La repressione del dissenso durante il Fascismo, Nazismo e Comunismo, Tesi di laurea di Storia Delle Istituzioni Politiche. Università degli Studi di Napoli Federico II
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La repressione del dissenso durante il Fascismo, Nazismo e Comunismo, Tesi di laurea di Storia Delle Istituzioni Politiche. Università degli Studi di Napoli Federico II

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Questa tesi è incentrata sulla repressione delle opposizioni durante i regimi totalitari dei primi del novecento. Si mettono a confronto le modalità di repressione e il lavoro svolto dalle istituzioni per abbattere gli o...
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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI "FEDERICO II"

DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA TRIENNALE IN

Scienze Politiche e delle relazioni internazionali

Tesi di laurea in

STORIA DELLE ISTITUZIONE POLITICHE

La repressione del dissenso durante il Fascismo, Nazismo e

Comunismo

(Repression of dissent during Fascism, Nazism and Communism)

Relatore: Candidato:

Ch.mo Prof. Giovanni Cricco

Armando Vittoria Matricola M06002329

ANNO ACCADEMICO 2016/2017

A Nonna Antonia e a Nonno Giovanni

la vostra vita mi è stata da esempio e lo sarà

per il resto dei miei giorni.

Proteggetemi da lassù.

1

INDICE

INTRODUZIONE……………………………………………………………3

CAPITOLO I

LA REPRESSIONE DEL DISSENSO NELL’ITALIA FASCISTA

1.1 Il Fascismo al governo e la repressione delle opposizioni………………….5

1.2 I mezzi di repressione del Fascismo………………………………………..6

1.2 La censura………………………………………………………………………….10

1.2.2 Il Tribunale speciale per la difesa dello stato……………………………….13

1.2.3 L’OVRA e il contributo dell’Arma dei Carabinieri………………………...14

1.2.4 I campi di internamento nell’Italia fascista…………………………………16

1.3 La propaganda fascista…………………………………………………….18

1.4 Villa Triste, storia di torture nelle testimonianze degli antifascisti………..22

CAPITOLO II

LA REPRESSIONE DEL DISSENSO NELLA GERMANIA NAZISTA

2.1 Il nazismo al potere, l’avvento del totalitarismo Hitleriano……………….25

2.2 Nazismo: repressione, razzismo e culto del capo………………………….26

2.3 Le Schutzstaffel (SS)……………………………………………………....28

2.3.2 La Gestapo……………………………………………………………………....30

2.4 I campi di sterminio………………………………………………………..31

2

2.5 Il campo di concentramento di Dachau……………………………………..33

2.5.2 La vita nel campo………………………………………………………….35

2.5.3 La liberazione di Dachau………………………………………………....36

2.6 La giustizia nel Terzo Reich………………………………………………...37

CAPITOLO III

LA REPRESSIONE DEL DISSENSO NELLA RUSSA COMUNISTA DI

STALIN

3.1 Josif Stalin il dittatore comunista………………………………………….39

3.2 Le grandi purghe…………………………………………………………….40

3.3 L’NKDV…………………………………………………………………….42

3.4 I Gulag……………………………………………………………………....43

CAPITOLO IV

STORIA DI UN PADRE MAI RITORNATO DA DACHAU

1.1 Un padre mai ritornato da Dachau…………………………………………..45

CONCLUSIONI………………………………………………………………..48

BIBLIOGRAFIA……………………………………………………………....50

SITOGRAFIA…………………………………………………………….........52

RINGRAZIAMENTI………………………………………………………….53

3

INTRODUZIONE

I regimi totalitari vengono chiamati così proprio perché la totalità delle forze

finisce in mano ad un piccolo gruppo di uomini. Ovviamente per le dittature non

c’è spazio per le opposizioni che quindi vengono represse con tutti gli strumenti

a loro disposizione. Le torture, i lavori forzati e le uccisioni di massa divennero

la normalità nei tre regimi dittatoriali di inizio novecento.

La repressione del dissenso fu un obiettivo molto importante per i fascisti che fin

da subito cercarono di abbattere le opposizioni con tutti i mezzi a loro

disposizione. Il Duce fece utilizzare alle sue camice nere olio di ricino e

bastonate contro i dissidenti, quest’ultimi molto spesso venivano confinati

altrove proprio per essere resi innocui. Mussolini e i suoi squadristi si resero

colpevoli di numerose uccisioni (basti ricordare Matteotti), e in seguito seguirono

anche le idee folli del dittatore nazista Adolf Hitler soprattutto con la

pubblicazione delle leggi razziali e la creazione dei campi di concentramento.

La Germania nazista comandata dal Fuhrer commise le peggiori atrocità durante

gli anni della guerra. Oltre agli oppositori politici i nazisti sterminarono sei

milioni di ebrei e diverse migliaia di zingari, testimoni di geova, omosessuali,

handicappati etc.! Hitler ed i suoi gerarchi (Himmler, Goering) idearono la

soluzione finale che doveva portare all’annientamento dei cosiddetti subumani.

In parte vi riuscirono ma per fortuna furono fermati dall’arrivo degli alleati.

Nella Russia di Stalin la situazione era simile a quella tedesca durante il nazismo,

molte libertà dell’uomo erano soppresse e bisognava fare obbligatoriamente ciò

che diceva lo stato. L’opposizione non esisteva, anzi Stalin sterminò persino la

propria classe politica proprio per restare l’unico padrone incontrastato

dell’Unione Sovietica.

