la sfida della complessità, Sintesi di Filosofia. Università degli Studi di Bergamo
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riassunto del libro "la sfida della complessità" saggio per saggio per l'esame di filosofia della scienza
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SAGGI MAURO CERUTI: LA HIBRYS DELL’ONNISCIENZA E LA STORIA DELLA COMPLESSITA’

La storia del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo già alla fine del XIX secolo, è la storia della progressiva scoperta dell’intrinseco carattere di paradossalità della nozione di onniscienza (conoscenza di tutte le cose). La nozione di onniscienza è stata per molti secoli molto influente ed operativa nella rappresentazione della scienza e della conoscenza umana, dei loro limiti e delle loro possibilità. Nelle varie fasi di sviluppo della tradizione scientifica moderna, sono state fatte molte riformulazioni delle immagini della conoscenza umana che veniva definita e valutata in rapporto all’ideale regolativo di una conoscenza perfetta. Questo ideale è riscontrabile dietro molti metodi, euristiche e categorie della tradizione scientifica moderna disciplinandone i più importanti sviluppi. L' ideale regolativo si è più volte definito e ridefinito attraverso una serie di strategie dette STRATEGIE DELLA BINIFICA secondo le quali: - ogni aumento della conoscenza provoca un corrispondente ritirarsi dell’ignoranza; - il cammino della conoscenza ha una direzione ben definita in cui i ritorni e le deviazioni sono comunque subordinati alla direzione fondamentale. Queste assunzioni e molte altre, sono l’espressione dell’onnipresenza in tutta la tradizione scientifica e filosofica moderna del PROBLEMA DEL METODO. Alla base della formulazione di questo problema vi è la convinzione che sia basilare la ricerca di un LUOGO FONDAMENTALE DI OSSERVAZIONE DELLA CONOSCENZA attraverso il quale giudicare le sue realizzazioni concrete. Quest'idea è associata alla possibilità di rinvenire il punto archimedico a partire dal quale, in quanto inizio assoluto, costruire il saldo e compatto edificio delle conoscenze. Il METODO viene assunto come uno strumento particolare dell’attività intellettuale che consente di introdurre un taglio tra il prima e il dopo negli sviluppi della conoscenza. Durante la storia del pensiero moderno occidentale, venne fatta un’ipotesi sulla natura della conoscenza umana. Quest’ultima, era ritenuta finita e veniva definita in rapporto all’infinitezza della conoscenza divina. La conoscenza divina era così un ideale regolativo rispetto al quale si definiva la direzione del progresso della scienza umana. Uno degli schemi epistemologici più profondamente radicati nella scienza moderna, era l’idea della crescita del sapere come un avvicinamento asintotico ad un punto di vista infinito, quello divino appunto, e ad una conoscenza completa. Però, se la conoscenza umana è limitata, non per questo non può essere perfetta. Al contrario, l’intelletto umano può essere partecipe della perfezione della conoscenza divina. È solo il cattivo uso che ne facciamo ad introdurre le imperfezioni perché ci facciamo trasportare dalle nostre passioni contingenti. Ciò che è individuale, viene considerato come ininfluente e da neutralizzare il + possibile per garantire un corretto funzionamento del nostro intelletto. Non si tiene quindi in considerazione ciò che è individuale.Quindi nella scienza moderna c'è un'ossessiva ricerca del metodo, di criteri di demarcazione fra natura e storia, fra razionale e irrazionale... C'è ricerca della “leggi” come metodo attraverso il quale l'idelae regolativodell'onniscienza diventa normativo dell'edificazione della conoscenza umana. La Legge è il luogo fondamentale di descrizione e

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spiegazione dei fenomeni, la scoperta di una legge dà accesso al punto archimedico che consente il dissolversi del particolare nel generale.

Con l’avvio della scienza contemporanea, ha avuto inizio una decostruzione ed eliminazione progressiva dell’euristica (ricerca) del luogo fondamentale di osservazione. Viene messa in discussione l’idea che la scienza si costruisce attraverso un processo asintotico di avvicinamento ad un luogo fondamentale di osservazione e spiegazione. L' idea di previsione, la scienza come scienza del generale ecc non sono più criteri definitori della scientificità. Si delinea un itinerario che produce la SFIDA DELLA COMPLESSITA’ che propone un apprendere ad apprendere, un deuteroapprendimento . Parlare di questa sfida significa prendere in considerazione che non solo possono cambiare le domande, ma anche i tipi di domande attraverso le quali si definisce l’indagine scientifica. C'è un ripensamento delle domande, dei problemi, dei concetti, degli oggetti, delle dimensioni della scienza e della conoscenza. La prima fase di questo itinerario è la presa in considerazione non solo di ciò che è generale e ripetibile, ma anche di ciò che è singolare, irripetibile, contingente ovvero ciò che in precedenza era considerato come semplice residuo. Si delinea inoltre una concezione del tempo come luogo di azione e costruzione. L’idea di progresso diviene problematica perché non si può più parlare di un unico progresso che va in un'unica direzione ma si deve ora tenere in considerazione che vi sono molteplici e irriducibili direzioni, ritmi, tempi e meccanismi di decorsi evolutivi e storici. Si passa così da una scienza del generale ad una scienza del particolare, da una scienza dell’ordine ad una scienza del disordine. C'è un mutamento della natura dei rapporti all'interno delle coppie concettuali che prima erano in un rapporto di subordinazione metre ora di complementarietà: generale e particolare, ordine e disordine ecc. Il possibile (e non necessario) era collocato in una zona crepuscolare, la cui esistenza dipendeva da limitazioni interne alle nostre modalità del conoscere eliminabili una volta che ci si collocassein un punto di vista più adatto. È l'esplosione di questa zona del possibile a caratterizzare molteplici sviluppi della scieza contemporanea. Nella scienza contemporanea si ha anche la RENTEGRAZIONE DELL’OSSERVATORE NELLE PROPRIE OSSERVAZIONI e questo è uno degli esiti più importanti di questa scienza. Come disse H.V. Foerster, “quelle proprietà che si credeva facessero parte delle cose, si rivelano proprietà dell’osservatore”. Vi è quindi una circolarità costruttiva tra osservatore e sistema osservato. Nella scienza contemporanea viene anche ridefinita la nozione di sistema e si prende coscienza del fatto che non esistono confini tra il sistema e l’ambiente e che non esistono gerarchie naturali di sistemi, sottosistemi e sovra sistemi. I confini e le gerarchie sono SEMPRE definiti e stabiliti da un osservatore le cui operazioni e decisioni intervengono a più livelli nel processo di costruzione di un sistema. Un sistema è sempre e contemporaneamente un sottosistema e un sovra sistema. La sua dinamica è regolata dai vincoli delle dinamiche di cui fa parte e impone a sua volta di vincoli sulle dinamiche delle parti. La molteplicità di operazioni nelle matrici costruttive di un sistema, si può conoscere solo grazie alla pluralità dei punti di vista, alla diversità degli osservatori in gioco. Per la TEORIA DEI SISTEMI CONTEMPORANEA, questa pluralità e diversità sono irriducibili. Gli spostamenti dei punti di vista e degli osservatori provocano una ristrutturazione del tipo di sistemi, dei tipi di dinamiche, della natura delle interazioni in considerazione.

