La lingua dei segni - Tesina di maturità
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La lingua dei segni - Tesina di maturità

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Tesina di Maturità

La lingua dei segni

Indice

Inroduzione...................................................................................................................................pag.3

Capitolo 1: Un po’ di storia……………………………...............................................................pag.5

Capitolo 2: Cos’è la lingua dei segni.............................................................................................pag.7

Capitolo 3: Aspetti antropologici………………...........................................................................pag.8

Capitolo 4: Aspetti legislativi………………..............................................................................pag.10

Capitolo 5: La lingua dei segni. L’arte dei sordi...e l’arte sui sordi............................................pag.13

Conclusione.................................................................................................................................pag.15

Bibliografia e sitografia…………………………………………………………………...……pag.16

Introduzione

Negli ultimi decenni, l’handicap è finalmente emerso da uno stato di oblio, o di indifferenza

consapevole, che caratterizzava i secoli passati, grazie sia a studi sempre più approfonditi in ambito

medico, sia ad una maggiore considerazione socioculturale verso i più deboli, tipica del nostro

tempo. In questo contesto il mondo dei sordi rappresenta uno degli aspetti della disabilità che,

anche grazie a opere letterarie e cinematografiche di successo, ha colpito l'opinione pubblica,

soprattutto negli ultimi decenni.

Il mondo dei sordi, che insegue da secoli l’esigenza di comunicare, esce allo scoperto rendendo

evidente la lingua dei segni, simbolo di una minoranza che chiede nello stesso tempo rispetto delle

proprie caratteristiche biologiche e inserimento sociale.

La lingua dei segni diviene, in qualche modo, anche ostacolo di una vera integrazione sociale.

Il dibattito tra la scelta oralista e quella gestuale nella fase riabilitativa dei bambini sordi ha creato

profonde divisioni ancora irrisolte, anche se, al momento, la visione bimodale, sempre più

perseguita nella rieducazione, e l’applicazione sempre maggiore dell’impianto cocleare nei bambini, stanno stemperando i toni di questo dissidio.

Il contesto antropologico che si è creato nei secoli è ancora sotto i nostri occhi:

“la consapevolezza del proprio patrimonio linguistico ha alimentato e continua ad accrescere il

senso di etnicità della persona sorda, secondo una modalità affine ai movimenti di

autodeterminazione proprie delle minoranze etniche e linguistiche. Per quanto riguarda queste

ultime si nota una somiglianza strutturale sia con quelle coinvolte nelle lotte per l’indipendenza coloniale, sia con quelle interne alla stessa società occidentale, le quali vengono configurate più

come categorie sociali (le donne, i gay) che come vere e proprie minoranze etniche. Con le prime i

sordi hanno in comune il senso di etnicità e consapevolezza culturale, con le altre il ruolo di

subalternità all’interno di una società edificata secondo le norme dettate dalla maggioranza.

Sembrerebbe adeguato definire la comunità sorda in termini di microcultura.” *

Con le nuove tecnologie, in ambito medico, si è evidenziato come la lingua dei segni sia a livello neuropsicologico una vera e propria lingua, con le caratteristiche cerebrali affini alla lingua orale.

Questo offre quindi nuovi strumenti di studio e valutazione dei percorsi educativi e linguistici.

*Nota: A. Zuccalà ( a cura di ): “Cultura del gesto e cultura della parola”, editore Meltemi, Roma 2001,

pagina 39

Da un punto di vista giuridico, in Italia non si è ancora raggiunto, come in altre parti del mondo, il vero e proprio riconoscimento richiesto per la lingua dei segni, che porterebbe agevolazioni in

campo sociale, ma soprattutto nella vita di tutti i giorni.

Per quanto riguarda quel senso di microcultura di cui abbiamo detto, ben simbolizzato nel termine

di Orgoglio Sordo, attendiamo le novità del prossimo futuro: le battaglie politico-sociali della

disabilità in genere e i progressi medici e tecnologici cambieranno forse radicalmente i termini della

questione della persona sorda.

