la difficile unità I, Sintesi di Storia Contemporanea. Università degli Studi dell'Insubria
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storia dell'unità d'italia
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LA DIFFICILE UNITA’ Storia di ieri, cronaca di oggi di Antonio Maria Orecchia

Capitolo 1 – quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia

“L’UOMO DEI DESTINI” Aveva solo 29 anni Melchiorre Gioia quando nel 1796 diede la sua opinione a proposito dell’Italia che, doveva unirsi in una repubblica unitaria, con legislazione uniforme, con paesi unificate ed imposte uguali per tutta la penisola. Diverse erano le proposte di governo, ma tutte erano subordinate all’arrivo di un altro giovane: Napoleone Bonaparte. Lui era entrato trionfalmente a Milano il 15 Maggio 1796, accolto come il liberatore dell’Italia. Da Parigi gli erano stati impartiti ordini di dirigersi verso il fronte piemontese ed austriaco, di secondaria importanza rispetto all’offensiva sugli Amburgo. Sotto la sua guida, un’armata di uomini insofferenti alla disciplina, avevano cambiato volto. Napoleone sconfisse il re di Sardegna Vittorio Amedeo III ed il 15 maggio, con la pace di Parigi, il Piemonte rimaneva Stato autonomo, ma veniva obbligato a cedere la Savoia e Nizza alla Francia. A questo punto Bonaparte pose lo sguardo sulla Lombardia, e sconfitti gli austriaci a Lodi il 10 maggio, si aprì la strada per Milano. Con gli austriaci rinchiusi a Mantova, i Ducati di Parma, Modena, le repubbliche di Genova e Lucca, stipularono un armistizio di neutralità, che gli impose di pagare un cospicuo contributo in denaro, in opere d’arte e manoscritti preziosi. Nel giugno Napoleone entrò a Venezia, Bologna, e nello Stato Pontificio, così il Papa il 19 febbraio del 1797, fu costretto alla firma della pace di Tolentino. Successivamente l’armata conquistò Massa, Carrara e Livorno. Nel 1796 gli austriaci tentarono numerose controffensive contro i francesi, ma Napoleone riscontrò una serie di vittorie, tra le quali, quella decisiva a Rivoli, il 14 gennaio del 1797. Napoleone si diresse verso Trieste e Klagenfurt. Questo gli spianò la strada per la pace di Campoformio, del 17 ottobre 1797, che avrebbe chiuso temporaneamente le ostilità tra Francia ed Austria. La pace consegnò il Belgio e la Lombardia alla Francia, mentre l’Austria occupò l’Istria, la Dalmazia, e la parte orientale della Repubblica, compresa Venezia. Di li a poco Napoleone lasciò il comando dell’Armata per dirigersi verso l’Egitto. Questo suscitò la delusione fra i patrioti, come Ugo Foscolo e Jacopo Ortis. Questo perché Napoleone aveva stravolto la cartina geopolitica dell’Italia, aveva poi instituito un Congresso con i rappresentati delle città di Bologna, Ferrara e Modena, ed aveva proclamato la nascita della Repubblica Cispadana, cui si sarebbero unite Massa, Carrara ed Imola. Su proposta poi, del deputato Giuseppe Compagnoni, il Congresso aveva adottato il tricolore verde, bianco, rosso, come bandiera dello Stato. Questo sembrò a molti il futuro dello Stato Nazionale. Nel dicembre del 1797, con l’assassinio del consigliere dell’Ambasciata di Francia a Roma Duphot, offrì l’occasione a Napoleone di invadere lo Stato Pontificio e, con un’insurrezione, proclamò la Repubblica Romana, riconosciuta e controllata dalla Francia, era il 15 febbraio del 1798. Il papa poi, dopo aver rifiutato di perdere il suo potere temporale, venne bandito dai suoi territori, si rifugiò prima in Toscana e poi in Francai, dove morì nel 1799. Nel novembre la Repubblica Romana venne attaccata dall’esercito di Napoli, Ferdinando IV riuscì ad entrare a Roma ed a richiamare il papa. I francesi guidati dal generale Championnet, si ripresero però la città. Per quanto riguarda Napoli, era difesa dai Lazzaroni, ma i francesi e i patrioti riuscirono ad occuparla e dopo tre giorni, il 24 gennaio del 1799, proclamarono la nascita della Repubblica. I francesi avevano quindi costretto Carlo Emanuele IV, re del Piemonte, a cedere il controllo dei suoi possedimenti e a “trasferirsi” in Sardegna. Tra gennaio e marzo la Repubblica di Lucca ed il Granducato di Toscana furono occupati. A questo punto la situazione era la seguente: nel nord-est fino a Verona era occupato dagli austriaci, ai Borbone rimaneva la Sicilia ed ai Savoia solo la Sardegna. Piemonte e Toscana erano controllate direttamente dalla Francia. Vi erano poi cinque Repubbliche sorelle formalmente autonome: Cisalpina, Ligure, di Lucca, Romana e Partenopea. L’onda della rivoluzione era dunque giunta in Francia come in Italia. Vi erano i cosiddetti “patrioti”, coloro appartenenti alla piccola nobiltà o ai ceti istruiti. Molti sostenevano l’idea di nazione e ragionavano su miglior governo per la felicità

italiana. L’idea di nazione, sulla scia del pensiero di Rousseau, stava diventando il motore principale, l’espressione più alta del popolo. Si era poi diffusa la “dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del cittadino”, nel 26 agosto 1789. Si pensava che il concetto di sovranità, dovesse venire dal basso, ovvero dalle basi della nazione. L’esperienza delle Repubbliche sorelle durò tre anni, e segnò l’inizio del movimento risorgimentale. L’aristocrazia perse privilegi secolari ed il potere legislativo diventava l’espressione della volontà generale. La legislazione toccò poi la “terra”, per creare una nuova classe di proprietari, si vendettero le terre comunali. Gli ordini religiosi furono dichiarati decaduti, ed i sacerdoti dovevano essere eletti dal popolo. Infatti il papa Pio VII; venne arrestato nel 1809, quando fu dichiarata la fine del suo potere temporale. Tutti i nuovi Stati , però, si rifacevano alla costituzione francese. Si affidava il potere legislativo a due camere elettive, quello esecutivo ad un direttorio di cinque membri. Solo la Repubblica Partenopea, sembrò avere un minimo di autonomia.

VIVA MARIA! Le insorgenze antirepubblicane ed antifrancesi esplosero nel 1799, anticipando le armate austro- russe di Suvorov, che nella primavera iniziarono la riconquista della penisola, iniziando con Milano e finendo con Torino. A dicembre del 1799 ai francesi era rimasta solo Genova, tutte le altre repubbliche crollavano e tornarono gli antichi sovrani. Questo sottolineò quanto l’esperimento delle Repubblica era cosa fragile. Queste rivolte assunsero poi la piega di una sanguinosa guerra civile. L’opposizione antifrancese ed antigiacobina metteva insieme numerosi rancori, quali leggi di antiprivatizzazione delle terre comuni, confische dei beni della Chiesa, tassazione esasperata e prepotenze quotidiane. La violenza non si fece dunque attendere, nel maggio del 1796 Pavia fu presa d’assalto, seguita da Verona, le città della Toscana, Napoli. A Palermo Ferdinando e la moglie Maria, tentarono di riconquistare il Regno. Si rivolsero al cardinale Fabrizio Ruffo che, sbarcato in Calabria con pochi uomini agli inizi di febbraio, promise a tutti i combattenti che sarebbero stati ricompensati con i beni dei patrioti. A mano a mano che avanzano verso Napoli, le sue Armata si infoltì sempre di più, prendendo il nome di sanfedisti. La repubblica Napoletana finì però con una carneficina, anche perché l’armistizio firmato da Ruffo con i francesi ed i repubblicani fu sconfessato da Nelson il 24 giugno dallo stesso re.

“L’UOMO DELLE ANTITESI” Nel maggio del 1800 Napoleone terminò la campagna in Egitto e torno verso l’Italia. Il 14 giugno sconfisse gli austriaci a Marengo, fu ricostruita la repubblica Cisalpina, ingrandita con il Novarese, la Lomellina, Rovigo ed i territori del Veronese. Questo ingrandimento si ebbe con la pace di Lunéville, 9 febbraio 1801, che riconfermava Campoformio. In Francia, nel frattempo, con il colpo di Stato di Napoleone, egli viene eletto primo console a vita e quindi imperatore. Tra il 1801 ed il 1808, tutta la costa nordoccidentale viene annessa alla Francia, ed amministrata da funzionari francesi. Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, aveva costretto i Borboni alla fuga e regnò quindi su Napoli. La Repubblica Cisalpina poi, si ingrandì progressivamente con l’annessione delle Marche, Bologna, Trento, il Tirolo e l’ex stato di Milano. Nel 1809 l’Italia era divisa in tre soli blocchi: i dipartimenti francesi, il regno d’Italia, e il Regno di Napoli. Tutti questi blocchi, però, adottavano l’organizzazione francese. Per tutta una nuova generazione gli italiani si aprirono spazi nelle amministrazioni, dovevano solo disporre delle adeguate competenze culturali. La modernizzazione dello Stato fu tangibile anche con la comunicazione, con l’apertura di strade e trafori. Per l’istituzione laica poi, Napoleone fondò la Scuola Normale di Pisa, con l’introduzione del codice civile, penale e del commercio. I diritti ed i privilegi feudali del Mezzogiorno furono aboliti e nel 1806 furono abolite le congregazioni religiose. I terreni furono messi in vendita, ma non riuscirono a ridistribuire la ricchezza, perché furono acquistati da coloro che disponevano già di certi agi. Vi era poi la questione della coscrizione: nel Mezzogiorno molti giovani rifiutarono di arruolarsi e finirono nelle bande di brigantaggio, altri invece combatté nei campi di battaglia dell’Europa, rafforzando il sentimento

d’italiano. Nell’Italia Napoleonica, il giornalismo fu imbavagliato, rimanevano poi altissime le tasse. Il vero problema per Napoleone era in divario tra le classi superiori e colte e quelle di analfabeti. Il risultato fu il proseguire di molte insorgenze e rivolte, soprattutto a Vicenza, Belluno e nel Mezzogiorno. I francesi non reagivano di certo bene, bruciavano case, disarmavano ed uccidevano chiunque. Napoleone passava da “uomo dei destini”, a “uomo delle antitesti” a “tiranno”. Nasceva così un’altra onda insorgente, animata da sentimenti antifrancesi e antibonapartisti. Qui prese posizione Vittorio Alfieri che, divulgava un’idea di una Repubblica “unica ed indivisibile” unita in un sentimento comune, l’odio verso la Francia. In questo modo l’Italia rivendicava la sua libertà. Tre il 1812 ed il 1813 l’impero di Napoleone entrò in crisi, folte erano le schiere di delusi che vendevano infrante promessi di democrazia. Il 19 ottobre 1912 la Grande Armée di Napoleone iniziò la ritirata dalla Russia, cos’ i rapporti tra i cognati si inclinarono. Ai primi di novembre del 1813 l’esercito austriaco attaccò il Regno d’Italia. Alla fine del febbraio del 1815 Napoleone, sconfitto ed imprigionato, riesce a fuggire ed a rifugiarsi sull’Isola d’Elba. Iniziarono così i suoi ultimi “cento giorni”, che sancirono la fine dell’imperatore. Murat era tornato a fianco di Napoleone e il 30 marzo 1815, dichiarò guerra all’Austria, facendo appello a tutta la penisola, di dover trasformare lo Stato in una costituzione liberale. Murat mosse verso l’Emilia il 2 – 3 maggio a Tolentino, ma fu sconfitto e costretto a fuggire in Corsica, mentre a Napoli si festeggiava il ritorno di Ferdinando e di Maria Carolina. Intanto Napoleone venne definitivamente sconfitto nella battaglia di Waterloo il 18 giugno 1815. Murat organizzò una spedizione in Calabria, sbarcò a Pizzo Calabro, fu catturato e fucilato il 13 ottobre. Intanto la pace di Parigi del 30 maggio 1814 dava una speranza a Milano. Qui troviamo Federico Confalonieri che provò a contrattare con l’Austria una costituzione liberale ed indipendenza. Ma queste proposte andarono infrante quando si rese contro che l’Austria era “la sola ed unica padrona” e si poteva solo “implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare”.