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Riassumendo si può quindi dire che nella scienza contemporanea vi è un riconoscimento dell’irriducibile pluralità dei punti di vista nella definizione e costruzione di un sistema; vi è un riconoscimento della molteplicità dei sistemi e un riconoscimento che ogni sistema è un vero e proprio plurisistema. Gli osservatori e i punto di vista sono vicarianti: lo spostamento dell’osservatore provoca una ristrutturazione nella considerazione delle dinamiche in gioco in un sistema stratificato. Tutto quello che abbiamo detto produce una CRITICA RADICALE ALLE IDEE CLASSICHE DI ONNISCIENZA E DI LUOGO FONDAMENTALE DI OSSERVAZIONE. La storia della scienza contemporanea, produce sempre + consapevolezza che vi sono limitazioni nel rapporto tra coscienza e conoscenza in quanto ogni presa di coscienza produce zone d’ombra. Ad ogni presa e aumento di coscienza corrisponde un aumento di ignoranza. A nuovi tipi di conoscenza corrispondono nuovi tipi di ignoranza. Pgni presa di coscienza produce zone d'ombra questa non è più sotanto ciò che sta fuori dalla luce ma si produce nel cuore stesso di ciò che produce luce. I limiti della scienza contemporanea sono una sorta di giano bifronte: nel momento in cui si costituiscono i confini di un universo di discorso dato, aprono nuove possibilità per la costruzione di nuovi universi di discorso. Per es. un problema può risultare insolubile e la sua insolubilità può essere oggetto di dimostrazione. La dimostrazione d' insolubilità del problema non dissolve il rpoblema ma può diventare il momento nucleatore di un nuovo universo di discorso, di un nuovo programma ecc. L’irriducibilità dei punti di vista degli osservatori, la loro presenza in ogni descrizione, provocano un immagine dello sviluppo e della struttura delle conoscenze in cui i possibili universi di discorso non sono MAI definiti esaustivamente ma si costruiscono in senso proprio e dipendono dalla rete di relazioni tra i molteplici punti di vista in gioco. La conoscenza contemporanea implica anche un approccio al problema del LIMITE. Il limite non viene inteso negativamente, non è una barriera di demarcazione. I limiti esprimono delle precondizioni attraverso le quali si verifica ricorrentemente l’emergenza, la costituzione e la creazione di NOVITA’. Negli anni 60, viene ripresa in considerazione la conoscenza umana ritenendo che gli aspetti individuali non sono da neutralizzare (come si pensava nella scienza classica), ma sono delle matrici costruttive di conoscenza, di cambiamento. Viene inoltre presa in considerazione la CHIUSURA DEI SISTEMI come elemento necessario per un loro cambiamento. La chiusura seleziona gli stimoli significativi e non significativi dall’ambiente e determina quale significato attribuire ad essi in vista dei mutamenti del sistema stesso. Fu per primo Piaget a rendersi conto che ciò che mancava nello studio dei sistemi era la considerazione del concetto di chiusura. La chiusura operazionale del sistema è alla base del dominio cognitivo del sistema stesso. La chiusura organizzazionale di un sistema è alla base di ciò che si definisci come il dominio cognitivo del sistema stesso. Il dominio cognitivo di un sistema autonomo cioè dotato di chiusura è il dominio delle interazioni in cui il sistema può entrare senza la perdita della sua chiusura, cioè senza la perdita della sua identità in quanto la perdita della chiusura caratterizzerebbe la disintegrazione del sistema. Per Piaget l'apertura è il sistema degli scambi con l'ambiente ma ciò non esclude la chiusura nel senso di ordine ciclico e non lineare.

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Viene ridefinito il rapporto tra il sistema e l’ambiente e la relazione di adattamento tra i due. L’adattamento è dato da due processi, l’assimilazione più l’accomodamento. L’assimilazione è l’atto di assorbire informazioni dall’ambiente utilizzando delle strutture interne al sistema già esistenti. L’accomodamento è il cambiamento delle strutture interne attuato al fine di incorporare le nuove informazioni assimilate dall’ambiente. L’adattamento è quindi inteso come compatibilità tra la struttura dell’ambiente e la struttura del sistema Tornando a parlare della pluralità dei punti di vista, è necessario mettere in evidenza l’esigenza di una trans-spezione ossia il fatto di mettersi nella testa di un altro senza ridurne la sua logica alla propria e lasciare che l’altro compia la stessa operazione nei nostri confronti. Il problema non è più quello di rendere omogenei e coerenti i diversi punti di vista ma è quello di comprendere come punti di cista diversi si producono reciprocamente. Emerge il problema della conoscenza il quale è il nodo cruciale in cui si misura tutta la distanza dai modelli epistemologici classici. Vi è necessità di ridefinire i problemi e il ruolo dell’epistemologia. Vi è l’esigenza di un epistemologia che non sia luogo di fondazione della conoscenza ma che sia un itinerario di articolazione degli universi di discorso del sapere e della conoscenza. A questo proposito Edgar Morin introduce il concetto di EPISTEMOLOGIA COMPLESSA: non c’è più un istanza sovrana che controlla ogni sapere ma c’è una pluralità di istanze. Ciascuna di queste istanze è decisiva, ciascuna è isufficiente, ciascuna comporta il suo principio d'incertezza. I problema dell’epistemologia è quello di far comunicare queste istanze separate. L’aspirazione alla complessità tende alla CONOSCENZA MULTIDIMENSIONALE. Il pensiero complesso pur aspirando alla multidimensionalità comporta un principio di incompletezza e incertezza. La complessità è infatti il contrario della completezza e della certezza. Si deve comprendere che la conoscenza è una traduzione delle variazioni ricevute dai nostri sensi in un linguaggio cerebrale e mentale. L'ideale dell'onniscienza quale rifierimento disciplinatore delle conoscenze travalica la modernità e raggiunge la vasta tradizione del pensiero occidentale. Bisogna assolutamente abbandonare l’idea di certezza assoluta!!! “sapendo che questo non è l'unico punto di osservazione possibile e che non esistono particolari ragioniper accordargli qualche privilegio se non il fatto che ci siamo noi”

