria della comunicazione-acculturazione in cui sia lo straniero che l’ambiente circostante sono impegnati in uno sforzo congiunto. Teoria del management dell’ansietà/ incertezza vista dalla prospettiva dello straniero che entra in un nuovo contesto. Teoria di assimilazione, devianza e stati di alienazione secondo la quale il contesto di ricezione risponde con l’assimilazione, l’isolamento o il feedback negativo all’atteggiamento degli immigrati a seconda che esso sia di assimilazione, di devianza o di separazione.

Sviluppi più recenti: 1. Questione della reciprocità

2. Mettersi nella prospettiva dell’ altro 3. Tema del potere, delle asimmetrie 4. L’attenzione ai nuovi contesti multiculturali, piuttosto che alle singole situazioni

comunicative L’esperienza interculturale diventa luogo di apprendimento in quanto si caratterizza per la rottura del senso di ovvietà che accompagna la vita quotidiana nella sua dimensione irriflessa. L’esperienza del contatto interculturale sollecita quello che Bateson ha definito deuteroapprendimento, ovvero un apprendere ad apprendere. Le nuove esperienze sono occasioni per acquisire nuovi modi di guardare il mondo e una prontezza ad affrontare situazioni inedite mettendo in discussione le proprie cornici di riferimento. 8- UNA SINTESI Approccio di primo livello trasmissivo-strumentale, la comunicazione interculturale definita come lo studio della comunicazione interpersonale eterofilla tra individui che appartengono a differenti culture, in relazione ad un obiettivo. Analizza le difficoltà e mira ad aumentare la mutua comprensione tra i membri delle culture e a ridurre i fraintendimenti. Oggi la comunicazione interculturale di configura come un’interazione dialogica, un processo di negoziazione tra i frames che vede il fronteggiarsi di interessi diversi, che subisce aggiustamenti man mano che la reciproca comprensione avanza, a favore di una valorizzazione di tutte le istanze in gioco e del raggiungimento di punti di equilibrio che siano riconosciuti da tutte le parti coinvolte. Si andrebbe affermando un modello definito della convergenza dove l’uscita dall’ovvietà delle proprie cornici e dai comportamenti semiautomatici che ne seguirebbero è sollecitata non da un atto di riflessività volontaria, ma dall’identificazione di un bene comune, di un obiettivo il cui raggiungimento rechi beneficio a entrambe le parti, innescando processi di cooperazione che generano forme di Intercultura pratica o quotidiana. Ogni cultura è internamente complessa e presenta elementi contradditori, oltre che influenze e contaminazioni. La presunzione di omogeneità e l’ esagerazione di identità sono due dinamiche tipiche della contemporaneità. Consideriamo rispetto a interculturale: multiculturale/ multiculturalismo; internazionale/transnazionale; cross-culturale; interetnico; interraziale.

a. Il termine multiculturale significa solamente l’esistenza di parecchie e multiple culture co- presenti in uno stesso ambiente. Tali culture sono co-presenti, ma relativamente separate in diversi modi per diverse ragioni. È ragionevole pensare che le diversità, poste fianco a fianco, confliggano inevitabilmente o, nel migliore dei casi si ignorino. Se multiculturale viene usate con una valenza più descrittiva, multiculturalismo assume una valenza più pragmatica e politica. Termine che mette l’accento sulla diversità culturale, piuttosto che sullo scambio tra culture. Multiculturalismo rischia alla fine di essere un’etichetta, il riconoscimento di una molteplicità senza un interesse a conoscere il diverso, una tolleranza che accetta la diversità, senza conoscerla.

b. Comunicazione internazionale(transnazionale): riguarda il livello societario, si occupa di temi quali la direzione dei flussi di informazione, diffusione di internet. Un importante settore della comunicazione internazionale è quello della cosiddetta development communication. Lo sviluppo è un processo partecipativo su larga scala di cambiamento sociale in un determinato contesto, finalizzato al conseguimento di vantaggi sociali come una maggiore uguaglianza, libertà per la maggior parte delle persone. La development communication si occupa dei programmi che utilizzano la comunicazione per promuovere lo sviluppo( campagne per alfabetizzazione, salute).

c. Comunicazione cross-culturale: implica un approccio di tipo astratto ed etico alla cultura. Ha come proprio oggetto la comunicazione tra sistemi e l’analisi delle differenze del comportamento comunicativo in quanto legate a differenze culturali.

d. Comunicazione interetnica: comunicazione tra i gruppi etnici diversi all’interno di una stessa cultura (es. ispanoamericani, afroamericani).

e. Comunicazione interraziale: interazione tra i membri della cultura dominante e altre co- culture sullo stesso territorio (es. tra i bianchi e afroamericani in Usa).

Infine la comunicazione interculturale dovrebbe oggi assumersi il compito di guidare l’ internazionalizzazione e la multiculturalizzazione del più ampio ambito degli studi sulla comunicazione. È dunque riconosciuta e istituzionalizzata la collocazione della comunicazione interculturale da un ambito linguistico-antropologico all’ambito degli studi sulla comunicazione.

CAPITOLO 2 LA COMUNICAZIONE NON VERBALE Per comunicazione interpersonale s’ intende una interazione comunicativa tra due o più soggetti, tendenzialmente in situazione face-to-face. Elementi che entrano in gioco oltre al linguaggio verbale (abbigliamento, postura, tono della voce); oltre che possibilità di feedback ( una risposta retroattiva in tempo reale); e dalla interscambiabilità dei ruoli di emittente e destinatario del messaggio. 1. LA COMUNICAZIONE INTERPERSONALE: VERBALE E NON VERBALE • Comunicazione verbale: richiede presenza di un codice nel quale tradurre i messaggi da

scambiare e una intenzionalità comunicativa. La lingua rappresenta un codice che deve essere condiviso dagli interlocutori perché la comunicazione possa aver luogo.

• Comunicazione non verbale: presenta delle analogie con il contenuto che comunica come intensità di un grido è proporzionale alla paura o al dolore. Trasmettere significati: postura movimenti del corpo, gesti, espressioni del viso, modo di strutturare il tempo, modo di parlare. Hall: “quello che le persone fanno è spesso più importante di quello che dicono”. La comunicazione non verbale è il luogo dove si manifesta l’inconscio culturale, è appreso, in modo informale, attraverso imitazioni che dà forma alle nostre azioni: “la cultura controlla il comportamento in modo profondo e persistente, per lo più fuori dalla consapevolezza e quindi al di là del controllo consapevole degli individui”. La comunicazione non verbale può anche veicolare contenuti intenzionali. Immagine di sé (abito x colloquio di lavoro), definizione della situazione(gesti dei rituali) e sulle relazioni tra i partecipanti ( saluto tra due persone che si baciano sulle guance indica un rapporto paritario). Dato che è impossibile non avere un comportamento, è impossibile non comunicare. Essa comprende l’insieme delle modalità non verbali di dare forma al discorso (tratti paralinguistici come ritmo, tono di voce, uso delle pause) e tutti gli elementi non verbali come la mimica e la gestualità del soggetto(cinesica), l’organizzazione delle distanze tra i soggetti(territorialità) e degli elementi spaziali (prossemica) e temporali (cronemica).ù

La comunicazione analogica= comunicazione non verbale. Il termine deve includere le posizioni del corpo, i gesti, espressione del viso, ritmo e cadenza delle parole. 1. IL RAPPORTO TRA I DUE LIVELLI La comunicazione sia relativa al passaggio di nuove informazioni da una persona all’altra. La relazione tra comunicazione verbale e non verbale può assumere diverse forme: si realizza una convergenza quando tra le due modalità c’è sintonia e reciproco sostegno; si è in presenza di una divergenza quando una delle due forme di comunicazione contraddice l’altra, dando luogo a effetti di menzogna o spiazzamento; si ha sostituzione quando svolge il ruolo di trasmissione di significati; funzione di regolarizzazione quando la comunicazione non verbale serve a disciplinare quella verbale (es. sguardo ai parlanti a terminare il loro discorso); si ha metacomunicazione quando una delle due forme di comunicazione svolge la funzione di consentire l’interpretazione dell’altra (es. strizzare l’occhio) 1. COMUNICAZIONE NON VERBALE La comunicazione non verbale ha costituito l’oggetto principale della comunicazione interculturale. La cultura è principalmente un fenomeno implicito e non verbale, la maggior parte degli aspetti della propria cultura sono appresi attraverso l’osservazione e imitazione. Il livello base della cultura è comunicato implicitamente, senza consapevolezza, principalmente attraverso mezzi non verbali. 1) la comunicazione non verbale non può essere evitata. 2)di solito precede quella verbale (abbigliamento, postura). 3) è generalmente ritenuta particolarmente affidabile. La capacità di

decodificare la comunicazione non verbale è importante per orientarsi nelle situazioni e decidere quale atteggiamento tenere. 4)può essere fonte di profonde incomprensioni specie quando il messaggio verbale è insufficiente. 5) è particolarmente importante nelle situazioni di comunicazione interculturale. (es. accavallare le gambe mostrando la suola delle scarpe in occidente come atteggiamento informale, nel mondo arabo è offensivo). ...Universalità delle espressioni? Se dal punto di vista della gamma delle espressioni facciali e della loro correlazione con particolari stati d’animo alcuni autori riconoscono la presenza di “universali transculturali”. La cultura stabilisce gli standard del comportamento non verbale. La cultura tende a determinare il comportamento non verbale che rappresenta o esprime simbolicamente specifici pensieri, sentimenti o stati d’animo di chi comunica. La cultura determina quando è appropriato mostrare o comunicare diversi pensieri, sentimenti o stati d’animo, questo è evidente nell’esternazione delle emozioni. 3 – I CANALI DELLA COMUNICAZIONE NON VERBALE: LA CINESICA La cinesica nasce dalla disciplina socio-antropologica che studia la comunicazione attraverso le posture e i movimenti del corpo e del volto, indentifica e definisce il linguaggio del corpo e i suoi vocaboli (cinèmi) intesi come fatti culturali. Una prima modalità di comunicare non verbalmente ha a che fare con i movimenti del nostro corpo, a partire dal volto, fino a includere l’intera gamma delle nostre modalità di occupare lo spazio con il nostro corpo. Possiamo comprendere nella cinesica la mimica facciale, gestualità e postura.

