La lingua italiana. Storia, testi, strumenti (Marazzini), Sintesi di Storia della lingua italiana. Università degli Studi di Catania
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La lingua italiana. Storia, testi, strumenti (Marazzini), Sintesi di Storia della lingua italiana. Università degli Studi di Catania

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Marazzini, La lingua italiana (storia, testi, strumenti) St. e Stilistica Lingua Italiana

1. L’italiano

1. L’italiano tra le lingue d’Europa

F 0 E 0 L’italiano appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea, la prima nel mondo per numero di parlanti. Rientrano in questa famiglia quasi tutte le lingue d’Europa e quelle di molte regioni dell’Asia meridionale, ritenute geneticamente affini. Nel Cinquecento, con le conquiste coloniali, alcune lingue indoeuropee arrivarono in altri continenti: l’inglese nell’America Settentrionale e in Africa, lo spagnolo e il portoghese nell’America Centrale e Meridionale, il francese in Canada e Africa.

In Europa sono indoeuropei i tre grandi gruppi linguistici maggioritari, ovvero quello romanzo, nel quale si colloca l’italiano, quello germanico e quello slavo. Appartengono inoltre alla famiglia indoeuropea le lingue celtiche, le baltiche, le zingaresche, l’albanese e il neogreco, erede del greco antico, lingua di eccezionale tradizione. Nel nostro continente si parlano anche alcuni idiomi non indoeuropei, tra i quali ricordiamo le lingue ugro-finniche (ungherese, finlandese, estone e lappone), il basco e il maltese.

Le lingue romanze sono figlie del latino, e sono: - l’italiano e i suoi dialetti, - il portoghese, - lo spagnolo (castigliano), - il catalano (nel sud della Spagna), - il francese, - il provenzale (sud della Francia), - il rumeno. F 0 E 0 La somiglianza di gran parte del loro lessico rivela la comune origine. Poiché il latino è una lingua morta ma non perduta è facile fare confronti.

Oggi circa 640 milioni di persone adoperano lingue romanze. L’italiano sta al quindicesimo posto nel mondo per numero di parlanti madrelingua, stimati in circa 59 milioni. In assoluto, non si tratta di una posizione particolarmente rilevante, visto che in questa graduatoria vengono prima non solo cinese, inglese, spagnolo e arabo, ma anche tedesco e francese. → Il prestigio e il fascino di una lingua, tuttavia, non dipendono solo dal dato quantitativo dei parlanti, ma anche dalla storia, dal patrimonio culturale e dalla forza economica e produttiva della nazione che la parla. L’italiano è stato raramente una lingua aggressiva sul piano politico-militare: nel quadro internazionale, la sua importanza è legata piuttosto alla ricchezza letteraria e artistica accumulata nel corso dei secoli, che rappresenta una delle motivazioni per le quali ancora oggi molti stranieri scelgono di imparare la nostra lingua.

2. Dove si parla italiano

L’italiano è parlato oggi in tutto il territorio della Repubblica, di cui è la “lingua ufficiale”, come dichiara il primo articolo della legge sulla protezione delle minoranze linguistiche, la 482/1999. L’italiano, oltre che in Italia, è parlato nello Stato del Vaticano (anche se la lingua ufficiale della Chiesa resta il latino), nella Repubblica di San Marino (circa 30.000 persone), in alcuni Cantoni della Svizzera (300.000 in Ticino nei Grigioni), tanto che è una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica. Tuttavia Toso ha osservato che «i problemi dell’italiano in Svizzera, a dispetto della parificazione formale al tedesco e al francese, finiscono per assomigliare sempre più a quelli di una lingua minoritaria». Inoltre, ci sono piccole aree di italofoni in Slovenia e in Croazia. Questa presenza risale all’antico dominio veneziano in Istria e sulla costa dalmata, ed è drasticamente diminuita dalla fine dell’ultima guerra mondiale, con il rientro in Italia di un gran numero di profughi.

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Si parla italiano, o almeno accade di incontrare persone che lo comprendano, seppure sempre più raramente, nel Nizzardo e nel Principato di Monaco, nei territori delle ex colonie italiane e nell’ex protettorato di Rodi.

F 0 E 0 Vanno poi menzionate le comunità di emigrati italiani sparse in tutto il mondo. Il grande flusso migratorio dall’Italia è iniziato nella seconda metà dell’Ottocento ed è proseguito fin verso gli anni Sessanta del Novecento, ma dobbiamo tener presente che quasi tutti questi emigrati parlavano un dialetto e pochi conoscevano l’italiano.

La lingua italiana è generalmente nota alle persone di ceto elevato a Malta, dove fu di casa per secoli, prima di essere soppiantata dall’inglese. Oggi pare riguadagnare leggermente terreno, per l’influenza recente della nostra radio e televisione. Alla televisione si deve inoltre l’influenza recente dell’italiano in Albania, che ha rinnovato un antico legame. Anche il turismo collabora in qualche misura alla diffusione della nostra lingua nei luoghi in cui c’è una cospicua presenza di turisti italiani.

3. Alloglotti d’Italia

Il quadro linguistico di una nazione non va tracciato solo guardando alla maggioranza dei parlanti. Occorre prestare attenzione anche alle minoranze linguistiche. Entro i confini politici della Repubblica italiana sono presenti gruppi alloglotti (dal greco “allos” “altro” e “glotta” “lingua”) di origine romanza e non.

• Parliamo di “penisole” o (propaggini) di alloglotti quando aree linguistiche più grandi, confinanti, si estendono in parte anche all’interno dei nostri confini: è il caso dei tedescofoni in Alto Adige e dei Francofoni in Valle d’Aosta.

A tal proposito Toso preferisce usare l’espressione “continuità transfrontaliera”.

• Usiamo invece la categoria di “isole linguistiche” per indicare comunità di alloglotti molto piccole e isolate.

Toso preferisce sostituirla con “colonie” benché anche questo termine abbia poi bisogno di essere depurato dal senso politico-militare che assunto con il colonialismo.

La presenza di alloglotti sul suolo italiano ha dato luogo a discussioni sull’opportunità di interventi di natura politica destinati a proteggere e rilanciare la specifica cultura di queste comunità. Il problema, ovviamente, si poneva soprattutto per i gruppi più deboli, che non avevano leggi a loro garanzia. Oggi la legge 482/1999 tutela, con modalità che lasciano perplessi e che spesso non sono applicate appieno, le minoranze linguistiche albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, croate, francesi, franco-provenzali, friulane, ladine, occitane e sarde. Prima di questo provvedimento, le sole lingue minoritarie riconosciute e tutelate erano il francese in Valle d’Aosta, il tedesco in provincia di Bolzano e lo sloveno nelle province di Trieste e Gorizia. Molti alloglotti parlano lingue del gruppo romanzo. In Piemonte si parla provenzale occitano nelle valli alpine occidentali delle province di Torino e di Cuneo, nell’alta Valle di Susa (la media e bassa valle è franco-provenzale). I più importanti centri provenzali nella Val Pellice sono di religione valdese. Una colonia valdese medievale (XV sec.) è sopravvissuta in Calabria, a Guardia Piemontese (Cs), dove si riconoscono le tracce di un dialetto provenzale arcaico.

Il franco-provenzale è parlato in Valle d’Aosta, nella media e bassa Valle di Susa e nella Valle di Lanzo, è presente inoltre in due colonie in Puglia, a Faeto e Celle (Fg). In Valle d’Aosta il francese è per antica tradizione la lingua di cultura e ha lo status di lingua ufficiale, accanto all’italiano (come dichiarato nello Statuto speciale per la Valle d’Aosta). Gli abitanti, molti dei quali sono in realtà immigrati, lo considerano una bandiera di autonomia e un segno di distinzione.

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Nelle valli alpine dolomitiche che fanno corona al gruppo del Sella si trovano le parlate della cd. sezione centrale dell’area ladina. F 0 E 0 Il ladino, per le sue caratteristiche, può essere considerato dal punto di vista glottologico (se non da quello sociolinguistico) qualcosa di più di un semplice dialetto. Nelle scuole delle Valli Badia, Gardena e Fassa è stato introdotto dopo il 1948 l’insegnamento del ladino, come prevede lo statuto di autonomia del Trentino. Nella maggior parte del Friuli e della Carnia ci sono le parlate ladino-orientali, meglio indicate con il nome di friulane. Parlate ladine ci sono anche in Svizzera, dove il ladino (ma si preferisce in questo caso il nome di romancio), in base alla Costituzione elvetica è lingua “nazionale” (ma non “ufficiale” e “federale”), accanto al tedesco, al francese e all’italiano.

L’integrazione linguistica degli immigrati costituisce una delle sfide del futuro per la società italiana, con un possibile incremento del numero dei parlanti della nostra lingua.

Rientra infine in un flusso tradizionale e antico la presenza degli zingari.

4. I dialetti d’Italia

L’Italia è la nazione europea più ricca e differenziata per varietà linguistica. L’italiano è stato per secoli quasi esclusivamente idioma letterario, largamente adottato dal Cinquecento in tutta la penisola, quando la lingua parlata restava invece il dialetto locale. Ancora a inizio Novecento la maggioranza della popolazione era composta da parlanti dialettofoni. In origine l’italiano, ovvero il toscano letterario, non era altro che uno dei tanti dialetti italiani, nati tutti dal latino, quindi tra loro “fratelli”. La differenze tra dialetto e lingua non è assoluta, perché i due termini hanno valore sono nel confronto reciproco: F 0E 0 la lingua è un dialetto che per cause storiche e abitudini culturali e sociali ha raggiunto uno status superiore.

Il dialetto è usato in un’area più ristretta, ha un prestigio sociale minore ed è simbolo di un’identità locale. Inoltre, non sempre ha una tradizione scritta.

La lingua, invece, ha maggior diffusione, unifica un territorio più ampio, è simbolo di un’identità nazionale, ha superiore dignità culturale, è strumento della classe dominante e degli organi governativi e amministrativi, è insegnata a scuola ed è codificata da precise norme grammaticali.

Si possono distinguere in Italia tre aree dialettali, la settentrionale, la centrale e la meridionale, separate da due grandi linee di confine: la linea La Spezia-Rimini divide i dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali; la linea Roma-Ancona divide i dialetti centrali da quelli meridionali. Il riferimento a queste due linee immaginarie è stato introdotto dai linguisti dopo aver rilevato che numerosi fenomeni fonetici, morfologici, sintattici o lessicali vengono ad avere, lungo tali direttrici, il confine della loro area di diffusione. F 0E 0 La linea che delimita il confine di un dato fenomeno linguistico nello spazio geografico prende il nome di isoglossa.

La linea La Spezia-Rimini è una vera “frontiera” linguistica. In questo caso le ragioni geografiche e storiche sembrano coincidere con quelle linguistiche. Infatti, tale linea corre in corrispondenza dell’Appennino tosco-emiliano, una sorta di barriera geografica. Inoltre, in epoca preromana, fu la frontiera etnica tra i popoli gallici e l’elemento etrusco; in seguito, per molti secoli, separò l’arcidiocesi di Ravenna (bizantina) dall’arcidiocesi di Roma.

I fenomeni linguistici che caratterizzano le parlate dialettali a nord di questa linea sono:

1. la sonorizzazione delle occlusive sorde in posizione intervocalica: le consonanti -t- e -k-, tra vocali, diventano rispettivamente -d- e -g- → “fradèl” (fratello), “formìga” (formica). Diventate sonore, le occlusive possono in alcuni casi indebolirsi ulteriormente e dileguarsi: in alcuni dialetti settentrionali, per es. la parola formica è “furmìa”.

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La consonante occlusiva sorda bilabiale -p-, sempre in posizione intervocalica, attraverso una fase sonora -b-, passa a -v- (“cavèi”, capelli)

2. lo scempiamento delle consonanti geminate: “spala” per “spalla”, “gata” per “gatta”, “bela” per “bella”.

3. la caduta delle vocali finali (“an” per “anno”, “sal” per “sale”), eccetto la “a” che resiste;

4. la contrazione delle sillabe atone (“slar” per “sellaio, sellaro”, “tlar” per “telaio”);ù

5. la presenza delle vocali turbate ü ed ö, ‘alla francese’.