Capitolo 2 – La parola Italia è una denominazione geografica

LA “POLITICA DEI CONGRESSI” L’Austria era tornata ad essere la padrona della penisola e la parola “Italia” era una qualificazione che pertiene alla lingua, e non ha alcun valore politico. Si era tornati all’Italia di tre anni prima disegnata dal Congresso di Vienna. Tra i due trattati di Parigi si ridisegnò l’intera cartina politica europea. L’obbiettivo era quello di garantire un “balance of power”, attraverso lo spodestamento degli antichi sovrani. Inoltre la Polonia non fu ripristinata ed i suoi territori furono spartiti tra Russia, Austri e Prussia. I Pauesi Bassi austriaci furono uniti all’Olanda , ed in Italia la Repubblica di Genova e di Venezia cessarono di esistere. I Regni di Sicilia e di Napoli furono uniti al Regno delle due Sicilie e Ferdinando IV di Borbone prese il nome di Ferdinando I. Modena e Reggio furono assegnati a Francesco IV d’Asburgo Este, cui sarebbero poi uniti i ducati di Massa e Carrara. Il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla furono attribuiti a Maria Luisa, moglie di Napoleone. L’ex Repubblica di Lucca fu trasformata in Ducato, anch’esso sotto i Borboni. Poi il Trentino, la Venezia Giulia ed una parte dell’Istria diventarono territori imperiali. Innovativa fu la costituzione varata nel Lombardo-Veneto, dove vennero chiamati un vicerè e due governatori per amministrare. Vittorio Emanuele I aveva riottenuto il Piemonte, cui furono aggiunti i territori di Genova e della Savoia Per iniziativa dello zar, poi, Russia, Austria, Prussia ed in seguito Francia firmarono il 26 settembre 1815 la Santa Alleanza, un trattato di reciproca collaborazione. In risposta di questo, il 20 novembre 1815, su proposta ella Gran Bretagna, si firmò la Quadruplice Alleanza. Con questo trattato di introdusse la “politica dei Congressi” con il quale stabiliva la possibilità dei paesi aderenti di intervenire ovunque fosse richiesto per mantenere l’ordine politico e sociale.

ECONOMIA E SOCIETA’ DUERANTE LA RESTAURAZIONE Mentre in tutta l’Europa scoppiava la rivoluzione industriale, nella penisola si restava in uno stadio di precapitalistico. La terra era l’elemento centrale della società. Nel Regno delle Due Sicilie,

l’agricoltura registrò qualche progresso attraverso lo sviluppo delle culture specializzate, quali alberi da frutta, la vite e l’ulivo. Si diffuse poi la cerealicoltura. Intorno a Napoli, operavano alcune industrie metallurgiche e meccaniche. In Sicilia si sviluppò nella zona del Marsala il settore vinicolo. In Calabria, poi, nella Valle del Liri, si sviluppò la lavorazione della seta e della lana. Nonostante questi grandi progressi, la penisola non riusciva a reggere la concorrenza dei più ricchi mercati europei. Questo era dovuto anche al fatto ella mancanza di ponti, vie di comunicazione, furti di bestiame, cattiva organizzazione, paludi ed acque stagnanti. Tutti questi fattori avevano fatto reagire il popolo con rimedi “strani e pericolosi”, in molti paesi erano nate infatti unioni e fratellanze, specie di sette, dette anche “partiti”. In Puglia le condizioni erano di miseria e povertà, peggio ancora stavano i lavoratori giornalieri che nei mesi più duri dell’anno, rischiavano di morire di fame. A queste condizioni certo ben poco potevano gli estemporanei velleitari primati del governo dei Borbone. In Toscana però, la situazione era più dinamica: si registrò una forte crescita industriale, registrò un aumento delle esportazioni. Anche qui l’economia era basta sull’agricoltura. Qui si trovano le prime contraddizioni, infatti i prodotti erano spartiti tra il colono ed il proprietario, di cui il primo aveva come obiettivo principale quello di incentivare la produzione, ma la mezzadria portavano ad una scarsa produttività. Nonostante questo le innovazioni tecnologiche e scientifiche applicate all’agricoltura portarono ottimi risultati. La produzione agricola, le attività vinicole e la sibachicoltura si svilupparono molto anche in Piemonte. La bassa padana conobbe nella prima metà del secolo una sorta di “rivoluzione agraria” e si avviava verso l’allevamento bovino ed i mercati di carni e formaggi. Mentre in tutta la zona dell’altopiano che andava dal Piemonte a Venezia, si sviluppava la gelsibachicoltura. Nel frattempo le grandi città italiane misurarono un repentino aumento della popolazione. I centri urbani avevano la funzione di guida politica, amministrativa, culturale e religiosa. La vendita poi dei beni ecclesiastici, aveva reso possibile un ulteriore crescita della moderna borghesia cittadina, il fatto poi che il ceto dirigente spendesse i propri guadagni proprio nell’economia cittadina, aveva portato vantaggi a numerose altre classi, come quelle di artigiani, bottegai o domestici. Naturalmente nella città vivevano anche un moltitudine di poveracci e vagabondi. Si sviluppò poi il pauperismo in maniera molto evidente, alimentati da pessime condizioni igieniche. Si diffusero poi gravi malattie come pellagra, malaria e colera e vaiolo. Altro punto a sfavore era l’analfabetismo e, nonostante l’istituzione di scuole, i maestri avevano una scarsa preparazione. Faceva eccezione il Lombardo-Veneto, dove dal 1818 l’istruzione elementare era obbligatoria. La restaurazione economica andò di pari passo con quella politica, e si ridisegnarono anche le frontiere delle barriere doganali. Anche all’interno degli stessi stati vigevano ulteriori barriere economiche. Questo favorì in molte regioni il banditismo cronico ed il contrabbando. Questo fece si che i flussi monetari dei diversi Stati italiani con l’estero erano maggiori rispetto che tra loro stessi. In Italia vi erano infatti sei tipi di monete differenti.

POLITICA E PATERNALISMO Tutti gli Stati italiani facevano parte di un “progetto viennese”, dove prioritaria era la pace e stabilità. A questo proposito non si potevano però non considerare i progressi ed i rinnovamenti intervenuti in Italia. In tutta la penisola quindi, si pensava che una monarchia costituzionale avrebbe minacciato la sua tranquillità, quindi varie furono le risposte: Luigi de’ Medici propose una politica all’”amalgama”, dove fondere murattiani e borbonici in un’unica classe. A questo proposito Ferdinando I concesse, insieme a Metternich, un’amnistia generale e mantenne la codificazione napoleonica. Nell’amalgama, però il peso fiscale era troppo aspro, e l’esercito era impegnato con il brigantaggio. Ma il vero problema siciliano fu il separatismo. Decisamente ostile fu anche il ceto intellettuale, soprattutto quando il Medici con la la Santa Sede, ripristinò la censura sulla cultura. In questo periodo si succedettero poi quattro papi e quest’ultimo, Ercole Consalvi, instituì consigli provinciali e comunali gestiti sia da laici che da ecclesiastici. Per quanto riguarda Modena, Francesco IV arrivò quasi ad abolire totalmente la legislazione napoleonica. Invece la restaurazione del Ducato di Parma, dove Maria Luisa mantenne inizialmente

le leggi francesi e favorì un certo sviluppo, varò un nuovo codice civile. Ancora diversa era la situazione nel Regno Sabaudo dove Vittorio Emanuele I considerò fondamentale l’alleanza con la Chiesa e nel 1817 firmò un concordato con Roma che ristabiliva i tribunali ecclesiastici. La Sardegna rimase ai margini dei grandi mutamenti. Liguria e Genova diventarono ben presto i centro attivi della contestazione democratica e repubblicana. Diversa era la situazione in Toscana, dove furono ripristinate le leggi del 1805. Artefiche di una pacifica e tolerante riforma fu Vittorio Fossombroni, che ripristinò la libertà di commercio. Nel Regno Lombardo-Veneto, il regno fu diviso in due governi: uno a Milano e l’altro a Venezia, i regni furono governati da viceré, ma anche da ministri locali. I codici furono stravolti, a parte quello commerciale, un notevole impulso fu dato dall’istruzione. Eppure ben presto nella regione si sentì il fenomeno della “germanizzazione”, espressione che indicava con disprezzo l’operato di Vienna, soprattutto per l’amministrazione, il peso fiscale e lo spoglio sistematico delle sue ricchezze. All’interno della società motivi di tensione era anche la disoccupazione intellettuale, dove le univesità sfornavano troppi medici ed avvocati. Altra tensione veniva procurata da mendicanti, accattoni, mendicanti, che alimentavano il fenomeno del brigantaggio. Anche l’introduzione della coscrizione obbligatoria era causa di malcontento, dove le famiglie si vedevano sottrarre braccia spesso fondamentali per la loro sussistenza. La ferma era anche in parte alimentata dalla chiamata a sorteggio dove, per chi ne aveva le possibilità, pagava per mandare un’altra persona in sostituzione. Solo la Toscana optava per un reclutamento facoltativo, onde raggiungere il numero di persone stabilito dal governo. Altro motivo di controversie era la censura di stampa, che aveva un chiaro significato sul controllo dell’opinione pubblica. Inoltre le nuove province inglobate in regni più grossi, mal si adattavano alle nuove realtà statuali. A soli cinque anni dal Congresso di Vienna, il malcontento era evidente. L’opposizione i organizzava quindi in modo illegale, attraverso sette segrete. Precise istituzioni della polizia operavano per lo spionaggio di queste sette, per tenerle sotto controllo.

TERRORISTI O PATRIOTI? LE SOCIETA’ SEGRETE Il clima di oppressione fece nascere le società segrete, il cui scopo era quello di rovesciare l’ordine esistente contro i francesi e contro i regimi della Restaurazione, preparando colpi di mano ed insurrezioni a catena. Diffuse in tutta Europa, le sette avevano ideali differenti che andavano dalle richieste di Costituzioni, a forme di governo egualitarie e democratiche. Si diffuse così la Carboneria a Napoli , i Calderari nel Mezzogiorni, i Sanfedisti nello Stato Pontificio. Queste società erano disposte a rischiare anche la vita per abbattere i governi assoluti, in nome di una “idea di nazione” anche se tale era ancora confusa. Ai vertici del movimento troviamo intellettuali, esponenti del clero, ufficiali, soldati, commercianti, artigiani, ecc. erano un numero di “cospiratori” così elevato, metteva in tensione anche la polizia, che era ben informata sulla situazione. Le principali società in Italia erano la Carboneria e l’Adelfia. La prima si era sviluppata nel Mezzogiorno ai tempi di Murat, e aveva tendenze monarchico-costituzionali, la seconda, radicata nell’esercito, aveva tendenze più democratiche e repubblicane. Altre associazioni erano i Sublimi Maestri Perfetti e la Federazione nel nord, e la Guelfia nello Stato Pontificio. La segretezza era obbligatoria, ed agli iniziati venivano date rivelazioni sulla setta in modo graduale rispetto alla partecipazione. Ogni setta possedeva il proprio gergo ed i proprio riti iniziatici. Uno dei maggiori esponenti del mondo delle società segrete fu Filippo Buonarroti, capo dei Sublimi Maestri Perfetti, aspirava all’eguaglianza dei beni e alla democrazia sociale. A soli cinque anni dal Congresso di Vienna, la penisola stava per riesplodere.