• IL Potenziale comunicativo del volto: la fisiognomica: il volto è il luogo in cui concentriamo maggiormente la nostra attenzione e rappresenta la prima fonte di informazione sull’interlocutore. L’opera di Lombroso sui criminali basata su fisionomia del cranio. Tentativi nel XVIII secolo di fondare il razzismo su basi scientifiche.

• La mimica facciale: il volto possiede un doppio registro comunicativo, costituito di due livelli in relazione reciproca: la fisionomia: sedimentazione delle nostre espressioni e dalle tracce dei nostri vissuti; e le espressioni: vincolate dalla fisionomia e alle abitudini comunicative che prefigurano una gamma non illimitata di possibilità.

Il volto si offre tra uomo e uomo come il primo oggetto dello sguardo. Il viso è il simbolo di tutto ciò che l’uomo ha portato con sé come presupposto della sua vita. Il viso fa sì che l’uomo venga compreso già al suo apparire, senza aspettare il suo agire. Il volto può essere considerato scomponibile in tre aree della diversa capacità espressiva: 1) l’area frontale o superiore, che comprende la fronte sino alle sopracciglia, è considerata nobile, nella cultura occidentale, in quanto sede del pensiero. Corrugare la fronte, aggrottare le sopracciglia sono segni di preoccupazione e tensione. L’area mediana, quella che comprende gli occhi e il naso è estremamente espressiva, in particolare gli occhi che hanno la capacità di stabilire un primo, pre-verbale livello di contatto intersoggettivo, oltre che a un prezioso canale di feedback comunicativo. Il contatto oculare: tra i singoli organi di senso l’occhio è fatto per offrire una prestazione sociologica, assolutamente unica: consiste nel guardarsi l’un l’altro. Per la sua dimensione di reciprocità, attraverso lo sguardo sono messe in strategie di proposta relazionale(sguardo di sfida) e di sottrazione (evitare l’incrocio degli sguardi come in ascensore). La fissazione dello sguardo costituisce un caso particolare di contatto oculare con una forte funzione comunicativa: a seconda del contesto e delle circostanze può significare minaccia, sfida, seduzione. 2) l’area inferiore: comprende bocca e mento, è fortemente espressiva. Il sorriso: segnali fondamentali della specie umana. Non è un segnale uniforme e univoco; il sorriso spontaneo, simulato, miserabile . numerosi studiosi hanno inteso il sorriso come l’espressione di un’ emozione più o meno di gioia e felicità. È estremamente connesso con l’interazione sociale. Va inteso come promotore dell’affinità relazionale (empatia); ed è un potente regolatore dei rapporti sociali. Gestualità: i movimenti del corpo sono legati tanto a fattori individuali (personalità, stato emotivo) quanto a elementi situazionali (situazione formale e informale). I gesti possono essere classificati in: - emblemi: significato verbale traducibile(saluto); -illustratori: segni che sottolineano discorso verbale; - bacchette: enfatizza parola o frase; -ideogràfi: movimenti che indicano una direzione di pensiero(gesto delle dita che può accompagnare una frase); - deittici: tesi a presentare un oggetto a

distanza indicandolo; -mimetici: imitano un’azione; - regolatori: gesti con funzione fàtica che mirano a disciplinare i turni di parola e i comportamenti e scambi comunicativi (passare il microfono); -ostentatori di affetti: movimenti facciali come disgusto, dolore, gioia; - adattatori: movimenti di autoregolazione della posizione corporale o di regolazione del rapporto tra due corpi (manipolare una penna; toccarsi i capelli). I linguaggi dei gesti: i gesti idiolettali tipici di una persona (camminata). Gesti come pollice e indice uniti vuol dire ok. Gerghi sportivi e teatrali e rapper. Lingua dei sordomuti non è universale, varia da paese a paese. Postura: il modo in cui gli individui dispongono e controllano il proprio corpo nello spazio. Sono eretta, seduta, in ginocchio, distesa. Influiscono il patrimonio genetico(altezza); età e stato di salute; l’uso del corpo (sportivo o sedentario); atteggiamenti psichici (carattere). Il corpo esprime stati d’animo più generali come tensione, rilassatezza, eccitazione, noia, interesse… All’ interno di una cultura ci sono posture approvate come stare a lezione, mangiare, prendere il sole.. anche per funzioni religiose. 4- I TRATTI PARALINGUISTICI Termine coniato da Trager. Comprendono le componenti vocali non verbali del parlato (tono, intensità, velocità), e le emissioni vocali non verbali (suoni ehm, ah).

A. I riflessi come lo starnuto, tosse, russare, sbadiglio B. Caratterizzatori vocali come riso, pianto C. Vocalizzazioni costituiscono le pause piene ah, eh, mhm

Caratteristiche extralinguistiche: intese come l’insieme delle caratteristiche anatomiche permanenti ed esclusive dell’ individuo. Caratteristiche paralinguistiche: insieme delle proprietà acustiche transitorie che accompagnano la pronuncia di qualsiasi enunciato e che possono variare in modo contingente da situazione a situazione. Gli elementi paralinguistici svolgono doppia funzione: danno forma all’eloquio, contribuendo a specificarne il contenuto e dall’altro costituiscono un atto comunicativo in sé, che si rileva informativo di altri aspetti(subculturali, relazionali). Le variazione dell’ eloquio possono dipendere da fattori biologici come il sesso e l’età, personalità e umore, fattori sociali come provenienza geografica, istruzione e professione. IL SILENZIO: non è solo assenza di comunicazione, ha un significato. Il silenzio è governato da un insieme complesso di standard culturali definiti come le regole del silenzio. È associato a relazioni sociali in cui la relazione tra i partecipanti è incerta, poco conosciuta. È un atto comunicativo connesso a situazioni sociali in cui vi è una distribuzione nota e asimmetrica di potere sociale tra i partecipanti. Nel caso di discrepanza di status sociale, l’individuo che occupa la posizione subalterna tende a mantenersi in condizione di silenzio e ascolto. 5- IL POTERE COMUNICATIVO DELLO SPAZIO: LA PROSSEMICA Prossemica: uso dello spazio dell’ uomo. È il linguaggio della prossimità e riguarda gli usi sociali e comunicativi dello spazio e della distanza interpersonale. La dimensione spaziotemporale è inerente alla costituzione di ogni interazione sociale. Il nostro rapporto con lo spazio può essere sia passivo che attivo: noi percepiamo lo spazio circostante, che ci arriva attraverso i nostri organi di senso, e agiamo nello spazio dandogli una forma e un ordine attraverso la nostra azione. 6- LO SPAZIO PERCEPITO I sensi, come notava Simmel, ci offrono due tipi di percezione: una rivolta verso il soggetto che percepisce (bello/brutto, buono/cattivo); l’altra rivolta verso l’oggetto percepito, che viene così conosciuto. I modelli di interpretazione tendono a essere condivisi e rafforzati all’interno di gruppi culturalmente omogenei, dando luogo a definizioni della realtà in cui essi si riconoscono e che orientano i comportamenti. L’appartenenza culturale costruisce una serie di aspettative condivise che orientano il nostro modo di vedere il mondo e di atteggiarsi rispetto ad esso. Alcuni dei nostri organi di senso possono essere definiti ricettori di distanza come orecchie e naso. Altri ricettori immediati come la pelle i muscoli e tatto e gusto. LO SPAZIO VISIVO: l’occhio ha la capacità di raccogliere informazioni. Seleziona, attribuisce rilevanza e questo processo varia da cultura a cultura.

LO SPAZIO ACUSTICO: precisione informativa, possiamo considerare affidabili le informazioni. L’orecchio è un organo coinvolgente e socializzante (ascolto di un concerto, suono della campana x chiesa). Nella vita quotidiana siamo immersi in un ambiente sonoro che costituisce parte del nostro contesto. Anche il silenzio ha funzione comunicativa. LO SPAZIO OLFATTIVO: l’odore è uno dei più primitivi e fondamentali mezzi di comunicazione. Nel mondo occidentale è considerato il senso della soggettività. Può assolvere funzioni sociali importanti come nei rituali (incenso). OLFATTO E GUSTO: l’apparato olfattivo e gustativo sono in stretta relazione. Il gusto è soggettivo. È la cultura che definisce ciò che è commestibile e buono e quello che non lo è. LO SPAZIO TERMICO: la pelle ha capacità di emettere e avvertire calore. Si può ritenere la pelle una preziosa fonte di informazione, anche a distanza, oltre che, attraverso il contatto. LO SPAZIO TATTILE: il tatto è una delle principali fonti di conoscenza e relazione e costituisce uno dei fondamenti della socialità umana. L’esperienza di toccare qualcuno ci assicura di essere in contatto sia con il mondo esterno sia con la nostra interiorità. L’aptica studia il tatto come forma di conoscenza e comunicazione. 7- LO SPAZIO AGìTO: I COMPORTAMENTI SPAZIALI Con il nostro movimento nello spazio, con il nostro avvicinamento e allontanamento da persone, oggetti, luoghi, noi esprimiamo le nostre intenzioni di affiliazioni o di distanza e più in generale organizziamo i nostri territori.

