La rincorsa frenata - Storia dell'industria - Patrizio Bianchi, Dispense di Storia Dell'industria. Università degli Studi Magna Græcia di Catanzaro
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La rincorsa frenata - Storia dell'industria - Patrizio Bianchi, Dispense di Storia Dell'industria. Università degli Studi Magna Græcia di Catanzaro

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La rincorsa frenata - L'industria italiana dall'unità nazionale all'unificazione europea - Storia dell'industria - Patrizio Bianchi
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PREMESSA – Questo libro ha la funzione di illustrare gli elementi che hanno contribuito all'evoluzione industriale del nostro paese mediante l’analisi della sua storia partendo dalle radici, passando per la seconda guerra mondiale, dalle numerosi crisi economiche fino ad arrivare al giorno d'oggi.

CAPITOLO PRIMO – LE RADICI DELL’INDUSTRIA ITALIANA

1. La nascita tardiva dell’industria italiana

Prima dell’unificazione dell’Italia (avvenuta nel 1861) le industrie erano di dimensioni molto piccole e di importanza esclusivamente locale; era, quindi, una industria debole, con un tasso di crescita molto limitato, incapace di competere con gli altri stati europei dove l’apparato industriale era già molto avanzato (Inghilterra al primo posto; poi, Francia, Germania, Belgio).

L’Italia era rimasta arretrata per le dimensioni molto piccole del mercato di riferimento, per la divisione del territorio in tante distinte unità amministrative autonome e per le rigide norme doganali.

In quel periodo vi erano industrie per la lavorazione del cotone e della lana (Lombardia, Veneto, Sardegna: Marzotto,Lanificio Rossi), per la lavorazione dei metalli (Napoli: industrie meccaniche create dai Borboni e dagli Inglesi per forniture ad uso militare e ferroviario; Milano: Breda), per la produzione di navi a vapore (Genova: Ansaldo - Trieste: Italcantieri), chimiche (Milano: Carlo Erba); vi erano anche compagnie di assicurazione (Trieste: Generali), per l’illuminazione a gas (Torino: Italgas).

Successivamente all’unità d’Italia (1861–1881) l’industria italiana non ebbe alcuno sviluppo; era principalmente basata sul tessile (lavorazione del cotone, della lana, del lino, ecc.) e sull’abbigliamento, complessivamente occupando circa il 79% degli addetti, mentre il resto della popolazione era in prevalenza dedicato all’agricoltura.

In questo periodo fù di grande importanza l’intervento finanziario dello Stato che ha permessola nascita dell’industria pesante (industria siderurgica: lavorazione dei metalli) e, quindi, di gruppi industriali capaci di realizzare grandi unità produttive (Terni, Breda, Edison, Montecatini, Pirelli, Bassetti); inoltre, nel 1885 l’esercizio delle ferrovie passa ai privati (Gruppo Bastogi, ecc.).

Il 1887 è un anno di grande importanza per il sistema industriale italiano : furono emanate norme di legge a protezione del mercato che hanno introdotto la cosiddetta TARIFFA DEL 1887.

Furono, infatti, introdotti una serie di dazi1 doganali che imponevano pesanti tasse sui prodotti d'importazione, con lo scopo di proteggere le industrie nazionali dalla concorrenza straniera.

Il sistema protezionistico è stato il mezzo attraverso il quale è avvenuta l'industrializzazione nel nostro paese.

Questo nuovo sistema però ebbe inizialmente delle gravi conseguenze sull'economia, infatti i dazi doganali non proteggevano allo stesso modo tutti i settori (Il vantaggio fù maggiore per l’industria meccanica e tessile ) e, per quanto riguarda l'agricoltura, determinò un forte aumento dei prezzi che danneggiò i consumatori ed anche l’esportazione dei prodotti (mentre aiutò alcune aziende del settore alimentare).

L’introduzione della TARIFFA DEL 1887 determinò la rottura degli scambi commerciali con la Francia che fino a quel momento fu il principale partner commerciale con l’Italia; iniziò una guerra doganale con la Francia che determinò (provocò) una depressione economica che durò fino al 1895.

Tale sistema aumentò la differenza (già esistente) nello sviluppo dell'economia fra nord e sud dell’Italia perché gli agricoltori del sud furono costretti ad acquistare i prodotti industriali dall'industria nazionale pagandoli molto di più rispetto a quanto avrebbero pagando comprandoli al di fuori dell'Italia.

La piccola agricoltura, specialmente nel sud, fù danneggiata fortemente perché l’aumento del dazio sul grano ha sostenuto, invece, la crescita dell’agricoltura intensiva del Nord.

La crisi del 1887-1894 determinò il fallimento di grandi banche italiane che ha determinato importanti interventi dello Stato italiano ed anche di gruppi privati stranieri (in particolare tedeschi) nel settore bancario.

Nascono, così, nuovi importanti istituzioni bancarie (Banca d’Italia, Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano) che insieme a quelle (rimaste) esistenti (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), nel tempo, iniziano a fortemente finanziare il fragile sistema industriale italiano.

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1Il dazio in campo economico è una barriera artificiale alla circolazione dei beni tra due o più Stati che nasce da esigenze di politica economica e si realizza mediante la introduzione di tasse (dazi) sui beni in entrata ed in uscita dallo Stato. Nella maggior parte dei casi il dazio viene riscosso (incassato) attraverso una dichiarazione doganale.