RITORNANO LE RIVOLUZIONI In Spagna la Ferdinando VII aveva abrogato la sostituzione del 1812 e ripristinato il Tribunale del Santo Uffizio. Con la Restaurazione si fece sentire anche il malcontento proveniente dall’America. Il 1 gennaio 1820 le truppe concentrate a Cadice in procinto di partire per ristabilire l’ordine in America, sotto la guida del colonnello Rafael Riego, si ribellarono. Così il re fu costretto a ripristinare la Costituzione del 1812, che limitava il potere del sovrano, proclamava la separazione

dei poteri e la tutela delle libertà individuali. La rivoluzione era arrivata in Italia, e anche qui con lo scopo della costituzione del 1812. I primi insorti entrarono ad Avellino, e il governatore austriaco Nuget, affidò il compito della repressione al generale Michele Caracosa, ma le popolazioni avevano tagliato i mezzi di comunicazione. A questo punto Guglielmo Pepe, che si trovava in quei giorni a Napoli, diventò l’uomo adatto per sventare la rivolta. Il 15 luglio Pepe fece insorgere due reggimenti di cavalleria ed uno di fanteria e si diresse verso l’Avellino. Il giorno dopo il re Ferdinando promise di concedere la costituzione entro otto giorni e nominò vicario del Regno suo figlio Francesco, che proclamò la costituzione di Spagna del 1812 (7 luglio 1815). Il 15 luglio insorse Palermo. La Sicilia non accettava la riunificazione con la parte continentale del Regno e Palermo in particolare, aveva subito ripercussioni economiche e finanziarie molto alte. Scoppiò quindi la rivoluzione, tutti uniti nel chiedere l’indipendenza dell’isola e la costituzione spagnola. A Palermo si costituì una giunta di governo provvisorio, presieduta dai cardinale Gravina. Ma la Sicilia non era unita come appare, infatti i ceti borghesi non erano contrati alle riforme antifeudali borboniche, ma le altre città si dichiararono contrarie all’autonomia, e questo sfociò quasi in una guerra civile. Questo favorì il governo di Napoli che inviò Florestano Pepe per sedare la rivolta. Il 22 settembre Florestano raggiunse un accordo con la giunta di Palermo. Tale accordo rimetteva la decisione di istruire un parlamento e un governo separati in Sicilia ai rappresentanti di tutti i Comuni dell’isola che dovevano essere eletti da lì a breve. Ma le maestranze di Palermo si sollevarono nuovamente e Pepe fu costretto a prendere la città combattendo. Il 5 ottobre, anche le maestranze, accettarono l’accordo. Intanto il primo ottobre, si era eletto a Napoli il Parlamento appena eletto. Subito l’assemblea annullò l’accordo di Florestano Pepe ed al generale Colletta, fu affidato il compito di annullare le ambizioni separatistiche di Palermo. La cartina geopolitica di Vienna cominciava a traballare, e le Potenze non potevano permetterselo. Cominciavano a discutere sulla “garanzia di intervento”, che fosse una promessa territoriale e non politica. Formularono quindi una nuova politica di intervento, questa volta senza malintesi. Tuttavia il rifiuto di Inghilterra e Francia di non intervenire in Italia, spinse Metternich alla prudenza, e ad organizzare un nuovo Congresso a Lubiana il 26 gennaio 1821, dove furono invitati anche gli altri sovrani della penisola. Per tutti i sovrani non c’era problema partecipare, fatta eccezione per Ferdinando I che, per uscire dal Regno, aveva bisogno dell’approvazione del parlamento. Così, dopo aver obbligato il ministero in carica a dimettersi, permise al re di partire. Ma il Parlamento napoletano non sapeva che Ferdinando e Metternich erano rimasti segretamente in contatto, così giunto a Lubiana, Ferdinando chiese a Metternich di intervenire, perché la costituzione gli era stata strappata con la forza. Così il 4 febbraio il generale Frimont aveva oltrepassato il Po. Le possibilità di resistenza dell’esercito napoletano erano pochissime, quindi Pepe tentò di sorprendere gli austriaci di sorpresa, ma il 7 marzo fu battuto a Rieti. Il 20 marzo gli austriaci entrano a Capua, il 23 a Napoli ed il 19 del mese successivo, il parlamento si era tristemente arreso. Anche il Piemonte era in ebollizione. A Torino l’11 gennaio alcuni studenti universitari si erano recati a teatro per vedere l’attrice Carlotta Marchionni. Gli studenti però, non si sa se per provocazione o per semplice ironia, indossavano berretti mi maglia di lana rossa e fiocco nero simbolo della carboneria. Questi furono arrestati e, il giorno dopo, gli studenti occuparono l’università, chiedendo la liberazione degli arrestati. Come risposta il re e Revel, mandarono di nuovo i carabinieri. L’università fu sgomberata e molti studenti arrestati, feriti e disarmati. Intanto si andava sviluppando la circolazione di fogli volanti nei confronti del governatore, che turbarono l’opinione pubblica. Ad elettrizzare ulteriormente gli animi fu l’erede al trono Carlo Alberto, che si interessò alle condizioni dei feriti. Intanto in Lombardia il 29 Agosto del 1820 fu pubblicata una notificazione nella quale si diceva che chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza di sette e non provvedeva a denunciarle, significava la pena di morte o l’ergastolo. Un mese dopo Ettore Perrone e si incontrò con Federico Confalonieri a Vigavano. Perrone mise al corrente Federico dei piani dei federati piemontesi, ovvero ottenere una costituzione ricalcata su quella spagnola, convincere Vittorio Emanuele I ad aderire al moto e ad Abdicare a favore di Carlo Alberto, infine muovere la guerra verso l’Austria per conquistare il

Lobardo-Veneto e creare un Regno d’Alta Italia sotto i Savoia. La partenza delle truppe austriache verso il Mezzogiorno, fece erroneamente pensare che nel Nord, gli austriaci si stessero indebolendo. La sera del 6 marzo i congiurati, andarono da Carlo Alberto, e gli svelarono il piano. La rivoluzione doveva quindi restare sotto le insegne della casa regnante. Spaventato o mal consigliato, il giovane Carlo Alberto non fece ciò che avrebbe dovuto fare, ovvero denunciare e far arrestare i congiurati, questo fece nascere nei ribelli un sintomo di un certo appoggio. Il 10 marzo i ribelli fecero insorgere il reggimento dei Dragoni, e riuscirono a prendere Alessandria, e la nuova giunta provvisoria proclamò la costituzione del 1812 di Spagna. Tutta la nazione era in guerra contro l’Austria. L’11 marzo in un consiglio, alcuni ministri, compreso Carlo Alberto, erano favorevoli ad una costituzione, ma non a quella spagnola. Arrivò così a Torino Antonio di San Marzano, che riferì che Austria, Prussia e Russia, non avrebbero concesso alcuna costituzione. Nel frattempo la rivolta prendeva forza: il 12 si estese a Torino, dove gli insorti presero la cittadella, e instauravano la costituzione. Carlo Felice era il nuovo re, ed in sua assenza Carlo Alberto era reggente, siccome Felice era momentaneamente a Modena dal cognato. Carlo Alberto aveva tenuto però rapporti ambigui con i cospiratori ed il 13 marzo Carlo Alberto chiese l’immediata cessazione di qualsiasi tumulto. Dalla Lombardia, intanto, si svilupparono molti volantini e molti studenti universitari presero parte all’insurrezione. Intanto Carlo Alberto aveva ricostituito il ministero formato da una Giunta provvisoria di governo. Intanto Carlo Felice, irritatissimo, dichiarò nulli i provvedimenti del reggente e lo invitava appunto a recarsi a Novara ed attendere ordini. Carlo Alberto non rispettò gli ordini del re, ma non si pose nemmeno a capo della rivoluzione. Nei giorni successivi il comportamento del giovane fu ancora ambiguo, ma cercò di raggiungere Novara con delle truppe a lui fedeli e nominò Santarosa reggente del ministero e della guerra. Carlo Felice aveva chiesto l’intervento della Santa Alleanza, così le truppe alleate stavano marciando su Novara. De La Tour entrò a Torino, e gli Austriaci ad Alessandria. Così Santorre si stabilì in Svizzera, ma le pressione della Santa Alleanza lo fecero trasferire a Parigi. L’Italia era un paese “conquistato” ma non “sottomesso”. Santorre fu espulso anche dalla Francia, si trafer’ in Inghilterra dove morì il 9 maggio 1825 mentre combatteva per la libertà della Grecia, con il grado di soldato semplice.

I SEPOLTI VIVI Dal 1812 in Lombardia era presente la setta dei Federati, il cui scopo era la guerra all’Austria e la costituzione di un regno dell’Italia Settentrionale dalle Alpi all’Adriatico. Intanto era arrivato a Milano Pietro Maroncelli e aveva stretto amicizia con Silvio Pellico. Il 4 ottobre Maroncelli affidò a Giovanni Pirotti una lettera da consegnare a suo fratello Francesco a Bologna. Giovanni, siccome percorreva spesso quella via, controllato dai carabinieri, quella sera fu arrestato, a addosso gli furono trovare venti lettere clandestine, compresa quella di Maroncelli. Maroncelli e Camillo Laderchi furono arrestato, e fu fermato anche Silvio Pellico. Questi arresti turbarono l0ambiente liberale e cospirativo lombardo: la legge infatti prevedeva la morte per l’affiliazione ad una setta , ma anche l’ergastolo per coloro che ne erano anche solo a conoscenza. Molte persone, quindi, iniziarono ad espatriare, così facendo si autodenunciarono. Al centro della congiura emerse Federico Confalonieri, punto di riferimento dei giovani e della Restaurazione. Nonostante la cospirazione non fosse andata più in la “delle sole parole e desideri mancati”, le sentenze furono durissime. L’Austria era riuscita a stroncare ed eliminare il gruppo dirigente liberale che si era opposto alla sua autonomia. I processi si svolsero nel pieno rispetto della legge austriaca. Ma molti incarcerati raccontarono le lori esperienze, come per esempio “le mie prigioni” di Silvio Pellico. Un vasto pubblico venne a conoscenza delle privazioni e delle sofferenze di quei giovani. La repressione fu dura in tutta la penisola, e i rivoltosi furono impiccati, frustati, costretti a fuggire, o mandati all’esilio. Si chiudeva così la prima ondata rivoluzionaria dopo la risistemazione della penisola decisa a Vienna. Com’è stato scritto. I moti del 1820-1821, non erano certo qualcosa di “nazionale”, non erano state le ancora deboli identità nazionali a scuotere gli estremi della penisola. Gli stati

preunitari avevano mostrato la loro debolezza: le monarchie amministrative non riuscivano a celare forme di governo assolutiste e non per caso era dovuta intervenire l’Austria per ristabilire e garantire l’ordine. L’idea di nazione era ancore debole, ma c’era. Diversi gruppi sociali erano stato disposti a combattere. L’Austria era l’ostacolo, e poteva essere sconfitta con qualche forma di aggregazione o coalizione. Nonostante l’organizzazione e il movimento liberale uscissero sconfitti e privati dello loro menti migliori, altri ne avrebbero preso il posto. Un giovane sedicenne genovese così racconta di una domenica dell’aprile del 1821 quando “un uomo di sembianze energetiche, si accostò a un tratto fermandoci: aveva per le mani un fazzoletto bianco e proferì solamente: Pei proscritti d’Italia.” Quel giovane era Giuseppe Mazzini, e la sua vita politica iniziò quel pomeriggio, incontrando sul molo i reduci dei moti dei Piemonte. Dopo quell’incontro cominciò anche il suo slancio giovanile, dove si vestì di nero, segno di lutto per la sua patria.

