La poetica di Samuel Beckett, Tesi di laurea di Letteratura Inglese. Università degli Studi di Roma La Sapienza
carmine_landolfi
carmine_landolfi

La poetica di Samuel Beckett, Tesi di laurea di Letteratura Inglese. Università degli Studi di Roma La Sapienza

PDF (792 KB)
64 pagine
5Numero di download
1000+Numero di visite
100%su 1 votiNumero di voti
Descrizione
Tesi di Laurea Triennale in Lingue e Letterature Straniere
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 64
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 64 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 64 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 64 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 64 totali
Scarica il documento

1

INDICE

Introduzione.........................................................................................................2

1. Biografia

1.1 L’infanzia e la famiglia………………………………………………………3

1.2 Gli studi scolastici……………………………………………………………4

1.3 Il malessere interiore…………………………………………………………5

1.4 Gli anni parigini e la Seconda Guerra Mondiale…………………………......7

1.5 Le opere del dopoguerra e il Nobel..................................................................8

1.6 Gli ultimi anni………………………………………………………………..9

2. Lo stile poetico di Beckett e l’influenza di Joyce

2.1 L’opera in continuo movimento……………………………………………...11

2.2 La scelta stilistica joyciana…………………………………………………...12

2.3 Le prime raccolte……………………………………………………………..13

2.4 L’eredità di Joyce…………………………………………………………….14

2.5 La svolta post joyciana……………………………………………………….15

2.6 Il ritorno all’inglese…………………………………………………………..16

3. Le Poesie

3.1 Whoroscope…………………………………………………………………..18

3.2 Gnome………………………………………………………………………...23

3.3 Home Olga…………………………………………………………………....24

3.4 Poesie dalla raccolta “Ossa d’Eco” …………………………………………..26

3.5 “Cascando” e altre brevi poesie in inglese…………………………………....53

3.6 “Tremi macché” e le poesie in inglese degli anni Settanta…………………...57

Bibliografia.............................................................................................................63

Sitografia.................................................................................................................64

2

INTRODUZIONE

Geniale, poeta tormentato, solitario bevitore, cantore del male, sperimentatore

infaticabile, nichilista assoluto: così si è soliti riferirsi a Samuel Beckett. Mai banale,

intellettuale profondo e onesto, lettore appassionato, era sempre un passo avanti agli

altri. Di sicuro ben pochi hanno osato come lui. Di sicuro nessun altro alla notizia di

aver vinto il Nobel avrà commentato: “Che catastrofe!”

Mi sono accostato a Samuel Beckett solo in ambito universitario, da puro neofita, ignaro

di chi fosse questo autore. Eppure questo Nobel per la letteratura è considerato

unanimemente uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo: ma in che modo? Per

che cosa è considerato uno dei più grandi? Quel che è certo è che pochi autori riescono

ad avere sui propri lettori un impatto altrettanto straordinario, e l’ho potuto constatare

in prima persona leggendo la sua storia e le sue poesie.

Nella mia tesi mi soffermerò sull’oscura semplicità della sua produzione poetica, ma

cercherò anche di spiegare Beckett, chi è, il perché delle sue angosce, sentimento

evidente in quasi tutti i testi poetici che ho analizzato, e come il tutto ha avuto inizio, a

partire ovviamente dal suo maestro, James Joyce.

Accingendomi a questo lavoro mi sono servito di un’ampia bibliografia straniera e

italiana, e mi sono addentrato in quel labirinto sconfinato e ricchissimo rappresentato da

internet dove ho trovato una mole incredibile di materiale on-line sul nostro autore.

Tale lavoro nasce dal tentativo di capire se il mio interesse per Beckett sia condiviso da

molti ragazzi e studenti come me, ma in maniera più estesa lo scopo della tesi è tentare

di presentare Samuel Beckett per ciò che realmente è stato: una dei poeti più originali

del suo tempo.

Il lavoro presenterà dunque diversi testi poetici in inglese, quelli più significativi,

originali o illuminanti, e che hanno contribuito a incidere il nome dell’autore nel novero

dei geni dell’arte, proseguendo poi con un’analisi delle varie opere, per definirne il

significato spesso enigmatico.

Se sarò riuscito a far breccia nella curiosità di almeno un lettore facendolo avvicinare a

Samuel Beckett, allora questo lavoro non sarà stato vano.

3

L’oscura semplicità delle poesie di

Samuel Beckett

Capitolo 1

BIOGRAFIA

1.1 L’infanzia e la famiglia

Samuel Barclay Beckett, che sarebbe diventato uno dei maggiori scrittori del XX secolo,

nacque nella casa di Cooldrinagh a Foxrock, nella contea di Dublino, in un giorno non

meglio precisato del 1906. I registri anagrafici riportano come data il 14 giugno, un altro

certificato di nascita indica invece il 13 maggio, ma la leggenda vuole che egli sia nato

il 13 aprile di quell’anno: Venerdì Santo. Un venerdì 13, per giunta.

Suo padre, William Beckett, era un agiato funzionario in campo edile. Sua madre, May

Roe, era al tempo stesso ribelle e severa. I due, entrambi protestanti, avevano già un

figlio: Frank. Il primo nome di Beckett, Samuel, proviene dal nonno materno, Samuel

Robinson Roe. Nessuno nella famiglia sembra invece sapere da dove provenga il

secondo nome, Barclay. La storia della famiglia Beckett può essere riscostruita nella

zona di Leixlip sino al tardo XVII secolo: molti degli avi di nonno Samuel risultano

essere stati ispettori territoriali; suo padre era invece il reverendo Samuel Roe, e uno dei

suoi fratelli divenne vicario di Gartree. Quanto a Samuel, egli fu mugnaio con la

proprietà di un mulino per il grano, il Newbridge Mill, a Celbridge. Fu nel ramo dei Roe

che Beckett identificò il suo retroterra quacchero, benché egli discendesse per entrambi

i lati da famiglie protestanti inserite in un ambiente a maggioranza cattolica.

La vita quotidiana a Cooldrinagh era regolata in tutti gli aspetti sottoposti al controllo di

May Beckett. Essa si uniformava a le grand style: ogni cosa doveva essere fatta in

maniera adeguata rispetto al suo tentativo di conformarsi agli standard della grande casa

in cui era cresciuta. La cameriera che serviva a tavola racconta ad esempio come dovesse

«indossare un grembiale, un abito di cotone e una cuffia bianchi la mattina, e nel

pomeriggio invece un abito nero con polsini e colletto rigidi e una cuffietta con una

striscia di velluto nero sulla fronte. Non si poteva andare alla porta senza tale divisa. Se

4

veniva qualcuno con una lettera avevi un apposito vassoio d’argento e quello ve

l’appoggiava sopra.» 1

1.2 Gli studi scolastici

Dai cinque ai nove anni Beckett frequentò un piccolo asilo gestito da due sorelle, nate

in Germania e poi naturalizzate irlandesi, le signorine Ida e Pauline Elsner. Fu qui che

venne per la prima volta in contatto con la lingua francese, lingua con la quale scriverà

in futuro alcuni dei suoi capolavori.