EDGAR MORIN: LE VIE DELLA COMPLESSITA’

Edgar Morin afferma che la complessità si presenta come difficoltà e incertezza e non come chiarezza e risposta. Il problema è quindi quello di rendersi conto se sia possibile rispondere alla sfida dell’incertezza e della complessità. Oggi le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice e quindi quelli che sembravano i residui delle scienze umane cioè incertezza, disordine eccfanni parte della problematica della conoscenza scientifica. Non è possibile accostarsi alla complessità tramite una definizione preliminare ma è necessario seguire diverse vie, tanto diverse al punto che ci si può chiedere se ci siano + complessità. Queste vie che conducono verso la sfida della complessità, sono 7:

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1. VIA DELL’IRRIDUCIBILITA’ DEL CASO E DEL DISORDINEà caso e disordine sono presenti per forza di cose nell’universo e svolgono un ruolo attivo nella sua evoluzione, non siamo però in grado di risolvere l'incertezza arrecata dalle nozioni di disordine e caso. Lo stesso caso non è sicuro di essere un caso.(caso=avvenimento accidentale di cui non si sanno spegare le cause).

2. SUPERAMENTO DEI LIMITI CHE ELIMINAVANO LA SINGOLARITA’, LA LOCALITA’ E LA TEMPORALITA’ànon è possibile eliminare il singolare ed il locale ricorrendo all’universale. Anzi, è necessario connettere queste nozioni. Ex: biologia contemporanea non considera + la specie come un contesto generale entro il quale l’individuo è un caso singolare. Al contrario, considera ogni specie vivente come una singolarità che produce singolarità all’interno delle + diverse organizzazioni fisico-chimiche che esistono. Bisogna connettere il singolare, il locale e l'universale.

3. VIA DELLA COMPLICAZIONEà questo problema è emerso nel momento in cui ci si è resi conto che i fenomeni biologici e sociali presentavano un numero infinito di interazioni e inter-retroazioni, un groviglio incalcolabile.

4. COMPLEMENTARITA’ TRA ORDINE, DISORDINE E ORGANIZZAZIONEà entra in gioco qui il concetto messo in atto da V. Foerster “Order fron noise”: da un’agitazione disordinata, possono nascere fenomeni organizzati.

5. VIA DELL’ORGANIZZAZIONEà l’organizzazione determina un sistema a partire da elementi differenti. Costituisce un unità e nello stesso tempo una molteplicitàà unitas multiplex: non bisogna dissolvere il molteplice nell’uno ne l’uno nel molteplice. Un sistema è qualcosa in + e qualcosa in – della somma delle sue parti. Qualcosa in + perché fa emergere delle qualità che senza l’organizzazione non esisterebbero; qualcosa in meno perché quest’organizzazione impone dei vincoli che limitano alcune potenzialità che si trovano nelle singole parti. Le qualità che emergono, esercitano delle retroazioni sulle singole parti e possono stimolarle e esprimere le loro potenzialità. Per esempio, la cultura, il linguaggio o l’educazione sono proprietà che possono esistere solo a livello della totalità sociale e, retroagendo sulle singole parti della società, consentono lo sviluppo della mente e dell’intelligenza degli individui. Nel campo della complessità emerge un principio molto importante: principio ologrammatico: non solo la parte è nel tutto ma il tutto è nella parte. Per cercare di comprendere il fenomeno devo andare dalle parti al tutto e dal tutto alle parti adottando una spiegazione circolare e non lineare. L’ologramma è un immagine fisica che ha la qualità secondo la quale ogni suo punto contiene quasi tutta l’informazione della totalità. Ex: legislazione penale. Per es. ogni cellula del nostro corpo contiene l'informazione genetica di tutto il nostro essere. Il principio ologrammatico va connesso al principio dell’organizzazione ricorsiva: Un processo ricorsivo è un processo in cui i prodotti e gli effetti sono contemporaneamente cause e produttori di ciò che li produce. L’idea del ricorso è dunque un’idea di rottura con l’idea lineare di causa/effetto, di prodotto/produttore, di struttura/sovrastruttura. Ex: la riproduzione produce individui che producono il ciclo di riproduzione.

6. CRISI DELLA CHIAREZZA E DELLA SEPARAZIONE NELLA SPIEGAZIONEà c’è una rottura con l’idea che la verità è data dalla chiarezza delle idee. La verità si manifesta anche nell’ambiguità e nell’apparente confusione. Non è + possibile effettuare una

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delimitazione tra scienza e non scienza, tra oggetto e soggetto, tra organismo e ambiente come avveniva in precedenza per la scienza sperimentale: essa prendeva un soggetto / scimpanzé), lo estraeva dal suo contesto e lo collocava in un ambiente artificiale, lo modificava e poi controllava le sue modificazioni. Oltre a non isolare un sistema aut organizzato dal suo ambiente, bisogna connettere questo sistema al suo ambienteà auto-eco-organizzazione. Il concetto di autonomia implica che un sistema sia allo stesso tempo aperto (il risultato di un’operazione del sistema cade ancora entro i confini del sistema stesso) e chiuso. Questo tipo di sistema deve mantenere la propria individualità e originalità.

7. RITORNO DELL’OSSERVATOREà non è possibile eliminare l’osservatore dalle osservazioni che si fanno. Sempre tenendo in considerazione il principio ologrammatico, l’osservatore è nella società ma anche la società è nell’osservatore. Quindi l’osservatore deve integrarsi nella sua osservazione e nella sua concezione e deve cercare di intendere il proprio hic et nunc socioculturale. Principio di integrazione dell’osservatore: qualunque sia la teoria e di qualunque cosa essa tratti, deve rendere conto che l’osservatore ne fa parte.

Tutte le complessità appena citate, costituiscono insieme il tessuto della complessità: tutte le varie complessità si intrecciano insieme per formare l’unità della complessità. Si arriva così al complexus del complexus, ossia quel nucleo della complessità in cui le varie complessità si incontrano. La complessità è un ostacolo, una sfida. Essa sembra negativa o regressiva perché implica la reintegrazione dell’incertezza in una conoscenza che stava andando verso la conquista della certezza assoluta. Però, su questo assoluto bisogna farci una croce sopra. Prima si pensava che la contraddizione era il segnale d'allarme che indicava l'errore perciò si faceva marcia indietro. L’aspetto positivo che scaturisce dalla complessità, è il decollo verso un pensiero multidimensionale e dialogico dove in quest'ultimo due logiche, dune nature ecc sono connesse in un'unità senza che con ciò la dualità si dissolva in unità. La nozione dialogica non è una nozione che permette di evitare i vincoli logici ed empirici ma tende ad affrontare la difficoltà, a combattere con il reale. La sfida della complessità ci fa rinunciare per sempre al mito della chiarificazione totale dell'universo incoraggiandoci a continuare l'avventura della conoscenza che è un dialogo con l'universo. Il fine della nostra conoscenza non è quello di chiudere ma è quello di aprire il dialogo con l'universo. Il Metodo della complessità ci chiede di pensare senza mai chiudere i concetti. La complessità è proprio la congiunzione di concetti che si combattono reciprocamente, convivere con la complessità e conflittualità cercando di non sprofondarvi dentro. La complessità porta anche a pensare in forma organizzazionale ossia a capire come l’organizzazione non si risolva in poche leggi ma, al contrario, abbia bisogno di un pensiero complesso estremamente elaborato.

