Appunti di pedagogia - Rif: La guerra dei bambini. , Schemi riassuntivi di Pedagogia. Università degli Studi di Milano-Bicocca
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Appunti di pedagogia - Rif: La guerra dei bambini. , Schemi riassuntivi di Pedagogia. Università degli Studi di Milano-Bicocca

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Appunti rielaborati delle lezioni di pedagogia. Testo utilizzato a lezione: La guerra dei bambini. Gioco, violenza e rito da una testimonianza rinascimentale di Francesca Antonacci, Massimo Della Misericordia
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La guerra dei bambini 

1. il  gioco consentito:  dalle  testimonianze giudiziarie  del  1499 conservate nell’archivio storico del  comune di Bormio, emerge una vicenda di un gruppo di bambini, di non specificata età; si presume tra i 3 e i 10  anni(denominati “pueri”). Essi si erano radunati in località Rovinaccia in uno spazio esterno all’abitato per darsi  battaglia. Nella seconda metà del ‘500, due aspetti della manifestazione descritta, ossia l’ambientazione nello  spazio antistante ad una chiesa e il suo svolgimento in un giorno di festa(domenica), sarebbero stati censurati  dalle autorità ecclesiastiche. Nel 1300 vengono vietate le lotte e gli scontri a sassate o bastonate(i bambini erano  minacciati con una pena pecuniaria e nell’eventuale insolvenza, puniti con la fustigazione(alcune fasce d’età non  erano prese in considerazione). Gli statuti di Bormio regolavano i giochi in generali(gioco d’azzardo, dadi, carte e  scacchi); il testo normativo non condannava le varie forme di scontro ludico/sportivo(battagliola, pugilato). C’era  una certa tolleranza nei confronti del gioco, anche se vi erano delle restrizioni. 

2. l’immunità ludica:  il gioco è una relazione spesso a rischio di diventare rissa; e fu proprio questo  carattere competitivo dell’attività ludica, che può trascendere anche nell’aggressione fisica, ad essere argomento  a   sostegno   della   politica   proibizionistica   di   religiosi   e   laici.   Spesso   chi   gioca   provoca   chi   ne   è   rimasto  estraneo(Giacomo Abundii de Plata colpisce la porta chiusa della casa di Rainaldo del la Carona con una boccia  e ciò causa uno scontro che richiede l’intervento delle magistrature comunali). La battaglia dei bambini ha intento  simulativo della guerra degli adulti; esibiscono bandiere, simbolo di identificazione degli eserciti, e si affrontano  con bastoni, spade di legno e aste. Il momento ludico sfocia in aggressione quando il figlio di Baldassarre Bruni,  a terra, viene schiacciato dai suoi coetanei; gli adulti lì presenti fino ad allora come testimoni subentrano, vista la  necessità,   e   uno   di   loro,   Tonio   di   Bernando  Caxolari,   separa   i   bambini   con   la   spada.   Vi   è   una   doppia  discontinuità,  ossia  l’interruzione del  gioco, data dalla presenza di  una spada vera, e dalla dissoluzione del  rapporto pubblico­bambini. Non tutti i padri dei giocatori erano presenti durante la battagliola. Ai bambini viene  inoltre strappata la bandiera e il tutto sfocia in una vera e propria rissa(accusa del contendente di essere un  mentitore, l’immediato succedersi dei fatti alle parole, le sassate, le aggressioni fisiche, l’esibizione delle spade e  gli intenti pacificatori). 

3. la cornice ludica: 

una domenica del giugno 1499 alcuni uomini di Bormio si devono presentare di fronte ai giudici a causa di una  rissa scoppiata  a  seguito di  una guerra  combattuta   tra  bambini.   La  battagliola   tra  bambini  sembra essere  accettata nel canone della normalità per l’epoca, anzi diveniva uno spettacolo interessante a cui assisteva un  folto pubblico. La cornice ludica è segnata dalla partecipazione dei bambini ai quali è consentito il gioco, anche  violento, dall’uso di armi­giocattolo, di bandiere, dallo spazio(spiazzo antistante la chiesa)e dal tempo festivo.  Bateson sottolinea il carattere paradossale della comunicazione nel gioco, che mette in luce la presenza di regole  e di complesse strutture metalinguistiche. Il carattere fittizio della battagliola è rilevante per un’interpretazione del  documento poiché si constata che il comportamento dei pueri, anche violento e distruttivo, gode di una sorta di  immunità. Il gioco istituisce uno spazio e tempo individuabili, circoscrivibili e riconoscibili da diversi soggetti, un  linguaggio condiviso dai partecipanti e dagli spettatori. Il riconoscimento si colloca su un processo delicato di 