• Territorialità: ogni corpo occupa uno spazio e si mette in relazione con l’ambiente circostante e con le persone che lo popolano. Secondo Hall la territorialità è una condotta infraculturale, dal momento che si tratta di un comportamento che precede la cultura, ma che viene poi elaborato al suo interno. Ha a che fare con la presa di possesso e la difesa del territorio. Fornisce una sfera di sicurezza. 1)lo spazio preordinato: è alla base dell’organizzazione delle attività individuali e sociali. Il paesaggio urbano con edifici e loro struttura. Ha funzione disciplinante, sedili delle sale d’attesa o banchi universitari. 2)spazio semideterminato: può subire modifiche che a loro volta agiscono sul tipo di attività e socialità che può aver luogo in un ambiente (sistemazione mobili di una stanza); 3) spazio informale: viene organizzato intenzionalmente e con libertà in funzione della relazione e della comunicazione.

Territori e relazioni: la territorialità delimita sia lo spazio dell’esclusione, sia i perimetri di aree relazionali (per coloro ai quali che è consentito l’accesso). - I territori del sé: 1)lo spazio personale: è quello spazio circostante un individuo tale che l’ingresso di un’altra persona in un punto di questo spazio provoca nell’individuo in questione la sensione di essere usurpato. 2) il posto: è uno spazio di rivendicazione temporanea. Può essere fisso(sedili) o portatile (asciugamani in spiaggia). Può essere temporaneamente abbandonato. 3) lo spazio d’uso: è il territorio immediatamente intorno o di fronte all’ individuo, che può rivendicarlo per un’ evidente necessità strumentale. 4) il turno: è l’ordine in cui in una situazione specifica un rivendicante riceve rispetto ad altri un bene di qualche tipo. 5) il rivestimento: è la pelle che copre il corpo o i vestiti 6) il territorio di possesso: è costituito dall’area che l’individuo possiede, ha in uso esclusivo o controlla. È lo spazio della privacy e dell’intimità sociale. (casa; auto; elementi come luce; rumore; temperatura). 7) la riserva di informazioni: è l’insieme dei fatti che riguardano un individuo e rispetto ai quali si cerca di controllare l’accesso (password; diario; memoria del telefono). 8) la riserva di conversazione: è relativa al diritto di un individuo di proteggersi dagli inviti alla conversazione (es. evitando contatto oculare; simulando di dormire). - I TERRITORI DOMESTICI: quando l’unità di osservazione è il gruppo, è possibile identificare aree spaziali frequentate abitualmente da gruppi particolari e rivendicate come territori di possesso in quanto fortemente legate al senso di identità (es. club, pub). C’è una

territorialità geografica, delimitata da confini che coincidono con quelli degli stati nazionali (condivisione lingua, cultura, politica, economia). C’è una territorialità pubblica intesa come quell’insieme di aree accessibili ma regolate da norme di comportamento (segnali stradali) che, se trasgredite, comportano sanzioni. Una territorialità sociale ciascuno con i proprio luoghi di aggregazione e proprio segni distintivi (abbigliamento, postura, linguaggio) che costituiscono strumenti di esclusione e inclusione. La territorialità domestica riguarda l’area percepita come luogo abituale dell’ intimità e del radicamento, in cui ci si sente a proprio agio dal punto di vista cognitivo, mentre dal punto di vista emotivo si presenta estremamente coinvolgente.. La casa rappresenta uno spazio sociale denso di storia, relazioni e identità, contrapponendolo ai non-luoghi del transito (stazioni, centri commerciali). La casa presenta un valore soggettivo per i suoi occupanti (protezione) e un valore oggettivo, condiviso dal gruppo. La casa è un territorio suddiviso in aree funzionali e relazionali (stanze). LA DISTANZA SOCIALE: la distanza tra le persone è generalmente un buon indicatore delle relazioni tra i soggetti. La distanza può essere di fuga, critica, personale, sociale. Diversi tipi di distanza indicativi delle relazioni: intima, personale, sociale, pubblica. La distanza appropriata viene definita in funzione: dell’attività, relazione, cultura. • Lo spazio è anche qualcosa che noi produciamo, a cui diamo forma attraverso il nostro

movimento e le reti di relazioni che tessiamo. Il modo di descrivere e interpretare lo spazio nella modernità è stato principalmente quello della mappa. Le mappe sono piene di riferimenti e indicazioni. I sistemi spaziali che definiscono un ordine, e le operazioni spazializzanti, ovvero le azioni che organizzano uno spazio, delle operazioni organizzatrici di territori. Lo spazio non è un insieme ordinato e uniforme, ma un’unità polivalente di programmi conflittuali e di prossimità contrattuali. Lo spazio è un incrocio di identità mobili. Dal momento che il movimento di ciascuno incontra, ostacola, si scontra con quello altrui, si producono conflitti, negoziazioni, nuovi regimi di ordine, per quanto locali e provvisori. Spazio e tempo si intrecciano nella dimensione del flusso. E i flussi sono sostenuti da network di infrastrutture e soprattutto di relazioni.

I TERRITORI DI CHI NON APPARTIENE: scrive Simmel: lo spazio si presenta come un insieme di unità contornate da confini, che costituiscono i territori dei gruppi sociali. Cosi come la delimitazione territoriale svolge un ruolo fondamentale nel sostenere legami di appartenenza, così rappresenta un potente strumento di messa a distanza e di esclusione sociale. 8- LA CRONEMICA Anche l’organizzazione del tempo condiziona la nostra esperienza ed è legata alla nostra cultura. La cronemica è lo studio del potenziale comunicativo dell’organizzazione del tempo, e del modo in cui essa influisce sull’azione, le interazioni, la comunicazione all’interno di una cultura e tra le diverse culture. 8.1- PASSATO PRESENTE FUTURO Il tempo può essere considerato come una linea continua che connette le tre dimensioni temporali. 1. le culture orientate al passato: privilegiano la storia e la tradizione. Il cambiamento è

giustificato dall’esperienza passata, e si definisce uno sforzo di corrispondere meglio alle tradizioni. Alcuni autori definiscono questo orientamento come il mito dell’et dell’oro. Il presente è visto come una degradazione dell’ordine. Alcune culture come quella cinese e islamica privilegiano questo orientamento.

2. Le culture al presente: filosofia del carpe diem. Si tende a concentrarsi sul presente e sulle scadenze a breve termine. L’istante diventa l’unità di misura, da riempire di emozioni e sensazioni che lo rendano intenso. Vedono il futuro come qualcosa che sfugge totalmente al controllo del singolo o del gruppo.

3. Le culture orientate al futuro: pongono enfasi sulla pianificazione in vista al raggiungimento di obiettivi precisi. Il cambiamento e l’innovazione sono incoraggiati. Danno grande rilievo all’azione. Il progresso è il futuro letto con l’atteggiamento fiducioso, il cambiamento è valutato positivamente in quanto tale.

9- TEMPO MONOCRONICO

Il tempo monocronico si è affermato in occidente con la modernità, grazie alla luce elettrica e all’industria, che ha promosso i valori dell’efficienza, dello sfruttamento del tempo. Anche l’urbanizzazione e la creazione delle reti di trasporti. Concezione spazializzata del tempo. Il tempo è una sorta di contenitore, segmentato in unità standardizzate e omogenee nelle quali si collocano le attività umane. L’astrazione coinvolge anche le attività riproduttive, dal mangiare al dormire. Il tempo è dunque segmentato e reificato, come le ore e i minuti avessero una consistenza autonoma e fossero qualcosa che si può possedere. Idea dell’uso del tempo come pianificazione. L’approccio col tempo è orientato allo scopo: ogni segmento temporale è destinato a un’attività specifica, sulla quale si concentrano l’attenzione e le energie. Questo comporta una selezione e riduzione rispetto al contesto, una insofferenza per l’incertezza e l’indeterminatezza, una ossessione per la puntualità e un’insofferenza per l’interruzione . in un certo senso il tempo monocromico è un tempo maschile, orientato all’azione e alla realizzazione, costruito in modo vettoriale, come una linea che dal presente si proietta nel futuro. Tempo che si può dominare, comprimere, sfidare. Le diverse parti del giorno sono altamente significative in certi contesti (chiamata nella notte= può essere successo qualcosa di grave).

• TEMPO POLICRONICO Prevede l’esecuzione contemporanea di una serie di attività, senza implicare una successione sequenziale tra le diverse azioni. Modello temporale sensibile al contesto. Le persone tendono a stare in gruppo e a privilegiare un elevato grado di prossimità e contatto fisico. Gli appuntamenti sono flessibili, tempo meno tangibile. Il tempo è più ciclico che lineare. Rischia di essere dispersivo e di rendere difficile l’azione. Tempo vissuto secondo modelli che si basano sulla stratificazione di molteplici attività, molte delle quali orientate alla relazione, nello stesso istante (multitasking). 10- LE DIMENSIONI DELLA VARIABILITA’ CULTURALE Si possono identificare almeno 6 dimensioni lungo le quali si registrano differenze tra culture:

1. Immediatezza e espressività: capacità di comunicare calore, disponibilità alla comunicazione, vicinanza, soprattutto attraverso la comunicazione non verbale. Componenti espressivi come sorriso, tocco, contatto oculare. Culture ad alto contatto nei paesi mediterranei, America latina dove la vita all’esterno crea più occasioni di socialità. Mentre a basso contatto sono più tipiche nei paesi freddi con atteggiamenti più individualistici.

2. Individualismo/ collettivismo: si esprime nel modo in cui le persone vivono insieme (sole, in famiglie allargate, tribù), il modo in cui comunicano e il tipo di valori prevalenti. L’individualismo si correla all’immediatezza, all’uso dello spazio e del tempo. Rappresenta una conquista culturale del mondo occidentale, costituendosi come la condizione di libertà, democrazia e sviluppo economico. Comporta inoltre difficoltà a capire le culture dove il senso di identità è dato dall’interdipendenza. Se le culture occidentali sono prevalentemente individualiste, quelle orientali sono tendenzialmente più collettiviste. Nell’individualismo si tende a distanza prossemica maggiore e anche in stili gestuali meno conformisti. Nel collettivismo il comportamento cinesico tende a essere più uniforme e sincronizzato, l’atteggiamento verso il tempo tende a essere policronico.

