La Luna - Tesina di maturità
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La Luna - Tesina di maturità

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Tesina di maturità che parla del tema della luna sotto il punto di vista della letteratura italiana, della storia dell'arte, della fisica e dei linguaggi non verbali e multimediali
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Indice generale

1. Introduzione...................................................................................................................................... 1

2. Mappa concettuale............................................................................................................................3

3. Giacomo Leopardi: vita e opere....................................................................................................... 4

3.1 Alla luna: analisi e commento....................................................................................................6

3.2 Canto di un pastore errante dell'Asia: analisi e commento........................................................8

4. Giovanni Verga: vita e opere...........................................................................................................13

4.1 Mastro Don Gesualdo: Isabella e la luna..................................................................................14

5. Caspar David Friedrich: vita e opere..............................................................................................15

5.1 Due uomini davanti alla luna: analisi dell'opera.......................................................................17

5.2 Luna nascente sul mare: analisi dell'opera...............................................................................18

6. Il campo gravitazionale...................................................................................................................19

7.Federico Fellini: vita e filmografia..................................................................................................21

7.1 La voce della luna: commento al film......................................................................................23

8. Bibliografia.....................................................................................................................................25

1

Introduzione

La luna ha ispirato le poesie e i racconti più  belli del Romanticismo. Con il passare del tempo 

tuttavia,  l'uomo acquisisce una certa conoscenza degli eventi legati ai corpi celesti, e ciò gli

permette di aumentare la propria consapevolezza intorno a quell'astro che, durante il periodo

romantico, era considerato dall'essere umano come qualcosa di irraggiungibile e ultra terreno.

Nella visione romantica essa assume una funzione ispiratrice dove il  sentire e  l'intuire umano

prevale sulla ragione. La luna nella poesia è spesso simbolizzata e trasformata, è una presenza

amica e consolatrice, una presenza rassicurante dopo l'angoscia generata dalla coscienza della realtà

che si contrappone all'eterno.

La sua immagine, inflazionata nell'epoca romantica, non gode più di buona fama nel Novecento;

nell'epoca del trionfo della macchina infatti, i futuristi, protagonisti di una nuova corrente artistico -

letteraria del primo ' 900, le dichiarano guerra al grido di Marinetti  Fuciliamo il chiar di luna! .

Così la vecchia luna scompare in buona parte dalla poesia e dalla pittura; tuttavia, nonostante

l'esplicita volontà di abolire i sentimentalismi romantici (1909 Il Manifesto futurista), ancora alcuni

autori sfrutteranno la sua immagine per dar voce alle proprie emozioni. Il suo tramonto e il

tramonto del sogno di una originaria unità cosmica, caratterizzano la società moderna.

La luna e la sua immagine è stata quindi amata, odiata, ma anche conquistata fisicamente dall'uomo

(1969 atterraggio dell'uomo sulla luna).

Da un punto di vista scientifico ciò che regola il rapporto tra la luna e la terra è la forza

gravitazionale e la luce solare che essa stessa riflette. L'effetto più evidente e studiato dall'uomo, che

trae origine dalla forza gravitazionale, è costituito dall'influsso sulle maree, fenomeno generato dalla

trazione congiunta della luna e del sole sugli oceani.

Questo elemento misterioso e ricco di simbolismi, continua a generare fascino anche sull'uomo

moderno; scopriremo insieme dalla lettura di questo lavoro che ci sarà un ritorno quasi nostalgico,

con l'utilizzo della sua immagine e dei suoi significati, da parte di chi vuol sottrarsi (Federico Fellini

in  La voce della luna ) al rumore e al caos della civiltà moderna, dove la sensazione è di

un'amarezza diffusa per un mondo che non solo non dà più risposta ai quesiti più profondi

dell'uomo, ma che cerca anche di dimenticarli...

2

3

Il tema della luna risulta essere molto amato dai poeti dell'Ottocento, secolo in cui la poetica del

vago, dell'indefinito fa capolino e dove l'occhio della notte trova perfetta collocazione, grazie alla

sua capacità di immergere le cose in una luce fantastica, consentendo l'effusione dell'interiorità,

diventando quindi specchio dell'io. Parlare della luna consente ai diversi poeti di questo secolo di

mettere in luce quel tema della solitudine, ora tanto amata ora tanto odiata, ora fonte di piacere ora

fonte di odio.

Colui che renderà la luna vera e propria interlocutrice all'interno di svariati dialoghi è proprio

Giacomo Leopardi.

Giacomo Leopardi

La vita e le opere

Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, da famiglia nobile ma

povera. Il padre, cattolico e conservatore, aveva messo insieme una

vasta biblioteca, ricca perlopiù di opere ecclesiastiche e scientifiche.

