La Questione del Kosovo , Tesi di laurea di Storia Contemporanea. Università degli Studi di Bergamo
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La Questione del Kosovo , Tesi di laurea di Storia Contemporanea. Università degli Studi di Bergamo

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Elaborato finale sulla guerra del Kosovo, per la triennale in Scienze della comunicazione. L'elaborato finale tratta i rapporti internazionali tra le varie nazioni partecipanti allo scontro Kosovaro.
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BERGAMO

DIPARTIMENTO DI LINGUE, LETTERATURE

STRANIERE E COMUNICAZIONE

Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione – Percorso

Massa

Classe n. L-20

La Questione del

Kosovo

Relatore: Chiar.mo Prof. Giovanni Scirocco

Prova finale di Eleonora Bonacina

NOME COGNOME

Matricola n. 1022648

ANNO

ACCADEMICO

2014/2015

1

La Questione del Kosovo

Introduzione…………………………………………………………………………………3

Capitolo I – Prima del Kosovo: tra storia e Mito…………………………………………5

1.1 La Piana dei merli………………………………………………………………….5

1.2 Composizione etnica………………………………………………………………6

1.3 Dagli Ottomani ai Serbi……………………………………………………………9

1.4 Periodo di guerre…………………………………………………………………...12

1.5 Il Kosovo dopo la Seconda Guerra Mondiale……………………………………...16

Capitolo II – La guerra: i protagonisti del conflitto………………………………………..21

2.1 Slobodan Milošević………………………………………………………………...21

2.1.1 Milošević prima della guerra…………………………………………………21

2.1.2 Milošević e il suo ruolo in guerra……………………………………………24

2.2 Ibrahim Rugova…………………………………………………………………….27

2.2.1 Ibrahim Rugova prima della guerra………………………………………….27

2.2.2 Rugova e la guerra del Kosovo………………………………………………28

2.3 UҪK………………………………………………………………………………..29

2.3.1 Guerriglieri in guerra…………………............................................................31

2.3.2 Hashim Thaçi………………………………………………………………33

2.4 USA e la guerra…………………………………………………………………….34

2.4.1 La NATO in Kosovo…………………………………………………………40

Capitolo III – Kosovo: uno Stato indipendente (?)………………………………………...44

3.1 La Pace di Westfalia per il concetto di Stato……………………………………….44

3.2 Kosovo anni Zero…………………………………………………………………..46

3.2.1 Risoluzione 1244……………………………………………………………..46

3.2.2 Elezioni novembre 2007……………………………………………………..46

3.3 Indipendenza raggiunta (?): 17 febbraio 2008…………………………………….47

2

3.4 Kosovo Stato o non Stato…………………………………………………………..51

Conclusioni………………………………………………………………………………...59

Bibliografia………………………………………………………………………………...61

3

Introduzione

Il 17 febbraio 2008, i tre protagonisti del nuovo Stato, Thaçi, Sejdiu e Krasniqi, davanti alla

popolazione kosovara, a maggioranza albanese, leggono il discorso per la Dichiarazione

d'Indipendenza del Kosovo, una scissione dalla Serbia. Si tratta di un evento percepito a

livello internazionale come inevitabile, ma non tutti gli Stati lo accettano, partendo dalla

Serbia stessa.

Prima di questa indipendenza vi è stato dell'altro.

La mia prova finale verte anche su questo, ovvero cercare di capire da dove è partito il

tutto, da cosa è partito il desiderio di indipendenza. Dalla fine degli anni Ottanta si sono

susseguiti vari conflitti che hanno origini sin dal Trecento.

Con il mio elaborato ho voluto affrontare la questione del Kosovo sin dalle origini.

Nel primo capitolo, tra mito e storia, parto dalle “origini” dell'astio esistente tra Serbi e

Albanesi iniziata il 23 giugno 1389 con la battaglia della Piana dei merli, dove gli Albanesi

si sarebbero schierati con gli Ottomani per battere i Serbi. Analizzo la composizione etnica

del Kosovo e le guerre precedenti a quella del 1999.

Nel secondo capitolo, invece, analizzo i protagonisti della guerra:

 Slobodan Milošević eletto presidente della Repubblica Federale Jugoslava nel 1995;

 Ibrahim Rugova eletto presidente dello Stato Indipendente del Kosovo e definito il

Gandhi dei Balcani;

 l’UÇK considerato, all'inizio del conflitto, un'organizzazione terroristica;

 gli Stati Uniti e la Nato e il loro ruolo chiave nella guerra del Kosovo.

Nel terzo e ultimo capitolo ho affrontato l'ultima e più attuale questione del Kosovo, ovvero

l'indipendenza e ciò che ne è seguito, a partire dal suo riconoscimento internazionale come

Stato da parte della maggioranza delle Nazioni del mondo.

Il mio interesse per questo argomento nasce da una semplice curiosità: nei nostri libri di

storia il caso del Kosovo e, più in generale, dell'Europa Orientale viene trattato quasi in

modo superficiale. Ho voluto approfondire la questione della guerra anche per una

questione più personale, ovvero il fatto che il mio obiettivo è diventare giornalista di campo

4

e concentrarmi sui diritti dell'uomo soprattutto nell'ambito delle guerre e delle

immigrazioni.

La difficoltà principale incontrata nello scrivere questo elaborato è stata nella ricerca del

materiale: i saggi in inglese e italiano sono relativamente pochi e scarsamente imparziali.

5

Capitolo I

Tra Storia e Mito

1.1 La Piana dei Merli

Il Kosovo (o Fushë Kosovë) è la culla della cultura serba: la battaglia della Piana dei Merli,

nell'attuale Kosovo Polje (Gazimesdan in albanese), alle porte di Prishtina, è impressa nella

memoria dei serbi. È diventata un mito, una tragedia della storia serba, un simbolo

dell'eroismo del popolo serbo e della sua umiliazione di fronte agli Ottomani, venendo

presentata come un tentativo di proteggere la cristianità nei confronti dell'Islam.