Capitolo 3 – “Siamo seduti su un vulcano”

EUROPA E ITALIA La Lega degli Stati italiani, con l’aiuto dell’Austria, decisero di sopprimere il regime costituzionale spagnolo e portoghese. Le società segrete si fecero sentire in tutta Europa. Morto Alessandro I, una rivolta scoppiò in Russia nel dicembre del 1825. I congiurati volevano “europeizzare” il paese ed ottenere riforme sociali e regime costituzionale, ma il moto dei “decabristi” fu schiacciato dallo zar Nicola I Romanov. Le insurrezioni arrivarono poi fino in Grecia, e, dopo vari movimenti, l’indipendenza del suddetto paese fu proclamata al congresso di Epiduauro nel 1822, e fu infine sancita alla conferenza di Londra nel 1830. Nel 1824 era intanto salito sul trono francese Carlo X. Il re, con il suo primo ministro Auguste Poligna, pubblicarono quattro ordinanze che scioglievano la Camera, riducevano di ¾ l’elettorato e sospendevano la libertà di stampa. Il popolo insorse e in tre giorni – le Trois Glorieuses – rovesciò il re. Il trono fu offerto a Luigi Filippo di Orléans. Questo indicò la fine della monarchia assoluta. A Parigi, prima della rivoluzione, era stato messo in atto a teatro un melodramma che aveva acceso gli animi della rivolta. Stessa situazione accadde a Bruxelles, dove i cittadini, al termine dello spettacolo, si riversarono in strada ed assaltarono gli edifici governativi. Successivamente il 20 gennaio 1831 la conferenza di Londra sancì la nascita, l’indipendenza e la neutralità del Belgio. Poi una rivolta scoppiò anche il Polonia, contro lo zar. I cittadini aspettarono l’aiuto francese ed inglese, che mai arrivò. Questo permise alle truppe russe di marciare su Varsavia e reprimere la rivolta (gennaio 1831).

MANDATEMI IL BOJA Sulla scia della rivoluzione parigina, Enrico Misley era riuscito a conquistare la fiducia, tra il 1825 ed il 1829, del duca Francesco IV, e a progettare un piano che ne aveva sollecitato le ambizioni. Francesco IV si era fatto convincere da Misely a mettersi a capo del movimento liberale per ingrandire il suo Ducato e farne un regno costituzionale più vasto, con l’annessione della Lombardia, della Toscana e di Parma. Questo era però un progetto ambiguo. Tuttavia con il suo consenso, Misely sin dal 1826 si era messo a viaggiare, ed era riuscito ad ottenere l’appoggio del “comitato cosmopolita” di Parigi e della carboneria di Londra. Era in corso in quegli anni la guerra russo-turca che, se fosse terminata con la vittoria dello zar, avrebbe portato alla risistemazione delle frontiere stabilite da Vienna. Veniva meno quindi, il principio dell’equilibrio, e l’impero avrebbe dovuto cedere la Lombardia. Comunque alla fine degli anni venti, la congiura continuò ad estendersi nello Stato Pontificio. Tuttavia alla fine del conflitto russo-turco, non comportò alcuna modifica territoriale, cosicché il progetto di Misely e di Francesco perse ogni efficacia. Francesco IV si preparò una vira d’uscita ed incontrò Misley e gli disse di non essere più incline ad appoggiare il moto. Con Misley in Francia la cospirazione era passata nelle mani di Ciro Menotti. Intanto venne eletto papa Gregorio XVI, che sembrava garantire ai congiurati le condizioni per passare all’azione. Del resto fu sventata a Roma una trama dei bonpartisti, che volevano prendere la città e proclamare il Regno di Napoleone II. A capo della cospirazione c’era Carlo Luigi Napoleone,

futuro Napoleone III, scoperto ed espulso da Roma l’11 dicembre. Il 12 dicembre Menotti consegnava a Misley il suo programma, in cui aspirava in una costituzione di uno Stato italiano unitario ed indipendente. Menotti fissava l’insurrezione per il 5 febbraio. Successe però che già il 3 febbraio furono arrestati alcuni cospiratori. Menotti anticipò quindi l’insurrezione alla sera stessa del 3. Sfortunatamente quella sera stessa la casa di Menotti fu circondata e lui catturato. Una dopo l’altra Bologna, Modena, Reggio, Parma, le città dello Stato Pontificio, Ravenna, Forlì, Ancona, Spoleto e Perugia insorsero. Il 15 febbraio Maria Luisa fuggì a Piacenza. In tutte le città si costituirono governi provvisori, le autorità e i governatori papali abbandonarono il governo. Solamente il 26 febbraio si giunse alla costituzione di un’assemblea di 54 notabili, e solo il 4 marzo fu pubblicato uno statuto provvisorio che istituì il “Governo delle Province Unite Italiane”. Di queste però solo le province liberate ne fecero parte, quindi Modena e Parma furono escluse. Fu poi organizzata una spedizione per attaccare la Savoia, alla quale avrebbe dovuto partecipare anche Giuseppe Mazzini. A questo punto intervenne il governo francese, che bloccò una nave piena di armi destinate ai rivoltosi, troncando la rivolta sul nascere. Ai primi di marzo gli austriaci avevano già occupato Modena e Parma quasi senza combattere. All’arrivo degli austriaci, il generale Zucchi, aveva proposto di ripiegare su Bologna per unite le truppe, ma siccome Modena non faceva parte dello “stato”, il piano non si poté effettuare. Invocando il principio del “non intervento” il governo delle Province Unite riconsegnò le armi alle forze di Zucchi. Il 25 Zucchi attaccato presso Rimini dal generale Frimont. Si firmò così la capitolazione di fronte al rappresentante del papa, il cardinale Benvenuti, ottenendo la promessa di un’amnistia per i compromessi. Il generale fu dunque condannato a morte, pena poi convertita con il carcere a vita. Enrico Misley rimasto in quei giorni a Parigi, venne accusato di essere una spia di Francesco IV. La sorte di Ciro Menotti, il vero capo di tutta la congiura, era segnata: impiccato il 26 maggio 1831.

L’ITALO AMLETO E GLI ALTRI Diversi e contrapposti sembravano gli interessi in gioco, specialmente nel Mediterraneo: l’Inghilterra con Gibilterra e Malta; la Russia premeva sui Dardanelli; la Francia puntava verso l’Egitto. Si potevano ipotizzare futuri contrasti tra le potenze che avrebbero messo in discussione la cartina geopolitica dell’area mediterranea. Per quanto riguarda l’Italia, uno era il quesito: lo Stato Pontificio era l’ostacolo per l’unificazione, o proprio dal centro del “mito” di Roma si sarebbe potuti partire per un unione politica del paese? Proprio l’immobilismo dello Stato Pontificio, sordo alle richieste di laicizzazione e di ammodernamento dell’amministrazione, era fonte di preoccupazione anche per le potenze europee, che si riunirono a Roma nel 1831, ed il mese successivo inviarono al papa un “memorandum” con alcuni suggerimenti per migliorare l’ordinamento dello stato. Ma Gregorio XVI non considerò valida la conferenza e, anzi, con il ritiro delle truppe austriache nel luglio riuscì comunque ad ottenere anche la formale garanzia internazionale dell’integrità del suo Stato. Gregorio nell’enciclica Mirari vos, condannò ogni forma di liberalismo e di progresso e definì la libertà di coscienza e di stampa pessime ed aborrite. Intanto Metternich dovette affrontare sempre di più la questione dell’Ungheria, dove si andava affermando la figura del Lajos Kossuth, dove il piano era quello di unire il paese ai croati, sloveni e serbi. Nelle Due Sicilie Francesco I morì nel 1830, e gli succedette il figlio ventenne Ferdinando II. Appena salito al trono criticò apertamente la corruzione e l’inefficienza del padre, questo gli diede molto appoggio da parte dei cittadini. Abolì poi la tassa sul macinato, diminuì il prezzo del sale e richiamò in servizio impiegati e militari desunti dopo la rivoluzione. Troviamo poi Carlo Alberto che, dopo i fatti del 1821, era stato mandato da Carlo Felice a vivere a Firenze. Il re avrebbe anche voluto escluderlo dalla successine, ma il principio di legittimità, riaffermato espressamente da Metternich nel dicembre del 1822, lo aveva salvato. Carlo Albero aveva ricevuto poi il consenso per andare a combattere a Madrid, dove si era fatto valere e aveva anche ottenuto la croce di San Luigi e le spalline del primo soldato caduto. Ma Carlo Felice ancora non lo aveva perdonato. Nel maggio del 1842 Carlo Alberto era tornato in Piemonte e il 27 aprile del 1831 alla morte di Carlo Felice, era salito al trono. No n a caso per lui, era stata pubblicata una lettera scritta da “un italiano” nella quale

si diceva che il re sarebbe potuto essere il primo tra gli uomini, o un tiranno. Avrebbe solo dovuto scegliere cosa essere. Si scoprì poi che l’autore della lettera era Giuseppe Mazzini, in esilio a Marsiglia, e Carlo Alberto diede ordine di arrestarlo qualora fosse tornato in patria. Carlo Alberto stipulò poi un’alleanza difensiva con Metternich e appoggiò i movimenti legittimisti che volevano riportare al trono Carlo X in Francia, don Miguel in Portogallo e don Carlos in Spagna. Represse poi con grande severità il moto mazziniano del 1833. Rafforzò poi il regime poliziesco e affidò il compito di indagare e giudicare una Commissione speciale militare. Favorì poi la penetrazione del clero nello Stato. Poi l’apparato amministrativo fu rinnovato a riformato: nel 1831 furono soppresse le corporazioni, promulgati nuovi codici civili ed instituito un Consiglio di Stato. Anche il sistema protezionistico fu modificato: fu abolita la feudalità in Sardegna e costituita l’associazione agraria. Carlo Alberto, infine, potenziò l’esercito. Tuttavia il riformismo albertino non comportò alcun cedimento in senso costituzionale, poiché il re non era certo “liberale”. Carlo Alberto poteva contare su una classe dirigente coesa intorno al trono., mentre anche l’orientamento filo austriaco dei primi anni era andato via via modificandosi. Eppure qui nasce la “leggenda” di Carlo Alberto quale re dell’ambiguità, cupo, triste, il cosiddetto re “amletico”, e ciò accresceva in molti la convinzione che avesse e coltivasse chissà quali progetti. Sebbene questa connotazione, l’unico aggettivo attributi a Carlo Alberto, fu quello di re “traditore”. A metà degli anni quaranta, a parare di molti, il Piemonte aveva tutte le caratteristiche per porsi alla guida del processo di unificazione. Un processo destinato a conoscere una brusca accelerazione, quando il 16 giugno 1846, Giovanni Maria Ferretti salì al soglio pontificio con il nome di Pio IX.

AL DI LA’ DELLE ALPI Dopo le rivoluzione del Trenta, la repressione negli Stati della penisola fu ancora più dura. I processi e le procedure furono condotte con una severità ed illegalità da superare la procedura austriaca nel Lombardo-Veneto. Per tutto il ventennio le cospirazioni lungo la penisola comunque non si fermarono. Insorsero la Basilicata, Siracusa, Palermo, Sicilia, Calabria, Abruzzo. Arresti e processi si alterarono negli anni a seguire, anche perché le sette segrete continuarono a cospirare, così come i “comitati” all’estero. Si erano diffuse anche, tra le altre, la “Società italiana dell’Emancipazione”, guidata da Porro Lambertenghi, Guglielmo Pepe e Pietro Maroncelli. Si instituì poi la società dei Patrioti italiani”, “il Mondo” creata da Buonarroti, e gli “Apofasimeni” di Carlo Bianco di Saint-Jorioz, cui era iscritto Mazzini. Tra i fondatari, c’era Giuseppe Mazzini che sin dal 1831 aveva fondato la Giovine Italia. Molti persone avevano però lasciato la penisola si spontanea volontà, delusi ed oppressi da quell’insopportabile clima di intolleranza. Le destinazioni più ambite erano Spagna, Inghilterra, Belgio, Svizzera, Belgio e Sudamerica.il “fuoriuscitismo” italiano, era destinato ad aumentare negli anni seguenti. Gli esuli, erano persone di età, esperienza e idee politiche diverse. Molti furono condannati a vivere di stenti, altri, invece, riuscirono ad inserirsi nella società, come Antonio Panizzi, che divenne direttore della British Library. In giro per tutto l’Europa si formò quindi una sorta di classe dirigente italiana in esilio che, entrata in contatto con le buone forme di aggregazione dell’opinione pubblica, con le nuove correnti politiche e culturali del continente e con le nuove forme di vita politica, si sviluppò una serie di contatti che certamente favorirono un generale moto di simpatia per la causa italiana.