Leopardi si forma sotto la guida di precettori privati e come

autodidatta nella biblioteca paterna. Si mette in luce con alcuni studi

filologici attorno al 1815; l'anno successivo è colpito da una grave

malattia, che indebolisce per sempre il suo fisico: compone la lirica

"L'appressamento della morte". Si allontana sempre più dalla

religione, e la sua predilezione per l'età classica lo isola dagli

ambienti letterari del tempo, romantici e medievalisti. Tenta quindi di mettersi in contatto con i

pochi classicisti scrivendo una lettera alla loro rivista di riferimento, la "Biblioteca italiana", in cui

esprime il suo antiromanticismo in risposta a Madame De Stael; la lettera viene però ignorata.

Del 1817 sono i primi appunti dello "Zibaldone", collage di riflessioni che verrà terminato solo nel

1832. Nel 1817 Leopardi si innamora segretamente della cugina, ospite passeggera della sua casa;

nel 1818 conferma il suo antiromanticismo nel "Discorso di un italiano attorno alla poesia

romantica", e scrive due canzoni patriottiche. Nel 1819, dopo una grave malattia agli occhi e non

sopportando più la squallida vita di Recanati, tenta di procurarsi un passaporto e fuggire a Milano,

ma viene scoperto dal padre; subito dopo scrive gli idilli "L'infinito" e "La sera del dì di festa".

4

Convintosi ormai che la vita umana sia permeata di infelicità, nel 1822 scrive le canzoni "Bruto

minore" e "Ultimo canto di Saffo". In quell'anno il padre gli permette di andare a Roma a cercare un

impiego; ma in quella città l'unica erudizione ricercata era di tipo antiquario, e Leopardi rimane

isolato; gli viene offerto di entrare nell'amministrazione pontificia, divenendo prelato ma non prete;

ma egli rifiuta. Tornato a Recanati, il completamento della sua visione del mondo è riflesso negli

ultimi appunti dello Zibaldone e nelle "Operette morali" scritte per la maggior parte in questo

periodo. Nel 1825 l'editore Stella lo invita a Milano, commissionandogli l'edizione completa delle

opere di Cicerone; annoiato dall'ambiente culturale milanese, preferisce lavorare a Bologna,

compilando per Stella due antologie, una di prosa, l'altra di poesia, di autori italiani: le

"Crestomazie". Nel 1827 soggiorna per breve tempo a Firenze, dove fa amicizia con il Colletta, il

Capponi e Niccolò Tommaseo; è poi a Pisa, dove compone le canzoni "Il risorgimento" e "A Silvia",

e di nuovo a Recanati.

Qui, tra 1828 e 1830, compone altre pietre miliari della sua opera poetica: "Il sabato del villaggio",

"La quiete dopo la tempesta", "Le ricordanze", "Il canto notturno di un pastore errante dell' Asia".

Intanto le sue condizioni fisiche si sono aggravate, ed accetta l'invito dei suoi amici fiorentini a

trasferirsi colà, dove percepirebbe un assegno mensile. Nonostante i buoni rapporti, la sua opera è

da essi criticata, in quanto priva di accenti religiosi e di fiducia nel progresso; da Milano il

Giordani, pur apprezzando il pessimismo leopardiano, vorrebbe da lui una poesia più attenta a temi

politici e sociali.

L'infelice amore per Fanny Targioni Tozzetti ispira al poeta altre cinque poesie, tra cui "A se stesso",

"Aspasia", "Amore e morte". Leopardi si lega poi all'esule napoletano Antonio Ranieri, seguendolo

a Roma e a Napoli. Le polemiche attorno alla sua opera provocano in lui una forte reazione contro il

liberalismo cattolico dei circoli fiorentini e lo spiritualismo imperante; scrive così opere intrise di

sferzante polemica: "Il dialogo di Tristano e di un amico" (1832), i "Paralipomeni della

Batracomiomachia" (1833), la "Palinodia al marchese Gino Capponi" (1835), "I nuovi

credenti" (1835-36). La sua produzione poetica si conclude invece con i canti "Il tramonto della

luna" e "La ginestra". Muore a Napoli nel 1837.

5

Nell'idillio  Alla luna (1819) la graziosa luna con i suoi cicli, evoca il ritorno del passato e la

fedeltà di una persona amica; la luna, attraverso un percorso di interiorizzazione del paesaggio da

parte del poeta, porta su di sé la condizione soggettiva dello stesso.

In questo componimento il poeta,seduto sopra un colle, è intento a contemplare la luna che

risplende sopra un bosco e tale situazione gli riporta alla mente di aver vissuto la medesima

condizione l'anno precedente, con gli occhi allora pieni di lacrime. La sua vita continua però ad

essere infelice, quel velo di tristezza non è sparito, riconosce allo stesso tempo che nonostante ciò il

ricordo gli giunge comunque come dolce. L'osservazione della luna e più in generale del paesaggio

circostante offre ancora una volta all'autore la possibilità di riflettere sul proprio destino, sulla

propria giovinezza ormai lontana e sullo scorrere inesorabile del tempo, ma nonostante ciò sempre

con un velo di speranza.

Alla luna

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l'anno, sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

0 mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l'etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l'affanno duri!