Capitolo 1:

Un po’ di storia

Fin dall’antichità si hanno notizie di tentativi di un uso dei gesti a scopo comunicativo in molte

parti del mondo, come Cina, Mesopotamia, India, Egitto, Sud America. Si parla nella storia di un

uso del gesto nato spontaneamente tra persone sorde, ma solo nel secolo XVI gli studi umanistici lo hanno considerato come un vero canale comunicativo utilizzandolo a scopi educativi insieme

all’uso della scrittura, degli alfabeti manuali, della mimica, della labiolettura e dell’articolazione dei

suoni. Dal 1500 si ha notizia di religiosi che tentano una rieducazione orale con i ragazzi sordi,

soprattutto rappresentata dal monaco benedettino Pedro Ponce de Leon, che operava presso la corte

di Aragona come insegnante dei discendenti sordi della famiglia reale. Poiché i muti non avevano

riconoscimento giuridico era assolutamente necessario che imparassero a parlare e a leggere,

altrimenti non avrebbero nemmeno potuto ereditare i titoli e i beni di famiglia. I precettori, quindi,

dovevano attuare un addestramento lungo e intensivo, utilizzando i pochi strumenti a disposizione.

Le grandi difficoltà incontrate in questa missione portarono, nella prima metà del 1700, a utilizzare

una lingua naturale che nasceva tra i ragazzi stessi e facendola poi confluire nella lingua orale e

scritta. L’abate Charles-Michel de L’Epée, in particolare, si accostò con attenzione e riverenza al

linguaggio dei segni, lo imparò e lo approfondì. In seguito alla sua opera, che si diffuse in tutta la

Francia, la lingua dei segni giunse negli Stati Uniti, grazie al pastore protestante americano

T.H.Gallaudet: per questo, nonostante le lingue dei segni abbiano differenze nel mondo, vi sono

molte analogie tra la lingua dei segni francese e quella americana. L’Italia, invece, non si connotò in

modo totalmente gestuale perché le varie scuole che si formarono, soprattutto nel 1800 (Roma,

Genova, Milano, Bologna, Siena), furono caratterizzate da modalità diverse dal punto di vista

educativo. E’ importante ricordare che in questi secoli la situazione era davvero grave: i sordi, in

quanto incapaci di apprendere il linguaggio orale, erano automaticamente considerati “idioti”, dal

momento che la lingua era considerata condizione indispensabile per un' intelligenza normale.

Questo era un concetto sostenuto da molti nonostante, parecchi secoli prima, Socrate avesse detto:

“Se noi non avessimo né voce né lingua e ciò nondimeno volessimo manifestare l’uno all’altro le

cose, non ci sforzeremmo, come fanno ora i muti, di significare il nostro intendimento con le mani

e con il capo e con il resto del corpo?”( “Cratilo” di Platone)

Anche il medico e filosofo Cardano nel 1500 aveva scritto:

“i caratteri scritti e le idee possono essere connessi tra di loro senza l’intervento dei suoni”.

Cardano sosteneva, con un atteggiamento rivoluzionario per il suo tempo, che la comprensione

delle idee non dipendesse dalla possibilità di udire le parole. Da un punto di vista filosofico, quindi,

si stavano sviluppando, in questo secolo, delle trasformazioni importanti nel modo di vedere la

persona sorda. L’abate de l’Epée, spinto da motivazioni religiose, osservò e ascoltò a lungo i suoi

allievi, prima di fondare la prima scuola pubblica per ragazzi non udenti in cui applicò il suo

metodo gestuale, che si diffuse rapidamente in tutta Europa. Nella prima metà del 1800, a Genova,

la scuola di G.B.Assarotti si ispirò a questo modello. Nonostante la diffusione di tale metodo, nel