Nel 1915, a nove anni, Beckett lasciò le signorine Elsner per frequentare i corsi di una

scuola più grande, la Earlsfort House a Dublino. Come talvolta ricordava lo stesso

scrittore, non si trattava di una semplice scuola elementare, in quanto insieme ai piccoli

c’erano anche allievi più grandi che venivano preparati per l’accesso all’università. Qui

Beckett passò quattro anni attivi e nel complesso felici. La scuola era diretta dal suo

primo maestro, un tale Monsieur Alfred E. Le Peton: «Lep», come veniva chiamato in

tutta la scuola, il quale parlava un ottimo francese e aiutò Beckett a sviluppare le nozioni

di tale lingua.

Le Peton risulta essere stato un professore abbastanza severo, e su cui Beckett esprimeva

numerosi dubbi. Ricordava che Monsieur Le Peton era «una persona non troppo

affidabile. Credo (anche se non voglio parlar male di un morto) avesse un po’ del tipo

del furfante: un buono a nulla. Ricordo che un giorno cercò di avere dei soldi in prestito

da mio padre. Credo fosse omosessuale. Gli piaceva il contatto fisico amichevole,

capisci. »2

Nel 1916, Dublino era in tumulto per i sanguinosi combattimenti e per le morti della

Easter Uprising, la Sollevazione di Pasqua. Beckett, all’età di 14 anni, inizia a

frequentare la Portora Royal School, un importante collegio a Enniskillen nel nord della

contea di Fermanagh, che forniva un’eccellente preparazione scolastica, lo stesso istituto

dove, qualche decennio addietro, studiò anche Oscar Wilde. Mentre l’Irlanda veniva

1 Intervista a Lily Condell, 4 agosto 1992. 2 Intervista a SB, 22 agosto 1989.

5

divisa, Beckett frequentava il secondo anno di scuola, e sebbene egli dichiarasse che

all’epoca la cosa lo avesse scarsamente colpito, varcare ogni trimestre la frontiera

davanti alle truppe inglesi schierate e ritornare nella capitale di un nuovo stato in via di

formazione, ebbe un certo impatto sullo sviluppo della sua coscienza politica.

Nel 1923 inizia il corso di laurea in Lettere al Trinity College di Dublino. Lettore

infaticabile, macina libri in lingue diverse, principalmente francese e italiano, paesi che

visiterà durante lunghi viaggi nel 1926 e 1927. Laddove stenta a proseguire nello studio

chiede aiuto a insegnanti privati, fu così che conosce Bianca Esposito, la quale lo inizia

alla lettura di Dante, che lo accompagnerà per tutta la vita. Beckett si laurea con un

Bachelor of Art e riceve la medaglia d'oro per l'eccellenza dei suoi risultati. Dopo aver

insegnato per un breve periodo al Campbell College a Belfast, assume la carica di lecteur

d'anglais alla École Normale Supérieure di Parigi. Qui, grazie a Thomas MacGreevy, un

poeta e confidente di Beckett, che lavorava in città, ha la possibilità di conoscere James

Joyce. Questo incontro ha una profonda influenza sul giovane Beckett, che assiste Joyce

in vari modi, in particolare aiutandolo con altri amici nella traduzione in francese di

alcune pagine di quello che sarebbe diventato “Finnegans Wake”.

1.3 Il malessere interiore

Sin dai primi anni di scuola il carattere di Samuel si discosta nettamente da quello della

media dei coetanei. Fin da adolescente, infatti, mostra i segni di un'interiorità esasperata,

segnata da una ricerca ossessiva della solitudine, poi evidenziata così bene nel primo

romanzo dello scrittore, “Murphy”. Non è da credere, ad ogni modo, che Beckett sia

stato un pessimo studente: tutt'altro. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare di

un intellettuale, Beckett era molto portato per gli sport in genere, nei quali eccelle. Si

dedica quindi intensivamente alla pratica sportiva, almeno negli anni del college ma,

contemporaneamente, non trascura lo studio di Dante, che approfondisce

ossessivamente fino a diventarne un vero esperto.

Ma il profondo malessere interiore lo scava inesorabilmente e senza pietà. E'

ipersensibile e ipercritico, non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso se stesso.

6

Sono i segni riconoscibili di un disagio che lo accompagnerà per tutta la vita. Comincia

ad isolarsi sempre di più, fino a condurre una vita da vero eremita, per quanto è possibile

in una società moderna. Non esce, si chiude in casa e snobba completamente chi lo

circonda. Probabilmente, si tratta di una sindrome che oggi chiameremmo depressione.

Questo male corrosivo lo costringe a letto giornate intere: spesso, infatti, non riesce ad

alzarsi fino a pomeriggio inoltrato, tanto si sente minacciato e vulnerabile rispetto alla

realtà esterna. Ma durante questo aspro periodo, il suo amore per la letteratura e per la

poesia cresce sempre di più.

Ben presto scoprì che l'esercizio della scrittura ha un effetto benefico sul suo stato,

riuscendo a distrarlo dai pensieri ossessivi e fornendo un canale creativo in cui sfogare

la sua sensibilità accesa, nonché la fervida immaginazione. In pochi anni, grazie ai ritmi

intensi di lavoro a cui si sottopone, e soprattutto all'intuito sorvegliatissimo con cui tratta

i testi, si afferma come importante scrittore emergente. Vince un premio letterario per

un poema intitolato “Whoroscope”, incentrato sul tema della transitorietà della vita.

Comincia contemporaneamente uno studio su Proust, autore amatissimo. La riflessione

sullo scrittore francese (sfociato poi in un celebre saggio), lo illuminano circa la realtà

della vita e dell'esistenza, giungendo alla conclusione che la routine e l'abitudine non

sono che il cancro del tempo. Un'improvvisa consapevolezza che gli permetterà di

imprimere una svolta decisiva alla sua vita.

Infatti, colmo di rinnovato entusiasmo, comincia a viaggiare senza meta per l'Europa,

attirato da paesi come la Francia, l'Inghilterra e la Germania, senza trascurare un tour

completo della sua terra, l'Irlanda. La vita, il risveglio dei sensi sembrano travolgerlo in

pieno: beve, frequenta prostitute e conduce una vita di eccessi e dissolutezze. Si tratta

per lui di materia che pulsa, incandescente, flusso energetico che gli permette di

comporre poesie ma anche storie brevi. Dopo questo lungo peregrinare, nel 1937 decide

di trasferirsi definitivamente a Parigi.

7

1.4 Gli anni parigini e la Seconda Guerra Mondiale

Divenne conosciuto presso i caffè della Rive gauche, dove rafforzò la sua amicizia con

Joyce e ne trovò altre in artisti come Alberto Giacometti e Marcel Duchamp, con il quale

giocava regolarmente a scacchi. Nel dicembre 1937 ha una breve relazione con Peggy

Guggenheim, che lo soprannomina Oblomov come il protagonista dell'omonimo

romanzo di Ivan Gončarov.