6

Come già annunciato prima il tema che pervade la poesia è quello della rimembranza. Ricordare il

passato, sebbene questo sia stato spiacevole, è motivo di conforto, di piacere, dal momento che

vengono richiamate alla mente quelle illusioni che rendono la vita dell'uomo più sopportabile. La

luna, quindi, ricopre qui la funzione della natura consolatrice, amica, vicina all'uomo come

sostegno.

Quest'idillio, come poi tutti gli altri, si divide in due momenti: il primo, prettamente descrittivo, in

cui si parte da un dato della realtà esterna (la luna , il colle, la selva); il secondo, prettamente

riflessivo, in cui emerge il mondo interiore dell'autore. Il paesaggio lunare, che conserva comunque

la sua purezza lirica, è allo stesso tempo un paesaggio preciso, ne sono esempio gli aggettivi

dimostrativi  questo colle , quella selva . Eppure la poesia non si crea a partire dal qui e ora,

ma bensì dal ricordo del tempo passato, che viene rievocato appunto dalla luna che  pendeva allor...

siccome or .

La contrapposizione inoltre fra tempo presente e imperfetto è ben visibile al v. 9:  era mia vita; è,

né cangia stile . Tutto lo spazio è pervaso dal tempo, dove la dimensione oggettiva del paesaggio è

tutta in funzione della dimensione soggettiva, la stessa luna infatti si vela di lacrime, identificandosi

con il dolore del poeta. La poesia non sta quindi nelle cose ma nell'individuo; la natura fornisce

quelle immagini che danno si l'occasione, ma che assumono significato solamente in funzione

dell'interiorità. Le immagini forniscono la possibilità di riflessione: è dolce, per il poeta, ricordare 

della gioventù le cose passate, anche quando esse siano state tristi e la loro tristezza non è ancora 

spenta. I sentimenti provati nel tempo passato lo accompagnano ancora nel presente, avvolgono la 

sua esistenza, lasciando spazio però a quella speranza nutrita dalla bellezza delle illusioni.

Gli anni che vanno dal 1819 al 1823 risultano essere anni cruciali nella vita di Leopardi, l'esperienza 

della  malattia   e   la   riflessione   sul  vero  portano alla   scoperta  della  visione  meccanicistica  della 

natura. Viene così a cadere l'illusione di una natura buona e benevola, che porta con se la fine di 

ogni rapporto tra uomo e natura. Entrano inevitabilmente in crisi i dialoghi romantici con luna, e 

per un lungo periodo, nella poetica di Leopardi, l'astro non verrà più menzionato. 

7

Solo nel 1831 la luna ricompare in una gelida, silenziosa e remota lontananza, nel “Canto notturno  

di un pastore errante”. Scomparso il paesaggio, resta sola la luna, silenziosavergineintatta. I suoi 

eterni giri scandiscono il semplice andare del tempo, un tempo sempre uguale a se stesso, senza 

senso e scopo. Chi parla è un pastore errante che rivolge alla luna domande sulla sua esistenza e 

sullo scopo della stessa. 

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

8

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

Perché reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

È lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

9

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'appaga ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale. 

Si tratta dell'ultimo dei canti del ciclo pisano­recanatese, composto tra il 22 ottobre del 1829 e il 9 

aprile  del  1930;  qui per  la  prima volta  viene messa da parte   la  personale vicenda del  soggetto 

poetico,   siamo  infatti   lontani  dalla  biografia   leopardiana,  dalle   figure  sostitutive come Silvia  o 

Nerina, ora la narrazione viene affidata a un soggetto costruito appositamente dal poeta: un pastore 

nomade dell'Asia. 

La scelta del titolo giustifica ampiamente   il contenuto radicalmente filosofico e riepilogativo del 

canto stesso:

Canto: richiama alla dimensione lirica e melodica del testo, e più in generale richiama il titolo 

dell'opera  in cui il canto è inserito

Notturno: esalta la dimensione esistenziale del testo, essendo la notte il momento prediletto dagli 

scrittori del tempo per porsi i grandi interrogativi intorno all'esistenza e intorno al senso della vita 

10

stessa

Pastore:   un   uomo  qualsiasi,   un   uomo   come  un   altro:   ciò   permette   a  Leopardi   di   rendere   il 

messaggio dell'opera più universale possibile

Errante: “colui che si aggira senza meta”, participio che esprime a pieno la realtà di questo pastore 

che incessantemente vaga alla ricerca di un significato da dare alla propria esistenza; allo stesso 

tempo però il verbo significa anche “colui che sbaglia”, nel canto infatti vengono messe in luce le 

diverse difficoltà nelle quali l'uomo deve incorrere per dare risposta a questo grande quesito che è 

appunto l'esistenza stessa

Asia: esprime a pieno il senso di lontananza e ignoto proprio della poetica di Leopardi

L'insieme del   titolo quindi  definisce  una condizione umana esemplarmente  assoluta,  e  cioè  un' 

inquieta solitudine ricercante.