4

Questa ricerca sottolinea più marcatamente la repressione del dissenso durante il

fascismo comparandolo con gli altri due regimi autoritari ovvero il nazismo e il

comunismo. Cercando di cogliere i punti di somiglianza e quelli di differenza.

Inoltre si riporta la storia vera del mio Bisnonno deportato e poi deceduto nel

campo di concentramento di Dachau, che è stato tra l’altro il primo lager

costruito per gli oppositori politici. Il mio obbiettivo è quello di raccontare e di

ricordare ciò che è successo per far si che l’uomo non cada più nell’oblio.

5

CAPITOLO 1

LA REPRESSIONE DEL DISSENSO NELL’ITALIA FASCISTA

1.1 Il fascismo al governo e la repressione delle opposizioni

La repressione del dissenso nell’Italia fascista indica l’attività posta dal regime

fascista in Italia durante il ventennio tesa a reprimere qualunque manifestazione

di dissenso, o comunque contraria al regime ed alla sua ideologia.

L’inizio del regime di Benito Mussolini in Italia è datato 1925 proprio quando fu

assassinato il deputato del partito socialista unitario Giacomo Matteotti.

Mussolini si assunse la responsabilità dell’omicidio, del famoso politico

socialista, dichiarando in parlamento: “Se il fascismo è stato un’associazione a

delinquere, io sono il capo di questa associazione.” Attraverso le leggi

fascistissime che il Duce emanò nel 1926 furono spazzate via la libertà di

opinione, i diritti sindacali ed ogni partito che non fosse stato quello fascista fu

dichiarato illegale. Per controllare i dissidenti Mussolini istituì il tribunale

speciale e l’OVRA, quest’ultimo era un corpo di polizia composto da spie che

avevano l’arduo compito di ricercare e scoprire gli oppositori del fascismo. In

una società in cui tutti sono potenziali spie, la delazione viene trasformata in una

virtù e il dominio delle coscienze è la consolidazione ultima dell’ultimo anello

della catena totalitaria. Agli squadristi poi spettava il compito di picchiare a

sangue chi si opponeva al regime fascista. L’olio di ricino e i manganelli erano

alla base della lotta agli oppositori e le camice nere ne fecero largo uso.

Mussolini per ottenere il pieno potere modificò il flessibile Statuto Albertino e il

Re Vittorio Emanuele III non fece nulla per impedirglielo. Il Dux inoltre voleva

assicurarsi la piena manipolazione delle coscienze. Perciò creò l’Istituto Fascista

di Cultura e il ministero per la stampa e la propaganda. Bisognava in tutto modi

raggiungere la cosiddetta Fascistizzazione della società. Gli strumenti per

6

ottenerla furono diversi, dal controllo degli studiosi, della scuola e addirittura del

tempo libero. Il regime fascista riuscì a cogliere l’importanza della radio e del

cinematografo che furono strumenti importanti per inculcare nel popolo

l’ideologia fascista. Inoltre tra il 1931 e il 1942 Benito Mussolini riformò sia il

codice penale e di procedura penale ed il codice civile e di procedura civile.1

1.2 I mezzi di repressione del Fascismo

Il nuovo Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (R.D. n,1848 del

06/11/26) venne approvato nel 1926. Dopo pochi mesi fu nominato capo della

pubblica sicurezza il prefetto Arturo Bocchini che fu parte integrante del

processo di riorganizzazione del regime. Il T.U.L.P.S. dedicava ampio spazio

alle misure di prevenzione, strutturate come semplici fattispecie di sospetto,

funzionali alla repressione del dissenso politico e dotate di maggiore effettività

rispetto alla disciplina repressiva della Legge Penale, sancendo l’ampia

applicazione, in nuova forma, di un istituto giuridico già presente

nell’Ordinamento: il Confino. Secondo l’art 185 del T.U. il confino di polizia si

estendeva da uno a cinque anni e si scontava, con l’obbligo del lavoro, in una

colonia o in un comune del Regno diverso dalla residenza del confinato.

Il “domicilio coatto” era stato applicato, dopo l’Unità d’Italia, per la prima volta

all’interno della legislazione del 1863 sul Brigantaggio (Legge n.1409 del 1863

c.d. Legge Pica), come provvedimento provvisorio e di emergenza, ma non aveva

dato grossi risultati. L’istituto giuridico, tuttavia, venne introdotto stabilmente

nella legislazione ordinaria nel 1865, come completamento logico

dell’ammonizione, con l’emanazione del primo Testo Unico di Pubblica

Sicurezza ed esteso, inizialmente, ai vagabondi recidivi, agli oziosi ed ai sospetti

1 www.peacelink.it, I totalitarismi del XX secolo e la manipolazione delle coscienze

7

di alcuni reati. In seguito, con la legge 294 del 1871, vennero coinvolti tutti gli

ammoniti. La misura non poteva essere inferiore a 6 mesi e oltrepassare i 5 anni.