3. Gender: il genere rappresenta una variabile dalle importanti implicazioni culturali, relativamente soprattutto alla rigidità dei ruoli di genere. La socializzazione gender è molto cambiata nel mondo occidentale: le femmine e maschi condividono lo stesso ambiente , hanno accesso agli stessi contesti…

4. Distruzione del potere e distanza sociale: le differenze nel modo di comunicare tra le culture possono essere legate al modo in cui il potere, il prestigio, la ricchezza sono distribuiti all’interno della cultura.

5. Tolleranza dell’incertezza: alcune culture (quelle collettiviste, orientate al passato) rilevano una bassa tolleranza di ambiguità e incertezza. Le culture di orientamento individualistico considerano l’incertezza una condizione inevitabile . la paura del fallimento, l’ansia da eccesso di possibilità e la caduta dei criteri di riferimento condivisi possono generare un senso di inadeguatezza che sfocia in forme depressive.

6. Alto e basso contesto: importante dimensione della comunicazione. Alto contesto: quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicita nella persona.

Mentre la comunicazione a basso contesto trasmette la maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua. La comunicazione a basso contesto tende a privilegiare l’ espressività e mira all’esteriorità comunicativa e alla totale corrispondenza referenziale, mentre quella ad altro contesto richiama la dimensione dell’interiorità e il livello simbolico della comunicazione. Una comunicazione ad alto contesto è infatti tipica delle situazioni di grande familiarità e intimità, la maggior parte del significato della comunicazione è espresso non verbalmente e accessibile esclusivamente ai partecipanti alla relazione.

10 - L’AGIRE COMUNICATIVO La comunicazione interpersonale è un’attività difficilmente interpretabile a prescindere dalla sua relazione con il contesto. Il contesto è un costrutto complesso e si distingue in:

1. Il contesto culturale: può essere ricostruito dall’interno (Approccio emico) o dall’esterno (approccio etico). Gestualità enfatica piuttosto controllata, mimica facciale accentuata o meno, distanza interpersonale elevata o ridotta sono interpretabili a partire da un contesto che può privilegiare il collettivismo o l’individualismo.

2. Il contesto sociale, o relazionale: goffman sostiene che la cinesica abbia a che fare piuttosto con la situazione di colloquio e con lo studio del comportamento in luoghi pubblici che con lo studio del linguaggio.

3. Contesti situazionali: es. lezione di scuola con modalità di interazione comunicative verbali e non. Tutti i comportamenti sociali hanno luogo in un ambiente fisico.si può considerare la progettazione degli spazi sociali come un’estensione del comportamento sociale, e di fatto come un tipo di abilità sociale.

CAPITOLO 3 LA COMUNICAZIONE MEDIATA L’ambito della comunicazione mediata si intende con questo termine ogni comunicazione che non avviene in situazione di compresenza tra gli interlocutori e si avvale di un mezzo tecnico per superare la distanza spaziale. I media ridefiniscono l’ambito della territorialità (intima, personale, sociale e pubblica). I social media e new media hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo cruciale. Capacità dei media di ridefinire strutturalmente le condizioni della comunicazione, dando luogo ad ambienti comunicativi inediti sia a livello micro (inglobare interlocutori lontani nello spazio), sia a livello macro (nuove forme di rispazializzazione, nuovi scenari comunicativi e nuove possibilità di autorappresentazione dei gruppi e dei soggetti prima privi di voce nell’arena pubblica). Dall’altro lato i media sono considerati come repertori e ambiti di produzione di risorse simboliche a disposizione degli attori sociali per la costruzione di immagini della realtà. Media di massa, media minoritari, media interattivi.

1. LA SOCIETA’ MEDIATA Grazie al digitale uno stesso dispositivo supporta varietà di funzioni: foto, filmati, musica… Non c’è più una contrapposizione tra mondo reale e mondo mediale (on-off sono i confini tra i due ambienti che stanno andando a sfumare). Oggi viviamo in un ambiente misto dove reale e mediale, materiale e digitale sono articolazioni diverse di uno stesso spazio di esperienza, unificati dall’azione dei soggetti in relazione. I media definiti da Thompson come “moltiplicatori di mobilità”: 1. Da una lato promuovono la pluralizzazione dei mondi di riferimento; 2. Dall’altro consentono la definizione di orizzonti di significato condivisi. I media sono potenti costruttori di realtà sociale (selezionano, legittimano alcuni aspetti della realtà, non necessariamente quelli più rilevanti, lasciandone altri nell’ombra. Media= estensione della visibilità. I media sono in grado di produrre e diffondere definizioni della situazione a livello globale. Sono grandi produttori di risorse simboliche (rapp. Di storie) e sono queste risorse che entrano a costituire la nostra immagine della realtà sociale e a legittimare la nostra azione. I MASS MEDIA: stampa, cinema, radio, tv. Oggetto di ricerca da parte degli scienziati sociali a partire dagli anni 30, sulla loro capacità di influenzare le opinioni e i comportamenti. Dagli anni 80, valorizzazione del ruolo attivo del pubblico. Vanno ripensati come ambiente di relazioni e repertori di risorse simboliche per la costruzione dell’identità e per l’interazione sociale, e come realtà

incorporata nelle nostre pratiche di azione e relazione quotidiana. Sostiene Thompson che: più che comunicazione di dovrebbe parlare di diffusione o trasmissione (stampa, tv) perché non prevedono risposta in tempo reale. Termine “massa”: estesa accessibilità dei prodotti mediali, disponibili, in modo economico e veloce e generalizzato. I media da semplici supporti, diventano luoghi relazionali e esperienziali. MINORITY MEDIA: consentono quello sganciamento tra: 1) place: luogo fisicamente occupato dai soggetti e 2)space: spazio dell’esperienza e dell’interazione. La mobilità attraverso i media, resta tuttavia, il fenomeno dominante. Esperienza paradigmatica della modernità globalizzata per la maggior parte delle persone è quella di stare in un posto(place) ma di sperimentare la dislocazione (displacement) che la modernità globalizzata porta loro (immagini di luoghi lontani). Intensità dei flussi di persone cresce di anno in anno (travelling cultures), con network che le sostengono e complesse combinazioni di mobilità fisica (viaggi di andata e ritorno, pellegrinaggi) e comunicazione simbolica attraverso varietà di small media come scambio di lettere, chiamate telefoniche, foto, video. Gli small media si combinano secondo configurazioni diverse con i media a più larga diffusione. Televisione comprende televisioni etniche (canali o programmi prodotti nel paese ospitante per le minoranze di lunga permanenza come black entertainment in America e soap opera pakistane in Gran Bretagna). Small media e rete contribuiscono a definire produzione di vicinato, creando connessioni e arene di condivisione tra soggetti localmente dispersi. Small media sono anche produttori di contesto, ovvero mobilitatori di nuove forme di interpretazione e azione collettiva-> coordinamento della partecipazione alle manifestazioni politiche o per raccolta fondi in casi di emergenza. SOCIAL MEDIA: twitter e facebook. Ambiente in cui la comunicazione è leggera e legami sono deboli. Accelerare formazioni di movimenti, rendere più forti legami deboli tra utenti e distribuire leadership attraverso rete.

2. LA FUNZIONE STRUTTURALE I MEDIA COME AMBIENTE I media definiscono i nostri scenari esistenziali, relazionali, politici. Il telefono: dove dominare è la funzione fàtica, lo stabilire il contatto la connessione, il senso di vicinanza a prescindere da quanto viene effettivamente comunicato. Con la sua capacità di disconnettere dal luogo fisico dell’utente, oltre che connettere a luoghi remoti, il telefono cellulare rappresenta anche uno strumento di strategie e tecniche di presentazione del Sé a distanza, o rispetto ai contesti di compresenza. Il fatto che i media rendano accessibili mondi lontani, con un effetto sensibile di riduzione della distanza, e rendano possibile assistere in tempo reale a ciò che avviene altrove, introduce un’esperienza che modifica il nostro rapporto col mondo e la nostra percezione di esso. Globalizzazione e riterritorializzazione possono essere ritenuti due processi complementari. Manuel Castells con la sua idea di network society, il cui paradigma è la rete. Il luogo del Web 2.0 è uno spazio aperto, permeabile agli attraversamenti fisici, ma soprattutto economici, simbolici, tecnologici e ciò che definiscono l’unicità del luogo è la particolare combinazione dei legami e delle interconnessioni con l’altrove. Lo stesso termine globalizzazione: il mondo è uno totalmente conosciuto, membri di uno stesso villaggio globale. Si possono riconoscere due fenomeni di ridefinizione dello spazio nella contemporaneità grazie ai media: uno che potremmo definire aspazialità- despazializzazione, e uno che possiamo chiamare reticolarità. Il primo testimonia la perdita della dimensione spaziale come demarcatore di stabilità e identità. La mobilità è fisica, si caratterizza per flussi deterritorializzanti e delocalizzanti (traffico delle culture). I fenomeni della migrazione e del consumo mediali presentano delle interconnessioni evidenti, per esempio, nel caso della migrazione albanese verso l’Italia (gli albanesi che hanno imparato l’italiano e guardato la televisione italiana, è stato raggiungere l’ Italia come la terra promessa dei loro sogni televisivi). Poiché i media forniscono così tante informazioni dobbiamo essere altamente selettivi. Diniego: si tratta di un riconoscimento e insieme di una negazione dei fatti minacciosi, imbarazzanti, pericolosi che mira a neutralizzare il senso di angoscia prodotto dalla consapevolezza della sofferenza altrui e a costruire un alibi per la non-azione. La funzione strutturale dei media investe anche la dimensione temporale, attraverso la sincronizzazione e desincronizzazione dei tempi sociali, che creano ritmi condivisi e contribuiscono alla costruzione rituale del “noi”. Grandi

cerimonie dei media: mondiali di calcio, concerti benefici in mondovisione, valori condivisi e comuni.