La   ricerca  da  parte  del  pastore  di  dare  una   risposta   a  questi   interrogativi   intorno  alla  propria 

esistenza, ma al tempo stesso all'esistenza dell'intera umanità, prende le mosse dalla vita quotidiana 

del pastore stesso: (vv.11­15) descritta la giornata del pastore, (vv. 39­76) vengono riepilogate tutte 

le esperienze dell'esistenza umana dalla nascita alla morte, passando inevitabilmente per il consueto 

tema dello scorrere del tempo. Da tutto ciò ne consegue un'inevitabile riflessione sullo smarrimento 

esistenziale che ancora una volta fa leva sull'esperienza diretta del pastore: l'uomo si rende conto 

dell'inevitabilità del dolore umano, la vita è noia, sofferenza, non vi è alcuna risposta possibile. 

Due  sono  i  punti   centrali   del  canto:   l'immagine  della   luna  e  quella  delle  pecore.  Entrambe   le 

immagini rappresentano due possibile esistenze, due possibili vie per non soffrire: la prima, quella 

della   luna,   consisterebbe   nel   perfetto   sapere,   nella   capacità   cioè   di   rispondere   a   ogni   tipo   di 

domanda intorno alla vita con certezza, consapevolezza ( “tu forse intendi... tu certo comprendi... tu  

sai, tu certo... giovinetta immortal, conosci il tutto”); la seconda, quella delle pecore, consisterebbe 

in una vita priva di bisogni a cui aspirare, passata nel semplice seguire l'istinto (vv. 105­132). Il 

pastore però è consapevole che non può aderire né al punto di vista superiore e distaccato della luna, 

né a quello “raso terra” delle pecore. Leopardi sembra quindi suggerire anche a noi di interrogarci 

sul senso della nostra esistenza senza però compiere né il gesto di elevarci all'altezza della luna con 

11

l'arroganza di chi è in grado di rispondere a qualsiasi quesito, né quello di abbassarci al rango delle 

pecore, negando così l'esistenza delle domande per non ammettere la mancanza di risposte certe.

12

La figura della luna viene ancora una volta utilizzata all'interno della letteratura italiana di fine

Ottocento dalla persona di Giovanni Verga. Egli non è un poeta romantico, al contrario viene

configurato come il massimo esponente del Verismo, un movimento letterario realista che si afferma

nel XIX secolo. Tale movimento si propone di descrivere la realtà psicologica e sociale dei

personaggi, allontanando il più possibile lo spirito sentimentale della poetica romantica. Tuttavia

Verga, all'interno della sua opera  Il Mastro Don Gesualdo (1889), si accinge a descrivere la bella

figlia del protagonista Gesualdo, Isabella, con alcune immagini ricorrenti all'interno del

Romanticismo, fra queste la descrizione idilliaca del paesaggio e la stessa luna.

Giovanni Verga

La vita e le opere

Giovanni Verga, discendente di una nobile famiglia, nacque a Catania 

nel 1840 e fu il massimo esponente del Verismo in letteratura. La sua 

prima formazione romantico­risorgimentale si svolse a Catania, dove, 

dopo   aver   abbandonato   gli   studi   giuridici,   decise   di   dedicarsi 

esclusivamente alla letteratura. Trasferitosi a Firenze nel 1865 compose 

i   suoi   primi   romanzi   “Una  peccatrice”   e   “Storia   di  una  Capinera”. 

Successivamente,   a  Milano,   frequentò   l'ambiente   degli   Scapigliati, 

rappresentando   in   modo   fortemente   critico   il   mondo   aristocratico­

borghese   (Eva,  1873;  Tigre  Reale,  1873;  Eros,  1875).   In   seguito   alla   scoperta  del  Naturalismo 

letterario francese matura la sua svolta decisiva verso il Verismo che sarà segnato dai racconti e dai 

romanzi di ambiente siciliano (Vita dei campi, 1880; I Malavoglia, 1881; Novelle rusticane, 1883; 

Mastro don Gesualdo, 1889). Lo scrittore crede nel progresso ma si interessa ai vinti e ai deboli; la 

sua  è   una  visione  della   vita   tragicamente  pessimistica   che   si   pone   in   antitesi   con   l'ottimismo 

imperante nei suoi tempi. Verga rappresenta un mondo di “primitivi” in lotta con il destino avverso 

cui inesorabilmente soccombono quando si staccano dalla religione, dalla famiglia e dal lavoro. Il 

linguaggio   verghiano   è   arditamente   innovatore:   dando   spazio   al   linguaggio   dialettale   riesce   a 

raggiungere effetti di grandiosa coralità. Alla produzione narrativa si accompagnò quella teatrale, 

connotata   sempre  da  una   intensa  drammaticità   (Cavalleria   rusticana,   1884;  La  Lupa,   1884;   In 

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portineria, 1885; Dal tuo al mio, 1903). Lo scrittore muore nella sua città natale nel 1922.