Capitolo 4 – Pensare all’Italia

Il 15 febbraio 1814, si diffusero sui muri cittadini manifesti nei quali si proibiva di indossare cappelli, che rimandavano a sette organizzate, pena l’arresto. Si diffondevano però le rappresentazioni teatrali, che trasmettevano messaggi ed idee politiche. Prima tra queste il “Nabucco” di Giuseppe Verdi, ed il “va’ pensiero” divenne subito la metafora delle condizioni vissute in patria dagli italiani. A nessuno importava che Verdi avesse scritto l’opera per Maria Adelaide d’Asburgo, prossima alle nozze con Vittorio Emanuele, che avrebbe rafforzato il legame tra le due dinastie. Anzi, col tempo “viva verdi” divenne l’acronimo di “viva Vittorio Emanuele Re

d’Italia”. Scene simili si ripetevano alle rappresentazioni del Guglielmo Tell, della Donna Caritea o del Maliaro Feliero. I teatri diventarono quindi tra gli anni Trenta e Quaranta, strumenti di diffusione per il sentimento nazionale.

PENSIERI E PAROLE I bersagli principali di queste correnti tradizionalistiche e conservatrici erano la rivoluzione e l’illuminismo. Le persone si spinsero a vedere nella rivoluzione una manifestazione del male e una sorta di espiazione collettiva imposta da Dio verso chi aveva abbandonato la fede. Aderire al Romanticismo però, significava rompere le norme consolidate, impegno civile, stimolo educativo e senso di libertà e liberalismo, libertà di indipendenza nazionale. Il Romanticismo era il culto dei valori nazionali e degli ideali patriottici. Il movimento non si spense nemmeno davanti alla censura e all’emarginazione. Attraverso diverse riflessioni di pensiero, si divise in due correnti: una democratica, repubblicana e rivoluzionaria, l’altra liberal-moderata, riformista e generalmente monarchica. I Romantici avevano anche numerose proposte per il nuovo assetto della cartina Europea. Per quanto riguarda Napoli, mentre era ancora in corso la rivoluzione, Francesco Saverio Salfi sosteneva la necessità di una costituzione federativa. Il papa sarebbe stato considerato come un principe secolare a l’Austria avrebbe dovuro concedere l’autonomia rappresentativa al Lombardo- Veneto. Nel 1821 Santorre di Santarosa, credeva che libertà e indipendenza potevano ottenersi attraverso l’ingrandimento ed in consolidamento del Piemonte. Giovan Battista Marochetti pensava invece che il futuro “inorientamento” dell’Austria, che avrebbe approfittato dello sfaldamento dell’impero ottomano, avebbe guadagnato possedimenti in quel territorio e per il principio dell’equilibrio, avrebbe dovuto cedere il Lombardo-Veneto a casa Savoia. Proponeva poi la suddivisione dell’Italia in tre stati: uno al Nord, uno al Centro ed uno al Sud. Necessitava poi la limitazione del potere temporale del papa a Roma e al territorio circostante. I Savoia avrebbero poi ceduto la Sardegna alla Francia e la Savoia alla confederazione elvetica in cambio del Canton Ticino. Angeloni, in esilio prima in Francia e poi in Inghilterra, propugnava un ordinamento repubblicano e federale sull’esempio degli Stati Uniti d’America. L’Italia doveva essere suddivisa tra il Regno d’Alta Italia, il Regno delle Due Sicilie e i domini Pontifici. Non tutti naturalmente erano federalisti, e tra gli unitari militari, il più noto tra i cospiratori, era Filippo Buonarroti. Lui ribadiva le sue convinzioni unitarie, repubblicane ed egualitarie. E mentre si discuteva anche aspramente sui fallimenti di un decennio, nel panorama cospirativo, comparve un nuovo protagonista.

UN ITALIANO A questo punto si fece notare Giuseppe Mazzini. Nel 1821 venne affidato alla carboneria, ma quella lo lasciò assai perplesso, perché gli sembrò che i carbonari non avessero alcun programma chiaro e stessero in realtà perdendo tempo. Mazzini ebbe l’incarico di recarsi a Livorno, ma già nel novembre del 1830, fu arrestato e richiuso nel carcere di Savona. Tra le sbarre Mazzini maturò definitivamente l’abbandono alla carboneria. Mazzini fu posto di fronte a d una scelta: o il soggiorno forzato in qualche cittadina del Piemonte, o l’esilio. Scelse la seconda, quindi partì per Ginevra, passò per Lione e poi si stabilì a Marsiglia. Mazzini iniziò a mettere in pratica la sua idea di fondare un movimento del tutto nuovo, con nuovi princìpi e basato sul consenso del popolo. Nel luglio del 1831 fondò quindi la Giovine Italia, che di lì a poco avrebbe assorbito gli Apofasimeni. La Giovine Italia non sarebbe scesa a patti, non avrebbe cercato l’accordo con i sovrani. La Giovine Italia era quindi profondamente diversa dalle altre società segrete, quasi un moderno partito politico. Non vi erano più i vecchi rituali, i diversi gradi di conoscenza, dei veri obiettivi da seguire, le separazioni tra le diverse “vendite”. L’azione era decisa dal centro, la propaganda doveva essere diretta. Si doveva quindi coinvolgere il popolo, e partire dall’Italia. Ma la rivoluzione sarebbe stata preceduta dall’insurrezione, intesa come guerra per bande. Mazzini indicava un programma rivoluzionario nazionale italiano, che con la bandiera tricolore si sarebbe ispirato ad alcuni grandi principi: Libertà, Uguaglianza, Indipendenza, Unità, Umanità. Con il tempo, poi, Mazzini sviluppò ulteriormente il suo pensiero. L’umanità doveva poggiare sul rispetto reciproco delle nazioni,

cellule fondamentali, e l’Italia aveva una speciale missione affidatale da Dio. L’ideale politico si nutriva di una fede profonda, non cattolica né cristiana, bensì filantropica e stimolata dall’idea di progresso. Non per caso suoi “discepoli” furono molti tra protagonisti della fase decisiva del Risorgimento come Giuseppe Garibaldi, Goffredo Mameli, Nino Bixio, Emilio Visconti. Per Mazzini era venuto il tempo di agire. Decise quindi di puntare verso il Regno di Sardegna. Il progetto prevedeva dapprima l’insurrezione di Alessandria e di Genova, e, a seguire, l’invasione della Savoia. Il piano fu però scoperto nell’aprile dall’autorità militare. Lo stesso Mazzini fu condannato a morte in contumacia. Nonostante il fallimento Mazzini non si scoraggiò e pensò a un’azione nel Ragno delle Due Sicilie, ma i membri del piano furono scoperti e costretti all’esilio. Fu così nuovamente la volta della Savoia, ancora con un’insurrezione di Genova. Nondimeno, anche questo piano fallì miseramente. A Genova intanto tutto taceva, anzi non era proprio successo nulla. Il 4 febbraio l’appuntamento coi cospiratori era in piazza Sarzana. Tra questi c’era anche il 27enne Giuseppe Garibaldi. Giunto in piazza, infatti, non avendo trovato nessuno ad attenderlo, Garibaldi era fuggito e si era rifugiato in Francia. Contemporaneamente Mazzini lasciava la Svizzera, si rifugiò a Londra. I velleitari tentativi di quegli anni smantellarono la Giovine Italia, la Giovine Europa e la Giovine Svizzera. Agli inizi degli anni Quaranta, Mazzini cercò di riorganizzare la Giovine Italia, ma i risultati furono ancora un volta deludenti. Continuarono comunque a sorgere società, tra queste l’”Esperia”, fondata dai fratello veneziani Attilio ed Emilio Bandiera. I due, però, non erano due giovani qualunque: la notizia della diserzione di due ufficiali austriaci di estrazione nobiliare, non poteva non allarmare il governo di Vienna. nel maggio del 1844 Emilio comunicò a Nicola Fabrizi, la sua intenzione di sbarcare in Italia, nonostante il parere contrario di Mazzini. La Calabria pareva quindi il luogo adatto dove sollevare il Regno elle Due Sicilie. Nella notte tra il 12 ed il 13 giugno del 1844, i fratelli Bandiera, con altri uomini, si imbarcarono. Sbarcati il 16 nei pressi di Crotone, si resero conto di non avere speranze: non c’era alcuna aria di insurrezione in Calabria. Il gruppo chiese quindi di rimbarcarsi. Giunti nel piccolo borgo di San Giovanni in Fiore, il drappello fu raggiunto dalle guardie. La sentenza di processo di condanna a morte, fu emessa il 24 luglio. La sorte dei fratelli Bandiera, non fermò però un tentativo maziniano, ovvero l’insurrezione di Rimini del settembre 1845, ma fu repressa facilmente.

IL PRIMATO DEI MODERATI Nel 1843 entrava in gioco Vincenzo Gioberti. Era sacerdote e cappellano ed il 31 maggio 1833, sospettato di aver partecipato a una congiura repubblicana, era stato arrestato proprio mentre usciva dalla casa di Teodoro di Santarosa. Egli pubblicò un libro, e fu uno chic. Sosteneva che solo con la “tradizione” si potesse arrivare al “risorgimento nazionale”. Secondo Gioberti il “popolo” era un desiderio e non un fatto, non un nome e non una cosa. Tradizione significava governi costituiti, ma anche il riconoscimento del ruolo della Chiesa nell’aver sempre difeso le popolazioni italiane dagli invasori stranieri. Da qui si doveva partire, e il “reggimento nazionale d’Italia” si doveva basare su un aspetto politico fondato sui sovrani, su “aristocrazioni civili” consultive e sul coordinamento spirituale del papa. Secondo il libro, tutti i Regni si dovevano confederare sotto la guida spirituale e politica del papa. Con il consenso dei sovrani, cioè, si doveva formare un’unione confederale degli Stati esistenti, che avrebbe garantito la protezione religiosa dall’alto del suo magistero, mentre al contempo la protezione militare sarebbe spettata al Piemonte. Era nato quindi il “neoguelfismo” che sosteneva il principio divino dello Stato come intermediario tra sovrano assoluto e il suo popolo. Si teorizzava l’impiego sociale dei cattolici e un rinnovamento democratico delle istutizioni, sia religiose, sia civili. Per evitare rischi nella censura del suo libro, Gioberti, decise di non parlare di due argomenti. Il primo diceva che il neoguelfismo sarebbe stato impossibile sotto un papa liberale come Gregorio XVI, e il secondo argomento era, che nel suo piano non veniva inclusa l’Austria, pur avendo l’egemonia sulla penisola. Grazie a quel libro, la corrente dei “moderati” e dei “democratici”, stava cominciando a prendere forma. La questione principale era l’indipendenza, cosa impossibile fino a quando l’Austria sarebbe stata la presenza dominante sulla penisola. Si doveva quindi arrivare ad un patto con gli assetti di Vienna. si

fece leva sullo sfaldamento dell’impero ottomano che, se l’Austria avesse espanso la sua egemonia in quei territori, avrebbe dovuto liberare il Lombardo-Veneto, per il principio dell’equilibrio. Gli italiani dovevano però preparare il campo. Si cominciarono a sviluppare molti opuscoli, che contenevano progetti e proposte. Da queste proposte, Gioberti prese una netta posizione contro il governo pontificio e i gesuiti, contribuendo così ad avvicinarsi alle posizioni del moderatismo, e a tracciare una divisione tra cattolicesimo liberale e quello più reazionario. Idee e convinzioni che andavano, dopo i fallimenti della restaurazione, sempre più conquistando la nuova classe dirigente. Emerse nella seconda metà del 1846 Camillo Cavour. Secondo lui l’Italia rischiava di rimanere arretrata rispetto Francia ed Inghilterra, per quanto riguarda l’industrializzazione. In quegli anni la borghesia ed il nuovo mondo intellettuale trovarono vie per diffondere tali idee. Non solo salotti e gabinetti de lettura, ma si svilupparono anche i primi Congressi di scienziati italiani. si trattava di unire uomini di diverse esperienze, per tracciare i problemi e trovare le soluzioni. Questi gruppi fornivano soluzioni condivisibili lungo tutta l’Italia, riforme comuni a tutti gli Stati, progetti di progresso generale. Gli studi sulle questioni scientifiche, trovarono vasta diffusione anche grazie alle riviste ed ai giornali. I giornali non trattavano più solamente di argomenti di evasione popolare, ma anche di carattere scientifico e tecnico. Comparvero centoventi nuovi periodici. Primo di questi era “il Conciliatore” promosso da Luigi Porro Lamberteghi e Federico Confalonieri, uscito il 3 ottobre 1818. Sfruttando i margini che la censura permetteva, sui giornali si discusse quindi della lega doganale fra gli Stati italiani, la necessità di uniformare i codici commerciali, le monete, i pesi e le misure. Nel 1844 si aprirono gli sportelli della Banca di Sconto di Genova, nel 1847 quella di Torino. A fianco dell’élite intellettuale letterata, romantica e poetica, si andò saldando anche un’opinione pubblica formata dagli strati più attivi della popolazione.