La leggenda narra che alla vigilia della guerra del Kosovo, nell'estate del 1398, un falcone

grigio volasse da Gerusalemme al campo del principe Lazar Hrebeljanović, condottiero

degli eserciti serbi, portando nel becco un'allodola; ma il falcone era in realtà sant'Elia, e

l'allodola non era un uccello, bensì un messaggio inviato dalla madre di Dio: nel momento

in cui stava per scontrarsi con i turchi Ottomani, Lazar era invitato a scegliere fra la vittoria

e il regno della terra, o la sconfitta e la gloria dei cieli. Considerando la caducità delle cose

mondane e l'eternità di quelle celesti, egli scelse quest'ultima alternativa, lasciando in

retaggio ai serbi l'esaltante consapevolezza di aver testimoniato col proprio sacrificio la

redenzione di Cristo, ma, nel contempo, un sottile struggente rimpianto per il regno terreno

e la determinazione di riconquistarlo per congiungere i due regni nello splendore di una

sola vittoria 1 .

La Battaglia della Piana dei Merli ha un'importanza rilevante per la narrativa serba e venne

usata anche dagli intellettuali e dai politici serbi, tra cui il Presidente della Repubblica

Serba Slobodan Milošević, durante gli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Essa ha

dunque un'importanza centrale per la storia e l'identità serba.

I riferimenti alla battaglia sono però imprecisi e storicamente scorretti. La battaglia venne

combattuta il 23 giugno 1389, giorno di San Vito: si affrontarono l'esercito Ottomano,

comandato dal sultano Murat I e dai suoi alleati contro quello formato dall'alleanza di

alcuni signori balcanici, guidati da Lazar Hrebeljanović. Gli Ottomani vinsero, nonostante

la morte di Murat e Lazar.

1 Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni. Storia di tre nazioni, Il Mulino, Bologna 1995, pp.11-12.

6

La Serbia percepisce tuttora quella disfatta come un atto di eroismo, la consacrazione della

propria coscienza nazionale e nel sacrificio di Lazar Hrebeljanović vede l'inizio di un

cammino di redenzione e riscatto.

Questa credenza fa talmente parte dell'identità serba, che si finisce per dimenticare (o per

nascondere) la presenza degli albanesi a fianco dei serbi.

In quell'epoca gli albanesi, che erano o cattolici o ortodossi, si allearono con i serbi per

combattere contro l'Impero ottomano. Fu dunque una battaglia fra cristiani in difesa delle

loro terre e musulmani mossi da mire imperialistiche e non la lotta di un gruppo nazionale

contro un altro.

1.2 Composizione etnica

Il Kosovo è sempre stato occupato. Prima dai Serbi, poi dagli Ottomani e di nuovo dai

Serbi. C'è stata anche una parentesi italiana, risalente al secondo conflitto mondiale, quando

il regime mussoliniano diede vita a uno Stato albanese allargato, unendo l'Albania con i

distretti di Prishtina, Peja e Prizrenm. Rimase però fuori l'area di Mitrovica, nel Kosovo

settentrionale, che la Germania tenne per sé. Gli albanesi del Kosovo videro nel

Nazifascismo una forza capace di liberarli da Belgrado e sostenerli nella battaglia per

l'indipendenza.

Agli inizi del XX secolo, quando il Kosovo era ancora parte dell'Impero ottomano, gli

albanesi costituivano due terzi della popolazione. Alla fine della prima guerra mondiale la

Illustrazione 1: "Battaglia della Piana dei Merli";

Ada St fanovic; 1870

7

popolazione albanese calò al 65,8%, mentre quella serba raggiunse il 26%. Agli inizi del

secondo conflitto mondiale la politica serba di ripopolamento della provincia fece alzare la

percentuale della popolazione serba al 34,4%, a fronte di una popolazione albanese al

62,2%. Durante la repubblica federale socialista jugoslava la popolazione albanese ha

sempre continuato ad aumentare fino a raggiungere agli inizi degli anni Novanta l'81,6%

della popolazione 2 .

Gli storici, intellettuali e politici di Prishtina pongono l'accento sulla dimensione autoctona

del proprio popolo, sulla discendenza degli albanesi delle tribù illiriche e dardaniche che

prima degli slavi popolarono la regione, radicandosi nell'Albania, nel Kosovo occidentale e

in alcune aree del Montenegro e della Dalmazia.

Gli storiografi kosovari sottolineano il fatto che il Kosovo sia sempre stato a maggioranza

albanese e che la serbizzazione forzata della popolazione ne abbia camuffato la reale

fisionomia etnica 3 .

Uno dei documenti per tracciare un quadro della situazione è il primo registro sulla

popolazione stilato dalle autorità ottomane dopo la conquista del Kosovo. L'analisi di

questa fonte, risalente al 1455, rivela che il numero di nomi slavi è molto esiguo rispetto a

quelli albanesi, che vengono definiti Arbanas o Arnaud. Ciò indicherebbe come l'identità

albanese fosse un elemento di “distinzione” che separerebbe gli albanesi dalla popolazione

circostante a maggioranza serba.

Per lo storico albanese Selami Puhala quei documenti dimostrano come le regioni fossero a

maggioranza albanese e che i colonizzatori serbi costituivano una minoranza insignificante

nei numeri, ma erano molto rilevanti dal punto di vista politico e sociale. Questa tesi prende

spunto dal fatto che alcuni capifamiglia censiti nel registro avessero nomi albanesi, al

contrario dei figli che avevano nomi serbi.

L'unico punto di domanda è come e quando gli albanesi del Kosovo sono diventati la

maggioranza e i serbi la minoranza. L'ipotesi più quotata è che il sorpasso sia avvenuto in

concomitanza con le grandi migrazioni serbe, tra la fine del Seicento e la fine del

2 www.albanianliterature.net

3 Matteo Tacconi, Kosovo. La storia, la guerra, il futuro, Castelvecchi, Roma 2008, pp. 55-56.

8

Settecento, e con la diffusione dell'Islam tra gli albanesi dell'Albania e del Kosovo 4 .