Nel   secondo   capitolo   del   romanzo   “Mastro  Don  Gesualdo”,   alla   parte   terza,   Isabella,   figlia 

illeggittima   del  Mastro,   ripensa   con  malinconia   alla   figura   del   cugino  La  Gurna   del   quale   è 

profondamente   innamorata.  Ma   Isabella,   promessa  però   in   sposa   ad  un   altro   giovine,   si   sente 

coinvolta  a pieno dalla  natura; ella  infatti  versa  lacrime simili  alle  gocce che stilla   la sorgente, 

guarda   con   tristezza   alla   campagna  desolata   sulla   quale   nemmeno   il   raggio  della   luna  poteva 

giungere. La bella Isabella, avvolta da quella solitudine data dal paesaggio, cerca nella luna il punto 

comune con il cugino, chiedendosi se anch'egli, come lei, fosse li intento a contemplarla. Isabella, 

attratta a tal punto da quella “luce d'argento della luna”, immagina quasi di sollevarsi possendendo 

delle ali. Vedendo l'astro così vicino a lei, Isabella arriva ad interrogarla, rivolgendole domande che 

richiamano   alla  mente   gli   stessi   quesiti   rivolti   da   Leopardi   nel   “Canto   di   un   pastore   errante 

dell'Asia”, attribuendole così un significato romantico e sovrannaturale.

“Penetrava in lei il senso delle cose, la tristezza della sorgente, che stillava a goccia a goccia attraverso le foglie del  

capelvenere, lo sgomento delle solitudini perdute lontano per la campagna, la desolazione delle forre dove non poteva  

giungere il raggio della luna, la festa delle rocce che s'orlavano d'argento, lassù a Budarturo, disegnandosi nettamente  

nel gran chiarore, come castelli incantati. Lassù, lassù, nella luce d'argento, le pareva di sollevarsi in quei pensieri  

quasi  avesse   le  ali,  e   le   tornavano sulle   labbra  delle  parole   soavi,  delle  voci  armoniose,  dei  versi  che   facevano  

piangere, come quelli che fiorivano in cuore al cugino La Gurna. Allora ripensava a quel giovinetto che non si vedeva  

quasi mai, che stava chiuso nella sua stanzetta, a fantasticare, a sognare come lei. Laggiù, dietro quel monticello, la  

stessa luna doveva scintillare sui vetri della sua finestra, la stessa dolcezza insinuarsi in lui. Che faceva? che pensava?  

Un brivido di freddo la sorprendeva di tratto in tratto come gli alberi stormivano e le portavano tante voci da lontano ­  

Luna bianca,  luna bella!...  Che fai, luna? dove vai? che pensi anche tu?  ­  Si guardava le mani esili  e delicate,  

candide anch'esse come la luna, con una gran tenerezza, con un vago senso di gratitudine e quasi di orgoglio”.

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Come nella letteratura romantica, anche l'arte dello stesso periodo utilizza l'immagine della luna

attribuendo ad essa differenti significati. Colui che maggiormente raffigura l'astro notturno è il

pittore tedesco Caspar David Friedrich. Immerso in uno spirito profondamente romantico, Friedrich

 sente la natura come un'unità cosmica, da cui deriva quella polarità fondamentale della sua opera,

la visione immensa della natura, la sensazione di non finito, misteriosa che i suoi quadri danno e

allo stesso tempo la minuziosa descrizione fenomenica di ogni brano, di ogni particolare, di una

foglia, un ramo, un'onda, un sasso, una falce di luna.

Ma l'evento del flusso cosmico, sebbene fermato in un attimo, non si consuma nella più assoluta

solitudine, a contemplarlo c'è la figura umana, impercettibile forse di fronte a una natura tanto vasta,

ma quell'uomo c'è, e siamo noi, un amico, la donna che amiamo, Friedrich stesso. E' un uomo

simbolo, è il simbolo del legame uomo/natura.

Caspar David Friedrich

La vita e le opere Friedrich nasce nel 1774 a Greifswald da una famiglia molto povera

e, gli anni della sua infanzia li passa con il dolore per le premature

perdite del fratello e della madre. Già da giovanissimo, Friedrich,

incomincia a dedicarsi all arte e trova, nell architetto Johann

Friedrich Quistorp, una guida molto importante. Nel 1794

incomincia a frequentare l Accademia di Copenhagen, ha per

insegnanti Abraham Nicolai Abildgaard e Jens Juel. Nel 1798 si

stabilisce a Dresda, dove stringe amicizia con alcuni dei maggiori

esponenti delle zone: Schlegel, Goethe, Schelling, Tieck, Novalis.

Friedrich ha anche scambi culturali con il gruppo Phöbus, formato da Theodor Körner, Heinrich

von Kleist ed Amadeus Müllner. La città di Dresda sarà la sua base principale per tutta la vita.