GLI ITALIANI DEVONO ACQUISTAR PREGIO DELLE LETTERE E DELLE ARTI Alla fine degli anni Venti, una sempre più vasta parte di giovani erano stati iniziati alla “educazione patriottica”. Sin dal 1816 sulla rivista “biblioteca italiana” venivano pubblicati articoli educativi e culturali, come quello della Madame de Stael. Inoltre D’Azeglio aveva pubblicato il suo romanzo del 1833 intitolato “Ettore Fieramonsca ossia la disfida di Barletta”. Sotto l’impulso del movimento romantico, quindi, con gli anni una parte sempre più ampia di opinione pubblica trovò riferimenti specifici a quella che era l’idea di nazione e a quella che sarebbe dovuta essere l’Italia non solo attraverso i testi politici, ma anche attraverso la letteratura. Una “educazione patriottica” difficile anche perché condotta sulle letture spesso clandestine o semiclandestine e dove anche la stessa struttura futura dello Stato-nazione era in discussione, tra monarchici, repubblicani, federalisti ed unitari. Le storie che si raccontavano sui libri, ripiegavano su episodi specifici, e magari locali, ma contenevano volutamente, gli stessi messaggi educativi e simbolici: aleggiava l’idea della “nazione” e ci era sempre una trama nazionale e patriottica che affondava le sue radici di un passato brillante e glorioso indiscutibile perlomeno sotto l’aspetto culturale. Ma non solo cultura ovviamente. Il sentimento patriottico veniva veicolato anche dal teatro e nella pittura. Nazione quindi significava unità, comunità, parentela perché comune era in sangue, la religione, la lingue, il passato. Ecco ancora i “Fratelli d’Italia” che Goffredo Mameli scrisse nel 1847. E infatti un altro aspetto confermava la credibilità di tutto questo movimento e la sua possibilità reali di incidere sulle coscienze: si trattava di una sorta di doppio binario, poiché questi “artisti” da una parte influenzavano la popolazione con le loro opere, dall’altro erano già, o sarebbero stati, essi stessi impiegati direttamente in politica.

Capitolo 5 – La Rivoluzione Nazionale

L’OPINIONE E’ OGGI LA VERA PADRONA DEL MONDO A Torino, nell’autunno del 1845, Carlo Alberto aveva convocato Massimo D’Azeglio in udienza. Il re parlò del suo disgusto verso degli assennati e degli onesti delle scioccherie e birberie mazziniane, per i moderati, assicurò “desiderano mettersi per una via nuova, persuasi senza fare nulla”. L’unica

forza italiana è il Piemonte. Massimo D’Azeglio rimase senza parole. In quel tempo fu pubblicato un opuscolo nel quale si diceva che la lotta politica poteva e doveva essere condotta non più con le cospirazioni, ma attraverso la costruzione dell’opinione pubblica. Innanzitutto si sarebbe dovuto protestare contro l’occupazione straniera e contro gli abusi dei governi degli altri Stati. Dopo questa pubblicazione Massimo D’Azeglio fu espulso dalla Toscana. L’espulsione era stata causata in particolare dagli attacchi contenuti nel volume, al malgoverno dello Stato Pontificio, vero responsabile delle ribellioni delle popolazioni. Altrettanto catastrofica era la situazione nel Mezzogiorno, che emerse nel 1847. Tutto cominciò da un opuscolo di Luigi Settembrini intitolato “protesta del popolo delle due Sicilie”. Anche per Settembrini si poteva protestare di fronte a tutti gli “uomini civili”. Contemporaneamente usciva uno scritto anonimo, che poi fu ricondotto a Cesare Correnti, dal titolo “l’Austria e la Lombardia”. La Lombardia infatti era vittima di una pesante pressione fiscale. Tra il 1839 e il 1840 l’entente cordiale tra Francia ed Inghilterra si deteriorò con il contrasto turco-egiziano. Dal 1840 poi, la politica francese passò sotto la guida di Francois Guizot, subì una svolta conservatrice e oligarchica e finì con l’avvicinarsi a quelle autoritarie e in particolare quella austriaca. Luigi Filippo, poi, organizzò il matrimonio tra il suo erede con la regina di Spagna, così le due dinastie si unirono sempre di più, tradendo così gli accordi precedenti in cui Francia ed Inghilterra sarebbero restate neutrali. Così la Gran Bretagna agli inizi del 1840 appariva isolata, quindi prese a guardare il Piemonte. Instaurò con esso la “peninsular and oriental navigation company” che giovò al porto di Genova. Nel dicembre del 1845, in Svizzera, sette Cantoni cattolici e conservatori firmarono una lega separata, il Sonderbund. Scoppiò quindi la guerra civile e i Cantoni vincitori adottarono una nuova Costituzione che limitò il potere dei Cantoni stessi. Nel 1846 in Galizia i contadini ruteni strumentalizzati dalle autorità massacrarono i proprietari terrieri. Tra l’indignazione dell’Europa, poi, la Francia approvò l’annessione della repubblica di Cracovia da parte dell’Austria, in violazione degli accordi di Vienna del 1815. Poi successe che Carlo Alberto aveva interpretato a modo su il trattato del 1751 riguardante la proibizione da parte dell’Austria di esportare il sale in Svizzera, così aprì la strada verso quest’ultimo. L’Austria, per risposta, aumentò i dazi sul vino, bloccandone il commercio in Lombardia ed in Piemonte. Intanto il 1° giugno 1846, morì Gregorio XVI. Suo successore fu Giovanni Maria Ferretti. Era stato scelto perché non era né reazionario, ma seppure liberale, consultava il governo per studiare soluzioni ai problemi politici più urgenti. Quando però Pio IX promulgò un’amnistia per i condannati politici, la reazione fu immediata. Dal giorno dopo Roma e le altre città dello Stato erano in tripudio. In realtà il papa era consapevole che alcune riforme erano necessarie, ma era assolutamente contrario a dare responsabilità ad un governo di laici, così come a concedere qualsiasi forma di costituzione. Il 7 novembre annunciò che il papa aveva approvato la costituzione di una ferrovia e organizzato le commissioni per la riforma della giustizia, del lavoro e dell’istruzione. Vi furono nuove manifestazioni di giubilo proprio mentre il papa prendeva possesso della Basilica Lateranense. Mazzini aveva capito che i cattolici potevano muovere quelle masse che né i liberali né tantomeno i democratici potevano mobilitare in senso nazionale e soprattutto antiaustriaco. Intanto a Milano morì Federico Confalonieri, ed i funerali si trasformarono in una manifestazione antiaustriaca. Altri eventi simili si ebbero con i banchetti in onore di Richard Codben, in una manifestazione politica. Intanto la fama del papa cresceva ogni giorno e tutti conoscevano l’inno a papa Pio IX composta da Filippo Meucci. A Roma fu poi nominata la guardia civica. Ci fu infine la razione di Metternich, che occupò militarmente Ferrara. Tuttavia questo accentuò il carattere antiaustriaco nei confronti di Pio IX. In Toscana Leopoldo II varò una nuova regolamentazione sulla stampa, seguita poi da Carlo Alberto. In Toscana cominciarono anche le modificazione del codice civile, si allargò la Consulta , fu concessa un’amnistia e istituì la guardia civica. Anche il Piemonte nella seconda metà del 1847 ci fu un accordo preliminare per la fondazione di una Lega Doganale. La situazione nella seconda metà del 1847 era esplosiva. Aspirazioni nazionali e rivendicazioni politico-sociali si fondevano con

un crescente e diffuso sentimento antiaustriaco. Ci fu poi la diminuzione dell’offerta dei beni, che portò all’aumento dei prezzi. Nacquero tumulti e la disoccupazione e la carestia erano molto diffuse. Il clima espolivo emerse anche a Messina e a Reggio Calabria. I messinesi provarono a sorprendere i militari riuniti nell’Albergo Vittoria, ma i gendarmi li sorpresero. A Reggio Calabria un gruppo capitanato da Domenico Gianandrea Romeo riuscì a prendere la città e a formare un governo provvisorio. Gli insorti volevano marciare anche su Napoli e a chiedere la costituzione, ma una nave borbonica bombardò la città facendo fallire il piano. Alla fine del 1847 l’Italia era in ebollizione, divisa politicamente in due. Da una parte lo Stato Pontificio con la Toscana, il Piemonte che si avviavano verso un programma di riforme. Dall’altra il Regno delle Due Sicile, il Lombardo- Veneto, dove l’immobilismo dei governi e la tensione tra autorità e popolazione rischiava di sfociare in una rivoluzione.

L’ANNO DEI MIRACOLI L’idea era venuta a Giovanni Cantoni: voleva colpire l’Austria nelle entrate finanziare. Per attuare questo piano tutti i cittadini, il giorno di capodanno del 1848, non fumarono. Anche se sembrava banale, questa organizzazione ebbe proprio il risultato sperato, ma il giorno dopo, le autorità reagirono e le strade erano percorse da ufficiali che fumavano fin due sigari per volta. La situazione degenerò il 3 gennaio, dove i soldati ubriachi e fumando, sfoderavano le sciabole gettandosi sui cittadini interni. Il 12 gennaio Ferdinando II compiva 38 anni ed era sul trono del Regno delle Due Sicilie. In quei diciotto anni c’erano state molte rivolte. Il 12 se ne verificò un’altra. Alcuni patrioti incitarono il popolo alla rivolta e presto in città si formarono colonne di libelli. La Masa, entrò nella chiesa di Sant’Orsola e fece suonare la campana a stormo. A quel punto comparvero altre numerose squadre di popolani armate con quanto si era trovato. Nella notte i ribelli, crearono un comitato provvisorio presieduto da La Masa. I democratici di Rosolino Pilo, i liberali, gli aristocratici, anche i conservatori si erano uniti con un programma chiaro: indipendenza della Sicilia. Ferdinando tentò di correre ai ripari nei giorni successivi. Propose una parziale autonomia all’isola che fu respinta sdegnosamente dal Comitato generale. Alla fine di gennaio ai borbonici rimanevano Siracusa i l’imprendibile cittadella di Messina. Lo stesso 27 gennaio fu istitutia la Guardia nazionale, comandata dal barone Pietro Riso, con il compito di mantenere l’ordine, il 2 febbraio il Comitato assunse i poteri di governo provvisorio dell’isola. Lo stesso 27 gennaio una grandiosa manifestazione e governo presieduto dal duca Serracapriola e decise di concedere la costituzione, che fu pubblicata il 29 gennaio. Il 30 febbraio a Livorno una grande manifestazione chiese la liberazione di Francesco Domenico Guerrazzi, che era stato incarcerato proprio perché durante una manifestazione aveva chiesto la costituzione. L’11 febbraio Leopoldo II, pur senza pronunciare la parola “costituzione”, promesse di firmare un accordo. Lo fece il 17, che era in realtà proprio una costituzione. Anche a Torino la notizia della concessione della costituzione a Napoli, creò grande euforia e manifestazione popolari. Dopo queste insurrezioni, Carlo Albero pensò di abdicare, ma il 7 febbraio al consiglio di conferenza, tutti i ministri si dichiararono favorevoli alla costituzione. L’8 febbraio fu annunciata la prossima pubblicazione di uno statuto, che rimarrà poi in vigore fino al 1947. Lo stesso 8 febbraio anche Roma era in subbuglio. Infatti per il pontefice concedere una costituzione significava aprire definitivamente i governi a personalità laiche, questi governi avrebbero potuto prendere decisioni contrarie alla Chiesa. Così il 10 febbraio Pio IX emise una proclama, nella quale confermò che non avrebbe appunto concesso la costituzione. Come accadeva fin dalla sue elezione, il papa fu frainteso, ed una folla lo esultò sotto il balcone del Quirinale. Però nei giorni successivi Pio IX sembrava farsi trascinare dagli eventi e cominciò a studiare l’opportunità di concedere una costituzione. Così il 13 marzo fu firmato lo “statuto fondamentale per il governo temporale degli stati della Chiesa”. A metà marzo tutti gli stati, per eccezione dei Ducati di Parma e Modena, e naturalmente il Lombardo-Veneto,avevano ordinamenti costituzionali. Il sovrano rimaneva comunque al centro di tutta l’architettura dello Stato, conserva tanto il suo carattere sacro e inviolabile quanto il potere esecutivo, le responsabilità di politica estera, il ruolo di