ISABELLE STENGERS: PERCHE' NON PUO' ESSERCI UN PARADIGMA DELLA COMPLESSITA' Abitualmente si pensa ad uno stato di non sapere seguito ad uno stato di sapere. Mentre la scoperta della complessità implica una nuova concezione del sapere.

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Scienza classica caratterizzata da un ottimimismo semplificatore che assimilava la razionalità e la possibilità di prevedere e di controllare, ma per pensare in nostro mondo in crisi occorre rinnovare le categorie della nostra razionalità aprendo la via all'instabilità, alla crisi, alle differenziazioni ecc non ponendo più l'accento su ciò che è lineare e rassicurante. I rapporti fra i diversi tipi di sapere sono tesi, carichi di violenza e disprezzo dunque non esiste un sapere globale. La scienza inoltre dovrebbe rimettere in causa una coppia molto antica che si incontra nei giudizi ecc ovvero la coppia semplice/complicato. Questa coppia è legata alla nozione di paradigma ovvero modello che rappresenta in maniera adeguata il gioco tra concetti e possibilità di sperimentazioni.

(problemi intrinsecamente complessi sono problemi per i quali non possiamo immaginare un altro camminoi che avrebbe permesso di fare a meno della nozione di complessità) Se la complicazione limita ciò che possiamo sapere o prevedere non ci permette di uscire dal modello semplice, di attribuire al sistema altre proprietà tranne quella di trasformare la nostra ignoranza, la nostra incertezza soggettiva in proprietà nuove del sistema che studiamo. Per Leibniz l'universo e complicato e non complesso. Per Stengers l'opposizione tra punto di vista finito e infinito definisce la complicazione. Essa appare come nozione negativa legata ai nostri limiti, alla differenza tra il nostro intelletto e quello di dio non mettendo in causa le categorie e gli strumenti con i quali comprendiamo i sistemi semplici ma si limita a drammatizzare le possibilità pratiche di applicarli. Siamo concettualmente radicati in una tradizione che ha privilegiato i sistemi semplici e che ha definito gli strumenti che sono adatti a questi sistemi. Il problema della complessità emerge dalla descrizione semplice soltanto quando sono gli stessi strumenti che erano fatti per trattare i sistemi semplici vengono utilizzati per definire la soglia a partire dalla quale il loro uso cambia di senso. Il problema dell'irreversibilà ha introdotto nella fisica l'opposizione tra punto di vista finito e infinito. Il problema dell'irreversibilità non è quello dei problemi inattesi o sorprendenti ma tratta di ciò che non garantisce una prevedibilità. Per Prigogine l'irreversibilità non è una proprietà oggettiva intrinseca attribuibile a dei sistemi dinamicamente complessi. Questi sistemi altamente instabili non sono complicati soltanto perchè imprevedibili ma perchè permettono di dare un senso a proprietà che non ne ha per i sistemi semplici. Complessità e irreversibilità sono legate a un cambiamento di punto di vista. Henri Atlan differenzia il sistema complicato da quello complesso. Il sistema complicato è un sistema di cui comprendiamo la struttura e i principi di funzionamento. Nulla impedisce che con tempo e denaro si possa avere una conoscenza integrale. Il sistema complesso è un sistema di cui abbiamo una percezione globale possiamo identificarlo e quantificarlo ma non possiamo comprenderlo nei suoi dettagli. La scienza classica ritiene la nozione di complessità negativa. Essa supponeva uno spazio epistemologico chiuso in cui i principi dell'oggetto e le categorie del soggetto si corrispondono senza residui né attriti. Atlan mette in mostra non le nostre conoscenze positive ma la nostra mancanza di conoscenze drammatizzando il confronto tra soggetto e oggetto.

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Pertinenza: secondo Morin è una categoria dialogica. In questo caso il soggetto conoscente non appare dotato di categorie onnipotenti e il problema non è quello di decidere se queste siano dettate dal reale o vengono ad esse imposte. Il soggetto sa che gli strumenti concettuali a cui fa ricorso sono selettivi e deve giudicare in che misura tali categorie lo illuminano, in che misura sono adatte o lo mutilano. (punto critico + master equation) siamo noi che traduciamo quello con cui abbiamo a che fare con un cambiamento di punto di vista, con la trasformazione del modo di calcolo. Un lavoro di bricolage con gli strumenti che usiamo tale per cui questi non giudicano ma sono giudicati. La portata di ciò che ignoriamo o no non è in balia dei nostri interessi e delle nostre decisioni. L'osservatore che rifiuta di ricorrere al punto di vista infinito o rifiuta di utilizzare altre categorie più potenti. Semplicità: ridefiniamola... il modello semplice non deriva più la sua potenza e il suo interesse dalla possibilità di una generalizzazione, di un'estensione di ciò che afferma. Indica invece la possibilità di accostarsi a dei fenomeni in modo che si presentino come calcolabili. La semplicità designa una situazione singolare dove uno schema teorico risponde al suo stesso compito che è quello di uno strumento: far parlare il reale, produrlo come trattabile e calcolabile. La coppia semplice/complesso è diversa dalla coppia semplice/complicato perchè non mette in luce la potenza di estensione del semplice ma la sua singolarità. Così la scoperta della complessità avrebbe come prima caratteristica non quella di sostituire un'evidenza oggettiva con un'altra ma quella di introdurre il problema della pertinenza di uno strumento che fornisce i mezzi per giudicare il reale (ciò con cui abbiamo a che fare) e per costituirlo come oggetto dalle categorie ben definite e che nello stesso tempo è suscettibile di essere giudicato dal reale stesso. Il problema della pertinenza si oppone alla scommessa del punto di vista infinito, questa scommessa definisce come secondaria la distinzione tra le situazioni in cui un giudizio teorico ha conseguenze pratiche riguardo alle nostre possibilità di apprendere il reale e quelle in cui (al contrario) tale giudizio rinvia a degli osservabili e a dei calcoli che ci sono inaccessibili e condanna i nostri ragionamenti e le nostre misure come approsimazioni sfortunatamente indispensabili. Non è ideale di onniscienza ma di apprendimento.