2. Il decollo dell’industria italiana

Il decollo (la partenza) dell’industria italiana ebbe inizio nel 1896 e fù determinato da diversi fattori:

-la crescita economica degli Stati europei più industrializzati determinò una situazione più favorevole anche all’Italia; -l’aumento della popolazione nelle grandi città italiane (trasferimento popolazioni dalle campagne alle città); -la protezione tariffaria spinse l’agricoltura a diventare più moderna (investimenti in nuove tecnologie); -il riordino del sistema finanziario italiano (chiusura banche francesi), la costituzione della Banca d’Italia, e, l’ingresso di nuovi investitori internazionali; -maggiore progresso tecnologico dovuto alla produzione di energia elettrica.

Il fattore di maggiore importanza per il decollo (partenza) dell’industria italiana fù la necessità di competere con la straordinaria aggressività finanziaria ed industriale delle altre nazioni europee; questo fattore ha spinto lo Stato italiano ad intervenire fortemente e direttamente per aiutare lo sviluppo delle grandi imprese. Lo sviluppo industriale in Italia si concentrò maggiormente nel nord (Triangolo Milano-Torino-Genova) dove si concentrò l’industria pesante, quella delle armi, le produzioni ferroviarie ed automobilistiche; nello stesso periodo le poche industrie manifatturiere del sud (Mezzogiorno d’Italia) chiusero a poco a poco.

Con la Prima Guerra Mondiale (1915-1918) aumentò notevolmente (fortemente) il peso della grande industria meccanica e siderurgica, dell’industria chimica, e, del settore elettrico; nello stesso tempo aumentò notevolmente l’integrazione tra industria e sistema bancario, ed, tra sistema bancario e lo stato italiano.

3. La fine della guerra e le difficoltà della riconversione

Con la guerra il sistema industriale si era fortemente sviluppato (Ansaldo, FIAT, ILVA), specializzato ed orientato, verso l’industria pesante (a fini militari); nello stesso periodo l’agricoltura ne era stata fortemente danneggiata.

La domanda era principalmente sostenuta dallo stato per sostenere le esigenze militari della guerra, e, quindi, con la sua fine, nacque l’esigenza di riconvertire le produzioni militari verso le esigenze civili.

Con la fine della guerra aumentò fortemente la disoccupazione: sia per la necessità delle industrie di diminuire le rispettive produzioni ed il numero di occupati, ed, anche, perché la domanda interna era stata fortemente ridotta dalle gravi conseguenze dell’economia statale che si era impoverita.

Tale situazione determinò i fattori iniziali della GRANDE CRISI INTERNAZIONALE DEL 1929 che ebbe origine dal crollo della borsa di New York e che determinò il blocco del finanziamenti esteri all’economia italiana, con la conseguenza che tutte le grandi industrie e le grandi banche si trovarono quindi in crescente crisi di liquidità.

4. Il crollo della banca mista e il dilagare della crisi finanziaria

La crisi finanziaria determinò nel sistema industriale italiano, nei confronti dello Stato:

-una maggiore richiesta di protezione doganale; -un aumento delle concentrazioni industriali e della creazione di “cartelli” (accordi fra industrie per mantenere alti i prezzi e per sostenere il mercato); -un forte intervento dello Stato in aiuto alle industrie con leggi speciali e interventi finanziari diretti nel loro capitale.

La crisi determinò, quindi, la creazione di un sistema di regolazione pubblica del mercato concentrato su:

• separazione tra credito ordinario e di investimento; • presenza diretta delle stato nella proprietà delle imprese; • quasi totale nazionalizzazione del sistema bancario.

5. Creazione dell’ I.R.I. e riorganizzazione dell’industria e del sistema finanziario

Il salvataggio dell’industria italiana fù effettuato dallo Stato Italiano mediante:

- la creazione dell’ I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) nel 1933, con cui lo Stato Italiano iniziò a gestire quasi interamente i settori siderurgico, cantieristico, meccanico pesante, energia e telefonia, ed anche quasi

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tutti gli altri settori industriali (che aveva acquisito in maniera indiretta mediante il finanziamento bancario degli istituti di credito statali verso l’industria);

- l’emanazione della Legge Bancaria nel 1936 che determinò una chiara separazione tra credito ordinario e di investimento e che istituì il controllo (vigilanza) statale dell’attività bancaria per mezzo della Banca d’Italia.

La ripresa economica avvenne contestualmente all’inizio della guerra in Etiopia in quanto l’Africa Orientale divenne uno sfogo importante (consistente) per l’economia italiana.

Con l’espansione economica sostenuta dalla guerra in Etiopia arrivarono le sanzioni della Società delle Nazioni contro l’Italia che determinò in Italia una politica nazionale di chiusura (politica di autarchia) la quale, per permettere il raggiungimento della autosufficienza industriale interna, aumentò la tendenza allo sviluppo di una maggiore concentrazione industriale, finanziaria e territoriale.

Da questa nuova situazione furono favorite le industrie metal meccaniche (del nord Italia), ed, sfavorite (danneggiate) le industrie tradizionali e alimentari (generalmente nel sud Italia).

CAPITOLO SECONDO – IL DOPO GUERRA E LA RICOSTRUZIONE

Nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, le abitazioni civili e le opere pubbliche avevano subito forti danni, mentre l’apparato industriale aveva subito danni limitati.

La produzione agricola era fortemente diminuita, mentre, la produzione industriale era completamente ferma; i settori più colpiti sono stati quello siderurgico, quello cantieristico, meccanico, chimico e quello elettrico.