1880 nel noto Congresso di Milano, fu sancito il predominio dell’oralismo nell’educazione dei

sordi: la risoluzione fu, indubbiamente, il frutto di una predominanza culturale, anziché di una vera

e propria discussione tra tutti gli intervenuti. La disputa, quindi, si è trascinata fino ai nostri tempi con una netta divisione tra i sostenitori del gesto e quelli della parola che non ha certo favorito la

soluzione dei problemi dei sordi e soprattutto non ha facilitato la scelta educativa dei piccoli nuovi

sordi, oltre ad avere creato divisioni interne invalicabili. Pensiamo che, mentre nel 1941 nasce

l'ENS (Ente Nazionale Sordomuti) che sostiene in modo deciso il gesto come caratteristica

intimamente legata al concetto di persona sorda, negli anni Cinquanta nasce a Zagabria il Metodo

Verbo Tonale ad opera del prof. Peter Guberina, che mira in modo scientifico al recupero della

parola del sordo utilizzando quei pochi residui di udito che in genere sono presenti nella persona

audiolesa. La battaglia degli ultimi decenni sulla eliminazione del termine sordomutismo, e sulla

sua sostituzione con termini come "minorato dell’udito" o "audioleso", non ha certo risolto il

problema dell’integrazione sociale, diversa a seconda della situazione comunicativa e non, o non

solo, della gravità uditiva individuale.

Capitolo 2:

Cos’ è la lingua dei segni

Verso gli anni Sessanta, il noto linguista William Stokoe identificò nella lingua dei segni una

struttura simile a quella delle lingue orali. Questo è molto importante se messo in relazione alla

teoria del linguista Noam Chomsky sull'esistenza nelle lingue di una struttura profonda, che viene

appresa anche se non viene insegnata e che è base strutturale delle infinite possibilità di una lingua.

Nei nostri giorni, da un punto di vista fisiologico, gli studi di neuroimmagine hanno dimostrato che

stimoli linguistici di soggetti segnanti attivano le stessa aree cerebrali degli udenti, con differenze

minime legate agli aspetti motori. Questo dimostra la similarità tra lingua verbale e lingua dei segni.

Le differenze tra aree geografiche, che possiamo paragonare ai dialetti, vengono affrontate dai

soggetti usando una specie di miscellanea delle diverse strutture, il cosiddetto pidgin, una specie di

ibrido improvvisato simile a quello che capita a noi udenti quando ci troviamo all'estero e usiamo

"un po' tutto" quello che comunicativamente ci viene spontaneo. I segni sono composti da unità

sottolessicali detti cheremi, eseguiti con le mani, che possono formare infiniti segni, cioè unità

dotate di significato. Queste unità sono quattro: forma della mano, orientamento del palmo,

posizione nello spazio, direzione del movimento. Essi sono combinati tra loro attraverso regole: ad

esempio una forma ha significati diversi a seconda dell'orientamento. L'ordine dei segni e

l'organizzazione spaziale oltre alla mimica del viso e del capo contribuiscono a formare una

sintassi.

Inoltre sono presenti aspetti iconici o arbitrari dei segni detti classificatori, ossia segni particolari

che indicano a quale gruppo o categoria appartiene uno specifico referente: nel caso di parole non

segnabili (nomi propri, cognomi, parole inventate o senza significato) viene usato l'alfabeto

manuale, ossia l'alfabeto delle dita, quello che in termini verbali è lo spelling. Tutte queste

caratteristiche possono quindi creare infinite possibilità comunicative, proprio come nella lingua

parlata. Gli aspetti emotivi vengono evidenziati dalla mimica e dallo sguardo, dalla velocità dei

gesti, dalla modalità (dura, decisa oppure dolce e delicata) che sottostà al messaggio. In base alla concezione più moderna di comunicazione, il metodo bimodale, che associa l’Italiano segnato con

l’oralismo, si è imposto in campo educativo e riabilitativo, dopo studi al CNR (Centro Nazionale di

Ricerca) di Roma ad opera del gruppo della dott.ssa V.Volterra, contraria al concetto che un metodo

escluda l'altro e, quindi, portatrice di novità in campo educativo, sanitario, scolastico e sociale.