Secondo Jože Pirjevic con la grande migrazione del 1690, come conseguenza del conflitto

tra Vienna e Costantinopoli, i serbi fuggiti erano tra le 70mila e le 80mila unità. L'esodo del

1690, al quale seguirà una fuga dal Kosovo nel 1739, fu la conseguenza di una vasta

ribellione antiturca in Serbia, appoggiata dall'Austria.

A favorire il mutamento della composizione etnica del Kosovo fu anche la conversione

all'Islam, che riguardò non solo gli albanesi, ma anche i serbi. Per i circoli accademici di

Belgrado ciò sarebbe la prova della deserbizzazione forzata del Kosovo. La conversione

dipese da fattori di ordine di economico e sociale, dal momento che le leggi ottomane

privilegiavano i sudditi musulmani. Non è da escludere che nel Kosovo una parte della

popolazione slava abbia potuto abbracciare per queste regioni il culto dei dominatori,

confluendo nell'etnia albanese 5

4 Ivi, pp. 58-59.

5 Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo. Dall'origine del conflitto fra serbi e albanesi agli scontri di oggi,

Datanews, Roma 1998, pp.14-15.

Illustrazione 2: Cartina Etnie del Kosovo

9

La lingua albanese, scritta con l'alfabeto latino, viene dal ceppo indoeuropeo, ma forma un

gruppo a sé, alla stregua della lingua armena e greca. Nel 1972, al congresso ortografico di

Tirana, si cercò di standardizzare l'albanese, diviso in due gruppi di dialetti, il ghego del

nord e il tosco del sud. L'unificazione linguistica fu avvallata anche dagli albanesi del

Kosovo, che parlano un dialetto del ghego 6 . Attualmente le lingue ufficiali sono albanese e

serbo. L'albanese è diffuso in quasi tutto il territorio, mentre il serbo è parlato,

principalmente dalla minoranza serba nei distretti settentrionali, in alcuni luoghi a Pristhina

e nelle enclaves serbe. Nella parte meridionale del paese esiste una minoranza di gorani,

che parla il Našinski, un dialetto torlakiano appartenente alla famiglia dei dialetti bulgari

parlati anche nella Macedonia settentrionale.

La società albanese del Kosovo è in rapida trasformazione: da società chiusa nelle proprie

tradizioni si apre al mondo e all'occidentalizzazione. Le tradizioni, però, sono ancora

ancorate nella maggioranza degli albanesi che popolano i villaggi e le campagne.

L'identità personale e collettiva è influenzata dalle tradizioni del passato e dalla storia con

valori sacri, antichi e non esclusivamente albanesi, come l'onore (ndera), il giuramento

(besa), l'ospitalità (mikpritja), la condotta giusta (sjellja) e l'identificazione con il proprio

clan (fisi). La famiglia è di tipo estesa e patriarcale: la famiglia rurale tipica è composta da

circa 15 persone, ma non sono rare le famiglie composte da trenta e più persone e che

condividono pasti e lavoro.

Gli albanesi si considerano un popolo marginalizzato a diversi livelli. Come minoranza

etnica hanno subito un dominio economico, politico e culturale da parte delle maggioranze.

Gli albanesi sono considerati, nelle metropoli jugoslave, arretrati e reazionari, un gruppo

periferico rispetto ad una società impegnata per il cambiamento. Un notevole numero di

giovani albanesi del Kosovo è emigrato in Europa Occidentale o nelle repubbliche

jugoslave più avanzate e quando tornano in Kosovo si trovano tra due mondi: da una parte

il modo di vita tradizionale e dall'altra la modernità conosciuta nei paesi più avanzati 7 .

Per quanto riguarda la religione, la principale religione in Kosovo è quella islamica di rito

6 http://media-1.web.britannica.com/eb-media/09/123909-004-C7546B50.jpg

7 Ivi, pp. 17-19.

10

sunnita, della quale fa parte la quasi totalità degli albanesi. La popolazione serba è per la

quasi totalità ortodossa. Esistono comunità cattoliche a Prinzrenm, Klina, Gjakovë. Circa il

70% della popolazione è di religione o di tradizione religiosa islamica, mentre il 10% è

cristiano-ortodosso e il 5% cristiano-cattolico. Al Kosovo va riconosciuta una tradizione di

tolleranza religiosa: alle grandi festività religiose islamiche partecipano anche i cattolici e

viceversa. Nella società albanese del Kosovo l'appartenenza religiosa non riveste un ruolo

preponderante rispetto all'identità nazionale.

1.3 Dagli Ottomani ai Serbi

Il Kosovo è stato per quasi 500 anni, a partire dal XV secolo, sotto il dominio dell'Impero

ottomano, nell'ambito del quale ha vissuto un periodo iniziale di fioritura economica,

dovuta soprattutto alle sue risorse minerarie e al fatto di essere attraversato da vie di

comunicazione importanti.

Dal XVII secolo il Kosovo è diventato una delle aree più povere e isolate dei domini

ottomani in Europa: nell'800 sono state tracciate le prime, approssimative, carte geografiche

della regione. Nel 1867 venne integrato nel Prinzrenm, che comprendeva all'interno

l'attuale Kosovo, più la regione di Debarm Skopje e Nis, tutte a maggioranza o a forte

presenza albanese. Nel 1888 l'unità amministrativa prese il nome di vilayet (unità

amministrativa)del Kosovo e fu esteso anche al Sangiaccato di Novi Pazar, mentre la

capitale diventava Skopje.

Nel 1878, con il risveglio nazionale albanese, fu creata su iniziativa di Abdyl Frasheri,

originario del sud dell'Albania, la Lega di Prinzrenm: nella principale città del meridione

kosovaro si riunirono i capo clan albanesi, islamici e cattolici, chiedendo al sultano una

maggiore autonomia e la costituzione di un unico vilayet invece che quattro, schiettamente

albanese, che unificasse Kosovo e Albania fino ad allora divisi. La Lega di Prinzrenm

formulò le sue richieste e le inoltrò al Congresso di Berlino. Nel giro di pochi mesi si

intensificano le tendenze autonomistiche, mentre la Lega si strutturava anche militarmente

e nel 1880 otteneva il controllo di fatto del Kosovo. Dal 1881 l'Impero ottomano contrastò

la Lega, che rispose creando un governo provvisorio che fu sconfitto solo nel 1884.