Dall’aprile 1945 al settembre 1947 la ricostruzione ha dato luogo ad una forte inflazione monetaria (aumento dei prezzi) ed ad un altrettanto forte aumento della produzione industriale.

Dal settembre 1947 alla fine del 1951 si è avuta, invece, una forte inflazione monetaria (aumento dei prezzi) e una riduzione ed un rallentamento della produzione industriale.

Gli americani per aiutare la ricostruzione europea realizzarono il Piano Marshall, della durata di cinque anni, che avrebbe dovuto permettere la ripresa dell’economia dopo la guerra: bisognava ricostruire dal punto di vista materiale (cioè di tutto ciò che la guerra aveva materialmente distrutto), e dal punto di vista morale (cioè ridare ottimismo ad un Paese che era uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale).

L’Italia ottenne una percentuale minore (10%) di contributo dagli USA rispetto alle altre sei potenze europee (20-30% ciascuna) che vennero utilizzati per coprire il deficit statale. Le grandi trasformazioni avvengono dal punto di vista politico (nasce l’Italia democratica) ed economico (l’Italia diventa da paese agricolo a paese industriale). I settori che crescono sono: meccanico, chimico ed elettrico.

Per rendere più stabile l’economia e per favorire le esportazioni furono diminuiti gli ostacoli doganali, fu eliminato l’obbligo di licenza (autorizzazione) per il commercio estero, furono regolati i cambi della moneta italiana (Lira Italiana) con il Dollaro USA.

Nel 1944 l’Italia aderì alla Conferenza diBretton Woods, al Fondo Monetario Internazionale (FMI) ed allaBanca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale).

A Bretton Woods fù deciso un sistema di regolazione dei cambi internazionali (che è stato utilizzato dal 1946 al 1971) che aveva l’obiettivo di permettere la stabilizzazione dei tassi di cambi rispetto al dollaro (valuta principale) ed eliminare le condizioni di squilibrio determinate dai pagamenti internazionali (per mezzo del FMI).

Tali condizioni di squilibrio erano ritenute dagli storici come la causa della seconda guerra mondiale (le diffuse pratiche protezionistiche, le svalutazioni dei tassi di cambio per ragioni competitive, la scarsa collaborazione tra i paesi in materia di politiche monetarie).

Il sistema industriale italiano non riusciva a essere competitivo perché il costo delle materie prime e dei prodotti finiti era di circa l’80% superiore alla media europea.

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Solo il forte intervento finanziario pubblico aveva permesso la ripresa del settore della cantieristica, delle costruzioni ferroviarie e degli equipaggiamenti elettrici.

CAPITOLO TERZO – L’ECONOMIA ITALIANA E LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA, 1951-71

Alla fine della guerra l’elemento principale del sistema economico italiano era costituito dalla presenza dello stato in molti settori industriali, attraverso la partecipazione pubblica al capitale di numerose imprese e società bancarie e finanziarie.

Le caratteristiche del sistema industriale successivo all’anno 1950 erano date da:

Maggiore apertura dell’economia italiana verso il mercato europeo;

Forte presenza impresa pubblica nei settori industriali di base e nell’intero sistema bancario;

Bassa convenienza produzioni industriali italiane rispetto a quelle straniere;

Costo del lavoro generalmente più basso

Forte disoccupazione

Il problema economico dell’Italia era la necessità di decidere un modello di sviluppo industriale che non facesse aumentare l’inflazione monetaria e che potesse fare diminuire la disoccupazione.

Dopo la ricostruzione e stabilizzazione l’economia italiana dal 1951 al 1975 ha attraversato 4 cicli :

1951 – 1958 : la crescita annuale del Prodotto Interno Lordo è del 5%

1959 – 1963 : la produzione cresce rapidamente, entra in crisi nel 1964

1964 – 1971:parziale ripresa che termina nel 1971

1971 – 1975: forte inflazione - squilibri bilancia dei pagamenti - pesante recessione nel 1973

Gli elementi che hanno determinato la crescita economica italiana sono state determinate da una politica nazionale che ha favorito le esportazioni – dal basso costo della forza lavoro – da maggiori investimenti nelle industrie che hanno favorito l’aumento della produttività e la diminuizione dei costi operativi – da un forte aumento della domanda interna di beni di consumo privati.

CAPITOLO QUARTO – IL MIRACOLO ECONOMICO

1. L’intervento dello stato e le partecipazioni statali

A partire dal 1950 le imprese pubbliche erano la struttura portante del sistema industriale, ed in particolare nei settori pesanti (siderurgia, meccanica pesante, cantieristica) e nel settore bancario.

Nel dopoguerra era necessario avere una maggiore apertura dell’economia verso le esportazioni, ammodernare e ingrandire gli impianti industriali e sfruttare la manodopera a basso costo.

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Nasce il Piano Sinigaglia per la ristrutturazione ed il potenziamento dell’industria siderurgica, al servizio del settore meccanico, attraverso la ricostruzione di grandi industrie già esistenti (quelle di Bagnoli, Piombino e Cornigliano).

L’obiettivo era quello di ottenere un forte aumento della capacità produttiva e una consistente diminuzione dei costi di produzione nel settore siderurgico.

Gli investimenti dell’ I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale), nel periodo dal 1960 al 1963, aumentarono di sei volte, ed quasi la metà furono investiti nell’area di Taranto.