Le caratteristiche elencate sono proprie in particolare dei dialetti che dall’Ottocento in poi usiamo chiamare gallo-italici: il piemontese, il lombardo, il ligure, l’emiliano, il romagnolo.

I dialetti veneti, invece, pur appartenendo all’area settentrionale, hanno alcune caratteristiche proprie, ad esempio non presentano vocali turbate e le parole conservano la vocale finale, tranne dopo N e R (“can” per “cane” ma “gato” per “gatto”).

Molti fenomeni linguistici propri dei dialetti di area centrale, in particolare del fiorentino, sono passati all’italiano standard. Qui ne indicheremo alcuni propri solo dell’area toscana:

1. la sostituzione della prima persona plurale del verbo all’indicativo presente con in costrutto “si + terza persona singolare”: “noi si mangia” = noi mangiamo.

2. la gorgia, propria solo dell’area fiorentina, è la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche, per cui “amico” viene pronunciato “amiho”. Il fenomeno avviene anche in fono sintassi, quando cioè la posizione intervocalica si realizza nella catena del discorso: “la casa” è pronunciato “la hasa”, mentre “casa” senz’articolo presenterà la normale pronuncia dell’occlusiva. Per questo fenomeno si è tra l’altro invocata l’eredità dall’antico etrusco.

3. un po’ più a nord della linea Roma-Ancona corre il confine dell’assimilazione progressiva di nd>nn e mb>mm (quando>quanno; gamba>gamma; andiamo>annamo).

F 0 E 0 Le isoglosse che individuano la linea Roma-Ancona sono meno compatte e meno numerose rispetto a quelle della linea La Spezia-Rimini.

Il Romanesco fino al Cinquecento è stato molto vicino al tipo napoletano e dopo il sacco della città nel 1527 e l’insediamento dei papi fiorentini con le loro corti, si è fortemente toscanizzato. Caratteristici del romanesco sono i suffissi in “-aro” (macellaro, palazzinaro) e le desinenze “-amo”, “-emo”, “-imo” nella prima persona plurale dell’indicativo presente (cantàmo, vedèmo, sentìmo).

I dialetti dell’area meridionale si caratterizzano per:

1. la sonorizzazione delle consonanti sorde in posizione postnasale (“mondone” per montone, “angora” per ancora);

2. la metafonesi delle vocali toniche “e” ed “o” per influsso di “i” e “u” finali (“acitu” per aceto e il dittongo metafonetico “dienti” per denti);

3. l’uso di “tenere” per “avere”;

4. l’uso del possessivo in posizione enclitica (“figliomo” per mio figlio). Si tratta di una forma non ignota all’antico toscano e comunque in genere circoscritta alle prime due persone singolari.

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La classificazione delle aree dialettali è strumentale e non sempre i confini di un fenomeno linguistico sono chiari e univoci. Si prenda il caso della sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche che è uno degli elementi distintivi dei dialetti settentrionali. Ebbene, benché in linea di massima le cose stiano come abbiamo detto, si verificano diverse eccezioni e anomalie. In alcune zone della stessa Toscana si manifesta (forse per influsso settentrionale) la tendenza a trasformare “k” intervocalico in “g”. La stessa lingua italiana letteraria in diversi casi ha accolto forme sonorizzate come “ago”, “sugo”, “drago”, “spiga”, “lattuga”, “padella”. Ma, a parte la lingua letteraria, nelle parlate di Marche, Umbria e Lazio si possono sentire delle pronunce in cui k t p intervocaliche vengono lenite (indebolite).

Molto forte è la variabilità dei dialetti, che mutano da luogo a luogo, anche all’interno di una stessa regione o di una stessa città. Ciò non facilita la loro classificazione, e anzi la più recente dialettologia tiene conto non solo delle caratteristiche oggettive, delle differenze fonetiche, ma anche di fattori storici, culturali e della “variazione d’uso”, cioè del passaggio dal dialetto all’italiano da parte di un medesimo parlante. Oggi, solo una percentuale assai ridotta di italiani parla esclusivamente il dialetto, ma il vernacolo locale può affiorare in un discorso informale, in una frase o in espressioni proverbiali.

Per studiare la presenza e la vitalità del dialetto, il dialettologo si affida oggi a inchieste sul campo, basate sull’autocoscienza e sulla competenza linguistica dei parlanti. F 0 E 0 La prima descrizione sistematica e “scientifica” dell’Italia dialettale fu data da Ascoli nel 1885, e su di essa si sono basate quelle successive, fino alla rappresentazione cartografica di Pellegrini (1977) la più completa che sia stata realizzata.

5. Gli italiani regionali

L’italiano non è parlato in modo uniforme nell’intero territorio nazionale. I sono marcate differenze che interessano prima di tutto il livello fonetico, poi anche quello lessicale e sintattico, più raramente quello morfologico. Le varietà di italiano dipendono dalla distribuzione geografica e dall’influenza esercitata dai dialetti locali; sono dunque il risultato storico dell’incontro tra i dialetti e la lingua nazionale.

Queste varietà prendono il nome tecnico di varietà diatopiche dell’italiano o, secondo la denominazione a suo tempo adoperata da De Mauro, di “varietà regionali di italiano” o “italiani regionali”.

La caratterizzazione più evidente e immediata dei vari italiani regionali si ha a livello di pronuncia e di prosodia (di cui fa parte l’intonazione, quella che nel linguaggio comune è detta spesso cadenza o accento), per le quali è facile distinguere, ad es., un bergamasco da un romano.

Le principali varietà di italiano regionale sono la settentrionale, la toscana, la romana, la meridionale e la sarda. Poiché Roma, oltre che una metropoli, è la capitale della politica e dello spettacolo, la sua varietà linguistica è risultata estremamente ricettiva, accogliendo molti elementi estranei, dimostrando così una tendenza a smunicipalizzarsi; nello stesso tempo ha influenzato a livello lessicale le altre varietà regionali attraverso la radio, il cinema, la televisione. Sono entrate stabilmente nel vocabolario italiano parole di origine romanesca come “abbioccarsi”, “borgata”, “caciara”, “cazzata”, “fanatico”, “fasullo”, “frocio”, “inghippo”, “intrallazzo”, “scippo”, “stuzzichino”, “strazio”, “stronzo”, “tardona”. Alcune di queste sono di origine meridionale ma prima di generalizzarsi sono passate attraverso la varietà romana di italiano.

L’italiano è una lingua che per tradizione è ricca di termini “ufficiali”, elevati, letterari, ma quando si passa a un contesto familiare e domestico le differenze regionali si fanno marcate. Si possono ricordare a questo proposito le denominazioni della “tazza senza manico”, che al Nord è “scodella”, in Toscana e al Sud è “tazza” o “ciotola”.

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Differenze negli usi si hanno anche all’interno di una stessa varietà. Solo per fare un paio di esempi, l’espressione lombarda “fare i mestieri” per “fare i lavori domestici” non è intesa dai vicini piemontesi.

L’italiano regionale non deve intendersi come varietà linguistica strettamente legata ai confini della regione amministrativa, perché non sempre è così. I nomi locali si differenziano vistosamente nel campo dei cibi, nelle specialità della cucina regionale, negli utensili della casa, nelle designazioni botaniche. I regionalismi più vistosi si riscontrano dunque a livello lessicale e fonetico, ma nei livelli bassi di italiano regionale, propri soprattutto delle fasce sociali più popolari, investono anche fenomeni sintattici, per il maggior influsso del dialetto.

6. L’italiano popolare

Il linguaggio è patrimonio di tutta la comunità dei parlanti. La lingua non può essere dunque considerata proprietà esclusiva di singoli individui o delle classi più colte. Nella tradizione italiana di riflessione sulla lingua, il ruolo del popolo è stato però materia controversa. Nella speculazione linguistica del passato il basso popolo è stato considerato di nessun valore, o addirittura dannoso, senza contare il fatto che l’interesse andava comunque solo alla gente di Toscana, l’unica che parlasse un idioma analogo a quello letterario. L’interesse per il popolo inteso in maniera moderna, per le masse più umili e incolte di regioni i cui dialetti sono diversi da quello toscano, è nato nell’Ottocento con lo sviluppo delle scienze folcloriche e della dialettologia.

In anni più recenti, occupandosi del periodo storico successivo all’Unità d’Italia, i linguisti hanno riscoperto il popolo studiando l’italiano dei semicolti, le persone solo parzialmente alfabetizzate.

Il popolo postunitario era arrivato a utilizzare una modesta lingua “italiana”, piena di elementi dialettali e di “errori” influenzata da vari modelli, tra i quali possiamo annoverare persino le arie dei melodrammi, gli inni dei partiti e dei movimenti operai, il linguaggio delle preghiere.

L’individuazione di questi elementi e la scelta di assumere come oggetto di studio il comportamento linguistico delle classi subalterne si ispiravano anche all’ideologia marxista e al pensiero di Gramsci, il quale, in uno dei “Quaderni dal Carcere”, già nel 1935, aveva dedicato un paragrafo all’analisi dei fattori di livellamento nell’uso dell’italiano tra il popolo, individuando come poli di attrazione linguistica la scuola, i giornali, gli scrittori (soprattutto quelli popolari e più conosciuti), il teatro, il cinema, la radio, le riunioni pubbliche, in particolare quelle religiose, i rapporti di conversazione tra ceti più colti e meno colti. A Gramsci interessava unicamente cogliere «il processo di formazione, di diffusione e di sviluppo di una lingua nazionale unitaria». Le masse popolari erano viste come protagoniste di questo processo, a cui Gramsci guardava non tanto con la pura curiosità dello scienziato ma ponendosi un problema politico di educazione popolare. La categoria di italiano popolare si è fissata all’inizio degli anni Settanta per indicare “la parlata degli incolti di aspirazione sopradialettale e unitaria” o “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto”. Come si vede, le due definizioni fanno riferimento alla lingua parlata dal popolo, anche se di fatto le ricerche degli anni Settanta e Ottanta hanno avuto per oggetto quasi esclusivamente testi scritti come lettere, cartoline, racconti autobiografici e diari. Langeli ha affermato «l’italiano popolare è un modo di scrivere, non di parlare». Va osservato che un libro celebre come la “Storia linguistica dell’Italia unita” di De Mauro, la cui prima edizione è del 1963, già collegava strettamente la storia linguistica ai grandi fatti sociali, assegnando alle masse popolari il ruolo di protagoniste.

Inizialmente i documenti di italiano popolare vennero ricercati in uno spazio cronologico relativamente vicino, dalla fine dell’Ottocento in poi. Le ricerche hanno in seguito esteso il campo d’indagine, superando la visione un po’ schematica basata sul presupposto che prima dell’Unità le classi subalterne, analfabete, avessero sempre e solo adoperato il dialetto e fossero state dunque assolutamente estranee alla lingua italiana.

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La scoperta di una ricca serie di documenti dimostra come anche tra gli appartenenti ai ceti sociali più bassi, almeno nelle grandi città, la capacità di leggere e scrivere non fosse totalmente assente: → gli studi di Petrucci lo hanno messo in evidenza in maniera chiara per l’area di Roma.

Petrucci fra l’altro, ha scoperto e illustrato un quaderno di conti di una pizzicarola trasteverina della prima metà del Cinquecento. Questo quaderno, che contiene memoria di prestiti e debiti, porta un gran numero di registrazioni autografe dei debitori e dei creditori della pizzicarola Maddalena. Alcune delle registrazioni risultano vergate da semianalfabeti, che dimostrano grande difficoltà nell’uso della lingua scritta, ma tuttavia scrivono.

Le occasioni per imparare a scrivere erano maggiori del previsto nella Roma del XVI sec., grazie a un certo caos didattico, che vedeva il proliferare di improvvisate scuole familiari e scuole religiose aperte ai meno abbienti.

Sempre più spesso escono dagli archivi testi risalenti al periodo tra il Cinquecento e il Settecento, redatti in quello che si è soliti definire italiano popolare, mantenendo la categorizzazione nata per il periodo storico successivo all’Unità: F 0E 0 si tratta di scritture di semicolti (lettere, note, diari ecc) materiale prodotto da gente del popolo che, sebbene in maniera imperfetta, si dimostra pur in grado di usare la penna a fini strettamente pratici e utilitaristici, adoperando un italiano scorretto grammaticalmente e ortograficamente, saturo di dialettismi, ma comunque diverso dal mero dialetto.

