La comunicazione politica - Mazzoleni, Esami di Comunicazione Politica. Università di Firenze
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claucala10 gennaio 2014
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La comunicazione politica - Mazzoleni, Esami di Comunicazione Politica. Università di Firenze

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Riassunto delle lezioni sui capitoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10. libro "La comunicazione politica" di Mazzoleni, con particolare riferimento all'esame di Marco Tarchi (gli argomenti che non chiede sono riquadrati)
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COMUNICAZIONE POLITICA

RIASSUNTO "LA COMUNICAZIONE POLITICA" (G. Mazzoleni)Capitolo uno "Storia e teoria" Nb. Le cose riquadrate sono quelle che il Tarchi ha detto che non chiede mai all’esame. Gli assistenti però potrebbero chiederle. La comunicazione politica, dietro l'apparente semplicità del termine che stabilisce un rapporto tra media e politica, ha un carattere multidisciplinare. La storia della comunicazione politica inizia nello stesso momento in cui la filosofia greca comincia a riflettere sul potere, sull'autorità, sulla democrazia. Per la prima volta nel mondo occidentale viene posto e discusso il problema dei rapporti politici tra membri di una comunità, e dunque per la prima volta si tocca il problema della comunicazione tra gli stessi membri e tra i vari strati sociali che compongono la polis. Già in questo momento emerge l'importanza dell'arte retorica, perseguita in Grecia, come a Roma. L'esempio romano è diventato paradigmatico anche per le campagne elettorali di molti secoli dopo: alcuni termini entrati nell'uso nell'epoca moderna risalgono a quell'esperienza, come candidato o comizio. Da una prospettiva storiografica della comunicazione pubblica, accanto al dispotismo e al soffocamento delle voci libere a opera sia dei sovrani che delle chiese, si possono trovare numerosi esempi che rientrano nel campo della comunicazione politica, uno dei più noti è l'opera Il Principe di Machiavelli. Occorre però attendere il XX secolo per poter parlare di comunicazione politica in senso pieno, con la nascita dei mezzi di comunicazione di massa. Il più grande laboratorio della comunicazione politica, come la conosciamo oggi, sono gli Stati Uniti. Cruciale nello sviluppo del concetto di comunicazione politica è l'origine e la trasformazione del modello dello "spazio pubblico" (public realm) come lo chiama Hannah Arendt, e di quello liberale della "sfera pubblica borghese", come la chiama Habermas, modelli che vedono nel pubblico dei cittadini il depositario delle strutture e dei processi della democrazia: appare qui un carattere fondante della comunicazione politica, ossia il suo legame con il contesto e le regole della democrazia. Ne deriva che le relazioni (la comunicazione) tra gruppi di interesse e di potere riscontrabili nella vita e nella storia degli imperi, dei regni, delle dittature antiche e moderne non si possono a rigore considerare comunicazione politica. A questo proposito, sono interessanti la distinzione di Habermas in "sfera pubblica culturale" e "sfera pubblica politica", e il concetto analogo, dello stesso autore, di "mercato delle idee", secondo il quale il cittadino, grazie all'accesso a una pluralità di fonti informative e all'esposizione a opinioni differenti sulle questioni pubbliche, può formarsi proprie idee e visioni sulle issues più importanti, attrezzandosi in tal modo a partecipare alla vita politica. E in quanto ai nuovi media? Da parte di alcuni vi è un diffuso pessimismo di chiaro stampo francofortese nei critici della società di massa, che vedono nell'azione dei moderni mass media commercializzati un impedimento alla crescita dell'informazione dei cittadini, alla loro consapevolezza critica, e dunque alla loro partecipazione al dibattito pubblico e alla costruzione della democrazia. Altri, tra cui spicca Meyrowitz, sostengono al contrario che con i moderni media si realizza effettivamente uno spazio pubblico allargato, che supera i confini ristretti dell'interazione tra pochi eletti dell'epoca della stampa, e ammette anche chi non sa leggere alla costruzione dell'identità sociale, e dunque anche alla partecipazione alla vita politica. In generale comunque il concetto di spazio pubblico, sia pure rivisto e corretto sulla scorta delle varie riletture critiche della sua evoluzione storica, fa da substrato al concetto più contemporaneo di "spazio pubblico mediatizzato" in cui i media, specialmente quelli interattivi, vengono a occupare il ruolo di perno della comunicazione ascendente e discendente tra pubblico dei cittadini e sistema della politica. Lo spazio dei media non esaurisce, tuttavia, lo spazio pubblico, perché esiste un territorio, quello della "società civile" al cui interno nascono sensibilità verso issues specifici. Capitolo due "Modelli e definizioni" La definizione della comunicazione politica si inquadra in un contesto dinamico, ossia all'interno di uno schema relazionale tra gli attori della scena politica moderna: istituzioni politiche, mass media, cittadini. I mass media non sono dunque lo spazio pubblico, ma contribuiscono a crearlo.

Le istituzioni politiche, siano essi il governo, i partiti, i leader o i candidati nelle elezioni (P), interagiscono con i cittadini (C) e questi con le istituzioni politiche: della comunicazione "immediata" P/C nasce uno spazio condiviso (a). Gli attori politici intrattengono rapporti di comunicazione anche con il sistema dei media (M) e viceversa, dando origine allo spazio comunicativo (b). I media, a loro volta, si relazionano anche con C, prevalentemente con una comunicazione a senso unico, per la loro natura di "mass" media, che si sostanzia in uno spazio comunicativo, di tipo informativo (c). I tre spazi comunicativi a,b,c costituiscono una rete di scambi di natura politica, sono cioè comunicazione politica. Lo spazio (d) che a,b,c creano sovrapponendosi, ossia quando lo scambio comunicativo coinvolge contemporaneamente tutti e tre gli attori dell'arena politica costituisce invece la comunicazione politica mediatizzata. Possiamo definire questo come il modello pubblicistico-dialogico della comunicazione politica, perché colloca tale comunicazione all'interno di un più ampio

processo di interazioni discorsive tra tutte le componenti dello spazio pubblico politico, dello spazio pubblico mediatizzato e della società civile. In questo i tre attori hanno la stessa importanza, ma i media sono però accidentali: essi sono determinanti, ma lo sono oggi. Scendendo però nel concreto, non possiamo non registrare che il peso dei tre attori nelle concrete situazioni reali dei diversi contesti politici è di fatto sbilanciato, risultando assai più forte quello dei mass media. E' dunque legittimo attribuire un valore aggiunto all'attore- media: sulla base di quest'assunzione poggia la mediatizzazione della politica, secondo la quale oggi l'azione politica pubblica avviene all'interno dello spazio mediale o dipende in misura rilevante dall'azione dei media. Questa prospettiva si innesta in tre diverse scuole di pensiero politologico e sociologico:

1. concezione competitiva e di mercato nel senso estensivo schumpeteriano per cui i media sono l'arena in cui la "pubblicità" habermasiana diventa "openness" postmoderna, ossia l'arena pubblica in cui hanno luogo lo scambio e i rapporti di forza fra i tre attori

2. democrazia del pubblico, il nuovo foro di deliberazione e di rappresentanza politica sono i media 3. la prospettiva delineata da Castells, secondo un modello che possiamo definire mediatico la comunicazione/interazione

politica che avviene fra i tre attori si verifica all'interno dello spazio pubblico mediatizzato, un modello in cui i media si identificano largamente con lo spazio pubblico; sotto questo profilo, la comunicazione politica è il prodotto dell'interazione e della competizione tra i diversi attori nello spazio pubblico mediatizzato

Soffermiamoci sui tre differenti attori prima presentati:

• il sistema politico, o sistema della politica, termine con cui si intende generalmente l'insieme delle istituzioni politiche che costituiscono l'ossatura della vita politica di un paese: parlamento (camera e senato), governo (centrale: ministeri, amministrazioni varie; periferico: regioni, province, comuni), magistratura, ma anche capo dello stato. La comunicazione che questi attori attivano è il tipo principalmente istituzionale, cioè è espressione delle stesse istituzioni e non delle persone che ricoprono i vari uffici. E' a pieno titolo sistema politico anche l'area non istituzionale, identificabile nei soggetti politici. La comunicazione che questi attori attivano è quella che si intende solitamente come "comunicazione politico-partitica"

• il sistema dei media è l'insieme delle istituzioni mediali che svolgono attività di produzione e di distribuzione del sapere (informazioni, idee, cultura)

• il cittadino-elettore non è immediatamente identificabile in una struttura organizzata, anche se i cittadini possono far sentire la propria voce creando gruppi e associazioni; a parte il singolo cittadino, in genere le sue rappresentazioni collettive, l'opinione pubblica e l'elettorato, sono più nominalistiche che reali: l'opinione pubblica non esiste di per sé, e così l'elettorato

Partendo idealmente dalla rete di comunicazioni fra i tre grandi attori dello spazio pubblico mediatizzato, possiamo a questo punto identificare le varie forme che assume la comunicazione politica, a seconda della direzione dei flussi di interazione:

1. dal sistema politico al sistema dei media, è l'espressione di un rapporto di potere con il quale il sistema politico mira a estendere la sua influenza e il suo controllo sul sistema dei media, ossia a imporre i suoi criteri di selezione e di costruzione della realtà. Il flusso di comunicazione che dall'attore politico va verso il sistema dei media può assumere tre diverse forme: (1) regolamentazione (dell'attività dei media da parte della politica), (2) media e news management (quando il sistema della politica cerca di condizionare l'attività dei media), (3) fonte di informazione

2. dal sistema politico al cittadino-elettore, che può assumere le forme della: (1) comunicazione pubblica o istituzionale (se a comunicare sono le istituzioni politiche), (2) contatto personale (quando i politici nelle campagne elettorali o in determinate occasioni pubbliche incontrano e interloquiscono direttamente con i cittadini), (3) propaganda-pubblicità (quando i partiti o i candidati si rivolgono all'opinione pubblica o all'elettorato per chiedere il consenso o persuaderli)

3. dal cittadino-elettore al sistema politico, cioè il flusso di ritorno, si sviluppa sulla risposta del cittadino-elettore ai messaggi provenienti dal sistema politico, attraverso tre fondamentali modalità per l'ordinamento democratico: (1) il voto (la massima espressione della volontà del cittadino), (2) il dibattito pubblico (per Habermas caratteristica fondante della sfera pubblica, che consiste nella partecipazione alla discussione sulle questioni e sui problemi di interesse generale), (3) l'interazione diretta (forma speculare rispetto a quella attuata dall'attore politico, sono gli incontri con i candidati), (4) si potrebbe aggiungere la forma del sondaggio di opinione, elettorale, che però riceve molte critiche ed è considerato per lo più una forma impropria di comunicazione

4. dal sistema dei media al sistema politico, esso prende forme diverse a seconda dei contesti culturali e istituzionali in cui i media si collocano. In particolare, la comunicazione politica mediale si manifesta come: (1) informazione (la tradizionale funzione referenziale), (2) vigilanza/critica (quando i media assolvono la funzione di portavoce e di paladini del cittadino), (3) partigianeria (laddove si fa portavoce di partiti e di interessi o di lobby politiche), (4) mediatizzazione (quando i media impongono i propri linguaggi e i propri formati alla comunicazione degli attori politici)

5. dal sistema dei media al cittadino-elettore, nelle forme della: (1) informazione, (2) informazione partigiana (cioè il prodotto dell'eventuale faziosità dei media), (3) pubblicità

6. dal cittadino-elettore al sistema dei media, caso in cui assume la forma di un generico feedback, è quella che Thompson definisce "quasi-interazione mediata"

Possiamo definire la comunicazione politica lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema politico, dal sistema dei media e dal cittadino-elettore, al fine di conquistare, esercitare o condizionare il potere. Ovviamente questa è una soltanto tra le molteplici che ne sono state date, a causa del carattere polivalente della comunicazione politica: gli approcci che si collocano sul versante politologico hanno generalmente privilegiato nella descrizione e definizione del fenomeno quegli aspetti che trovano fondamento o che sono in rapporto con le dimensioni istituzionali e sistemiche della sfera politica; l'attuale "stato dell'arte" registra ancora una prevalenza, nei contributi scientifici di prima e dopo gli anni 80, dall'attenzione per gli aspetti comunicazionali, dal momento che sconta la più forte tradizione della ricerca motivazionale e sociologica. I più interessanti contributi alla comprensione non "corporativa" del fenomeno sono, in ordine cronologico:

Wolton scrive "la comunicazione politica è lo spazio dove si scambiano i discorsi contraddittori dei tre attori che hanno la legittimità di esprimersi pubblicamente sulla politica e che sono gli uomini politici, i giornalisti e l'opinione pubblica attraverso i sondaggi", è attento agli intrecci tra comunicazione politica e spazio pubblico, con un forte peso ai mass media

Nimmo e Swanson affermano "la comunicazione è una forza per entrambi il consenso e il conflitto; le campagne elettorali nelle democrazie liberali sono per entrambi il cambiamento e la stabilità; la comunicazione politica è al tempo stesso fonte di potere e di emarginazione, prodotta e consumata dai cittadini, attori più o meno autonomi, informati, determinati e creativi, ma anche modellati da potenti strutture", per loro è improbabile che possa "emergere una master theory che comprenda tutti i diversi approcci usati per studiare la comunicazione politica"

Gerstlé parte dal rifiuto di una definizione strumentale del fenomeno, sottolinea quindi che "la comunicazione impregna l'intera attività politica a tal punto che quasi tutti i comportamenti politici implicano un ricorso a una qualche forma di comunicazione". Per il politologo francese la comunicazione politica si può meglio definire osservando le sue tre principali dimensioni: quella pragmatica, quella simbolica e quella strutturale

McNair costruisce la definizione di comunicazione politica intorno ai tre elementi che compongono il flusso comunicativo: l'emittente, il ricevente e il messaggio

La comunicazione politica come area di ricerca e come disciplina di insegnamento è nata negli Stati Uniti, sull'onda dei fermenti intellettuali degli anni 50. In quel periodo le "scienze del comportamento tendevano a mettere insieme diverse tradizioni conoscitive, non importa in quale disciplina o dipartimento si collocassero, e di fonderle in aree interdisciplinari fino ad allora considerate marginali rispetto alle aree di ricerca più convenzionali" (Nimmo e Sanders). La comunicazione politica è una di queste nuove aree. Nella prima ricognizione completa della crescita della disciplina dagli anni 50 agli anni 80, curata da Nimmo e Sanders nel 1981, le viene riconosciuto a pieno titolo lo statuto di "area di ricerca, oggetto di distinta pubblicistica, disciplina di insegnamento, avente riflessi professionali e politici, e fenomeno di respiro internazionale". Gli stessi curatori della rassegna abbozzano un primo catalogo delle aree di interesse scientifico della comunicazione politica, tra cui: gli studi di retorica, l'analisi della propaganda, gli studi sul cambiamento degli atteggiamenti, gli studi sul voto, il rapporto tra governo e organi di informazione, l'analisi funzionalista, e i cambiamenti nelle tecnologie. L'abbondante produzione scientifica pubblicata nel decennio 1981-1990 testimonia la grande vivacità del campo. Le nuove aree di indagine sono: la comunicazione elettorale, la comunicazione politica e l'informazione, la retorica politica, e l'informazione e gli atteggiamenti e comportamenti politici. In Europa, tra il 1965 e il 1990 si registra una notevole crescita della ricerca sulla comunicazione politica, con caratteristiche proprie. Secondo gli autori, il contributo europeo alla ricerca sulla comunicazione politica si può riassumere in otto elementi:

• superamento del modello lazarsfeldiano degli "effetti limitati" • prospettiva "olistica" nello studio dei processi della comunicazione politica, infatti la prospettiva europea ha rivolto

l'attenzione non solo all'elettore individuale, ma al processo nella sua interezza • approccio cognitivo "misto", basato né solo sulle posizioni delle teorie critiche né sul positivismo • tendenza a incorporare le prospettive normative • enfasi sull'interazione tra sistemi dei media e sistemi politici, e sull'influenza reciproca • influenza americana sulla ricerca sul pubblico ancora evidente • analisi longitudinale delle tendenze e dei cambiamenti • focalizzazione ancora troppo interna e nazionale

Dagli anni 90 in poi la ricerca sulla comunicazione politica si presenta indubbiamente molto più integrata di come è apparsa nei decenni precedenti. Un'importante particolarità della crescita degli studi di comunicazione politica dagli anni 90 a oggi è l'approccio comparato ai temi e problemi del rapporto tra politica, media e cittadini. Più nello specifico, possiamo riprendere la periodizzazione di un articolo famoso del 1999, Blumler e Kavanagh in tre grandi fasi:

1. La prima fase (il dopoguerra e gli anni 50). Negli anni dell'immediato dopoguerra a dominare la scena politica erano soprattutto i partiti la cui azione si innervava sulle fratture e le dinamiche sociali tipiche degli anni della ricostruzione. La comunicazione politica era subordinata a un sistema di istituzioni e di fedi politiche molto salde, in cui i partiti svolgevano le principali funzioni di cinghie di trasmissione tra cui il sistema politico e i cittadini. La risposta dei cittadini alle comunicazioni di natura politico-partitica era caratterizzata da selettività e da rafforzamento delle opinioni e atteggiamenti che già manifestavano attraverso una forte adesione di "appartenenza". Pochi cittadini risultavano capaci di comprendere sufficientemente i temi dell'agenda politica, ma al tempo stesso tendevano a votare sulla base di identificazioni di gruppo

2. La seconda fase (dagli anni 60 agli anni 80). E' la stagione della diffusione del nuovo mezzo televisivo. I due studiosi inglesi individuano alcuni cambiamenti che caratterizzano questa fase: l'attenuazione del meccanismo della selettività nell'esposizione del cittadino-telespettatore alla comunicazione politica; la pervasività della televisione rende possibile ciò che nei decenni precedenti era sporadico, cioè raggiungere segmenti dell'elettorato che tradizionalmente erano scarsi consumatori dei vecchi media e quindi si sottraevano alla comunicazione dei partiti; i formati e i linguaggi dell'informazione televisiva cominciano a esercitare un vasto impatto sui tempi della politica, sui linguaggi e i modi di presentazione di leader e altri soggetti politici

3. La terza fase (dagli anni 90 ad oggi). Molte delle sue caratteristiche stanno prendendo forma in tempo reale: l'abbondanza di mezzi di comunicazione, la loro pervasività nella vita sociale e individuale, la velocità, la convergenza tra telecomunicazioni e vecchi media. Accanto alla televisione e ai media tradizionali, stanno conquistando una funzione di informazione altri media, quali Internet le attività che in Internet si sono sviluppate (posta elettronica, forum, blog..) e che spesso si pongono come alternative all'informazione ufficiale. La comunicazione politica della terza fase, secondo Blumler e Kavanagh, subisce una mutazione genetica lungo cinque principali direttrici: (1) professionalizzazione del rapporto con l'opinione pubblica - i politici sono sempre più costretti a ricorrere al know-how di professionisti della comunicazione per comunicare a rischio zero con i

media ma anche con i cittadini; (2) aumentata competizione tra contenuti dei media e comunicazione/informazione politica - l'abbondanza di canali produce anche una smisurata quantità e diversità di programmi e prodotti mediali prioritariamente con finalità di intrattenimento; (3) populismo - oggi, sempre di più, con il rapido declino delle ideologie, con la diffusione delle tecniche di imbonimento degli elettori, con la crisi del posizionamento delle élite del potere politico, mediatico e di altri settori della società, correnti di populismo attraversavano la società civile ma anche gli stessi media e i territori della politica; i media in particolare si popolarizzano puntando i riflettori sulla varia umanità, sui sentimenti e sul privato; (4) comunicazione centrifuga -una comunicazione dal centro alla periferia, per conquistare il consenso di fasce elettorali distratte dai media "nazional-popolari"; (5) consumo occasionale di comunicazione politica - l'abbondanza dei media cambia anche la modalità di ricezione da parte dei cittadini-elettori-audience; si osserva l'emergere di abitudini di consumo della politica che assomigliano alle modalità di acquisto in un supermercato; contenuti e messaggi politici possono affiorare ovunque, non necessariamente nei contenitori informativi tradizionali

4. A dieci anni di distanza Gurevitch, Coleman e Blumler, nell'articolo "Political Communication-Old and New Media Relationship" su "Annals", riprendono il tema di come vedere la comunicazione politica alla luce dei rapidissimi sviluppi tecnologici portati dai nuovi medi e dai loro sempre più significativi impieghi nell'arena politica. Anche se loro non la etichettano come quarta fase, i suoi connotati sociali e politici la identificano come una fase altra, le cui principali caratteristiche sono: (1) l'ubiquità delle ICT, "Information and Communication Technology", che non sono più monopolizzate da organizzazioni professionali organizzate industrialmente; (2) un minore peso della televisione come servizio pubblico, ma sua maggiore capacità di allargare lo spazio pubblico; (3) la ridefinizione dell'idea di cittadinanza che comprende il nuovo tipo di rapporti tra pubblico e privato (la politica ha penetrato le azioni e interazioni familiari, educative, lavorative, commerciali e del mondo dello spettacolo). Si tratta di caratteristiche dinamiche e ancora soggette ad analisi e discussioni, poiché i social media ogni anno si manifestano sempre più in possesso di stupefacenti potenzialità di cambiamento politico