CAPITOLO 4 I CONCETTI DELLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE 1.LA PERCEZIONE La percezione è profondamente influenzata dalla cultura. La comprensione delle altre culture richiede che l’osservatore sia capace di rinunciare al dominio dei fatti e di abbandonare il proprio orientamento per cogliere quello altrui. Implica un’attribuzione di rilevanza e una selezione profondamente legate, oltre che una sensibilità individuale alle differenze culturali. La percezione è dunque: 1. Un processo attivo e non una pura registrazione di dati 2. Un fenomeno legato alla cultura. In quanto processo attivo, la percezione seleziona, valuta, organizza, interpreta e trasforma gli stimoli esterni in un’esperienza interna dotata di significato. La categorizzazione agisce in una duplice direzione. Da un lato serve a governare il sovraccarico informativo degli stimoli esterni semplificandone la complessità, attraverso una selezione e un’organizzazione. Dall’altro consente di integrare l’informazione sensoriale quando lo stimolo è troppo povero, grazie alle inferenze legittimate dalla sua collocazione categoriale. L’inferenza è una forma di ragionamento in cui una ipotesi è ammessa come accettabile sulla base di altre ipotesi ammesse in partenza. Nell’attuare l’attività inferenziale i soggetti fanno ricorso e impiegano una serie di modelli mentali, intesi come rappresentazioni mentali di situazioni reali, ipotetiche o immaginarie. 2. LA COMPONENTE SENSORIALE E QUELLA SOCIOCULTURALE DELLA

PERCEZIONE In un certo senso si può affermare che non esistono al mondo due individui che percepiscono il mondo esterno in maniera completamente identica. Le differenze biologiche rappresentano solo una delle condizioni delle differenze di percezione tra le persone, quella che può essere chiamata eredità biologica. Altrettanto importante è l’eredità ambientale o culturale. Le categorie che organizzano gli stimoli sensoriali sono legate alla cultura, al linguaggio. Il processo di categorizzazione consente di filtrare, di sistematizzare e di semplificare l’enorme quantità di informazioni che provengono dall’ambiente in modo da renderle controllabili e processabili. La percezione è orientata dall’immagine del mondo che i membri del gruppo o l’individuo condividono e contribuisce a ridefinirla. Quando ci troviamo in un ambiente nuovo dobbiamo impiegare una grande quantità di energie per aumentare il nostro livello di similarità di percezione con le persone di quell’ambiente, come ha sperimentato chiunque abbia vissuto in un paese straniero per un periodo relativamente lungo. Un ambito dove è particolarmente evidente l’influsso culturale è quello del gusto: il gusto nei vari ambiti (es. estetico) è frutto di un apprendimento sociale. 3. LE FASI DEL PROCESSO PERCETTIVO Può essere analiticamente scomposto in tre momenti: la selezione, la categorizzazione e l’interpretazione. 1) la selezione: è la prima fase del processo di conversione degli stimoli esterni in esperienza dotata di significato, inevitabile data la molteplicità di stimoli che colpiscono il nostro apparato sensoriale. Implica diversi aspetti: 1) esposizione selettiva: ci esponiamo selettivamente a quegli stimoli che ci sono più familiari e che rinforzano la nostra percezione del mondo. 2)attenzione selettiva: riusciamo a prestare attenzione solo ad alcuni aspetti dell’ambiente. È guidata dai bisogni, apprendimento, atteggiamenti, aspettative… 3) ritenzione selettiva: riusciamo a trattenere solo alcuni degli stimoli che percepiamo. Concetto di salienza: posti i limiti del sistema cognitivo, esso tenderà a preferire, con maggiore velocità, le informazioni che sono più facilmente accessibili, cioè quelle che risaltano in qualche modo rispetto alla massa indifferenziata di tutte le informazioni disponibili, quelle che sono più rapidamente recuperabili dalla memoria, quelle più immediatamente utili in relazione ai bisogni o agli stati affetti del soggetto. 2) la categorizzazione: quando percepiamo selettivamente gli stimoli, facciamo poi il lavoro di organizzarli in un insieme dotato di significato, attribuendo loro delle caratteristiche. La

categorizzazione dà una struttura alla percezione umana, attraverso la traduzione degli stimoli “grezzi” in esperienza strutturata; inoltre dà stabilità alla percezione. 3.INTERPRETAZIONE: è lo sforzo di dare senso agli insiemi strutturati di stimoli, attribuendovi un significato. Nella vita quotidiana e nella scienza, noi non siamo capaci di afferrare la realtà del mondo. Significa che afferriamo solamente certi aspetti di essa, cioè quelli che sono rilevanti per noi. L’interpretazione gioca un ruolo fondamentale nelle relazioni interculturali ed è fonte di possibili malintesi. Un insieme di individui che percepiscono alcuni aspetti nel mondo esterno in modo più o meno simile si definisce gruppo percettivo. Il linguaggio è la manifestazione verbale delle percezioni di gruppo (mantiene e rinforza la similarità di percezione). I gruppi percettivi consapevoli di condividere una similarità di percezione e di differenziarsi da altri gruppi si definiscono gruppi di identità. La similarità di percezione favorisce: la comunicazione, l’intensità e frequenza dei flussi comunicativi, la costruzione di gruppi di identità. La percezione seleziona gli stimoli e li riduce a categorie. Tali categorie possono cristallizzarsi in stereotipi. 2. LO STEREOTIPO Lo stereotipo è legato alla percezione, in quanto poggia sul processo di categorizzazione, che è una componente ineliminabile del processo percettivo. Il suo contrassegno è che esso precede l’uso della ragione, una forma di percezione, che impone un certo stampo ai dati dei nostri sensi prima che i dati arrivino all’intelligenza. Quando i tipi, le categorie che utilizziamo si irrigidiscono e diventano immodificabili, anche a fronte di esperienze reali che la contraddicono, si forma uno stereotipo. Trasferito sul piano simbolico, lo stereotipo è quindi un’immagine rigida e non modificabile, semplificata per poter servire da matrice chiara, capace di produrre a sua volta rappresentazioni e immagini del mondo. Lippmann scienziato sociale che usò il termine stereotipo per indicare quell’insieme di conoscenze fisse e impermeabili che organizzano le nostre rappresentazioni delle realtà sociali. Immaginiamo la maggior parte delle cose prima di averne esperienza. E questi preconcetti, se non siamo stati resi molto avvertiti dall’educazione, incidono profondamente nell’intero processo della percezione. Lo stereotipo costituisce una forma di funzionamento normale e non patologico del pensiero. Gli stereotipi non resistono dunque al cambiamento solo perché sono utili, ma anche perché sono strumenti per costruire un’immagine del mondo e definire il nostro posto in tale mondo. Da un punto di vista sociologico Goffman ha parlato dello stereotipo come di una forma di iper- ritualizzazione, ovvero come una definizione stilizzata della realtà che non ha uno scopo cognitivo, ma pragmatico. In quanto legato al processo di categorizzazione, lo stereotipo è deindividualizzante: riguarda in primo luogo i gruppi; e secondariamente i singoli individui, considerati in quanto membri del gruppo. Lo stereotipo consente di:

1. Categorizzare gli altri individui, normalmente sulla base di caratteristiche visibili (razza sesso)

2. Attribuire un insieme di caratteristiche all’insieme dei membri di quella categoria 3. Attribuire quelle caratteristiche a ciascun individuo membro di quella categoria

Gli stereotipi forniscono credenze generalizzate e astratte a proposito di un gruppo e dei suoi membri. Lo stereotipo rappresenta un’inferenza tracciata a partire dall’assegnazione di una persona a una data categoria. Lo stereotipo si carica di una valenza valutativa e affettiva. Si può dire che lo stereotipo opera: una semplificazione, attraverso la selezione di alcuni tratti a scapito di altri e quindi anche una omissione; una standardizzazione, perché l’immagine semplificata è applicata indistintamente a tutti i membri della categoria e quindi una generalizzazione ; una deindividuazione, un’astrazione che non coglie la specificità dell’altro; un filtro per la percezione e un orientamento per l’azione. Le etichette stereotipate si applicano più facilmente all’outgroup e all’ingroup. Gli stereotipi possono variare lungo quattro dimensioni: direzione, intensità, accuratezza e contenuto. La direzione degli stereotipi si riferisce all’aspetto positivo/favorevole oppure negativo/sfavorevole delle affermazioni. Benché gli stereotipi siano credenze esagerate ed eccessivamente generalizzate, non sempre sono falsi. Alcuni possono contenere delle mezze verità, altri possono essere solo parzialmente inaccurati. Più una persona dipende da un’altra per l’acquisizione di un obiettivo, più sarà incline a cercare informazioni

specifiche su di essa e meno a fare affidamento sullo stereotipo. Teorie dell’etichettamento degli studiosi della scuola di chicago: lo stereotipo può venire interiorizzato da chi ne è vittima, che finisce così per modellare la propria condotta sulla rappresentazione stereotipica.