Friedrich, per il suo temperamento inquieto, è portato a ritornare spesso nella sua città natale ed a

girovagare per le boscaglie della Pomeriana, sull isola di Rugen e sui monti dello Harz. La forza che

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genera in Friedrich questa voglia di muoversi, deriva dalla necessità di vivere immerso nella natura.

Le sue prime opere sono con tecniche a seppia ed acquerello, con linguaggio dal gusto romantico.

Dal 1807, Friedrich, incomincia a dedicarsi alla pittura con tecnica ad olio e nascono subito i primi

suoi capolavori, tra questi, la  Croce in montagna (cm. 115 x 110,5, Gemäldegalerie, Dresda)

realizzato su commissione della contessa Thun und Hohenstein, che suscita subito notevoli

polemiche per l audace incisività simbolica legata al contesto paesaggistico.

Dal 1810 si dedica con passione anche all insegnamento della pittura e, nonostante il suo

temperamento schivo e riservato, Friedrich riesce anche in questa occasione a raggiungere ottimi

risultati. La sua pittura, nel corso degli anni subisce vistosi cambiamenti, arricchendosi di nuove

suggestive composizioni e di forti valenze simboliche. Certamente a questi sviluppi contribuiscono

le letture dei libri  La sfera dei colori di Runge e la  Teoria dei colori di Goethe.

Ormai Friedrich raggiunge la celebrità ed è conosciuto anche all estero, tanto che Federico

Guglielmo III di Prussia, affascinato dalla sua pittura, acquista due sue opere esposte all Accademia

di Berlino. Nel 1917 diventa membro dell Accademia di Dresda. Nel 1918 si unisce in matrimonio

con Carolina Bommer. Più tardi fonderà la Scuola di Dresda. Dal 1924 inizia, per Friedrich, un

periodo molto triste a causa di una grave malattia, che lo porterà ad essere ancora più isolato di

prima e, alla perdita quasi completa di tutte le sue amicizie. Nel corso degli anni ha qualche

sporadico miglioramento che gli permette di realizzare altre opere ma dal 1935, a causa di un ictus

cerebrale, rimane paralizzato per cinque anni. Caspar David Friedrich morirà nel 1840 a Dresda.

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La prima opera in cui Friedrich inserisce l'immagine della luna ha valenza politica. Si tratta del 

quadro del 1819 che prende il titolo di “Due uomini davanti alla luna”, nel quale vediamo una luna 

splendente al centro della scena che attira come un magnete lo sguardo degli spettatori dentro e fuori 

dal   quadro.   La   luce   che   l'avvolge  mette   in   rilievo   spettrale   la   gigantesca   quercia   spoglia   e 

semisradicata   sulla   destra,   mentre   due 

uomini,   rigorosamente  di   spalle,   fermi   su 

una roccia, guardano verso un abisso che ci 

resta   ignoto.   La   brusca   frattura   che 

intercorre   tra   il   paesaggio   terrestre   e 

l'indeterminatezza di ciò che si trova al di là 

della   quercia   stessa,   sembra   alludere   alla 

tensione   panica   tipica   della   visione 

romantica   della   natura.   I   due   misteriosi 

uomini hanno tutta l'aria di confabulare tra 

loro,   avvolti   in   questi   mantelli   patriottici 

tipici   degli   studenti   liberali   tedeschi   del 

tempo e proibiti durante il periodo della Restaurazione. A questo proposito è possibile leggere il 

quadro  in  chiave politica:   la  quercia  semisradicata  starebbe a  simboleggiare  la  condizione della 

Germania nei tempi bui della Restaurazione, la luna, simbolo con valenza positiva, assumerebbe il 

significato di un ideale lontano ma al tempo stesso luminoso e perentorio.

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Valenza completamente differente da quella del quadro “Due uomini davanti  alla  luna” assume 

l'immagine dell'astro notturno nell'opera “Luna nascente sul mare” del 1821. Sedute sui  massi di 

una riva sassosa, due donne, colte in un profilo 

perduto,   assistono   silenziose   al   sorgere   della 

luna, che appare mentre crea uno squarcio tra 

le nuvole. Poco più avanti due  uomini in piedi 

su una roccia che emerge  dall'acqua, assistono 

avvolti   dallo   stesso   silenzio   al   medesimo 

evento. La luce della  luna pallida illumina la 

superficie   dell'acqua   sulla   quale   due   velieri 

scivolano,  allontanandosi dalla  spiaggia.   In questo caso l'opera viene  interpretata  sotto un'ottica 

cristiana: le barche starebbero a simboleggiare le scorrere della vita umana e il suo avviarsi verso la 

morte rappresentato qui dall'orizzonte lontano; la luna, invece, associata al messaggio di Cristo, 

risulterebbe essere emblema di redenzione e speranza. 