Anche le masse popolari, quindi, benché estranee alle grandi scelte culturali decisive per la storia dell’italiano, hanno partecipato indirettamente all’evoluzione della lingua, se non altro subendo le conseguenze dei grandi processi di trasformazione sociale.

7. L’italiano standard

Il toscano è la parlata regionale che più si avvicina alla lingua letteraria, poiché la lingua letteraria deriva appunto dal toscano trecentesco. Firenze è stata considerata in passato la città in cui si poteva imparare a conversare nella lingua migliore. F 0 E 0 Ma il fiorentino è l’italiano non sono la stessa cosa, anche se in molti tratti si identificano. Quando si guarda alla lingua italiana corretta e regolata di uso normale, ci si riferisce, con termine inglese allo standard o, facendo a meno dall’anglicismo, all’italiano “normato” o “normale” o “comune”. Berruto (1993) ha riassunto molto bene i vari concetti che entrano a comporre l’idea di standard, la quale resta un po’ composita: F 0E 0 lo standard è una lingua che possiamo dire di tipo ‘neutro’ (cioè “non marcato” nel senso che respinge la variazione dialettale, bassa ecc), corrispondente al tipo codificato dai grammatici in base a principi normativi largamente riconosciuti, quindi un italiano a cui è attribuito prestigio da parte della comunità.

L’italiano normato è stabilmente diffuso a livello scritto: è la lingua insegnata a scuola, descritta nelle grammatiche, usata nei quotidiani, nella saggistica e in buona parte della letteratura. Resta invece ancora oggi poco diffusa una pronuncia davvero standard, cioè priva di tratti diatopicamente e diastraticamente marcati, in genere padroneggiata da coloro che fanno uso professionale della voce (esperti di dizione, annunciatori, attori ecc).

Vediamo comunque che cosa il fiorentino ha in comune con l’italiano standard, e in che cosa invece se ne distingue. L’italiano ha in comune con il fiorentino classico:

1. l’anafonesi, ovvero il fenomeno per il quale una “é” tonica si trasforma in “i” davanti a -gn e -ng- mentre la “o” tonica si trasforma in “u” davanti a -ng- F 0E 0 famiglia<fameglia<familia(m), lingua<lengua<lingua(m)

2. la dittongazione di E ed O del latino in sillaba libera;

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3. il passaggio di e atona protonica a i (nepote > nipote, decembre > dicembre)

4. il passaggio di –ar- atono a –er- nel futuro della prima coniugazione (amarò > amerò), il passaggio di –rj- intervocalico a –j- (gennaio da januarius);

5. l’assenza della metafonesi, presente invece nei dialetti settentrionali e meridionali.

I sono elementi che distinguono nettamente il fiorentino dall’italiano. Il più vistoso è la gorgia, cioè la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche. Un’altra caratteristica che distingue oggi il fiorentino dall’italiano comune è la tendenza alla monottongazione di –uò-: buono e nuovo sono in Toscana bòno e nòvo. L’italiano non segue in questo il fiorentino (salvo che per il monottonga mento di –uo- dopo palatale: gioco, figliolo ecc), ma tende anzi ad applicare per analogia il dittongo anche in posizione non tonica: nuovissimo, buonissimo.

Lo standard come accade in ogni manifestazione della lingua, non garantisce l’assoluta omogeneità. Persino dentro al parlato normato si infiltrano infatti alcuni elementi di substandard, informali, regionali, usati anche dai parlanti colti. Sabatini ha elaborato la categoria di italiano dell’uso medio, sulla base di una serie di fenomeni grammaticali ricorrenti nell’italiano oggi comunemente parlato anche dalle persone colte nelle situazioni comunicative di media formalità. La differenza rispetto all’italiano standard sta nel fatto che questo italiano accoglierebbe alcuni fenomeni colloquiali, presenti magari da tempo nello scritto, ma generalmente tenuti a freno dalla norma grammaticale, che ha sempre tentato di respingerli ed emarginarli. Altri studiosi preferiscono usare, in riferimento all’italiano dell’uso medio, la denominazione di italiano neostandard (così Berruto), ma il concetto è sostanzialmente analogo.

Lo standard rappresenta dunque un italiano ufficiale e astratto, l’italiano dell’uso medio rappresenta una realtà diffusa, di cui tutti abbiamo comune esperienza. Alcuni suoi tratti caratteristici, che riguardano tutta l’area nazionale, sono: l’uso di “lui, lei, loro” come soggetti; l’uso di “gli” generalizzato anche con il valore di “le” e “loro”; l’impiego di costrutti preposizionali con il partitivo, alla maniera francese (con degli amici); la dislocazione a destra o a sinistra, con ripresa del pronome atono (Paolo non l’ho più visto); l’uso dell’imperfetto al posto del congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico dell’irrealtà (se sapevo, non venivo).

8. Qualche esempio di testi dialettali

8.1 Giuseppe Gioacchino Belli: “Le lingue der monno” (1832)

Il romano Giuseppe Gioacchino Belli è, con il milanese Carlo Porta, il maggior poeta in dialetto della nostra letteratura dell’Ottocento. Nei suoi sonetti è raffigurata con sarcasmo, profondo spirito critico e realismo tutta la vita sociale della Roma papalina ottocentesca. Il sonetto che abbiamo scelto, però, è un po’ diverso da quelli in cui si manifesta la denuncia sociale o in cui appare la descrizione della vita del popolo: qui, infatti, Belli scherza su “Le lingue del mondo” invocando burlescamente la pretesa superiorità sinonimica del romanesco, dimostrata mediante la grottesca esemplificazione di una varietà di termini che (più o meno metaforicamente) indicano il “cesso”. La conclusione è irriverente e anticlericale, perché il sonetto si chiude con il più paradossale di questi sinonimi, nato per una sorta di gioco antifrastico: il cesso viene detto “monsignore”, titolo di rispetto che di solito si usa per gli ecclesiastici di alto rango.

[…sonetto omesso] vedi pagina 33 per il testo

Questo è il sonetto 617 della vastissima raccolta del Belli che conta oltre duemila componimenti scritti in romanesco, dialetto centro-meridionale le cui caratteristiche, tra quelle visibili nel testo, sono le seguenti: l’affricazione di s dopo n, r, l, per cui abbiamo “monziggnore” al posto di “mosignore”; la pronuncia della c palatale intervocalica come fricativa palatale, per cui abbiamo “dda sciuchi” anziché “da ciuchi”, “nescessario” anziché “necessario”; i troncamenti dell’infinito: “èsse” per “essere”, “ddì” per “dire”; le forme verbali della terza persona plurale del presente

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indicativo in –eno, “impareno”, “parleno”; il rotacismo, con r al posto di l in posizione preconsonantica, per cui “uguarmente” per “ugualmente”.

La grafia del Belli registra, a differenza di quella italiana standard, i raddoppiamenti fono sintattici, ovvero i rafforzamenti della consonante iniziale delle parole precedute da un monosillabo (“ho ssentito”).

Benché il tostano si sia affermato precocemente nell’uso scritto, spesso i dialetti furono splendidamente utilizzati a scopo letterario, non tanto per polemica antitoscana, quanto per svolgere funzioni differenti: ad es. per mettere in scena il popolo in maniera più credibile e realistica, per adempiere a funzioni stilistiche comiche, visto che la lingua alta letteraria si prestava meno bene a questo scopo. Sta di fatto che la letteratura dialettale in Italia è molto importante. Come ha scritto magistralmente Contini «l’Italiana è sostanzialmente l’unica grande letteratura nazionale la cui produzione dialettale faccia visceralmente, inscindibilmente copro col restante patrimonio». Nei sonetti del Belli, ad es., il dialetto è adoperato per rinsanguare la poesia introducendovi nuove linfe vitali, scurrili e plebee, realistiche e popolari.

8.2 Un famoso canto popolare siciliano: La principessa di Carini

“La principessa di Carini”, nota generalmente come “La barunissa di Carini” con variazione del titolo nobiliare è una canzone siciliana molto celebre, studiata da folcloristi ottocenteschi, diffusa da cantastorie e dalla tradizione popolare, sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro. Il testo qui presentato non racchiude l’intera storia: si tratta di un frammento con il momento culminante, quando la principessa è fatta uccidere dal padre, venuto a sapere che la figlia ha un amante. Nel seguito il cavaliere Vernagallo, ex amante della ragazza, ottiene dal diavolo di poter scendere all’inferno per vedere la defunta. Sembra che la storia, pur romanzata e reinventata, si rifaccia a un episodio di sangue accaduto davvero nel Cinquecento proprio a Carini. Il canto è stato raccolto dal vivo nel 1964 a Capaci presso Palermo, registrando la voce dell’informatrice Rosaria Pagano

[…testo omesso] per il testo vedi pagina 35 Tra le caratteristiche del dialetto siciliano riconoscibili in questo testo bello e famoso, oltre al vocalismo tonico di cinque vocali, non sette come in italiano, e a quello atono di sole tre (a, i, u, come si vede dalle vocali finali, che sono sempre quelle, con l’eccezione di “primo” che è o errore di trascrizione o è italianizzazione della parlata locale), si nota il possessivo “so” per “suo”, il pronome dimostrativo “chisto” “questo” (forma genericamente meridionale), la forma “figghia” “figlia” (tale l’esito del nesso latino –lj-, “voghiu” “voglio”), l’assimilazione di –nd- in “secunnu” “secondo” e “unni” “onde, la consonante –d- che assume il carattere di una fricativa e giunge fino a r (“viri” per “vide”), il nesso latino –LL- che passa a d occlusiva alveolare sonora (“idda” per “ella”), l’abbreviazione della negazione “non” nella forma “un”. Il verbo “ammazzari” non è seguito dal complemento oggetto “te” ma dalla forma obliqua “a tia” “a te”.

9. Qualche esempio di testi in italiano popolare

9.1 Il libro dei conti di Maddalena pizzicarola di Trastevere

Il “libretto di conti” di Maddalena pizzicarola in Trastevere è stato scoperto dal paleografo Petrucci nell’Archivio di Stato di Roma, dove è conservato. Si tratta di un codicetto di 144 carte in cui sono segnate le registrazioni di debiti e crediti relativi all’attività di una bottega di pizzicheria che si trovava a Roma, presso la chiesa di San Giovanni della Malva in Trastevere. F 0 E 0 Le registrazioni vanno dal 1523 al 1537, dunque scavalcano il grande evento di quegli anni, cioè il sacco del 1527. Le registrazioni di debito o credito sono autografe degli interessati, o di mano di loro dipendenti, e rappresentano un raro e interessante esempio di scrittura popolare antica. Gli scriventi sono ben 102, eccezionale documentazione spontanea lasciata da persone appartenenti al ceto medio-basso, legate da attività economiche comuni nel medesimo spazio geografico.

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Scegliamo due annotazioni, una di Tommaso, sensale di Ripa (Ripa e Trastevere sono sulle sponde opposte del fiume Tevere). Costui risulta avere, agli occhi del paleografo, una buona grafia “italica pura”. L’altra annotazione è di tal Viviano Codazi, giudicato da Petrucci tra “l emani più rozze” quanto a qualità della grafia, una “mercantesca” elementare.

Nella prima annotazione, quella del sensale Tommaso, si notano la ripresa ridondante del soggetto “io…io”, l’ipercorrettismo “sonno” “sono”, l’articolo “el” comune allora in tutta l’Italia al posto di “il”, “ve” per “vi”, “se” per “si”, ma soprattutto colpisce la formula finale, che assomiglia a quella di una lettera o di una petizione all’autorità: non sarebbe stato necessario, alla fine di una ricevuta porre una “raccomandazione”. “Raccomanna” è forma romanesca per “raccomanda”, con assimilazione di –nd-. Lo scrivente ha dunque utilizzato un modello di scrittura burocratica o epistolare, con un colorito dialettale nella parte finale.