3. LO STIGMA Oggi lo si definisce come un tratto somatico o culturale, innato o acquisito, oggetto di valutazioni negative diffuse, tali da marcare severamente l’identità e l’autostima del soggetto. Lo stigma presenta i caratteri della visibilità accentuata e della riduzione dell’individuo a un unico aspetto, quello stigmatizzato: in un certo senso, è uno stereotipo negativo radicalizzato, funzionale ribadire i confini del gruppo attraverso la messa a distanza di ciò che è definito come estraneo. Lo stigma è dunque uno strumento di differenziazione sociale, legato all’esigenza di dividere le persone in categorie e di determinare chiaramente gli attributi a ogni categoria e ai suoi membri; e può predisporre le condizioni del razzismo. (es. stella di Davide agli ebrei). Questo attributo è ben visibile (colore della pelle), produce una focalizzazione dell’attenzione e una irrilevanza di tutti gli altri attributi, tanto al livello delle relazioni sociali quanto al livello dell’autopercezione. La discriminazione è un effetto dello stigma. Il normale e lo stigmatizzato non sono persone, ma piuttosto prospettive. La stigmatizzazione riflette il pregiudizio e lo rinforza. 4.IL PREGIUDIZIO Il pregiudizio è una forma di categorizzazione, che ha implicazioni sociali su chi ne è vittima. Pregiudizio significa solo giudizio preliminare, ovvero giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo di tutti gli elementi rilevanti. Seguendo Taguieff il pregiudizio può essere definito:

1. Una opinione preconcetta, socialmente appresa, condivisa dai membri di un gruppo, che può essere sfavorevole o favorevole alla categoria considerata

2. Un atteggiamento negativo: carico di ostilità, nei confronti di individui etichettati sotto una determinata categoria

3. Una impropria generalizzazione: e attribuzione di tratti stereotipati a diversi gruppi umani Il pregiudizio svolge infatti una importante funzione nel definire l’identità sociale del gruppo e per questo è particolarmente resistente al cambiamento. Il pregiudizio è insieme:

• Un fenomeno cognitivo- attitudinale • Un fenomeno emotivo- comportamentale • Un fenomeno legato all’identità individuale • Un fenomeno sociale, legato all’identità e all’appartenenza

Definiamo identità l’idea che ognuno ha di se stesso. Allport con The Nature of Prejudice è considerato il punto di partenza della moderna riflessione sul pregiudizio. La situazione sociale influisce certamente sulla preminenza che alcune categorie acquistano su altre rispetto alla definizione del “Noi”. Il pregiudizio è dunque rilevante rispetto alla costruzione dell’identità individuale e sociale. Il pregiudizio definisce un certo tipo di orientamento verso categorie complessive di persone più che verso individui, oppure riguarda individui considerati non nella loro individualità, ma come membri di una categoria. Adorno studi sui fattori legati alla personalità individuale: una dislocazione dell’aggressività verso un capro espiatorio identificato tra individui percepiti come più deboli o inferiori.

• Il meccanismo frustrazione aggressività: che riconduce l’ostilità verso certi gruppi sociali a una dislocazione dell’aggressività generata da condizioni di incertezza, deprivazione e nella soddisfazione delle aspettative verso un bersaglio sostitutivo, più debole, che funge da capo espiatorio.

• Il confronto sociale e il senso di deprivazione relativa: lo scarto tra le condizioni di vita e le aspettative, oppure il confronto tra le proprie condizioni e quelle di altri ritenuti più privilegiati può favorire un incremento dei livelli di frustrazione, che può tradursi in aggressività, ma anche fermarsi semplicemente al livello emotivo-valutativo.

• La situazione sociale: può accadere che i gruppi di status più elevato, sentendosi minacciati, provino il bisogno di rimarcare le differenze intergruppi.

• La relazione tra i gruppi: sono importanti per i loro effetti sull’identità sociale e sulle identità individuale dei membri, il pregiudizio legittima i rapporti di potere esistenti.

Se i gruppi sono in competizione, il pregiudizio verso l’outgroup è più forte. Se tra i gruppi si verifica un conflitto di interessi il pregiudizio si rafforza, mentre quando si identificano obiettivi comuni pregiudizi e stereotipi si indeboliscono. La questione dell’identità sociale: che consiste in quegli aspetti dell’immagine di sé che derivano dalle categorie sociali a cui l’individuo sente di appartenere, oltre al rilievo emozionale collegato a tale condizione di membro. Il pregiudizio risulta funzionale al mantenimento di una identità positiva soddisfacente. Esiste dunque un legame tra discriminazione intergruppi e autostima, dove i comportamenti di discriminazione hanno lo scopo di rafforzare l’autostima. 4.6 la rigidità degli stereotipi e dei pregiudizi dipende anche dalla forza dei meccanismi che ne consentono la riproduzione: alcuni di essi, dipendono dall’attività cognitiva individuale; altri sono legati al linguaggio e alle dinamiche della comunicazione sociale. Relativamente al linguaggio, il quale si pone come una delle caratteristiche più salienti dell’identità etnica. Teoria dell’identità etnolinguistica: il linguaggio viene visto come una delle più importanti dimensioni lungo le quali si attivano i fondamentali processi di confronto sociale e differenziazione intergruppo. I pregiudizi si collocano nell’ambito delle rappresentazioni sociali. Secondo Van Dijka: il discorso (in particolare i discorsi mediali) è il luogo di elaborazione delle ideologie (strutture organizzative di significati e atteggiamenti) e dei pregiudizi condivisi all’interno del gruppo per difendersi e proteggere i propri interessi. Le ideologie sono elaborate dai membri di un gruppo in quanto costituiscono il termine di correlazione cognitivo di norme, valori e soprattutto interessi. Esse forniscono un quadro interpretativo che stabilisce se esso soddisfi o meno gli obiettivi e gli interessi del gruppo. 4.7 stereotipi e pregiudizi esercitano un impatto sulle dinamiche di costruzione dell’identità e delle relazioni. Essi rischiano di inibire alla radice l’elemento di reciprocità che è essenziale per le dinamiche di riconoscimento. Renate Siebert: è grazie al riconoscimento ottenuto dall’altro che l’individuo acquisisce consapevolezza della propria identità e dunque anche della propria potenziale indipendenza e libertà. Stereotipo e pregiudizio sono invece forme di messa a distanza che da un lato spezzano la consapevolezza di ciò che unisce nella reciprocità. 4.8 nuove forme di pregiudizio Si osservano anche discrepanze tra il pregiudizio dichiarato e quello manifestato. Il pregiudizio può manifestarsi nell’ambito della comunicazione non verbale sia a livello dei meccanismi non controllabili (contrazioni muscoli facciali), sia a livello della definizione della territorialità personale, delle distanze sociali, delle forme di evitamento messe in atto con i comportamenti prossemici. L’adesione : mantenere comportamenti conformi ad essenza di pregiudizi nella dimensione pubblica. L’interiorizzazione è la convinzione personale che il pregiudizio sia in sé deprecabile, espressa anche nei contesti privati. Rimane un senso di timore e disagio che favorisce comportamenti evitanti. Benché sconfitto sul piano razionale, il pregiudizio perdura su quello emozionale. Il pregiudizio può essere considerato una variabile continua, che si esprime ai livelli più lievi in forma di evitamento in contesti privati del contatto con membri appartenenti a minoranze etniche, si sviluppa nell’idea di una superiorità del proprio gruppo e nel concetto che i gruppi di minoranza godano di benefici sociali ed economici non dovuti. 4.9 DISARMARE IL PREGIUDIZIO: il pregiudizio è in un certo senso ineliminabile. Come è possibile ridurlo? 1) contrastare la deindividuazione che lo caratterizza. La personalizzazione del contatto con l’altro favorisce la sua categorizzazione e consente di acquisire informazioni idiosincratiche e di disporre così elementi per ridurre il peso delle informazioni che originano semplicemente dall’appartenenza al gruppo; il contatto e la relazione con individui di altri gruppi è una condizione indispensabile per la falsificazione degli stereotipi. Decategorizzazione: va intesa come possibilità di ridisegnare i confini fisici e cognitivi che le separano, di rompere la rigidità, di riconfigurarle in maniera meno stereotipata. ▲ Il contatto: forme diversificate di contatto possono ridurre l’ostilità e tensione ▲ Il supporto sociale e istituzionale (es. scuola) ▲ La frequenza, durata e profondità delle relazioni

▲ Lo status paritetico tra i partecipanti ▲ L’operare rispetto a un obiettivo comune ▲ La conoscenza della storia , della cultura e delle tradizioni degli altri gruppi ▲ Processi politici ▲ Fattori economici