Capitolo tre "La mediatizzazione della politica" Quando Castells afferma che "nel nostro contesto storico, la politica è in primo luogo politica mediata", riprende un convincimento largamente condiviso nella comunità scientifica internazionale e sintetizzato nel termine di mediatizzazione della politica. Questa centralità dei media nell'arena politica, come abbiamo osservato, è un'esclusività dell'età contemporanea, fortemente segnata dalla comunicazione di massa. I media, diffondendosi rapidamente e con grande successo, hanno conquistato nella società il ruolo di agenzia di socializzazione accanto e sempre di più al posto delle altre agenzie tradizionali, come chiesa, scuola e partito. Prima di una mediatizzazione della politica viene dunque una mediatizzazione della società. La centralità dei media è legata alla natura intrinseca della comunicazione di massa. E' attraverso la comunicazione di massa che pochi emittenti (nel nostro caso le istituzioni e i politici) possono raggiungere la grande massa del pubblico dei cittadini-elettori. Ma i mass media non si limitano a fare da tramite, sottopongono i messaggi provenienti dalla sfera politica a una importante mutazione per farli corrispondere alle proprie esigenze produttive. Queste "esigenze produttive" sono ben illustrate dal concetto di "logica dei media", antecedente al concetto di mediatizzazione e sviluppato da Altheide e Snow, che lo definiscono come "l'insieme dei formati narrativi ed espositivi attraverso i quali gli eventi sono presi in considerazione, trattati e dotati di senso per arrivare a un tipo di presentazione e comprensione compatibile con le esigenze organizzative, le finalità di intrattenimento, e le immagini del pubblico": la logica dei media, nel contesto dell'industria culturale, è strettamente legata alla logica commerciale. In pratica i politici che vogliono comunicare con il pubblico dei cittadini devono negoziare con i media tempi, modalità, registri e sempre più spesso gli stessi contenuti. Proprio questa idea della permeabilità della sfera politica all'azione dei media ha fatto ritenere che questi potessero essere considerati come un quarto potere ("fourth branch of government") accanto ai tre tradizionali. Le istituzioni politiche e i politici non vanno tuttavia considerati alla mercé dell'azione dei media. In conclusione possiamo affermare che la mediatizzazione della politica è il processo che riguarda l'arena pubblica nella quale vengono importate e adottate dagli attori politici logiche mediatiche che possono venire a conflitto con le logiche proprie dell'agire politico, ma che hanno finito per condizionare la scena e spesso anche il retroscena della vita pubblica. Non si tratta di un processo lineare e riscontrabile in uguale misura in tutti i paesi. Le declinazioni nazionali sono molteplici, ma tutte hanno in comune la prevalenza nella comunicazione politica dei formati tipici delle comunicazioni di massa. Quando si parla di effetti dei media è necessario distinguere tra effetti sistemici che sono il risultato dell'azione mediale sul funzionamento del sistema politico ed effetti psicosociali, che sono invece l'impatto che i media esercitano sugli atteggiamenti, opinioni e comportamenti politici dei cittadini. Mediatizzazione è sinonimo di potere dei media o, meglio, è l'insieme degli effetti empiricamente osservabili prodotti dai media sul sistema politico. Gli effetti sistemici possono essere raggruppati in due grandi categorie:

1. gli effetti mediatici, ossia quelli che riguardano prevalentemente gli aspetti mediali della comunicazione politica. Tra le prime influenze osservate dai ricercatori nel processo espansivo e intrusivo dei media nella società civile e in quella politica vi sono i cambiamenti verificatisi nel discorso politico, ossia nelle modalità di produzione, articolazione e diffusione del messaggio politico. I media di massa nascono e si sviluppano in concomitanza con la maturazione di questi grandi movimenti sociali e politici. E' in un contesto fortemente mediatizzato che si presentano tali effetti:

• spettacolarizzazione: la politica ha sempre posseduto una dimensione teatrale e spettacolare; in sé dunque la spettacolarizzazione moderna della politica, provocata dai mass media, non rappresenta una rivoluzione né clamorosa né inattesa. La comunicazione di massa e la cultura popolare hanno semplicemente raccolto un'eredità narrativa plurisecolare e si sono coniugate con una realtà (quella politica) che già aveva mostrato spiccata suscettibilità alla drammatizzazione. L'esito più significativo della mediatizzazione-spettacolarizzazione della politica è una mutazione quasi genetica del discorso politico: oggi non solo nessun politico può comunicare senza passare tramite i media, ma nessun politico può comunicare efficacemente senza modulare il suo messaggio sugli schemi linguistici e narrativi preferiti (e di maggior successo) della comunicazione e della cultura di massa. La spettacolarizzazione della politica è essenzialmente un effetto mediatico, indotto dalla particolare natura della moderna comunicazione di massa legata al mercato e alla cultura popolare, i cui obiettivi sono sempre più commerciali. In sintesi, la spettacolarizzazione è un processo circolare e un prodotto congiunto di media e politici

• costruzione dell'agenda politica (o tematizzazione): se l'effetto di agenda setting rientra tra gli effetti cognitivi e psicosociali riguardanti l'attività di elaborazione e di consumo di informazione del cittadino-elettore, al contrario il processo di agenda building è di natura sistemica, nell'accezione qui adottata, perché non si riferisce all'impatto dell'informazione politica sul pubblico, ma sulla politica e sui politici. Agenda building è venuto a significare il ruolo decisivo dei media nella selezione dei temi al centro del dibattito pubblico e con i quali i politici devono misurarsi

• frammentazione del discorso politico: un altro effetto mediatico più volte discusso della ricerca sulla comunicazione politica è la riduzione del dibattito pubblico e politico ai minimi termini, imposta dalle esigenze e dai vincoli produttivi dell'industria mediale. I contenuti di natura politica quando vengono trattati dai media subiscono spesso una sorta di "effetto-clip" (Gingras). E' l'effetto più noto con il termine di "sound bites", frammenti di dichiarazioni, battute magari a effetto di questo o di quell'esponente politico, brevi citazioni che si armonizzano perfettamene con il ritmo incalzante delle news televisive

2. gli effetti politici, che toccano direttamente il modo di essere e di porsi del sistema politico. La distinzione tra effetti sistemici

politici ed effetti sistemici mediatici sta nel fatto che mentre questi ultimi riguardano la sfera discorsiva della comunicazione politica, gli effetti politici attengono più alla sfera dell'azione e dell'interazione tra le varie componenti del sistema politico:

• personalizzazione: la televisione "ha cambiato il modo di conduzione della politica e il come viene percepita: oggi viene condotta in termini di personalità e viene ricevuta nel privato" (Hart). Non va però dimenticato che anche altre variabili sistemiche hanno contribuito al processo di personalizzazione politica, ad esempio guardando al contesto italiano degli ultimi vent'anni troviamo abbondanti indicatori dell'eclissi della centralità dell'organizzazione partito e della concomitante ascesa della politica personalizzata

• leaderizzazione: strettamente correlato alla personalizzazione della politica è l'effetto di "personalizzazione della leadership", o "leaderizzazione". La democrazia guidata da un leader è la forma che più si lega ai processi di modernizzazione avvenuti nell'Occidente, in particolare alla comunicazione di massa. La leadership personalizzata, tuttavia, anche secondo Cavalli, non è unicamente prodotta dalla modernizzazione o dai mass media, è frutto di "fattori costituzionali", ossia condizioni istituzionali che rendono possibile il governo del leader. Leaderizzazione e personalizzazione, come abbiamo osservato, sono processi che si intrecciano in svariati modi a seconda del sistema politico-istituzionale di un paese. In Italia, come hanno opportunamente osservato Calise e Diamanti, il declino della forma di partito e la mediatizzazione hanno creato le condizioni perché fosse lo stesso leader a creare il partito e a rappresentarne la sua identità pubblica, a trasformare i partiti già personali in partiti personalizzati

• selezione delle élite politiche: trasferimento dei meccanismi di reclutamento del ceto politico dalle macchine di partito ad agenti esterni al sistema partitico, che adottano criteri alieni e fuori dal controllo dei tradizionali selezionatori di partito. Non si tratta ovviamente di un processo avvenuto in modo simile in tutti i paesi. La selezione avviene coerentemente ai dettami della logica dei media, quindi si prediligono personaggi telegenici, abili nella dialettica, pronti alla battuta, aventi cioè un profilo mediatico. Nella ricerca americana viene spesso fatto riferimento al "winnowing effect", all' "effetto-setaccio", dei candidati nella fase delle primarie delle campagne elettorali. I news media puntano i riflettori su alcuni candidati che essi ritengono più media-genici

In concomitanza con la diffusione delle nuove tecnologie, si pone il problema se Internet faccia parte della mediatizzazione o sia necessario parlare di una sorta di "web-izzazione": Internet non sostituisce i media tradizionali, ma vi si aggiunge (Schultz), dunque si dovrebbe piuttosto parlare di una "mediatizzazione estesa" (Finnemann). Il dibattito scientifico è appena iniziato e il campo di una neomediatizzazione della politica attraverso Internet è aperto alla ricerca. Capitolo quattro "Modelli di interazione media-politica" I media non sono solo organizzazioni con finalità e logiche comerciali, e non sono sempre politicamente neutrali; quindi oltre al pedaggio della mediatizzazione, possono esercitare anche un'influenza di natura politica. Quando sfera mediale e sfera politica vengono in contatto si stabiliscono relazioni che, come vedremo più avanti, assumono forme diversificate, dal conflitto alla collaborazione, ma che mettono in luce l'esistenza di un'interdipendenza tra questi due attori della comunicazione politica. Questa interdipendenza è l'elemento che ci fa escludere l'eventualità, paventata da alcuni intellettuali di fronte alla vittoria di Berlusconi nel 1994, di una "videocrazia", ossia di una supplenza dei media o peggio ancora di una confisca da parte dei media di funzioni proprie del sistema politico. Una politica sempre più legata alle dinamiche mediali non significa infatti dissoluzione del suo primato nella polis: "politica mediatizzata non è sinonimo di governo dei media" (Mazzoleni e Schulz). I principali parametri per sistematizzare la complessa materia dell'interazione, che ci forniscono la base teorica dei modelli che ci accingiamo a delineare, definiscono lo spazio semantico del fenomeno secondo le dimensioni di un continuum subordinazione- autonomia dei media in un dato sistema politico (parametro sistemico-normativo) e dell'orientamento professionale dei news media (parametro massmediale), secondo lo studio di Blumler e Gurevitch. Per quanto riguarda il parametro sistemico-normativo, esso si centra su quattro diversi gradi di integrazione tra giornalismo e potere politico:

1. il grado di controllo statale sulle istituzioni mediali: fa molta differenza se il governo possiede strumenti istituzionali e di altra natura per tenere sotto stretta vigilanza il sistema dei media. Le aree in cui si può dispiegare l'azione di controllo sono le seguenti: le nomine dei vertici delle organizzazioni dei media, i finanziamenti e le agevolazioni fiscali e il contenuto dei media

2. il grado di partisanship dei media: è la "partigianeria", l' "affinità politica", il "parallelismo politico", gli autori individuano cinque livelli di intensità: massimo grado di partisanship (quando i partiti sono direttamente coinvolti nelle imprese editoriali come proprietari, amministratori o come finanziatori), forte grado (si ha laddove i partiti non controllano direttamente i canali dell'informazione ma esercitano un'influenza), grado medio (è quello dell'appoggio dei media per questo o quel partito), basso grado di partisanship (si ha quando la manifestazione di appoggio non è scontata, ma varia a seconda delle imprevedibili evoluzioni delle vicende politiche) e grado zero (che equivale alla piena autonomia politica ed editoriale, che può manifestarsi con la difesa a oltranza della propria neutralità)

3. il grado di integrazione nell'élite politico-mediale: esso riflette l'affinità politica e la prossimità socioculturale che esiste tra i due attori dello spazio pubblico, come osservano Palez e Entman

4. il grado di convincimento circa la funzione sociale e politica della professione giornalistica: rappresenta il livello di consapevolezza che i professionisti hanno della funzione del giornalismo nella democrazia liberale e il grado di adesione agli statuti normativi ed etici di questa professione

Riguardo al secondo parametro, quello mass mediale, cioè il loro orientamento professionale, da un lato vi è un atteggiamento laico della professione giornalistica, che presuppone un distacco ideale e comportamentale dalle logiche della politica. All'estremo opposto si colloca un'informazione mediale più attenta alle logiche e alle esigenze della politica; vediamoli nello specifico:

1. l'orientamento pragmatico è proprio del giornalismo che ricerca e persegue le finalità della logica dei media e che applica prioritariamente, nell'interpretazione della realtà politica, i criteri di selezione e di produzione tipici del newsmaking. In questo senso, i news media tendono a dare copertura informativa a quegli aspetti ed elementi della vita politica che essi ritengono corrispondere innanzitutto alla domanda o agli interessi del loro pubblico

2. l'orientamento sacerdotale rimanda a un giornalismo sensibile ai bisogni del sistema politico, pronto a officiare il rito dell'informazione di parte, a metter in secondo piano le regole e le pratiche della logica mediale e a concedere dignità di notizia a eventi che rispondo prima di tutto alle esigenze degli attori politici e solo secondariamente alla finalità commerciali delle imprese giornalistiche

Uno dei più famosi studi esplorativi sui modelli dei rapporti tra news media e politica che ha suscitato un ampio dibattito tra gli studiosi di comunicazione politica, è quello di Hallin e Mancini nel libro "Comparing Media System. Three Models of Media and Politics" [2004], in cui partono da, ma vanno oltre, le "Four Theories of the Press" di Siebert, Peterson e Schramm. Hallin e Mancini propongono tre modelli basati su una tipologia che prende in considerazione numerosi parametri sistemici, quelli che riguardano il sistema dei media sono: struttura della stampa (cioè la circolazione dei giornali), professionalizzazione (che tipo e che livello di formazione professionale si richiede a chi opera nei media), ruolo dello stato (livelli di intervento e regolazione dei media), parallelismo politico (vicinanza tra giornalisti e politici); quelli che invece riguardano il sistema politico sono: storia politica (età delle democrazie), sistemi di governo (consensuale/proporzionale o maggioritario), pluralismo (individuale o organizzato per i partiti), ruolo dello stato (dirigista, sociale o liberale), autorità razionale-legale (presenza o meno di clientelismo e lottizzazione). I modelli che ne emergono sono tre:

• il modello pluralista-polarizzato: questo modello rappresenta lo stato dei rapporti tra media e politica nei paesi europei meridionali (Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna), e viene chiamato anche "modello mediterraneo", è caratterizzato dalla prevalenza di una stampa d'élite, molto attenta alle vicende e ai personaggi della vita politica nazionale, e quindi da una marcata vicinanza al potere politico, rispondendo prevalentemente alla "logica politica" e molto meno a quella "commerciale". I giornalisti mediterranei non si distinguono per un'alta e rigorosa formazione professionale; a uno scarso indice di lettura della carta stampata corrisponde una larga diffusione del consumo di televisione. La definizione del modello come pluralista- polarizzato è spiegata da Hallin e Mancini in termini di "alto grado di caratterizzazione ideologica e di conflitto che è tipico dei paesi dell'Europa meridionale", e al notevole peso del clientelismo e al più debole sviluppo dell'autorità razionale-legale. L'Italia rientra pienamente in questo modello

• il modello democratico-corporativo (o europeo centro-settentrionale): in paesi come l'Austria, il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Germania, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Svezia e la Svizzera la carta stampata ha una buona diffusione e registra livelli di lettura piuttosto alti. L'offerta e il consumo di informazione a stampa e televisiva sono equilibrati. Ma la caratteristica che forse contraddistingue maggiormente questo modello, rispetto a quello precedente, è l'elevata professionalità giornalistica, improntata a un alto grado di organizzazione formale. La maggiore identità professionale si riflette sui rapporti con la politica, che mostrano una maggiore autonomia

• il modello liberale (o nord-atlantico): Gran Bretagna, Irlanda, Canada e Stati Uniti sono i quattro paesi in cui gli autori rilevano le caratteristiche politiche e mediatiche che in misura sensibilmente maggiore dei rimanenti paesi europei rivelano l'esistenza in un quadro liberale e libertario dei rapporti tra informazione e potere. Alta diffusione della carta stampata, alto livello di professionalizzazione giornalistica. Dove, come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, si verificano alleanze improprie tra giornalisti e politici o spin eccessivi da parte dei leader politici, l'esistenza di regole codificate e di sanzioni efficaci, grazie al forte sviluppo in questi paesi dell'autorità razionale-legale, ristabiliscono gli equilibri e le distanze tra i due attori

Un limite ai modelli di Hallin e Mancini è il focus palese su dinamiche dei paesi occidentali avanzati, che tralascia di osservare quali forme assumono i rapporti in paesi e democrazie non occidentali. Vediamone alcuni:

1. il modello avversario: è il modello che ha alimentato molta letteratura romantica sul giornalismo paladino dei cittadini contro i potenti e che è stato oggetto di particolare attenzione della ricerca scientifica. L'idea e la prassi del giornalismo antagonista, che fa da "watch-dog", da cane da guardia, o che assiste il pubblico, o ancora, si fa portavoce della cittadinanza (funzione di "advocacy"), a volte rasentando la partigianeria, non è un'invenzione di Hollywood o di scrittori di best-seller. Nella storia politica americana si è sviluppata una tradizione di distinzione tra giornalismo e politica, che in molti casi anche clamorosi, come il Watergate, ha assunto le vesti di opposizione civile agli abusi del potere politico. Questo atteggiamento avversario si sostanzia in un maggiore cinismo, che in taluni casi può rasentare il disprezzo antipolitico e sfociare nella derisione, nella ricerca dello scandalo e del sensazionale, e così via. Normalmente l'atteggiamento di cane da guardia non è però determinato da un'ostilità strutturale del mondo dell'informazione verso il mondo della politica. Esso è piuttosto una funzione dell'autoconsapevolezza del proprio potere. Tuttavia, secondo Schudson, nel contesto statunitense esiste una prevenzione della casta dei giornalisti, caratterizzata da alcuni preconcetti nei confronti della politica, come: essa è una contesa che vede vinti, vincitori, eroi e farabutti; i politici devono essere onesti; politica e democrazia devono essere meritocratica; la politica è partecipazione dal basso, e così via. Le pressioni dei politici sui giornalisti prendono le forme più diverse; dalla parte die media una tipica strategia di contrattacco è rendere pubbliche e trasformare in notizia tali pressioni. Il metodo più collaudato è però quello del news management o del cosiddetto "spin", ossia il tentativo da parte degli attori politici di imporre ai media la propria agenda ricorrendo a professioni delle relazioni pubbliche

2. il modello del collateralismo: se nel modello avversario la logica sottostante è quella dell'irriducibilità tra la funzione di informare e quella di governare, qui è la concordanza degli interessi e degli scopi dei due attori la chiave di lettura. Viene

definito anche modello del "parallelismo" ed è tipico dei paesi europei. I media non si pongono infatti permanentemente e primariamente come avversari degli attori politici, poiché il conflitto può essere costoso e alla lunga distruttivo. E' un fatto innegabile che sia nel contesto USA che in quello italiano, giornali e televisioni sono pronti a mettere la sordina alla legittima critica ed eventualmente a "parteggiare" per gli interessi nazionali in situazioni di particolare gravità, ma la posizione collaborativa del giornalismo italiano nei confronti di questo o quel governo, partito, polo o movimento è meglio tipizzata in quello che Pansa definisce "giornalismo dimezzato"; anche il termine collateralismo proviene dal gergo politico italiano e sta a rappresentare un giornalismo schierato, portavoce di gruppi e partiti politici, che diventa arma per battaglie politiche

3. il modello dello scambio: è il modello che più di ogni altro definisce la maggior parte delle relazioni che avvengono tra sistema dei media e sistemi della politica, sotto tutti i climi istituzionali. E' anche il modello su cui fa perno il concetto dell' "interdipendenza" tra i due sistemi, i politici hanno bisogno dei media come i media hanno bisogno dei politici, questa reciproca necessità induce entrambi gli attori a preferire al conflitto il negoziato, lo scambio di risorse. La differenza nell'ampiezza e nella natura delle risorse che ciascun gruppo può offrire all'altro definisce il carattere dei loro rapporti di forza. Questi rapporti di scambio non implicano necessariamente che ogni gruppo di attori sia in qualche misura ricattato o alla mercé dell'altro. Il modello prevede che l'interdipendenza sia compatibile con la preservazione delle distanze tra i due, e della diversità di interessi immediati come di visioni del mondo. E' il modello normale dell'interazione media-politica e della stessa comunicazione politica