Le partecipazioni statali nell’industria erano costituite da: gruppo Finsider (ILVA, Cornegliano, Terni …), Breda siderurgica, mentre i gruppi privati erano: la Falck, la Fiat-Ferriere, Redaelli, Edison.

Il piano termina nel 1953 mettendo al centro dello sviluppo del paese il settore meccanico privato attribuendo allo stato attraverso le partecipazioni statali il compito di sostenere lo sviluppo attraverso:

-forniture nel settore di semilavorati a prezzi competitivi; -forniture di capitali statali (pubblici) all’industria privata.

Nello stesso periodo (1953) nasce l’ ENI (ENTE NAZIONALE IDROCARBURI) , con l’obiettivo di agire come strumento della politica pubblica nel settore degli idrocarburi e dei gas naturali.

L’ ENI ha dato una forte spinta all’economia italiana attraverso l’ampliamento delle fonti energetiche a sua disposizione e la riduzione dei loro prezzi. Questo fu possibile grazie alle iniziative di Enrico Mattei (il manager che guidava l’azienda statale) che rese possibile un forte (notevole) aumento della produzione di gas naturali e una forte estensione della rete di metanodotti (tubazioni per il trasporto del gas) ed anche l’allargamento delle ricerche minerarie e delle attività di raffinazione in Medio Oriente e in Africa (Queste ultime attività fecero diventare l’ ENI una delle maggiori aziende nel settore petrolifero a livello internazionale).

L’ ENI per permettere all’Italia di reagire all’embargo (sanzioni) della Società delle Nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia, fece nascere l’ AGIP (Agenzia Generale Petroli) , l’ ANIC e la SNAM ed entrò in modo forte nel mercato nazionale dei combustibili.

L’ ENI ha avuto anche il merito di promuovere la nazionalizzazione dell’energia elettrica con l’istituzione dell’ ENEL nel 1962.

La legge che prevedeva la nazionalizzazione delle varie aziende elettriche private italiane nel settore della produzione, commercializzazione, distribuzione e trasporto di energia elettrica fù emanata nel 1962.

Le principali aziende nazionalizzate furono: SADE, EDISON, SIP, CENTARLE, SOCIETA’ ROMANA DI ELETTRICITA’, SME.

La nazionalizzazione non fu fatta con le condizioni migliori per lo Stato italiano perché alle aziende espropriate (nazionalizzate) furono concessi forti indennizzi (pagamenti), ed, anche, perché l’ ENEL non era dotata di grossa capacità finanziaria.

2. Lo sviluppo dei settori industriali

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✓ SIDERURGIA E MEZZI DI TRASPORTO

Al centro del sistema industriale italiano del Piano Sinigaglia c’era il settore meccanico e siderurgico.

Particolarmente dinamico fu il settore automobilistico con al centro la FIAT (produzioni di automobili, veicoli commerciali, macchine agricole, produzioni ferroviarie e aereonautiche).

✓ I RESTANTI SETTORI DELLA MECCANICA

Altri settori particolarmente dinamici furono quello della produzione ferroviaria, navale, dell’aviazione civile, delle macchine da cucire per uso domestico , delle macchine contabili da ufficio (Singer e Olivetti), e quella di elettrodomestici e accessori per la casa tra cui anche le prime televisioni. Nel settore ferroviario c’erano soltanto due attori: lo stato e la Fiat.

✓ CHIMICA

La Montecatini era monopolista del nuovo settore chimico che si sviluppò molto e rapidamente. Lo sviluppo della chimica degli idrocarburi, e in particolare del settore delle plastiche, fu un'altra spinta al miracolo economico.

✓ I SETTORI TRADIZIONALI

Anche i settori tradizionali si svilupparono, anche se a ritmi più forti rispetto ai nuovi settori. Si svilupparono i settori della pasta preconfezionata, dei dolci, dei surrogati di cacao e dei gelati, degli estratti di carni (brodi). Le imprese alimentari più importanti erano: Barilla, Buitoni, Perugina, Ferrero, Star; mentre nel settore tessile erano: Marzotto e Bassetti.

3. IL MIRACOLO ECONOMICO E L ‘INDUSTRIA ITALIANA

Nel periodo compreso tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l’Italia è attraversata da una immensa trasformazione del tessuto economico e produttivo, tanto che da paese prevalentemente agricolo diventa una potenza industriale a livello mondiale.

Lo sviluppo avvenuto nell'industria portò cambiamenti strutturali da sconvolgere completamente il quadro dell'economia italiana; crescevano imprese private sia storiche (Fiat, Montecatini) sia nuove (Zanussi). Furono i beni di consumo durevoli (frigoriferi, televisioni, lavatrici, automobili, ecc.) il vero motore dell’economia. La disoccupazione si mantiene costante tra l'8,6% il 7,3%.

Imponente fu il passaggio di manodopera tra i settori agricoli ed i settori non agricoli nelle zone industrializzate nel triangolo industriale ( Città di TORINO – GENOVA – MILANO ) del miracolo italiano economico.

L’economia italiana ha avuto il vantaggio di essere un “LATECOMER” (ULTIMO ARRIVATO) all’interno del sistema economico occidentale e dell’APERTURA DEL MERCATO EUROPEO.

• Il miracolo economico infatti coincide con la creazione del MERCATO COMUNE EUROPEO, cioè con la eliminazione delle barriere tariffarie interne fra i vari paesi europei proprio nel momento in cui essi aumentavano la domanda di beni di consumo.