HEINZ VON FOERSTER: CIBERNETICA ED EPISTEMOLOGIA

H.V.Foerster vuole delineare l’evoluzione della nozione di cibernetica dall’ontologia all’epistemologia delineando la transizione di un'epistemolgia statica ad una profondamente impegnata ad affrontare i problemi dell'epistemolgia ecc. Quest’evoluzione ha avuto luogo negli ultimi 40 anni ed è strettamente intrecciata alla storia personale di Von Foerster.

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Ci sono 4 rami della filosofia strettamente connessi con le nozioni centrali di cibernetica: • METAFISICAà ramo della filosofica che indaga la natura dell’essere. Vuole descrivere i

tratti universali dell’essere. Ogni aspetto della metafisica è oggetto di dispute fra i metafisici stessi. Fu Aristotele a creare questo termine dopo aver scritto su meteorologia, animali e fisica. Per lui è importante la nozione di causalità ovvero l'effetto è connesso alla causa attraverso una regola di trasformazione. La causa può essere: formale, materiale, efficiente, finale.

• ONTOLOGIAà studio dell’essere in quanto tale e delle sue categorie fondamentali. Prima si pensava che l’essere fosse Dio. Successivamente c’è stato uno spostamento dall’idea che fosse Dio all’idea che fosse il mondo. Oggi ontologia spiega la natura del mondo e di come esso è rischiando un realismo ingenuo. Per molti è divenuta un essenzialismo ovvero un tentativo di spiegazione dell'essenza del mondo.

• EPISTEMOLOGIAà scopo è comprendere la comprensione. Spiega la natura della nostra esperienza del mondo, delle nostre esperienze. È una parola di orgine greca che significa “stare sopra”, è un concetto di second'ordine cioè un concetto che si applica se stesso nella comprensione della comprensione. Il processo si chiude su se stesso. È un'autocomprensione, il rappresentante è Jean Piaget. L'ontologia spiega la natura del mondo mentre l'epistemologia spiega la natura della nostra esperienza del mondo. L'esperienza è la causa, il mondo è la conseguenza, l'epistemolgia è la regola di trasformazione.

• ONTOGENETICAà scienza, teoria e studio del processo del divenire. Uno degli aspetti più affascinanti della prima cibernetica era la possibilità di elaborare un'ontologia senza il pericolo di slittare in un realismo ingenuo perchè anche i modelli più elementari del flusso segnaletico in un sistema cibernetico esigono un'interpretazione (motoria) di un segnale (sensoriale) Es: dal punto di vista ontogenetico il linguaggio nasce come conseguenza dell'interazione di almeno due individui, è uno stato dinamico. La rivoluzione intellettuale costituita dalla cibernetica è stata quella di aggiungere ad una macchina (sistema guidato da un motore) un sensore in grado di vedere ciò che fa la macchinae se necessario di por mano alle correzioni delle sue azioni. La nozione di macchina non va intesa in senso concreto (no manopole che girano) ma una macchina come strumento puramente concettuale. Per es. il principio della codificazione indifferenziata...revisione...Poincare) anello senso-motorio: le attività sensoriali informano le attività motorie e viceversa.

1956 nascita di Laboratorio di Computazione Biologica che ha l’obiettivo di comprendere come i sistemi viventi computano la propria realtà. Laboratorio di Computazione Biologica : sono emerse due questioni importanti una di queste è che si deve considerare l'osservatore come facente parte del sistema che egli osserva, la seconda questione riguarda i concetti che si applicano a se stessi e ch solitamente vengono rifiutati perchè generatori di paradossi. Bisogna elaborare nozioni ontologiche ovvero concetti di second'ordine, la

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struttura logica di questi concetti è fuori dal comune. Es: non vediamo che non vediamo, la doppia negazione non porta ad un'affermazione cioè non vedere che non si vedere non significa vedere. Scopo: concetto di prim'ordine “qualcosa ha uno scopo” “qual'è lo scopo dello scopo” concetto di second'ordine concetti ontologici: la chiusura caratterizza quei concetti che possono essere applicati a se stessi. La condizione perchè un sistema sia chiuso è che la fine deve coincidere con il suo inizio.

Per quanto concerne la computazione, H.V. Foerster introduce concetto di macchina (già introdotto da Turing), facendo una distinzione tra MACCHINA BANALE e MACCHINA NON BANALE.

MACCHINA BANALE MACCHINA NON BANALE Imput-outputà schema stimolo-risposta Possiede uno stato interno che influenza ciò che farà.

Quando si agisce su di essa, può modificare il suo stato interno. Se le do lo stesso imput di prima, non è necessario che si comporterà nello stesso modoà principio fondamentale.

È determinata in maniera sintetica: quando è stata costruita, si è determinato il modo in cui doveva funzionare.

Determinata in maniera sintetica: possiamo costruirla come vogliamo

Determinabile analiticamente: se la si analizza, essa produce un risultato determinabile.

Dipende dalla storia

Indipendente dalla storia: qualunque si l’imput che le si da, non lo ricorderà seguendo le stesse leggi della volta prima.

Indeterminabile analiticamente

Prevedibile: quando le si da un certo imput, si sa ciò che farà la macchina.

Imprevedibile.

Domanda: universo è macchina banale o non banale? Von Foerster ritiene che sia una macchina non banale poiché noi siamo macchine non banali e vediamo tutto l’universo da un punto di vista non banale. Per trattare con macchine non banali ci sono 3 strategie:

• Ignorare il problema; • Rendere banale ogni cosa in modo da poterla trattare; • Prendere in considerazione la non banalità di ogni cosa con cui si ha a che fareà è un

metodo molto efficace perché porta a sviluppare nuove idee/strategie/opportunità affrontando la complessità degli eventi.

FRANCISCO VARELA: COMPLESSITA’ DEL CERVELLO E AUTONOMIA DEL VIVENTE

Nel 1946 si è tenuta una conferenza sulla cibernetica alla quale hanno partecipato 2 giganti intellettuali: John Von Neuman e Wiener, entrambi europei, matematici, insegnanti universitari. la loro è una delle controversie + interessanti e molto importanti al giorno d’oggi ma l'orientamento di John Von Neuman è stato quello predominante e ha costituito ciò che oggi è la scienza dei computer.

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John Von Neuman è una figura chiave nella progettazione della bomba atomica, politica nucleare USA, computer digitali. Norbert Wiener lavorò per l'esercito ma poi divenne un critico dello sviluppo delle armi.

VON NEUMAN WIENER Descrive le macchine calcolatrici in base 2. Queste macchine possono calcolare qualunque cosa/problema se questo qualcosa è presentato nel loro linguaggio. Inventore dei moderni computer.