5. L’ETNOCENTRISMO Per indicare la tendenza, da parte dei membri di un gruppo etnico, a valutare gli altri gruppi o i singoli membri degli altri gruppi, tenendo la propria cultura come criterio di riferimento e così implicitamente assumendone la superiorità e l’universalità. Gli usi del linguaggio che implicitamente suggeriscono il nostro punto di vista come quello centrale, rispetto al quale si misurano le variazioni degli altri. La dimensione politica è invece legata al rapporto tra le culture e tra i gruppi, che fa dell’orgoglio dell’appartenenza uno strumento di autoaffermazione e talvolta di conflitto. L’autopreferenza del gruppo si traduce poi in disprezzo e intolleranza verso altri gruppi. Levi Strauss: per il quale una certa dose di etnocentrismo serve a preservare, difendere, trasmettere l’identità e la cultura. Sarebbe in grado di adempiere anche a una funzione socialmente positiva, dal momento che tende a preferire atteggiamenti e comportamenti altruistici all’interno del gruppo e a sostenere la conservazione e trasmissione del proprio patrimonio di identità. L’intolleranza implicata all’etnocentrismo possiede un valore positivo, per il fatto che svolge il ruolo di un meccanismo di conservazione e insieme di differenziazione. Il “noi” è indubbiamente fonte di sicurezza. 5.2 contro l’etnocentrismo La critica all’etnocentrismo riguarda la sua irrazionalità, dal momento che esso consiste in una risposta emotiva alla propria cultura che impedisce una rispettosa comprensione dell’identità di altri, che può provocare disprezzo intellettuale o violenza fisica. Il differenzialismo come forma di protezione delle differenze, rischia di radicalizzarle a naturalizzarle. Il differenzialismo è funzionale a un modello di multiculturalismo a mosaico che da un lato irrigidisce le culture e i loro confini, dall’altro opera un riduzionismo dell’identità all’aspetto etnico. Il differenzialismo si sposa con il relativismo radicale che giustifica gli atteggiamenti di estraneità e messa a distanza. L’etnocentrismo crea condizioni di appartenenza rassicurante. Il riconoscimento che il mondo dell’altro può essere interpretato solo nei suoi propri termini produce il relativismo. Boas sosteneva invece che ogni elemento culturale va considerato e giudicato solo a partire dal proprio contesto. Il relativismo presenta due versioni: una radicale e una moderata. La prima si spinge fino ad affermare una sostanziale incomunicabilità tra le culture, considerate come autoreferenziali. Se dal punto di vista cognitivo il relativismo culturale nega la possibile accessibilità al mondo culturale dell’altro, dal punto di vista etico e politico si traduce in una indifferenza alla differenza che, di fatto, conferma un razzismo implicito, oppure nella costruzione di sistemi tratti differenziali per contrastare i rischi dell’assimilazione a culture percepite come dominanti. Oggi, il relativismo ha un segno politico fondamentale, è nella grande maggioranza dei casi, l’espressione teorica di un atteggiamento critico verso l’occidentalizzazione del mondo. La caratteristica specifica del fondamentalismo universalista sta nel fatto che, essendo convinto di possedere una verità di rango superiore, avverte l’obbligo irresistibile di convertire ad essa l’intera umanità. L’etnocentrismo presumendo una superiorità che rinuncia a vedere non solo l’altro, ma anche noi stessi; il relativismo rassegnandosi a subire ogni rivendicazione che venga avanzata in nome della differenza. Sia l’etnocentrismo che il relativismo sono risposte inadeguate alle sfide del mondo in cui viviamo. L’etnocentrismo si supera con una duplice operazione: la prima è epistemologica, di decentramento, favorita dalla consapevolezza della parzialità del proprio punto di vista e dall’incontro con l’orizzonte di significati dell’altro. La seconda si gioca invece sul piano dell’azione, e quindi dell’etica si definisce universalismo dialogico. 6- IL RAZZISMO Definizione di Wieviorka: il razzismo consiste nel contrassegnare un insieme umano in base ad attributi naturali, associati a loro volta a caratteristiche intellettuali e morali, rinvenibili in ogni

individuo appartenente a quell’insieme e, in ragione di ciò, mettere eventualmente in opera pratiche di interiorizzazione e di esclusione. Il termine razza denota un gruppo di individui che può essere identificato come unità distinta per la presenza di caratteristiche biologiche secondarie, come il colore della pelle, e dei capelli, la forma del naso, l’altezza e altre che variano tra un gruppo e l’altro. Il colore della pelle in particolare continua a costituire, perché visibile, un elemento di distinzione molto forte. Il meccanismo che biologizza le interazioni sociali è stato definito razzializzazione, un processo che implica il ricorso alla razza come rappresentazione, o percezione, cioè come un modo di cui certe popolazioni si servono per definirne altre. Todorov definisce razzialismo il razzismo- ideologia, riconducendolo a una impostazione scientista. Il razzismo come dottrina riassumibile in cinque assunti fondamentali:

1. L’esistenza delle razze come raggruppamenti che condividono caratteristiche fisiche comuni, che non vanno mescolate (mixofobia)

2. Il legame casuale tra patrimonio genetico e caratteristiche fisiche da un lato (razze) e differenze culturali dall’altro

3. Il legame casuale tra l’appartenenza a una razza e il comportamento individuale (azione del gruppo sull’individuo e deindividuazione)

4. La gerarchia delle culture, basata sulla qualità del loro patrimonio genetico e sulle loro caratteristiche estetiche, intellettuali e morali.

5. Le politiche della differenza basate sui precedenti assunti e il passaggio al razzismo come comportamento: le differenze gerarchiche autorizzano le cosiddette razze superiori a comandare, sfruttare, distruggere le altre

In realtà non esistono le razze, ma dei gruppi umani razzizzati. Alla base della costruzione della razza e dell’ideologia razzista vi è uno specifico dispositivo teorico: la naturalizzazione dell’Altro, vale a dire la propensione a tradurre le differenze culturali in termini di differenze naturali, a ridurre a natura il sociale. Le razze non esistono se non come fatti sociali.

6.3.le origini del razzismo Secondo Taguieff due visioni del razzismo, che vengono definite antropologica e modernista. La prima attribuisce il razzismo alle tendenze universali della natura umana e dei gruppi sociali. La seconda lo considera invece un prodotto della modernità, storicamente collocato e geograficamente situato (Europa e Americhe).

1. La teoria modernista ristretta, secondo la quale il razzismo è il successore diretto dall’attività di classificazione delle razze umane, sviluppatasi soprattutto nel secolo XVIII

2. La teoria modernista ultraristretta, vede il razzismo come un determinismo razziale delle attitudini e dei comportamenti culturali. Abbia un fondamento scientifico

L’idea che le differenze tra le razze determino le differenze tra le culture viene oggi definita razzialismo.

3. La teoria modernista ampia, che riconosce alcune forme prerazziali di razzismo, formulate in credenze ideologiche che legittimano pratiche di esclusione e dominio; il mito del sangue puro; la convinzione dell’inferiorità di certi gruppi; il pregiudizio del colore.

Il razzismo si esprime in tre modalità prevalenti: 1. L’essenzializzazione: porta alla negazione di una coappartenenza al genere umano, alla

percezione dell’irriducibilità tra i gruppi e alla deindividuazione 2. L’esclusione simbolica: stigmatizzazione o esclusione simbolica e sociale degli individui

categorizzati, è preceduta dalla costruzione di stereotipi negativi. Viene considerato il gruppo estraneo una incarnazione della minaccia che legittima ogni misura di autodifesa.

3. La barbarizzazione: degradazione dell’altro. Basata sulla convinzione che certe categorie siano incivilizzabili, inassimilabili.

6.5 IL RAZZISMO COMPORTAMENTO Il razzismo si presenta anche come un’esperienza vissuta, in cui si intrecciano affetti, emozioni, miti, interessi legati a situazioni, pratiche sociali con valore funzionale (di legittimazione) e si traduce in atteggiamenti pratico-sociali e comportamenti osservabili.

1. La messa a distanza spaziale: sottoforma di segregazione, discriminazione o espulsione

2. La persecuzione: intesa in senso essenzialista 3. Lo sterminio

6.6 dal biologico al culturale Il razzismo biologico (classico) ha perso credibilità. Soprattutto in seguito all’indignazione prodotta dalla shoah. L’atteggiamento razzista non è però scomparso, ma ha assunto forme meno esplicite. Il razzismo culturale, fondato su categorizzazioni elaborate a partire da tratti culturali(costumi, lingua, religione), tende a sostituire il concetto di razza con quello di etnia o a parlare, di differenze culturali. Il razzismo è passato sul piano simbolico. È un fenomeno dinamico, che continuamente si maschera e si ricontestualizza. La questione della superiorità/inferiorità è stata sostituita da quella identità/differenza. Il passaggio dalla razza alla cultura favorisce un relativismo culturale spinto, con l’affermazione dell’incommensurabilità delle culture che ne consegue. Si rifiutano i diversi pur celebrando la differenza. Un’altra veste ideologica del razzismo è quella che utilizza il tema della differenza per legittimare disuguaglianze sociali e rapporti di dominanza e subordinazione. Le uniche differenze praticamente incancellabili sono quelle fisiche: quelle cosiddette di razza e di sesso. Il pregiudizio verso gruppi particolari in molti casi diventa quasi una giustificazione a posteriori delle disuguaglianze, per poterle mantenere. Weber: definiva ossessione del declassamento, ovvero del degrado prodotto della cancellazione delle differenze socialmente percettibili tra il gruppo dominante e quello subordinato. Da un lato l’onore etnico è un motivo di orgoglio molto più democratico di quello dell’appartenenza di classe, perché accessibile a tutti coloro che condividono un’appartenenza. Il razzismo populista sarebbe ossessionato dal degrado. 6.8 MEDIA I media tendono a diffondere un razzismo latente di tipo sicurtario, che si manifesta nella costruzione di un senso di insicurezza collettiva, della quale gli stranieri sarebbero in gran parte responsabili: gli stranieri sono infatti presentati come soggetti che tendono a delinquere, costano caro ai contribuenti, mettono in pericolo i posti di lavoro, ricevono in assegnazione le case popolari…. I media (stampa e televisione) tendono a suggerire in modo diretto e indiretto il binomio immigrazione- insicurezza urbana, invocando la necessità di ristabilire l’ordine pubblico. Doppio controllo dei media sulle rappresentazioni dei cittadini, portati a considerarsi membri di una comunità messa in pericolo; sullo straniero, le cui rappresentazioni e motivazioni sono rese irrilevanti e imponenti a esprimersi. Lo scivolamento dell’eterofobia in razzismo, quando diventa discorso pubblico. La costruzione di una percezione sociale selettiva che registra solo le condizioni di emarginazione, privazione. L’avvallamento del pregiudizio clandestini=cattivi. La costruzione del binomio musulmano-integralista che rende a ricalcare le orme dell’antisemitismo: i media alimentano una teoria del complotto, l’idea di una religione immutabile e resistente al cambiamento e alla storia.

• Nel discorso quotidiano, nel linguaggio dei media e più marginalmente in quello scientifico “etnia/ etnico” si impiega come abbreviazione utile a indicare con un unico termine gruppi di popolazione immigrata e minoranze che si distinguerebbero per diversità di costumi e/o di lingua, le loro culture e i modi di vita, ma anche tutte quelle culture che un tempo venivano dette “esotiche”.