• Il vantaggio di essere LATECOMER era quello di affrontare l’apertura dei mercati europei con una struttura industriale forte (consolidata) e fortemente moderna.

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4. I LIMITI DEL MIRACOLO ECONOMICO

Il miracolo economico, in ogni caso, non era perfettamente riuscito se si considerano altri elementi.

Alla fine del 1963 la situazione dell’ Italia era così definibile:

• Forte instabilità della lira italiana e forte squilibrio (disavanzo) della bilancia commerciale;

• Forte aumento dei salari e forte aumento dei prezzi,

• Stanchezza tecnica degli impianti e livello tecnologico generalmente scarso.

CAPITOLO QUINTO – LA CRISI PIU’ LUNGA

Con la crisi di stabilizzazione del 1964 – 1965 si concludeva il miracolo economico italiano e l’ Italia ne era uscita profondamente trasformata.

Fondamentale era a questo punto assicurare un ritmo regolare ed equilibrato allo sviluppo per mezzo di una programmazione continua da parte dello Stato.

Il decennio 1965 - 1975: autunni caldi

Alla fine degli anni ’60 muore la speranza di un nuovo miracolo economico e lo scenario internazionale cambia completamente i rapporti economici:

-Finisce il regime di cambi fissi (1971) che aveva determinato la stabilità nei rapporti internazionali per oltre 25 anni;

-Termina la condizione di bassi prezzi delle materie prime (1973) che era stata alla base della stabilità negli acquisti;

-Aumentano i prezzi del petrolio e di tutte le materie prime anche per effetto della svalutazione delle valute.

Dal 1969 al 1975 (anno in cui vi è stata anche una forte riduzione del reddito nazionale) non sono state effettuate riforme, inoltre, un forte sentimento collettivo di fallimento della politica aveva dato origine alla violente manifestazioni degli anni 1968 – 1970.

L’industria italiana nella recessione

Il confronto tra le strutture produttive delle maggiori imprese italiane, nel 1963 e nel 1971, evidenzia una notevole diminuzione del peso delle imprese italiane, il forte aumento della presenza dei gruppi pubblici italiani, un forte aumento della quota di fatturato delle imprese a capitale straniero.

Nello stesso periodo si sviluppò la Politica di salvataggio dello Stato italiano nei confronti delle grosse imprese in difficoltà, ed, in particolare nei settori ad alta intensità di manodopera.

Diventarono, così, di proprietà pubblica il settore alimentare, il tessile e l’abbigliamento. L’intervento delle partecipazioni statali divenne il modo per proteggere l’industria privata dalle eventuali crisi.

Sempre più il capitalismo italiano appare come un quadrato, ai cui vertici stanno da un parte Fiat – Agnelli e Montedison e dall’altra Iri ed Eni .

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Intorno al 1980 entrano in crisi i due pilastri del capitalismo privato italiano, FIAT e MONTEDISON; entrano in crisi, anche, ENI e IRI, che a causa delle forti perdite (deficit) hanno una necessità crescente di trasferimenti finanziari statali.

Gli anni dell’ Eurosclerosi

Questa fase espansiva dal punto di vista economico e politicamente di grande tensione, lasciò spazio ad una profonda crisi economica che rappresentava la fine del lungo ciclo che aveva caratterizzato lo sviluppo della produzione di massa.

Una crisi nella quale l’Europa è rimasta a lungo senza reagire con energia: questa fase viene definita con il termine “EUROSCLEROSI”.

La crisi riportò alle sedi nazionali le decisioni riguardanti disoccupazione e ordine pubblico, solo dopo la risoluzione delle crisi interne, agli inizi degli anni ’80 diventerà necessario un RILANCIO EUROPEO.

Negli anni della lunga crisi di transizione quindi, la comunità non riesce ad essere supporto necessario per risolvere la crisi europea, forse anche perché schiacciata fra due superpotenze che continuavano a sfidarsi.

CAPITOLO SESTO- RISTRUTTURAZIONE INDUSTRIALE E CRESCITA, 1975-85

1. Anni di piombo e solitudini europee

All’inizio degli anni ’70 (dal 1970 in poi) inizia una crisi economica profonda.

Termina il controllo sociale dell’economia da parte dello stato che fino a quel momento aveva sostenuto la domanda pubblica ed aveva tenuto sotto controllo l’inflazione monetaria (per mantenere alta la domanda di consumi privati e una bassa disoccupazione) garantendo una forte stabilità monetaria.

Spagna (fino al 1975) e Grecia (fino al 1974) hanno un regime politico dittatoriale; nel 1979 gli USA perdono la guerra in Vietnam; e, infine, nel periodo dal 1973 al 1979,si verificano due grandi crisi petrolifere (energetiche) che determinarono un aumento improvviso del prezzo del petrolio di almeno tre volte :

-nel 1973, a causa dell’inizio di una guerra in Medio Oriente (Guerra del Kippur fra Egiziani ed Israeliani), in quanto quasi tutti i Paesi Arabi (facenti parte della organizzazione OPEC - Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio - Organization of the petroleum Exporting Countries) bloccarono le proprie esportazioni di petrolio verso gli USA e verso l’Europa (fino al gennaio 1975);

-nel 1979 il prezzo del petrolio continuò ad aumentare a causa della rivoluzione in Iran (La caduta del regime dello Scià Reza Palevi bloccò la produzione petrolifera in Iran provocando forti speculazioni internazionali sul mercato del petrolio).