Il secondo scrivente è meno colto. Lo rivelano le forme “zuli” per “giulii”, “disisiete” “diciassette”, “moli” per “moglie”, “roso”, “dito” e “eso” con scempiamento per “Rosso, detto, esso”. “A eso” cioè “a esso” per “a lui” è forma laziale e centro-meridionale in genere. “Ienaro” per “gennaio” è forma non toscana ed è comune nei documenti romani dell’epoca. “Infeto” per “infetto”, cioè ammalato, a parte lo scempiamento di t è forma del toscano cinquecentesco. “Rezeputo” per “ricevuto” si trova in genere in documenti settentrionali, ma anche meridionali. Il verbo “confessare” (“chonfeso”) per dichiarare di aver “ricevuto” una somma era di uno tecnico- burocratico nell’italiano antico, anche in toscano.

Gli esempi mostrano in che modo lo storico della lingua si interessi alle scritture popolari, assolutamente lontane dall’uso letterario, legate alla quotidianità della vita e alle necessità pratiche, e non si arresti all’utenza elevata della lingua, ai “piani nobili”, dove stanno le classi colte. F 0 E 0 Verificando la penetrazione dei modelli di lingua tra le classi popolari, ci si interroga anche sui meccanismi che potevano diffondere l’alfabetizzazione, o meglio una semialfabetizzazione tra il popolo, nel quadro di quello che Petrucci ha chiamato “un caos didattico nel quale regnava il più assoluto spontaneismo. 9.2 Lettera di un emigrato politico

Molte testimonianze di italiano popolare si ricavano da lettere familiari scritte da emigranti o da soldati lontani da casa. In genere, oltre a sollecitare l’interesse linguistico, testi del genere offrono anche una rappresentazione dei sentimenti e delle preoccupazioni del popolo. Proponiamo qui la lettera di un emigrato politico veneto che dalla Francia, nel 1936, scrisse ai parenti rimasti ad Adria. La sua lettera non giunse però a destinazione: sequestrata dalla polizia per le dichiarazioni antifasciste, finì in questura e poi all’Archivio di Stato di Rovigo.

[…testo omesso] per il testo vedi pagina 38

Grafie diverse dalla norma, eterogeneità, anomalie morfologiche, tracce del parlato, tratti dialettali: tutti questi elementi sono caratteristici dell’italiano popolare. Nella lettera dell’emigrato Pietro, la punteggiatura è limitata quasi esclusivamente al punto fermo. Lo scrivente è estraneo alle convenzioni grafiche della lingua scritta: non tanto perché usi “ò” per “ho”, quanto perché ha difficoltà nella corretta divisione delle parole (si registrano così le concrezioni litalia “l’Italia”, sene “se ne”, nelafrica “nell’Africa”) e introduce la q al posto di c in “asiqurare”. Il dialetto si riflette nelle pronunce filio, meso e nell’uso dell’aggettivo “suo” per “loro”, e ancora nell’incerto trattamento delle geminate, con numerosi scempiamenti e due ipercorrettismi (“statto” per “stato e “avantano” per “vantano”). Tratto dialettale settentrionale è anche il verbo “agiutare” “aiutare”. Si segnalano inoltre accordi impropri (alla stranieri) e forme verbali inesistenti (“si statto” per “sono stato”). La sintassi è spesso vacillante e la giuntura relativa “la quale” è usata più volte in modo improprio.

L’incipit e la chiusura sono stereotipi comuni a molte lettere di scriventi popolari.

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F 0 E 0 Queste anomalie rispetto alla norma non devono essere interpretate solo come errori, ma come documento dello sforzo di avvicinarsi alla lingua italiana da parte di un dialettofono ad essa quasi estraneo, ed estraneo o quasi al mondo della parola scritta.

9.3 Italiano e dialetto in un canto popolare piemontese: “La barbiera”

Questa canzone popolare è stata registrata con il magnetofono da Marazzini a San Benedetto Belbo, nelle Langhe cuneesi, nell’estate del 1980 mentre veniva cantata da un coro di abitanti del paese al termine di una serata di veglia contadina. Si tratta dunque di letteratura popolare.

F 0 E 0 La letteratura popolare è in genere in dialetto.

Spontanea

Si distingue tra la letteratura dialettale

Riflessa

Alla Riflessa, che si caratterizza per la volontaria scelta del dialetto come strumento d’arte da parte di un autore colto, appartiene il sonetto di Belli riportato prima.

La Spontanea rappresenta invece l’uso naturale del dialetto da parte del popolo.

Chi, ragionando come un purista del dialetto, cercasse la perfezione della parlata locale, resterebbe però molto deluso. Il canto mescola infatti vistosamente forme italiane e dialettali, persino all’interno di una stessa frase. Nulla di strano in questo. F 0 E 0 La variazione è un fenomeno che si verifica anche nella conversazione quotidiana, perché è una costante della comunicazione linguistica: a questo concetto ricorre la dialettologia moderna per interpretare la dinamica dei fatti linguistici.

Nella trascrizione sono stati usati segni appositi per indicare fonemi ignoti all’italiano: così le vocali turbate ü ed ö (le vocali “alla francese”), tipiche dei dialetti gallo-italici del Settentrione, sconosciute al resto della penisola. È stato usato il segno n- per indicare la nasale velarizzata.

Basterà un accenno al contenuto del canto, tema di pertinenza degli studi folclorici più che di quelli linguistici. Esso è celebre tra quelli piemontesi, noto attraverso una gran quantità di versioni non solo italiane: in esse, però, il finale non è tragico. → La versione delle Langhe finisce con l’uccisione della donna perché il testo si è incrociato con un’altra canzone tradizione, il tipo detto del “ritorno del soldato”, in cui ricorre la vendetta d’onore del marito tradito. Come accade di frequente nel canto popolare e anche nelle fiabe, due storie diverse si sono fuse producendone una sola. Curioso è il mestiere insolito della barbiera, che nasconde in maniera non troppo oscura la metafora sessuale.

[…testo omesso] per il testo vedi pagina 40

Nel complesso ibridato di questo testo prevale il dialetto, o possiamo parlare di italiano popolare, per le forti intrusioni italiane? L’aspetto prevalente, come già abbiamo detto, è la variazione. F 0E 0 La realtà della lingua consiste spesso nella contaminazione tra codici e nel passaggio dall’uno all’altro. L’italiano di questi versi contiene persino parole ed espressioni di una certa ricercatezza (“l’insaponata”, la barba “fatta a onda”). L’incipit è in italiano popolare, per la ridondanza pronominale e per la forma “Franza” per “Francia”, che risente della pronuncia dialettale. Quanto alle espressioni dialettali vere e proprie, al v. 2 il primo emistichio è incerto, può essere in dialetto o forse in italiano popolare, ma il secondo emistichio è vistosamente in dialetto locale per le forme verbali “vurreisi fèmie” “vorresti farmi”.

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Il dialetto compare con più omogeneità dal v. 10, ad es., nella frase “l’ha cunusulu per suo marì” “per suo” è sicuramente italiano. A volte il passaggio dal dialetto all’italiano turba la regolarità della rima (sempre tronca negli emistichi finali), come nel caso di “razùr : color” dove ci dovrebbe essere “razùr : culùr”: probabilmente in passato la rima era perfetta, ma la penetrazione dell’italiano ha modificato il testo.

9.4 Un canto italiano popolare: “Mamma mia, dammi cento lire

Questo canto è nato alla fine dell’Ottocento durante il grande flusso migratorio popolare verso l’America e, benché di origini autenticamente popolari, è ora famoso anche grazie all’impiego canzonettistico a scopo commerciale. La versione qui trascritta, tratta da Vettori (1974) è stata raccolta da Gurro, in Val Cannobina (nella zona del Lago Maggiore), nel 1954

[…testo omesso] per il testo vedi pagina 41

In questo testo, l’italiano substandard affiora in più punti, e dunque siamo di fronte a un campione perfetto di italiano popolare, seppure non tratto dalla conversazione comune, ma da un canto, cioè da un prodotto poetico. Fra i tratti che possono essere classificati come italiano popolare, ecco al v.8 il pronome “li” al posto di “le”, al v.10 “lascéla” “lasciatela”, calco del dialetto “lasséla”, il verbo “rialzò” usato per indicare il ribaltamento e conseguente affondamento del piroscafo, al v.14 è popolare il costrutto sintattico “son venute la verità” per “son risultate vere”. Il participio “giunta” più che sconcordanza rispetto a “bastimento” maschile, è un accordo a senso con il sesso femminile della ragazza, o meglio una focalizzazione sulla protagonista. La forma apocopata “’Pena” può essere al tempo stesso dialettale e dettata da esigenze metriche.

F 0 E 0 Si noti che questa canzone ottocentesca si riallaccia a un tipo più antico, che i folcloristi conoscono come “La maledizione della madre”, nella quale una ragazza si vuole maritare contro la volontà della genitrice, e fugge a cavallo con lo sposo. Giunta sulla riva del mare, cade da cavallo e affoga. In certe versioni, la mamma manda alla figlia la maledizione affacciandosi alla finestra, proprio come in “Mamma mia, dammi cento lire”, a riprova del legame tra questa canzone “moderna” e la tradizione popolare più antica.

2. Nozioni elementari di fonetica e grammatica storica

1. La trascrizione fonetica

I sistemi di scrittura delle lingue naturali sono frutto dell’evoluzione storica della grafia. Per questa ragione non sono necessariamente la soluzione più semplice e razionale per trascrivere la lingua parlata, anzi mostrano ridondanze e complicazioni più o meno numerose a seconda delle lingue, anche se l’abitudine li può far sembrare naturalissimi e intuitivi. Manca invece in questi sistemi l’univocità nel rapporto tra suono e grafia, necessaria a scopo scientifico. L’italiano, ad es., ha un sistema grafico abbastanza ragionevole, e tuttavia certe volte la scrittura si complica: “chiesa” e “casa” iniziano con lo stesso suono, scritto “ch” prima di “i” e “c” prima di “a”. L’italiano antico poteva avere in questi casi “k”, in seguito uscito dall’uso, anche se oggi rinato negli sms, dove qualcuno scrive “kiesa” per “chiesa”. Certi suoni richiedono una lettera sola, altri ne richiedono due, come “gn” di “gnomo” e “gl” di “gli”.

→ Solo un sistema grafico artificiale, creato ad hoc, può ambire all’univocità.

Oggi il sistema prevalente di trascrizione fonetica adoperato dagli studiosi di tutto il mondo è l’IPA, International Phonetic Alphabet, la cui prima versione apparve nel 1886. Da allora è stato più volte rivisto, perfezionato e ampliato.

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Molti vocabolari stranieri adottano la trascrizione in IPA, divulgandola tra il largo pubblico. in Italia, però, essa ha meno fortuna: è stata introdotta nel 1970, per tutti i lemmi, nella X ed. del noto vocabolario Zingarelli che l’ha mantenuta nella XI ed. per poi abolirla, tranne che per le parole straniere, ed è presente nel GRADIT di De Mauro.

Lo Zingarelli X e XI e il GRADIT hanno in realtà una trascrizione definita dai curatori “fonematica” (non “fonetica”).

F 0 E 0 Esistono infatti diversi livelli di scrittura fonetica: si distingue di solito tra i due estremi di una trascrizione stretta e una larga, la prima molto più precisa, la seconda semplificata, tale da rendere solo l’informazione essenziale della pronuncia tipica di una comunità, indipendentemente dai caratteri del singolo individuo.

L’alfabeto fonetico nasce da una standardizzazione internazionale concordata, ma non è di uso agevole per tutti gli utenti. Singole nazioni, e anche l’Italia, hanno elaborato per tempo, per proprio conto, sistemi diversi di notazione dei suoni a scopo scientifico. Il padre della linguistica italiana, Ascoli, fondando nel secondo Ottocento gli studi dialettologici nel nostro paese, elaborò un sistema di trascrizione fonetica poi ripreso da studiosi successivi. In sostanza, si tenga presente che: quando si consulta un saggio nel quale le parole sono state trascritte in alfabeto fonetico, è necessario verificare (negli avvisi e nelle note al testo) qual è il sistema impiegato dall’autore.