Il 7 gennaio 1938 fu un giorno che gli costò quasi la vita: un protettore di prostitute,

conosciuto ironicamente con il nome di Prudent, lo accoltella al petto. James Joyce

organizzò una stanza privata all'ospedale per l'infortunato Beckett. Ma galeotta fu la

pugnalata, infatti la pubblicità attorno all'accoltellamento attira l'attenzione di Suzanne

Dechevaux-Dumesnil, una donna di diversi anni più vecchia, che conosceva Beckett di

vista fin dal suo arrivo a Parigi: da questo momento i due sviluppano un forte legame

che durerà per tutta la vita.

Nell'udienza preliminare, Beckett domandò al suo assalitore il motivo celato dietro al

gesto, e Prudent rispose con nonchalance, «Je ne sais pas, Monsieur. Je m'excuse» (Non

lo so, signore. Mi dispiace). Beckett alla fine lascia cadere le accuse contro l'assalitore,

in parte per evitare ulteriori formalità, ma anche perché trova in Prudent una persona

simpatica e dalle buone maniere.

Parallelamente agli sconvolgimenti più o meno transitori che contrassegnano la sua vita

privata, non mancano quelli generati dalla macchina della Storia. Nel 1939 scoppia la

Seconda Guerra Mondiale, l’Irlanda è neutrale, ma Beckett in cuor suo ha già deciso da

che parte stare: la Francia. Opta quindi per l’interventismo, e insieme a Suzanne si

unisce alla Resistenza francese dopo l'occupazione tedesca nel 1940, in un gruppo il cui

nome in codice è Gloria, lavorando dapprima come corriere, e poi come traduttore.

Nell'agosto 1942, il gruppo si scioglie in seguito a una soffiata, lui e Suzanne fuggono

a sud al sicuro nel piccolo villaggio di Rousillon, nel dipartimento del Vaucluse nella

regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Continua a fornire il suo aiuto alla Resistenza

nascondendo armi nel retro della sua casa. Durante i due anni di permanenza a

8

Roussillon aiuta indirettamente il sabotaggio dei Maquis all'esercito tedesco nelle

montagne del Vaucluse.

Beckett fu in seguito insignito della Croix de guerre e della Medaille de la Resistance

dal governo francese per il suo impegno nel combattere l'occupazione tedesca. Negli

ultimi anni di vita, Beckett si riferiva al suo lavoro con la resistenza francese come «roba

da boy scout». A Rousillon iniziò a lavorare al romanzo “Watt” (cominciato nel 1941 e

completato nel 1945, ma pubblicato solo nel 1953).

1.5 Le opere del dopoguerra e il Nobel

Finita la guerra torna a Dublino. Durante l’estate, mentre si trova nella stanza di sua

madre a Foxrock, ha una improvvisa visione interiore che gli chiarisce una volta per

tutte qual è l’argomento della sua poetica: se stesso. La ricchezza delle possibilità del

mondo esterno lascia il posto alla miseria del mondo interno. L’erudizione lascia il posto

alla desolazione. Ovviamente il cambio di rotta artistica non si verifica istantaneamente,

ma non è azzardato sostenere che tutto cominci davvero qui. Intanto, come primo

segnale decisivo, la lingua inglese viene abbandonata a favore di quella francese.

Nel periodo fra il 1945 e il 1950 compone varie opere, tra cui le novelle “Malloy”,

“Malone muore”, “L'innominabile”, “Mercier et Camier”, e alcune opere teatrali, di

fatto una novità nel suo catalogo. Sono le stesse, in pratica, che gli hanno donato fama

imperitura e per cui è noto anche al grande pubblico. Vi compare, ad esempio, la celebre

pièce “Aspettando Godot”, da più parti acclamata come il suo capolavoro. E’

l’inaugurazione del cosiddetto Teatro dell’assurdo. Come molte delle sue opere a partire

dal 1947, la rappresentazione venne scritta inizialmente in francese col titolo “En

attendant Godot”. Beckett la scrisse fra l'ottobre 1948 e il gennaio 1949. Venne

pubblicata nel 1952 e la sua prima rappresentazione avvenne nel 1953 al Theatre de

Babylone a Parigi dove ebbe un discusso e controverso esito. Due anni dopo apparve la

traduzione in inglese curata da lui stesso. A Londra raccolse nel 1955 diverse recensioni

negative, fino a quando le reazioni positive di Harold Hobson nel Sunday Times e di

9

Kenneth Tynan ne risollevarono le sorti. Negli Stati Uniti fu un fiasco a Miami mentre

ebbe gran successo a New York.

Il successo di “Aspettando Godot” aprì a Beckett la carriera teatrale: in questi anni

scrisse diverse opere fra cui “Finale di partita” rappresentata nel 1957, “L'ultimo nastro

di Krapp” rappresentata nel 1958, “Giorni felici” rappresentata nel 1961, “Commedia”

rappresentata nel 1963.

L'attività di Beckett come autore multimediale si avvia nel 1956 quando gli viene

commissionata dalla BBC Third Programme, l'opera radiofonica “Tutti quelli che

cadono”. Nel 1961 scrive altre tre sceneggiature per la radio legate da una caratteristica

comune: la presenza della voce umana e della musica come entità partecipanti

attivamente all'azione drammatica. Ma è nel 1964 che Beckett incontra Buster Keaton

per il quale realizzerà il cortometraggio “Film” per la regia di Alan Schneider che sarà

presentato al New York Film Festival nel 1965.

Nel 1969, mentre è in vacanza a Tunisi con Suzanne, gli comunicano che gli è stato

assegnato il Premio Nobel per la letteratura.

1.6 Gli ultimi anni

Inizia a soffrire di enfisema. Da questo momento in poi le condizioni di salute di Beckett,

pur con alti e bassi, continueranno a peggiorare fino alla sua morte.

Barney Rosset, l’editore americano di Beckett, attraversa un periodo economicamente

difficile e chiede aiuto al suo autore e amico perché gli fornisca un testo inedito con cui

dare forza al catalogo della sua nuova avventura editoriale: la Blue Moon Books.

Beckett gli dice che sta lavorando a qualcosa di nuovo, “Fremiti fermi”, prosa breve che

terminerà nel 1987.

Beckett sta sempre più male. Sono frequenti le vertigini e le conseguenti cadute. Viene

ricoverato. Nel letto della casa di cura Le Tiers Temps compone “Qual è la parola”, il

suo testamento poetico. Nel corso dell’estate del 1989, con grande difficoltà, porta a

10

compimento la traduzione in inglese di “Qual è la parola”. Si tratta, in assoluto,

dell’ultima volta in cui Beckett lavora ad un suo testo.

Il 17 luglio muore Suzanne. Beckett non è in condizioni tali da poter partecipare ai

funerali, ma vi si reca comunque sorretto da alcuni amici.

L’8 dicembre Beckett viene ricoverato al reparto di neurologia dell’ospedale di Saint-

Anne. Due giorni prima aveva avuto un collasso. L’11 dicembre entra in coma.

Alle ore 13 del 22 dicembre 1989 il suo cuore smette di battere.

Samuel Beckett e Suzanne Dechevaux-Dumesnil vennero sepolti insieme nel cimitero

di Montparnasse a Parigi, condividendo una semplice lapide di granito, secondo i

desideri dello stesso Beckett: senza colori, lunga e grigia.