Capitolo 3:

Aspetti antropologici

Nel 1990 uscì il libro di Oliver Sacks, "Vedere voci", che divulgò in modo attento quanto delicato

gli aspetti umani e sociali del mondo dei sordi, ben rappresentato dal noto film "Figli di un dio

minore". Venne soprattutto indagato il rapporto suono/silenzio, alla ricerca di una giustificazione di

una presa di posizione apparentemente dura e immotivata, che porta l'udente a scegliere le

strumentazioni più sofisticate per udire, a fronte di un mondo che, invece, desidera vivere il proprio

silenzio, di cui l'udente ha una paura atavica mentre per il sordo è una situazione naturale. Tra

queste due posizioni ci sono in realtà diverse posizioni intermedie, legate sia allo stato sociale

(esistono sordi in famiglie che vedono già la presenza di sordi) sia all'età (chi decide la linea

linguistica educativa per il neonato sordo?) sia alla possibilità di scegliere tecnologie innovative (la

scelta dell'impianto cocleare "snatura" l'essere sordo perchè lo paracaduta nel mondo degli udenti?).

La lingua dei segni è un codice ignorato dalla società, quindi, se da una parte facilita la

comunicazione tra chi lo utilizza, dall'altra lo emargina dagli "altri": nella comunicazione tra

soggetti segnanti l’udente che non conosce la LIS rimane totalmente escluso. Secondo alcuni autori

del dopoguerra il senso di appartenenza del mondo dei sordi sarebbe una reazione all'essere stati

identificati solo come individui caratterizzati soltanto dal possedere un deficit uditivo e senza

nessuna altra possibile definizione che non possa da questo dipendere. Ecco quindi nascere il senso

di una cultura propria: secondo il linguista sordo americano Carol Padden la "cultura è un insieme

di comportamenti appresi di un gruppo di persone che ha il proprio linguaggio, i propri valori, le

proprie regole comportamentali e tradizioni"(1980-92). A questa comunità possono appartenere

anche udenti che collaborino ad ottenere fini comuni secondo "impegno, identità e rispetto

reciproco"(Kyle, 1990). Il cuore della cultura sorda è, in genere, composto da sordi nati da genitori sordi, educati in genere in scuole speciali, spesso non portatori di protesi acustiche, con una forte

identificazione tradizionale al di là di quella biologica. Questo nucleo etnico sceglie anche regole di

comportamento e di interazione interne ed esterne: i ragazzi sordi in genere si frequentano tra loro,

creano coppie e famiglie all'interno dei gruppi. Questo aspetto è giustificato da un lato dalla

possibilità di non doversi "vergognare" della propria disabilità con coetanei udenti, dall'altro da un

comune senso di disagio emotivo che crea complicità tra i ragazzi stessi. Il problema irrisolto è la

comunicazione con il mondo udente, negli affari, nella scuola, nel lavoro, nella sanità: questo tema

è stato evidenziato anche se in modo secondario dal recente film " La famiglia Belier". Quel che è

certo è che l'invenzione del telefono cellulare e del computer ha dato una notevole autonomia ai

ragazzi segnanti, che prima erano costretti ad avere un intermediario udente anche per un semplice

appuntamento. Dal punto di vista etico-sociale, al di là delle scelte degli adulti che con il loro

vissuto hanno già delineate le strategie vitali più affini al proprio volere, la questione riguarda la

scelta in età pediatrica: chi decide e come il percorso medico e riabilitativo del bambino sordo?

L'assetto sanitario può sostituirsi a scelte genitoriali ritenute inadeguate? La scuola speciale, ormai

chiusa, aveva in realtà una sua validità? In una parola si può/si deve avviare il sordo alla

"normalizzazione"?