Al ministero e poi entro certi limiti ai Prefetti spettava la competenza ad emettere

il provvedimento. Con il nuovo Testo Unico di P.S. del 1889 (Regio Decreto

n.6144 del del 1889) l’ammonizione fu allargata anche ai diffamati sottoposti a

procedimento penale e poi assolti. I diffamati erano le persone segnalate come

colpevoli di certi reati dalla “voce pubblica”. Mentre dopo due condanne o dopo

due contravvenzioni all’ammonizione veniva decretato il domicilio coatto,

sempre sussistendo la condizione di pericolosità per la sicurezza pubblica. Le

disposizioni eccezionali vennero attuate da Crispi nel 1894 per schiacciare le

frequenti agitazioni operaie e contadine. Il domicilio coatto poteva essere

applicato contro chiunque fosse stato processato per reati contro l’ordine

pubblico, nonché nei confronti degli organizzatori delle varie associazioni create

per andare contro gli ordinamenti sociali. Nel 1926 tale misura di polizia fu

estesa ben oltre una generica area di emarginazione sociale, conservò determinati

aspetti del vecchio sistema e diventò uno strumento alla base del controllo

poliziesco del Fascismo. Nel solo periodo novembre-dicembre 1926 vi furono

ben 900 assegnazioni al confino. Rispetto alla precedente disciplina rimase il

duplice scopo di tutelare lo Stato contro i pericoli di turbamento della sicurezza

pubblica, allontanando dal loro ambiente abituale persone che, per i loro

precedenti e la loro condotta, dimostravano persistente tendenza a delinquere. La

nuova misura, tuttavia, aveva una netta differenza con il “domicilio coatto” che

andava a sostituire. A differenza di quest’ultimo, infatti, poteva essere applicato

immediatamente e non solo a seguito di una trasgressione alle prescrizioni

dell’Autorità di P.S. Il confino, se era diretto a colpire le persone pericolose alla

sicurezza pubblica, non poteva applicarsi che agli ammoniti, in quanto il

provvedimento già adottato non si ravvisasse efficace o sufficiente a impedire

attentati all’ordine pubblico; se invece si aveva riguardo all’ordine pubblico

poteva applicarsi a chiunque avesse commesso o manifestato il deliberato

proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti

8

nazionali, sociali ed economici costituiti nello Stato o a menomarne la sicurezza

ovvero a contrastare od ostacolare l’azione dei poteri dello Stato, in modo da

recare comunque nocumento agli interessi nazionali, in relazione alla situazione

interna o internazionale dello Stato (Art. 184 del R.D. 06.11.1926 n.1848 . A

differenza delle sanzioni penali vere e proprie, il confino non richiedeva una

responsabilità giudizialmente accertata per fatti considerati dalla Legge come

reati, ma soltanto una condotta tale da produrre un pericolo effettivo alla

sicurezza pubblica ed all’ordine politico, tanto da indurre l’Autorità a togliere il

soggetto pericoloso dal luogo di residenza e sottoporlo a particolare vigilanza per

un periodo di tempo che poteva variare da uno a cinque anni. Spesso, però, il

limite massimo dei cinque anni non veniva affatto rispettato, nel senso che si

procedeva ad una nuova riassegnazione ad altri cinque anni nei confronti di

soggetti ritenuti particolarmente pericolosi per non aver modificato le proprie

convinzioni sovversive. Tale misura di Polizia completava, pertanto, la funzione

punitiva dello Stato, non lasciando la società indifesa contro coloro che, pur non

incorrendo in specifiche condanne per reati, presentavano, in sommo grado, una

pericolosità spesso più grave e più nociva di quella derivante dalla consumazione

di reati scoperti e puniti. Per tale motivo, venne impiegata indiscriminatamente

contro tutti coloro che non sarebbe stato possibile perseguire con i metodi propri

della giustizia ordinaria a causa della loro non provata reità.2 La commissione

provinciale che era composta dal Prefetto, dal procuratore del Re, dal

comandante provinciale dell’Arma dei carabinieri, dal questore e da un ufficiale

superiore della milizia fascista (incaricato del comandante di zona) emetteva le

ordinanze di ammonizione, quindi il provvedimento era affidato alla facoltà

discrezionale di quest’ultima. Al questore competente spettava la proposta di

confino che avveniva sulla base delle ricerche perpetrate dalla polizia. Il diritto

alla difesa non esisteva. Il Ministero dell’Interno dopo aver ricevuto l’ordinanza

dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al confino, designava appunto

2 www.instoria.it - Michele Strazza, I mezzi di repressione del fascismo

9

il luogo dove il confinato doveva scontare tale pena. Si poteva fare ricorso alla

Commissione di Appello entro dieci giorni dalla notifica dell’ordinanza. Tale

commissione era composta dall’avvocato generale presso la Corte di Appello di

Roma, dal capo della polizia, dal Sottosegretario di Stato all’Interno, da un

ufficiale generale dell’Arma dei Carabinieri e da un ufficiale generale della

milizia e si riuniva presso il ministero degli interni. In caso di buona condotta del

confinato era prevista una liberazione condizionale, mentre in caso di

allontanamento si poteva essere puniti dai 3 ai 12 mesi di carcere. Dopo

l’attentato Zaniboni a Mussolini venne istituito con la legge 2008 del 25

novembre 1926 il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Quest’ultimo era

composto da un presidente scelto tra gli ufficiali di marina, aeronautica, esercito

e della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, dalla quale provenivano

altro cinque giudici, ed un relatore scelto tra i dipendenti della Giustizia Militare.

Il Tribunale era un organo di giustizia politica secondo la procedura penale in

tempo di guerra. Il rito inquisitorio andava da una prima fase di istruttoria segreta

senza la difesa di un avvocato ad una fase predibattimentale. Non si poteva

ricorrere alla Cassazione e l’unico mezzo di impugnazione era la revisione. Al

Consiglio di Revisione spettavano le richieste di revisione ed era composto tra

membri dell’esercito e della milizia fascista, ma la cosa più assurda era che il

C.R. era presieduto dal presidente del collegio di primo grado. Con il nuovo

T.U.L.P.S. cresce la possibilità di ammonire gli avversari politici e destinarli al

confino. Il nuovo codice penale e di procedura penale fu creato da Alfredo Rocco

ed entra in vigore nel 1931. L’inasprimento delle pene avvenne anche grazie alla

nuova riforma carceraria. Con le nuove leggi di pubblica sicurezza si creerà una

coesione tra misure custodiali e di prevenzione. Proprio perché si poteva

procedere all’arresto immediato delle persone proposte al confino. Inoltre i

fascisti fecero diventare regola la prassi di detenere in carcere gli imputati

prosciolti dal Tribunale Speciale, in attesa del giudizio dell’Autorità di pubblica

sicurezza.