Ritiene che le macchine di Von Neuman se si trovano davanti ad un paradosso, entrano in una serie di oscillazioni.

Per quanto concerne i meccanismi della cognizione: la cognizione è un’attività di problem solving (termine che indica l'insieme dei processi per analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche, è un'attività del pensiero che un organismo o un dispositivo di intelligenza artificiale mette in atto per raggiungere una condizione desiderata a partire da una condizione data. Quest’idea guida sia le macchine artificiali che lo studio dei sistemi viventi. È stato l’orientamento predominanteà ha dato il via alla scienza dei computer. Metafora : cervello = a computer. Ha fatto nascere idea di trattamento dell’informazione quale nozione centrale di scienza cognitiva. Aspetto autonomo e auto creatore di esseri viventi è stato trascurato.

Per quanto concerne i meccanismi della cognizione: la cognizione è un’azione autonoma, auto creatrice.

Si interessa a sistemi eternonomi, determinati dall’esterno. Hanno un tipo di organizzazione imput- output e una logica di corrispondenza.

Si interessa a sistemi autonomi, determinati da interno. Sono caratterizzati da chiusura operazionale, hanno logica di coerenza interna e producono un mondo.

Per molto tempo il principio generale per descrivere i sistemi è stato lo schema stimolo-risposta_ imputàoutput. Questo schema va bene quando si tratta con computer o circuiti di controllo ma non quando si ha a che fare con sistemi complessi come il sistema nervoso. Questi ultimi hanno infatti sono dotati di CHIUSURA OPERAZIONALE: le conseguenze delle operazioni del sistema, sono le operazioni del sistema. La chiusura si riferisce al fatto che il risultato di un’operazione cade ancora entro i confini del sistema stesso. Questo però non significa che il sistema non ha interazioni con l’ambiente esterno ad esso perché ciò implicherebbe isolamento. Quando si è capito che bisognava prendere in considerazione la chiusura sistemica, si è abbandonata l’idea di imput-output e di flusso di informazione.

ILYA PRIGOGINE: L’ESPLORAZIONE DELLA COMPLESSITA’

Oggi il problema della complessità è al centro di molte preoccupazioni. Prigogine si interessa molto al problema della complessità anche se era un fisico-chimico. La fisica classica voleva eliminare qualsiasi riferimento alla storia, la storia era concepita come qualcosa che esiste solo perché non comprendiamo le cause di un processo fisico. L’universo però non può essere ricondotto ad eventi indipendenti, non è così semplice. Abbiamo bisogno anche di

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eventi stocastici (probabili, casuali), abbiamo bisogno di reversibilità. Abbiamo bisogno di eventi casuali. Prigogine afferma una nuova logica scientifica. Alla base della sua prospettiva c’è una sfiducia sull’idea classica che la natura segua sempre la via + semplice. Al contrario, egli afferma che il funzionamento della macchina-natura è dovuto alla complessità dei processi a carattere irreversibile. Prigogine giunge a questa’idea analizzando il fenomeno della termodinamica chiamato entropia. In termodinamica l'entropia è una funzione di stato che si introduce insieme al secondo principio della termodinamica e che viene interpretata come una misura del disordine di un sistema fisico o più in generale dell'universo. In base a questa definizione si può dire, in forma non rigorosa ma esplicativa, che quando un sistema passa da uno stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta. Nell’evoluzione storica dell’universo, c’è infatti un evento eccezionale perché smentisce il graduale passaggio dell’energia, dall’ordine al disordine (l’entropia). Questo evento fu il sorgere della vita sulla terra e la conseguente esistenza delle varie forme di vita caratterizzate, come altri processi irreversibili, dall’autorganizzazione. Quest’ultima si eventua contro il presunto equilibrio dell’ordine naturale e quindi contro l’idea antiscientifica della semplicità dei fenomeni, alla quale va contrapposta la complessità, che è necessariamente assenza di equilibrio energetico (entropia) e disordine fisico. Si sviluppa quindi la fisica del non equilibrio avente alla base una dinamica non lineare. Il risultato + inaspettato di ciò è la presa di coscienza del ruolo costruttivo del non equilibrio: lontano dall’equilibrio si creano stati coerenti e strutture complesse che non potrebbero esistere in un mondo reversibile. In questo modo, la natura crea dei sistemi dissipativi quali gli esseri viventi. Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall'equilibrio termodinamico scambiando con l'ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando attraversati da flussi crescenti di energia e materia, possono anche evolvere, passando attraverso fasi di instabilità ed aumentando la complessità della struttura (ovvero l'ordine) e diminuendo la propria entropia (neghentropia). Il termine "struttura dissipativa" fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni '60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l'attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione dell'energia, discostando lo sguardo dalle situazioni statiche e di equilibrio generalmente studiate fino ad allora, e contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità. In natura i sistemi isolati sono solo un'astrazione o casi particolari, mentre la regola è quella di sistemi aperti che scambiano energia con i sistemi limitrofi e grazie a questo sono in costante evoluzione. La loro caratteristica è quella di influire sullo squilibrio dell’energia assorbendola e restituendola esternamente sotto forma di calore. In questi ultimi anni si è sviluppato un vocabolario della complessità avente come termini fluttuazione, stabilità, transizioni di fase. Tutti questi termini fanno riferimento al problema del TEMPO il quale è stato uno dei problemi studiati fin dagli inizi delle civiltà occidentali. L’esistenza di un tempo fisico separato da un tempo filosofico, è stato un problema centrale per le preoccupazioni di molti filosofi: da Heiddeger ad Aristotele. Quest’ultimo si pose la domanda: cosa è il tempo? Rispose a questa domanda affermando che il tempo è differenza, è moto, è una

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rappresentazione della differenza tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo. Quest’analisi fu ripresa da Heiddeger il quale individua una differenza molto forte tra passato e futuro. Egli mette in risalto che non è il tempo così come introdotto dai fisici a determinare tale differenza. E questo spiega il fatto che la scienza non è in grado di raggiungere l’essenza nel descrivere l’universo. Prigogine pensa che tutti gli sviluppi della scienza nell’ultimo decennio hanno dimostrato che il tempo è un elemento essenziale della fisica dell’universo. Il fatto che si è costretti a parlare di un universo in evoluzione, perché è l’unico modo per descrivere i fatti che si osservano, è una prova che la direzione del tempo non è una costruzione dell’uomo ma che è insita nella natura. Ed è per questo che non è più possibile fare una distinzione tra tempo fisico e tempo filosofico.