11

Ai primi del '900 si intensificano le mire delle grandi potenze verso i Balcani e la Lega di

Prizrenm adottò una posizione di appoggio condizionato al sultano, nel timore di vedere le

terre albanesi oggetto di nuove conquiste da parte degli occidentali e dei vicini balcanici. In

questo contesto, nel 1912 si ha una massiccia insurrezione da parte degli albanesi, che

arrivarono a conquistare Skopje e avanzarono la richiesta di una unificazione dei territori

albanesi dell'impero ottomano, di una amministrazione autonoma e della creazione di un

sistema educativo in albanese.

Il 28 novembre 1912 il patriota albanese Ismail Qemali convocò a Valona (Vlorë) un

congresso nazionale e proclamò l'indipendenza di Shqipëria, la terra delle aquile: l'Albania.

Sul palazzo del congresso venne issata la bandiera rossa di Skanderberg con l'aquila nera

bicefala.

Gli albanesi che proclamarono l'indipendenza a Vlorë erano perfettamente consci che una

Costantinopoli decadente e prostrata a livello economico non li avrebbe mai difesi dalle

mire espansionistiche degli slavi. Sciolsero il legame con l'Impero Ottomano con il

patrocinio degli Asburgo, interessanti a erigere un argine nei confronti della Russia. 8

Il risveglio nazionale del Kosovo acquisì peso e assunse un profilo antislavo dopo il 1912,

anno in cui scoppia la Prima Guerra Balcanica, con la quale Serbia, Bulgaria e Grecia

miravano a spartirsi i territori europei dell'impero ottomano, con il sostegno delle varie

potenze europee.

L'esistenza del nuovo stato nei Balcani venne garantita solo quando, a fine luglio 1913, la

conferenza degli ambasciatori di sei grandi potenze europee ne riconobbe l'indipendenza e

ne definì le frontiere. Questa nuova Albania era privata di buona parte del territorio

popolato dagli albanesi. L'intenzione della Serbia era quella di estendersi militarmente fino

alla costa adriatica, a Durazzo, ma l'opposizione di Austria e Italia porterà nel dicembre del

1912 alla creazione di uno stato albanese corrispondente all'incirca a quello odierno. La

decisione fu il frutto di un compromesso, dopo che Francia e Russia si erano opposte alla

creazione di un'Albania comprendente anche il Kosovo e le altre zone a maggioranza

albanese.

Il Kosovo, con i suoi centri importanti per l'economia e la politica albanese come Prishtina,

12

Peja e Prizrenm fu assegnato alla Serbia. Lo stesso accadde per la regione occidentale della

Macedonia attorno alle città di Tetova, Gostivar e Debar, anch'esse popolate in grande

maggioranza da albanesi.

Dal 1912 al 1918 l'intera regione, tra guerre balcaniche e Prima Guerra Mondiale, rimase in

stato di guerra permanente, con continui rovesciamenti di fronte, che vedranno il Kosovo

occupato dai serbi, poi dagli austriaci e dai bulgari e, infine, di nuovo dai serbi. Per i serbi

gli albanesi erano in primo luogo i “turchi”, popolazione da reprimere e sottomettere perché

in maggioranza di fede musulmana. I serbi non dimenticarono mai il ruolo degli albanesi

nelle forze armate ottomane. E cosi in Kosovo si governava con mano pesante, tramite

decreti speciali. Il governo di Belgrado non considerava gli albanesi un popolo, ma solo

tante tribù divise tra loro senza niente in comunque. Per questo, molti turchi e albanesi,

preferirono lasciare il Kosovo per rifugiarsi in Turchia o in Albania appena diventata

dipendente. Il governo serbo non si era opposto alla costituzione di un'Albania

indipendente, ma aveva respinto l'idea di tracciare i confini secondo criteri etnici. I territori

a popolazione mista albanese e serba non dovevano essere ceduti all'Albania. 9

1.4 Periodo di guerre

Con la mediazione delle principali potenze europee, il 30 maggio 1913 fu firmato il Trattato

di Londra, un trattato in virtù del quale si sancì la piena vittoria dei Greci, Serbi, Bulgari e

Montenegrini sull'Impero ottomano.

Le condizioni stabilite furono:

 L'Albania venne dichiarata Stato indipendente e Serbia, Grecia e Montenegro sono

obbligate a ritirare le proprie truppe

 L'Albania dovette rinunciare a buona parte del proprio territorio poiché non aveva

alcun alleato internazionale: la Ciamuria venne consegnata ai Greci, la Dardania e tutti gli

altri possedimenti vennero assegnati alla Serbia.

8 Matteo Tacconi, Kosovo. La storia, la guerra, il futuro, cit., p. 50.

9 Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo. Dall'origine del conflitto fra i serbi e gli albanesi agli sconti

di oggi, cit., p. 33.

13

 Il territorio di Sandžak fu diviso tra Serbia e Montenegro.

 La regione della Tracia fu annessa alla Bulgaria.

 Non fu data alcuna soluzione definitiva per la divisione del territorio della

Macedonia fra le potenze vincitrici della prima guerra balcanica. 10

Le condizioni di pace furono giudicate inaccettabili dall'Impero ottomano: i difetti e le

difformità del trattato furono la principale causa della guerra successiva, la Seconda guerra

balcanica che scoppiò nel 1913.

Al momento della riconquista del Kosovo da parte dei serbi, i cittadini di etnia albanese

corrispondevano a circa l'80% del totale degli abitanti della provincia.