10

Con la nuova misura bastava davvero poco per finire nelle fauci dei fascisti.

Qualsiasi semplice oppositore poteva essere facilmente confinato. Molti vennero

giudicati dalle Commissioni Provinciali anche solo per aver maltrattato il ritratto

del Duce o per aver raccontato barzellette su Mussolini. Le persone dovevano

stare attente anche ad esternare pareri sul governo perché le orecchie del partito

erano da per tutto. Venne perpetrata del Fascismo una vera e propria

persecuzione del popolo, tanti personaggi conosciuti e non passarono per il

confino. Quest’ultimo serviva proprio per limitare le possibilità di protesta e di

critica degli oppositori. I confinati veniva messi in condizioni di non nuocere. Il

Duce e il suo governo non potevano essere toccati e criticati, si faceva quello che

loro decidevano senza opposizione altrimenti si rischiavano ripercussioni pesanti.

Questi furono anni difficili per gli oppositori del fascismo che furono

perseguitati, ricercati e incarcerati solo per aver avuto idee diverse dal regime.

1.2.1 La censura

La censura fascista in Italia fu un controllo capillare sulla stampa, sulla libertà di

espressione, di pensiero, sulla libertà di associazione e di assemblea. La censura

si preoccupò di contrastare qualsiasi immagine pubblica che andasse in contrasto

con il regime fascista, inoltre attuò forme di controllo sull’opinione pubblica e fu

utilizzata come mezzo di misurazione del consenso del popolo. Addirittura i

cittadini sospetti erano spesso schedati dal regime e in queste schede venivano

riportate tutte le idee, abitudini e relazioni di amicizia di quest’ultimi. Compito

della censura era schiacciare qualsiasi contenuto ideologico che andasse contro il

pensiero del regime. Ovviamente il controllo sulla stampa era rigido visto

l’importanza dell’informazione su carta stampata. Nel 1925 iniziò una lunga

sequela di sequestri o chiusure forzati dei giornali non allineati con il regime. In

quel periodo vennero chiusi i giornali L’Unità e quello del partito socialista

11

italiano “Avanti!”. La legge del 1925 sulla carta stampata disponeva che i

giornali per essere emessi al pubblico dovevano avere un riconoscimento

prefettizio. Quelli privi erano considerati illegali. Il 6 novembre 1926 fu emanato

il Testo unico di Pubblica sicurezza. In materia di sequestro degli stampati,

conteneva le seguenti disposizioni: l'art. 111 stabiliva che per esercitare l'”arte

tipografica” e “qualunque arte di stampa o di riproduzione meccanica o chimica

in molteplici esemplari” occorreva la “licenza del questore”; all'art. 112 veniva

fatto divieto di “fabbricare, introdurre nel territorio dello Stato, acquistare,

detenere, esportare” e anche esporre in vetrina “scritti, disegni, immagini od altri

oggetti di qualsiasi specie contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici

costituiti nello Stato o lesivi del prestigio dello Stato o dell'Autorità o offensivi

del sentimento nazionale.3

La facoltà di disporre il sequestro di una pubblicazione spettava all'autorità locale

di pubblica sicurezza.

Nel 1930 venne proibita la distribuzione di libri che contenevano

ideologia marxista o simili, ma questi libri potevano essere raccolti nelle

biblioteche pubbliche in sezioni speciali non aperte al vasto pubblico. Lo stesso

capitava per i libri che venivano sottoposti a sequestro. Tutti questi testi potevano

essere letti dietro autorizzazione governativa ricevuta in seguito alla

manifestazione di validi e chiari propositi scientifici o culturali4. Nel periodo che

intercorre dal 1926 al 1934 si verificò un importante trasferimento di

competenze: il ministero dell'Interno (di cui la Pubblica Sicurezza è parte

integrante) fu sollevato dalla gestione della materia, che Mussolini decise di

accentrare nella Presidenza del Consiglio. Il documento che fece da spartiacque

fu la circolare del 3 aprile 1934 firmata da Benito Mussolini.

Essa (Circ. 442/9532) conferì il potere di censurare una pubblicazione all'Ufficio

stampa della Presidenza del Consiglio, che si affiancò pertanto ai prefetti (e 3 GIORGIO FABRE, L'elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Silvio Zamorani, 1998.

4 MAURIZIO CESARI, La censura nel periodo fascista, ed. Liguori, 1978

12

naturalmente li poté condizionare). Inoltre annunciò l'introduzione del

sequestro preventivo delle pubblicazioni. Infatti, si legge che:

« tutti gli editori o stampatori di qualsiasi pubblicazione o disegno, anche se di

carattere periodico, dovranno prima di metterli in vendita [o] comunque

effettuarne diffusione, presentare tre copie di ciascuna pubblicazione alla

Prefettura. »

Venivano salvate le formalità della legge in vigore, secondo cui la riproduzione a

stampa rimaneva libera, ma il sequestro poteva avvenire prima che la

pubblicazione raggiungesse il pubblico5.