GOULD: IL DARWINISMO E L’AMPLIAMENTO DELLA TEROIA EVOLUZIONISTA

Darwin fu un celebre biologo, zoologo che divenne famoso per la formulazione della sua teoria dell’evoluzione. La sua opera biologia presentava due obiettivi:

1) Dimostrare la realtà dell’evoluzione; 2) Proporre la SELEZIONE NATURALE quale meccanismo primario dell’evoluzione. Questo

secondo fine aveva avuto la meglio. La selezione naturale è il meccanismo con cui avviene l'evoluzione delle specie e secondo cui, nell'ambito della diversità genetica delle popolazioni, si ha un progressivo (e cumulativo) aumento della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali per l'ambiente di vita.

Il darwinismo, presenta 2 affermazioni centrali e delle affermazioni periferiche legate ad esse: 1. LA CREATIVITA’ DELLA SELEZIONE NATURALEà la selezione naturale è la forza che

dirige l’evoluzione: crea fenotipi adatti conservando, generazione dopo generazione, gli organismi che si adattano meglio. La selezione naturale è un creatore perché costruisce l’adattamento passo dopo passo. Ci sono dei vincoli sulla natura della variazione genetica: - deve essere ABBONDANTEà richiede una grande riserva di materie prime; - deve essere a RAGGIO LIMITATO; - deve essere NON DIREZIONATA. Ci sono 2 asserzioni che sorreggono questo postulato:

• GRADUALISMOà il cambiamento evolutivo deve essere continuo, non deve avvenire per salti. Si ha una progressione lineare dell’evoluzione;

• PROGRAMMA ADATTAZIONISTAà se la selezione è creativa introducendo, generazione dopo generazione variazioni favorevoli in forme mutevoli, allora il cambiamento deve essere adattivo.

2. LA SELEZIONE OPERA PER MEZZO DEL SUCCESSO PRODUTTIVO DIFFERENZIALE DEGLI ORGANISMI INDIVIDUALIà la selezione è un interazione tra individui. Non ci sono leggi superiori che indicano ciò che è buono per le specie o gli ecosistemi.

Il darwinismo ha avuto successo e si è affermato dopo la morte di Darwin grazie alla SINTESI MODERNA che è “integrazione di diverse parti della biologia attorno ad un nucleo darwiniano”. Si è progressivamente sviluppata una ristrutturazione del darwinismo che vede anche l’attuarsi di 2 critiche attorno ai due temi principali:

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3) Critica al gradualismoà si prende sempre più coscienza che i cambiamenti evolutivi non seguono precise direzioni e non sono adattivi.

4) Critica all’adattamentoà l’adattamento non è una spiegazione esaustiva che si può dare a priori. Il cambiamento non è per forza di cose adattivo.

Il pensiero darwinista classico è riduzionista perché ritiene che solo gli organismi sono soggetti all’evoluzione e perché opera secondo una logica di “o questo o quello”: è una tendenza presente anche ai giorni d’oggi. Bisognerebbe superrare questa visione riduzionista accettando un modello gerarchico secondo il quale la selezione opera sugli individui a vari livelli contemporaneamente e in modi diversi.

ERIVIN LAZLO: L’EVOLUZIONE DELLA COMPLESSITA’ E L’ORDINE MONDIALE CONTEMPORANEO

In questo saggio vengono esposte 2 tesi principali: 1. Il corso dell’evoluzione è sottoposto, nonostante appaia disordinato, a delle leggi semplici e generali. 2. Queste leggi valgono per diversi sistemi quali quelli fisici, fisico-chimici, biologici e socioculturali.

Queste affermazioni sono però di natura ipotetica perché anch’esse possono essere soggette a cambiamento. Alla luce di ciò si può fare una distinzione tra 2 figure:

• SCIENZIATOà è uno specialista. Deve avere una grande conoscenza finalizzata per far fronte ai diversi fatti presenti in natura.

• GENERALISTAà deve conoscere molte cose e deve fare una scelta accurata di quello che conosce. Seleziona i dati/elementi della conoscenza dai risultati delle indagini condotte dagli specialisti. Lo scienziato generalista raccoglie questi dati in un tutto coerente e crea concetti e teorie situati su di un livello superiore a quello in cui sono situati i concetti e le teorie dello scienziato specialista.

Nel mondo contemporaneo i processi della vita sono divenuti instabili e complessi perché il mondo umano si evolve velocemente. Il suo corso non è chiaro ed il futuro è caratterizzato da incertezza. Le teorie, in questo caso, hanno ruolo di sopravvivenza.

Per creare sistemi dinamici, è opportuno avere un universo d campo unificato che integri anche il campo della fisica. Quest’ultima, se da una parte è sempre + integrata nel suo dominio, dall’altra parte non è ancora integrata al dominio del vivente. Per far si che ciò avvenga è necessaria una dinamica di fondo della trasformazione evolutiva che abbia le sue radici nei processi fisici ma che sia applicabile anche alla vita e alle scienze sociali. Negli anni 80, è sorta la TERMODINAMICA DEL NON EQUILIBRIO, una teoria che permette appunto l’integrazione della fisica al dominio del vivente. Questa teoria ritiene che i sistemi possono esistere in uno di questi 3 stati:

1. EQUILIBRIOà i flussi di energia e di materia hanno eliminato le differenze di temperatura e di concentrazione. Gli elementi del sistema sono mescolati in modo casuale ed il sistema è omogeneo e inerte.

2. STATO VICINO ALL’EQUILIBRIOàvi sono solo delle piccole differenze di temperatura e concentrazione. La struttura interna non è casuale e non è inerte. Questi sistemi tenderanno a muoversi verso l’equilibrio appena vengono eliminati i vincoli che li tengono in uno stato di non equilibrioà è un NON EQUILIBRIO LINEARE.

3. STATO LONTANO DALL’EQUILIBRIOà la struttura del sistema è caratterizzata da interazioni non lineari. Questi sistemi sono instabili e imprevedibili. Non tendono verso un equilibrio ma possono evolvere verso un nuovo regime dinamico completamente diverso dagli stati stazionari e da quelli vicini all’equilibrio.

Quanto più un sistema è lontano dall’equilibrio, maggiore è il numero dei possibili stati in cui il sistema può stabilizzarsi in seguito a perturbazioni critiche. Questo rende i sistemi di non equilibrio non prevedibili. Il fatto che i sistemi possano esistere in stati lontani dall’equilibrio, può spiegare il corso dell’evoluzione. Un flusso costante di energia che opera sui sistemi complessi, crea un costante processo di mescolanza casuale che mantiene il sistema entro il flusso. Gli anelli catalitici ( utilizzati dai sistemi viventi per mantenere le proprie strutture entro un flusso di energia), introducono il grado di stabilità necessario per dare coerenza e continuità al processo evolutivo.