11

Capitolo 2

LO STILE POETICO DI BECKETT

E L’INFLUENZA DI JOYCE

2.1 L’opera in continuo movimento

In tutto il novecento non vi è opera più straordinariamente coesa e progettuale di quella

allestita, tassello dopo tassello, a partire dagli anni Trenta fino agli sgoccioli degli anni

Ottanta del ventesimo secolo, da Samuel Beckett.

La produzione poetica di Beckett è per la maggior parte ordinata in sillogi ben definite

(dalla giovanile Ossa d’Eco fino alle più tarde Filastroccate). Esiste tuttavia un certo

numero di poesie sparse che non hanno mai trovato collocazione ufficiale in raccolte

specifiche. Ciò è tanto più vero per la produzione poetica in lingua inglese, le cui prove

spaziano dalla poesia “Cascando” del 1936, fino ad alcuni brevi versi composti nel

1977.

Essendo Beckett scrittore equilingue, in inglese e in francese, fu egli ripetutamente

costretto, in quanto puntiglioso traduttore di se stesso, a tornare sulle proprie opere,

talvolta anche a distanza di molto tempo, e a riannodarsi, nei giorni da trascorrere per

riscriverle nell’altra lingua, a quelli consumati a riscriverle nella prima. E grazie a questo

continuo rimasticare la propria opera, a questo continuo saturnino rimasticare i propri

personaggi e da essi la propria vita, che il nostro autore riesce a intercettare il suo lettore,

offrendogli non già un veicolo che lo conduca lontano, anche solo per qualche ora, ma

un organismo che nel suo selezionarsi e inglobare può apparire addirittura vivo, in attesa

soltanto di quella voce che lo faccia risuonare, che lo sappia insomma ridire proprio lì

dove ciascuno di noi, ciascun lettore, si dice la sua vita.

L’opera in continuo movimento, e come tale in attesa di chi la dirà in diretta, di Samuel

Beckett è, non a caso come la “Commedia” dantesca, o il “Finnegans Wake” di Joyce,

un avvenire sul posto, e pertanto «un’impresa di salute» e dunque, come voleva Gilles

12

Deleuze, non può che darsi esattamente nel tempo in cui, dicendosi, inventa, secondo

un tipico procedimento dell’epica orale, «un popolo che manca»3.

2.2 La scelta stilistica Joyciana

«Giuro solennemente di liberarmi di J. J. prima che muoio, sissignore»4

Da questa frase pronunciata da Beckett possiamo chiaramente comprendere quanto

importante fu il ruolo che James Joyce ha avuto nella vita e nelle crescita intellettuale di

Samuel Beckett. Il nostro poeta ricordava che quando incontrò Joyce non aveva alcuna

intenzione di fare lo scrittore, e di avere iniziato a collaborare con lui soltanto per

incondizionata ammirazione5. L’incontro con Joyce assunse dunque il significato di una

vera e propria iniziazione, nel momento stesso in cui gli fu dato di comprendere che la

sua stessa propensione allo studio e alla ricerca avrebbero potuto fare di lui non già quel

sonnambolico accademico, sordo alle risonanze formulaiche del “Finnegans Wake”,

irriso nelle sue consuete arguzie epistolari del grande connazionale, ma il fabbro che più

di ogni altro avrebbe cospirato per il risveglio dei propri lettori.

Da questo punto di vista, proprio l’occasionalità dei primi versi noti di Beckett, quelli

del poema dichiaratamente modernista “Whoroscope” (Oroscopata), può offrire più di

uno spunto per scorgere in fieri il senso pieno di una vocazione che non ha nulla di

esclusivo e fulminante ma che si inscrive da subito, e dalla sua prima maschera, in una

sorta di ragionato apprendistato del mestiere.

Scritto in poche ore il 15 giugno 1930, e col dichiarato intento di vincere il premio di 10

sterline messo in palio dallo scrittore Richard Aldington e dall’editrice Nancy Cunard

per una poesia che avesse come argomento il tempo, “Oroscopata” offre al lettore le più

tipiche prospettive molteplici degli eroi modernisti tirate fuori, nello stile precipuo del

maturo Joye, dal più classico taccuino, quello nel quale l’allora giovane lettore

dell’Ecole Normale Supérieure aveva diligentemente sistemato i suoi appunti sulle

3 Cfr. Deleuze 1993, pp. 16-17 4 Cfr. J. Knowlson, S. Beckett: una vita, 1996, p.160 5 Cfr J. Knowlosn, S. Beckett: una vita, 1996, p.105

13

opere di Cartesio, finendo così Beckett, quasi d’istinto, con l’adottare il metodo di lavoro

del tanto ammirato connazionale.

Per il giovane Beckett avvenne dunque, in quell’estate del 1930, qualcosa di assimilabile

a un autentico processo di inseminazione, che avrebbe potuto restare solo un invito a

percorrere strade già tracciate, ma che divenne invece, e via via sempre più chiaramente

nei successivi nove anni, un tormentato e vivificante passaggio di consegne, come

spesso avviene fra maestro e allievo. E non può pertanto che apparire significativo del

tocco vivificante del maestro che il poemetto “Oroscopata” sia emerso nello stesso

periodo in cui Beckett risultava impegnato nella traduzione in francese,

commissionatagli dallo stesso Joyce, del frammento finneganiano di “Anna Livia

Plurabelle”.

L’opera di approntamento in francese del frammento finneganiano porta a compimento

non solo quella trasmissione di sapere e maestria da parte del maestro verso l’allievo,

ma denuncia già la tensione propria dell’opera beckettiana alla disseminazione

dell’«io» nella pluralità dei lettori, anticipando al contempo la scelta più radicale e

significativa di Samuel Beckett, e il suo stesso emblema, vale a dire la ricerca costante

e rivitalizzante, nella propria, di una lingua per definizione «altra».

Non ci stupisce quindi se fu proprio per iniziativa dello stesso Joyce se Beckett cominciò

a scrivere in francese, perché è prerogativa propria dei veri maestri indicare agli allievi

il sentiero sul quale essere superati.

2.3 Le prime raccolte

A parte le quattro poesie per la sezione irlandese dell’antologia curata da Samuel Putnam

“The European Caravan”, tutte successivamente ripudiate, le “Albas” rappresentano il

primo germe di quella raccolta che verrà pubblicata nel novembre del 1935 col titolo

“Echo’s Bones and Other Precipitates”, ristampata poi successivamente solo col come

“Echo’s Bones”, “Ossa d’Eco”.

A testimonianza di un ribollimento creativo perseguito e pluridirezionato, in poco più di

tre anni Beckett darà vita al suo primo romanzo, “Dream of Fair to Middling Women”,

14

una raccolta di novelle, “More Pricks than Kicks”, un cospicuo numero di traduzioni, e

appunto “Ossa d’eco”. Possiamo dunque notare come la produzione poetica di Beckett

sortisce subito da una feconda e perseguita indistinzione fra i generi, o quanto meno da

un intreccio così caparbiamente imbastito fra le varie opere in fieri da rimandare

immediatamente a un’ineludibile visone d’insieme, insomma a un organismo già

provvisto di una sua esplicita teleologia.