attribuzione di  significato alle azioni  e agli  elementi  del  contesto che ne oltrepassa  il  significato  letterale.  A  rompere la cornice magica del gioco contribuiscono gli uomini che si immischiano nella battagliola dei bambini. Il  gioco conserva e preserva un carattere funzionale che però non deve essere banalizzato, nel senso di ritenerlo  non vero; è infatti evidente quanta parte di realtà si gioca nel terreno della finzione e quanta parte di gioco sia  autentica. Fink sostiene come il particolare grado di realtà delle azioni di gioco non sia minore rispetto alle azioni  agite   nel  mondo   della   vita.  Realtà   (comportamenti   utili)   e   gioco,   altri   comportamenti   non   finalizzati(inutili).  Assegnando   un   carattere   di   realtà   più   nobile   alle   azioni   ludiche,   Fink   attribuisce   un   valore   decisivo   alla  dimensione   simbolica   che   nel   gioco   viene   evocata,   non   come   imitazione,   ma   come   rievocazione.  Rappresentazione   come  espressione   di   una   realtà   più   vera,  meno   comprensibili   perché   più   complessa   e  profonda. Quindi non si tratta di comprendere come falsi i giochi, le arti…ma al contrario di attribuire loro una  qualità   dell’esperienza   più   intensa   e   più   significativa   che   richiede   capacità   di   interpretare   l’esperienza,   di  metaforizzarla   e   simbolizzarla.   Si   tratta   di   comprendere   queste   esperienze   come   performance,   come   atti  rappresentativi in senso simbolico, come sistema comunicativo tra un gruppo che agisce(performer) e un gruppo  che risponde (pubblico specifico). La qualità di questa esperienza è strettamente correlata con l’infanzia, anche  se spesso si banalizza questa relazione infanzia­gioco, intendendo il mondo infante, del gioco, come inutile. Il  gioco e l’infanzia godono quindi di questa peculiare qualità e reciproco legame, sono inutili e al tempo stesso  necessari l’uno per l’altro. Si può interpretare il bellum dei pueri come una performance. Il gioco è quindi custodito  da un cerchio magico, da una cornice riconoscibile e condivisibile, ma molto fragile, frutto di un processo di  scambi continui metacomunicativi.

4. l’iniziazione violenta: le relazioni individuali,l’azione collettiva, la guerra: l’importanza sociale  della   battagliola  è   stata   spiegata  nel   contesto   di   una   società   comunale   italiana   che  mobilitava   in   armi   la  cittadinanza e richiedeva anche ai ceti popolari un addestramento militare. Verso la fine del medioevo vennero  posti dei divieti di un gioco deleterio alla formazione del cittadino inerme, privilegiando l’impiego di una milizia  mercenaria.  Erano  differenti   le   violenze   che   era   ammesso  o   abituale   commettere:   collettiva   e   individuale,  comunitaria e statale, offensiva e difensiva, cerimoniale e quella rivissuta miticamente tramite i titoli militari, poemi  cavallereschi…la battagliola era spontanea e l’interesse dimostratole dagli adulti è testimonianza di una diffusa  consuetudine con la violenza. Le normali relazioni tra individui vedevano spesso l’impiego della forza. Quindi un  gioco che abituasse i bambini a misurarsi tra di loro era del tutto coerente alle pratiche e ai valori di una società in  cui il confine tra violenza materiale e simbolica era piuttosto labile. I giovani invece definiti  “mal composti” dalla  magistratura erano la componente più irrequieta della popolazione. La presenza dei padri come fideiussori alla  battagliola  era garanzia di  assenza di  conflitti   tra   i  giovani  e  impegno,sotto  il  profilo economico,   in caso di  infrazione  e  di   condanna,  di   fronte  alle  autorità   comunali.  Anche  nella  piena  maturità   ci   si   affrontava con  parole,pugni, sassate e armi. Così regolavano anche la competizione in campo economico. Anche gli apparati  pubblici erano molto flessibili verso questo genere di infrazioni, collocandole nella normalità sociale. Era inoltre  ammesso che chi pretendeva la restituzione di un prestito o difendeva le sue proprietà adoperasse modi e metodi  analoghi. La violenza simbolica poteva trasformarsi facilmente in violenza materiale, ma anche molta parte della  carica aggressiva era trasferita sul piano della minaccia e della sola esibizione. Inoltre la battagliola temprava 

all’esercizio della violenza collettiva, che vedeva fronteggiarsi comunità rivali o gruppi in competizione all’interno  di una stessa comunità.