Capitolo 4:

Aspetti legislativi

Articolo 3 della Costituzione:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di

sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di

fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e

l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del

Paese."

L'art. 3 stabilisce, quindi, il principio di uguaglianza formale (primo comma) e uguaglianza

sostanziale (secondo comma). I cittadini non possono essere sottoposti a trattamenti legislativi

differenziati in considerazione del sesso, della razza, della lingua, della religione, delle opinioni

politiche, personali e sociali: sono, quindi, vietate leggi personali e di privilegio. Partendo dal

presupposto che i cittadini sono tutti diversi e unici, i padri costituenti hanno stabilito che la legge

deve trattare in modo uguale le situazioni uguali e in modo diverso le situazioni diverse. Le

differenze non devono, quindi, portare a discriminazioni, bensì a trattamenti differenti. La legge in

questo modo può assicurare a tutti l'effettivo godimento dei diritti. "Avere" un diritto non significa

nulla se non si hanno anche i mezzi per metterlo in pratica: occorre trasformare l'uguaglianza

formale in uguaglianza sostanziale.

Al fine di realizzare l'applicazione di tale articolo, nell'ambito della comunicazione gestuale è

fondamentale la legge 104 del 5 febbraio 1992, che possiamo considerare il momento giuridico più

importante della storia contemporanea in quanto ha riconosciuto lo stato di handicap. All’interno di questa legge è prevista la figura dell’educatore/assistente alla comunicazione (art.13), che

all’interno dell’istituzione scolastica ha la funzione di agevolare e arricchire la comprensione dei

messaggi verbali, avvalendosi della LIS, qualora scelto dai genitori. E’ stato proposto in seguito

anche il termine di mediatore, ma non è stato accettato, perché la sua funzione non è soltanto di

semplice traduttore, ma ha assunto via via nel tempo una funzione sempre più pedagogica. A questo

proposito esiste un vero e proprio codice deontologico dell’assistente alla comunicazione, in cui si

sottolinea l’importanza della collaborazione con il corpo docente. Le competenze dell’assistente

alla comunicazione sono state delineate dal Dipartimento Scuola Educazione Università che opera

all’interno dell’ENS. Presso le Regioni sono previsti dei registri specifici di operatori che

posseggano i criteri e i requisiti minimi stabiliti a livello ministeriale, di cui il più importante è

un’approfondita conoscenza della LIS: nel caso in cui l’assistente alla comunicazione sia udente è

prevista la frequenza di un corso di LIS di circa quattrocento ore, oltre alla conoscenza delle realtà

sociali del bambino e dell’adolescente sordo.

Dall'ottobre 2013, in Parlamento esiste una Proposta di Legge dell' ENS per il riconoscimento

ufficiale della LIS, inserita in un progetto per persone sorde e cieche in sintonia con la convenzione

ONU sui Diritti delle Persone con disabilità (3/32009, n.18). Si tratta della proposta che attende

ancora l'attenzione del Governo Italiano "Disposizioni per la rimozione delle barriere della

comunicazione, per il riconoscimento della LIS, della LIS tattile, e per la promozione

dell'inclusione sociale delle persone sorde e sordo-cieche": la Lingua dei Segni è riconosciuta in

tutta Europa tranne Italia, Malta e Lussemburgo. La mancanza di questa legge porta all'assenza nei

luoghi pubblici degli interpreti LIS, che vengono utilizzati in forma privata, cioè dietro pagamento

dell'interessato. In questa proposta di legge, inoltre, l'ENS chiede la regolamentazione dello

screening neonatale della sordità che è attualmente gestito in modo differenziato dalle varie regioni

in base ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Nonostante queste carenze, numerosi eventi

culturali sono cambiati e prevedono comunque un interprete LIS (alcuni telegiornali dedicati ne

sono un esempio). Se la LIS otterrà il riconoscimento di lingua ufficiale sarà obbligatorio il suo utilizzo in tutte le comunicazioni di pubblico servizio, mentre al momento ciò avviene solo per

iniziative volontarie. A questo proposito segnaliamo l'iniziativa del Ministero della Sanità che, in

occasione delle prime informazione diffuse sulla AIDS, pubblicò una nota dettagliata anche in LIS.