5 GIORGIO FABRE, L'elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Silvio Zamorani, 1998.

13

1.2.2 Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato

Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato fu uno strumento essenziale del

regime fascista che aveva il compito di giudicare i reati contro la sicurezza dello

Stato e del regime. Fu introdotto con le famose leggi Fascistissime e attuato con

regio decreto del 12 dicembre 1926, numero 2062. Le competenze del Tribunale

erano diverse, poteva diffidare, ammonire e condannare gli imputati politici

pericolosi per la sicurezza del regime. Sempre con la legge n.2062 venne anche

reintrodotta la pena di morte per diversi reati di natura politica. Non si poteva

fare alcun ricorso contro le decisioni del tribunale. Quest’ultimo era costituito da

un presidente scelto tra vari alti ufficiali, da cinque giudici scelti tra gli ufficiali

della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e da un relatore scelto tra i

dipendenti della giustizia militare ( non aveva diritto di voto ). La costituzione

del tribunale era ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determinava la

composizione, la sede e il comando presso cui era stabilito.

Il 6 settembre 1930 fu eseguita mediante fucilazione la condanna a morte

comminata dal Tribunale Speciale (riunitosi per l'occasione presso il Tribunale di

Trieste) dei quattro "Eroi di Basovizza", Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo

Bidovec e Aloyz Valenčič, tutti cittadini italiani di lingua slovena. Tale condanna

a morte può essere considerata la prima condanna a morte comminata dal

Tribunale Speciale per reati specificatamente politici, dal momento che tra i 99

reati contestati ed ascritti ai quattro antifascisti era compresa l'attività volta a

"sottoporre una parte del nostro Stato (la Regione Giulia), al domino straniero".6

Il bilancio quantitativo dell’attività svolta dal tribunale speciale fu di 5619

6 JOZE PIRJEVEC, Pagine di storia dell'antifascismo sloveno : i fucilati di Basovizza del settembre del '30,

in Qualestoria, IX (1981)

14

processati, 4596 condannati (978 per reati politici). Furono comminate condanne

per 27735 anni, 42 a morte e 3 all’ergastolo.7

1.2.3 L’OVRA e il contributo dell’Arma dei carabinieri

L’OVRA fu la seconda polizia segreta dell’Italia fascista dal 1930 al 1943 e nella

RSI dal 1943 al 1945. I compiti dell’OVRA andavano dalla vigilanza alla

repressione delle opposizioni (organizzazione e giornali contrari al regime) . Fu

la seconda e non la prima polizia segreta perché già esisteva la CEKA che fu

fortemente voluta da Benito Mussolini che si era ispirato alla polizia segreta

russa. Mussolini volle costituire uno speciale organismo che raccogliesse tutti i

servizi di polizia politica, con una competenza territoriale più vasta e con poteri

più ampi di quelli delle questure. L'OVRA era infatti composta di ispettorati

generali di pubblica sicurezza, competenti in altrettante zone; essi furono istituiti

in epoche successive col sorgere e col crescere delle necessità, fino a raggiungere

il numero di undici e a estendersi su tutto il territorio nazionale. Il primo fu

istituito in Lombardia nel 1928, l'ultimo nella regione di Lubiana nel 1941.

Dipendenti dalla direzione generale di P.S. organo centrale di coordinamento,

composti di funzionari e di agenti normalmente liberi di aderire o meno allo

speciale servizio, gli ispettorati avevano il compito specifico di prevenzione e di

repressione dei reati politici e dell'attività antifascista, qualificata come

"antinazionale". Indipendenti da tutte le autorità locali, si valevano, per svolgere

la loro attività, di una vastissima rete di informatori che erano reclutati nelle più

varie categorie sociali e prestavano la loro opera nei più diversi ambienti; scelti

dai dirigenti locali, gli informatori non avevano alcun formale rapporto di

impiego con l'amministrazione di pubblica sicurezza e venivano retribuiti con i

7 A. DAL PONT, A. LEONETTI, P. MAIELLO, L. ZOCCHI. Tutti i processi del Tribunale speciale fascista.

Roma, Anppia, 1961

15

fondi segreti posti a disposizione del capo della polizia. L'OVRA raccoglieva e

regolava anche i servizi fiduciari e informativi dei carabinieri, delle questure,

della Milizia, del Partito fascista e manteneva il collegamento col SIM (Servizio

informazioni militari). Sulle confidenze raccolte e sulle operazioni compiute i

capi-zona riferivano con particolareggiati rapporti al capo della polizia,

proponendo a carico degli indiziati la denunzia al Tribunale speciale per la difesa

dello stato, e, nei casi meno gravi, il deferimento alle commissioni per il confino

di polizia o la semplice diffida. Tali rapporti dovevano essere sottoposti al capo

del governo, il quale decideva personalmente sui provvedimenti da adottare,

particolarmente severi nei riguardi dei comunisti e degli anarchici. In un

successivo momento furono affidati agli ispettorati dell'OVRA anche compiti di

indagine e di repressione dell'affarismo speculativo e del contrabbando valutario

di cittadini e di gerarchi, compiti che rimasero tuttavia sempre secondari.8

Nel 1927 a Milano con il nome di ispettorato speciale di Polizia fu creato il

primo nucleo di polizia che poi si sarebbe chiamato OVRA. Le attività

investigative e repressive degli agenti dell’OVRA sul territorio era tenuta segreta

anche alle questure, solo quando si arrivava alla fase esecutiva (con arresti e

fermi di antifascisti) quest’ultime ne venivano a conoscenza. In Italia l’OVRA

non fu mai ufficializzato era come un ombra che seguiva la popolazione di

nascosto. Infatti non si potevano esprimere giudizi negativi contro il Duce e il

fascismo perché si rischiava il confino. Si diceva che le orecchie dell’OVRA

arrivassero da per tutto. L’azione dell’OVRA fu molto efficiente, addirittura

dopo il Casellario politico centrale fu uno degli strumenti più importanti nella

lotta alle opposizioni politiche e quindi ai dissidenti. Riusciva ad entrare nella

case degli italiani e fu cosi invasiva che controllò anche il Duce.