  Le istituzioni locali si avvalevano poi dell’irrequietezza dei giovani più grandi(incursioni, operazioni di polizia).  Esse  impegnavano per  i  servizi  di  guardia o custodia dei punti  di  passaggio dei non professionisti  dotati  di  qualche arma ma soprattutto della capacità di farsi valere nel contrasto individuale. Nel territorio di Bormio, al  confine alpino dello stato di Milano, alle emergenze militari si mobilitava l’intera popolazione con ruoli differenti: i  membri   dell’èlite   assumevano   funzioni   di   comando,   gli   altri   operavano   come   truppa   o   addetti   a  mansioni  logistiche. Nel giugno del 1499 l’imperatore era in guerra con i grigioni e già dall’inverno ’98­’99, la popolazione  era   in   costante   allarme.   Il   comune   per   tutelare   la   popolazione   e   non   incorrere   nell’infamia   di   non   saper  conservare la pace pubblica nel proprio territorio, allestì operazioni di carattere militare. 

Il nucleo abitato aveva un profilo turrito, espressione dei miti guerrieri della nobiltà ed esibizione della forza del  comune, la cui torre delle ore(1498) dominava la piazza; era dotato di un sistema di presidi esterno. Ad un livello  territoriale superiore, Bormio era in concorrenza con la Valtellina ed i suoi centri principali. Il comune possedeva  delle armi proprie e gli statuti esigevano inoltre che ogni uomo di Bormio, per rispondere alla chiamata, avesse  presso di sé, uno scudo, una lancia e una spada o pugnale; le autorità locali ne controllavano la circolazione con  scritture inventariali. Il comune condannava l’uso privato delle armi. Il richiamo alla battaglia era sentito come un  obbligo civile per la popolazione di sesso maschile, era una distinzione tra la posizione del vicino e quella del  forestiero,scandiva le fasi della vita, ribadiva le gerarchie istituzionali e personali; identificava il singolo. (prova  dell’organicità del rapporto fra esercizio delle armi e cittadinanza almeno in queste realtà di frontiera dello stato  regionale). Il senso comune, se da una parte disapprova la rissosità quotidiana, valorizzava senza incertezze la  combattività messa al servizio della collettività. 

Alcune manifestazioni(addestramento e festa) dovevano favorire la così ampia mobilitazione della popolazione,  come il palio degli schiopettieri   e dei balestrieri, accompagnati dalla musica dei pifferi. I bambini di lì a poco  avrebbero preso parte nell’esercito e  il  gioco era perciò   lo specchio, ma anche la proiezione  idealizzante e  gratificante di una società locale militarizzata. La scena della rissa è popolata di donne, mentre le armi erano  appannaggio dei maschi. La partecipazione al gioco doveva essere capace di  includere anche i vertici della  società(figli  di  Baldassarre Bruni e Gottardo Fogliani,  un popolare e un nobile),  mentre  la composizione del  pubblico era prevalentemente popolare. Gli adulti partecipanti alla rissa più inclini a riconoscersi con trasporto  nella battagliola appartenevano agli strati intermedi e inferiori della società bormiese. 

5. per un’educazione alla violenza:  bellum puerigioco di competizione, di scontro; nel linguaggio  della pedagogia, gioco simbolico, poiché i bambini sono intenti a rappresentare imitandola un’attività adulta. Per i  bambini dell’epoca, lo scontro e la rissa sono attività che fanno parte della quotidianità. Vi è una differenza tra il  codice di protezione dell’infanzia dalla violenza e dalla sessualità dell’epoca e di adesso; essi crescono in una  società esplicitamente violenta. Nel ‘400­‘600 il legame tra infanzia e violenza era strettissimo: la giurisdizione  proteggeva i bambini più piccoli dalle pene e dalle sanzioni, con variazioni a seconda dei luoghi e dei periodi  rispetto   all’entità   dei   reati   e   rispetto   all’età.   La   condizione   dell’infante   è   segnata   dalla   purezza   e 