Capitolo 5:

La lingua dei segni. L'arte dei sordi ... e l'arte sui sordi

Come si è accennato l'arte contemporanea ha iniziato a prestare attenzione alla sordità e,

soprattutto, alla LIS, strumento corporeo di comunicazione. Sottolineiamo che questo secolo è stato

sotto questo aspetto caratterizzato dalle grandi guerre mondiali e dalla tecnologia: il linguaggio,

dagli anni Cinquanta, è stato analizzato studiando, con gli strumenti diagnostici via via più

sofisticati, il cervello dei reduci di guerra che erano diventati afasici, cioè che avevano perso la

capacità di parlare in seguito alle ferite alla testa. La neuropsicologia, quindi, in quanto scienza

delle funzioni cerebrali, studia il corpo come sostituto naturale della voce e dell'articolazione. Gli

approfondimenti neuropsicologici hanno, quindi, influenzato il racconto di storie sia nella

letteratura che nel cinema. Il primo film che indubbiamente colpì l'opinione pubblica fu "Anna dei

miracoli"(1962), ispirato alla storia vera della sordo-cieca Helen Keller e diretto da Arthur Penn:

narra la storia di un’istitutrice dell’Alabama degli anni Venti, che lotta per insegnare a una bambina

sordo-cieca a conoscere il mondo e a comunicare attraverso le mani. Nel 1970 un film-saggio

ispirato ad un fatto vero, "Il ragazzo selvaggio", trattò in chiave più pedagogica la storia di un ragazzo vissuto da solo fino a dodici anni nella foresta, come un animale: ritrovato e condotto

nell’estate del 1793 all’Istituto Nazionale Sordomuti di Parigi viene “studiato” da un gruppo di

medici che tentano di educarlo al linguaggio attraverso il gesto. Ma il vero capolavoro

sull'argomento, ancor oggi attuale dopo quasi trent' anni, fu “Figli di un dio minore” (1986, USA):

il film narra la storia d'amore tra un insegnante per sordi e un’inserviente sordomuta della stessa

scuola. Il film fu un grande successo sia perché evidenziò il disagio e l’intima sofferenza della

protagonista, mettendo a nudo la sua interiorità attraverso la completezza e la profondità della

lingua dei segni, sia perché fu recitato in maniera esemplare dai due protagonisti. L’attrice sorda

debuttante Marlee Matlin vinse l’Oscar e l’Orso d’argento. Come già accennato nel terzo capitolo,

nel film si elabora il concetto di silenzio, che la protagonista cerca di rivendicare, ma anche di far

comprendere al suo compagno: è suggestiva la scena in cui il protagonista, immerso nell’acqua di

una piscina, cerca di fare propria l’esperienza del silenzio e di avvicinarsi maggiormente alla realtà

della ragazza. In questo reciproco scambio di esperienze, stimolato dall’amore tra i due, la

protagonista si abbandona alla musica ballando e sfruttando, quindi, le sensazioni vibratorie che

riesce a percepire. Nel più recente film "La famiglia Belier" (2014, Francia) la lingua segnata ha

una maggiore importanza sociale: narra di una famiglia di contadini sordi segnanti, in cui la

protagonista è l’unica figlia udente e mediatrice nella vita quotidiana e sociale della famiglia. Il

codice segnato serve, quindi, a mantenere un’orgogliosa autonomia famigliare che, nel momento in

cui l'unica figlia udente parte per studiare canto a Parigi, rivendicando la sua autonomia, manifesta

la sua estrema fragilità: la famiglia rischia di restare isolata dal resto del mondo, anche sotto gli aspetti sociali e lavorativi, e viene salvata da un nuovo personaggio, ma sempre attraverso il

linguaggio segnato. Anche qui viene evidenziato il silenzio, ma la scena più caratteristica è quella in

cui la protagonista unisce il canto alla lingua dei segni per colmare il senso di vuoto provocato dal

silenzio e trasmettere l’emotività dell’arte ai genitori.