→ La trascrizione scientifica del parlato può dunque essere fatta con sistemi diversi, pur se l’IPA ha le caratteristiche più vantaggiose sul piano del consenso internazionale.

Per verificare le differenze tra i sistemi di trascrizione fonetica, si consideri la parola italiana 0 2 5 4

0 2 8 3“rosa” (nel senso di ‘fiore’). Il alfabeto IPA, si scriverà /’r za/, nel sistema Ascoli-Merlo ‘ro a.

In entrambi i casi, la sillaba preceduta dal segno di apice (‘) è quella su cui cade l’accento tonico.

F 0 E 0 Le trascrizioni fonetiche in caratteri IPA sono convenzionalmente poste entro parentesi quadre o tra due sbarrette oblique. Le sbarrette indicano la trascrizione fonematica, le quadre la trascrizione fonetica vera e propria.

● Per convenzione, le parentesi uncinate < > indicano invece i grafemi, che non riguardano la lingua ma il sistema della scrittura.

Un problema emerso di recente, parallelamente alla grande affermazione dell’alfabeto fonetico, è la difficoltà di scrivere l’IPA sulle tastiere dei computer, e quindi nella Rete. Per questo si stanno studiando corrispondenze standardizzate tra i segni IPA e i caratteri ASCII dei pc.

2. Fonetica e grafia dell’italiano

Non ci si può accostare alla grammatica storica senza possedere qualche nozione di fonetica, per padroneggiare la terminologia comunemente adoperata nella descrizione dei fenomeni linguistici. • La fonetica studia la natura fisica dei suoni delle lingue. • La fonetica articolatoria studia il modo in cui i suoni delle lingue vengono articolati nell’apparato fonatorio umano.

A noi interessa essenzialmente conoscere la classificazione dei suoni della lingua italiana, la quale ha un sistema di sette vocali perché la e e la o si distinguono in chiuse e aperte. Tale distinzione é/è e ò/ó ha valore fonematico in quanto può distinguere due parole altrimenti identiche: pésca (atto del pescare) e pèsca (frutto), bótte (recipiente in legno) e bòtte (percosse).

→ Il fonema può essere infatti definito come l’unità distintiva minima priva di significato.

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F 0 E 0 Le vocali si classificano in base al luogo di articolazione nella cavità orale, ovvero alla posizione che assume la lingua nella pronuncia del suono: centrale, anteriore o posteriore.

- La vocale centrale o media è la a, - le tre vocali anteriori o palatali sono i, è, é (così chiamate perché la lingua è in posizione avanzata, vicino al palato) - le tre posteriori o velari sono u, ò, ó (così chiamate perché nell’articolare questi suoni la lingua arretra verso il velo palatino). Le vocali posteriori possono essere inoltre chiamate labiali o arrotondate, poiché nell’articolazione del suono le labbra sono protese in avanti.

A differenza delle consonanti, tutte le vocali sono sonore: infatti sono pronunciate facendo vibrare le corte vocali.

F 0 E 0Le vocali che portano l’accento sono dette toniche, le altre sono atone.

I manuali di fonetica raffigurano le vocali in uno schema a forma di trapezio o quadrilatero, il cd. trapezio vocalico, che è raffigurato anche nella tavola dell’IPA.

Combinazioni particolari di suoni vocalici sono i dittonghi, che possono essere ascendenti (piede, uomo) o discendenti (fai, causa). → La i e la u (chiamate iod e waw) che entrano nei dittonghi vengono pronunciate in una maniera intermedia tra quella di una vocale e quella di una consonante: prendono quindi il nome di semiconsonanti (o semivocali nei dittonghi ascendenti, secondo alcuni).

F 0 E 0 A differenze delle vocali, le semivocali non possono portare l’accento tonico.

Le consonanti vengono pronunciate con un restringimento o con un’occlusione del flusso d’aria. Nel primo caso (restringimento) sono dette fricative, nel secondo (occlusione) sono dette occlusive. La combinazione delle prime e delle seconde produce le affricate. Le consonanti possono essere sorde o sonore: nelle sorde non si ha vibrazione delle corde vocali, nelle sonore sì.

La classificazione delle consonanti tiene conto di tre diversi fattori: il modo di articolazione, la vibrazione delle corde vocaliche e il punto di articolazione (che può essere le labbra, la zona dei denti, il palato, il velo palatino).

Le occlusive sono le labiali /p/, /b/, le dentali /t/, /d/, le velari /k/ (casa), /g/ (gaio).

/p/, /t/, /k/ sono sorde

/b/, /d/, /g/ sono sonore

Le fricative, nelle quali si realizza un restringimento nel flusso dell’aria fino a produrre un attrito o 0 2 8 3

0 2 9 2fruscio, sono le labiali /f/, /v/, le dentali /s/ (sano), /z/ (rosa), le palatali / / (pesce), / / (come nel

francese je, in italiano standard questa consonante non esiste, ma è presente nella pronuncia fiorentina).

0 2 8 3

0 2 9 2Le affricate sono le dentali /ts/ (alzare), /dz/ (zero), e le palatali /t / (cena), /d / (giallo).

Nel modo di articolare alcune consonanti, intervengono anche fattori quali movimenti della lingua o partecipazione della cavità nasale. → Se l’occlusione della cavità orale si combina con il passaggio di aria nel naso, si ottengono le consonanti nasali 0 27 2, che sono /m/ (mamma), /n/ (nonno), / / (ogni). → Se la lingua occlude solo la parte centrale della cavità orale, lasciando libere le zone laterali, avremo le consonanti laterali 0 28 E: la dentale laterale /l/ e la palatale laterale / / (figlio). • la /r/ è consonante vibrante, perché la lingua produce una serie di ostruzioni che si susseguono rapidamente, come vibrazioni, in certi casi, però, la /r/ viene eseguita in maniera diversa, poco o non vibrante, come nella cd. “r moscia”.

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Il sistema grafico dell’italiano è, nel complesso, abbastanza coerente con la pronuncia. Molto più forte è lo scarto tra grafia e pronuncia che si riscontra nel francese o nell’inglese; lo spagnolo, per contro, ha un rapporto segno-suono ancor più preciso dell’italiano.

In italiano sopravvivono pochi elementi grafici dotati solamente di valore etimologico: ciò accade, ad es., per l’h di hanno, in altri casi h ha valore diacritico, come nel digramma ch, in cui sta a indicare che c va pronunciata come occlusiva velare. A volte le imprecisioni della grafia si legano ad effettive oscillazioni nell’uso reale della lingua, osservabili in zone più o meno ampie del territorio nazionale. Ad es., la grafia per le “e” e le “o” strette e aperte è identica, benché la distinzione abbia valore agli occhi del linguista e valga anche per il comune parlante dell’Italia centrale: tuttavia non è avvertita o eseguita correttamente da un buon numero di parlanti del nostro paese, soprattutto settentrionali. Il segno <s> si usa sia per la sorda sia per la sonora, e la stessa cosa accade per <z>, ma la realizzazione di questi fonemi consonantici non è identica in tutto il territorio nazionale: solo il tipo toscano oppone funzionalmente /s/ a /z/ in posizione intervocalica, ad es. in “fuso”.

3. Nozioni elementari di grammatica storica

Le modificazioni subite dal latino nel suo processo di trasformazione non sono state casuali: in esse si riscontra una certa regolarità. Possono essere individuate determinate regole di sviluppo, studiate dalla grammatica storica, la quale va ben distinta dalla grammatica descrittiva e da quella normativa. La grammatica storica si occupa dello sviluppo diacronico della lingua. Le “leggi” della grammatica storica sono diverse da lingua a lingua. Anche i dialetti italiani possono essere oggetto di un’indagine diacronica, in cui la grammatica storica trova un fertile campo di applicazione. Le cd. leggi della grammatica storica hanno una loro indubbia validità, ma non sono prive di eccezioni e anomalie. Esse vanno comunque intese nel senso di tendenze dominanti presenti nel sistema. Nell’analisi proposta il simbolo > significa “passa a”; / “da origine a”, mentre il simbolo < “proviene da”. L’asterisco (*) anteposto a una base latina indica che quella forma non è attestata nel latino scritto, ma che gli studiosi ne ipotizzano l’esistenza nel latino volgare.

3.1 Fenomeni del vocalismo

Il sistema vocalico dell’italiano, così come quelle delle altre lingue romanze, si è formato dallo sviluppo del sistema vocalico latino. Il latino aveva dieci vocali, distinguibili in cinque lunghe e cinque brevi. Ad un certo punto, però, la quantità vocalica latina non fu più avvertita, cessò di avere rilevanza, e si trasformò in qualità: i parlanti pronunciarono le lunghe come chiuse e le brevi come aperte. Dalle dieci vocali latine si passò così alle sette vocali toniche dell’italiano.

Il vocalismo atono dell’italiano, cioè quello che riguarda le vocali sulle quali non cade l’accento tonico, non distingue tra chiuse e aperte: si riduce così a sole cinque vocali. Le vocali senza accento tonico sono dunque sempre chiuse.

Il sistema vocalico dell’italiano non solo si differenzia da quello di altre lingue romanze, come il francese o lo spagnolo, ma si distacca anche da quello di altre parlate italiane. Il vocalismo tonico sardo, per es., è penta vocalico (identico a quello atono), con conguaglio in unico esito di ciascuna vocale latina breve e lunga.

Anche il sistema tonico siciliano è pentavocalico, ma con esiti diversi. Il vocalismo atono siciliano si riduce ai soli tre tibri estremi del trapezio: i, a, u.

F 0 E 0 Il vocalismo è un elemento distintivo importante che può aiutare a stabilire la provenienza geografica di un testo. Il vocalismo siciliano, inoltre, è alla base di un fenomeno che ha interessato la nostra lingua poetica: la rima siciliana.

3.1.2 Dittongamento e monottongamento

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Le vocali latine Ĕ e Ŏ toniche, in posizione di sillaba libera (sillaba terminante per vocale), danno origine in italiano ai dittonghi “ie”, “uo”. Si ha ad esempio da PĔDEM>piede e da BŎNUM>buono. Tuttavia in alcuni casi non troviamo il dittongo nella posizione in cui è previsto da questa legge fonetica. La mancanza è dovuta a una serie di anomalie: nella lingua poetica, ad es., si affermarono già nel medioevo forme come “bono” al posto di “buono” che si radicarono nel linguaggio letterario. Nel fiorentino del Cinquecento, poi, si ebbe la scomparsa del dittongo preceduto da consonante + r, per cui breve < brieve < brevem, provo < pruovo < probo. La scomparsa dei dittonghi non fu comunque generale, e le forme dittongate sopravvissero nella lingua degli scrittori tradizionalisti. Nell’Ottocento il dittongo “uo” venne meno dopo suono palatale (per cui “gioco” e non più “giuoco”, “figliolo” e non più “figliuolo”). F 0 E 0 Una forte spinta all’abbandono del dittongo dopo palatale fu data da Manzoni. Nel fiorentino popolare “uo” venne meno in tutte le posizioni (es. “òmo” per “uomo”).

Il dittongo, inoltre, manca in parole di origine dotta, introdotte in italiano sulla base del modello latino: è il caso di “specie”, “decimo”, “popolo”.

Ci sono infine alcune eccezioni, casi in cui Ĕ e Ŏ latine toniche e in sillaba libera non hanno subito dittongamento, ad es., “bene” e “nove”. In italiano antico, dalle basi latine ERAT e ERANT si sono avute regolarmente le forme dittongate “ièra” e “ièrano”: la successiva scomparsa del dittongo si spiega col fatto che le due forme verbali sono seguite quasi sempre da un’atra parola, sulla quale cade l’accento principale della frase, cosicché la “e” del verbo perde la sua qualità di vocale accentata.

Quanto al monottongamento, i dittonghi latini AE e OE si trasformarono, già all’inizio dell’era volgare in una Ē. Tuttavia la Ē del dittongo AE, anche se lunga, fu pronunciata aperta, e dunque nel passaggio dal latino all’italiano si comportò come se fosse breve (es. “lieto”). Il dittongo OE, invece, ha dato regolarmente in italiano una e chiusa: “pena”.