L'occupazione serba fu realizzata a prezzo di gravi massacri: circa 20.000 kosovari, in

prevalenza albanesi, furono giustiziati. Il governo servo pianificò una ricolonizzazione del

Kosovo da parte di famiglie serbe, mentre si distruggevano le case di turchi e albanesi

emigrati o turchi.

La Seconda Guerra Balcanica fu combattuta nel 1913 tra la Bulgaria con i suoi alleati della

Prima Guerra Balcanica contro la Romania e l'Impero ottomano.

Il conflitto scoppiò quando la Bulgaria, insoddisfatta della sua parte del bottino della prima

10

http://www.novosti.rs/upload/images/2013//08/19n/svet-prirodna-albanija.jpg

10

Illustrazione 3: Albania Etnica e

Albania Politica

14

guerra balcanica, attaccò i suoi ex alleati, la Serbia e la Grecia.

La Romania attaccò la Bulgaria, mentre l'Impero ottomano approfittò della situazione per

riconquistare alcuni territori persi nella prima guerra balcanica. Quando le truppe rumene si

avvicinarono a Sofia, la Bulgaria chiese un armistizio, con il quale si giunse al trattato di

Bucarest firmato il 10 agosto 1913.

Con questo trattato vennero ridisegnati i confini di:

 Serbia: la frontiera orientale venne disegnata dalla sommità del Patarika e seguiva

lo spartiacque tra i fiumi Vardar e Struma fino al confine greco – bulgaro, tranne per la

valle di Strumica che rimase alla Bulgaria;

 Grecia: il confine tra Grecia e Bulgaria venne disegnata dalla cresta di Belasica fino

alla foce del fiume del Mesta sul Mar Egeo comprendendo larghe parti dell'Epiro e della

Macedonia, compresa Salonicco. Creta venne definitivamente assegnata alla Grecia;

 Bulgaria: le conquiste dalla Bulgaria ottenute durante la prima delle due guerre

balcaniche vennero ridotte. Il governo di Sofia ottenne il distretto di Balgoevgrad e una

parte della Tracia occidentale;

 Romania: la Bulgaria cedette alla Romania la Dobrugia meridionale, fino alle

sponde del Mar Nero.

Con la Prima Guerra Mondiale l'esercito serbo fu logorato, sconfitto e costretto alla ritirata

verso il Mar Adriatico attraverso il Kosovo che, dal 1915, fu occupato da truppe

dell'Austria – Ungheria e della Bulgaria con il sostegno della popolazione albanese.

Nel 1918 l'esercito serbo rientrò in Kosovo e ne scacciò le truppe degli imperi centrali

vendicandosi sulla popolazione. Dopo la sconfitta degli Imperi Centrali, l'unione tra Serbia

e Montenegro nel nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, in seguito rinominato

Regno di Jugoslavia, si vide riconosciuto nel 1919 il controllo del Kosovo e della

Metochia.

Si ritornò alla provincia che si era creata nel 1913, con il Kosovo annesso al Regno di

Jugoslavia, il cui monarca Alessandro I avviò i contatti con la Turchia al fine di avere mano

libera nella campagna di repressione che intraprese contro la resistenza alle annessioni

opposta dai Kaçaks albanesi del Kosovo e dai Komitadjis in Macedonia. All'esodo forzato

15

dei cittadini albanesi si aggiunsero misure che favorirono l'immigrazione al loro posto di

cittadini di origine serba e montenegrina. Questa lenta politica di pulizia etnica e culturale

proseguì fino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, quando i cittadini di etnia

albanese in Kosovo erano meno del 50%.

Nonostante la firma di accordi internazionali per la protezione dei diritti delle minoranze, la

Jugoslavia non li rispetterà mai: nessuna scuola albanese verrà mai aperta negli anni di

dominio serbo e la regione verrà tenuta in uno stato di degrado sociale e culturale,

instaurando un regime di controllo poliziesco. Per il regime di Belgrado gli albanesi non

hanno un'identità propria e sono solo serbi che hanno perso la loro memoria storica.

Nel 1918 i leader albanesi crearono un'organizzazione con lo scopo di promuovere la

resistenza agli occupatori, il “Comitato per la Difesa Nazionale del Kosovo”. Le loro azioni

ebbero scarso successo a causa della repressione serba e dallo scarso appoggio fornito

dall'Albania che, con l'arrivo di Re Zog si trasformò in una e vera propria persecuzione,

tanto da far assassinare, nel 1933, il leader del Comitato Hasan Prishtina, che aveva cercato

di creare rapporti anche a livello internazionale, arrivando a collaborare con il Comintern e

con i servizi segreti fascisti italiani.

Nel 1941 le potenze dell'Asse arrivarono alla decisione di spartirsi i territori della

Jugoslavia: iniziò così l'occupazione tedesca, italiana e bulgara dei Balcani. Il Kosovo,

come tutta l'Albania e i territori a maggioranza albanese della Macedonia, fu assegnato

all'amministrazione fascista italiana, che ne manterrà il controllo fino al 1943 (l'unica zona

assegnata alla Germania, fin dal 1941, è quella di Trepca, importante per le sue miniere).

Gli albanesi del Kosovo accettarono il dominio italiano: Roma introdusse l'insegnamento

della lingua albanese nella regione, ma non consentì l'amministrazione autonoma del

Kosovo.

Dopo l'8 settembre 1943 la Germania prese il controllo dell'intero Kosovo e proclamò

l'Albania indipendente, comprensiva del Kosovo e delle zone a maggioranza albanese della

Macedonia. Anche la Germania mantenne un regime di occupazione militare e non consentì

alcuna organizzazione autonoma di Shqipëria. Sotto i tedeschi ripresero le deportazioni di

serbi e montenegrini, per la maggior parte coloni, avviate dall'Italia nel 1941.

In Kosovo il movimento partigiano non fu mai particolarmente sviluppato: i partecipanti

16

erano essenzialmente serbi e albanesi, ma non superavano le poche decine, a differenza

dell'Albania, dove c'era un movimento ben organizzato. Tra il 1943 e il 1944, a Bujan, si

tenne una conferenza dei delegati del Partito Comunista Jugoslavo del Kosovo, i quali

decisero la creazione di un Consiglio Regionale per l'intero Kosovo e formularono una

dichiarazione in cui si diceva:

Il Kosovo Methoija è un'area a maggioranza albanese che, oggi come sempre, desidera unirsi all'Albania.