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Bisogna ricercare le invarianti della dinamica dei processi evolutivi. L’evoluzione ha luogo quando una popolazione dominante di una specie viebe destabilizzata nel suo ambiente e quando dei mutamenti che si sono prodotti per caso alla periferia della specie si fanno strada attraverso cicli di dominanza preesistenti. Viene rotta la stasi dell’epoca e si crea un salto evolutivo dalla vecchia alla nuova specie. Lazlo ritiene che ci sono 2 tipi di specie, le specie specialiste e le specie generaliste.

SPECIE SPECIALISTE SPECIE GENERALISTE Sono adatte per un stretta nicchia ambientale, sono destabilizzate dai mutamenti delle relazioni tra clima e ambiente.

I mutamenti delle relazioni tra clima e ambiente le lasciano inalterate.

Caratterizzate da stabilitàà ECOSISTEMI STABILI ECOSISTEMI RESILIENTIà caratterizzati da resilienza: capacità posseduta dal sistema di far propri il cambiamento e le perturbazioni e di trovare le soluzioni di stato stabile.

Possiedono una stretta nicchia ambientale entro la quale hanno un alto rendimento ma al di fuori della quale possono sopravvivere.

Sono in grado di reagire ad un insieme di perturbazioni più ampio, di assorbire i cambiamenti e di fissarsi in un nuovo stato stabile anche attraverso un vasto ambito e una grande varietà di instabilità.

Secondo la teoria della termodinamica i sistemi possono esistere in un TERZO STATO lontano dall’equilibrio. I sistemi del terzo stato possono esistere in 2 o + stati stabili differenti. Però tutti gli stati possibili sono intrinsecamente instabili. Questi sistemi di fronte a perturbazioni che oltrepassano la soglia di tolleranza, sono interrotti e il sistema viene destabilizzato. A questo punto vi sono 2 possibilità:

• Trovare un nuovo stato stabile; • Disgregarsi nelle sue parti stabili.

Nei loro stati stabili i sistemi lontani dall’equilibrio sono resilienti rispetto alle perturbazioni. Il cambiamento vero e proprio, cioè l’evoluzione, secondo Lazlo, è la selezione di specie. Questo comporta destabilizzazione della popolazione dominante in seguito ai comportamenti critici delle relazioni tra specie e ambienti. Il cambiamento vero e proprio, quindi, è la SELEZIONE DI SPECIE, ossia un processo non lineare ma per salti che avviene attraverso la speciazione. Lazlo si pone una domanda: bisogna fermarsi al livello biologico o dobbiamo andare oltre nell’indagine? Bisogna renderci conto che le società pur essendo composte da individui umani biologici, sono molto di più perché queste persone/individui hanno molte relazioni tra di loro che conferiscono struttura e dinamicità al sistema sociale. Quest’ultimo, evolve e assume trasformazioni di per sé. Il fatto che gli individui agiscano in tanti e sempre diversi modi tra di loro, introduce instabilità e rumore nel sistema. Possiamo affermare che le società umane sono i sistemi prodotti nel corso dell’evoluzione. Nelle società gli individui non agiscono ognuno per conto proprio abusando della libertà, ma vi è una tendenza a ricercare coerenza. Le società non sono caotiche nel loro complesso ma mostrano modelli dinamici precisi. Non è tanto il modo ma il fatto che nelle società sia garantito questo comportamento coerente, che ci consente di dire che nelle società ci sono legami come avviene nei sistemi biologici o in quelli fisico-chimici. Sorge un'altra domanda: le società si creano, si conservano e cambiano seguendo gli stessi principi dei sistemi biologici e fisico-chimici? Riferendoci ad eventi storici si può dire che in linea di massima vendono seguite le stesse tappe: - ci sono perturbazioni date dall’esterno o interno; - si ha una destabilizzazione del sistema; - c’è una biforcazione seguita da una trasformazione. Oggi sembra che gli stati internazionali siano in una situazione di stallo e staticità, siano incapaci di raggiungere nuovi stati, sono sostanzialmente rigidi. È in corso una sfida:

• Per le società specialiste la sfida è diventare generaliste; • Per le società generaliste è diventare specialiste; • Per le società globali la sfida è di produrre + resilienza.

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G.BOCCHI: DAL PARADIGMA DI PANGLOSS AL PLURALISMO EVOLUTIVO. LA COSTRUZIONE DEL FUTURO NEI SISTEMI UMANI

La galassia è un immenso sistema di sistemi umani. Come mai l’uomo è l’unica specie intelligente nella galassia? A questa domanda viene fornita la risposta che sono gli ETERNI, ossia dei robot che tramite un ingegneria temporale sono riusciti a calcolare tra tutte le traiettorie possibili, la migliore per la specie umana. L’atteggiamento degli eterno rispecchia un po’ la visione che la scienza ha spesso assunto: il nostro è il migliore dei mondi possibili. Questo atteggiamento è il PARADIGMA DI PANGLOSS il quale si fonda sulle idee di selezione e adattamento per cui tutta l’evoluzione seguiva un corso ben preciso per giungere ad un determinato fine volto all’ottimizzazione della specie. Alla luce degli attuali sviluppi questo si rivela un semplice tentativo di auto conferma. Noi non viviamo in un mondo perfetto anzi, siamo spesso soggetti a difficoltà e vincoli che offrono anche possibilità e nuove vie di sviluppo. Non esiste un punto esterno in grado di spiegare tutto. Bisogna rendersi conto del rapporto costruttivo che esiste tra vincoli, contingenza e non predittività delle leggi. Gli organismi viventi devono coesistere con l’idea di un EQUILIBRIO PRECARIO, in ragione del fatto che essi sono composti da parti diverse e talvolta contrastanti. Del resto non si può dire che sia definibile una volta per tutte il ruolo costruttivo della contingenza nella storia degli esseri perché a volte è marginale, mentre altre può essere decisivo e determinante. A questo punto si può dire che sia caduta l’idea che esiste un luogo fondamentale di osservazione per abbracciare l’idea di un PLURALISMO EVOLUTIVO. Infatti le previsioni che facciamo non sono + una lettura di qualcosa già dato ma sono interpretazioni di eventi che cogliamo e di altri che invece non vediamo. Oggetto del discorso è ora la POSSIBILITA’, non la realtà. Questa linea di pensiero è accettata dalle scienze della natura che stanno mettendo in discussione i propri fondamenti, mentre incontra resistenze davanti alle scienze sociali, le quali però ne prendono sempre più coscienza avendo a che fare con la complessità degli uomini. Sostanzialmente non esiste una strategia migliore o vincente perché la costruzione dei sistemi umani dipende dall’interazione di più fattori.

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