dall’innocenzabambini impunibili e incontaminati. Formazione era intesa come educazione di un soggetto che  doveva divenire  forte,  aggressivo e battagliero.  È   imprescindibile per  la  formazione dell’uomo  la capacità  di  difendersi e aggredire. Hillman mostra come competizione, guerra e violenza siano naturalmente connaturate  all’essere umano. Oggi la violenza viene negata nei contesti educativi di ogni tipo e la nostra società protegge  l’infanzia   da   tali   aspetti   solo   apparentemente.   Come   in   ogni   società   moralistica   si   istituiscono   forme   di  protezionismo per  fomentare  il  vizio. Si   individua così  un’epoca medievale caratterizzata dalla violenza, e  la  nostra società attuale invece pacifica in cui la violenza è mediata e virtuale. Nella relazione violenza e innocenza,  l’infante   era  ed  è   considerato   puro,   addirittura   allora   veniva  assimilato   al   divino  e   sacro  anche  attraverso  l’esercizio della violenza. Nella società di oggi  invece  la purezza è   idealizzazione, separazione di  istanze di  bontà,  pulizia e  in contaminazione da tutto ciò  che è  negativo. Ciò  comporta uno squilibrio nelle dinamiche  dell’immaginario(pedofiliagodimento nello sporcare una zona incontaminata). Il consumismo oggi ha un preciso  progetto di educazione: formare un consumatore irrazionale, nevrotico e schizofrenico, con continui bisogni da  soddisfare. 

6. il rito: cerimonie polemiche e conflittualità festiva nelle Alpi centrali 

Nel  periodo  Rinascimentale   le  battaglie  dei  bambini   assumevano  significati   simbolici(valore  predittivo   circa  l’attualità bellica e politica; le squadre rappresentavano le potenze in conflitto e nell’andamento del gioco se ne  prefigurava il destino). Bormio aveva visto alternarsi imperiali, francesi e sforzeschi, e i bambini ricoprirono un  importante ruolo cerimoniale(accoglienza del governatore di Como, rappresentante del nuovo regime francese).  La competizione  ludica poteva  risolversi   in  una contesa poiché  porta  con sé  provocazione e poiché  e  un  momento organico di ampia relazione sociale. Evidente inoltre il richiamo delle festività sul gioco,e proprio nelle  festività(domenica) si verificavano le risse. Ruolo simbolico: riproduzione del conflitto fra le polarità cosmiche e  naturali(luce,tenebre…)utile a indurre ritualmente nei momenti di svolta del ciclo annuale, la vittoria delle potenze  positive(benendanti   friulani  XVI   secolo,  battaglie  oniriche   ingaggiate   contro  gli   stregoni  4   volte   l’anno,   che  assicuravano fertilità della terra).  Il Carnevale è importante in quanto cerimonia polemica, produttrice di dicotomie, sfogo necessario ma di norma  inoffensivo. Vi era inoltre il Maggio, rito primaverile del rinnovamento della vita, che prevedeva l’innesto di nuovi  alberi e il loro ornamento. Le battagliole assomigliano a questi riti per la loro configurazione agonistica e per la  loro ricorrenza calendariale. Certe ricorrenze sono state capaci di catalizzare le  tensioni sociali  e gli  scontri  collettivi(celebrazioni   patronali,  Carnevale,   più   importanti   feste   dell’anno   liturgico),   anche  perché   in   queste  circostanze la popolazione locale si urtava con una presenza estranea. Anche la guerra sembra assorbita dal  calendario rituale.  Gentiluomini e popolari non erano divisi formalmente nelle scritture pubbliche ma spesso si verificavano scontri,  soprattutto nella fine del ‘400.  Figli di Fogliani(famiglia di gentiluomini politicamente attiva) e di Bruni(legati alla famiglia eminente del borgo,  Alberti), altri popolari di buon livello sociale(Squassi e Caxolari). Emerge quindi un fronte caratterizzato più in  senso popolare, dal figlio di Baldassarre Bruni e uno più in senso aristocratico, dal figlio di Gottardo Fogliani.  La battagliola si svolse presso uno spazio liminale, la chiesa dedicata ai SS.Fabiano e Sebastiano. I testimoni e i 