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La crisi si concluderà solo all'inizio degli anni 1980 con la fine dei problemi politici in Medio Oriente e la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi nel Mare del Nord (Europa) e in Alaska (USA) divenuti economicamente sfruttabili a causa dell’aumento del prezzo del petrolio medio orientale.

La CEE adotta nel 1979 il Sistema Monetario Europeo (SME) per contenere le fluttuazioni (il cambio fra le monete europee deve fluttuare in una banda del 2,75% sopra o sotto i valori consolidati).

In Italia si crea un grosso scontro interno: si svalutava spesso per abbattere l’inflazione e l’indebitamento interno (si negozia una banda del 6%).

In tutta Europa gli anni Settanta sono segnati da forte disordine economico e esplosione terroristica.

Nel 1980 in Italia: grossi scontri sindacali, pesanti attacchi di terroristi (delle brigate rosse) e della mafia; muore Tito in Jugoslavia, i militari fanno un colpo di stato in Turchia, in Polonia inizia la fine del regime comunista.

2. Dalla produzione di massa alla concorrenza globale

Alla fine degli anni Sessanta si iniziò di nuovo ad investire nell’industria riorganizzando le produzioni con l’obiettivo di sostituire il lavoro operaio con macchine (catena di montaggio).

Il mondo cambiava: rivolte studentesche e operaie, prezzi alle stelle delle materie prime, inflazione e instabilità dei cambi, richiedeva un’estensione del mercato diversa e una riorganizzazione della produzione.

Negli anni Cinquanta l’organizzazione produttiva si basava sulla produzione di massa (vantaggi di economia scala: grandi produzioni di uno stesso prodotto) o sfruttando la produzione di nicchia (cioè di prodotti particolari che non interessavano alle grandi industrie).

In quel periodo la grande dimensione di una industria e la sua forte produzione di un particolare prodotto (costante nel modello) determinavano il suo successo. Le regole del mercato erano basate esclusivamente sulla catena di montaggio, su un prodotto standardizzato (di qualità uniforme e costante), sul prezzo fisso: questo insieme di regole di produzione e di mercato era definito “FORDISMO”.

Il termine Fordismo è nato negli anni 1930 per definire il successo dell’industria automobilistica negli USA con il suo proprietario Henry FORD.

Quando il mercato diventa maturo si verifica una forte diminuizione della domanda di prodotti standards (uniformi) che rende necessaria una continua innovazione tecnologica.

In un mercato in cui i prodotti diventano sempre più maturi, la possibilità di mantenere alta la domanda si basa sulla possibilità di accelerare il tasso di sostituzione dei prodotti stessi, con l’introduzione da parte di ogni impresa di innovazioni di prodotto, che poi verranno rapidamente imitate e superate dalla concorrenza.

La concorrenza diventa molto dinamica e il mercato diventa globale (un mercato in cui tutti sono contro tutti senza più barriere produttive): in questo momento ha inizio il fenomeno di globalizzazione dei mercati.

3. La riorganizzazione degli impianti e delle imprese

In conseguenza del cambiamento nella domanda proveniente dal mercato le industrie hanno avuto la necessità di riorganizzare le loro produzioni:

• Con la limitazione di produzioni uniformi e standardizzate

• Con un aumento della innovazione di prodotto

• Con il controllo dell’andamento del mercato per capirne la sua evoluzione per poi adattare le produzioni

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• Con il raggiungimento di un alto livello di controllo del mercato per mezzo dell’acquisto di imprese della stessa natura per aumentare le dimensioni complessive e quindi ottenere una posizione di leadership

4. Piccole imprese e distretti industriali

Alle classiche industrie del “triangolo industriale” (Città di TORINO – GENOVA – MILANO) si uniscono altre realtà industriali in altre zone d’Italia definite Distretti Industriali.

I Distretti Industriali (zone conindustrializzazione diffusa) sono zone di territorio dove vengono concentrate industrie operanti nello stesso settore o fra di loro cooperanti (nel senso che ciascuna delle industrie dello stesso distretto produceva una parte dello stesso prodotto finale).

Il vantaggio economico era dato dalla flessibilità produttiva e dalla possibilità di praticare prezzi bassi.

Nei primi anni ’80 in Italia le piccole imprese sono riuscite a garantire la crescita dell’occupazione, in una fase in cui la grande impresa riduceva fortemente i suoi addetti (operai).

In conclusione, negli anni 1975-85 le imprese italiane hanno cercato essenzialmente condizioni operative in grado di rispondere in modo efficace alla possibilità di produrre beni differenziati con vantaggi di scala, in un contesto generale di riduzione dei volumi di produzione.

CAPITOLO SETTIMO - POLITICHE NAZIONALI E RILANCIO EUROPEO

1. La programmazione e la politica industriale

Lo Stato Italiano nel 1977 con la LEGGE 675/1977 inizia una riforma dell’azione pubblica con la finalità di aiutare e indirizzare gli investimenti produttivi.

Questa legge è stata oggetto di un lungo contenzioso con la CEE perché la Comunità Europea pensava che il denaro erogato al sistema industriale potesse provocare distorsioni nella concorrenza europea;

successivamente sono stati permessi solamente interventi coerenti con le norme comunitarie, cioè gli interventi per gli impianti localizzati nel Mezzogiorno d’Italia (nel sud dell’Italia) e le azioni di ristrutturazione e innovazione industriale a favore delle imprese minori.

Successivamente altre leggi cercano di riordinare la programmazione economica in particolare al fine di favorire l’industrializzazione del Sud Italia.