Nelle “Metamorfosi” di Ovidio, si narra della ninfa Eco che dopo aver amato senza

fortuna Narciso e aver indispettito Giove, viene mutata in pietra, pur conservando la

possibilità di parlare. Ecco dunque il parallelismo tra i resti calcificati di Eco e le prime

poesie di Beckett, precipitati parlanti.

La prima raccolta edita dell’autore si compone di tredici poesie scritte in inglese,

sensibilmente diverse tra loro. Tre di esse, “L’avvoltoio”, “Da tagte es” e il

componimento che dà il titolo alla silloge, sono brevissime, mai più di sei versi, veri e

propri lampi lirici che hanno la forza del Beckett più maturo. Altre, come “Enueg

I”, “Enueg II”, “Sanie I”, “Sanie II”, “Serena I”, “Serena II” e “Serena III”, sono

artefatti espliciti del Beckett anni Trenta, con una totale disinvoltura formale e il ripetuto

ricorrere a termini colti o insoliti. Infine, “Alba”, Dortmunder” e “Malacoda”, si

pongono a metà tra l’ermetismo del primo gruppo e il caos controllato del secondo.

L’intera raccolta, con tutto il suo corredo di titoli in provenzale e richiami danteschi, è

all’insegna del più sfacciatamente insuperbito modernismo.

2.4 L’eredità di Joyce

In questo periodo non appare sostanzialmente possibile distinguere la produzione in

versi di Samuel Beckett da quanto contemporaneamente andava scrivendo in prosa,

come il romanzo “Murphy”, cominciato nell’agosto del 1935. Decisamente appariscente

appaiono infatti i punti di contatto fra il nuovo romanzo e la manciata di versi scritti in

quel periodo da Beckett, e cioè fra la sarcastica teoria di amori intrecciati narrata con

movenze da commedia degli equivoci in “Murphy”, e il disincantato rosario di

incorrispondenze di amorosi sensi sgranato nel ritmo singhiozzato di “Cascando”.

15

La splendida “Cascando”, con le sue domande retoriche, si offre come un ripensamento

complessivo da parte di un autore che, ormai trentenne, è come se presentisse

l’evoluzione delle sue stesse scelte estetiche, e andasse pertanto per la prima volta

sperimentando quella dissoluzione della materialità della parola attraverso un sistema di

prolungate pause e abissi di silenzio, che sarebbe divenuta propria della sonorizzazione

post-finneganiana della sua produzione successiva.

Intravedendo nella posizione joyciana un’apoteosi della parola piuttosto che

l’auspicabile organizzazione di pause, che avrebbe consentito di percepire «per pagine

e pagine nient’altro che un sentiero di suoni, sospese su altezze da capogiro, a

congiungere inscandagliabili abissi di silenzio»6, Beckett sembrerebbe tracciare

finalmente il confine superato il quale liberarsi dell’eredità dello scomodo connazionale.

Eppure tale superamento, se è avvenuto, e lo è, si è compiuto giusto su quel sentiero nel

quale, per essere superato, si era incamminato il maestro: se tutto il “Finnegans Wake”

attende soltanto di essere eseguito, allora la ricerca delle pause con cui far risuonare le

parole rende la successiva opera beckettiana più finneganiana dello stesso “Finnegans”,

e Samuel Beckett più joyciano dello stesso Joyce.

D’altra parte, “Cascando” incrocia anche quel repertorio di figure metriche, come rime,

quasi-rime, allitterazioni, ricorsività foniche, paronomasie, proprie della puntigliosa

regolarità, sempre in bilico con la filastrocca, dei versi joyciani.

2.5 La svolta post joyciana

Lungo l’intera produzione beckettiana che va dal 1935 allo scoppio della guerra

possiamo reperire gli indizi della futura svolta post joyciana. Come si può evincere dalle

poesie in inglese scritte a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, vi è già in Beckett

la consapevolezza della necessità di sfuggire all’onnipotenza autoriale Joyciana, in cui

anche la successiva scelta del francese ne è una conseguenza, e sarà proprio l’esperienza

della guerra ad accelerare quel processo di radicale innovazione dello stile, che

6 Lettera a Axel Kaun, 9 Luglio 1937

16

culminerà poi con l’opera che segnerà il definitivo superamento delle posizioni joyciane,

vale a dire il romanzo “Watt”.

Notiamo che la produzione postbellica di Samuel Beckett avviene principalmente in

francese, e tale apparentemente definitiva scelta di un’altra lingua come propria non può

che essere ricondotta a quella sorta di rivelazione in cui, a detta dello stesso Beckett, il

nostro autore si sarebbe d’improvviso imbattuto nel marzo del 1945 a Foxrock, durante

una visita a sua madre.

La rivelazione sarebbe consistita nell’accettazione della propria ignoranza e della

propria impotenza da contrapporre all’onnipotenza dell’autore di stampo joyciano. Il

metodo sottrattivo, contraddistinto da pause ed echi, e dunque ritmo, tipico della matura

produzione beckettiana, farebbe dunque tutt’uno con le rinnovate strategie dell’io, di un

io che non è né soggetto né oggetto ma si realizza con l’azione, di un io dunque verbo,

o quanto meno processo, situato pertanto a metà strada fra l’autore e il lettore.

Il nuovo stile adottato da Beckett chiama dunque a raccolta il lettore nell’autore, e

pretende che le pagine risuonino da sole: se vi è pervasività poetica nelle sue opere

successive alla guerra, lo si deve esattamente a tale necessità. Da questo punto di vista,

l’opera beckettiana successiva alla rivelazione è interamente poetica.

D’altra parte, occorre aggiungere che questa strumentazione poetica fa tutt’uno con

l’irrobustirsi di quella tecnica che, in opposizione allo stream of consciousness joyciano,

si potrebbe definire stream of perceptions, la possibilità cioè per il lettore di divenire

tutt’uno con il personaggio: le strategie dell’impotenza perseguite da Beckett gli hanno

a ben vedere consentito la creazione di un personaggio-pelle, indossata la quale

immergersi nella ridda percettiva, e il lettore, a cui viene offerto solo un flusso di

percezioni, inevitabilmente diviene la coscienza dei personaggi.

2.6 Il ritorno all’inglese

Il periodo di maggiore astinenza dall’inglese va grosso modo dalla famigerata

rivelazione fino alla metà degli anni Settanta, momento in cui assisteremo a un autentico

riaffiorare della lingua materna, che coincide con il periodo in cui Beckett riprenderà a

17

scrivere versi. Fino ad allora, le uniche opere scritte da Beckett direttamente in inglese

hanno in un modo o nell’altro tutte a che fare con l’utilizzo di mezzi di riproduzione

tecnica: radiodrammi, drammi televisivi, rappresentazioni teatrali con ausilio

magnetico. Tale circostanza, almeno per quanto riguarda le opere decisamente mediali,

può essere chiaramente imputata alla committenza, cioè alla mai troppo lodata redazione

culturale della BBC.