L'unico modo in cui gli albanesi del Kosovo Methoija possono unirsi all'Albania è attraverso una lotta

comune con gli altri popoli della Jugoslavia contro gli occupatori e i loro lacchè. Perché l'unico modo in cui è

possibile raggiungere la libertà è se tutti i popoli, ivi inclusi gli albanesi, avranno la possibilità di decidere da

soli il loro destino con il diritto dell'autodeterminazione, ivi incluso quello alla secessione.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista non accettò questa dichiarazione e inviò un

rappresentate in Kosovo a comunicarlo, ma la dichiarazione rimase il programma ufficiale

del Consiglio Regionale fino alla cacciata dei tedeschi nel novembre del 1944.

Dopo la cacciata dei nazisti, in Kosovo si verificò un primo grave atto di violenza. Nella

regione di Drenica furono rinvenuti 250 albanesi massacrati dai partigiani jugoslavi. Le

autorità del Partito Comunista non adottarono alcuna misura punitiva e fecero fucilare il

responsabile della commissione: ciò diede via a una insurrezione contro le autorità

jugoslave. Il Kosovo fu dichiarato “zona militare” e fu messa in atto una spietata

repressione che causò la morte di decina di migliaia di albanesi, giustificata con la necessità

di estirpare gli elementi collaborazionisti, anche se la vera ragione era dare il via a una

guerra contro la popolazione che voleva rivendicare l'unione del Kosovo con l'Albania.

Nel 1945 il Partito Comunista Jugoslavo decide che il Kosovo doveva rimanere alla Serbia.

La nuova costituzione non riconosceva tra le nazionalità costituenti della Jugoslavia quella

albanese, ma contemporaneamente fu vietato il rientro in Kosovo di circa 50000 serbi

cacciati durante la guerra.

1.5 Il Kosovo dopo la Seconda Guerra Mondiale

17

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nell'autunno del 1944 la Wehrmacht si ritirò dai

Balcani e con la fine di novembre anche il Kosovo tornò libero. Il potere venne preso dai

nazionalisti albanesi del Balli Kombetar che combattevano per mantenere la “Grande

Albania” nata con il beneplacito di Mussolini e rimasta in piedi anche dopo la

capitolazione italiana nel settembre del 1943, quando la Wehrmacht penetrò in tutte le zone

disarmando le unità italiane.

Nel dicembre del 1944 Fadil Hoxha, capo dei partigiani di Tito del Kosovo, scrisse in un

rapporto che i combattenti del Balli Kombetar erano riusciti ad assicurarsi il pieno

appoggio delle masse del Kosovo per organizzare i villaggi e la resistenza contro i

partigiani. Per vincere i nazionalisti anticomunisti, sostenuti dalla maggioranza degli

albanesi del Kosovo, Tito chiamò in aiuto due divisioni di partigiani albanesi di Enver

Hoxha. I combattenti albanesi avevano dato un sostegno attivo ai fascisti e ai nazisti ed

erano consapevoli che non avevano nulla da perdere. Dopo lunghi mesi di combattimenti le

forze armate di Tito riuscirono a sconfiggere la resistenza albanese contro l'occupazione

serba.

Tito non volle mai progettare un'unificazione dei territori albanesi. Nel 1943 fece sapere al

PCJ, partito comunista jugoslavo, e ai comunisti kosovari che la nuova Jugoslavia nascente

doveva essere un paese di nazioni libere e non ci sarebbe stato spazio per l'oppressione

della minoranza albanese. 11

Il Partito comunista albanese (PCA) sottolineò l'importanza dei rapporti jugoslavo-albanesi

per una futura federazione balcanica. Nell'aprile del 1945 i rappresentanti comunisti del

Kosovo, in un incontro col “Fronte di Liberazione serbo”, dichiararono che la popolazione

avrebbe voluto aggregarsi alla repubblica serba. Questa decisione venne confermata nel

giugno del 1945 all'assemblea provinciale del Kosovo Metohija, formata per la

maggioranza da ex partigiani serbi ai quali non venne mai in mente una qualsiasi ipotesi di

indipendenza.

Nel settembre del 1945 il parlamento serbo approvò una legge per costituire due regioni

autonome all'interno della Repubblica Serba, la Vojvoidina e il Kosovo Metohija. La

Vojvoidina, con la sua minoranza ungherese, ottenne un'autonomia più ampia rispetto al

18

Kosovo.

Nel 1953 fu approvato un emendamento della costituzione che declassò le istituzioni

amministrative come quello del Kosovo da entità federali a entità delle repubbliche di

appartenenza. Questo emendamento fu poi perfezionato ulteriormente nel 1963 con il

trasferimento dalla federazione alle varie repubbliche dell'autorità per creare o cancellare le

entità autonome interne.

In questo stesso periodo, il governo di Belgrado promosse una politica di espulsione degli

albanesi del Kosovo e dalla Macedonia verso la Turchia che portò all'esodo di 195.000

persone.

Nel 1948 il tasso di analfabetismo degli albanesi del Kosovo era pari al 73%, anche se

molti sapevano leggere l'alfabeto cirillico ma non quello albanese. Il governo di Belgrado

promosse un programma di apertura di scuole in albanese e di corsi di alfabetizzazione per

adulti che verrà valutato come una fondamentale svolta nella storia degli albanesi del

Kosovo: i programmi erano imposti dalle autorità serbe e ignoravano completamente la

storia del Kosovo e quella dell'Albania.

Negli anni Cinquanta venne avviato un programma di aiuti alle regioni meno sviluppate: il

Kosovo ne è stato sempre il maggiore destinatario, arrivando negli anni Settanta ad avere il

70% del bilancio finanziario da questo programma.