Le partecipazione statali e le imprese collegate erano in forte crisi per cui, dal 1980 in poi, lo Stato ha proceduto alla cessione ai privati di diversi settori industriali che, poi, sono diventati leader a livello mondiale: la SME venne ceduta alla Buitoni (settore alimentare), la ALFA ROMEO (Automobili) venne ceduta alla FIAT,

2. Il rilancio del processo di integrazione europeo

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Il 1985 il Parlamento Europeo emana leggi per la eliminazione di tutte le barriere doganali e per favorire la libera circolazione dei beni e dei capitali nella Comunità Europea (mercato unico europeo).

Il rilancio europeo (nel 1991 con il Trattato di Maastricht) venne sostenuto da tutti i governi per rilanciare le rispettive economie nazionali fortemente in crisi da oltre venti anni.

Era un’accelerazione del processo di integrazione del mercato interno europeo le cui caratteristiche erano:

• Favorì i processi di CONCENTRAZIONE industriale a livello europeo;

• Favorì i processi di aiuti alle zone ed alle popolazioni della Comunità Europea con minore grado di sviluppo;

• Veniva attuata la LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO DEI SERVIZI E DEI CAPITALI che per l’Italia ha determinato la fine della tradizionale politica di aiuto alle imprese;

infatti l’applicazione dell’art. 90 del Trattato di Maastrict obbligava lo Stato Italianoa privatizzare tutte le imprese che erano sotto il suo controllo (con le partecipazioni statali nelle imprese).

4. L’Italia nel rilancio europeo

Il trattato di Maastricht consentì di disporre di un mercato unico sufficientemente grande da permettere l’utilizzo delle nuove capacità produttive , ma anche sufficientemente protetto per permettere di ridurre la pressione Americana e Giapponese.

Il rilancio europeo fu basato sulla concentrazione di imprese dello stesso settore sotto un unico proprietario così da aumentare il grado di influenza sul mercato.

CAPITOLO OTTAVO- LE IMPRESE ITALIANE NEGLI ANNI DEL RILANCIO EUROPEO, 1985-96

1. L’industria alimentare in Europa

Negli anni 70 l’industria alimentare in Europa era caratterizzata da un elevatissimo numero di piccole e medie imprese specializzate. Alla fine degli anni ’80 il settore consisteva di due sole multinazionali storiche: la Nestlè e la Unilever. Dal 1985 in poi in Italia iniziano una serie di FUSIONI ED ACQUISIZIONI che hanno generato una straordinaria accelerazione (collegata all’avvio del mercato unico europeo) con la affermazione di grossi gruppi industriali (NESTLE’, UNILEVER, BARILLA, FERRERO, …) che acquistano marchi come BUITONI e GALBANI.

2. Automobile e componentistica auto

Alla fine degli anni ’60 l’industria europea dell’automobile era un attività matura, ed ogni mercato nazionale era controllato strettamente da uno o due leader: Fiat in Italia, Volkswagen e Ford in Germania, Renault e Peugeot in Francia.

Con la crisi degli anni ’70 questo equilibrio si rompe perché i diversi leader nazionali, per mantenere i propri impianti a livello di pieno utilizzo, debbono penetrare nei mercati vicini. A questi si sono uniti i più grandi produttori mondiali.

3. Elettrodomestici bianchi

Fino agli anni 50 l’industria degli elettrodomestici era completamente controllata da grandi operatori americani.

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Le imprese locali erano divisioni di grandi, quali AEG e Bosch in Germania, Thompson Houston in Francia e la Fiat in Italia. Il quadro cambia alla fine degli anni 50 quando nuove imprese italiane entrano sul mercato. Gli italiani modernizzarono il mercato europeo con l’innovazione di prodotto e con un forte aumento della capacità produttiva. I produttori italiani tra il 1958 e il 1964 entrarono in tutti i mercati nazionali diventando leader europei.

4. L’industria chimica

Il settore più colpito dalla crisi degli anni ’70 fu l’industria chimica ed in particolare il leader nazionale Montedison.

Con le varie crisi petrolifere, fra il 1979 e il 1986, ¼ della capacità produttiva italiana, fù eliminata, ed, oggi, il cuore dell’industria chimica italiana è completamente in mano straniera.

5. Il made in Italy e l’emergere dei nuovi protagonisti

Nuovi attori crescevano al di fuori di quello che ormai era il nocciolo rinsecchito della vecchia industria italiana. Dalla crisi, che aveva appunto provato duramente il nucleo storico dell’industria italiana, emerse un gruppo molto ampio di nuovi imprenditori, soprattutto nel decennio fra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ’90, che si affermò come nuova categoria imprenditoriale.

Le piccole e medie imprese produttrici di tessile – abbigliamento, il meccanico strumentale, i mobili, le piastrelle uscirono dai distretti e si rivelarono in molti casi gruppi dalle dimensioni notevoli, non solo fortemente proiettati sui mercati internazionali, ma soprattutto in grado di utilizzare i vantaggi acquisiti per affermarsi come leader industriali.

Tre sono i settori più importanti del Made In Italy :

Sistema Moda – Tempo libero;

Sistema Arredo – Casa;

Sistema apparecchi e meccanica strumentale.

