La  fortuna con la f maiuscola, Progetti di Comunicazione Teatrale. Università di Firenze
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iris8114 gennaio 2016

La fortuna con la f maiuscola, Progetti di Comunicazione Teatrale. Università di Firenze

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è un riassunto e un'analisi della commedia di Eduardo De Filippo, analizzando lo stile comunicativo, la trama, gli stereotipi che ne emergono
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A fortuna con la F maiuscola (Eduardo de Filippo, Pupella Maggio) A fortuna con l'effe maiuscola è una commedia in tre atti scritta nel 1942 da Eduardo De Filippo in collaborazione con Armando Curcio. La vicenda è ambientata in un povero, misero, gelido appartamento al primo piano di un palazzo, nel quale vive la poverissima famiglia Ruoppolo. Giovanni, padre di famiglia è uno scrivano poverissimo, che si sforza per tirare a campare, sua moglie Cristina è casalinga. Insieme a loro vive il nipote di lei, Erricuccio, figlio di una sorella morta, che è un giovane di 26 anni disoccupato, analfabeta, sempliciotto, malato di nervi. Con il suo comportamento discutibile, spesso è causa di litigi tra la famiglia e gli altri abitanti del palazzo. Si arrangia a guadagnare qualche soldo facendo da tramite a Donna Amalia la moglie avvenente e sfrontata di Don Vincenzo con il suo amante Pietruccio, fa insomma il ruffiano, facendo il portalettere d’amore all’occasione. Ma Don Vincenzo, uomo di forte temperamento, ha capito qualcosa e inscena una finta partenza per cogliere sul fatto i due amanti, infatti non appena si allontana subito Amalia contatta Pietruccio tramite Erricuccio, con un biglietto d’amore. Intanto, l’avvocato Manzillo, per il quale Giovanni fa qualche lavoretto occasionalmente gli propone un affare. Un suo cliente, barone Sandrino di Torrepadula, sarebbe disposto a pagare diecimila lire per farsi riconoscere da Giovanni come suo figlio, in quanto essendo ignoto il suo vero padre, non può presentarsi a casa della nobile famiglia della fidanzata per chiederla in sposa. La fame e l’estrema miseria lo spingono ad accettare e subito intasca l’anticipo per comprare da mangiare.

Nel frattempo in assenza di Giovanni e Cristina, si presenta a Erricuccio il notaio Giuseppe Bagnulo, vecchio amico di famiglia, che ha da dare alla famiglia Ruoppolo una notizia sensazionale. Il fratello di Giovanni emigrato in America molti anni orsono, Federico Ruoppolo, è morto, nominando come erede universale il fratello Giovanni. L’eredità è molto cospicua, ma il notaio sentendo che Giovanni ha accettato di legittimarsi un figlio non suo, diviene molto preoccupato. Il testamento, infatti, contiene una clausola: nel caso Giovanni avesse un figlio, tutta l’eredità passerebbe a lui, quindi bisogna avvisare subito Giovanni, per non far portare compimento l’atto, che gli farebbe perdere qualsiasi diritto alla fortuna. Purtroppo il notaio è in partenza urgente per Roma e deve lasciare il compito di informare Giovanni a Erricuccio, lasciandogli anche il suo biglietto da visita. Uscito il notaio, grazie alla complicità di Erricuccio che gli dà il via libera dal finestrone delle scale, Pietruccio e donn’Amalia si incontrano. Ma don Vincenzo sorprende in flagrante i due amanti e armato di pistola insegue Pietruccio, il tremendo frastuono spari, urla, spaventano a tal punto Erricuccio che perde la parola. Il secondo atto si apre con la visita delle donne del palazzo, buone amiche della famiglia: Assunta, Carmela e Teresa, che oltre ad oltre a sincerarsi delle condizioni del ragazzo ormai muto, riferiscono che la lite tra Vincenzo e Amalia si è subito pacificata. Erricuccio viene visitato dal dott. Gervasi che gli diagnostica un trauma, uno shock di origine nervosa, e soltanto un altro shock violento potrà far riacquistare la parola al ragazzo. Nel mentre la pratica di legittimazione procede e l’avvocato Manzillo con Sandrino si presentano in casa Ruoppolo per ultimare l’operazione. Erricuccio, muto non riesce a dire a Giovanni dell’eredità e dimentica di mostrare il bigliettino da visita del notaio Bagnulo, si oppone con tutte le sue forze, perfino strappando il documento dalle mani dell’avvocato. Giovanni non capisce e attribuisce questo comportamento bizzarro ad una gelosia segreta del ragazzo nei confronti del nuovo figlio. Giovanni promette a Erricuccio che non avrebbe firmato nessun documento, ma poi si reca dal notaio per ultimare il riconoscimento di Sandrino quale suo figlio legittimo. Erricuccio, rimasto di nuovo solo, riceve la visita di don Vincenzo, che lo minaccia con la revolver, perché sono in corso le indagini della polizia nel palazzo, e lui deve tacere, infatti avendo perdonato la moglie l’episodio è chiuso. Nell’agitare la rivoltella, parte d’improvviso un colpo, don

Vincenzo scappa, e Erricuccio dallo spavento riacquista la parola. Giovanni durante un festicciola racconta a tutti i presenti dell’avvenuto affare, cosicché Erricuccio si ricorda tutto ad un tratto dell’eredità e mette al corrente Giovanni, che nel momento in cui sente la clausola testamentaria, secondo la quale se avesse avuto un figlio legittimo avrebbe perso ogni diritto, Giovanni viene colto da un malore e anch’egli perde temporaneamente la parola. Il terzo atto è caratterizzato dalla visita del notaio Bagnulo ad un Giovanni disperato e invasato dal dolore. Il notaio quando capisce la gravità della situazione, della compromissione del diritto all’eredità si offre egli stesso di parlare a Sandrino il barone, confidando nella sua nobiltà d’animo, cercando di convincerlo a rinunciare all’enorme ricchezza. Sandrino non si lascia ingannare, appena fiutata l’enorme fortuna, impone al notaio di procedere rapidamente per espletare la volontà del defunto, annunciando paradossalmente che ormai quasi certamente non si sarebbe più sposato. Giovanni è rabbioso, distrutto, la sua vita sarà per sempre misera e maledicendo il barone in un attimo di lucidità mentale, capisce che c’è un modo, anche se a caro prezzo, per impedire tutto questo. una vita di miseria. Decide così di consegnarsi alle autorità per falso in atto pubblico, accettando di andare in galera per cinque anni annullando in tal modo l’atto di legittimazione e lasciando Sandrino senza niente in mano. Confessa il reato e va in prigione, accompagnato da tutti i familiari felici e scalpitanti per la sopraggiunta eredità. Lo stile comunicativo è quello classico eduardesco, semplice ma di grande effetto, lineare, ironico, amaro, sarcastico, comico e tragico insieme. Lo stereotipo che emerge è quello classico della tradizione napoletana: il napoletano che si arrangia a campare, disoccupato, povero, disperato, che cerca di tirare avanti con ogni espediente, perfino quello di riconoscere un figlio per bisogno di diecimila lire, poi c’è quello del marito tradito e della moglie infedele, e infine il defunto parente americano che lascia una fortuna al suo povero fratello napoletano, che è da sempre impresso nell’immaginario partenopeo.

Fonte Wikipedia La fortuna con la F maiuscola

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