Il dittongo latino AU produsse una Ō con timbro chiuso solo in poche parole come “coda”. Di regola si monottongò in una ò aperta: aurum > oro, causam > cosa, paucum > poco.

3.1.3 Anafonesi

L’anafonesi è il fenomeno per il quale:

0 2 8 E

0 2 7 2• /e/ tonica si trasforma in /i/ davanti a laterale palatale / /, davanti a nasale palatale / /,

0 2 7 3provenienti rispettivamente da LJ e NJ, e ancora davanti a nasale velare / /:

famiglia < fameglia < FAMILIA; consiglio < conseglio < consilium; gramigna < gramegna < graminea; lingua < lengua < LINGUAM; vinco < venco < VINCO.

0 2 7 3• /o/ tonica si trasforma in /u/ davanti a nasale velare / / (soprattutto nella combinazione n + velare

sonora g):

fungo < fongo < FUNGUM; unghia < onghia < UNGULAM;

0 2 7 3Nella combinazione / / + velare sorda /k/ l’anafonesi si ha solo nella parola giunco < gionco <

IUNCUM.

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L’anafonesi è un fenomeno tipico del fiorentino e di una parte della Toscana, assente altrove. Dal fiorentino, l’anafonesi è passata all’italiano: è una prova inequivocabile della fiorentinità di base della nostra lingua. Si badi che anche a Firenze si è avuto in un primo momento l’esito “fameglia”, “fongo”, ecc… e che solo in un secondo tempo la parola ha avuto l’evoluzione anafonetica.

3.1.4 Metafonesi

La metafonesi è un fenomeno linguistico che non c’è in italiano, ma che si ritrova in alcune parlate di area non toscana. Fa inoltre capolino nelle scritture italiane antiche di area extratoscana: quindi può servirci a riconoscere la provenienza geografica di un testo dialettale antico e moderno. F 0 E 0 La metafonesi consiste nella modificazione del timbro di una vocale per influenza di una vocale che segue. Si ha quando le vocali finali /i/, /u/ influenzano la tonica che precede, aumentandone la chiusura se già chiusa (/e/ > /i/, /o/ > /u/), facendola dittongare se è aperta.

Nell’Italia settentrionale la metafonesi si verifica, ad es., nella chiusura davanti a –i finale dei plurali. Prendiamo qualche caso citato da Stussi tratto dal poeta duecentesco Giacomino da Verona, in cui si ha “dulci” (pl) ma “dolce” (sing.).

Nell’Italia meridionale la metafonesi avviene sia davanti al plurale in –i sia davanti al singolare in –o, come nella coppia “cunti/cunto”; sono dittonga menti metafonetici “trattenemiento”, “Rienzo”, “fratiello”, “biello”. Riferendoci alla lingua parlata, possiamo notare che in napoletano si ha l’opposizione tra il maschile “russ(u)” e il femminile “rossa”: l’esito di “russ(u)” è condizionato dalla metafonesi dovuta alla /u/ finale del maschile, poi trasformatasi in vocale mute. Nel femminile il fenomeno non agisce perché la vocale finale è /a/.

3.1.5 Caduta della vocale atona in posizione mediana

Già nel latino parlato era caduta la vocale mediana di molte parole sdrucciole (quelle accentate sulla terzultima sillaba): DOMINAM > donna; CALIDUM > caldo. → Si tratta di una sincope (caduta) della vocale postonica in penultima sillaba.

I seguenti, invece, sono esempi di sincope della vocale intertonica (tra accento primario e accento secondario): BONITATEM > bontate > bontà; CEREBELLUM > cervello.

3.1.6 Passaggio di /e/ pretonica e postonica a /i/

Nel toscano la e chiusa in posizione pretonica tende a chiudersi in /i/, come in NEPOTEM > nepote > nipote; MELIOREM > megliore > migliore. In diversi casi, tuttavia, il fenomeno non si riscontra, per vari motivi. Ciò accade ad es. in vocaboli di origine straniera, come il francesismo “dettaglio”, o in parole in cui la /e/ è stata ripristinata sul modello latino (eguale, delicato). La /e/ è presente in alcuni anche in alcuni derivati, per influsso della parola da cui provengono, nella quale la /e/ non è passata a /i/ perché non è protonica (telaio da tela, peloso da pelo). In qualche caso, anche la /o/ protonica si è chiusa in /u/: OCCIDO > occido > uccido; AUDIRE > odire > udire. La chiusura della e postonica in /i/ è un fenomeno generale che riguarda tutte le e chiuse derivate da Ĭ latino, poste dopo sillaba accentata ma non in posizione finale di parola: DOMINICAM > domeneca > domenica; FEMINAM > femmena > femmina.

3.2 Fenomeni del consonantismo

3.2.1 Caduta delle consonanti finali

Le tre consonanti che in latino ricorrevano con particolare frequenza in posizione finale subiscono nel passaggio all’italiano un indebolimento e poi un dileguo: la –T, uscita caratteristica della terza

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persona singolare e plurale dei verbi; la –M, desinenza tipica dell’accusativo singolare; la –S, uscita caratteristica dell’accusativo plurale e della seconda persona dei verbi. Nel latino parlato, la –M e la –T caddero molto presto, come documentano iscrizioni e graffiti del I sec. d.C. Nelle parole latine usiamo collocare la -M dell’accusativo tra parentesi tonda, per indicare appunto la caduta di questa consonante nel passaggio alla forma volgare: la derivazione delle parole italiane va infatti rapportata alla forma dell’accusativo latino, caso più usato, che prese ad un certo punto il sopravvento, ad es., riconduciamo la parola “voce” alla forma VOCE(M), non al nominativo VOX. La –S finale non è semplicemente caduta, ma ha prodotto diverse trasformazioni: in alcuni monosillabi si è palatalizzata (cioè si è trasformata nella vocale palatale /i/): NOS > noi, VOS > voi. In alcuni sostantivi polisillabici, prima di cadere, ha palatalizzato la vocale precedente: CAPRAS > capre, MONTES > monti.

3.2.2 Consonanti doppie

Le doppie latine si conservano in italiano e nei dialetti meridionali, ma non nelle parlate settentrionali. Hanno dato luogo quasi sempre a consonante doppia anche i gruppi consonantici latini –CT- e –PT: LACTE(M) > latte, SEPTE > sette. In questi nessi consonantici latini, difficili da pronunciare, la seconda consonante ha assimilato (reso uguale) a sé la prima consonante, dando così luogo a consonanti doppie. F 0E 0 Parliamo in questo caso di assimilazione regressiva.

3.2.3 Assimilazione

F 0 E 0 L’assimilazione è il fenomeno per cui un suono diventa simile a un altro che gli si trova vicino.

È regressiva quando il suono che precede diventa simile a quello che segue (il secondo suono influisce sul primo);

È progressiva quando il suono che segue diventa simile a quello che precede (il primo suono influisce sul secondo).

Il fiorentino, e dunque l’italiano, conoscono solo l’assimilazione regressiva. Abbiamo già visto alcune di queste assimilazioni nel passaggio dal latino all’italiano (SEPTE(M) > sette). I dialetti centro-meridionali, invece, conoscono anche l’assimilazione progressiva: caratteristico è il passaggio da –ND- > /nn/ e –MB- /mm/, che si riconosce nelle forme QUANDO > quanno, MUNDU(M) > monno.

3.2.4 Dissimilazione

È il fenomeno opposto all’assimilazione. F 0E 0 Si ha quando due suoni simili situati vicino nella stessa parola si differenziano: ARBORE(M) > albero, con dissimilazione della prima /r/, a causa della seconda; VENENU(M) > veleno, con dissimilazione di /n/ in /l/, a causa della seconda /n/.

3.2.5 Sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche

Nell’Italia settentrionale le occlusive sorde intervocaliche /k/, /p/, /t/ passano alle corrispondenti sonore /g/, /b/, /d/, subendo una lenizione (indebolimento e conseguente sonorizzazione); talora si arriva anche alla caduta della consonante che si è sonorizzata. Si vedano esiti settentrionali come URTICA(M) > urtia; AMICU(M) > amigo. La sonorizzazione avviene anche in posizione intersonantica, cioè tra vocale e R: CAPRA(M) > cavra. In quest’ultimo esempio si vede anche come spesso, nel passaggio /p/ > /b/, alla sonorizzazione subentri la spirantizzazione: la labiale sonora /b/ diventa fricativa /v/. Questo fenomeno di sonorizzazione è sconosciuto ai dialetti dell’Italia meridionale e centrale, ma in Toscana è parzialmente presente, per influsso settentrionale. Parole toscane in cui l’occlusiva sorda intervocalica o intersonantica è diventata sonora sono: padella, luogo, riva, magro, spiga, madre, quaderno, strada. Esempi in cui non si è avuta la sonorizzazione sono: aprile, capra, capello, amico, dico, fuoco, marito, mercato.

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3.2.6 Spirantizzazione di /b/ intervocalica

La spirantizzazione è il passaggio dall’occlusiva labiale sonora latina in posizione intervocalica a una spirante labio-dentale (spirante equivale a fricativa): HABERE > avere, DEBERE, dovere.

3.2.7 Palatalizzazione di /k/ e /g/

La pronuncia del latino classico CERAM e GELUM era con occlusiva velare sorda, così come in CANIS (quindi “kera”, “ghelu”). Ma le vocali palatali E / I hanno finito per influenzare la pronuncia delle consonante che precede. Si manifestò abbastanza presto la tendenza a pronunciare le consonanti velari come palatali davanti a vocali palatali, come appunto nell’italiano “cera” e “gelo”. L’antica pronuncia delle occlusive velari latine si è conservata nel sardo, che ha “kentu” (cento), “nuke” (noce) ecc.. Diversa la situazione dell’Italia settentrionale, dove l’evoluzione andò verso le affricate dentali sorde e sonore, per poi passare alle corrispondenti sibilanti: CENTUM > sent, NUCEM > nus. F 0 E 0 La palatalizzazione di C e G latine interessa la quasi totalità delle lingue romanze.

3.2.8 Esiti consonante + jod

È questo un capitolo dei più complicati nella fonetica storica italiana. Riducendo al minimo la casistica, possiamo osservare che nel passaggio dal latino all’italiano:

• le consonanti labiali e velari seguite da J si rafforzano: FACIO > faccio, RABIA(M) > rabbia.

• il nesso latino –TJ- ha due esiti in italiano: l’affricata dentale sorda /ts/ e l’affricata palatale 0 2 9 2sonora /d /: FORTIA > forza; RATIONE(M) > ragione.

Se il nesso –TJ- era in posizione intervocalica, in italiano l’affricata dentale sorda è intensa: VITIU (M) > vezzo, ARETIU(M) > Arezzo, PRETIU(M) > prezzo.

→ In alcuni casi risalgono allo stesso etimo latino due parole italiane, con i due diversi esiti: PRETIUM > pregio e prezzo. Questi esiti sono entrambi popolari, ma in altri casi all’esito popolare può affiancarsi un esito dotto, introdotto sul modello latino per via scritta: VITIU(M) > vezzo (popolare) e vizio (dotto), SERVITIU(M) > servigio (popolare) e servizio (dotto).

• il nesso latino –DJ- si trasforma in italiano in affricata dentale sonora intensa: RADIUM > razzo, ma può anche avere come esito l’affricata palatale sonora intensa, raggio. Anche in questo caso l’intensità dell’affricata è dovuta alla posizione intervocalica del nesso –DJ-.

• il nesso latino –LJ- dà laterale palatale intensa: FILIU(M) > figlio, FOLIA(M) > foglia.

• il nesso latino –NJ- dà in italiano la nasale palatale intensa : IUNIU(M) > giugno, VINEA(M) > vigna. Allo stesso esito giunge il nesso latino –GN- che in epoca classica veniva invece pronunciato /gn/: così LIGNU(M) > legno.

3.2.9 Esiti di consonante + L

I nessi latini di consonante + L passano in italiano a consonante + /i/: FLORE(M) > fiore, PLANU (M) > piano. In Italia meridionale il nesso latino –PL- > /ki/; PLUS > chiù. In posizione intervocalica la consonante + L raddoppia dopo la caduta della vocale mediana atona: NEBULAM > nebbia, SPECULUM > specchio. Il nesso latino –TL- passa a /kl/ seguendone l’evoluzione: VECLU(M) > vecchio.