I suoi agenti controllarono anche gli antifascisti all’estero e spesso conoscevano

anticipatamente le mosse di quest’ultimi. Non era raro che all’arrivo clandestino

8 www.treccani.it, (enciclopedia italiana) - L’Ovra

16

in Italia degli antifascisti (fuggiti all’estero) l’OVRA già sapesse molte notizie

sul loro arrivo e sulla loro missione. Fu utilizzata anche nella guerra civile

spagnola contro le azione degli antifascisti.9 All'Arma dei Carabinieri fu affidata

la repressione del dissenso politico e lo sviluppo di un imponente sistema di

spionaggio interno. Dal 1931 al 1938 partirono 3.940 proposte di assegnazione al

confino, 4.468 proposte di ammonizione sempre per motivi politici.

1.2.4 I Campi di internamento nell’Italia fascista

Appena entrata in guerra l’Italia di Mussolini cominciò la creazione di campi di

concentramento destinati ad ebrei, oppositori politici e altri vari reclusi. I primi

43 campi di internamento furono istituiti nel 1940 da un decreto firmato dal

Duce. Nei campi c’erano diversi gruppi dagli ebrei che venivano detenuti non

perché in quanto ebrei ma in quanto “antifascisti militanti” o addirittura soggetti

ritenuti pericolosi, agli stranieri dei paesi avversari. Tra gli internati troviamo

anche gli zingari, gli omosessuali ma soprattutto gli oppositori politici del

fascismo. Quest’ultimi erano trattenuti a fine di pena ed erano spesso ex

confinati o ex ammoniti. Gli antifascisti venivano arrestati anche per semplici

manifestazioni oppure per giudizi negativi contro il regime.

Gestiti dal Ministero degli interni, dovevano, come in precedenza i luoghi di

confino, essere situati in edifici abbandonati o non utilizzati, lontani da zone

militari e dai porti, dalle strade importanti e dalle linee ferroviarie, dagli aeroporti

e dalle fabbriche di armamenti. I campi di concentramento erano quindi situati in

luoghi isolati e poco salubri, spesso in montagna dove l'inverno era rigido. Gli

9 MIMMO FRANZINELLI, I tentacoli dell'OVRA. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

17

edifici adibiti a ospitare gli internati erano monasteri, ville requisite, fattorie,

fabbriche dimesse, scuole, baracche, in un caso addirittura un cinema (Isernia) e

un ex mattatoio (Manfredonia). In generale le condizioni di vita erano primitive e

umilianti. Molti edifici presentavano una serie di problemi: freddo e umidità,

mura pericolanti, pochissima luce, fornelli difettosi, finestre, pareti e tetti non

isolati a sufficienza; a tutto ciò si aggiungeva il sovraffollamento, il vitto

insufficiente e la presenza di cimici, pidocchi, ratti e scorpioni. Il riscaldamento

spesso inesistente, scarsa o mancante l’acqua potabile, debole l’illuminazione e

l’erogazione di energia elettrica. Ad ogni internato, in situazioni di perdurante

affollamento, veniva dato in dotazione: una branda, un sottile materasso, un

cuscino con federa, due lenzuoli e un massimo di due coperte. Una sedia o uno

sgabello, una gruccia per gli abiti, due asciugamani, una bacinella, una bottiglia

ed un bicchiere. L'assistenza sanitaria agli internati era prevista ma poteva essere

concessa o rifiutata arbitrariamente, come avvenne nel caso di un'antifascista

romana internata a Mercogliano (Avellino), malata di cuore, la cui domanda di

sottoporsi a una radiografia toracica venne respinta dal Ministero dell'Interno. I

campi fascisti non erano dei lager ma unicamente dei campi di concentramento.

Le condizioni di vita, già difficili e deprimenti per tutti, peggiorarono tuttavia

ulteriormente con l'arrivo, nell'aprile del 1941, degli sloveni e croati rastrellati in

seguito all'occupazione italiana della Jugoslavia.1011

10 www.storiaxxisecolo.it, I campi di internamento Italiani

11 FABIO GALLUCCIO,I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti, NonLuoghi Editore 2002

18

1.3 La Propaganda Fascista

Il monopolio dell’informazione e l’importanza riconosciuta alle tecniche della

propaganda furono aspetti tipici delle dittature fascista e nazista: la propaganda

su vasta scala, condotta con tecniche nuove, adatta alle caratteristiche della

società moderna fu l’arma vincente di queste dittature.12 Il regime fascista fece

largo uso di propaganda inclusi spettacoli (alcuni sfarzosi, altri di tono popolare)

e retorica, per ispirare la nazione a quell'unità necessaria all'obbedienza.13

In un primo momento, tutti gli sforzi di propaganda furono aggregati insieme

sotto l'egida dell'ufficio stampa, fino a quando non fu creato un Ministero della

Cultura Popolare nel 1937. 14 Un ministro speciale per la propaganda fu istituito

nel 1935, con lo scopo dichiarato di dire la verità sul fascismo, confutando le

bugie dei suoi nemici, e chiarire le ambiguità, che erano attese in un movimento

così dinamico e grande.15 La propaganda fascista conquistò terreno e, senza far

segreto di una volontà autoritaria, dichiaratamente antidemocratica;

Il fascismo faceva appello al principio della superiore "unità nazionale",

l'esaltazione di un ipotetico primato nazionale, da raggiungere non più nel segno

della politica liberale, che aveva caratterizzato tutto il periodo del Risorgimento e

la storia postunitaria, ma attraverso un esplicito rifiuto degli ideali democratici e

una vigorosa difesa della "diseguaglianza irrimediabile e benefici degli uomini.