4. il modello della competizione: in comune con il modello avversario ha soltanto la distinzione-distanza tra i due, media e politica; il conflitto è invece solo una delle molte forme che la competizione assume. L'idea sottostante a questo modello è quella del confronto, della sfida, tra il potere dei media e il potere politico, all'interno di una visione che presuppone la ricerca da parte dei sistemi dei media di un potere di influenza politica alternativo a quello che in democrazia detengono di norma le istituzioni e i soggetti politici. Rientra in questo contesto l'ipotesi di una "deriva videocratica". In un primo tempo la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 fu interpretata come il tentativo dei media commerciali di condurre il gioco politico. E' opportuno sottolineare come non tutti i giornalismi avversari sono mossi dalle idealità dell'interesse pubblico e di difesa dei cittadini. In certi contesti nazionali esistono tradizioni di informazione ad alto tenore di politicizzazione. In altre parole, esistono molte imprese editoriali e molte testate giornalistiche che fanno politica, cioè scendono sullo stesso terreno su cui si muove l'attore politico, contendendogli lo spazio. Lo schema della competizione configura una sostanziale parità tra i due competitors e per certi versi addirittura una presunzione di superiorità dei media rispetto ai partiti e ai politici

5. il modello del mercato: se i media siano prima una componente della democrazia o un'istituzione che risponde agli imperativi commerciali è una questione a lungo dibattuta che ha registrato risposte contrastanti. E anche quando si ammetta che sono un'industria, è diffusa la convinzione che siano un'industria un po' speciale, che dunque dev'essere regolata da leggi e norme che tengano presente questo essere al tempo stesso nell'arena politica e sul mercato. Gli effetti di questo going commercial sulla comunicazione politica sono essenzialmente tre e riguardano lo spazio dato alla politica (una valutazione commerciale talvolta può portare alla decisione di riservare spazi limitati se non di eliminare una materia tradizionalmente ostica, fonte di controversia e che dunque può alienare il proprio potenziale elettorato o la propria audience), la qualità della copertura informativa (la preferenza per le storie politiche o l'attenzione a leader che abbiano un potenziale di divertimento più alto ha dato vita a un genere informativo ormai codificato), l'infotainment (in altre parole i giornali e i telegiornali sono sempre più inclini a trattare le "soft news", le notizie leggere, il gossip) e l'atteggiamento editoriale (un giornale può avere una posizione determinata e subordinata all'interesse aziendale di ottenere dall'interlocutore politico favori legislativi in materie quali le normative antitrust, le esenzioni fiscali, le agevolazioni finanziarie e così via)

L'irrompere dei nuovi media e in particolare di Internet nello spazio dei rapporti tra media e potere ha già provocato profondi cambiamenti: l'informazione e la comunicazione politica che si originano in rete e circolano sulla rete si sottraggono anche alle logiche di controllo, di integrazione e di simbiosi a cui il giornalismo classico era ed è legato ineluttabilmente. Internet ha permesso a chiunque di fare informazione libera, indipendente, e ha introdotto forme inedite di controllo dal basso che si sono venute a sommare a quelle già esercitate dal quarto potere tradizionale. Uno degli effetti più macroscopici dell'avvento di Internet e dell'era digitale è quello di un'accresciuta potenzialità di partecipazione politica da parte dei cittadini che in crescente numero hanno accesso alla rete sulle più svariate piattaforme. La ricerca non ha ancora elaborato modelli teorici generali dei nuovi tipi di rapporti: un tentativo interessante, che elabora il ruolo informativo (politico) che possono svolgere anche i cittadini al di fuori delle classiche istituzioni giornalistiche è quello di Bakker e Paterson, i quali distinguono tra "partecipatory journalism" (il giornalismo dei media tradizionali che si aprono alla rete e cercano e accolgono i contributi dei lettori) e "citizen journalism" (il giornalismo fatto direttamente dai cittadini, giornalisti e non professionisti, senza mediazione di media esistenti). Capitolo cinque "Linguaggi, rituali e simboli della politica" Molti studi si sono concentrati sul linguaggio politico, che è stato studiato da svariate prospettive. Non esiste una concordanza di vedute tra i molti studiosi sul rapporti tra politica e linguaggio. I coniugi Fairclough sostengono una posizione più argomentata che riprende la più recente teoria politica di superamento della visione classica della politica come esercizio del potere e definisce invece la politica in termini di deliberazione, decisione e azione, e il contesto in cui si esplica quello del conflitto, informazione incompleta e incertezza. Ne consegue che il discorso politico è innanzitutto una forma di argomentazione pro o contro atti politici. Ma cos'è il linguaggio politico? Così come la nozione di linguaggio in generale, così il linguaggio politico è un concetto tutt'altro che ben definito. Spesso, tale espressione viene usata intercambiabilmente con "discorso politico", "messaggio politico" o con il suo contenuto e anche con la comunicazione politica in genere. Ovviamente il senso vero di ciascuno di questi termini apparentati è legato al contesto in cui vengono espressi e non è possibile darne qui una definizione esaustiva. In tutto questo, il concetto di discorso politico è molto contiguo a quello di linguaggio, da cui deriva. Il riferimento principale tuttavia nel caso del discorso è alle particolari declinazioni grammaticali, testuali, contestuali o stilistiche espresse nell'uso del linguaggio. Un'ulteriore accezione del termine discorso politico è mutuata dal gergo politologico angloamericano di "political discourse", con il quale ci si riferisce genericamente al complesso dello scambio comunicativo tra i vari attori dell'arena politica. La definizione che qui adottiamo di "linguaggio politico" è più semplicemente di carattere sociopolitologico, ossia consideriamo il fenomeno da una prospettiva teorica ed empirica che, pur non ignorando i paradigmi della linguistica e delle sue varie ramificazioni e specializzazioni, fa partire la sua analisi dall'osservazione dell'attività di comunicazione nel contesto dei fenomeni della politica. In questo quadro, il linguaggio politico è da intendersi, oltre che come fenomeno in sé, come una categoria analitica della comunicazione politica. Nell'accezione oggettiva, ossia attenta alle variabili sociopolitologiche, una celebre

tipologia di linguaggio politico è quella elaborata da Edelman nella sua opera più importante The Symbolic Uses of Politics. Le variabili che egli analizza sono relative all'intero processo comunicativo, cioè all'argomentazione e al destinatario. Sono quattro i tipi di linguaggio politico:

1. linguaggio esortativo: è il linguaggio politico per eccellenza, il linguaggio delle campagne elettorali, della pubblicità e del marketing di partiti e candidati; costitutive del linguaggio esortativo sono la drammatizzazione e l'emotività

2. linguaggio giuridico: il linguaggio giuridico è largamente usato nella comunicazione politica soprattutto di tipo istituzionale. Nonostante l'apparente precisione delle formulazioni giuridiche, che sono magna pars di tutti i discorsi politici, la caratteristica più emblematica di questo linguaggio è la "flessibilità" o "ambiguità"; "le interpretazioni variano con il mutare dei giudici, dei tempi, del contesto e degli interessi in gioco". Gli obiettivi del discorso politico sono analoghi a quelli del linguaggio esortativo: l'omologazione del pubblico all'ideologia e alle scelte delle élite che controllano il potere. Il linguaggio dei media è quanto di più lontano esista dal linguaggio giuridico. Quando quest'ultimo transita sui canali dei media è costretto a venire a patti con la sintassi (e la logica) mediale, rischiando di perdere totalmente la propria natura, di diventare un'altro tipo di linguaggio. Un esempio illustrativo di questa forza del linguaggio mediale rispetto a quello giuridico, è dato dalla rappresentazione televisiva del dibattimento del processo Cusani: proprio per la presenza delle telecamere, il processo, da azione impostata sulla schermaglia procedurale e legale degli attori naturali, si è trasformato in uno spettacolo

3. linguaggio amministrativo: si tratta di un linguaggio strettamente imparentato con quello giuridico, essendone una derivazione. La parentela non è soltanto gergale ma anche negli obiettivi e nei contenuti. Infatti coloro che lo utilizzano, le pubbliche amministrazioni e i burocrati che le dirigono, cercano di stabilire una distanza con i destinatari. Proprio a questo proposito si registra negli ultimi anni un'insofferenza al cosiddetto "burocratese", perché visto come un ostacolo alla comunicazione trasparente

4. linguaggio della contrattazione: copre una vastissima zona della sfera politica, di quella che potremmo chiamare comunicazione politica back-stage, dietro le quinte. Edelman ne sottolinea infatti l'aspetto di riservatezza, non nel senso di segretezza, ma che viene utilizzato in ambiti sottratti alla percezione e alla conoscenza del pubblico e dei mass media

Un'altra tipologia del linguaggio politico è quella proposta da Cedroni e Dell'Era, che individuano tre categorie: linguaggi rivoluzionari, linguaggi totalitari, linguaggi della crisi. L'approccio linguistico ha prodotto negli ultimi decenni numerose e interessanti analisi del linguaggio politico. Questo approccio privilegia le caratteristiche e le funzioni della parola e delle sue combinazioni sintattiche e semantiche nel sistema lingua. E' in questa angolazione che una parte importante del linguaggio politico, la "lingua dei politici", viene identificata più propriamente come una lingua settoriale, ossia "presenta importanti fattori di vicinanza con la lingua comune ed è contigua a vari linguaggi settoriali per aspetti sia lessicali sia sintattico-testuali e stilistico-espressivi degli slogan e delle scritture brevi nei manifesti" (Dell'Anna). Sono numerosissimi gli esempi di questa mutuazione che la comunicazione politica fa di altri lessici quali quello militaresco, quello della medicina, quello marinaresco: un esempio interessante è il linguaggio utilizzato da Berlusconi nella campagna elettorale del 1994, legato strettamente al gergo calcistico. Un metodo classico dello studio del linguaggio, applicato anche al linguaggio politico, è l'analisi delle corrispondenze lessicali, ACL, che permette di mappare l'uso di termini, secondo determinate caratteristiche, personali, politiche, ideologiche e così via, da cui si possono evincere le strategie comunicative dei soggetti enuncianti. Un interessante strumento di analisi del linguaggio politico è quello della critical discourse analysis, un tipo di analisi che considera il discorso non solo come insieme di retoriche, ma anche come sistema di pratiche linguistiche, di cui si occupano autori come Fairclough, la De Michelis, l'Antelmi e la Santulli, Fedel (questi ultimi in particolare studiano Berlusconi); il linguaggio della Lega e di Bossi ha formato l'oggetto di vari studi, essendo un linguaggio fortemente identitario e dai toni e contenuti trasgressivi, con pochi precedenti nella storia politica nazionale, a proposito di cui la De Matteo usa l'espressione "processo di folclorizzazione dell'espressione politica". Nel panorama politico italiano degli ultimi anni ha fatto apparizione un altro leader politico dal linguaggio provocatorio e demagogico: Beppe Grillo, il quale ricorre a un linguaggio diretto, scatenato, iperbolico, in funzione antipolitica e antisistema. Come si è osservato, non c'è politica senza rituali, anche se non si può ridurre tutta la politica alla dimensione rituale. Anche il rituale è a pieno titolo un tipo di linguaggio politico, essendo un modo di comunicare fortemente formalizzato e ordinato da regole espressive che riflettono le strutture culturali di una data società o di un dato contesto politico; Lukes lo definisce "un'attività regolata di natura simbolica che concentra l'attenzione dei suoi partecipanti su oggetti cognitivi e affettivi che essi ritengono particolarmente significativi". Secondo Navarini il rituale come dispositivo politico ha almeno quattro dimensioni:

• può essere impiegato per raccogliere solidarietà • può essere impiegato per mostrare un potere • può essere utilizzato per costruire il significato "delle azioni che una collettività sta compiendo" • può essere utilizzato per distruggere l'immagine pubblica di un nemico o per attribuirgli la responsabilità di qualche disgrazia

che ha colpito la società

Con un occhio alla storia, si può parlare di "religione civile": un vero e proprio sistema di liturgie politiche, così come le definisce Rivière, che consiste ad esempio in tutte quelle cerimonie rituali studiate soprattutto in Gran Bretagna e Stati Uniti. Un altro esempio classico di rituale politico è il voto, un'attività altamente regolata in termini sia procedurali che simbolici: la scheda è un oggetto carico di significati e istituzionali, l'apposizione della croce sul simbolo di un partito è un atto che esprime la sintesi di considerazioni cognitive e di pulsioni emotive, la deposizione nell'urna (anch'essa un oggetto sacro) è la suprema manifestazione della volontà del cittadino. I rituali, a differenze dei costumi o delle abitudini, osserva Kertzer, hanno una forma standardizzata, sono creati dalla società e da questa vengono presentati agli individui, non sono cioè frutto dell'attività psicologica dell'individuo. Questa origine per così dire istituzionale del rituale e la sua funzione di integrazione del corpo sociale attribuitagli dalla tradizione durkheimiana sono state oggetto di un vivace dibattito accademico circa l'essere il rituale soltanto uno strumento di conservazione oppure anche capace di indurre il

cambiamento e di rappresentare il conflitto. Sulle potenzialità distruttive o contestative del rituale le opinioni divergono, come ha illustrato Lukes in un famoso saggio: egli accusa i conservatori (cioè gli autori neodurkheimiani) di dare un'interpretazione troppo ristretta dello stesso concetto di "integrazione sociale" e per superare questa visione alquanto miope di un fattore politicamente cruciale come il rituale, egli propone di vedere nei rituali politici, almeno in taluni (parate degli Orangisti dell'Irlanda del Nord, cortei del Primo Maggio in Europa), elementi potenzialmente dirompenti. Anche Kertzer dimostra l'infondatezza dell'interpretazione del rituale come forza soltanto conservatrice. Tre interessanti esempi di ritualità dirompente tratti dalla storia recente sono:

1. i processi di Tangentopoli, in particolare il processo Cusani: nel caso del processo Cusani si è trattato di rituali di "degradazione", ossia di delegittimazione politica di un'intera classe politica coinvolta negli scandali. I processi di Tangentopoli hanno rappresentato nell'immaginario collettivo nazionale un grande rito di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica

2. le manifestazioni della Lega di Bossi: i rituali leghisti hanno caratteristiche di cerimonie nel medesimo tempo di identificazione e di disgregazione. Il rito leghista non trae origine dall'interno delle istituzioni, ma fuori dal sistema e contro il sistema, come è solitamente il caso di tutte le formazioni di carattere sovversivo

3. il "Sexgate", lo scandalo riguardante Bill Clinton: un recente studio di Boni si concentra sul Sexgate, quello che possiamo considerare come un altro rituale di degradazione, per certi aspetti simile a quello del processo Cusani. E' lo scandalo in cui l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton dovette deporre dinnanzi al Gran Giurì in merito alle vicende relative alla propria relazione con Monica Lewinsky

In generale, conservazione e cambiamento sono due motori fondamentali della dinamica politica; il rituale politico può dunque essere considerato come il linguaggio attraverso il quale si manifesta in modo tangibile, visibile e anche teatrale la competizione per il potere. Se non si dà politica senza rituali, non si dà rituale senza simboli; esso è "un'azione avvolta in una trama di simboli", nella definizione di Kertzer. I simboli sono la parte oggettivata del rituale: nella definizione di Durkheim essi sono veri e propri oggetti, come i totem e le bandiere, che materializzano l'idea astratta della sacralità dell'ordine sociale. Con l'espressione "simbolismo politico" ci si riferisce alla fenomenologia e alla riflessione scientifica sulle dimensioni simboliche della politica, alla trasmissione e allo scambio dei significati e dei valori, ossia delle risorse non materiali della politica presenti in tutte le culture, arcaiche e moderne, religiose e laiche, occidentali e non. Il potere dei simboli, non solo in ambito politico, è universalmente riconosciuto, come testimonia la stessa storia del genere umano: non è mai esistita azione politica che non sia stata rappresentata, sostenuta e implementata attraverso i simboli. Nella letteratura politologica spiccano due attori che rappresentano i poli opposti della riflessione sul concetto di simbolo e sul ruolo della politica: Lasswell interpreta i fenomeni della politica con un insieme di categorie, tra le quali vi è quella simbolica, per egli infatti i simboli sono risorse di potere ma il potere ha a disposizione anche altre risorse; d'altra parte la teoria di Edelman può essere definita come una teoria simbolica della politica, nel senso che egli definisce come simbolo qualsiasi cosa a patto che produca gli effetti psicologici indicati. Infine, la retorica, come arte e come disciplina di comunicazione, è una delle prime formalizzazioni del dibattito civico nella polis greca e ha avuto un posto centrale nei percorsi educativi e nel dibattito delle classi colte fino al XIX secolo. Oggi la retorica, pur avendo perso l'aura prestigiosa del passato e avendo anzi acquisito nell'opinione comune una connotazione dispregiativa "non può dirsi morta". Il linguaggio della politica è stato definito il linguaggio della persuasione, e come tale non può fare a meno delle forme retoriche. Nel secondo dopoguerra è nata sulle due sponde dell'Atlantico una nuova retorica, che rappresenta una estensione della retorica classica e ha assunto nuove forme nell'incontro con i mezzi di comunicazione di massa. E' emblematico del mutamento dei tempi che gli sviluppatori della retorica moderna non siano dei retori ma degli psicologi. Uno dei più noti esponenti è stato Hovland, iniziatore di quella che venne chiamata la "nuova retorica scientifica", che afferma che per essere veramente persuasivi, i comunicatori devono rispondere a queste esigenze: il messaggio deve attirare l'attenzione di colui che lo riceve; i ragionamenti contenuti nel messaggio devono essere afferrati e compresi dal destinatario; chi riceve il messaggio deve assimilare gli argomenti contenuti in esso e accettarli come veri. Nella società moderna la retorica non è dunque uno strumento obsoleto di comunicazione politica: oggi al termine retorica si preferiscono quelli di propaganda e pubblicità che appartengono alla comunicazione di massa e sono applicazioni innovative delle tecniche della retorica. Anche i mass media ricorrono alle strategie della retorica nell'interazione politica. Una recente prospettiva di ricerca che si può catalogare sotto l'espressione "strategie retoriche del consenso" è quella che si rifà alla linguistica cognitiva e alle neuroscienze, di cui il più famoso rappresentante è Lakoff: i politici cercano di persuadere i cittadini sulla bontà delle loro scelte attraverso artifici argomentativi che ripetono gli schemi classici della retorica, ad esempio i conservatori e i progressisti americani quando usano la metafora della famiglia. Ma in tutto questo, qual è il ruolo dei media? Come dimostra lo studio di Dayan e Katz sulle "grandi cerimonie dei media", l'ambito massmediale costituisce spesso la cornice, il palcoscenico della dimensione simbolica e rituale della comunicazione politica. L'equazione politica-teatro, ovvero la natura drammaturgica della politica, come abbiamo già osservato in relazione all'effetto di spettacolarizzazione dei media, fa parte della storia della politica. Le competizioni, le conquiste e le incoronazioni sono sempre state ingredienti essenziali della politica ieri come oggi; ciò che oggi distingue queste cerimonie da quelle di ieri è il loro essere organizzate in funzione dei media e soprattutto della televisione. A causa dello "sradicamento del luogo della realtà", dai palazzi del potere ai templi elettronici dei media, la realtà dei riti della politica viene a essere la sua rappresentazione mediatica: i riti, le cerimonie, le celebrazioni vengono ad assumere un posto nella memoria collettiva del pubblico televisivo non nella forma in cui essere sono di fatto officiate, ma in quella in cui sono trasmesse. Rimane ancora un campo aperto alla ricerca quello dell'impatto di Internet e in particolare dei social media sul discorso politico e sulla lingua politici. L'uso sempre più massiccio di Facebook e di Twitter da parte dei politici comporta infatti una innegabile semplificazione di contenuto e gergo. Capitolo sei "Gli attori politici" Per attori politici si intendono vari soggetti, individuali e istituzionali, quali i leader, i candidati, i presidenti, i governi, il parlamento, i partiti, i gruppi di pressione, la magistratura e altri, tutti impegnati nella lotta per la conquista e mantenimento del consenso, nella gestione del potere, nella competizione per la leadership, in un determinato contesto politico-istituzionale. Più di recente, grazie alla copertura mediatica pressoché continua dei leader politici più in vista, è praticamente sparito il confine tra vita pubblica e sfera privata, entrambe diventate oggetto di scrutinio politico e al tempo stesso di curiosità e di intrattenimento nei programmi televisivi e sulle riviste di gossip. Un altro aspetto interessante che riguarda la dimensione individuale nonché la comunicazione dei soggetti politici è come

questi gestiscono la loro leadership. Ne tratta ampiamente Nye nel libro Leadership e potere, in cui distingue tra "hard power" e "soft power", affermando che un leader abile deve saper miscelare entrambi i poteri. Vediamo adesso nello specifico i vari soggetti:

1. Il presidente. La ricerca sulla comunicazione del presidente è soprattutto statunitense, e si è soffermata su come l'attenzione dei media per questo ufficio, ma anche per la persona che lo ricopre, ha cambiato la funzione presidenziale nell'epoca dei mass media e oggi sempre di più dei nuovi media. Il potere del presidente degli Stati Uniti ha pochi corrispettivi in altri paesi, un potere che nel secondo dopoguerra ha assicurato a chi lo ha detenuto automaticamente una leadership mondiale. Da qui il grande interesse dei media nazionali e internazionali per la figura presidenziale. Un altro motivo dell'attenzione dei media è l'essere l'istituzione presidenziale l'oggetto primario della grande partita della competizione per la conquista del massimo potere del paese. Negli ultimi decenni la presidenza americana ha subito una trasformazione in senso plebiscitario, ha cioè superato la distanza dal pubblico e dall'opinione pubblica e ha rivoluzionato i rapporti con il Congresso. L'ecosistema mediatico obbliga i presidenti a promuovere le loro politiche ricorrendo a tutti i media disponibili, in modo diretto, "going public". Rientra in questo trend che grazie ai nuovi media e specialmente ai social network rivela caratteri di disintermediazione, l'uso massiccio che i presidenti americani fanno dei sondaggi di opinione. L'azione di comunicazione presidenziale per poter stabilire un contatto diretto ed efficace con il pubblico segue due importanti strategie: l'aggiramento (tentativo di evitare il filtro dei media) e l'imbonimento dei news media, che consiste nell'atteggiamento amichevole e collaborativo della presidenza con gli interlocutori dei media, per ottenere una copertura benevola: è il cosiddetto "media management", che nel caso mericano prende le forme della concessione o rifiuto ai giornalisti di essere ammessi alla presenza del presidente e della scaltra gestione del segreto per alcuni giornalisti e delle indiscrezioni per altri. Ciò che i telespettatori vedono e sentono nei telegiornali nazionali è largamente frutto della manipolazione operata dallo spin presidenziale. Nei casi più drammatici di tensione tra presidenza e news media, non è esclusa l'intimidazione da parte dei presidenti; ma si tratta di un'arma a doppio taglio, che può portare a peggiorare il rapporto, come appunto avvenne nel caso Watergate. Un altro potente strumento di comunicazione che i presidenti americani più recenti hanno ampiamente utilizzato è la narrazione, che consiste nel creare una storia, una visione, e anche una retorica comunicativa che identifica prima di tutto una campagna presidenziale e poi una presidenza (Obama in particolare ha fatto leva sulle narrative, pubblicando due libri che hanno fornito alla sua campagna gli elementi che lo hanno definito pubblicamente, ma poi si sono inceppate, e hanno portato in parte a un suo declino). In ambito europeo soltanto la Francia ha un sistema presidenziale il cui ordinamento tuttavia differisce profondamente da quello statunitense (tecnicamente, è un sistema presidenziale) pur presentando molte analogie proprio nell'area di nostro interesse, cioè dalla comunicazione. Diversamente dal presidente degli Stati Uniti il presidente francese detiene attraverso il partito che lo sostiene un maggiore controllo dei canali della comunicazione, nella televisione pubblica e privata e nel sistema dell'informazione a stampa. Questa risorsa gli permette di gestire la propria strategia comunicativa nelle fasi tranquille della presidenza e di contenere i danni di una caduta di immagine nelle crisi. La televisione è sempre stata la grande alleata del presidente francese, dentro e fuori le compagne elettorali: "essa costituisce per tutti gli atti simbolici della politica uno straordinario mezzo di messinscena", osserva Cayrol. In ambito italiano, fatte le debite distinzioni, la presidenza della Repubblica si è distinta nella sua storia cinquantennale per i tentativi di alcuni presidenti di apporre un'impronta di forte personalizzazione, non disgiunta da una tentazione alla spettacolarizzazione della carica, come nel caso di Pertini e Cossiga

2. Il governo. La comunicazione prodotta dal potere esecutivo si distingue tra comunicazione pubblica e comunicazione politica a seconda dei due differenti livelli di azione di queste amministrazioni. In questa sede ci interessa tuttavia la comunicazione dei governi relativa all'aspetto politico della loro azione, ossia dei rapporti con le forze di coalizione o di opposizione e con il sistema dei media, che abbiamo identificato come "comunicazione politica". In questo campo sono essenzialmente tre le strategie comunicative di un governo, secondo la classificazione di McNair:

• il media management si riferisce alla "grande varietà di pratiche adottate dagli attori politici per controllare, manipolare o influenzare le organizzazioni dei media in modo che corrispondano ai loro obiettivi politici". Non si tratta necessariamente di attività manipolatorie nel senso deteriore del termine, anzi i governanti hanno tutto l'interesse a stabilire rapporti collaborativi con i media, riconoscendo le esigenze del sistema dell'informazione. Esempi di questo tipo di rapporti con i media sono la partecipazione ai programmi televisivi di dibattito, le conferenze stampa, i comunicati stampa, le smentite, le interviste

• l'information management è l'insieme delle attività "dirette a controllare e manipolare il flusso di informazione originato dalle istituzioni di governo verso il pubblico dei cittadini". Si tratta dunque dei tentativi dei governi di assicurarsi che la propria comunicazione arrivi a destinazione senza interferenze o distorsioni da parte del sistema dei media. E' quanto cercano di fare i presidenti con le loro macchine di spin e di relazioni pubbliche

• l'image management è una strategia complementare alle prime due e ha a che vedere con il bisogno dei politici e soprattutto di chi è al governo di trasmettere e difendere la propria immagine, personale e politica. Gli esempi dei tre tipi di management differiscono da paese a paese, a seconda del modello di rapporti tra sistema politico e sistema dei media. E' interessante notare che lo spin, in cui si traducono nella pratica i tre tipi di management appena descritti, non è una pratica molto diffusa nei paesi mediterranei, perché caratterizzati da quella che Hersgaard definisce "complicità" tra giornalismo e classe politica. Lo "spin doctor" è diffuso nei paesi anglosassoni: il termine è intraducibile in italiano, la definizione più valida è quella di Watts "massaggia il messaggio"

La capacità del sistema dell'informazione politica di resistere alle pressioni dei governi e di dettare la propria agenda sta comunque diminuendo ovunque, infatti, oggi, con la diffusione dell'e-government, chi governa può disporre di ulteriori strumenti particolarmente efficaci per raggiungere e informare milioni di cittadini, evitando la mediazione giornalistica.

3. Il parlamento. In tutte le democrazie il parlamento è la sede dove si attua concretamente la sovranità popolare, espressa

attraverso l'istituto della rappresentanza. I suoi caratteri fondativi gli hanno conferito una sorta di sacralità politica quale suprema espressione della democrazia. La natura complessa di una simile istituzione spiega la complessità della comunicazione che proviene dal parlamento o che attiene al parlamento, che si distingue in tre forme:

• la comunicazione istituzionale è elaborata dagli organi direttivi e amministrativi dei parlamenti; è una comunicazione, per così dire, certificata, perché la fonte è pubblica e immediatamente accessibile a tutti i cittadini, negli ultimi anni anche via Internet o canali televisivi dedicati

• la comunicazione informale è di carattere non ufficiale, non pubblico e generalmente accessibile soltanto ai giornalisti, si tratta delle interpretazioni, delle indiscrezioni (i cosiddetti leaks), e così via

• la simbiosi tra giornalisti e politici: la mutua dipendenza media-politica raggiunge nel caso della comunicazione del e dal parlamento la sua massima intensità. La forma più appariscente di questa interdipendenza è il rapporto di simbiosi, di vita comune, di "brotherhood", come la chiama Sigal. La centralità dei media per la comunicazione parlamentare è messa in evidenza dai meccanismi che governano i rapporti tra lavoro parlamentare e lavoro giornalistico e che rendono di fatto i giornalisti arbitri del flusso input-output informativo

Tra le varie ricette escogitate per aggirare la mediazione giornalistica vi è quella di trasmettere in diretta televisiva il dibattito in aula. Tuttavia, anche un canale televisivo dedicato che trasmetta tutti i lavori parlamentari è lungi dal rappresentare un recupero della comunicazione diretta con i cittadini: la telecamera nelle aule parlamentari ha cambiato il modo di comunicare dei politici, ha imposto l'esigenza di saper "bucare il video". L'avvento di Internet e dei social network sta aprendo inedite vie alla comunicazione del parlamento e dal parlamento (si parla della nascita di un "parlamento elettronico").

4. I partiti e i movimenti politici. I partiti politici, unitamente ai loro leader e rappresentanti, sono gli attori che popolano e

animano il palcoscenico mediale della politica in molti paesi. Con l'eccezione degli Stati Uniti, i parti hanno sempre avuto un ruolo cruciale nell'evoluzione politica e culturale, quali portavoce degli interessi concreti della società ma anche espressioni dei conflitti ideologici. Uno degli effetti che già da anni è stato notato dagli studiosi, è il declino delle reti e dei modelli di comunicazione interna ai partiti di massa, con la contemporanea migrazione di parte della dialettica intrapartitica sui mass media. Un effetto analogo di mediatizzazione ha riguardato anche la dialettica interpartitica. Il processo di personalizzazione della politica ha toccato anche il mondo dei partiti e ciò ha comportato la crescita di importanza e di potere dei leader e dei personaggi con buone abilità comunicative. In sintesi, la comunicazione prodotta dai partiti e diretta sia all'interno del sistema partitico, sia all'esterno verso il sistema dei media e verso l'opinione pubblica è oggi largamente modellata sulle esigenze dei media. Uno sviluppo recente nella mediatizzazione della comunicazione del partito e della natura stessa del partito è la nascita del cosiddetto "partito mediale". L'exploit di Berlusconi e del suo partito leggero, Forza Italia, nelle elezioni politiche del 1994 è stato portato come esempio paradigmatico dell'evoluzione verso il partito mediale. Un partito mediale, diversamente dai partiti tradizionali, si basa sulla leadership, ed è quindi definito a ragione "partito personale", nella definizione di Calise. Un discorso a parte merita la comunicazione dei movimenti politici, almeno nella loro fase di statu nascenti: ne sono esempi il Piratenpartei tedesco, o lo stesso Movimento 5 Stelle, che, animato da Beppe Grillo, nelle elezioni amministrative del 2012 è uscito almeno in parte dalla fase movimentista conquistando comuni anche importanti e sembrava già avviato a ottenere un ruolo importante in Parlamento, come è accaduto quest'anno. Negli ultimi anni la rete si è dimostrata forse il più formidabile mezzo di autorganizzazione dal basso per molti altri movimenti

5. La magistratura. Negli ultimi anni la ricerca internazionale sulla comunicazione politica ha rivolto l'attenzione anche all'intreccio fra sistema giudiziario e mezzi di informazione. In questa dialettica tra poteri, i mass media generalmente non sono meri spettatori dell'azione politica dei procuratori e dei giudici, ma entrano prepotentemente sulla scena, influenzando la natura medesima della dialettica, se non addirittura gli esiti finali. Ogni paese ha un suo ordinamento giudiziario con complessi rituali e consuetudini di rapporti tra le diverse istituzioni. Il caso italiano dagli anni di "Mani pulite" a oggi presenta aspetti per molti versi unici rispetto ad altri contesti nazionali: ciò che preme mettere in evidenza, come ha fatto Pizzorno, è il rapporto a tre che si è stabilito tra politica, giustizia e mass media, tre soggetti molto attivi nell'interazione di quel periodo. Si è cioè realizzato un circuito mediatico-giudiziario che ha esaltato il potere politico della magistratura italiana. Proprio in questo connubio è possibile scorgere la dimensione di comunicazione politica che riguarda l'ambito della giustizia all'interno dell'arena politica, "nel senso lato di una comunicazione che tocca il vivere associato, le regole della convivenza, i poteri e i loro equilibri, il destino della comunità", ma anche in senso stretto, perché la magistratura ha attivamente cercato l'attenzione e i riflettori dei media, quando non l'appoggio morale e politico. Proprio perché strumento potente, che può influenzare l'opinione pubblica sulla convinzione di colpevolezza o meno degli imputati, più dello stesso verdetto finale, la televisione è il mezzo più corteggiato da tutti gli attori coinvolti in un processo: giudici, imputati, avvocati. Merita infine un cenno anche il singolare rapporto tra avvocati e organi di informazione: meno strettamente tenuti al riserbo, gli avvocati fanno prevalere a volte l'interesse del proprio cliente su qualsiasi altra considerazione etico-professionale. Shapiro stila addirittura un codice di comportamento dell'avvocato penalista nei confronti dei media.

6. Le organizzazioni terroristiche. Le organizzazioni terroristiche possono essere considerate alla stregua di attori politici, se non altro perché una delle loro principali finalità è quella di sfidare i poteri costituiti utilizzando metodi al di fuori degli ordinamenti democratici. Un famoso studioso di terrorismo, Wilkinson, osserva che quando uno dice "terrorismo" in una società democratica dice anche "media". Perché il terrorismo è un'arma psicologica che dipende dalla comunicazione per essere una minaccia efficace alla società. Dayan osserva che gli atti di terrorismo non esisterebbero senza una certa forma di visibilità mediatica, essi sono degli eventi espressivi di cui si può stilare una tipologia:

• terrorismo dichiarativo è quello che nel compiere azioni dimostrative (dal sequestro all'assassinio) rende pubbliche le proprie posizioni e i propri obiettivi, attraverso testi e dichiarazioni

• terrorismo con "post-scriptum" è quel terrorismo che prima compie atti violenti e a distanza di tempo variabile fa seguire la spiegazione dei motivi di tali gesti

• terrorismo ermeneutico è il terrorismo che nasconde le proprie ragioni, che non firma le azioni

Ovviamente, di fronte al terrorismo si pone per i media il dilemma diritto di cronaca/rischio di essere strumentalizzati quando si trattava di decidere se fosse più conveniente alla democrazia ignorare le dichiarazioni dei terroristi o applicare le regole giornalistiche e diventare involontari fiancheggiatori dei terroristi. In un contesto mondiale dominato dalle reti di comunicazione e informazione, il terrorismo politico ha certamente a disposizione, oltre alle armi di distruzione di massa, anche quelle di comunicazione di massa. La rete, anche nel caso del terrorismo, svolge un ruolo sempre più cruciale per pubblicizzare le idee, reclutare seguaci, raccogliere fondi.

Capitolo sette "Le campagne elettorali" Le campagne elettorali sono un momento simbolico forte, in grado di rafforzare i valori su cui si regge il processo democratico. Non è un'esagerazione affermare che il fenomeno della comunicazione elettorale somma in sé quasi tutto il campo della comunicazione politica. Se poi ammettiamo la fondatezza del concetto di campagna permanente di Blumenthal, ossia del carattere elettoralistico di tutta l'azione politica, sia essa dei partiti o dei governi, anche nei normali periodi di legislatura, allora possiamo comprendere meglio il perché di un certo accanimento della ricerca sulla comunicazione elettorale. Proprio perché le campagne elettorali sono un fenomeno strettamente legato alla comunicazione, esse si sono evolute. La Norris, analizzando i processi di modernizzazione delle campagne in molti paesi occidentali, ha proposto la seguente periodizzazione storica dell'evoluzione delle contese elettorali:

• le campagne elettorali premoderne (da metà 1800 gli anni 1950) si distinguono per tre caratteristiche, cioè l'organizzazione della comunicazione-propaganda si basa essenzialmente su forme dirette di interazione tra candidati ed elettori a livello locale; gli organi di interazione partigiana fungono da intermediari tra partiti e cittadinanza; l'elettorato è fortemente ancorato all'identificazione e all'adesione ai partiti

• le campagne moderne (dagli anni 60 fino agli anni 80) si collocano negli anni del boom televisivo. La televisione sostituisce le piazze, diventa il palcoscenico privilegiato delle competizioni elettorali. E' il periodo dell'introduzione di pratiche professionali nell'organizzazione e gestione della comunicazione di campagna

• le campagne postmoderne (dagli anni 90 in poi) si distinguono per la professionalizzazione di tutte le attività di pianificazione e gestione della comunicazione. A sua volta l'elettore-target delle campagne postmoderne risulta molto più distaccato che nei periodi precedenti dall'identificazione con i partiti

La classificazione delle campagne della Norris riflette nel complesso la periodizzazione di Blumer e Kavanagh hanno fatto dello sviluppo della comunicazione politica (vedi capitolo 2). La campagna elettorale condotta dai soggetti politici consiste in attività di propaganda e persuasione che sono state elaborate e perfezionate nella storia e nelle culture politiche dei diversi sistemi democratici. In estrema sintesi esistono due modelli teorici di campagna elettorale:

• campagna di posizione: nei sistemi in cui la presenza dei partiti è forte e l'elettorato schierato e diviso secondo schemi partitici, le risorse comunicative sono tradizionalmente mobilitate dai e attraverso i partiti stessi. Il modello di comunicazione si basa sullo schema "noi contro loro": il partito o il candidato fa leva su un elettorato che sa essere già suo e si serve dei media in funzione simbolica

• campagna di conquista: nei sistemi con deboli identità e organizzazioni partitiche, l'impegno dei media e di tecniche sofisticate di comunicazione è per le forze politiche e i candidati in campo una necessità per imporre la propria esistenza e le proprie posizioni. Lo schema è la conquista di tutti

Un'ulteriore distinzione che si trova nella letteratura scientifica è quella tra campagna centrata sul partito e campagna centrata sul candidato. L'uno o l'altro tipo prevale a seconda del sistema elettorale che privilegia o meno il partito sul candidato, oppure a seconda del peso specifico che ha l'uno o l'altro soggetto in un certo contesto politico. In Italia nelle elezioni del 2006 e del 2008 con il sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza (il cosiddetto "porcellum"), i candidati non contavano praticamente nulla e le campagne erano impostate sulla competizione tra partiti e i leader nazionali. Oggi l'accento è sulla professionalizzazione delle campagne elettorali. Possiamo individuare tre grandi variabili indipendenti della modernizzazione delle campagne elettorali:

1. la secolarizzazione della politica: secolarizzazione significa graduale perdita del peso specifico nella dinamica politica delle ideologie e delle appartenenze subculturali. Questo processo è stato accompagnato da una grande trasformazione in senso commerciale del sistema dei media. La competizione elettorale ha dunque subito una trasformazione che l'ha avvicinata non solo idealmente alla competizione che avviene nel mercato, ed ha assunto i modelli di comunicazione della sfera mercantile

2. la moltiplicazione delle risorse mediali: l'aumento della disponibilità di canali di comunicazione di massa e dei nuovi media ha allargato enormemente lo spazio del mercato elettorale, ha reso molto più complesse le sue dinamiche, ha introdotto una selezione tra soggetti politici in grado di accedere e di utilizzare al meglio i mezzi vecchi e nuovi della comunicazione. Ma ha anche reso possibile la nascita di movimenti di opinione e di single issues parties. Le campagne elettorali sono così sempre più diventate campagne mediatizzate. L'abbondanza di canali non ha necessariamente portato a una maggiore democratizzazione delle competizioni elettorali; nel mercato elettorale il numero delle risorse è molto più ridotto di quello che si riscontra nel mercato economico; in proporzione il costo dell'utilizzo dei canali della comunicazione è molto più elevato e dunque accessibile solo a soggetti politici con notevoli disponibilità finanziarie

3. la professionalizzazione della politica: la complessità delle campagne elettorali contemporanee e la dispersione degli elettori spesso su territori vastissimi o intensamente popolati impongono ai candidati un approccio più sistematico e dunque una pianificazione delle strategie di comunicazione

Questa necessità di professionalizzazione sta anche all'origine dello sviluppo e della diffusione del marketing politico, vera arte della comunicazione di successo tra venditore e acquirente. L'apparentamento del marketing politico ed elettorale con quello commerciale è alla base di tutte le definizioni che troviamo nella pubblicistica esistente. La definizione di marketing politico non è per nulla distante da quella di marketing economico, e Bongrand ce le dà entrambe, a noi in particolare interessa la seconda: "Il marketing politico è un insieme di tecniche aventi come obiettivo di favorire l'adeguamento di un candidato al suo elettorato potenziale, di farlo conoscere al maggior numero di elettori e a ciascuno di essi in particolare, di creare la differenza con i concorrenti e gli avversari e con un minimo di

mezzi, di ottimizzare il numero di voti che occorre guadagnare nel corso della campagna". L'identificazione prodotto-candidato è stata origine in diversi paesi di numerose resistenze da parte di partiti. L'equazione fatta dai critici partiti = saponetta per denunciare una svalutazione dell'impegno politico in fondo è corretta, in quanto si riferisce alle tecniche di comunicazione e di vendita che, indipendentemente dalla natura del prodotto, non differiscono. L'idea sottintesa che vendere un prodotto politico sia troppo pericolosamente vicino all'ingannare il possibile acquirente è smentita da Bongrand per il quale il marketing politico corretto è sedurre informando un consumatore. Newman dà un'altra definizione: "Il marketing politico è l'applicazione dei principi e delle tecniche di marketing nelle campagne politiche". "Una campagna che non segue le logiche del marketing non è una campagna professionalizzata", osserva Strömbäck, sottolineando la necessità per le campagne postmoderne di essere gestite professionalmente. Tra i tanti modelli di marketing politico proposti dalla lettura scientifica, si segnalano quelli elaborati: (1) da Newman che parte dallo studio delle caratteristiche del target, mette a punto il posizionamento del candidato e pianifica la strategia; (2) da Cacciotto che declina il modello di Newman in capire-decidere-agire e (3) da Maarek che sottolinea il cambiamento delle sensibilità politiche verso il mercato (market-oriented) nelle campagne dei politici, che riflettono sempre più la pianificazione strategica e adottano gli strumenti del marketing commerciale. Il ciclo del marketing elettorale professionale si articola in quattro fasi:

1. la prima fase consiste nella definizione di una strategia (per esempio, di conquista o mantenimento)

2. la seconda fase consiste in un'attenta analisi dell'arena in cui il candidato giocherà la partita elettorale. E' quella che Cacciotto identifica come l'analisi del contesto competitivo che viene attuata con ricerche mirate su quattro ambiti:

• candidate research (l'analisi del candidato, ma anche dell'avversario e degli avversari principali) • voter research (l'analisi degli elettori) • issue research (l'analisi delle tematiche che possono risultare decisive nelle scelte di voto) • media research (l'analisi dei media sia come strumenti sia come attori in campo nelle dinamiche di comunicazione e

formazione dell'opinione pubblica).