capo delle forze armate. Inoltre promulgava le leggi, sebbene dovesse farlo insieme al Parlamento. In Parlamento era diviso in due Camere, quella alta era in Senato, ed una bassa, elettiva. La magistratura rimaneva sottoposta all’influenza governativa. La stampa veniva poi dichiarata libera, così come il diritto di associazione. I sovrani poi, on avrebbe potuto compiere scelte in assoluta indipendenza, erano chiamati a rispondere del loro operato davanti ai rappresentati eletti dai sudditi, che si trasformarono in “cittadini”.

LE BARRICATE Il 22 febbraio a Parigi la rivoluzione costrinse Luigi Filippo ad abdicare il governo provvisorio. Così il 24 febbraio del 1848, si proclamò la repubblica. Il 10 marzo un’insurrezione a Berlino impose al re di Prussia Federico Guglielmo un’assemblea costituzionale a suffragio universale, e tre giorni dopo anche l’impero asburgico fu investito dalla rivoluzione. Il 13 marzo insorse Vienna, e l’imperatore licenzio dopo quarant’anni, il primo ministro Metternich.la rivoluzione si estese a Praga, Budapest, e in Italia nel Lombardo-Veneto. Le notizie dell’insurrezione di Vienna giunsero a Venezia, ed il 17 marzo la città era già in fermento, chiedendo la liberazione di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin. Il governatore della città Fedele Palffy, in un clima surriscaldato non potè che cedere. I due furono quindi liberati. Intanto a Milano, il viceré Ranieri, avvertito dei tumulti di Vienna, si allontanò da Milano con la famiglia. Così due patrioti tra i più decisi Cesare Correnti e Pietro Maestro , decisero di organizzare la rivolta per l’indomani. L’insurrezione era però azzardata: Milano era sede dell’Altro Comando generale del Lombardo-Veneto, capitanato dal generale Radetzky. Nessuno sapeva quindi cosa sarebbe esattamente successo, ma nella mattina di sabato 18 marzo l’agitazione era generale. Radetzky comunque ordinò alle truppe di restare nelle caserme. Intorno a mezzogiorno una gran folla si era radunata di fronte al Broletto, la sede del comune. I rivoltosi erano ovunque, e il podestà e gli altri rientrarono nel palazzo. I cittadini trovarono però O’Donnel, e lo rapirono. Casati e Cernuschi fecero firmare a O’Donnel tre decreti che accordavano la formazione di una Guradia civica. Poco dopo si sentì però tuonare un cannone, ciò significava che Radetzky stava reagendo, e dichiarava lo stato d’assedio. Iniziarono così le cinque giornate di Milano. Le strade si riempirono immediatamente di barricate, e la battaglia infuriò per tutta la città. Gli austriaci riconquistarono comunque il palazzo del governo e occuparono il municipio al Boletto, facendo circa 160 prigionieri, ma non Gabrio Casati, considerati il capo dei ribelli, ne Cernuschi e Manara. All’alba della mattina del 19 si cominciò a sparare. Ma gli austriaci pur occupando i punti strategici, si trovarono in grande difficoltà perché tutte le strade della città erano bloccate dalle barricate che impedivano le manovre dell’artiglieria. Per quanto riguarda le armi, l’inventiva non mancava, e ci si armava con qualsiasi cosa. Per gli austriaci, però, c’era il problema dell’approvvigionamento. Nei suoi rapporti Radetzky sosteneva di aver capito che l’unica possibilità era tentare di prendere la città con la fame, ma intanto lo stesso problema attanagliava anche le sue truppe. Il 20 marzo iniziò il terzo giorno di combattimenti. Gli austriaci cominciarono però a ritirarsi e Tonelli piantò sulla guglia più alta del Duomo, la bandiera tricolore. Il 20 comparve anche Carlo Cattaneo. Lui era repubblicano federalista, ma non credeva nelle cospirazioni. La sera del 17 quando, a Milano erano giunte notizie da Vienna riguardo la libertà di stampa, Cattaneo si era chiuso in casa dedito alla preparazione di un nuovo giornale, che prenderà il nome de “il Cisalpino”. Per Cattaneo, quindi, si doveva rimanere all’interno di un’opposizione decisa ma non insurrezionale, e ottenere quanto più possibile: autonomia all’interno dell’Impero, ritiro delle truppe austriache, armamento nazionale. Per tre giorni Cattaneo aveva rifiutato di credere nella rivoluzione di Milano. Ora, invece aveva finalmente deciso di intervenire e propose di costituire un Consiglio di Guerra, un organismo che fosse più efficiente nel guidare e coordinare i combattimenti. Con la formazione di un consiglio di guerra, si aprirono delle crepe nella direzione politica dell’insurrezione. A parere di Cattaneo, l’unico obiettivo doveva essere la cacciata degli austriaci, e non si doveva discutere di quale sarebbe stato il futuro della Lombardia; i moderati invece guardavano in prospettiva dell’unione con il Piemonte di Carlo Alberto, di cui peraltro nessuno al momento aveva notizie. Anche il terzo e il quarto giorno gli eventi furono favorevoli agli

insorti, che occuparono il palazzo reale, le carceri e il palazzo della polizia. Ma soprattutto respinsero ne proposte di armistizio di Radetzky. Alla fine, per troncare la discussione, fu preparato un documento che, firmato da oltre duecento cittadini tra cui Alessandro Manzoni, recitava che la città di Milano, per liberarsi, doveva scacciare il comune nemico. Il 22 marzo, quinto giorno di combattimenti, la municipalità si costituì un governo provvisorio, presieduto da Gabrio Casati, e lanciò un nuovo proclama alla cittadinanza. I combattimenti proseguirono incessantemente per tutto il giorno. I milanesi a questo punto dovevano riuscire a sfondare una delle porte della città per collegarsi alla campagna. Si decise quindi di attaccare Porta Tosa. La battaglia durò dalle undici del mattino alle sette di sera, e alla fine i milanesi sfondarono e presero la Porta, mentre gli austriaci tentavano tra l’altro di distruggere quante più fortificazioni possibili e per tutta la città divamparono incendi. Ma in senso delle Cinque Giornate stava nella partecipazione di tutti e ceti sociali. Il 22 marzo gli austriaci iniziarono così la ritirata: alle undici Milano era libera e, nel frattempo insorgeva anche l’altra capitale del Regno, Venezia. Il 22 marzo il comandante dell’arsenale, conte Van Marinovich, fu massacrato dagli operai a colpi di spranga e l’arsenale stesso fu occupato. I reparti della fanteria e della marina si ammutinarono. Le autorità austriache trattarono così la capitolazione. Il governo provvisorio costituito la sera del 22 si dimise in mattinata a causa delle proteste popolari: si era saputo che Manin era stato escluso perché ritenuto troppo repubblicano e radicale. Il nuovo governo, presieduto quindi dallo stesso Manin, proclamò il giorno dopo la rinascita della Repubbubblica di San Marco. Il 23 marzo tutte le città del Lombardo-Veneto, tranne Verona e Mantova, avevano cacciato gli austriaci. Radetzky era in fuga verso il Quadrilatero, l’imprendibile area di Verona, Legnano, Mantova e Peschiera.

L’ORA DI CARLO ALBERTO Le volontà di Carlo Alberto di espansione verso la pianura padana erano ben note, ma dovevano essere giustificate di fronte ad un’Europa sconvolta dalle rivoluzioni. Proprio il 23 marzo Cavour pubblicò su “il Risorgimento” un articolo che spazzò via gli ultimi dubbi: sia i moderati, sia i democratici, volevano la guerra. Quello stesso pomeriggio del 23 marzo, Carlo Alberto si decise. Sarebbe stata guerra, giustificata, sotto l’aspetto della propaganda, dal diritto dei popoli all’indipendenza. Ma la guerra che il sovrano intendeva era una guerra dinastica e monarchica, e non certamente, una guerra rivoluzionaria e democratica, come quella che rischiava di diventare. Carlo Alberto, quindi, identificava il suo futuro con quello nazionale, e dichiarava il ruolo egemonico del Piemonte sugli altri Stati, sicuramente sul Nord Italia. L’esercito piemontese si mosse con esasperante lentezza, e varcò il Ticino il 29 marzo. Nei primi giorni il conflitto sembrò assumere il carattere di una vera guerra nazionale italiana. Si lasciarono partire i contingenti, e non si ostacolarono gli arruolamenti dei volontari. Senza dubbio l’entusiasmo patriottico che si manifestava concretamente nel fenomeno del volontariato, portava alti gli umori e le speranze. Questa prima fase di guerra vide impegnata Salò, già il 2 aprile, i volontari di Luciano Manara respingere gli austriaci oltre il lago di Garda, mentre i piemontesi ebbero uno scontro vittorioso con gli austriaci sei giorni dopo a Governolo. La prima battaglia di svolse il 30 dello stesso mese a Pastrengo, ma i piemontesi ottennero solo una vittoria parziale, perché non riuscirono poi a riattaccare gli austriaci dentro Verona. A Curtatone e Montanara il 29 maggio l’eroica resistenza dei volontari toscani, tra i quali vi erano centinaia di studenti universitari, fu la premessa alla vittoria di Goita del 30 maggio che fece capitolare Peschiera. A Milano il 12 maggio fu pubblicato il decreto per il plebiscito sulla fusione della Lombardia con il Piemonte. Mazzini, poi, era arrivato a Milano il 7 aprile, e aveva dichiarato di essere disposto a soprassedere momentaneamente all’istanzza repubblicana pur di vincere la guerra. Cattaneo sostenne addirittura di preferire il ritorno dell’Austria, piuttosto a Carlo Alberto. Tra aprile e giugno si svolsero i plebisciti, e i risultati furono tutti favorevoli all’annessione. Nell’estate del 1848, quindi, Carlo Alberto si trovò a regnare su tutto il Nord e formò il primo governo italiano, presieduto dal milanese Gabrio Casati. Ma il fronte bellico andava però in frantumi, facendo così crollare le premesse e le basi della guerra federale nazionale. Dall’inizio