protagonisti   della   rissa   con   cui   si   chiudono   le   turbolenze   cominciate   con   la   battagliola   scandiscono  insistentemente il loro racconto in riferimento al tempo sacro. L’evento si colloca in un importante momento di  svolta dell’anno(quando le ore di luce raggiungono la loro massima dilatazione). Nel 1502 molti dei protagonisti  della vicenda tornarono in azione, in gennaio, e durante il giorno di Carnevale la contesa tornò di nuovo sotto  l’attenzione del tribunale per l’esibizione di attrezzatura da guerra da parte dei soggetti coinvolti.  Nel  1898 ad Ardenno  fu  ancora  viva  l’usanza erede della  battagliola  descritta;   in  occasione della   festa  di  S.Stefano , i giovani del paese si dividono ,verso sera, in due schiere e simulano uno scontro.  gioco,sacro e violenza: aspetti rilevanti sono lo spazio di gioco, lo spiazzo antistante la chiesa di S.Sebastiano  e il tempo, la vigilia della festa di s.Giovanni, aspetti segnati dal legame con il sacro, che rinviano alla dimensione  agonistico­polemica e quella rituale: un ambito che vede intrecciarsi lo scontro, il dramma e il rito. La tolleranza  nei confronti della violenza dei fanciulli è spiegata da una disposizione verso la sua ritualizzazione, visto che una  società promuove il benessere stabilizzante anche attraverso un esercizio controllato della violenza interna. Gli  studi di Turner insistono sulla relazione tra dramma sociale e performance nel senso di comprendere particolari  forme di conflitto come rappresentazioni. Uno spazio naturale di esercizio della competizione e dello scontro  sono necessari per portare equilibrio, per giocare lo scontro delle forze avverse. Nella relazione tra violenza e  sacro vi è un intreccio con il gioco. Emergono i tratti di una battagliola che ha attivato un pubblico nutrito e che  ha avuto luogo domenica, di fronte ad una chiesa con forti valenze propiziatorie per la salute, la vigilia della festa  di  s.Giovanni.   Il  24 giugno è  una giornata particolarmente significativa per  la  religiosità  popolare(centrali   le  strutture   elementari   di   fuoco  e  acqua).  Niccoli   testimonia   come   le   battagliole   fossero   inserite   in   un’antica  tradizione legata alla dimensione rituale sin dal mondo antico, in Grecia, legati alla dimensione del sacro. Ludico  è un attributo legato alle azioni e agli eventi e caratterizzata dalla libertà. Hunzinga sostiene che sia la cultura  stessa a nascere in forma ludica. Il sacro è presentato come la principale dimensione originaria legata a quella  del  ludico, senza indicare una supremazia dell’una sull’altra. Inoltre per Huzinga il  gioco, nella sua funzione  simbolica, come interpretazione di un ruolo, custodisce il segreto del processo di sostituzione, che costituisce  l’essenza stessa del sacro. Egli  sottolinea poi  il   legame del gioco con quello di  competizione e  incline alla  violenza, con la dimensione rituale e culturale. La battagliola è investita di un potere mimetico; ciò che avviene  non è solo lo scontro di fanciulli, ma è un mettere in scena e rappresentare la competizione tra l’ombra e la luce,  simboli  incarnati nella notte di s.Giovanni ,  il  solstizio, quando il  giorno dura molto di più rispetto alla notte,  quando la luce vince sulle tenebre. Il gioco perciò si trova a rappresentare il ruolo di azione culturale, rituale,  sacra, poiché consente di esagerare gli eventi e le relazioni perché può restare confinato negli spazi determinati  spazialmente e temporalmente di un’attività extraordinaria. In questo senso il gioco è l’azione viva di un sacro  arcaico,   operante   e   agente,   che   oggi   non   riusciamo   più   a   comprendere,   né   accettare.   Abbiamo   perso  definitivamente perso il contatto con il sacro.  7. il gioco vietato: è il gioco stesso, che viene ad essere giudicato e screditato come inopportuno; ciò  potrebbe anche valere per il rito, il sacro e la guerra. Nella società attuale vengono imposti numerosi divieti ai  bambini   che   diventano   pervasivi   e   onnicomprensivi.   Viene   negato   loro   lo   spazio   del   conflitto;   esiste   una  complessa rete di significatività tra gioco e violenza, anche mediata, che non può essere ridotta attribuendo a  giochi o spettacoli il ruolo di motivazioni della violenza. Viene negato ai figli di giocare con videogiochi sparatutto 

perché sono sconvenienti, mentre impazzano videogiochi come torture chambre/games che più che violenti si  basano   sulla   perversione.  Ma   ad   essere  maggiormente   criticato   è   l’adulto;   in   una   società   orientata   alla  produzione e al consumo il giocatore viene osteggiato, ma egli è un creatore, capace di riconfigurare il reale e  originare nuove configurazioni e costellazioni di significato. Pulsione artistica in età adultaevoluzione della  propensione al gioco in età infantile(Winnicott). Fink, “gioco come simbolo del mondo”. Gli artisti sono in grado di  riconfigurare il reale, come il giocatore è un “puer ludens”, ossia colui che sa mantenere uno sguardo infante sul  mondo. Nel gioco e nel sacro, nel rito e nella guerra, albergano aspetti contradditori della realtà e nelle quali  gioca   il   conflitto   dei   contrari.   Sono   dimensioni   che   non   si   possono   comprendere   con   la   ragione,   sono  trasindividuali, transculturali, accompagnano l’uomo e la sua storia nelle diverse culture e regioni e hanno una  portata condivisa e comunitaria. 

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