Mussolini espose nella sua Dottrina del fascismo una concezione dello stato che

sembrava riallacciarsi al pensiero risorgimentale, ma in realtà il fascismo pretese

di costruire uno Stato che accogliesse in sé ogni individualità per annullarla nella

concezione di una propria priorità assoluta volta ad affermare il primato del

12 www.itismarzotto.it, esperienze, eventi del fascismo

13 PIERS BRENDON, The Dark Valley: A Panorama of the 1930s

14 ANTHONY RHODES, Propaganda: The art of persuasion: World War II, 1976, Chelsea House Publishers, New York

15 DENIS MACK SMITH, Mussolini's Roman Empire

19

dominio e della forza. Vi fu l’intelligente opera di strumentalizzazione che

sfruttò le capacità di indottrinamento delle masse. Avvenne un drastico

annullamento della volontà individuale per l'esaltazione assoluta del sacrificio e

sottomissione alla volontà del capo per il bene della patria. Tramite la

propaganda che effettuò un controllo politico su tutti i mezzi di comunicazione,

avvenne il processo di fascistizzazione del paese, con lo scopo di orientare

l’opinione pubblica, di caricarla, comunicando l'esaltazione della missione

nazionale. I messaggi furono rivolti a tutte le categorie della società italiana e

vennero diffusi incessantemente attraverso la radio, la stampa e il cinema. In

seguito alla nascita dell’impero l'Italia fascista venne celebrata sulla stampa con

tutta l’enfasi comunicativa possibile;.le popolazioni furono investite da una

emissione continua di messaggi in cui era prevalente il tema dello scontro

ideologico. Si cercò di dare una giustificazione alle iniziative di guerra e di

conquista dell'impero, qui è evidente l'uso politico che viene fatto della storia e

sulla sua riscrittura sulla base dei miti della romanità e delle imprese coloniali

riviste in chiave eroica, per la costruzione del consenso al fascismo. L’uso dei

mass media, assume un’importanza dovuta anche al sapore di novità dei moderni

mezzi di comunicazione:16

LA RADIO: Un ruolo importantissimo assunse proprio la radio. Quest’ultima

era un metodo innovativo e serviva per entrare nelle case degli italiani e quindi

per inculcare in loro, in modo abbastanza semplice, l’ideologia del regime

fascista. Molto spesso venivano trasmessi discorsi del Duce oppure di Hitler. In

un regime totalitario come quello fascista controllare la radio era essenziale per

modellare il pensiero della popolazione. Nel 1928 fu istituito l’Ente Italiano

Audizioni Radiofoniche (EIAR) e proprio grazie a quest’ultimo la radio acquistò

molta importanza tra gli strumenti di propaganda del fascismo. Alla fine il

regime trasmetteva solo cosa gli faceva comodo limitando quindi anche le libertà

di trasmissione radiofoniche.

16 www.pixem.it, pixshoah, propaganda

20

LA STAMPA: è importante sottolineare il controllo attuato dai regimi sulle

informazioni. Fu possibile grazie all’acquisto da parte del partito fascista tra il

1911 e il 1925 delle maggiori testate giornalistiche e grazie all’introduzione degli

albi nel 1925. I quotidiani, dunque, presentavano, attuando una censura su

cronache nere e di fallimenti economici, il periodo fascista come un modello

storico di pace e moralità. Lo stesso accadde anche nei giornali per bambini i cui

argomenti erano strettamente legati all’ideologia fascista (superiorità dei bianchi

sui neri, malvagità degli ebrei ecc.). Nei primi anni del regime la stampa fu

sottoposta ad un controllo formale. Mussolini acquistò i maggiori giornali italiani

per portare avanti il suo progetto teso ad accrescere il consenso intorno al regime.

Nonostante il controllo attuato dal fascismo però, alcuni giornali d’opposizione

come La Stampa e Il Corriere della Sera riuscirono a sopravvivere.

Con le "Leggi Fascistissime" e quelle del 31\12\1925 Mussolini dispose che ogni

giornale avesse un direttore responsabile inserito nel partito fascista e che il

giornale stesso, prima di essere pubblicato, fosse sottoposto ad un controllo.

Queste leggi inoltre istituirono "L’Ordine dei Giornalisti" i cui membri dovevano

far parte del partito fascista. Mussolini creò inoltre l’Ufficio Stampa, che nel

1937 venne trasformato in Ministero Della Cultura Popolare (Min.Cul.Pop.)