della guerra Pio IX era in una situazione insostenibile. Molte delle sue truppe avevano combattuto contro gli austriaci, quindi era sempre più difficile tenere una posizione di neutralità. Il papa si ritirò quindi dalla guerra nel quale era stato trascinato. Il mito di Pio IX era finito, così come il neoguelfismo: l’equivoco era durato tre anni. Questo sancì al contempo una rottura tra il movimento cattolico e quello nazionale, una lacerazione che si ripercuoterà anche sulla formazione dello Stato unitario. Ferdinando II era alle prese con problemi. Vedeva con favore l’espansionismo sabaudo, però doveva anche riconquistare la Sicilia, dove, in aprile, perse anche Siracusa, teneva ormai solo Messina. Nell’isola era si era riunito il Parlamento, e sotto il governo di Ruggero Settimo, era stata proclamata la fine della dinastia borbonica e adottata la bandiera tricolore. L’idea dei siciliani era di chiamare il secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando di Savoia, sul trono. Anche a Napoli, infanti, alla fine di aprile si riuniva il Parlamento costituzionale. La città era in agitazione. Si sparse poi la voce, peraltro fasulla, che i soldati del re avrebbero arrestato i deputati. Immediatamente comparvero le prime barricate. Il 15 maggio scoppiò una battaglia. Ferdinando richiamò subito le truppe partite per combattere gli austriaci, mentre i suoi soldati intimavano la chiusura del Parlamento. Intanto al Nord la controffensiva austriaca sembrava inarrestabile. L’11 giugno gli austriaci presero Vicenza. La parte orientale del Veneto, da Padova a Palmanova, che cadde il 25 giugno, era presa. Solo Venezia resisteva a oltranza. Radetzky aveva la via del ritorno libera. Aveva vinto la guerra. Così Carlo Alberto ripiegò su Milano. Combattere a Milano significata mantenere vivo, anche se aveva perso, il legame con la Lombardia. Il re e l’esercito arrivarono a Milano il 3 agosto. Il 4 gli austriaci attaccarono Carlo Alberto, che decise per la resa. Nella notte tra il 5 e il 6 agosto, il re abbandonava Milano. Il giorno dopo Radetzky rientrò a Milano, e il capo di Stato maggiore Salasco firmò l’armistizio con il generale Hess, delegato dalle forze imperiali. Il 10 Carlo Alberto, annunciando la stipulazione della tregua, sostenne che “la causa dell’indipendenza italiana, non era ancora perduta”.

SPERANZE E DELUSIONI La guerra non era comunque definitivamente persa: Venezia, ad esempio, resisteva ancora. In agosto Bologna insorse contro gli austriaci. La città rimase qualche giorno nelle mani dei rivoluzionari, e si pensò alla formazione di un governo autonomo. Il 16 settembre Pio IX nominò capo di un nuovo governo Pellegrino Rossi, già ambasciatore di Roma sotto Luigi Filippo. A Firenze il 17 agosto fu nominato primo ministro Gino Capponi. Ma in Toscana il potere fu di fatto preso da Francesco Domenico Guerrazzi, ma senza che Firenze ne riconoscesse l’autorità. A quel punto comparve Giuseppe Montanelli. Il suo rientro fu accolto con grande entusiasmo: nominato dal granduca governatore di Livorno. Lui sosteneva che la guerra era stata persa, perché avevano combattuto non come “italiani”, ma come napoletani, piemontesi, romani. Capponi si dimise e il granduca incaricò Montanelli e Guerrazzi di formare un governo. Nel frattempo i democratici conducevano a Roma una furibonda campagna contro Pellegrino Rossi, che fu colpito con una sola coltellata al mento e morì venti minuti dopo. La città sembrava alle soglie della guerra civile: la seduta della Camera fu sospesa, ministri e cardinali fuggivano, bande incontrollate di giovani festeggiavano per la capitale. Il giorno dopo i democratici del Circolo popolare chiesero al papa di formare un governo democratico come quello toscano. Al Quirinale Giuseppe Galletti fu incaricato dal papa per affermare che il pontefice non voler concedere niente sotto l’imperio della violenza. La folla allora assaltò il Quirinale. Ne uscì un nuovo governo presieduto da Muzzarelli. Il 24 novembre, vestito da semplice prete, Pio IX lasciò Roma in carrozza, per dirigersi verso Gaeta. La sua fuga aveva un preciso significato: il papa voleva delegittimare coloro che pretendevano di detenere il potere. Il 13 dicembre molti circoli popolari dello Stato Pontificio affermarono che la monarchia costituzionale era decaduta poiché il papa era fuggito. Però il papa il 1 gennaio scomunicava tutti, ma le elezioni furono fissate per il 21 gennaio 1849: si trattò delle prime elezioni a suffragio universale della storia d’Italia. Le discussioni sul voto durarono tutta la notte, poi, la mattina del 9, le campane sancirono la nascita

della Repubblica Romana. Si abrogò il Santo Uffizio, la censura di stampa venne abolita, e si nazionalizzarono tutti i beni ecclesiastici, senza alcuna eccezione. Anche Mazzini arrivò a Roma dalla Toscana. Lui voleva la guerra in funzione nazionale, e chiese all’Assemblea di raccogliere armi e di fabbricarle. Era il marzo 1849, la guerra del Piemonte stava per cominciare. Nel Regno di Sardegna l’armistizio era stato accolto assai male. Tumulti e dimostrazioni si erano susseguiti, Genova era insorta, il re era stato accusato di tradimento e di pusillanimità. Il ministero “italiano” di Gabrio Casati si era dimesso dopo l’armistizio. Anche i democratici volevano la guerra, ed il re si rendeva conto che per evitare una crisi rivoluzionaria in Piemonte, si doveva riprendere il conflitto a qualsiasi costo. Affidò quindi in dicembre il governo a Vincenzo Gioberti il quale, volle fare la guerra con la Toscana per restaurare il papa e Leopoldo II, e contemporaneamente riprendere le ostilità con l’Austria. Il Parlamento votò il 23 gennaio un disegno di legge che stabiliva l’elezione a suffragio universale di trentasette deputati da mandare alla futura Assemblea costituente italiana. L’idea dei democratici toscani era quella di fondere i due Stati in uno unico, magari con forma di repubblica. Nel frattempo il programma di Gioberti si basava su presupposti e ipotesi inesistenti. Vincenzo Gioberti usciva così definitivamente dalla scienza politica, mentre il 12 marzo il Piemonte rompeva l’armistizio. Il comndo delle truppe fu affidato a Wojciech Charzanowski. A Brescia la notizia della vittoria piemontese fece scoppiare una nuova insurrezione, la città era guidata da Tito Speri. Ma la notizia della vittoria era falsa: Carlo Albero era stato infatti sconfitto a Novara. Cos’ Carlo Alberto Abdicò nella speranza che gli austriaci avrebbero concesso condizioni di armistizio non troppo onerose al nuovo re. Tre ore dopo aver abdicato in favore del figli, partì per l’esilio in Portogallo, dome morì 4 mesi dopo a Oporto, in solitudine. Il giorno dopo Vittorio Emanuele II andò a Vignale, nella cascina quartier generale di Radetzky, per contrattare condizioni non eccessivamente dure per l’armistizio, che fu firmato due giorni dopo a Novara. Cos’ gli austriaci acconsentirono a non occupare tutta Alessandria, ma solo la cittadella. Iniziò la liquidazione del 1848. A Torino la notizia dell’armistizio provocò molti tumulti e la folla prese il Palazzo ducale di Alessandria. Guerrazzi cercò di convincere il granduca a tornare, perché l’invasine austriaca era molto probabile. Tuttavia in Toscana l’11 aprile si rovesciò il “dittatore”. Così successe, e l’ultima a cadere fu Livorno. In Toscana tornava la monarchia assoluta. In Sicilia era tornata la calma. I conflitti cominciarono con il bombardamento borbonico guidato da Carlo Filangieri, nel settembre del 1848. A febbraio Ferdinando propose la separazione amministrativa e la nomina di un viceré a Palermo, ma i siciliani rifiutarono. Un anno esatto dopo i fatti di Napoli, il 15 maggio 1849 l’esercito borbonico rioccupò Palermo. A Napoli intanto il sovrano aveva già fatto chiedere la Camera, anche nel Mezzogiorno il costituzionalismo era finito. Il cardinale Antonelli aveva chiesto in intervento armato a nome del papa a Spagna, Austria, Francia, Regno delle due Sicile. Il 29 marzo si erano poi diffuse le notizie della sconfitta di Novara. Tra le potenze si mosse per prima la Francia di Luigi Napoleone. L’impero austriaco non si oppose all’intervento, anzi sembrava dirigersi verso una nuova alleanza anti-inglese. Un corpo al comando del generale Oudinot sbarcò a Civitavecchia e affermò che lo scopo dell’intervento era di aiutare la mediazione tra la repubblica ed il papa. Ma i romani non erano così ingenui: Mazzini incitò alla resistenza a oltranza “in nome dell’indipendenza”. Per combattere arrivarono volontari da tutta Italia. Oudinot attaccò Porta Cavalleggeri il 30 aprile, ma fu ricacciato indietro. Nello Stato Pontificio penetrarono da sud i napoletani. A metà giugno mancava solo Roma, il resto dello Stato Pontificio era stato preso. Il 3 giugno i francesi ripresero le ostilità, ma ci volle un mese per riconquistare Roma. Il 30 giungo 1849, infine, i francesi sferrarono l’attacco decisivo e l’assemblea si arrese. Il nuovo triunvirato era comporto da Calandrelli, Mariani e Saliceti e decise di ricevere il 2 luglio “passivamente in francesi in città”. Il giorno dopo come atto simbolico emanò in Campidoglio la Costituzione della Repubblica Romana, l’unica carta democratica del Risorgimento italiano. Mazzini rimase in città fino al 12 luglio, quindi partì per Marsiglia e poi andò in Svizzera. Garibaldi, invece, il 2 luglio chiamò a raccolta i suoi uomini. Il generale uscì dalla città con quasi 50mila uomini, per proseguire la guerra delle campagne e magari raggiungere Venezia. Intercettato dagli austriaci allora sbarcò alla foce del Po, e tentò la fuga attraverso le paludi. Tuttavia un imbarco

raggiunse Chiavari, dove venne arrestato. Garibaldi fu portato a Tunisi, alla Maddalena, fuggì poi a Tangeri e nel 1850 arrivò a New York, dove si diffuse il mito di “Garibaldi, difensore dei popoli oppressi”. Il 22 agosto 1849, dopo cinque mesi d’assedio, caddi infine Venezia. Il 1848 era veramente finito. Avevano perso tutti, e avevano perso male. La “rivoluzione nazionale” aveva dimostrato che nessuno dei governi italiani era stato disposto a rinunciare a parte della propria sovranità. Non erano stati capaci di operare con gradualità e unità e di proporre un disegno di programma unitario e di trasformazione della penisola, un’unità ideologica, che si rifletteva anche sulla mancanza di un riferimento su scala nazionale, a una classe sociale. Allo stesso tempo anche i moderati non erano riusciti ad esprimere un centro di aggregazione “nazionale”. Il movimento di cattolico-liberale, e il neoguelfismo, era stato stroncato dalla defezione del papa, che aveva chiesto aiuto a tutte le potenze assolutiste per essere reintegrato al potere. Ancora, non era scomparsa la tara atavica del municipalismo. Eppure le rivoluzioni avevano avuto in sostegno e un appoggio dalla popolazione come mai si era verificato, soprattutto nelle città. E il fenomeno del volontariato non era per niente trascurabile. Per un certo tempo, poi, le due anime del movimento nazionale, quella moderata e quella radicale, erano persino riuscite a collaborare. Un sovrano della penisola, Carlo Alberto, aveva ufficialmente reagito. Al primo accenno di insurrezione, i governi erano caduti e gli occupanti scacciati. Ma il 1848-49 poteva anche essere visto come una premessa per il futuro.

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