Cattaneo e Zanetto descrivono dettagliatamente il lavoro da compiere per la definizione dello scenario competitivo - individuando l'esistenza di cinque diversi collegi:

• quello fisico, che è il territorio, definito dalla legge elttorale; in Italia la riforma del 1993 prevedeva per le elezioni

politiche (camera e senato) collegi di circa 100 mila abitanti • quello politico, o dei grandi elettori, cioè il partito e la cerchia dei politici e dei leader nazionali e locali • quello di categoria, o istituzionale, che è la categoria sociale, economica o culturale di cui il candidato fa parte • quello "atipico" dei media, composto dagli organi di informazione e dagli operatori della comunicazione • quello della concorrenza, in cui i competitor sono uno "specchio cortese" con cui il candidato si deve confrontare

Ogni collegio è un target diverso e in quanto tale richiede tecniche di analisi differenziate. Naturalmente, tra i cinque target, è il collegio fisico, ossia l'insieme dei votanti, a esigere l'approccio conoscitivo più scientifico. Il piano di marketing non può prescindere da una dettagliata conoscenza della domanda: oltre all'analisi secondaria di dati aggregati e di dati di precedenti richieste, gli esperti ricorrono al sondaggio - un sondaggio è solitamente riservato e strumentale all'elaborazione delle strategie. Cattaneo e Zanetto distinguono tra sondaggi benchmarking (tra cui quello valoriale, è la ricerca preventiva che un possibile candidato fa per valutare se ha delle chances entrando in gara), sondaggi di tracking (una serie cadenzata di sondaggi con i quali rilevare le fluttuazioni degli orientamenti degli elettori nel corso della campagna e soprattutto nelle fasi finali), sondaggi quick-response (svolti immediatamente dopo eventi, trasmissioni televisive per sentire la reazione del proprio elettorato) e focus group (è l'alternativa qualitativa e meno costosa dei sondaggi campionari)

3. la terza fase è la fase tattica: una volta definite le caratteristiche della domanda, vengono messe a punto le varie attività e modalità di comunicazione del prodotto. Si elabora la strategia di costruzione dell'immagine del candidato, si analizza il suo posizionamento; si decide il targeting, ossia si punta sui segmenti più critici del mercato elettorale del partito o del candidato. Inoltre in questa fase si decide di costruire il messaggio, che non è semplicemente un pacchetto di slogan o proclami ma la scelta della narrazione e l'insieme delle argomentazioni da utilizzare nella comunicazione agli elettori e sulle piattaforme mediali vecchi e nuove

4. l'ultima fase del piano di marketing è quella operativa, è il momento della discesa in campo del candidato. Il momento non coincide necessariamente con l'inizio ufficiale della campagna; in un'epoca di campagna permamente non suscita più meraviglia che molte campagne di comunicazione inizino molto tempo prima. In questa fase, ancora più che nelle altre, è necessaria una conduzione centralizzata delle varie attività sul campo

Osserviamo più nello specifico gli strumenti maggiormente usati nelle battaglie elettorali postmoderne:

• le tecniche tradizionali, adottate anche nelle campagne elettorali premoderne, sono a loro volta classificabili in due gruppi, quelle interattive, che implicano contatti diretti tra il candidato e i suoi potenziali sostenitori (il porta a porta, i comitati di sostegno, gli incontri con gruppi e movimenti, i comizi di piazza), e quelle unidirezionali, per lo più di natura scritta (la stampa a uso dei militanti, la stampa per la propaganda esterna, il manifesto, i gadget). Alcuni di questi strumenti tradizionali possono ottenere - ma dipende dall'abilità del comunicatore - una certa attenzione da parte dei media, ottenendo un effetto moltiplicatore indubbiamente prezioso per il candidato in lizza

• le tecniche audiovisive sono legate in prevalenza al mezzo televisivo, con il suo uso diretto, a pagamento (spot) o gratuito (le tribune autogestite), oppure quello indiretto, con la partecipazione del candidato a dibattiti, talk show e programmi di approfondimento-intrattenimento

• i nuovi media, Internet, il Web 2.0, i social network, l'autocomunicazione di massa sono i termini con cui viene identificato un insieme di strumenti che stanno ottenendo grande popolarità nella pianificazione delle campagne. Le nuove tecnologie della comunicazione non rimpiazzano tuttavia i media tradizionali. Towner e Dulio illustrano i benefici addizionali che vengono dall'impiego del web e dei social network: (1) permettono una più precisa personalizzazione del target; (2) con Facebook e Twitter le campagne si possono trasformare davvero in un dialogo interattivo tra candidati ed elettori; (3) l'efficacia dei nuovi media è provata per l'organizzazione della campagna e per il fundraisting, ma non per persuadere gli elettori; e (4) sono strumenti fondamentali per conoscere le mosse dell'avversario, poiché sul web tutta l'informazione è accessibile

• i consulenti politici sono quasi sempre personaggi prestati alla campagna politica dal marketing commerciale, dagli istituti demoscopici, dalle agenzie di pubblicità, dal giornalismo, dal mondo della ricerca e dell'università, dai media, dalle relazioni pubbliche; si trovano sotto le etichette di media advisers, spin doctors, campaign managers, e allenano i candidati ad apparire in televisione, li conducono passo passo sul cammino insidioso delle campagne, ne gestiscono anche l'intera campagna. Il primo caso di consulenza politica professionale risale al 1934, nella campagna per governatore della California: l'agenzia di relazioni pubbliche Whitaker & Baker, fondata per l'occasione, aiutò il candidato repubblicano a sconfiggere il democratico

Come abbiamo visto, la pubblicità televisiva, meglio nota nella sua versione di spot è uno strumento del marketing. La televisione, nonostante l'irruzione della rete, rimane il locus privilegiato della comunicazione elettorale moderna dei partiti e dei candidati e influenza significativamente il rapporto tra questi e il pubblico degli elettori. Lo spot elettorale, come il suo omologo commerciale, è definito da Jamieson un comunicato di breve durata, tra i 15 e i 60 secondi, che asserisce ma non discute, mostra prove spesso in forma di esempio, personalizza e visualizza concetti astratti e, in quanto breve affermazione drammatizzata, favorisce la semplicità a scapito della complessità. Nato negli Stati Uniti come applicazione al campo della politica delle tecniche della pubblicità commerciale e in particolare della pubblicità televisiva, lo spot ha inaugurato la sua lunga e fortunata stagione nel 1952, nella campagna presidenziale di Eisenhower. Secondo la classificazione di Patrick i tipi di spot sono: spot mezzobusto (con il solo candidato che parla), spot negativi (contro i candidati concorrenti), spot cinema-verità (che raffigurano momenti della vita reale del candidato), spot documentario (che illustrano che cosa il candidato ha fatto nella politica o nella professione), spot intervista alla gente (con dichiarazioni a sostegno di persone comuni) e gli spot testimonial (in cui personaggi celebri decantano le qualità del candidato). Una classificazione valida universalmente non è comunque possibile data la grande varietà di modelli, linguaggi, gusti e vezzi che si registra nei diversi contesti politici dei vari paesi. Un aspetto tra i tanti del fenomeno spot che ha interessato molta ricerca riguarda il contenuto della pubblicità elettorale televisiva. Gli spot, per loro stessa natura, sono preferibilmente veicoli del linguaggio delle immagini. Ne consegue che il messaggio informativo sui problemi (issues) è spesso assente o fortemente ridotto. E' stato Machiavelli cinque secoli fa a formulare la più chiara definizione del marketing dell'uomo politico: "Niente procura tanta stima a un partecipe quanto il fatto di compiere grandi imprese e di fornire un'eccezionale immagine di se stesso. Un principe deve soprattutto sforzarsi di dare un'immagine di uomo grande e di ingegno eccellente. Deve anche, nei momenti opportuni dell'anno, distrarre il popolo con feste e spettacoli". Gli ingredienti essenziali delle moderne strategie di campagna elettorale erano già stati acutamente individuati: immagine e spettacolo. Quando si usa il termine immagine occorre sempre esplicitare a quale aspetto di questa realtà composita ci si riferisce. Esiste infatti una duplice fenomenologia dell'immagine: l'immagine proiettata (il profilo di un soggetto politico costruito e confezionato per essere diffuso direttamente o attraverso i media) e l'immagine percepita. Quest'ultima è invece "un costrutto mentale soggettivo influenzato dai messaggi proiettati" (Nimmo e Savage), dunque la rappresentazione mentale, la "fotografia che uno ha nella propria testa", condizionata dagli stimoli sensoriali suscitati dalla strategia di trasmissione dell'immagine, ma anche filtrata dagli schemi mentali, dai livelli di conoscenza e di informazione dell'individuo. Secondo Barisione "l'immagine che conta, in termini di impatto sull'elettore, è più l'immagine all'arrivo che quella alla partenza; è più determinata dal percettore che dallo stimolo; è più voter- driven che candidate-driven, pur risultando sempre, in misura variabile, da un'interazione fra candidato mediatico ed elettore. L'immagine è innanzitutto immagine mentale". Ma questa immagine che uno ha di un leader o candidato, viene creata dagli stimoli dell'immagine proiettata, che l'autore distingue in immagine personale (l'insieme dei tratti individuali che definiscono la personalità pubblica del candidato), immagine politica (è quella che contribuisce al posizionamento e si riferisce all'identificazione del candidato con certe posizioni, tematiche o retoriche politiche) e immagine performativa (che contiene una dimensione valutativa della performance o la capacità di governo o di leadership). L'immagine oggi senza dubbio più che ai tempi di Machiavelli è diventata una delle risorse strategiche e di scambio cruciali nel mercato elettorale. Questa importanza dell'immagine spiega perché l'image management non è più un lusso che solo pochi politici si possono permettere, ma un imperativo del marketing politico. Una forma recente di comunicazione elettorale televisiva ha attivato una certa attenzione degli studiosi e dei media: la pubblicità negativa. A rigore, accusare un avversario non significa necessariamente fare della pubblicità negativa, è infatti legittimo fare critiche sulla condotta di un politico. Il confine tra dialettica e negatività è vedere se vi sono attacchi e accuse irrilevanti o estranee alla dialettica politica, secondo Sher: se si tratta di "colpi bassi" che la vittima non può parare poiché gli spot e i manifesti sono messaggi senza contraddittorio (e spesso a pagamento), allora siamo in presenza di "pubblicità negativa". Anche se non tutta la pubblicità "contro" può essere ritenuta "negativa" in questo ultimo senso, essa segna davvero un mutamento nelle tattiche di campagna elettorale: si preferisce mettere in cattiva luce i concorrenti piuttosto che spiegare il proprio programma. I dati confermano che "attaccare l'avversario comunque paga" (coniugi Salmore): anche se molti elettori possono essere turbati per questa aggressività, assorbono da quanto passa negli spot informazioni e sensazioni che possono influenzare la loro decisione di voto. Non è da sottovalutare, tuttavia, anche il fatto che gli attacchi violenti possono avere effetti boomerang sui loro autori, suscitando sentimenti di difesa e di compassione negli elettori verso le vittime. Le campagne elettorali postmoderne sono dunque rappresentate come delle poderose macchine da guerra e la ricerca ha tentato di fornire risposte ai molti interrogativi e molto si sa sui meccanismi dell'influenza e degli effetti dei media tradizionali utilizzati nelle campagne elettorali. Schmitt-Beck presenta quattro diversi punti di vista:

• per i professionisti le campagne contano moltissimo: il grande gioco della battaglia sul campo è vitale per i risultati finali • per la scienza politica tradizionale le campagne non contano: i risultati possono essere previsti molto prima • per una parte più possibilista della scienza politica tradizionale le campagne contano, ma non per come sono condotte • per una parte di scienziati politici che seguono un new look, le campagne contano e anche per come sono condotte

Per quanto riguarda gli effetti delle campagne che fanno uso intenso e spesso unico dei nuovi media, Towner e Dulio articolano una serie di interrogativi, per cui trovano non risposte ma solo linee direttrici:

1. varie ricerche si fermano ad analizzare l'impatto di Facebook, o di Twitter, oppure dell'informazione dei giornali online. Occorre misurare l'effetto di uno o più tipi di nuovi media non separatamente, ma nel complesso

2. evitare di studiare solo le campagne presidenziali o parlamentari. I nuovi media a livello locale rivelano molti aspetti dell'influenza che sfuggono nelle campagne più ampie

3. molte delle teorie degli effetti dei media tradizionali sono applicabili agli studi sui nuovi media 4. la ricerca comparata è la via da scegliere nello studio degli effetti dei nuovi media

Capitolo otto "I mezzi di informazione" Il secondo grande attore della comunicazione politica sono i media nel loro complesso, vecchi e nuovi, che interagiscono come organizzazioni (i mass media) o come canali di collegamento interattivo (i media online) con il sistema politico da un lato e con il cittadino-elettore dall'altro. Secondo la ricostruzione proposta da Robinson e Levy, la formazione del quadro normativo circa i ruoli, le funzioni, i poteri e i limiti dei media nella società politica statunitense, affonda le sue radici in quattro grandi concezioni teoriche:

1. la cosiddetta "teoria libertaria" o della "libera stampa", che si basava sulla filosofia politica di Milton e Mill, secondo cui un nuovo ordine sociale poteva nascere soltanto se venivano a cadere i vincoli innaturali e artificiali (quali le censure) imposti dall'autorità tradizionale

2. la seconda teoria, di tipo liberistico, chiamata anche teoria del "mercato delle idee", sosteneva che "le idee possono essere trattate alla stregua di beni che possono essere comprati o venduti in un mercato aperto". Questa posizione trovò applicazione nel cosiddetto "giornalismo giallo" (yellow journalism) tra il 1870 e il 1910, precursore del giornalismo sensazionalistico e scandalistico

3. più o meno nello stesso periodo si diffuse un altro tipo di giornalismo che si ispirava a una visione che faceva dell'impiego civico una bandiera della lotta contro la crescita dei monopoli capitalistici e la diffusione della corruzione politica

4. la "teoria della responsabilità sociale" ispira tuttora le regolamentazioni del sistema dei media adottate dal Congresso e dall'amministrazione e la filosofia della prestazione della professione giornalistica

A questa crescita storica della autoconsapevolezza dei diritti e doveri dei news media nel processo democratico e alla normatività che ne è scaturita, vanno aggiunti i risultati di un ampio dibattito scientifico sviluppatosi successivamente non soltanto negli Stati Uniti, che tra le sue risultanti principali vede l'analisi relativa al ruolo dei media nell'arena politica, e seguendo le sistematizzazioni della migliore ricerca fatte da autori come Martin, Blumer e Gurevitch, e Norris possiamo riassumere le principali funzioni dei mass media in relazione al sistema politico:

• la raccolta e la presentazione di informazione oggettiva • l'interpretazione della notizia • la rappresentazione dei diritti e delle istanze del pubblico dei cittadini davanti alle istituzioni politiche, per mezzo di una

informazione attiva • la mobilitazione dei cittadini • l'intervento diretto nel dibattito politico, tematizzando le questioni più scottanti • la resistenza ai tentativi dei soggetti politici di limitare l'indipendenza, e di minacciare la correttezza degli organi di

informazione • fare profitti e tenere i conti economici in pareggio

Tra gli ostacoli che rendono problematica la traduzione pratica di tali funzioni vi sono innanzitutto i fattori di vischiosità e di commistione tra sistemi dei media e soggetti politici:

• la necessità di scendere a compromessi tra i principi di indipendenza e l'ideale di offrire accesso alle diverse voci della società e l'obiettivo più commerciale di seguire certi gusti del pubblico

• il far parte, sia del sistema dei media sia di quello politico, di una sorta d'élite, di una punta di piramide del potere • il fatto che non tutti i cittadini siano interessati alla politica e che nulla li obblighi, in una democrazia, a esserlo • anche se la libertà d'azione dei media è garantita da leggi e costituzioni, essi sono parte integrante della struttura sociale di

un paese, devono svolgere funzioni importanti per tale sistema e sono obbligati a rispondere alle sue forze dominanti

Un importante contributo al dibattito sulle funzioni dei media nella società e nella sfera politica, e sull'influenza della stratificazione sociale e degli interessi consolidati sull'azione dei mass media è stato quello della scuola di Birmingham dei Cultural Studies. In particolare Hall, il caposcuola dei Cultural Studies, ha osservato che i moderni media permettono l'emergere di un "foro pubblico" in cui vengono discussi i problemi della società, ma che tuttavia esso può venire abilmente controllato e manipolato per rispondere agli interessi delle élite. In sintesi, la letteratura scientifica ci presenta una visione fortemente sovraccarica di significati ideali del ruolo dei media nella sfera pubblica. E' innegabile, tuttavia, che l'apparato teorico e normativo che informa il ruolo dei media conferisce loro una centralità e un potere che hanno avuto importanti conseguenze sulla vita democratica di molti paesi. Vediamo adesso i singoli media nello specifico. Per quanto riguarda la stampa, il giornale è il più antico strumento di informazione politica e anche il mio mezzo che si è confrontato e scontrato con il potere politico. Una delle analogie transnazionali è che la stampa è stata storicamente più faziosa della radio e della televisione. Mentre soprattutto nei paesi europei queste ultime sono state presto

regolamentate dentro lo schema del servizio pubblico, la carta stampata è stata lasciata libera di riflettere solo alcune opinioni, di essere portavoce di alcuni interessi economici, sociali o politici, regolata unicamente dalle rigide leggi del mercato e da quelle più volatili dell'adesione politica e ideologica. Esistono due grandi categorie di informazione a stampa:

• i giornali di qualità che riflettono le opinioni e le posizioni delle élite culturali e politiche • i tabloid, ossia i giornali popolari, che non hanno dichiarate ambizioni culturali e non riflettono necessariamente le opinioni o

gli orientamenti politici di particolari strati della popolazione

La televisione viene universalmente indicata all'origine di molti cambiamenti e alcuni sconvolgimenti sistemici. Essa è di volta in volta, secondo Mazzoleni: coprotagonista insieme ai grandi attori che l'hanno usata; testimone, a volte suo malgrado, di drammi spaventosi o eventi eccezionali; agente essa stessa dei grandi e piccoli cambiamenti. La televisione ha cambiato profondamente la politica e la leadership politica a tal punto che non è esagerato affermare che l'invenzione della televisione è stata una delle pietre miliari della storia della politica e della democrazia, alla pari di eventi quali la Rivoluzione francese e la caduta del muro di Berlino. La televisione mitizza, romanza, sublima, insomma si impossessa, trasformandoli, degli eventi, dei personaggi e delle azioni raggiunti dai suoi riflettori. Da qualche tempo però la televisione sta subendo una mutazione genetica, che sta nell'introduzione della tecnologia digitale televisiva. Uno dei cambiamenti più vistosi, tipici della terza fase della storia della comunicazione, è la moltiplicazione dei canali permessa dalla tecnologia digitale, e la conseguente moltiplicazione dei contenuti e soprattutto delle sue funzioni. Allo stato attuale si possono già osservare alcuni esiti che riguardano sia gli attori politici sia il pubblico degli elettori:

• la frammentazione dei canali porta alla frammentazione del potere della televisione generalista • i politici faticano maggiormente per conquistare visibilità pubblica • il pubblico di massa viene a usa volta a frammentarsi in tante nicchie • questi pubblici specializzati e mobili sono più difficilmente raggiungibili dai messaggi dei politici • la televisione frammentata sta perdendo la sua antica funzione di main source, di fonte primaria di informazione politica

Infine, abbiamo i nuovi media, con cui la letteratura scientifica sulla comunicazione politica identifica un insieme piuttosto eterogeneo di mezzi di comunicazione: Internet, la televisione via satellite, le reti civiche, la pay-TV, le news online, il citizen journalism, i social network. Ciò che ci interessa in questa sede è mettere in luce che cosa implichi la presenza e l'azione dei nuovi media, ma in particolar modo di Internet. Internet significa innanzitutto comunicazione interattiva. Una realtà oggi data per acquisita ma che ha alle spalle quasi un secolo di comunicazioni asimmetriche. La comunicazione interattiva, permessa dai media online, offre la possibilità di inviare messaggi many-to-many, connettendo in tempo reale un numero di persone potenzialmente alto, quindi raggiungendo masse critiche di individui che possono assumere un peso rilevante nell'arena politica. E' il concetto di "autocomunicazione di massa", concetto di Castells che abbiamo già citato. Con l'evoluzione di Internet verso il cosiddetto "Web 2.0" la comunicazione diventa davvero globale e "sesto potere", capace di tenere in scacco gli altri poteri, politici e mediali, come è spesso avvenuto in molti casi di grandi mobilitazioni. Tra le implicazioni ed effetti politici del Web 2.0 che Mosca e Vaccari discutono, meritano attenzione in particolare:

1. lo sviluppo di intelligenza collettiva 2. la condivisione e diffusione di diversi tipi di dati per scopi diversi da quelli dei loro produttori 3. la trasformazione del concetto tradizionale di partecipazione 4. la disintermediazione della comunicazione e della partecipazione politica

Secondo Gurevitch, Coleman e Blumler con Internet si ha una "riconfigurazione ambientale", che da un lato rimette in gioco i poteri di gatekeeping e di interdizione dei tradizionali canali di informazione politica e dall'altro spinge i politici ad adottare sofisticate strategie cross-mediali per proteggersi da ostilità improvvise che possono arrivare dalla rete. Ma anche il Web 2.0 ha i suoi "lati oscuri", come vari autori hanno denunciato, e, come ammonisce Morozov, la tecnologia non è necessariamente buona: anche le forze della reazione e della conservazione usano Web 2.0, e nella migliore delle ipotesi lo scontro tra chi la usa a fini nobili e chi per obiettivi meno che nobili è a somma zero; un ulteriore rischio è che Internet si presti a operazioni di tipo populistico: infine non va sottovalutato il rischio che il "sesto potere" di Internet, a causa della sua caotica e iperdecentralizzata natura, rimanga paradossalmente disconnesso dai circoli dove si decidono le politiche e si fanno le scelte che contano, e che dunque venga marginalizzato e ignorati dagli altri poteri. Oggi, come abbiamo più volte osservato, la politica non può prescindere dai media. Uno dei pilastri su cui si regge la centralità dei media nella società e nella polity è la loro capacità di strutturare il sistema dei significati che illumina e guida l'azione degli individui. E' questa la prospettiva della "costruzione sociale della realtà". Una delle implicazioni più interessanti e più studiate è la capacità di framing di mezzi di informazione, che discuteremo più ampiamente nel capitolo 9. Cosa si intende per "realtà politica"? La riflessione scientifica di Kaid, Gerstlé e Sanders ha elaborato tre categorie utili per chiarire il nostro concetto:

• la realtà oggettiva, ossia gli eventi, le persone, le azioni • la realtà soggettiva, la stessa realtà però come percepita da attori e spettatori • la realtà costruita, cioè gli eventi che assumono un senso in quanto coperti dai mass media

La realtà costruita è dunque il prodotto dell'attenzione e dell'elaborazione da parte dei media di elementi della realtà oggettiva. "La notizia serve a reificare certe definizioni di persone, eventi e situazioni" secondo le parole di Davis; l'importanza di questa realtà costruita è tale nei processi sociali che alcuni autori la ritengono più reale di quella oggettiva e soggettiva. La copertura mediale di soggetti politici, di issues e di eventi comporta la loro "reificazione mediatica", attraverso vari meccanismi, quali:

• il framing, ossia l'incorniciamento narrativo • l'agenda-building, cioè la "tematizzazione" di issues

• la visibilità conferita a personaggi, movimenti o partiti a volte sconosciuti, che li trasforma in vere e proprie celebrità politiche

Che cosa muova i media, per parafrasare Lippman, a puntare i riflettori della notizia su alcune zone della realtà caotica e sconosciuta invece che su altre è una questione che ha mobilitato centinaia di ricercatori per decenni e che ha prodotto una feconda tradizione di studi sul cosiddetto newsmaking. La risposta inevitabilmente porta in due direzioni opposte: da una parte, i media creano la realtà politica rivolgendole attenzione; dall'altra i media intenzionalmente prendono in carico una certa realtà e la rivestono di caratteristiche coerenti con le visioni del mondo che ogni impresa di informazione e ogni giornalista ha. E' il problema del cosiddetto bias, della distorsione che è implicita e inevitabile nel processo di creazione, di "manifattura" della realtà. L'effetto distorsione è facilmente spiegabile in termini di produzione della notizia secondo criteri organizzativi, pratiche professionali (distorsione involontaria) e di produzione della notizia secondo criteri di valore (distorsione intenzionale). Vari autori rilevano come il giornalista abbia le proprie preferenze politiche, sia legato a esponenti di partito o di governo, ma anche come le norme e le procedure del lavoro giornalistico siano influenze ben più forte: la distorsione strutturale prevale sulla distorsione politica nel prodotto informativo (Vermeer); è la distorsione della situazione della notizia, ossia la qualità della storia, più che la tendenziosità politica a influenzare la decisione del giornalista di quale storia scegliere e quale ignorare. Entman la definisce distorsione produttiva analoga a quella involontaria e strutturale, distorsione indotta dagli imperativi del mercato, che si oppone a quella valutativa. La copertura giornalistica delle campagne sui news media classici della stampa, radio e televisione, presenta formati e generi differenziati secondo le specifiche caratteristiche di ciascun mezzo. La stampa permette in teoria una copertura molto più ampia e completa degli eventi elettorali. Nei quotidiani e nei settimanali c'è sufficiente spazio per dar conto del contesto di una notizia, per le analisi e le interpretazioni. I media elettronici, e ovviamente soprattutto la televisione, si prestano invece per una copertura più immediata e meno riflessiva di quella offerta dai mezzi a stampa. Come abbiamo più volte sottolineato, la televisione è stata e rimane il palcoscenico principale per la politica e per le campagne elettorali. I generi televisivi sono abbastanza omogenei nel panorama elettorale internazionale, grazie anche a una certa omologazione delle routine della produzione televisiva ai modelli informativi nordamericani. Essi si posso riassumere in cinque formati:

1. i telegiornali: sono la sede naturale dell'informazione quotidiana e dunque anche di quella elettorale durante le campagne. Le notizie elettorali possono essere collocate in mezzo alle altre di cronaca oppure occupare uno spazio specifico, a seconda delle scelte di produzione. La compressione dei tempi delle unità di notizia dei telegiornali (la durata media di un TG è di 30 minuti, e di 1,5 minuti per notizia) riguarda tutti gli avvenimenti. In Italia, a seguito di condotte troppo partigiane negli anni 90 è stata introdotta nel 2000 la regola della "par condicio", per assicurare tempi delle notizie equamente distribuiti tra i vari partiti in lizza

2. le interviste: il genere intervista, mutuato dalla stampa, alla pari della cronaca dei telegiornali, rimane un ingrediente costante della copertura giornalistica delle campagne. L'intervistare qualche eminente protagonista durante il telegiornale oppure in speciali trasmissioni impostate sullo schema tipico della domanda-risposta, è uno dei modi classici per fotografare lo stato della contesa. L'intervista, essendo solitamente un'esclusiva, è molto ricercata dai mezzi di informazione, anche per l'eco che può avere negli altri media concorrenti. L'intervista non serve solo a scopi informativi, ma conferisce visibilità

3. le conferenze stampa: anche questo genere di informazione televisiva è molto comune, non solo nelle campagne elettorali, e possiede un notevole potenziale di spettacolarità. La conferenza stampa è un genere misto pubblicitario-informativo

4. i dibattiti: il formato dibattito ha naturalmente diverse varianti. Secondo alcuni osservatori i dibattiti tra candidati presidenziali americani non sarebbero dei veri dibattiti ma delle super conferenze stampa, poiché non c'è un reale scontro tra i due contendenti. Il dibattito tra due esponenti politici non è però molto comune nei paesi dove il sistema elettorale non prevede l'elezione diretta del presidente o del premier. Più diffuso è il dibattito tra più esponenti laddove le forze in campo sono numerose e le normative di regolamentazione impongono la salvaguardia della par condicio. Naturalmente il dibattito a più voci, se da un lato rispetto l'equità e la parità tra tutte le forze, grandi o piccole, dall'altro perde quasi tutta la sua drammaticità e attività per il pubblico

5. il talk show: anche questo genere, come il dibattito, è nato negli Stati Uniti, ma ha avuto una diffusione mondiale ancora più vasta del dibattito. Il suo successo è nella semplicità della formula che accoppia l'informazione all'intrattenimento e alla partecipazione diretta e attiva del pubblico dentro e fuori lo studio televisivo, per cui lo si fa rientrare spesso nel macrogenere dell'infotainment. Esempi italiani ne sono "Porta a Porta" o il "Maurizio Costanzo Show"

La rapida diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, Internet, i canali via cavo e via satellite, stanno rivoluzionando il mondo dell'informazione giornalistica come l'abbiamo conosciuto sino ad oggi. La flessibilità della rete promette sempre nuovi interessanti sviluppi sotto il profilo dell'accessibilità di informazioni politiche altrimenti negate al sempre più largo pubblico dei cittadini digitali. Sia pure con significative eccezioni in alcuni contesti politici, è predominante la tendenza (o la tentazione) dei news media a privilegiare gli aspetti agonistici, spettacolari e scandalistici delle campagne elettorali, come fa notare Lawrence: i contenuti del coverage giornalistico sono preferibilmente storie sui personaggi, drammatizzazioni di eventi, enfatizzazioni di discorsi, cronache di battibecchi, e così via. La trasformazione delle campagne elettorali in campagne mediatizzate conferisce alle issues la natura di entità mediatiche. Un partito o un candidato possono sollevare un problema, lanciare un tema e organizzare la mobilitazione dell'opinione pubblica, ma esso rimane sostanzialmente un messaggio di scarso peso politico fino a quando non viene registrato e rilanciato dal sistema della comunicazione. Le issues sono risorse politiche, oggetto della lotta tra i competitori politici, e oggetto di scambio tra il sistema della politica e il sistema dei media per il controllo dell'agenda. La tematizzazione è il risultato di questa negoziazione tra i due attori per definire la paternità, il significato e la centralità delle issues nel dibattito elettorale. Dal punto di vista dell'origine e della titolarità (issue ownership), le issues si possono distinguere in:

• le issues pure sono quei tempi legati a eventi spontanei che superano la soglia della notiziabilità • le issues riflesse (dai media) sono quelle che partiti e candidati creano ed elaborano in proprio e verso le quali cercano di

convogliare l'attenzione dei media informativi • le issues indotte sono invece i temi che gli attori dell'informazione nella propria autonoma attività di produttori di informazione

individuano, selezionano e pongono al centro del dibattito pubblico

Sotto il profilo del significato invece si possono classificare in:

• le political issues sono i temi concernenti la sfera più astratta del confronto politico-elettorale tra le forze in campo, attinenti cioè alle visioni ideologiche, alle logiche di schieramento e così via

• le policy issues sono le questioni relative alle politiche governative, amministrative e legislative, ma anche i problemi concreti, quelli cioè che toccano da vicino la vita e l'interesse dei cittadini

• le personal issues "concernono la vita e l'attività degli esponenti politici (leader e candidati) sotto il profilo non solo politico, ma anche professionale e più strettamente privati

• le campaign issues raccolgono una svariata molteplicità di aspetti che attengono alle dimensioni strategiche e organizzative delle campagne elettorali

Molte ricerche hanno più volte studiato la dinamica informativa dei news media nella definizione e trattazione delle issues elettorali, in particolare riguardo al potere di agenda tra sistema dei media e sistema della politica. Due esempi, tratti dalla letteratura scientifica americana e italiana, chiariscono l'importanza della ricerca sulle issues: in primo luogo Patterson sostiene che i media hanno fatto crescere enormemente la visibilità e la centralità delle issues che tematizzano la "metafora del campo di battaglia", a scapito della trattazione dei problemi politici che dovrebbero essere al centro della competizione tra due opzioni politiche; in secondo luogo a ricerca italiana ha studiato la copertura informativa delle issues in modo sistematico dalla campagna elettorale dal 1987 in poi e ha tentato di dimostrare che la crescente influenza della media logic, la maggiore spettacolarizzazione e personalizzazione della comunicazione elettorale non fanno necessariamente a pugni con un'informazione attenta ai problemi concreti. La copertura informativa delle campagne elettorali di tipo spettacolarizzante implica anche una marcata attenzione alle dimensioni tattiche e strategiche della contesa, che formano il contenuto delle campaign issues. In questa categoria rientra il particolare sottogenere del sondaggi, oggi molto popolare nelle trasmissioni televisive e sulle pagine dei quotidiani e settimanali. Il fenomeno non è recente, nasce infatti intorno alla metà degli anni 30 dall'unione tra l'industria delle previsioni sociopolitiche e il giornalismo, secondo un'analisi di Barisione e Mannheimer. I news media tendono a trattare il sondaggio come un evento-notizia, intorno al quale mettono in atto le consuete routine di produzione giornalistica. Vediamo alcuni elementi che spiegano la fortuna dei sondaggi preelettorali:

• la natura semplificatrice • la loro capacità di fornire classifiche e graduatorie • la predisposizione dello strumento sondaggio al monitoraggio continuo dell'evoluzione degli orientamenti

La pubblicazione dei sondaggi commissionati dai media rappresenta un tipo di informazione generalmente temuta dai soggetti politici impegnati nella contesa elettorale poiché è diffusa la convinzione che si possano creare effetti bandwagon nell'opinione pubblica, ossia uno spostamento di voti sul candidato che appare vincente. E' per questi motivi che molti paesi hanno regolamentato, in senso restrittivo, la pubblicazione dei sondaggi durante le campagne elettorali. Con l'avanzare della terza fase della comunicazione politica secondo la classificazione di Blumler e Kavanagh, l'industria dei media si converte sempre più alle logiche di mercato e inizia a guardare all'arena politica con calcolo commerciale. Gli autori individuano quattro conseguenze di questa conversione al mercato:

1. la copertura giornalistica politica viene posta sotto osservazione dalle istituzioni mediali 2. l'approccio sacerdotale viene considerato non più adatto per proporre informazione politica poiché essa si deve conquistare un

posto nella programmazione in competizione con altre offerte 3. l'approccio di infotainment è quello vincente 4. le regole convenzionali del giornalismo politico vengono di conseguenza sconvolte dall'esigenza di fare audience

Van Zoonen spezza più di una lancia a favore dell'idea che la cultura popolare che i media esprimono e blandiscono per rispondere agli imperativi commerciali sia la chiave per avvicinare la politica ai cittadini. Mazzoleni e Sfardini applicano questo approccio al caso italiano e valorizzano nell'analisi le dimensione di intrattenimento che molta informazione politica ha assunto dagli anni 90 in poi, appunto nel pieno della "terza fase" della comunicazione politica italiana. Individuano tre tipi di infotainment:

• infotainment 1.0: un sottogenere dell'informazione in cui prevalgono temi sensazionalistici e scandalistici (anche non politici), gossip e varia umanità. La politica e i personaggi della politica presentati secondo questa modalità di infotainment ottengono una copertura informativa che sollecita sentimenti più che riflessioni

• infotainment 2.0: la strategia discorsiva dell'informazione risulta dominante e consolidata in tutti i programmi di informazione, quale che sia l'argomento. E' l'equivalente della tabloidizzazione dell'informazione attuale. "Si passa così dalla missione informativa verso i cittadini a quella più palesemente intrattenitiva giocata sulla chiave emotiva e passionale"

• infotainment 3.0: una nuova logica dell'intrattenimento. E' il tipo di infotainment nel quale l'intrattenimento si traverse da informazione e le notizie vengono presentate con i ritmi del varietà

Questi tipi di infotainment, prodotti dai media, si accompagnano spesso con varie forme di "politainment", ossia quando è la politica o il politico che fanno spettacolo. Il risultato è quello che i due autori chiamano politica pop, l'incontro tra la sfera dell'impegno, la politica, e la sfera dell'intrattenimento, la cultura popolare. A proposito di essa i due autori scrivono: "politica pop significa che fatti e personaggi, storie e parole, che appartengono al territorio della politica, tradizionalmente sinonimo di complessità e autoreferenzialità, un mondo distante dalla vita quotidiana della gente, diventano grazie ai media e soprattutto alla televisione realtà familiari, soggetti di curiosità e interesse, argomenti di discussione, fonti anche di divertimento, alla pari di altre storie e di altri personaggi che appartengono al mondo dello spettacolo".

Capitolo nove "Il cittadino elettore" Il cittadino-elettore, anche se nel grande teatro della politica mediatica sembra avere il ruolo di comparsa su una scena dominata dagli altri due protagonisti, occupa però il posto centrale nella visione liberale della democrazia, è il perno attorno al quale ruotano e si sviluppano le azioni e le interazioni dei soggetti politici e dei professionisti dei media. Infatti i primi, senza il consenso popolare, non possono accedere alla gestione del potere, mentre i secondi hanno bisogno del pubblico per avere identità e legittimità. Questo terzo attore, come abbiamo osservato nel capitolo due, non è immediatamente identificabile in una struttura organizzata, anche se i cittadini possono far sentire la propria voce creando gruppi e associazioni. Oltre al singolo cittadino si parla delle sue rappresentazioni collettive, cioè la cittadinanza, l'opinione pubblica e l'elettorato. Soffermiamoci un attimo sul tema della cittadinanza: con la diffusione dei nuovi media si ha una progressiva disintermediazione che fa scavalcare "la logica delle tradizionali organizzazioni deputate all'articolazione e all'aggregazione della domanda sociale, e si profila così un cambiamento del significato di sfera pubblica e cittadinanza", nelle parole di Ceccarini. Su questo tema Dahlgren ha proposto interessanti spunti, partendo dalla differenza tra "cittadinanza ricevuta" (quella formale che si ottiene con i diritti di cittadino di partecipare alla vita sociale e politica) e "cittadinanza conseguita" (un progetto mai completamente compiuto e che dunque implica la necessità di espanderne il carattere democratico). E' la seconda accezione che ci interessa. Utile è anche l'altra distinzione di Dahlgren tra "impegno" e "partecipazione": il primo è uno stato soggettivo, precondizione della seconda. Definendo il concetto di partecipazione politica, Pasquino mette l'opinione pubblica tra le forme di partecipazione invisibile, intesa nel senso di un pubblico interessato e informato sulla politica senza che però sia attivato in maniera continuativa, in contrasto con la partecipazione visibile, che invece si manifesta nei concreti comportamenti degli individui e dei gruppi. Tutti, in ogni caso, riconoscono che l'opinione pubblica non esiste nella realtà, ma è una sorta di entità virtuale che essendo ritenuta reale è reale nelle sue conseguenze. L'opinione pubblica "è una forma temporanea e imperfetta dell'elettorato", afferma Wolton; per Entman e Herbst, essa è una creazione immaginifica che si riferisce a molti diversi fenomeni, quasi tutti legati alle dinamiche mediali. L'accostamento del concetto di opinione pubblica a quello di fiction è abbastanza coerente nella letteratura scientifica internazionale, ad esempio con Peters. Al di là delle diatribe teoriche sui concetti, la realtà dell'opinione pubblica è pacificamente accettata dalla scienza politica e dalle scienze della comunicazione come una variabile cruciale della politica moderna che nella forma di democrazia liberale nasce contemporaneamente all'emergere della "sfera pubblica borghese", nella quale il pubblico dei cittadini, secondo Habermas, ha un'opinione sugli affari pubblici, la manifesta e la diffonde nel dibattito pubblico. La comunicazione è un fattore primario della formazione, dell'esplicitazione e dalla pubblicizzazione dell'opinione pubblica. L'opinione pubblica può essere vista sotto due aspetti:

• come fenomeno individuale essa è un "aggregato di opinioni" di un certo segmento di popolazione. La letteratura scientifica indica generalmente le basi psicologiche dell'opinione in una serie di fattori, quali: gli schemi (intesi come strutture cognitive che conservano e organizzano l'informazione), i valori (credenze di natura valutativa e prescrittiva) e identificazione di gruppo (che guidano la costruzione del concetto di sé). Queste sono le principali determinanti della formazione dell'opinione individuale: quando infatti le fonti della comunicazione presentano al soggetto stimoli informativi - come una issue - gli schemi, i valori personali e le visioni condivise con gli altri si attivano per dare forma e sostanza a una posizione mentale. Di particolare interesse sono le modalità con cui si formano le opinioni di contenuto politico, che Zaller illustra sinteticamente tenendo conto di fattori personali e sociali, cioè: la gente reagisce criticamente agli stimoli che incontra nella misura in cui è informata sugli affari pubblici; i cittadini rielaborano i loro schemi ogni volta che si confrontano con una nuova issue; nel costruirsi un'opinione, le persone si appoggiano sulle idee che sono di maggiore e immediata salienza. Dal punto di vista della scienza politica il momento dell'esternazione è indubbiamente il più importante, perché è da quel momento che l'opinione inizia a diventare merce pregiata per lo scambio politico