Le poesie scritte in questo periodo da Beckett non differiscono in nulla, se non per la

loro perseguita icasticità, dalla coeva produzione beckettiana: strutture sintattiche,

ossessività descrittiva, pause raggelanti, tutto fa parte dello stesso bagaglio formale. Fra

le poesie di questo periodo vi sono “Dread nay” (“Tremi macchè”) del 1974,

“Something there” (“Qualcosa lì”) del 1975, “Thither” (“Colà”) del 1976 e “Pss” del

1979.

Eppure, apparentemente dispersa in questa manciata di versi, una struttura ritmico-

formale quale quella in opera in “Roundelay” (“Ritornotorno”) parrebbe prefigurare

l’andamento a metronomo delle sue opere teatrali che si sono arbitrariamente inserite in

questa raccolta, vale a dire “Rockaby” (“Dondola”) del 1981, e “Quoi où” (“Che dove”)

del 1983.

Il riaffiorare della lingua materna potrebbe essere addotto a riprova dell’apparentemente

inatteso recupero della lingua con il quale Beckett si predispone all’ultima parte della

sua produzione poetica, un recupero che va di pari passo a quella coazione alla musica

caratteristica dell’intera produzione beckettiana, e fu proprio “Ritornotorno” l’opera che

più di tutte contribuì alla spinta da cui si sarebbe poi dipanata tutta questa musica: dai

Lieder di Schubert posti in filigrana in “Che dove”, fino all’oscillazione da metronomo

di “Dondola”, cui vanno naturalmente aggiunti i testi scritti esplicitamente per la musica

(come “Neither” consegnato nel 1976 a Morton Feldman) a taluni versi inglesi del 1977,

fra i quali vi è probabilmente “pss”, pubblicata in rivista nel 1979. Tutto contribuisce a

fare di questi testi un’unica grande partitura.

18

Capitolo 3

LE POESIE

3.1 Whoroscope (Oroscopata)

La prima poesia che mi appresto a commentare è “Whoroscope”, tradotta in italiano con

“Oroscopata”, poemetto avente come argomento centrale il tempo, e che si basa

sostanzialmente sulla vita di Cartesio e la sua passione per le uova marce. Già dai primi

versi ci accorgiamo che il testo è ricco di riferimenti a cose e fatti reali della vita di

Samuel Beckett, il quale infatti, all’atto della pubblicazione del poemetto, rilascerà una

serie di note esplicative. Qui di seguito il testo originale dell’opera, la traduzione e il

commento.

Testo:

What's that?

An egg?

By the brother Boot it stinks fresh.

Give it to Gillot

Galileo how are you

and his consecutive thirds!

The vile old Copernican lead-swinging

son of a sutler!

We're moving he said we're off - Porca

Madonna!

the way a boatswain would be, or a

sack-of-potatoes charging Pretender

That's not moving, that's moving.

What's that?

A little green fry or a mushroomy one?

Two lashed ovaries with prostisciutto?

How long did she womb it, the feathery

one?

Three days and four nights?

Give it to Gillot

Faulhaber, Beeckmann and Peter the

Red,

come now in the cloudy avalanche or

Gassendi's sunred crystally cloud

and I'll pebble you all your hen-and-a-

half ones

or I'll pebble a lens under the quilt in

the midst of day

To think he was my own brother,

Peter the Bruiser,

and not a syllogism out of him

no more than if Pa were still in it.

Hey! Pass over those coppers

sweet millèd sweat of my burning liver!

Them were the days I sat in the hot-

cupboard throwing Jesusits out of the

skylight.

Who's that? Hals?

Let him wait.

My squinty doaty!

I hid and you sook.

And Francine my precious fruit of a

house-and-parlour foetus!

What an exfoliation!

Her little grey flayed epidermis and

scarlet tonsils!

19

My one child

Scourged by a fever to stagnant murky

blood-

Blood!

Oh Harvey belovèd

How shall the red and white, the many

in the few,

(dear bloodswirling Harvey)

eddy through that cracked beater?

And the fourth Henry came to the crypt

to the arrow.

What's that?

How long?

Sit on it.

A wind of evil flung my despair of ease

against the sharp spires of the one

lady:

not once or twice but…

(Kip of Christ hatch it!)

in one sun's drowing

(Jesuitasters please copy).

So on with the silk hose over the

knitted, and the morbid leather-

What am I saying! the gentle canvas-

and away to Ancona on the bright

Adriatic,

and farewell for a space to the yellow

key of Rosicrucians.

They don't know what the master of the

that do did,

that the nose is touched by the kiss of

all foul and sweet air,

and the drums, and the throne of the

faecal inlet,

and the eyes by its zig-zags.

So we drink Him and eat Him

and the watery Beaune and the stale

cubes of Hovis

because He can jig

as near or as far from His Jigging Self

and a sad or lively as the chalice or the

tray asks.

How's that, Antonio?

In the name of Bacon will you chicken

me up that egg.

Shall I swallow cave-phantoms?

Anna Maria!

She reads Moses and says her love is

crucified.

Leider! Leider! She blomed and

withered,

a pale abusive parakeet in a maistreet

window.

No I believe every word of it I assure

you

Fallor, ergo sum!

The coy old froleur!

He tolle'd and legge'd

and he buttoned on his redemptorist

waistcoat.

No matter, let it pass.

I'm a bold boy I know

so I'm not my son

(ever if I were a concierge) nor

Joachim my father's

but the chip of a perfect block that's

neither old nor new,

the lonely petal of a great high bright

rose.

Are you ripe at last,

my slim pale double-breasted turd?

How rich she smells,

this abortion of a fledgling!

I will eat it with a fish fork.

White and yolk and feathers.

Then I will rise and move moving

toward Rahab of the snows,

the murdering matinal pope-confessed

amazon,

20

Christina the ripper.

Oh Weulles spare the blood of a Frank

Who has climbed the bitter steps,

(Renè du Perrron…!)

and grant me my second

starless inscrutable hour.

Traduzione:

Questo cos’è?

Un Uovo?

Per i fratelli Boot mi puzza fresco.

Datelo a Gillot.

Come stai Galileo

E poi quelle sue terze parallele!

Quel vecchio abietto voltafrottole

copernicano figlio d’una vivandiera!

Ci si muove disse siamo in moto…

Porca Madonna!

nel modo d’un nostromo, o d’un

Pretendente a sacco-di-patate mentre

carica.

Mica è muoversi questo, è un

commuoversi.

Questa cos’è?

E’ acerbetta o funghita la frittata?

Due ovaie strapazzate con

prostisciutto?

Quanto tempo fu in grembo alla

pennuta?

Tre giorni e quattro notti?

Datela a Gillot.

Faulhaber, Beeckman e Pietro il Rosso,

venite dunque nella nubilosa valanga o

cristallina nuvola rosso-sole di

Gassendi.

ed io v’incristallerò tutte le vostre da

una-gallina-e-mezzo o inquarzerò una

lente sotto la trapunta in pieno giorno.

Pensare che proprio mio fratello, Pietro

l’Attaccabrighe, e non gli fuoriusciva

un sillogismo

quasi che il Babbo rivivesse in quello.

Ehi! Tira fuori quei soldini, caro sudore

laminato del mio fegato ardente!

Sì erano quelli i giorni in cui sedevo

presso la caminiera buttando gesuiti

fuori dal lucernaio.

Quello che è? Hals?