La  pallida   luce   lunare,   le   sfumature  violette  del  cielo,   la  desolazione  dei  velieri  che  solitari  e 

silenziosi si allontanano, le due coppie che attonite guardano a un orizzonte quasi irraggiungibile 

anche   dallo sguardo, inseriscono il quadro in un clima nostalgico che ancora una volta ci porta a 

riflettere sulla condizione esistenziale dell'uomo, avvinto dall'impossibilità di una pienezza che resta 

nel corso della vita inarrivabile.

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Il campo gravitazionale

Il concetto di campo iniziò a farsi strada dopo il 1800 con Faraday e si affermò definitivamente con 

Marxwell. Secondo la teoria dei campi, ogni effetto fisico si propaga nello spazio con velocità finita 

in modo che il mezzo in cui si diffonde l'azione non è più un supporto passivo. Un corpo posto in 

uno spazio risente quindi del campo presente in quel punto in quel medesimo istante.

In  generale  un campo di   forza  è  una perturbazione dello   spazio,  descritta  attraverso grandezze 

fisiche misurabili. 

Prendiamo ad esaminare ora il campo gravitazionale. Una o più masse generano nello spazio un 

campo gravitazionale per il fatto che un'altra massa m, che chiamiamo massa di prova, posta in un 

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punto dello spazio, risente dell'azione di una forzaF vettoriale. Tale forza dipende dal valore di m. 

Pertanto, essa non è una grandezza appropriata per descrivere il campo che, essendo una proprietà 

dello spazio, deve dipendere esclusivamente dalle masse che lo generano e dai punti dello spazio. 

Poiché  F  vettoriale   è   direttamente   proporzionale   alla  massa   di   prova  m,   il   rapporto  F/m  è 

indipendente da m. Perciò utilizziamo tale rapporto per dare la definizione di campo gravitazionale:

Campo gravitazionale: Il campo gravitazionale generato in punto da un sistema di masse è il vettore

g⃗  =  F⃗ / m dato dal rapporto fra la forza gravitazionale F, agente sulla massa di prova m posta in quel punto, e  

la massa m.

Il campo gravitazionale ha le dimensioni di un'accellerazione e quindi nel SI si esprime in m/s².

Ma se ora consideriamo il  campo gravitazionale generato da un corpo puntiforme di massa  M, 

ricordando che l'intensità della forza  F  vettoriale agente su una massa di prova m  in un punto a 

distanza r dal corpo è F = G M m /r² , dalla definizione precedente si ha:

Campo gravitazionale:

Una qualunque massa puntiforme M genera a distanza r un campo gravitazionale di modulo (o  

intensità):     

g = G M/r²

diretto radialmente verso M.

Il campo gravitazionale può essere rappresentato graficamente dalle linee di campo o linee di forza, 

definite come quelle linee che godono della proprietà di avere in ogni punto la retta tangente diretta 

come il vettore g . 

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Federico Fellini

La vita e la filmografia

Nato a Rimini il 20 gennaio 1920, scomparso a Roma il 31 ottobre 1993.

Regista, sceneggiatore e attore italiano. È considerato una delle

figure artistiche più fertili e originali del periodo post-bellico. Più di

ogni altro regista, è stato capace di trasporre la realtà della vita, nel

surrealismo della propria arte. Nonostante l'appartenenza al periodo

neorealista, l'eccentricità delle caratterizzazioni di Fellini e il senso

d'assurdità che aleggia nelle sue commedie, lo distinguono da altri

illustri registi coevi, come Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Il

suo stile poetico, impalpabile e metafisico lo rende unico.

Già all'età di dodici anni Fellini scappa di casa per lavorare al circo. Ma la sua passione è il teatro.

Per sbarcare il lunario, lavora come fumettista ed improvvisa caricature ai clienti dei ristoranti

romani. Arriva nella capitale con la madre, Ida Barbiani, proprio nel 1939.

Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con il suo amico Aldo Fabrizi, compone

sketch radiofonici ed incontra la donna con cui trascorre la sua vita: Giulietta Masina. Attratto dal

ruolo di reporter, proprio dei film d'oltreoceano, cerca persino di fare il giornalista.

Ma con l'aiuto di Fabrizi entra nel cinema: e tra il 1939 e il 1944 lavora in diverse commedie. Solo

nel 1945, per i due amici, si spalanca la porta della celebrità: siamo all'incontro con Roberto

Rossellini. Fellini firma la sceneggiatura di un successo: Roma Città Aperta. Poi diventa aiuto

regista, anche a fianco di Pietro Germi e Alberto Lattuada. La sua prima regia e sceneggiatura

arriva nel 1950: si tratta di Luci del varietà, dove appare evidente la fusione del suo spirito surreale

con il neorealismo in cui è immerso. Con Lo Sceicco Bianco, del 1952, comincia il sodalizio con il

compositore Nino Rota. E l'anno dopo, sigla il suo primo capolavoro: I Vitelloni. La dolce vita nel

1959 lo consacra definitivamente nell'Olimpo dei grandi, a fianco del protagonista, nonché suo

alter-ego davanti alla macchina da presa, Marcello Mastroianni. Inizialmente questo ritratto crudo,

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tra sensualità e ipocrisia, della Roma bene negli anni Sessanta, crea scandalo. Poi la pellicola si

aggiudica la Palma d'Oro al Film Festival di Cannes. Seguono poi l'Oscar per 8 1/2, la storia di un

regista interpretato da Mastroianni, e Giulietta degli Spiriti del 1965. Sotto l'effetto dell'LSD, sotto

controllo dei medici, scrive Il viaggio di G. Mastorna, ispirandosi alla morte del suo amico.