• come fenomeno collettivo essa presenta dimensioni forse più significative per lo studioso di comunicazione politica, come si può evincere dalla posizione di Sartori, che considera ai fini dell'analisi politica del fenomeno solo "quelle opinioni che assumono una qualche rilevanza politica". Il concetto di opinione viene così a coniugarsi ancor più propriamente con il concetto di pubblico e rivela ancor più apertamente la sua contiguità con il campo della comunicazione. Sotto questo profilo, l'opinione pubblica viene vista alla stregua di comportamento di un pubblico definito come un "gruppo temporaneo, dalla struttura fluida", perché legato alla natura avventizia e continuamente cangiante delle issues del dibattito pubblico condotto attraverso i mass media. Il concetto di pubblico coniugato a quello di opinione pubblica viene solitamente rappresentato attraverso le seguenti manifestazioni, secondo lo studio di Price, Entman e Herbst:

1. il pubblico generale, che corrisponde a una determinata popolazione presa in considerazione dai pollsters. L'opinione pubblica manifestata da questo tipo di pubblico viene definita generalmente come mass opinion

2. il pubblico attento, così chiamato da Almond per identificare i cittadini veramente informati sugli affari pubblici, corrisponde a uno di quei pubblici che oggi si preferisce chiamare segmentati o speciali, o "minoranze qualificate"

3. il pubblico attivo, che corrisponde alla parte di cittadini che oltre ad avere un'opinione partecipano di persona al dibattito pubblico e alla vita politica o di partito

4. il pubblico degli elettori, che è il pubblico più sondato in assoluto. L'opinione di questo pubblico viene rilevata nella forma di intenzioni o preferenze per un partito, leader, candidato e viene generalmente presa come indicazione di una probabile decisione di voto

5. l'opinione pubblica latente, è così definita da Key, è probabilmente la forma più importante di opinione, quella reale, vera, che si nasconde sotto "l'opinione effimera e superficiale rilevata dai sondaggi sul pubblico di massa". Di difficile misurazione, viene sovente messa in relazione alla capacità di certi leader politici di "sentirla" istintivamente e di cavalcarla, con tutte le implicazioni in termini di carisma o, all'opposto, di populismo

6. la maggioranza percepita è il tipo di opinione che maggiormente si identifica con le proiezioni dei news media e dei politici ed è per eccellenza quella realtà virtuale su accennata con conseguenze reali

Il cittadino, cioè l'individuo in quanto titolare di diritti e doveri all'interno di un sistema politico-istituzionale organizzato, è raggiunto da una notevole quantità di stimoli, di contenuti di natura politica, ai quali reagisce sia passivamente sia attivamente. Per quanto riguarda gli stimoli mediali, la tendenza è verso il consolidamento di un ambiente comunicativo di tipo centrifugo, in cui molti comunicatori usano molti mezzi per rivolgersi a molti target di elettori che a loro volta partecipano attivamente alla produzione e diffusione di molteplici contenuti politici. Vediamo i fattori relativi alla comunicazione mediata, e successivamente quelli concernenti l'interazione sociale. I media si possono considerare sotto tre profili:

1. i media fonte di conoscenza politica. Non tutti i mezzi di comunicazione di massa condividono la stessa capacità di influenza sugli orientamenti e i comportamenti politici dei cittadini. Innumerevoli studi hanno mostrato la preponderanza della comunicazione televisiva. A sua volta la stampa risulta essere il mezzo di formazione e informazione politica privilegiato dalle élite culturali e politiche. Oggi si sono aperte molte possibilità in quella che viene chiamata "cyberpolitica": il cittadino vede moltiplicate le proprie opzioni di accesso ai flussi informativi, spesso alternativi ai e contro i canali dei media mainstream. In ogni caso, indipendentemente dal tipo di mezzo e dalle differenti intensità di utilizzo, rimane chiara l'indispensabilità per il cittadino di oggi dei media quali veicoli prioritari, o comunque influenti, di conoscenza della realtà politica. Anche la comunicazione interpersonale e la comunicazione dei soggetti politici si intreccia costantemente con la comunicazione mediata; i media possono infatti essere: (1) iniziatori del processo di conoscenza individuale o di elaborazione personale, (2) fattori intervenienti nella discussione avviata da un gruppo di persone su tematiche di contenuto politico; (3) fattori di potenziamento o di distorsione della comunicazione prodotta dai politici

2. i media fornitori di chiavi interpretative (frames) della realtà politica. Poiché i cittadini hanno solo accesso limitato al sistema politico e al suo ecosistema informativo, essi devono necessariamente contare sui mezzi di informazione, rimanendo inevitabilmente esposti a come la realtà politica è "costruita" dai frames dei media. I media, infatti, non sono mere fonti di informazioni, specchi passivi del mondo reale. La conoscenza che trasmettono è profondamente intrisa di significati, emozioni, stimoli, visioni del mondo. Uno dei processi più noti e studiati di questo modellamento della realtà è il framing, letteralmente "incorniciamento". La funzione di strutturazione del senso del framing è stata di recente utilizzata nell'elaborazione della cosiddetta teoria del prospetto, che, pur collocandosi più propriamente nel campo della psicologia, attribuisce agli stimoli esterni quali quelli dei media, e al loro potere di framing, di presentazione, di contestualizzazione, una significativa influenza sulle percezioni, preferenze e sulle decisioni delle persone. Semplificando molto il concetto, "il modo con cui i media prospettano le probabili soluzioni a un determinato problema condiziona la decisione del soggetto" (Legrenzi e Girotto). Scheufele distingue i vari momenti del processo di incorniciamento della realtà, secondo lo schema in figura:

Le fonti, ossia i news media, costruiscono (frames building) i frames che ne riflettono necessariamente l'ideologia, la posizione politica, le norme professionali, le routine organizzative e gli interessi. Il risultato sono i media frames. Le notizie così incorniciate sono successivamente presentate e trasmesse al pubblico (frame setting). Gli audience frames, cioè i contenuti incorniciati ricevuti dai pubblici dei media, sono però rielaborati a livello individuale nelle sfere cognitive e comportamentali dei soggetti (individual framing effect). Questi effetti sono l'eventuale cambiamento di opinione su un tema politico. Scheufele ipotizza a questo punto un'azione di feedback (bottom-up) dei frames individuali verso il sistema dei news media, con il conseguente rafforzamento e la riproposizione delle medesime cornici che le fonti originarie avevano costruito e trasmesso.

3. i media strumenti di persuasione. E' stata soprattutto la psicologia applicata a studiare le forme e le tecniche della comunicazione efficace, e a mettere in evidenza il peso delle caratteristiche della fonte e del suo messaggio nei processi di persuasione, di cui le variabili principali sono:

• credibilità: la televisione è senza dubbio una fonte di informazioni e di conoscenze che sembra godere di essa • attrattività: in un mercato mediale sempre più globalizzato, che spinge le industrie della comunicazione dei

singoli paesi a differenziare l'offerta di contenuti oltre che a dotarsi delle tecnologie di diffusione più sofisticate per non vedersi sottrarre le proprie quote di audience nazionali dalla concorrenza dei media più potenti, è giocoforza puntare su una sempre maggiore attrattività della propria offerta, con la speranza di innescare meccanismi di fidelizzazione di segmenti economicamente remunerativi di pubblico

• le variabili relative al messaggio: anche questi "aspetti ausiliari", come li chiama Klapper, del processo di influenza cognitivo-comportamentale della fonte-media sono stati lungamente studiati dagli psicologi sperimentali. E' evidente che la credibilità e l'attrattività della fonte della comunicazione mediale sono

strettamente legate al contenuto della comunicazione, nello stesso modo l'efficacia della fonte è condizionata dagli aspetti formali e dalla struttura e stile del messaggio, che sono: salienza dei contenuti (che è il grado di importanza o interesse che un determinato tema, una notizia, una storia ha per un individuo), intensità e frequenza dell'emissione (la copertura insistente di un tema può indurre il pubblico a ritenere che esso sia importante per la società, poiché ne parlano tutti, e per sé), ripetizione di essa (che è una tecnica spesso congiunta all'intensità, e più propriamente una reiterazione di messaggi, appelli, informazioni, immagini, generalmente all'interno di una strategia di comunicazione di campagna pubblicitaria o elettorale; il primo risultato di una simile comunicazione è quello della familiarizzazione del messaggio presso il pubblico- target), differenziazione del messaggio (che riguarda sia i contenuti sia il loro confezionamento, è un tecnica usuale nelle imprese di comunicazione che operano nei mercati concorrenziali, le quali cercano di conquistare nuove nicchie di consumatori attraverso la diversificazione dei prodotti o semplicemente della marca), e, per quanto riguarda la struttura argomentativa, la "forza interna" del messaggio, l'unilateralità/dialetticità (sulla questione se sia più efficace il messaggio unilaterale, cioè presentato senza contraddittorio, oppure quello dialettico, gli studiosi sono di opinioni contrastanti e si dilungano in complicati distinguo; la rete si è rivelata un potente canale di mobilitazione per politiche alternative su vari temi scottanti) e l'ordine di presentazione (oggetto di innumerevoli studi; secondo la prima legge l'informazione presentata per prima ha un impatto più grande sul ricevente, al contrario la legge della recency afferma che è piuttosto l'ultima, più recente, informazione a facilitare la memorizzazione: in ogni caso queste sono leggi universali e assolute, ma dipendono dalle circostanze e non valgono per tutti i generi dell'informazione)

Insieme ai mass media dunque la comunicazione interpersonale è riconosciuta come una fonte importante di conoscenza della realtà politica e con i media condivide un forte potere di influenza sulla costruzione dei quadri cognitivi e dei convincimenti che a loro volta influenzano le scelte politiche dei cittadini elettori. La comunicazione interpersonale si sviluppa su tre livelli di influenza:

1. influenza diadica, cioè fra due persone: nella comunicazione quotidiana tra persone funziona un meccanismo di leadership d'opinione, ossia di trasmissione di conoscenze dall'individuo che ha maggiori competenze su certi argomenti, all'altro; si può ragionevolmente supporre che l'influenza dei leader d'opinione sia più forte di quella dei media quando c'è una discordanza sui contenuti presentati dalle due fonti, ma anche che entrambe le fonti, se non sono in competizione, sommino le proprie influenze nella direzione di convincere la persona o di rafforzarne le convinzioni

2. l'influenza all'interno di un gruppo: il gruppo fornisce all'individuo una rete di relazioni, un punto di ancoraggio per le proprie opinioni, abitudini, valori, e una identità sociale. Il grado di coesione o omogeneità aumenta la forza di influenza del gruppo, mentre in una situazione di scarsa coesione e di eterogeneità la forza del gruppo viene ridotta, favorendo l'azione di altre fonti di influenza, come i mass media. Oggi, grazie alla diffusione dei social network, il concetto di gruppo e delle dinamiche interne al gruppo sta subendo una revisione importante perché deve includere nuovi modelli di interazione

3. l'influenza del clima di opinione sull'individuo: è noto il contributo di Noelle-Neumann, con la sua teoria della "spirale del silenzio", all'elaborazione del concetto di clima di opinione, che viene definito come "il contesto delle opinioni politiche che circolano sui media che crea un quadro di riferimento (cioè un clima) per gli individui, i quali per non sentirsi isolati nella società si conformano alle opinioni e alle posizioni che essi percepiscono come dominanti”. Il concetto di clima d'opinione e delle sue specifiche dinamiche che più si addice alla prospettiva della fonte d'influenza, è il clima di opinione interpersonale o microclima che nasce dalla interazioni a livello di vita quotidiana, come fa notare Grossi

Come i media contribuiscono a incorniciare la realtà politica che verrà percepita dal cittadino, così anche lo scambio di opinioni e le discussioni tra le persone (a maggior ragione nei gruppi) creano frames interpretativi. A questa stregua si può considerare la comunicazione interpersonale come uno scambio oppure una competizione tra frames. Ne dà una convincente testimonianza la ricerca di Gamson intitolata "Talking politics", che attraverso l'analisi della conversazioni e discussioni di gruppi di cittadini su alcuni problemi concreti descrive i processi di negoziazione dei vari frames emergenti. Un pensiero simile è espresso da Dahlgren quando sottolinea il "potenziale democratico" della conversazione politica tra cittadini. La riflessione scientifica sugli effetti della comunicazione di massa sul pubblico degli elettori è assai vasta e ricca di risultati, per lo più contrastanti. Lo stato delle conoscenze attuali ci permette di considerare il comportamento politico di un individuo come la risultante probabile di un insieme di influenze mediali e non mediali, in cui giocano un ruolo cruciale di filtro e di riformulazione di quelle influenze le caratteristiche psicosociali dell'individuo, generalmente in un quadro temporale di medio-lungo periodo. Il concetto di cumulatività degli stimoli è un vincolo teorico imprescindibile. Le prime indagini scientifiche sull'influenza dei media furono finanziate dall'industria, che indirizzò lo sforzo dei ricercatori verso lo studio degli esisti della comunicazione pubblicitaria. L'intreccio dell'interesse scientifico della ricerca non politica con la ricerca di carattere più precisamente sociopolitologico, che prende avvio significativamente con uno studio di Lazarsfeld nella campagna elettorale del 1940, si svilupperà enormemente nei decenni successivi. I risultati che questo filone della communication research ha prodotto sono stati indubbiamente la dimostrazione della sensibilità scientifica e politica alla problematica degli effetti dei media. Ne vediamo di seguito le evoluzioni. Tutti i manuali di sociologia della comunicazione fanno risalire alla cosiddetta "teoria del'ago ipodermico" gli albori della riflessione scientifica sugli effetti dei mezzi di comunicazione, teoria che sembrerebbe formulata all'inizio del XX secolo, ma che in realtà nessuno scienziato formulò mai, per il semplice fatto che tale metafora fu usata una trentina di anni fa per identificare le posizioni comportamentiste della psicologia sperimentale e applicata. Le premesse teoriche del modello dell'ago ipodermico si basano su una visione meccanicistica delle influenze sociali, e sulle concezioni della società di massa, secondo le quali i gruppi (definiti come massa e folla) sono portati a comportamenti irrazionali e sono facilmente manipolabili. In breve, la posizione si manifestava nella convinzione dei ricercatori che i messaggi (propagandistici, persuasori) della stampa, del cinema e della radio avessero effetti diretti sul modo di pensare della gente e che ciò producesse comportamenti prevedibili. Questa corrente di studi non produsse ricerche specifiche sugli effetti politici o elettorali su campioni abbastanza ampi di popolazione che risultassero rappresentativi dei fenomeni di influenza diretta e immediata. Il gruppo di lavoro diretto dal sociologo Lazarsfeld, già sopra ricordato, conosciuto come Scuola della Columbia University di New York, fu il primo a produrre una serie di ricerche sul comportamento politico in rapporto con l'influenza dei media. Nelle tre più note indagini ("The People's Choice" del 1944, "Voting" del 1954 e "Personal Influence" del 1955) vennero utilizzate per la prima volta tecniche dell'inchiesta sociologica, come il sondaggio per mezzo di panel. I risultati si possono riassumere in quattro teorie che abbracciano le dimensioni sia sociologiche che psicologiche degli effetti della comunicazione:

1. il determinismo sociale si basa sull'assunto che il pensiero politico di una persona sia il riflesso della sua collocazione sociale 2. l'effetto limitato delle campagne elettorali ritiene che il cambiamento delle intuizioni di voto in risposta ai messaggi della

campagna è ristretto a un gruppo esiguo di elettori 3. l'influenza sociale mostra come le idee che partono dai mass media arrivano ai leader d'opinione che fungono da trasmissori

d'informazione verso settori meno attivi dell'elettorato 4. la selettività ci dice che gli elettori si espongono ai media in maniera selettiva, cioè selezionano, percepiscono e memorizzano

soltanto le informazioni coerenti al proprio orientamento politico

Queste evidenze teorico-empiriche della Columbia School furono prese come la prova degli effetti limitati dei media. Com'è noto, la ricerca successiva però smentirà a sua volta che tali effetti siano limitati. Nell'immediato dopoguerra l'interesse per il comportamento degli elettori crebbe tra gli scienziati politici e i sociologi anche in relazione al fatto che le tecniche di ricerca di quegli anni cominciavano a rendere più agevoli i voting studies. La Michingan School fu la prima a utilizzare queste tecniche nella campagna elettorale presidenziale del 1952 e degli anni successivi. I ricercatori del Survey Research Center (SCR) di tale università furono molto critici verso il determinismo sociale di Lazarsfeld e dei suoi colleghi e proposero in alternativo uno psicologismo sociale. Il comportamento elettorale era da loro considerato come la risultante di un campo di forze psicologiche, ma occorreva interrogarsi sul significato di un certo voto, ossia partire dalla psicologia personale dell'elettore piuttosto che dall'appartenenza dei gruppo, dalle percezioni politiche piuttosto che dalle caratteristiche socioculturali. Il fattore-chiave, che poteva spiegare atteggiamenti e comportamenti dei votanti, era l'identificazione partitica definita come "orientamento affettivo", "attaccamento" dell'individuo verso l'uno o l'altro partito. Anche le ricerche del SRC furono oggetto di dibattito e di critica per molti anni nell'accademia americana; Nie, Verba e Petrocik dimostrarono che il Michingan Model, elaborato durante gli anni della presidenza di Eisenhower, era sorpassato: da un voto di appartenenza partitica si era passati a un voto ideologico sui problemi, la cui analisi e comprensione esigeva l'elaborazione di nuovi strumenti euristici. L'approccio dei tre autori rivalutò significativamente il ruolo dei media nelle dinamiche delle scelte elettorali, poiché è attraverso i canali dell'informazione televisiva che l'elettore si forma le opinioni, viene a conoscere e mette a confronto nuove posizioni. La riflessione sul ruolo dei media dagli anni 70 in poi, dopo la stasi in cui il paradigma degli effetti limitati l'aveva costretta, inizia a decollare su fronti di ricerca più specialistici. I filoni più significativi sono:

1. la teoria degli usi e gratificazioni e la prospettiva del pubblico attivo: la ricerca sviluppa meglio il concetto di "pubblico attivo" in rapporto all'uso dei media e dei contenuti dei media, individuandone le caratteristiche in selettività, utilitarismo, intenzionalità, refrattarietà all'influenza, coinvolgimento emotivo, valutazione (gradimento o rifiuto). Da questo approccio emerge il rovesciamento dell'impostazione comportamentista, cioè più che guardare a che cosa fanno i media al pubblico, occorre vedere che cosa fa il pubblico con i media. Nel campo della comunicazione politica, l'applicazione più nota dell'approccio "usi e gratificazioni" rimane quella della ricerca "Television in Politics. Its Uses and Influences" di Blumler e McQuail sulla campagna elettorale inglese del 1964, in cui parlano di come gli elettori-telespettatori si espongano ai messaggi con un "pacchetto di aspettative"

2. la visione sistemica della dinamica delle influenze incrociate tra i vari attori sociali che è servita da base concettuale per la teoria della dipendenza dai media: proposta da Ball-Rokeach e De Fleur nel 1976, l'assunto centrale di questa teoria "è che, nelle forme contemporanee di società, la sfera dell'esperienza vissuta direttamente dall'individuo è limitata in confronto alla parte di realtà sociale che ciascuno di noi conosce soltanto attraverso la mediazione della comunicazione di massa" (Wolf). E' dunque attraverso le risorse informative messe a disposizione dal sistema dei media che individui e gruppi possono soddisfare i bisogni fondamentali della comprensione di sé e della società, dell'orientamento all'azione e all'interazione e dello svago personale e sociale. Un esempio di ciò è dato dalle elezioni politiche

3. la teoria dell' "information processing": l'approccio analitico più interessante riguardo alle implicazioni cognitive dei media è senza dubbio quello dell'elaborazione dell'informazione (information processing), che si può definire come "il modo in cui gli elettori raccolgono, elaborano e organizzano in strutture di conoscenza l'informazione politica" (Campus). Uno dei meccanismi più potenti messi in evidenza da molteplici ricerche è quello della selezione dell'informazione, a tal proposito alcuni ricercatori si sono impegnati a dare una spiegazione circa le cause dell'insuccesso nel fare tesoro dell'informazione politica veicolata dai media in larghi settori del pubblico, spiegati dalla Graber con le limitate capacità elaborative degli individui; una teoria che trova sostegno anche nelle ricerche sul ruolo importante che ha la comunicazione interpersonale nel supplire ai limiti e nel superare le barriere dell'informazione mediale. Un altro fattore, ma di natura psicologica, che aiuta il cittadino a elaborare o semplicemente recuperare l'informazione politica veicolata dai media, è l'interesse; ancora la Graber sottolinea come "l'interesse può compensare la mancanza di abilità cognitive" e, riguardo al ruolo dei nuovi media, che consentono l'accesso a una maggiore quantità di informazioni, aggiunge che "la formazione dell'opinione pubblica continuerà a fondarsi principalmente su credenze già consolidate e su scorciatoie cognitive piuttosto che su un'analisi approfondita delle molte informazioni disponibili"