Lasciatelo aspettare.

Tesoruccio mio strabichetto!

Io mi nascondevo e tu mi cercavi.

E Francine mio prezioso frutto d’un

feto casa-e-bottega!

Quale esfogliazione!

La sua piccola scorticata grigia

epidermide e quelle tonsille scarlatte!

Unica figli mia tormentata dalla febbre

fin nel torbido ristagnare del sangue…

sangue!

Oh Harvey diletto

come potranno i rossi e i bianchi, i tanti

nel poco,

(caro il mio Harvey sbattisangue)

turbinare attraverso quel frullino

crepato?

E giunse il quarto Enrico nella cripta

della freccia.

Questo cos’è?

Da quanto tempo?

Stategli addosso.

Un vento di calamità scagliò il mio

disperare pace contr le aguzze guglie

della sola signora:

non una o due volte ma…

(Covatelo letto di Cristo!)

in un solo annegarsi di sole

(Favorite copiare Gesuitastri). Avanti

dunque con le brache di seta sopra la

21

rammendata, e il cuoio malaticcio… ma

cosa vi dico! la gentile tela…

e via ad Ancona sull’Adriatico rilucente

e per un breve lasso addio alla gialla

chiave dei Rosacrociani.

Loro non sanno ciò che fece il maestro

di color che fanno, acché sul naso si

stampi il bacio d’ogni fetida o fresca

brezza,

e sui timpani, sul soglio dell’ostio

fecale

e sugli occhi i suoi zigzag.

E così noi rimaniamo Lui e beviamo

Lui, e l’annacquato Beaune e i tozzi

raffermi di Hovis poiché a lui è dato

ballonzolare

così vicino come lontano dal Suo

Ballonzolante Sé

e tanto triste o altrettanto vivace quanto

richiede calice e vassoio.

Che te ne pare Antonio? Nel nome di

Bacon mi volete impollare quell’uovo!

O dovrei mandarne giù solo gli effluvi?

Anna Maria!

Legge Mosè e dice che è crocifisso il

suo amore.

Leider! Leider! Lei sbocciò e appassì,

pallido ingiurioso parrocchetto alla

finestra sul corso. No, t’assicuro, ci

credo parola per parola.

Fallor, ergo sum!

Quel vecchio pudibondo di un froleur!

Tolleggiava e legeggiava

e s’abbottonava il suo panciotto da

redentorista.

Non fa niente, lasciamo perdere.

Lo so sono un ragazzaccio sfrontato

e dunque non sono figlio mio

(neanche fossi un portinaio)

né di mio padre Joachim

ma la scheggia d’un ceppo perfetto né

nuovo né vecchio, il petalo isolato di

un’altra grande rosa risplendente.

Sei infine pronto,

mio esile pallido stronzo in

doppiopetto?

Oh quanto forte odora

questo aborto d’implume!

Lo mangerò con posate da pesce.

Bianco e tuorlo e piume.

Poi mi alzerò e mi recherò

dalla Raab delle nevi,

la micidiale papaconfessa amazzone

mattiniera,

Cristina la squartatrice.

Oh Weulles salvaguarda il sangue d’un

franco che ha salito le amare scale

(René du Perron…!)

e concedi a me la seconda

imperscrutabile ora senza stelle.

22

Commento:

Come lo stesso Beckett ha affermato, scrisse l’intera opera in poche ore il 15 giugno del

1930, la prima metà prima di cena, sulla carta da lettere dell’Hotel Bristol, terminandola

poi intorno alle tre del mattino. Lo scopo fu quello di vincere un premio di 10 sterline,

messo in palio dallo scrittore Richard Aldington e dalla editrice Nancy Counard, per un

poemetto di massimo 100 versi avente come tema centrale il tempo.

“Whoroscope”, il cui titolo è stato tradotto in italiano sia in “Puttanoroscopo” sia

in “Oroscopata”, è un poemetto volutamente arcano, accademico, pieno di citazioni

nascoste, fusione di enciclopedismi e turpiloquio. Chiare ci appaiono le ascendenze

joyciane, difatti l’opera potrebbe essere descritta come un «assolo modernista con

qualche finneganismo sfacciatamente compiaciuto»7.

Il poemetto, che si basa essenzialmente sulla vita di Cartesio scritta da Adrien Baillet,

opera grazie alla quale Beckett è venuto a conoscenza, ed ‘ha poi usato nella poesia, di

particolari minori e spesso intimi della vita del filosofo, inizia proprio con Cartesio che

dà al suo servitore Gillot un uovo affinché glielo cucini. Cartesio aveva evidentemente

una certa avversione per le uova fresche, e ha chiesto che la sua frittata fosse fatta con

uova vecchie di almeno otto-dieci giorni. Nella prima frase, Cartesio rifiuta un uovo per

essere chiaramente troppo fresco per lui: immediatamente hanno inizio collegamenti

eruditi, dal momento che la rimostranza che accompagna il rifiuto dell’uovo si riferisce

a «the brothers Boot», due fratelli medici olandesi che avevano scritto un libro per

attaccare Aristotele. Da questo momento in poi, la poesia è una descrizione

presumibilmente accurata della conversazione di Cartesio, una combinazione di idee e

stream of consciousness.8

Nella parte successiva Cartesio torna a mettere in discussione la frittata, con un gioco di

parole misto italiano e inglese, una fusione fra la parola inglese prostitute e la parola

italiana prosciutto: «prostisciutto».

Sono due i motivi persistenti in questi versi, che toccano proprio il tema del tempo così

come richiesto dagli organizzatori del premio: da una parte la già citata predilezione di

Cartesio per le uova quasi marce (lo scorrere del tempo è rimarcato proprio dalla trovata

dell’uovo), dall’altra il fatto che il grande filosofo si rifiuta di rivelare la data esatta della

propria nascita, con l’obiettivo di evitare che gli astrologi potessero prevedere la data

della sua morte. Lo stesso titolo dell’opera è un richiamo al giorno senza oroscopo, cioè

quello della morte, racchiuso in un gioco di parole a dir poco scurrile: “whore”,

sgualdrina, innestato finneganianamente in “oroscope”, oroscopo. Da notare che

l’aggiunta del primo termine non incide in alcun modo con la perfetta pronuncia del

secondo termine, rivelandosi dunque un gioco solo per gli occhi.9

7 G. Frasca, Le Poesie, p. 273, Einaudi, Torino, 1999. 8 http://www.enotes.com/topics/whoroscope/in-depth 9 G. Frasca, op. cit., p. 273.

23

Non vi è alcuno schema ritmico, e i modi colloquiali e l’oratoria informale conferiscono

al poema un'aura più da chiacchierata che da poesia. Dopo aver vinto il concorso,

Beckett aggiunse all’opera una serie di note presunte esplicative; le sue note, anche se

utili, non sono sufficientemente esaustive per la maggior parte dei lettori, quindi in “The

Norton Anthology of Modern Poetry” (1973) vengono fornite ulteriori informazioni per

meglio comprendere l’opera di Beckett.

3.2 Gnome (Gnomo)

Questa seppur breve poesia riflette più di tutte il periodo e lo stato d’animo tormentato

di Samuel Beckett all’indomani di uno degli eventi che segneranno la sua vita in modo

indelebile.