Il successo del Made in Italy è collegato a:

• Un RAPPORTO PIU’ STRETTO TRA IMPRESA (rigidamente familiare) E TERRITORIO di origine, in cui queste imprese si sviluppano attraverso un intenso rapporto di subfornitura con altre aziende sempre familiari;

• Tutte queste imprese hanno un ORIENTAMENTO VERSO IL MERCATO INTERNAZIONALE;

• Forte INNOVAZIONE che influisce molto sul prodotto e genera nuovi consumi e nuovi consumatori;

STRAORDINARIA CAPACITA’ DI AGIRE SU TUTTE LE FASI precedenti e successive alla produzione che viene normalmente delegata a subfornitori specializzati;

• Le imprese diventano società di servizi concentrate sulla gestione della logistica di produzione e distribuzione , gestione del MARCHIO e della pubblicità;

DELOCALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE (La produzione viene fatta in paesi caratterizzati da costi del lavoro più bassi (Asia, Africa, Balcani).

6. Le privatizzazioni dell’IRI e le dismissioni bancarie

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In questi anni anche il settore pubblico cambia in modo sostanziale. Con il Trattato di Maastrictè iniziata la politica di privatizzazione.

Il decreto legge 33 del 1992 trasformò IRI, ENI, INA, ENEL, da enti pubblici in Società per Azioni (SPA) così permettendo la privatizzazione.

Iniziò anche la trasformazione del sistema bancario italiano.

Nel periodo, dal 1936 al 1986, le banche pubbliche controllavano circa il 70 – 75 % del totale delle attività bancarie in Italia;

Dal 1986 in poi, in soli 10 anni, il sistema bancario statale fù ceduto interamente ai privati.

CAPITOLO NONO- PRIVATIZZAZIONI E NUOVI ATTORI

1. L’adesione all’unione monetaria e il risanamento obbligato

A seguito della decisione del governo Prodi (1996 – 1998) di entrare immediatamente nell’unione economica e monetaria, venne imposto un controllo strettissimo sulla spesa e sul debito pubblico. Una manovra finanziaria di dimensioni enormi permise di riportare i conti pubblici entro i limiti richiesti e ridusse l’inflazione dal 4 all’1,7%. Fu uno straordinario successo, in cui tutto il paese si riconobbe.

Questa azione di risanamento determinò una profonda riorganizzazione degli strumenti di politica industriale.

Venne effettuata la privatizzazione delle imprese pubbliche e la liberalizzazione dei servizi pubblici.

Furono creati degli organismi indipendenti di regolazione del mercato per i settori dell’energia e del gas, e per il settore delle telecomunicazioni.

Fù fatta una riforma del diritto societario che introdusse norme sulla trasparenza dei bilanci e sugli obblighi nei confronti degli azionisti di minoranza.

2. La chiusura dell’ IRI e la liberalizzazione delle telecomunicazioni

In questo quadro di modernizzazione richiesto per l’entrata nell’Europa dell’Unione Monetaria, un ruolo cruciale assume la politica delle privatizzazioni e in particolare lo scioglimento dell’IRI.

Il 2000 fù decisa la liquidazione dell’ IRI. Con le privatizzazioni realizzate l’IRI ha “riconsegnato al mercato” un grande numero di aziende valide e tecnologicamente avanzate capaci di sostenere la competizione sui mercati italiani ed internazionali.

La chiusura dell’ IRI ha un valore storico perché è stato cancellato il principale regolatore del sistema industriale italiano.

La liberalizzazione del settore telefonico così come gli interventi nel settore energetico sono stati l’occasione per una profonda riorganizzazione del capitalismo italiano, i cui effetti si sono visti a breve.

3. Attori e scenari al vertice dell’industria italiana

Negli anni ’90 si concretizzano grandi cambiamenti negli scenari industriali italiani. Tre sono le componenti caratterizzanti questa fase :

• Le privatizzazioni e in particolare l’esplosione dell’IRI in una varietà di gruppi industriali e bancari;

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• L’affermazione di nuovi imprenditori, soprattutto dai distretti industriali; • La riorganizzazione dei vecchi gruppi familiari.

Il vertice dell’industria italiana appare oggi ulteriormente concentrato con una struttura proprietaria saldamente riferibile a gruppi familiari, mentre le grandi banche non sono presenti se non marginalmente nel controllo delle imprese. Solo Generali e Mediobanca hanno una tradizione di proprietà industriale.

4. Oligopolio europeo, globalizzazione e nuovi giochi italiani

In tutta Europa si sta imponendo un modello d’impresa basato su una proprietà diffusa, avente come referente un nocciolo duro costituito da banche e grandissime imprese, anche esse definibili come “PUBLIC COMPANIES CON NOCCIOLO DI RIFERIMENTO”, cioè con società per azioni con una proprietà estremamente diffusa sul mercato e con una piccola quota azionaria posseduta da azionisti stabili, che svolgono una costante funzione di monitoraggio sull’operato dei manager.

In Europa stanno emergendo gruppi significativi di grandi imprese governate da soci stabili aventi natura finanziaria, e in molti caso definibili public compagnie che hanno come obiettivo una leadership a livello anche mondiale.

A queste operazioni di fusione si aggiungono alleanze strategiche di grande rilevanza per la definizione del nuovo oligopolio europeo e globale.

Il caso dell’industria del trasporto aereo può illustrare bene questo punto.

L’industria italiana è tutt’ora composta da un enorme quantità di piccole e piccolissime imprese, che garantiscono ancora i ¾ dell’occupazione.

Molte di queste piccole imprese non possono svilupparsi in maniera forte a causa delle loro dimensioni, per cui i settori vitali dell’economia nazionale restano in mani solamente alla grandi imprese.

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