Questo Ministero aveva l’incarico di controllare ogni pubblicazione sequestrando

tutti quei documenti ritenuti pericolosi o contrari al regime e diffondendo i

cosiddetti "ordini di stampa" (o "veline") con i quali s’impartivano precise

disposizioni circa il contenuto degli articoli, l’importanza dei titoli e la loro

grandezza. A capo di questo Ministero c’era Galeazzo Ciano, che poi diventò

Ministro degli Esteri e che s’interessò anche dei mezzi di comunicazione di

massa, cioè la radio e il cinema. Il Min.Cul.Pop., oltre a controllare le

pubblicazioni, si pose come obiettivo quello di suscitare entusiasmo intorno alla

guerra d’Etiopia e di esaltare il mito del Duce.17

17 www.pixem.it, pixshoah, propaganda

21

Il CINEMA: Nel 1925 fu istituito l’istituto nazionale L.U.C.E., il suo compito

era quello della diffusione della propaganda fascista attraverso il cinema. I

cinegiornali di L.U.C.E. vennero proiettati obbligatoriamente in tutte le sale

cinematografiche dal 1926. In questi cinegiornali venivano rappresentati il Duce

o le novità su Casa Savoia oppure i successi dell’esercito italiano al fronte. Si

cercava di inculcare nelle persone il mito della patria e il rispetto delle forze

armate impegnate sul campo di battaglia. Poi attraverso il Cinemobile i film e

quindi i cinegiornali fascisti venivano proiettati direttamente nelle piazze italiane.

Nel 1930 nacquero gli studi di Cinecittà e il regime fece importanti finanziamenti

nell’industria cinematografica. Il cinema fu un importante mezzo di propaganda

del regime nel campo dello spettacolo.

22

1.4 Villa Triste, storia di torture nelle testimonianze degli antifascisti

Villa Triste furono i diversi luoghi di tortura aperti dai nazifascisti durante gli

ultimi anni della seconda guerra mondiale. Fra i più importanti ricordiamo quelli

di Trieste, Roma, Firenze, Brescia , Biella, Milano e Genova. Particolare

rilevanza ebbero, durante la breve esistenza della Repubblica Sociale Italiana, la

Villa Triste di Firenze, di Roma e quella di Milano.

Ecco Alcune testimonianze dei torturati nella Villa Triste:

Testimonianza di Ernesto Magherini.

Gappista, il Magherini fu arrestato il 23 marzo 1944 dagli uomini del Carità e

tradotto a Villa Triste dove fu torturato. Al processo di Lucca raccontò le sevizie

ricevute dagli aguzzini di via Bolognese. Tra i metodi di tortura su di lui

impiegati ve ne era anche uno decisamente inusuale ma tremendo.

“Mi collocarono, col corpo seminudo su una panca, disteso supino, mi legarono

al cancelletto i piedi e gli avambracci e mi bendarono. Poi se ne andarono

lasciandomi per alcuni minuti solo e legato. “Quando tornarono mi sentii toccare

sull'addome; dopo un po' intesi come un bruciore sempre più forte sul ventre che

sembrava mi prendesse fuoco. Ed a lungo mi sembrava che qualcuno mi

strappasse gli intestini tirandomeli. La sofferenza era terribile e urlavo e mi

sentivo impazzire e svenire. A un certo momento mi sentivo soffocare (…) non

potendo più sopportare la tortura riuscii a dire che mi ero deciso a firmare. Non

contenti mi tennero ancora a soffrire e poi finalmente tolsero la tortura e vidi che

mi avevano applicato un bussolottino al ventre con un animale dentro, una specie

di scarafaggio. Il bussolottino era legato aderente alla superficie del corpo (…)

l'animale per cercare la via di uscita tormentava la carne. Non so che animale

fosse, certo aveva le zampette con delle specie di uncino che producevano la

sofferenza di cui ho parlato. Tutte le sofferenze che ho patito mi produssero

23

nell'organismo uno shock nervoso con difficoltà nella favella che tutt'ora qualche

volta risento.”18

Testimonianza di Tosca Bucarelli.

Gappista fiorentina nonché compagna del partigiano Roberto Martini, Tosca

Bucarelli fu protagonista di numerose e pericolose azioni della Resistenza

fiorentina. Fu catturata nel febbraio del 1944 mentre tentava di far esplodere una

bomba nel Caffé Pawskowski.

“Fui arrestata l'8 febbraio 1944 in Piazza Vittorio perché trovarono nella borsa

una bomba che io avevo intenzione di mettere alla Birreria Pawskowski che era il

ritrovo degli ufficiali tedeschi. Fui portata prima in via Maggio (…) In via

Maggio c'era la sede della 92° Legione g.n.r. (…). Mi picchiarono di santa

ragione producendomi delle lesioni al fegato ed una diminuzione di vista o

meglio preciso che tali lesioni che i medici mi hanno detto mi hanno lasciato

postumi permanenti, mi furono causate sia dalle percosse ricevute in via Maggio

che da quelle ricevute poi in via Bolognese (…). Poi fui portata al Parterre in

piazza Cavour; lì ci trovai Carità, Bechelli Nara, Perotto Mario, Chiani Emilia

detta Milly (…) ed un capitano tedesco. Cominciò l'interrogatorio, o meglio, mi

introdussero nella stanza di Carità il quale mandò via le donne tenendomi per

dieci minuti nel suo ufficio. Poi mi fece portare in una stanza dove trovai la Milly

la quale fingeva di essere anche lei un'arrestata e mi domandò il motivo per cui

ero stata presa. Risposi che mi avevano trovato a bere al caffé con un giovane.

Anche lei mi disse che era stata arrestata perché trovata in compagnia di un

partigiano. Io capii subito che stava facendo la commedia e mi mantenni

riservata. Allora Milly suonò un campanellino sotto una scrivania. Venne un

milite al quale ella chiese di essere accompagnata fuori per andare al Gabinetto e

lo disse ridacchiando. Uscita lei rientrarono dentro il Carità, Mario Perotto e la

stessa Milly e cominciarono a picchiarmi. Fu prima il Carità che mi dette due

18 R. CAPORALE, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943- 1945), Edizioni S. Marco Litotipo, Lucca 2005

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