Testo:

Spend the years of learning squandering

Courage for the years of wandering

Through a world politely turning

From the loutishness of learning

Traduzione:

Passano gli anni dell’apprendimento

A dissipare il coraggio per gli anni

In cui vagabondare dentro un mondo

Che con garbo si libera ruotando

Da ogni grossolano apprendimento

Commento:

Questa breve quartina, pubblicata per la prima volta nel 1934 sul «Dublin Magazine»,

venne scritta di getto da Beckett dopo essersi dimesso dal Trinity College, ed è infatti

imbastita con le cupe riflessioni che avevano indotto il giovane studio ad abbandonare

la carriera accademica

Ispirata alle “Xenien” di Goethe, per ammissione dello stesso Beckett, “Gnome” si

configura, ed è l’emersione di un’impalcatura logico-formale di grandi conseguenze in

Beckett, come una sorta di ritornello della «cattiva infinità», in cui per ogni rinnovata

«orbita» è un processo di perdita e minorazione, anticipando quindi quell’estetica

dell’insipienza e dell’impotenza che sarà il tratto caratterizzante di tutta la produzione

beckettiana del dopoguerra.10

Il titolo della poesia, che a differenza di quanto si possa credere non è un richiamo alle

piccole creature mitologiche, ci introduce, anche con un pizzico di ironia, all’idea di una

poesia di contenuto morale o filosofico, rimandando dunque a gnomic, cioè gnomico,

nel senso di sentenzioso, moraleggiante.

10 G. Frasca, Le Poesie, p. 275, Einaudi, Torino, 1999.

24

Un particolare che subito attrae l’attenzione del lettore sono i diversi modi in cui la

poesia può essere letta a causa della mancanza di punteggiatura, uno dei vantaggi del

minimalismo. Le interruzioni di verso indicano la fine di un pensiero, ma se leggete

senza interruzione allora ogni verso (soprattutto nella terza e quarta riga) può trovare

diversi e più affascinanti significati: ad esempio gli ultimi due versi, «Through a world

politely turning, From the loutishness of learning», se letti separatamente, il significato

più evidente è che il mondo ruota su se stesso come tutti i corpi celesti tendono a fare.

Se leggiamo i due versi senza interruzione, tuttavia, sembra che il mondo, cioè gli

abitanti della Terra, cerchino di liberarsi da una sorta di rozzo apprendimento, liberarsi

quindi da un’ignoranza dovuta a una mancanza di formazione che non hanno ancora

avuto il coraggio di fare propria.

Il testo quindi, e questo è probabilmente una delle sue caratteristiche principali, si apre

a molteplici interpretazioni a seconda di chi lo legge e del modo in cui viene letto.

3.3 Home Olga

Con “Home Olga” Samuel Beckett ha voluto rendere omaggio alla persona che più di

tutte ha contribuito alla sua crescita intellettuale, e che per tutta la sua vita resterà un

punto di riferimento per la sua produzione poetica. Stiamo parlando ovviamente di

James Joyce.

Testo:

J might be made sit up for a jade of

hope (and exile, don’t you know)

And Jesus and Jesuits juggernauted in

the haemorrhoidal isle,

Modo et forma anal maiden, giggling to

death in stomacho.

E for the erythrite of love and silence in

the sweet noo style,

Swoops and loops of love and silence

in the eyof the sun and view of the

mew,

Juvante Jah and a Jain or two and the

tip of a friendly yiddophile.

O for an opal of faith and cunning

winking adieu, adieu, adieu.

Yesterday shall be tomorrow, riddle me

that my rapparee.

Che sarà sarà che fu, there’s more than

Homer knows how to spew,

Exempli gratia: ecce himself and the

pickthank agnus – e.o.o.e.

Traduzione:

J potrebbe essere allertato da una

bagascia di speranza (ed esilio, sai)

A molocchare rimarrebbero Gesù e i

Gesuiti nell’isola emorroidale,

Modo et forma vergine anale,

ridacchiando a morte nello stomacho,

E sta per eritrite d’amore e silenzio e

dolce stil nonovo,

Scorribande e intrecci d’amore e

silenzio nell’occhio del sole e vista di

gabbiano,

Juvante Jah e uno o due jaini e la

25

soffiata di un amichevole yiddofilo.

O invece per un opale di fede e

maestria palpitante adieu, adieu, adieu.

Yeri sarà domani, risolvimi questa

stoccata e fiuta,

Che sarà sarà che fu, c’è più di quanto

Omero abbia saputo vomitare,

Exempli gratia: ecce lui proprio e

l’acchiappagrazie agnus…e.o.o.e.

Commento:

Pubblicata nel 1934 sulla rivista americana «Contempo», quest’opera è probabilmente

comprensibile solo ai finneganiani, ovvero alla cerchia di intellettuali e artisti che James

Joyce aveva riunito attorno a sé durate la stesura del “Finnegans Wake”, e più che una

poesia “Home Olga” è una sorta di messaggio in codice composto da Samuel Beckett in

occasione o del compleanno dell’autore di “Ulysses” o del Bloomsday del 1932 (quasi

tutte le fonti indicano come probabile questa circostanza, anche se va ricordato che la

ricorrenza di Bloomsday fu istituita ufficialmente dopo il 1950, dunque se l’occasione

fu davvero la celebrazione del Bloomsday doveva trattarsi di una celebrazione ancora

interna al gruppo in questione)11.

Si tratta di versi non sempre chiari, talvolta addirittura criptici, ma pieni di ammirazione

e affetto. “Home Olga” è in forma di acrostico: le lettere iniziali dei dieci versi che la

compongono formano infatti il nome James Joyce. Quanto al titolo, anche qui non è

semplice chiarirne il senso: secondo le note dell’edizione John Calder del 1984 si tratta

di un eufemismo per foutons le camp d’ici, un modo originale con cui Tom MacGreevy

e i suoi amici erano soliti esortarsi a tagliare la corda in situazioni spiacevoli; per il

biografo di Joyce, Richard Ellman, si tratta invece di un anagramma per homos-logos12;

ma la versione più attendibile è forse quella riportata da Deirdre Bair, secondo cui il

titolo prende origine da un aneddoto raccontato a Dublino, a proposito di un irlandese

che aveva l’abitudine di chiamare la moglie, Olga, gridando questa frase, Home Olga,

tutte le volte che voleva svignarsela da qualche party divenuto troppo noioso13. Gli amici

più stretti di Joyce pare ricorressero proprio a questa battuta ogni volta che si trovavano

intrappolati e desideravano andarsene per ritrovarsi in un posto più piacevole,

solitamente concordato prima.

Se questa versione fosse quella giusta risalterebbe ancora di più la natura intima di

questa poesia, che per quanto indecifrabile nella sua esposizione, ha soprattutto il valore

11 http://www.samuelbeckett.it/?page_id=468 12 G. Frasca, Le Poesie, p. 275, Einaudi, Torino, 1999. 13 D. Bair, Samuel Beckett: una biografia, p.127. Milano, Garzanti, 1990.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 64 totali
Scarica il documento