3.3 Morfologia

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Nel passaggio dal latino alle lingue romanze si ebbero la perdita delle consonanti finali e la perdita dell’opposizione tra vocali brevi e vocali lunghe. Il collasso del sistema delle declinazioni instaurò un processo di semplificazione morfologica. La scomparsa dei casi fu surrogata dall’introduzione di forme e costruzioni che i linguisti hanno definito analitiche. Si consideri il latino classico “filia matris”, che diventa in italiano “la figlia della madre”, attraverso un passaggio intermedio che possiamo ricostruire come “illa filia de illa matre”: il latino clasico, in sole due parole, dice quanto l’italiano esprime con quattro. Il latino è dunque sintetico, mentre il passaggio dal latino classico a quello volgare implica l’introduzione di elementi morfologici analitici, articoli e preposizioni.

3.3.1 Articoli e preposizioni

Gli articoli determinativi italiani il, lo, la ecc. derivano dai pronomi dimostrativi latini ILLU(M), ILLA(M), ecc., che mutarono la loro funzione, affievolendo via via il valore dimostrativo, e divennero di uso più frequente già a partire dal II sec. d.C. Abbiamo così i singolari ILUM > lo, il, el, ILLAM > LA; i plurali ILLI > li, ILLAS > le. L’articolo plurale li ha poi palatalizzato in gli davanti a parole inizianti per vocale, e in altri casi si è ridotto a i. Originariamente, lo era l’unica forma di articolo determinativo maschile, preceduto da parole terminante per vocale, lo si riduceva spesso a l, es. “bere l vino”. Successivamente la /l/ fu fatta precedere da una vocale d’appoggio, che in Toscana fu /i/ o /e/, producendo le forme il ed el. Nell’italiano antico si aveva dunque lo a inizio frase o dopo parola terminante per consonante, il o el dopo parola terminante per vocale. F 0E 0 Alcune tracce di questo uso antico si conservano in forme “fossili”, residui del passato come “per lo più” e “per lo meno”. Nel fiorentino due-trecentesco, tuttavia, l’articolo maschile che conviveva con lo era il, mentre la forma el si diffuse notevolmente nel fiorentino quattro-cinquecentesco.

Tra le parlate dell’area romanza il sardo si caratterizza per una singolare particolarità: ha gli articoli derivati non da ILLUM ma da IPSU(M), nelle forme su, sa, sos, sas.

Dan numerale latino UNU(M) / UNA(M) deriva l’articolo indeterminativo un, uno, una.

Tra gli elementi analitici che assunsero rilievo nuovo nel latino volgare e poi nelle lingue romanze ci furono le preposizioni, che presero in toto la funzione di specificazione che nel latino classico era affidata ai casi. Alcune delle preposizioni latine si conservarono come ad, de, cum, contra, in, supra; altre si persero (propter, erga, apud, ecc..); altre ancora si trasformarono dalla combinazione di elementi latini: avanti < AB ANTE; dentro < DE INTRO, dietro < DE RETRO.

3.3.2 Sostantivi

Abbiamo già anticipato che le parole italiane derivano dall’accusativo delle parole latine. Ciò è generalmente vero, seppure con qualche eccezione, come uomo, moglie, re, che derivano da nominativi. La derivazione dall’accusativo è particolarmente evidente negli imparisillabi della terza declinazione latina: monte da MONTE(M) [MONS], salute da SALUTE(M) [SALUS]. Continuano invece la desinenza del nominativo plurale i nomi maschili che vengono dalla seconda declinazione: accusativo singolare LUPU(M) > lupo; nominativo plurale LUPI > lupo.

F 0 E 0 Il latino aveva tre generi di nomi, il maschile, il femminile e il neutro. Quest’ultimo è sparito nel passaggio all’italiano lasciando solo qualche traccia. I nomi neutri latini si sono trasformati per la maggior parte in maschili, ma alcuni neutri plurali in –A sono diventati femminili singolari attraverso una fase in cui valevano come collettivi: FOLIA > foglia, MIRABILIA > meraviglia, PECORA > pecora.

Alcune parole maschili singolari che escono in /o/ hanno due forme plurali, una maschile in /i/ e l’altra femminile in /a/: è il caso di braccio, corno, filo, muro. Queste parole con doppio plurale

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derivano indubbiamente da neutri latini e conservano nel plurale uscente in /a/ un relitto dell’antico plurale neutro.

3.3.3 Verbi

Il sistema verbale subì modifiche sostanziali nel passaggio dal latino all’italiano: si ridussero le coniugazioni, si formarono i tempi composti e il passivo perifrastico, si introdusse il condizionale (che in latino non esisteva). Caratteristico è inoltre il futuro indicativo, che si è formato differenziandosi completamente dal futuro latino. Il futuro dell’italiano deriva infatti dall’infinito del verbo + il presente di HABERE. Invece di CANTABO “canterò” (che si confondeva con l’imperfetto CANTABAM) nel latino volgare si affermò il tipo analitico CANTARE + HABEO > cantarò > canterò.

Sul modello di questo futuro è nato anche il condizionale, formato dall’infinito del verbo + il perfetto di avere: CANTARE + HEBUI. Per sincope della sillaba centrale, *(H)E(BU)I > EI, abbiamo CANTAR(E) *EI > cantarei > canterei.

Anche il passivo latino fu sostituito da forme analitiche: al posto di AMOR si ebbe AMATUS SUM > sono amato. Il perfetto passivo, che nel latino classico era AMATUS SUM (sono stato amato, fui amato) assunse la nuova forma AMATUS FUI. Accanto al perfetto CANTAVI > cantai, si sviluppò un perfetto analitico, da cui nacque il passato prossimo (tempo sconosciuto al latino), “ho cantato”.

3.4 Sintassi

Nel latino classico era normale la costruzione con il verbo posto alla fine della frase, dopo il complemento indiretto e il complemento oggetto. Il latino volgare, invece, preferì l’ordine diretto, soggetto-verbo-oggetto-complemento indiretto. Questo è anche l’ordine delle parole nell’italiano, a meno che non si voglia imitare in qualche modo il latino (ciò è accaduto diverse volte nella storia linguistica del nostro paese, specialmente in contesti saturi di cultura umanistica e di ammirazione per gli scrittori della classicità).

Il latino classico aveva molti costrutti impliciti. Costruiva la frase oggettiva mediante accusativo più infinito, secondo il tipo: “Dico amicum sincerum esse”. Il latino volgare, al posto di questo costrutto, introdusse una congiunzione subordinante quod / quia + verbo all’indicativo, da cui l’italiano: “Dico che l’amico è sincero”.

L’italiano ha inoltre eliminato le antiche congiunzioni subordinanti UT, NE, CUM ecc. e ne ha introdotte di nuove con la combinazione di preposizione/avverbio + che: poiché, perché, benché, dopo che.

Mentre il latino mostrava una propensione per le frasi subordinate, l’italiano rivelò una preferenza per la coordinazione, come il latino volgare, anche se alcuni prosatori colti, imitando il latino classico, finirono per reintrodurre modelli di costrutto ipotattico.

3. Gli strumenti della disciplina

1. Nascita e consolidamento della disciplina

La storia della lingua italiana ha come oggetto di studio l’italiano, in tutte le sue forme e in tutti gli impieghi, dalle origini ai giorni nostri. → La prima cattedra universitaria di Storia della lingua italiana fu istituita nel 1937-38 nella Facoltà di Lettere di Firenze e fu affidata a Bruno Migliorini. La storia della lingua italiana può dunque considerarsi una disciplina accademica relativamente giovane. Tuttavia bisogna tenere presente che studi dedicati a questa materia esistevano già prima, in un quadro diverso del sapere. Marazzini ne ha ricostruito la storia dall’Umanesimo al Romanticismo, Stussi dall’inizio dell’Ottocento ala seconda metà del Novecento. In passato le ricerche sulla storia della lingua trovarono spazio principalmente all’interno degli studi letterari, della glottologia e della filologia romanza.

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Il primo libro dal titolo “Storia della lingua italiana”, in forma di manuale, contenente una ricca documentazione su tutte le fasi storiche della nostra storia linguistica, dalle origini a inizio Novecento, fu pubblicato da Migliorini nel 1960, e la data fu scelta dall’autore per la suggestiva coincidenza con la celebrazione dei mille anni della lingua italiana (Il primo documento dell’italiano, l’atto di nascita per così dire della nostra lingua, è infatti il “Placito Capuano” del 960). È però doveroso segnalare un altro saggio che ha preceduto l’uscita della “Storia…” di Migliorini e che pure contiene una sintesi completa di storia dell’italiano, sebbene di mole ridotta e di impostazione diversa: il “Profilo di storia linguistica italiana” (1953) di Devoto.

I primissimi anni Sessanta, acanto al capolavoro di Migliorini, videro l’uscita di altri due libri che hanno segnato la storia della disciplina: la “Questione della lingua” di Vitale (1960) e la “Storia linguistica dell’Italia unita” di De Mauro (1963), «opere individuali di sintesi e insieme di scavi larghi e profondi, destinate ad esercitare un influsso duraturo sulla ricerca delle generazioni successive» (Maraschio). Nel libro di De Mauro, la storia linguistica successiva all’Unità d’Italia si lega strettamente alla storia sociale, in particolare alle vicende delle classi popolari. Rilevante e innovativo è l’uso di dati statistici ed economici, solo il 2,5% dei cittadini al momento dell’unificazione politica era in grado di parlare italiano.

Nell’ultimo cinquantennio, la Storia della lingua italiana ha consolidato il suo status accademico. Nel 1992 è stata fondata l’ASLI, l’Associazione per la Storia della lingua italiana, che raggruppa gli studiosi della disciplina e ha il compito di promuovere gli studi del settore. Competenze di storia della lingua sono oggi ritenute indispensabili per l’insegnamento di materie letterarie in ogni ordine di scuola. Le “indicazioni nazionali” del maggio 2010 (in sostanza si tratta dei programmi ministeriali per la scuola) richiedono fra l’altro che al termine del percorso liceale lo studente abbia «una complessiva coscienza della storicità della lingua italiana, delle sue caratteristiche sociolinguistiche e della presenza dei dialetti, nel quadro complessivo dell’Italia odierna, caratterizzato dalle varietà d’uso dell’italiano stesso».

2. Dalla “Storia” di Migliorini ai nuovi manuali

Migliorini lavorò alla “Storia…” per venti ani, fin dall’inizio del suo insegnamento a Firenze. La gestazione fu lunga, ma il risultato fu un capolavoro: un quadro linguistico chiaro e ben strutturato, costruito su un’enorme quantità di dati e informazioni. La storia della lingua è tracciata in questo manuale dalla latinità di età imperiale all’inizio del Novecento, e organizzata in un impianto di capitoli che, con poche eccezioni, è diviso per secoli. Tra le eccezioni vi è il capitolo dedicato a Dante, in quanto padre della lingua italiana, e l’Ottocento che occupa i due capitoli finali. Nell’epilogo, Migliorini dichiara di chiudere la trattazione al 1915 perché gli anni successivi segnati da grandi sconvolgimenti politici e sociali e da una forte influenza dei nuovi mezzi di comunicazione avrebbero richiesto “altro discorso”. Migliorini fu pioniere nello studio dell’italiano contemporaneo.

L’articolazione interna della “Storia…” mostra che alcuni temi ritornano costantemente in quasi tutti i capitoli, in una serie fissa di paragrafi dall’identico titolo, che offrono un percorso metodico. Grande attenzione è riservata al lessico, alle parole e alla loro origine. L’autore aveva dichiarato: «uno dei compiti più affascinanti è per esempio quello di vedere come si formino (o come si attingano ad altre lingue) le parole più tipiche». Agli scrittori è riconosciuta un’«efficacia demiurgica», ma sono solo «uno dei tanti fattori che agiscono sulla lingua»: la storia della lingua non può esaurirsi in un’analisi stilistica dei testi letterari, e anzi «comincia quando si commisura il linguaggio individuale d’uno scrittore con l’uso dei suoi contemporanei». Dopo la pubblicazione del manuale di Migliorini, dagli anni Settanta in poi, sono uscite molte sintesi generali di storia della lingua italiana, ideate anche per il pubblico colto e per l’uso universitario. Negli anni Novanta sono infine usciti tre grandi manuali di riferimento per la Storia della lingua italiana, opere collettive in più volumi che non possono mancare nelle biblioteche di studio: la

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collana di monografie “Storia della lingua italiana” diretta da Bruni; la “Storia della lingua italiana” di Serianni e Trifone; i due volumi di “L’italiano nelle Regioni” diretti da Bruni.