In questi decenni molti film hanno avuto anche solo un personaggio sordo, ma è importante

segnalare, per il suo aggancio con la letteratura, “Marianna Ucria” (1997) tratto dal noto romanzo di

Dacia Maraini "La lunga vita di Marianna Ucria", ambientato nella Sicilia del 1700, che vede per

protagonista l'attrice sordomuta Emanuelle Laborit, a sua volta autrice del romanzo "Il grido del

gabbiano": è la storia di Marianna, muta dall’età di cinque anni a causa di una violenza sessuale

subita da parte dell’uomo che diverrà suo marito. Imparerà la lingua dei segni dall’istruttore dei

suoi figli, il quale, attraverso gli ideali filosofici dell’Illuminismo e instillandole il senso di

autostima e il desiderio di indipendenza, le darà gli strumenti per un riscatto individuale e sociale.

Come si può cogliere da queste opere artistiche, la lingua dei segni ha la possibilità di esprimere

emozioni esattamente come si può fare con le parole: è la poesia del silenzio o la traduzione con il

codice corporeo di emozioni verbali. La vera arte, del resto, è emozione pura, unica e anche irrazionale, che scaturisce da un insieme: anche chi non conosce la lingua segnica resta affascinato

dall'umanità che esce dai gesti anche se non ne conosce specificamente il significato, come quando

una canzone in lingua straniera ci emoziona anche se non conosciamo il significato letterale. Dalla

fine del secolo la LIS è stata utilizzata anche in teatro, da sola o unita alla lingua verbale: si è capito

però che era necessario completare questa lingua per poter trasmettere al meglio idee ed emozioni

ed è quindi nato il Dizionario di Arte contemporanea in Lingua dei Segni ad opera del Dipartimento

Educazione di Rivoli Museo di Arte Contemporanea e dell'Istituto dei Sordi di Torino: esso

comprende circa ottanta segni specifici di tipo iconografico, riferiti all'arte del tempo presente,

traducibili anche in inglese.

Conclusione

L'interesse per la L.I.S., con cui ero venuta sporadicamente a contatto, è nato vedendo il film "Figli

di un Dio minore", in cui il forte contenuto emotivo e artistico è espresso in egual misura dalla

lingua dei segni e dalle parole fuori campo del doppiatore. Qualcosa di molto simile è stato espresso

in musica recentemente da un giovane cantautore italiano, che ha riportato in video una sua

canzone, rendendo armonioso il contenuto empatico del testo con suggestive immagini in cui teatro,

musica e lingua dei segni si fondono.

Ho pensato quindi che anche l'arte più contemporanea, in quanto risultato della nostra storia, può

essere oggetto di interesse culturale, spunto per lo studio della nostra epoca e del passato.

Bibliografia

- A. Zuccalà ( a cura di ): “Cultura del gesto e cultura della parola”, editore Meltemi, Roma 2001

- T. Russo Cardona, W.Volterra: “Le lingue dei segni”, editore Carocci, Roma 2007

- M.L.Favia: “Una scuola oltre le parole. Comunicare senza barriere: famiglia e istituzioni di fronte

alla sordità”, editore Franco Angeli, Milano 2003

- O.Sacks: “Vedere Voci”, editore Adelphi, Milano 1990

- A.Martini, O.Schindler: “La sordità prelinguale”, editore Omega, Torino 2004

Sitografia

- www.ens.it

- www.quotidianosanità.it

- www.larepubblica.it

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