• Etnicizzazione: è un processo non solo di riconoscimento o invenzioni di differenze culturali, ma anche di classificazione surrettizia, di gerarchie sociali, economiche, politiche. Etnicizzando dei gruppi sociali si tende a mascherare la loro posizione di subordinazione o emarginazione

7. L’ORIENTALISMO Orientalismo è il termine più generale che ho scelto di impiegare per indicare l’approccio occidentale nei confronti dell’ Oriente. È la disciplina teorica con cui l’Occidente si è avvicinato all’Est in modo sistematico, attraverso lo studio, l’esplorazione geografica e lo sfruttamento economico. Secondo Said due sono all’inizio del XX secolo le vie principali dell’orientalismo. La prima riguarda l’utilizzo della capacità di diffondere il sapere, propria della moderna

organizzazione della cultura (sviluppo delle università): nuovi canali e reti rendono più rapida e diffusa la circolazione di immagini sull’oriente. L’orientalismo presuppone:

1. Una selezione percettiva guidata dalla cultura 2. Una categorizzazione valutativa, dove la differenza è stabilita a partire da una prospettiva

etnocentrica 3. Una ontologizzazione della categoria 4. Un atteggiamento pregiudiziale, che si accontenta della rappresentazione senza esplorare la

realtà 7.4 NOI E LORO Al livello della posizione del problema l’Oriente e gli orientali sono considerati come oggetto di studio, marchiati da un’alterità. Al livello della tematica gli orientalisti adottano una concezione essenzialista delle regioni, nazioni e popolazioni orientali che studiano, una concezione che si esprime attraverso una ben caratterizzata tipologia etnica che verrà presto condotta ai limiti del razzismo. 7.5 ASTRAZIONE E DISUMANIZZAZIONE La riduzione all’appartenenza categoriale è una forma di riduzione e di disumanizzazione dell’altro. La riduzione della categoria, in quanto processo di astrazione, rimuove l’altro dalla contemporaneità e lo colloca in un ambito di essenzialismo sincronico che lo pone a una doppia distanza: spaziale, in quanto geograficamente lontano, e temporale, in quanto collocato nella atemporalità della categoria. 7.6 ORIENTALISMO LATENTE E MANIFESTO La distinzione tra orientalismo latente e manifesto. Introdotta da Said: si divide tra un quasi inconsapevole assolutismo teorico, che chiamerò orientalismo latente, e l’insieme delle cognizioni e ipotesi esplicitamente comunicate sulla società, le lingue, la letteratura e ogni altro aspetto della vita in Oriente, che si chiama orientalismo manifesto.

CAPITOLO 5 CONDIZIONI MODELLI PROSPETTIVE Il riconoscimento costituisce un momento indispensabile della costruzione dell’identità. Per poter dialogare con l’altro occorre considerarlo prima di tutto come un individuo. Un secondo rischio è l’oggettivazione: il soggetto ha diritto di autonarrazione e autorappresentazione. Con la capacità di ascolto (ascolto attivo) possiamo anche riuscire ad imparare qualcosa di noi stessi che non conoscevamo, oltre che a correggere l’immagine che ci siamo fatti dell’altro e allargare la nostra prospettiva sul mondo. Ritornare a noi, dopo essere passati attraverso la prospettiva dell’altro, come ricorda Remotti, rappresenta un movimento che potenzialmente arricchisce e libera. Considerare l’altro come individuo e come soggetto è un passo imprescindibile della comunicazione interculturale. Ulf Hannerz ha insistito in modo convincente sul fatto che non esistono culture separate dalle persone, né persone separate dalle culture, e che le culture non esistono oggettivamente come entità definite e ancorate a territori, ma si trasmettono e trasformano attraverso i network di relazioni che le sostengono. Le culture restano in vita soltanto se traggono dalla critica e dalla successione la forza di autotrasformarsi. 2.DAL MALINTESO ALL’ASCOLTO ATTIVO La difficoltà della comunicazione interculturale è innegabile, ma questo dipende soprattutto dal fatto che la comunicazione in sé è un fenomeno complesso e denso di ostacoli. Il malinteso è l’esperienza originaria dell’alterità, il modo in cui ci si manifesta la verità dell’altro, una verità inafferrabile con le nostre categorie. Non possiamo comunicare e metterci in relazione con le differenze semplicemente restando noi stessi.

• Più un ambiente è complesso, più spesso la comunicazione fra le sue parti si presenta come una serie di esperienze di interfaccia, cioè di situazioni in cui le stesse cose, gli stessi eventi hanno significati diversi e incompatibili tra loro.

• L’ascolto attivo implica il passaggio da un atteggiamento del tipo giusto/sbagliato ad un altro in cui si assume che l’interlocutore è intelligente e che dunque bisogna mettersi nelle condizioni di capire com’è che comportamenti e azioni ci sembrano irragionevoli, per lui sono totalmente razionali. Nel mondo occidentale è una conquista molto recente.

3.DALL’ETNOCENTRISMO ALLA PROSPETTIVA Anche l’etnocentrismo può costituire una risorsa per ripensare alla propria posizione nel mondo in una chiave che favorisca la comunicazione e che solleciti il ripensamento del rapporto tra le culture in un senso non differenzialista. Hannerz utilizza il concetto di prospettiva per indicare insieme la porzione di cultura che appartiene all’individuo. La prospettiva è lo strumento che organizza l’attenzione e l’interpretazione che un individuo dà a significato trasportato dall’esterno, così come alla propria produzione di tale significato. La prospettiva, cioè il punto di vista dal quale l’individuo riceve e produce significato, implica dunque un ruolo attivo; implica anche un mutamento nel tempo. Infine la prospettiva è relazionale, nel senso che ciascuno si forma un’idea delle prospettive degli altri e, sulla base di ciò, è in grado di mettere in prospettiva la propria prospettiva. È la relazione tra le prospettive che costituisce la cultura.

4. I MODELLI DELLA RELAZIONE TRA CULTURE Modelli che si sono succeduti, per pensare a gestire il rapporto tra le culture su uno stesso territorio:

• Il melting pot o crogiolo delle culture, un’immagine coniata in america a partire da una rappresentazione teatrale uscita a Broadway nel 1914, a indicare l’ideale della fusione di tutte le razze in un’unica, superiore cultura. È un modello utopico.

• L’assimilazione: ovvero la fusione e cancellazione delle differenze da parte della cultura dominante. Nasce dal contesto della colonizzazione e si estende a quei soggetti che rinunciano alla propria cultura per accettare quella nazionale. Il principio è l’universalismo. Il modello assimilazionista o alla francese arriva fino a proibire, in nome della difesa del valore della laicità, ogni simbolo di appartenenza religiosa.

• Il mosaico delle culture: ovvero il riconoscimento della pluralità e del diritto alla differenza, con l’implicito della irriducibilità e della incomunicabilità. Il termine multiculturalismo ha sia una valenza descrittiva che una prescrittiva.

Kapuscinski: se diciamo che il mondo è diventato multietnico e multiculturale non è perché la società e le culture più numerose di una volta, ma perché parlano con voce sempre più autonoma e determinata, chiedendo di essere riconosciute e ammesse alla tavola rotonda delle nazioni.

In tanti casi il multiculturalismo altro non è che una semplice tolleranza, sempre molto fragile, della diversità delle culture, che coesistono fianco a fianco senza incontrarsi, anzi restando divise.

Le interconnessioni culturali si estendono sempre più attraverso il mondo: di tratta di un’ecumene globale. METICCIATO: la differenza rispetto al passato, è che oggi il fenomeno della mescolanza ha assunto proporzioni planetarie: l’accelerazione e l’espansione dei flussi migratori ha infatti come esito la globalizzazione degli incontri/scontri tra le culture. Distanza critica: nessuna civiltà è pensabile senza mettere in conto un processo articolato di contatto e compenetrazione tra i popoli diversi, ma questo non significa che il meticciato avvenga sempre in modo pacifico e gioioso. Il meticciato non dà nessuno garanzia di convivenza. In ogni cultura, dice Lèvinas, c’è come la tentazione di restare identici, cioè di proteggersi dal diverso, proprio perché l’incontro con la diversità umana crea scompiglio. Una cultura non è mai completa. Questa mancanza , è ciò che fa sì che una cultura, se è viva, non può mai riposare su se stessa, ma è sempre in qualche misura alla ricerca di un interlocutore fuori di sé.

5. Oltre la tolleranza passiva: prassi interculturali La conoscenza delle tradizioni culturali che non ci sono familiari, come modo per prendere le distanze da noi stessi e insieme per costruire un ponte verso l’altro, significa non bloccare l’altro negli stereotipi che abbiamo costruito, né nelle derive che la sua tradizione può subire sotto le

spinte della complessità. La consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca è una delle facce dell’interdipendenza planetaria. Ogni essere umano è singolare; l’uguaglianza dei diritti è fondamentale, ma le relazioni interpersonali sono sempre asimmetriche, benché la reciprocità sia essenziale, così come la responsabilità. TOLLERANZA: significato attivo: sollevare, prendere su di sé, farsi carico. Certamente una responsabilità, una capacità di azione guidata da un pensiero che sa incorporare la differenza e riconoscerla come costitutiva, anziché esteriorizzarla. Forse oggi ci sono bisogni più urgenti come quello di condividere il mondo, creando le condizioni per il riconoscimento, l’ascolto attivo, l’articolazione comune delle domande, l’immaginazione congiunta di risposte sempre limitate, concrete e situate, ma nondimeno fondamentali per dare forma e rendere abitabile questo mondo plurale.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 24 totali
Scarica il documento