La “Storia della lingua italiana” diretta da Bruni presenta un impianto sostanzialmente per secoli, con la vistosa eccezione del tomo interamente dedicato a Manzoni. L’opera, che presta attenzione anche alle aree non toscane e alle differenze geoculturali, è stata pensata principalmente come manuale per gli studenti universitari, e per questo ogni volume si chiude con una piccola sezione di esercizi.

“L’italiano nelle Regioni” si compone di un primo volume di monografie, ciascuna dedicata alla storia dell’italiano in una regione della penisola, e di un secondo volume di testi e documenti commentati e annotati. Questa storia linguistica è dunque ideata per aree geografiche e con attenzione speciale ai rapporti che l’italiano ha intessuto nel corso dei secoli con le culture e con i dialetti locali. L’indagine si estende alle zone in cui la nostra lingua ha tutt’oggi o ha avuto in passato una posizione di rilievo: specifiche sezioni sono dedicate a Malta, alla Dalmazia, al Canton Ticino e alla Corsica.

La “Storia della lingua italiana” diretta da Serianni e Trifone ha struttura tematica: si compone di monografie affidate a diversi specialisti, che affrontano una grande varietà di argomenti, fino a la filologia dei testi a stampa, i dialetti, le caratteristiche del parlato, i media. Il primo volume contiene saggi che trattano la storia della grammatica, la lessicografia, la grafia, le teorie linguistiche e la lingua letteraria. Il secondo volume raggruppa monografie sulle varie forme di italiano settoriale e sulla commistione di italiano parlato e italiano scritto. Il terzo volume, infine, propone saggi sugli antichi dialetti italiani e sull’incontro dell’italiano con le lingue straniere.

3. Riviste scientifiche

Numerose sono le riviste che accolgono contributi di Storia della lingua italiana assieme a temi di italianistica, di linguistica, di dialettologia, ma esistono anche alcune riviste specifiche della disciplina. F 0 E 0 Nel 1939 fu fondata a Firenze “Lingua Nostra”, diretta da Devoto e Migliorini, che divenne un punto di riferimento fondamentale per gli studi della disciplina. La rivista esce tutt’oggi.

Gli “Studi linguistici italiani” furono fondati da Castellani nel 1960.

“Lingua e stile”, fondata nel 1966 da Heilmann e Raimondi, era un tempo orientata verso la linguistica, la filosofia del linguaggio e la critica letteraria, ma dal 2002 e specificatamente dedicata alla storia della lingua italiana.

“Lid’O – Lingua italiana d’oggi” (2004) è tra le riviste di più recente fondazione.

L’Accademia della Crusca pubblica gli “Studi di grammatica italiana”, gli “Studi di filologia italiana” e gli “Studi di lessicografia italiana” con indici consultabili online.

4. Grammatiche storiche

La grammatica storica si occupa dello sviluppo diacronico della lingua, di cui descrive l’evoluzione fonetica, morfologica e sintattica, a partire dalla formazione dal latino. Questa disciplina si è sviluppata nell’Ottocento a partire dalla Germania, quando gli studiosi riconobbero nell’evoluzione delle lingue una serie di regole costanti di cambiamento. Tra le prime grammatiche storiche dell’italiano c’è la “Italienische Grammatik”, uscita nel 1890, dallo svizzero Meyer-Lubke, professore a Jena e Bonn. Una versione in italiano di questa grammatica, ridotta, fu pubblicata nel 1901 a curi di Bartoli e Braun. F 0E 0 Questa grammatica può ancora essere oggetto di consultazione, ma si tenga presente che è limitata all’italiano letterario e ai dialetti toscani, mentre le altre parlate italiane non vi trovano spazio.

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F 0 E 0 Se si vuole disporre di una grammatica storica dell’italiano largamente aperta alle differenze diatopiche, lo strumento a cui ricorrere è la “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti” del tedesco Rohlfs (1966-69). Al centro di questo studio sono non solo il toscano e la lingua letteraria, ma anche le altre parlate della penisola. Questa grammatica è composta in modo che gli sviluppi dialettali si illuminino a vicenda gettando luce concentrica sulle vicende centro-italiane, toscane e fiorentine. I dati non riguardano solo testi antichi e fonti letterarie, ma, soprattutto, sono il frutto di numerose indagini dialettologiche. L’autore fu infatti dialettologo autorevolissimo e collaborò all’ “Atlante linguistico dell’Italia e della Svizzera meridionale”. I tre ricchissimi volumi della “Grammatica storica” sono dedicati rispettivamente a: Fonologia, Morfologia, Sintassi e formazione delle parole. Gli studiosi che citano questa grammatica usano far rinvio non alla pagina ma ai paragrafi, la cui numerazione è progressiva in tutta l’opera.

La trattazione è ricca di esempi tratti da tutti i dialetti italiani, settentrionali, centrali e meridionali, e non privilegia affatto le forme toscane. Accanto alle tante forme del parlato, sono prese in esame anche quelle attestate in letteratura. Dunque questo strumento è prezioso per risolvere questioni relative non solo alla varietà dialettale, ma anche alla forma linguistica di testi della letteratura.

Castellani, riconosciuto maestro di studi linguistici e specialista di italiano antico, autore tra l’altro di un’edizione commentata dei più antichi testi italiani, ha avviato una poderosa grammatica storica che si è però arresa al volume I “Introduzione”, e dunque non può rispondere a tutte le domande, per se contiene i paragrafi relativi all’elemento latino volgare e classico, all’influsso gallo-romanzo, ai grecismi, alle varietà toscane nel Medioevo, alla formazione della lingua poetica.

Gli studenti che si accostano per la prima volta alla materia possono utilizzare strumenti più snelli, come quelli di Serianni, D’Achille o Patota. Anche altri libri di Serianni risultano utili, in quanto contengono un profilo grammaticale della lingua poetica italiana.

5. Grammatiche descrittive e normative

La grammatica è uno strumento che descrive sistematicamente la lingua, ne illustra le regole, suggerisce (in alcuni casi, impone) scelte di carattere normativo e di stile. Manuale fondamentale di consultazione per ripercorrere la storia della grammatica italiana è il pur vecchio Trabalza (1908), non sostituito, ma oggi affiancato dalle ottime sintesi di Patota (1993) e Fornara (2005).

Le grammatiche ci vengono in soccorso anche nei casi in cui abbiamo un dubbio relativamente alla corretta applicazione della norma. A questo fine, si può consultare Serianni (1988), di cui esiste anche un’edizione economica.

La “Grande grammatica italiana di consultazione” di Renzi e Salvi (1988-95) non è ispirata a criteri normativi ma linguistici. Si preoccupa di descrivere l’uso reale della lingua nei vari livelli comunicativi, segnalando l’esistenza di varianti regionali e di costrutti talora giudicati “scorretti” dalla grammatica normativa, ma possibili nel parlato (es. “a me mi”). Questa grammatica è uno strumento ricco e importante, ma specialistico, non rivolto all’utente che abbia semplicemente bisogno di risolvere un’incertezza grammaticale.

La “Grammatica dell’italiano antico”, uscita nel 2010 di Salvi e Renzi è una grammatica ideata con criteri analoghi a quelli di Renzi e Salvi, ma che descrive una fase antica, il fiorentino duecentesco, documentato attraverso testi pratici e letterari del Duecento e dei primi anni del Trecento.

6. Manuali di metrica e retorica

Per secoli le trattazioni di metrica hanno trovato spazio all’interno delle grammatiche, mentre oggi più raramente le grammatiche generali forniscono informazioni ampie su questa materia.

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Conoscenze di metrica e retorica servono comunque allo studioso di storia della lingua per leggere, interpretare e commentare testi letterari. Il manuale di riferimento per la metrica italiana è Beltrami (2002), nel quale è anche tracciato un profilo storico della versificazione dalle origini al Novecento. Quanto alla retorica, si veda l’esauriente manuale di Mortara Garavelli (2003). Assai utile, per destreggiarsi nel ricco e talvolta oscuro lessico tecnico delle scienze linguistiche, è il “Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica” diretto da Beccaria (2004).

7. Atlanti linguistici

Gli atlanti linguistici rappresentano in forma cartografica, su base lessicale o grammaticale, la variazione dialettale di una determinata area, talora una regione o una sub regione (ad es. l’arco alpino occidentale, o la Sardegna, o la Sicilia), talora una zona assai estesa, una nazione intera o più di una (la Francia, o la Svizzera italiana assieme all’Italia).

F 0 E 0 Ogni cartina è dedicata alla registrazione di una stessa parola o frase in luoghi diversi, in corrispondenza dei punti in cui è stata effettuata l’inchiesta sul campo.

Il primo atlante linguistico fu redatto da Gilliéron per il territorio francese (tra il 1902 e il 1910).

F 0 E 0 Il primo atlante dialettale italiano fu l’AIS: l’atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale; si tratta di otto volumi stampati tra il 1928 e il 1940, accompagnati dagli indici. L’opera fu progettata e realizzata dai dialettologi svizzero-tedeschi Jaberg e Jud, con l’aiuto di altri studiosi per la raccolta dei dati dalla viva voce dei parlanti delle diverse zone. Fu Rohlfs a compiere le inchieste dialettali in tutta l’Italia meridionale, inclusa la Sicilia. Gli informatori erano scelti tra i nativi del luogo, per lo più uomini adulti.

La nostra massima impresa dialettale su scala nazionale è in corso di realizzazione. Si tratta dell’ “Atlante linguistico italiano” (ALI), progettato nel secondo decennio del Novecento da Bartoli. Le inchieste si protrassero per anni, si interruppero nel periodo della guerra mondiale e ripresero poi sotto la guida di Terracini. Il materiale raccolto è conservato all’Istituto dell’Atlante linguistico italiano, con sede presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Solo di recente, tra il 1995 a il 2008, sono stati pubblicati i primi sette volumi dell’atlante.

Dopo l’AIS, sono stati realizzati alcuni atlanti linguistici regionali. Tra gli atlanti in lavorazione ricordiamo l’ “Atlante linguistico della Sicilia (ALS), diretto da Ruffino, e l’ “Atlante linguistico ed etnografico del Piemonte Occidentale (ALEPO), diretto da Telmon e Canobbio. Fino ad oggi, di questo, sono stati pubblicati tre tomi relativi al lessico del mondo vegetale, col relativo tomo di indici. Sulla carta in cui non sono segnate né utilizzate come punti di rilevamento le città più importanti, i punti dell’inchiesta sono indicati con numeri codificati. I dati sono stati raccolti attraverso conversazioni guidate intrattenute con informatori del posto, e sono accompagnati da schede, fotografie, informazioni, e ricco materiale descrittivo.

F 0 E 0 Dalle carte degli atlanti linguistici possiamo ricavare informazioni sulla distribuzione di un tipo linguistico, sulla varietà delle forme lessicali, sulla morfologia, sulle varianti di pronuncia, sulla localizzazione delle forme rare e sulla stratificazione delle forme stesse. 8. Dizionari dell’uso

Ricca e affascinante è la storia della lessicografia italiana, per la quale si può ricorrere alle sintesi di Della Valle (1993, 2005) e al più ampio Marazzini (2009).

F 0 E 0 Lo strumento lessicografico più comune è il dizionario dell’uso, che documenta in primo luogo la lingua corrente. Ad esso ci si rivolge per risolvere problemi pratici, come dubbi sull’ortografia o la pronuncia, sulla divisione in sillabe, sui possibili significati, sui sinonimi, sugli impieghi metaforici, sull’ambito d’uso.

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