Nel 1963 venne riconosciuto al Kosovo Metohija lo status di “provincia autonoma” alla

pari della Vojvodina.

Nel 1966 si arrivò alla svolta nella “riunione dei Brioni”, che ebbe profonde ripercussioni

nella vita politica jugoslava. Ne scaturirono nuovi impulsi per la federalizzazione della

struttura statale, per la liberalizzazione e la democratizzazione della vita pubblica. Da

questa riunione presero vita anche altre riforme costituzionali che sarebbero poi sfociate

nella nuova costituzione federale del 1974.

Per gli albanesi del Kosovo, Brioni rappresentò una tappa importante: dopo essere stati

liberati dalla pressione esercitata per vent'anni dai funzionari del partito, cercarono di

introdurre alcune rivendicazioni nazionali e di estendere la propria autonomia. Anche Tito,

durante un viaggio attraverso il Kosovo nel 1967, sottolineò la necessità di superare i

11

Thomas Benedikter, cit., p. 46

19

disguidi del passato.

Il 27 novembre 1968 gli studenti dell'Università di Prishtina organizzarono una

manifestazione che si trasformò in una rivolta con lo slogan “No alla colonizzazione del

Kosovo” e “Vogliamo essere una repubblica”. Con la manifestazione si voleva introdurre la

lingua albanese, fino ad allora discriminata, in tutti gli ambiti sociali e pubblici. Il Kosovo

rischiava di diventare un ghetto economico e culturale e gli albanesi incolpavano la

discriminazione serba del loro isolamento e della loro arretratezza.

Belgrado inviò alcune unità dell'esercito nella regione e i carri armati presero il controllo di

Prishtina: nel giro di qualche settimana scoppiarono manifestazioni anche nelle zone a

maggioranza albanese della Macedonia, che costrinsero per la prima volta le autorità di

Skopje a riconoscere alcuni diritti nazionali agli albanesi della repubblica.

Nel 1969 il Parlamento serbo adottò una nuova costituzione per il Kosovo, la quale

prevedeva la creazione di un sistema giudiziario della provincia, maggiori poteri di

autonomia nell'amministrazione, la parità tra le lingue albanese, serbo, croata e turca e la

creazione dell'Università albanese di Prishtina, che diventerà un punto di riferimento anche

per gli albanesi della Macedonia e del Montenegro.

Nel 1974 il progetto di decentralizzazione a livello federale culminò con l'approvazione di

una nuova Costituzione che fece delle province autonome del Kosovo e della Vojvodina

soggetti federali con diritto di veto all'interno della repubblica.

La nuova Costituzione prevedeva inoltre un'intensificazione del sistema dell'autogestione

che aprì nuovi spazi all'espressione politica degli albanesi del Kosovo. Rimasero però

l'insoddisfazione e le tensioni, come testimoniato dal processo del 1974 contro gli studenti

di Prishtina che avevano fondato un “Movimento per la liberazione nazionale del Kosovo”

che chiedeva l'unione delle regioni a maggioranza albanese della Macedonia e del

Montenegro con il Kosovo.

Nonostante tutto ciò si riscontrarono dei progressi: aprirono numerose testate giornalistiche

in albanese, si intensificarono gli scambi con l'Albania e la storia nazionale non fu più un

tabù assoluto, mentre l'Università albanese di Prishtina ebbe la possibilità di adottare

programmi propri. Questo processo di emancipazione venne rese dinamico dalla struttura

demografica della popolazione del Kosovo, nella quale era sempre più ampio l'elemento

20

giovanile. A livello economico rimasero evidenti le distorsioni del passato e il Kosovo

rimase un produttore di materie prime per le altre repubbliche, beneficiando in modo

massiccio di sovvenzioni statali.

A livello politico si ebbe la rapida formazione di una classe politica albanese, che venne

assunta anche nelle più alte strutture della repubblica e della federazione, ma sull'agire di

questa classe politica ha sempre pesato il fatto di non essere l'espressione della volontà

degli albanesi, quanto quello dei vertici federali e dei serbi. Questa classe politica divenne

il principale fruitore e amministratore dei fondi di assistenza alla provincia e divenne

sempre più interessata a favorire gli interessi di Belgrado piuttosto che quelli della

popolazione del Kosovo.

Tra gli anni Settanta e Ottanta nacquero organizzazioni marxiste-leniniste clandestine che

rivendicavano la creazione di una Repubblica del Kosovo in Jugoslavia o l'unione con

l'Albania di Enver Hoxha. Questi gruppi non ricevettero aiuti da Tirana, che durante gli

anni Ottanta decise di non intromettersi con le politiche jugoslave in Kosovo e respinse in

Jugoslavia i profughi politici. Queste organizzazioni, come il Movimento per la

Liberazione Nazionale del Kosovo o il Gruppo Marxista-leninista del Kosovo, riuscirono

ad ottenere un buon seguito nelle zone rurali, ma Belgrado riuscì ad impedirne il

diffondersi e molti leader vennero incarcerati per lunghi anni o furono costretti a emigrare.

Esse formarono comunque il nucleo di quello che alla fine degli anni Novanta divenne noto

come Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK).

In questo scenario politico, nel 1981 scoppiarono massicce e violente manifestazioni. La

scintilla che fece scoppiare il tutto fu la dimostrazione dell'11 marzo organizzata dagli

studenti di Prishtina per protestare contro le loro condizioni di vita. Le dimostrazioni si

ampliarono sempre più e il 26 marzo una folla si riunì nelle strade di Prishtina, con

immediati scontri con le forze di polizia e numerosi atti di violenza da entrambe le parti.

Queste proteste esprimevano l'aspirazione della popolazione ad ottenere una posizione

migliore all'interno della società kosovara, minacciando lo status privilegiato di cui la

componente serba continuava a godere nell'ambito della federazione e della provincia.