4. il peso delle emozioni nella comunicazione politica: per quanto riguarda il ruolo delle emozioni nelle dinamiche cognitive e comportamentali dei cittadini-elettori rispetto alla sfera della politica, Catellani sintetizza che "la teoria dell'intelligenza affettiva si ricollega all'idea che certi stati emotivi possano favorire l'elaborazione approfondita delle informazioni più di altri. Sostiene che le persone elaborano le informazioni politiche in modo diverso a seconda che il contesto generale e politico in cui si trovano determini l'attivazione in loro di un sistema disposizionale o viceversa di un sistema di sorveglianza". Questa prospettiva teorica ha avuto svariate applicazioni nelle ricerche sul comportamento elettorale, in quanto le reazioni emotivo- affettive influenzano direttamente le preferenze e gli orientamenti di voto

5. la prospettiva costruttivista che spiega i meccanismi di ricezione, decostruzione e rielaborazione da parte del pubblico dei contenuti mediali: questa prospettiva considera i media non come strumenti per diffondere credi o sollecitare adesioni, ma piuttosto strumenti capaci "di incedere sulla realtà costruendo significati e offrendo sistematicamente questi costrutti al pubblico che, con forme di negoziazione, li incorpora nelle strutture personali. Rientrano in questa prospettiva ricerche come:

• l'agenda setting, teoria elaborata per la prima volta nel 1972 da McCombs e Shaw, i media hanno la capacità di stabilire cosa è importante che la gente sappia, per il semplice fatto di concedere attenzione a certi eventi o di ignorarne altri. La gente "non solo viene a conoscere le issues attraverso i media, ma apprende quanta importanza dar loro grazie all'enfasi che i media pongono su di esse" (Trent e Friedenberg). L'effetto di agenda setting è stato da più parti messi in discussione perché ritenuto troppo semplicistico, in quanto secondo i critici le agende non sono solo quelle dei media, ma anche quelle del pubblico e quelle della politica e delle élite che la controllano

• gli effetti di framing e priming, di cui il primo consiste nell'incorniciamento di una storia, un evento, un personaggio, che porta alla creazione degli audience e individual frames in seguito all'azione dei media, ma non sempre lo spettatore è davvero influenzato da una certa cornice; il secondo, che possiamo tradurre con "innesco" o "facilitazione", consiste nel richiamare "l'attenzione su alcuni argomenti e ignorando altri", con la conseguenza che "l'informazione televisiva influenza i criteri con i quali la gente giudica governi, presidenti, politiche e candidati" (Iyengar e Kinder)

In questo contesto in veloce trasformazione, le intuizioni di Blumler e Kavanagh del 1999 circa i processi che stanno mettendo in discussione lo stato dell'arte sugli effetti politici dei media che le scuole del passato e le prospettive più recenti avevano codificato sono ancora attuali. I due autori li hanno identifica in: rivalutazione del meccanismo individuato da Lazarsfeld della esposizione selettiva e l'enorme moltiplicazione delle fonti di informazione; il perseguimento di politiche identitarie; la frammentazione delle agende politiche; la cyberpolitica dilagante nelle campagne elettorali; il divario culturale tra cittadini informati e non; la penetrazione dei media popolar- populisti che fanno sì che si spezzi il monopolio tradizionale delle élite (anche politiche) e dei loro mezzi di informazione. Capitolo dieci "Gli effetti su atteggiamenti e voto" Nonostante il picco di studi registrato a cavallo tra gli anni 70 e 80, la socializzazione politica rimane un tema su cui la politologia non manifesta che un episodio e accessorio interesse. La ripresa degli studi di psicologia politica ha tuttavia aperto la strada a un rinnovato interesse che rientra nell'orientamento interdisciplinare che abbiamo visto caratterizzare il campo della comunicazione politica. Ma procediamo con calma: innanzitutto, in che cosa consiste la socializzazione politica? La socializzazione politica è "il processo attraverso il quale i bambini acquisiscono gli atteggiamenti e i modelli di comportamento appropriati al ruolo di futuri cittadini, e il processo attraverso il quale vengono trasmessi da una generazione all'altra i valori politici" (Peng). Il concetto di "trasmissione delle conoscenze" (o dei valori) non va considerato in modo meccanico, il bambino negli anni della crescita non riceve passivamente ma "si appropria dei valori, degli orientamenti, delle norme che gli vengono trasmesse in eredità, cioè ne modifica i contenuti e l'applicazione, grazie anche alle proprie esperienze". L'influenza del gruppo primario in questo, con le interazioni sociali primarie, è particolarmente significativa, perché fornisce ai membri i codici linguistici e simbolici e le chiavi di lettura del mondo circostante. Accanto alle tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, chiesa, gruppi dei pari), i news media, il cinema, la musica pop, i videogiochi e in generale i mezzi di intrattenimento occupano un posto sempre più centrale nella formazione degli atteggiamenti politici dei minori. Connell, uno dei massimi studiosi della socializzazione politica, ha periodizzato in diverse fasce d'età il processo di costruzione dell'universo politico cognitivo e affettivo dei minori:

• nell'età prescolare non c'è ancora la consapevolezza della politica come sfera distinta della vita • intorno ai 7 anni il bambino comincia ad avere l'idea di un ruolo politico, è in grado di distinguere i personaggi politici da altri

personaggi e di percepirli come importanti e potenti perché comandano • verso i 9-10 anni i bambini vengono a conoscenza delle elezioni e percepiscono che i partiti si combattono per vincere le

elezioni • intorno ai 12 anni i bambini capiscono che in politica si prendono decisioni • l'ultimo passo, compiuto soltanto da alcuni tra i ragazzi di 15-16 anni, è quello di mettere in relazione il conflitto tra partiti

con i conflitti tra gruppi con interessi contrastanti e tra ideologie

Se la famiglia, la scuola e i mezzi di intrattenimento sono le agenzie principali della socializzazione politica del minore, nelle fasce d'età giovanili (18-29 anni) la funzione di trasmissione della cultura politica è svolta in larga misura dai media (vecchi e nuovi) e dall'associazionismo. Se una democrazia piena e funzionante sia concepibile solo in presenza di una cittadinanza razionale, informata, partecipante, è una questione intorno alla quale si è sviluppato per secoli un vivace dibattito filosofico. Quando si parla di democrazia, bisogna fare un distinguo tra democrazia rappresentativa (che si basa sull'evoluzione del concetto e dell'istituto della delega come soluzione al problema della pratica traduzione della sovranità popolare) e democrazia diretta o partecipativa (chiamata anche neoprogressista, presume una cittadinanza pienamente informata, attiva e pronta a partecipare all'implementazione delle politiche pubbliche). Le recenti teorie statunitensi sulla "democrazia deliberativa", in cui risuonano accenti habermasiani, sembrano prefigurare una via percorribile all'applicazione dei principi e delle pratiche della democrazia diretta. Queste visioni contrapposte sono alla base di interpretazioni divergenti circa la crucialità per i cittadini di essere informati per poter esercitare i propri diritti e compiere i propri doveri di cittadinanza. Due dei limiti più discussi della democrazia rappresentativa di ispirazione illuministico-liberale sono da un lato la non corrispondenza tra l'ideale di sovranità popolare e il governo di fatto in mano ad élite di potere, e dall'altro la presa d'atto che il cittadino non è informato, non è competente, non è attivo, per dirla con Lipset é "apatico", per Bobbio è "non educato". Sul primo limite Schumpeter, partendo da un approccio economico alla politica, costruisce la sua teoria della competizione delle élite: solo minoranza informate partecipano alla vita della democrazia; è la visione della democrazia elitaria che in qualche modo viene a sostituire la visione romantica della democrazia partecipativa. Sul secondo limite, riguardante l'apatia e la sostanziale ignoranza delle questioni politiche, Dows propone l'interpretazione ottimistica del cittadino razionale, nel senso di calcolatore; ciò però non significa che il cittadino si debba informare sempre e su tutto, ma che gli sarà sufficiente un quantitativo minimo di informazioni; egli ricorre a scorciatoie informative per ottenere vantaggi col minimo sforzo: una di esse è utilizzare l'informazione prodotta da chi è specialista, da chi ne sa di più sulle questioni politiche; un'altra è l'ideologia dei partiti e non, che impacchettando o incorniciando l'informazione, la rende di più facile e immediata fruizione. Popkin definisce questo uso strumentale ed economico dell'informazione politica "razionalità a bassa informazione". Sulla medesima linea di pensiero si pongono Schudson, che ha elaborato la tesi del cosiddetto "monitoral citizen", il cittadino monitorante, il cittadino che, avvalendosi di informazione "in pillole", tiene d'occhio gli avvenimenti in modo superficiale ma che quando nasce un problema di interesse particolare si attiva celermente e sa individuare informazioni più sostantive, e Zaller, che sposa le posizioni di Schudson, richiamando da parte sua il concetto downsiano di "informazione sovvenzionata" quando tratteggia un nuovo modello di

standard giornalistico, basato sulle soft news, che indubbiamente rispondono agli imperativi commerciali come quello sull'infotainment. Anche la Graber la pensa allo stesso modo quando denuncia l'impossibilità fisica di realizzazione del modello del "cittadino informato": la complessità della vita sociale contemporanea rende arduo il compito del cittadino di tenersi informato. In sintesi, la definizione che riflette meglio lo stato sulla questione è quella definita da Barber di cittadinanza sottile: una cittadinanza a bassa razionalità e basso impegno conoscitivo, minimale, informata e impegnata quel tanto che occorre, quando occorre, ma che non è per questo sinonimo di disaffezione né tantomeno di antipolitica. Norris avanza serie riserve sia a quella che chiama "fallacia del relativismo" (insita nelle posizioni minimaliste, secondo cui esporsi all'informazione mediata è sinonimo di acquisizione di conoscenze e in cui vi è il rischio di percezioni distorte della realtà), come pure all'altra, opposta, "fallacia del civismo" (che riguarda le posizioni di coloro che sostengono che i news media abbiamo la funzione-dovere di educare i cittadini ritenendo che l'idea di cittadino perfettamente informato sulle politiche pubbliche e sulle questioni di governo sia un'utopia). Abbiamo osservato nel precedente capitolo che il cittadino riceve gli stimoli cognitivi e affettivi, costruisce le proprie opinioni e organizza i propri comportamenti nell'ambiente comunicativo formato dai media. Delli Carpini e Keeter, sulla scorta dei modelli di democrazia a cui abbiamo accennato sopra, presentano tre diverse distribuzioni dei livelli di conoscenza politica:

1. distribuzione a piramide, tipica della democrazia elitaria di tipo schumpeteriano, rappresenta una minoranza di cittadini in possesso di ottima competenza politica, a fronte di una grande maggioranza con scarsa conoscenza politica

2. la piramide rovesciata rappresenta la distribuzione delle conoscenze in quella che abbiamo chiamato "democrazia partecipativa", dove è la maggioranza dei cittadini ad essere ben informata

3. la distribuzione a diamante, si trova tra i due modelli idealtipici, tipica di quella che i due autori chiamano "democrazia pragmatica", è la risultante di "una cultura politica in cui l'acquisizione dell'informazione politica è una norma civica, l'informazione è abbastanza accessibile attraverso la scuola e i media, e i cittadini hanno sufficiente motivazione e abilità cognitiva da apprendere e ritenere un quantitativo moderato di conoscenza fattuale"

Il modello della democrazia pragmatica sembra quello che meglio rappresenta il tipo di cittadino contemporaneo "a bassa razionalità informativa" e informato "quanto basta". A conclusione del loro studio Delli Carpini e Keeter hanno raccolto le evidenze emerse in una sintesi che rappresenta lo stato dell'arte del sapere scientifico sull'argomento:

1. il numero di cittadini bene informati sulla politica è una frazione minoritaria del pubblico più generale, ma sufficiente ad assicurare un buon livello di cittadinanza

2. la maggior parte dei cittadini tende a essere generalista nelle conoscenze politiche 3. la diseguaglianza nella conoscenza dei cittadini è correlata alla diseguaglianza tra gruppi 4. la motivazione, l'interesse, il livello di istruzione, l'ambiente informativo, sono fattori determinanti dell'acquisizione-

elaborazione dell'informazione politica

A questo studio se ne aggiungono altri come quello di Segatti, che parte dall'ipotesi che l'effetto cognitivo determinato dalla televisione e dai giornali sia inferiore a quello innescato da altre variabili indipendenti quali l'interesse per la politica e il livello di istruzione; quello di Pasquino, che esplorando più esattamente i livelli di conoscenza politica degli elettori nella campagna del 2001, scopre una diffusa ignoranza, e nel complesso osserva che la cultura politica degli italiani risulta "poco civica" (il dato e la lettura che ne dà Pasquino non sono però condivisi da tutti i ricercatori); e quello di Norris, i cui dati confermano l'esistenza di una relazione positiva tra l'esposizione frequente a televisione, radio e giornali e la corretta conoscenza delle issues trattate. Le analisi riportate a sostegno delle tesi che anche l'informazione politica leggera può stimolare l'interesse dei cittadini hanno dato il via a numerose ricerche e approfondimenti in vari paesi. Su questa scia si pongono autori come Baum, che dimostra che anche i cittadini disinteressati agli eventi della politica, che non vedono i telegiornali, non seguono le notizie serie, ma amano le soft news, sono in grado di mostrare una sufficiente conoscenza delle questioni politiche. Castells riconosce la capacità dell'infotainment di facilitare i processi cognitivi dei soggetti su temi anche difficili. Una ricerca di Mazzoleni e Sfardini ha mostrato come l'infotainment e il politainment sono una parte consistente, seppur non prevalente, del menu di consumo informativo televisivo dell'elettorato italiano. Il tema della partecipazione politica è, insieme a quello sulla decisione di voto, uno dei più frequenti della scienza politica. L'interrogativo che ci poniamo è quale impatto abbiano i fattori mediali e comunicativi sui comportamenti che rientrano nella definizione di partecipazione. Ma innanzitutto, ch cos'è la partecipazione? La partecipazione politica è quell'insieme di azioni e di comportamenti che mirano a influenzare in maniera più o meno diretta e più o meno legale le decisioni dei detentori del potere (Pasquino). L'autore distingue tra partecipazione visibile, cioè quella che si può osservare e studiare nei comportamenti degli individui o dei gruppi, e partecipazione invisibile, "vale a dire la presenza di un'opinione pubblica interessata alla politica e informata sui suoi sviluppi". Legnante spiegando la partecipazione visibile esemplifica nelle forme istituzionalizzate e non, mentre la partecipazione assume forme meno impegnative. Secondo Sani la partecipazione politica si concretizza in una serie di comportamenti, alcuni dei quali sono stabili e essi possono trovare in tutti i contesti politico-istituzionali, e altri possono cambiare nel tempo. Per l'Italia l'autore ha elencato le modalità partecipative seguenti:

• mantenersi informati • discutere frequentemente di questioni politiche • segnalare alla comunità problemi di interesse generale • contattare organi di governo o personale politico • fare opera di proselitismo, cercare di convincere gli altri del proprio punto di vista • esercitare regolarmente il diritto di voto • iscriversi a partiti o a movimenti politici o a organizzazioni politicamente rilevanti • svolgere attività nelle associazioni politiche • assistere a manifestazioni pubbliche a carattere politico • prestare la propria attività nel corso di campagne elettorali

• prendere parte a iniziative di comunità • partecipare a manifestazioni di protesta

Gli interrogativi e le ansie di pensatori e politologi sulla possibilità del cittadino informato riguardano anche la possibilità del cittadino partecipante. L'astensionismo è la misura dell'effettiva partecipazione politica nella sua forma più concreta, il voto; i dati più recenti dimostrano che, per quanto riguarda l'Italia, il calo degli elettori dagli anni 80 in poi è costante in tutti i tipi di elezioni, dalle politiche alle amministrative. Ma è certo che Internet ha contribuito al rilancio della partecipazione, specialmente giovanile, alla politica. Norris ha utilizzato la metafora della fenice democratica per illustrare il recupero di spazi di impegno civico. Karpf, nell'analisi che fa su quest'ultimo movimento, illustra quattro filoni di ricerca sul rapporto tra Internet e partecipazione politica:

1. le prospettive per l'azione collettiva: Internet ha liberato individui e gruppi dal cappio dei costi. Oggi l'accesso alla comunicazione è ampiamente disponibile

2. le trasformazioni delle basi organizzative dell'azione collettiva: Internet favorisce quella che Chadwick chiama l' "ibridità organizzativa", cioè consente alle associazioni politiche di prendere in prestito i repertori tattici dei gruppi di interesse e dei partiti politici

3. i cambiamenti storici dei gruppi di pressioni: le innovazioni tecnologiche e comunicative portate da Internet indeboliscono i punti di forza e le pratiche che hanno determinato il successo dei vecchi centri del potere, spiazzandoli

4. riflessioni contrastanti sull'efficacia delle tattiche mediate da Internet e sulle effettive opportunità di incidere sulla realtà politica da esse offerte

Numerose ricerche hanno cercato di chiarire e misurare il ruolo dei media nei processi di partecipazione politica ed eventualmente nell'induzione all'apatia e al disimpegno. Lazarsfeld e Merton hanno parlato della "disfunzione narcotizzante" dei mass media. Tale considerazione si applicò perfettamente alla televisione. La tendenza a indicare nella televisione un fattore di impedimento all'allargamento dell'impegno politico dei cittadini è rintracciabile nella ricerca sia statunitense che europea (Putnam, Edelman, Sartori). In particolare, Sani costruisce una interessante e utile tipologia di cittadini su una serie di dimensioni, tra le quali il consumo di informazione a stampa. L'elettorato italiano risulta ripartito in tre profili:

• il civis nobilis si avvicina di più all'ideale di cittadino modello con interesse per la politica • il civis marginalis è il più lontano dal modello ideale e il meno interessato alla politica • il civis communis si colloca a metà strada tra i primi due

Le tesi apocalittiche più volte sono state contestate dai critici più moderati o semplicemente aventi visioni più realistiche. Tra i critici dei critici possiamo citare ancora la Norris che ha smantellato pezzo per pezzo le pessimistiche riflessioni di Putnam mostrando come l'uso dei news media non sia soltanto associato positivamente con gli indicatori di conoscenza politica, ma anche alla fiducia e alla mobilitazione politica. Le voci che si sono alzate in difesa del ruolo dei media tradizionali a ben vedere non sono mai state numerose; al contrario, sono quasi un concerto quelle che indicano nei nuovi media gli strumenti che rimetteranno lo spettro della sovranità nelle mani del cittadino. Focalizziamo adesso la nostra attenzione sulle variabili comunicative che entrano nella complessa architettura della costruzione della scelta elettorale. La struttura della scelta elettorale si basa su una serie di fattori che ne determinano l'espressione in rapporto alle circostanze e agli stimoli ambientali o comunicativi in cui si viene a trovare il cittadino-elettore quando chiamato a votare per un partito o un candidato. Quali sono i fattori che influenzano le scelte elettorali?

• l'identificazione partitica, definita da Campbell e colleghi in termini di vicinanza psicologica e affettiva dell'elettore con il partito che rappresenta le proprie visioni e convinzioni

• le posizioni dei partiti e dei candidati sulle issues sono fattori di tipo cognitivo, la cui forza predittiva è direttamente proporzionale al livello di conoscenza da parte degli elettori dei programmi

• la preferenza politica negativa è l'avversione esplicita e netta a votare per un partito o candidato • l'identificazione di area è l'autocollocazione dell'elettore sul continuum destra-sinistra, al di là o al di fuori delle identificazioni

con un partito • l'immagine del leader è un fattore che è diventato progressivamente cruciale nelle dinamiche elettorali di molti paesi; quella

proiettata dai media si lega con quella percepita dai cittadini • l'informazione intesa come il bagaglio di conoscenze

Prendiamo in considerazione due ricerche, sull'identificazione partitica e sull'immagine del leader: per quanto riguarda la prima, l'identificazione partitica ha perso nei decenni, in molti paesi occidentali, la sua forza predittiva originaria in concomitanza con il declino dei partiti e l'indebolimento delle identità ideali-ideologiche, in particolare l'identificazione degli elettori italiani con un partito registra un crollo agli inizi degli anni 90 in corrispondenza alle vicende di Tangentopoli: circa la seconda determinante, l'immagine del leader, Sani ha sottolineato che uno dei fattori più potenti del processo di mediatizzazione della politica è stato la televisione, ed essa è ancora il centro dell'interesse politico di chi ambisce al potere. Non ci si può, ad oggi, chiedere che peso abbia la televisione sul voto, è più corretto chiedersi quali siano gli elettori influenzati da essa. In Italia, la domanda sugli effetti della televisione è stata posta soprattutto in relazione alla vittoria di Berlusconi nel 1994; tesi portata in particolare da Ricolfi, in seguito a uno studio. A prima vista i risultati sembrano avere una solida base empirica, ma in realtà la ricerca prendeva le mosse da una "fallacia metodologica", archiviata mezzo secolo prima dallo stesso Lazarsfeld: il ritenere che si possa attribuire un preciso effetto a un preciso stimolo cioè, in questo caso, ritenere che la televisione nel suo complesso possa influenzare in un determinato senso coloro che vi si espongano. L'ipotesi sulla quale la ricerca italiana ha lavorato dal 1994 in poi è se "più televisione = più voti?". In uno studio di qualche anno dopo, Sani affronta la

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