L'ultima sua opera, La voce della Luna è un sogno a capitoli con cui chiude una carriera segnata

dal successo.

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La voce della luna ispirato a Fellini dal “Poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, è il suo ultimo 

film (1990). 

La storia  si  snoda intorno a due fattori:  da un 

lato   il   fascino   che   la   campagna   esercita 

sull'autore   fin   sa   bambino   e   che   Fellini   ha 

sempre   considerato   quale   scenario   favoloso   e 

magico;   dall'altro   la   possibilità   di   esprimere 

l'amarezza e considerare che l'età  moderna che 

egli vive, non soddisfa i quesiti più profondi che 

l'uomo si  pone ma addirittura  li  dimentica e  li 

soffoca  con  le   luci  e   il   frastuono.  La pellicola 

denuncia anche il  sistema televisivo,  l'età  della 

dea   informazione  a   cui   tutto  è   asservito,  dove 

l'apparire è ciò che conta. Il rispetto per la vita e 

per   gli   altri   viene   così   spesso   dimenticato   o 

calpestato. Il film è un viaggio onirico, tra realtà 

e   immaginazione   all'insiguimento   di   una 

fantomatica voce della luna. Esso è popolato da strani individui che hanno in comune il fatto di 

essere considerati  quasi dei folli,  degli  emarginati.  In realtà  qesti  bizzarri personaggi  tra  i quali 

spiccano   Ivo  Salvini   il   protagonista   (Roberto  Benigni)   e   il   paranoico  prefetto  Gonnella   (Paolo 

Villaggio), semrano possedere una sensibilità superiore che ci pone in comunicazione con qualche 

entità indefinibile di cui sembrano essere unici interlocutori. E sarà da essi che arriverà la voce della 

luna che suggerisce di guardare ciò che c'è nel proprio cuore, di stare in silenzio e imparare ad 

ascoltare cosa la natura ha da dire all'uomo. 

Fellini torna a servirsi così della luna attribuendole un ruolo quasi soprannaturale; l'atmosfera del 

film è pervasa da una nostalgia per una dimensione di vita fatta di confidenze espresse sottovoce, di 

dubbi,  di  magia.  Esso  contiene  numerosi   ed  espliciti   riferimenti   alla   figura  di  Leopardi.   I   più 

evidenti sono le citazioni di versi tratti dal “Canto di un pastore errate dell'asia”, “Alla luna”,  e “La 

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sera del dì di festa”. Così come Leopardi si lasciava ispirare dal potere evcativo della natura e dalla 

musica, così Fellini per creare i suoi personaggi si lascia trasportare dalle sue intime suggestioni, 

dalla   visione   dei   paesaggi,   dalle   letture   diurne   e   notturne   che   precedono   la   realizzazione   del 

copione, dalle indagini psicologiche che elabora dopo aver provocato i suoi attori. In questo modo 

tesse il canovaccio su cui costruire la trama e i dialoghi della sua pellicola;  così  come il poeta 

giorno dopo giorno crea la sua poesia, così lui giorno dopo giorno crea il suo film. L'autore riscopre 

l'arte poetica che sarà il fulcro intorno al quale rileggere la realtà e rappresentarla nel cinema. La 

voce della luna è una vera opera da leggersi in questa chiave. 

Le   immagini   vanno   interpretate   come  metafore   del   reale,   della   condizione   umana   e   sociale 

denunciate criticamente; Fellini parte dall'idea che proprio nella realtà contemporanea, in questa 

cultura   alienata,   soggettiva,   frammentaria   e   frammentata,   l'unica   dimensione   possibile   da 

rappresentare nel suo lavoro cinematografico è proprio quella più interna e personale di ognuno. 

Una intima fntasia poetica che si riscoprirà solo se si sa ascoltare con attenzione, in silenzio. 

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Bibliografia

– www.archivio.rai.it   

– www.federicofellini.it   

– www.movies.yahoo.com   

– www.almapress.unibo.it   

– www.wikipedia.org   

– www.demetrio.pn.it   

– Caforio A., Ferilli A., Le leggi della fisica 

Firenze, E. Le Monnier, Editore, 2005

– Luperini R., Cataldi P., Marchiani L., Tinacci V., La scrittra e l'interpretazione vol.2

Firenze, G. B. Palumbo & company, Editore, 2005

– I classici dell'arte, edizione speciale per il Corriere della Sera, Friedrich

      Firenze, Rizzoli, Editore, 2005

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