Il risultato fu la diffusione di un vittimismo pericoloso: ciò diede avvio a una campagna

propagandistica serba tesa ad evidenziare gli atti di sopraffazione di cui i Serbi erano

21

vittime in Kosovo. Furono riesumati i miti del nazionalismo serbo, come la Battaglia della

Piana dei Merli, miti che il nazionalismo ottocentesco aveva posto alla base

dell'autocoscienza storica di questo popolo. Si riprese, così, a pensare al Kosovo come la

leggendaria terra d'origine, la culla della civiltà, sede di numerose chiese e di importanti

monasteri. La propaganda nazionalista si concentrò, inoltre, sul calo demografico della

popolazione serba nella provincia, sull'aumento della popolazione albanese e sulle violenze

sessuali subite dalle donne serbe da parte di uomini albanesi. L'incremento della

popolazione albanese venne interpretata come una strategia per ottenere la dominazione

etnica. In realtà vi erano spiegazioni più oggettive, in quanto le migrazioni erano un

elemento comune a tutta la Jugoslavia socialista e la causa era per lo più economica, anche

se l'aumento della popolazione albanese è stata spiegato come una transizione ritardata

nell'equilibrio tra i bassi tassi di natalità e di mortalità, ovvero, il tasso di mortalità

diminuiva rapidamente grazie a condizioni igienico-sanitarie migliori e il tasso di natalità

continuava a rimanere elevato anche grazie alla tradizione delle famiglie numerose.

22

Capitolo II

La guerra: i protagonisti del conflitto

2.1 Slobodan Milošević

Slobodan Milošević nacque il 20 agosto 1941 a Pozarevac, dove frequentò la scuola media

e liceo, e si laureò nel 1964 a Belgrado alla Facoltà di Giurisprudenza. Membro della Lega

dei Comunisti di Jugoslavia dal 1959, lavorò nel Comitato universitario della Lega dei

Comunisti di Belgrado e in seguito nei servizi per l'informazione.

Nel maggio del 1986 venne nominato presidente del Comitato centrale della Lega dei

Comunisti della Serbia e un anno dopo presidente della Repubblica Federale di Serbia.

Il 28 giugno 1989 Milošević, nel pieno della sua ascesa politica, si recò a Kosovo Polje per

commemorare il seicentesimo anniversario della battaglia della Piana dei Merli e pronunciò

un discorso che fece infuocare l'animo dei Serbi: «Che la memoria dell'eroismo del Kosovo

viva in eterno, viva la Jugoslavia, viva la pace e la fratellanza tra i popoli». 12

Alle prime elezioni presidenziali multipartitiche in Serbia, nel dicembre del 1990, come

candidato del Partito socialista serbo di cui era presidente, ricevette il 65% di voti e divenne

il primo presidente della Repubblica di Serbia. Alle successive elezioni, nel 1992, dopo lo

smembramento della RFS di Jugoslavia, venne rieletto a questa carica. Da presidente della

Serbia, nel 1995 fu uno dei firmatari dell'Accordo di Pace di Dayton per la Bosnia ed

Erzegovina. Venne eletto presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia il 25 luglio

1997, e rimase in carica fino al 5 ottobre 2000.

2.1.1 Milošević prima della guerra

Nell'agosto del 1995 si conclusero i colloqui di Dayton: la diplomazia americana decise

d'ignorare la questione del Kosovo, accettando la tesi di Milošević ovvero che il problema

fosse una questione solamente interna. La simpatia degli Stati occidentali nei confronti di

12

Marco Tacconi, La piana dei merli, nel cuore del Kosovo e in quello dei serbi. Che ne sarà domani?, “La

23

Milošević non migliorò la situazione degli albanesi del Kosovo, guastati dopo il 28 marzo

1989 quando l'autonomia della provincia era stata definitivamente abolita.

Il PSS guardava il Kosovo attraverso i pregiudizi dei propri miti nazionalistici e guardava

gli albanesi come usurpatori di una terra sacra. Per quanto non fossero più considerati

essere subumani, gli albanesi non erano considerati, per il governo di Belgrado, degni di

particolare tutela. Inoltre il Kosovo aveva una valenza simbolica troppo alta perché il

regime di Milošević potesse anche solo pensare alla possibilità di riconoscere agli Albanesi

i diritti e la dignità a cui aspiravano.

Al fine di rafforzare la presenza serba nella provincia, furono emessi dopo il 1989 centinaia

di decreti leggi e amministrativi discriminanti nei confronti degli Albanesi. Nell'agosto del

1990 fu introdotta una riforma scolastica al fine di limitare il diffondersi della cultura

albanese nel Kosovo. L'amministrazione serba decretò che tutte le scuole dovevano

adottare i programmi serbi, una misura che scatenò un'ondata di proteste e di rifiuto da

parte degli insegnanti e degli studenti albanesi. Le vittime di questa riforma furono i

bambini, in quanto la loro formazione scolastica era stata interrotta e la loro possibilità di

qualificazione professionale compromessa. Oltre ai bambini, le vittime furono anche

migliaia di insegnanti albanesi che non percepirono più lo stipendio e furono sostituiti da

funzionari serbi. La resistenza degli insegnanti e dei genitori albanesi non era diretta solo al

contenuto dei programmi serbi, in quanto era chiaro il vero obiettivo del decreto: la

distruzione della cultura e dello sviluppo intellettuale del popolo albanese del Kosovo.

Un alto funzionario serbo descrisse il vero obiettivo di queste misure: «si tratta di rigettare

gli albanesi a quel livello di istruzione che regnava mezzo secolo fa, quando l'albanese a

scuola era ancora vietato». 13

Fino ad allora i bambini serbi ed albanesi avevano frequentato classi diverse a seconda

della lingua madre. A partire dal 1991 ai bambini albanesi vennero assegnati i turni

pomeridiani con lezioni ridotte a 35 minuti, una decisione che comportò la totale

separazione dei due gruppi etnici che le autorità serbe dichiarò necessaria a causa della

paura dei genitori serbi che i loro figli venissero maltrattati dai bambini albanesi.

Stampa”, 3 febbraio 2007.

13 Thomas Benedikter, cit., p.85

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