LA STORIA ROMANA DALLE ORIGINI, Dispense di Storia Romana. Università degli Studi di Napoli Federico II
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LA STORIA ROMANA DALLE ORIGINI, Dispense di Storia Romana. Università degli Studi di Napoli Federico II

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Storia Romana Il «miracolo romano» Da un piccolo villaggio di pastori e contadini ad un impero che domina per otto secoli su gran parte dell’Europa occidentale e dell’Oriente.

Il problema delle origini Le origini di Roma sono narrate da autori della letteratura come Cicerone, Virgilio, Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, che però scrivono in un’era molto vicina alla nostra, che è quella Augustea: la tradizione leggendaria, infatti, è codificata e fissata una volta per tutte solo in quel periodo della storia letteraria, attraverso opere come l’Eneide, nella quale si narra però solo una delle tante tradizioni leggendarie. Anche Fabio Pittore, il primo storico annalista che vive nell’età di Annibale (iii secolo), tratta la storia delle origini come materia letteraria (usa anch’egli leggende e testi greci che gli permettono di risalire fino al 400). Pochi sono dunque i documenti certi che narrano le origini della città di Roma. Si parla invece di varie leggende, da una parte di Romè, figlia di Telefo, figlio a sua volta di Eracle, che avrebbe fatto di Roma una città Etrusca; si parla inoltre di Romos, figlio di Ulisse, secondo cui la città sarebbe stata greca. Non ci sono documenti scritti prima della fine del vii secolo (anche a causa dell’incendio gallico del 390 che ha distrutto gran parte del materiale). Per questo motivo dobbiamo fare affidamento soprattutto alle fonti archeologiche. Utensili e tombe rimandano al Paleolitico, al Neolitico risalgono l’addomesticamento degli animali, gli inizi dell’agricoltura, lo sfruttamento minerario e la costruzione dei primi abitati (palafitte sistemate ai bordi dell’acqua).

TERRAMARE. Con l’età del Bronzo appaiono a Nord, nella Pianura Padana, le TERRAMARE (soprattutto nell’Italia Settentrionale) dove cumuli di terra nera (terra mar(n)a = terra grassa) al di sopra di palafitte indicano l’ubicazione di villaggi di capanne di agricoltori. Lo sviluppo delle Terramare fra il 1650 e il 1200 circa a. C. le pone in rapporto di contemporaneità con le civiltà cretese e micenea, la guerra di Troia e il faraone Tutankhamon. E’ di questo periodo anche la costruzione del circolo megalitico di Stonehenge. Le terramare occupano la Pianura Padana centrale, sono quasi sempre circondate da fossati o terrapieni. La funzione dei fossati, generalmente percorsi da acqua, non è legata ad esigenze difensive, ma all’utilità di una riserva idrica preziosa per la vita dell’insediamento. Le case, disposte regolarmente all’interno del villaggio, sono costruite su piattaforme rialzate sostenute da palificazioni, probabilmente per isolarle dall’umidità. La società è organizzata secondo un modello “partecipativo” con il lavoro collettivo in cui il ruolo dei capi è ricoperto dai guerrieri. Importanti sono poi anche gli artigiani metallurgici che realizzano le armi. Gli altri membri della comunità si occupano delle attività legate al sostentamento: agricoltura e allevamento sono alla base dell’economia terramaricola, invece sono meno praticate caccia e pesca. Attorno al 1200 a. C. il mondo delle Terramare va in crisi e dopo qualche decennio i villaggi scompaiono. La fine di questo sistema va attribuita probabilmente ad una serie di cause naturali e dovute all’azione dell’uomo.

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Con la seconda parte del VII secolo, che vede i Latini ricorrere alla scrittura consonantica, iniziano i documenti epigrafici: ricordiamo la Fibula d’oro della tomba Bernardini di Preneste (Palestrina); il vaso di Duenos (composto da tre piccoli contenitori saldati insieme); un cippo quadrangolare in tufo posto sotto la pietra nera nel Foro (lapis Niger) sul quale compare una iscrizione bustrofedica (databile al vi-v secolo). A partire dal iv secolo e mano a mano che si avanza nel tempo, le fonti diventano sempre più numerose, e a partire dal iii secolo si aggiungono anche quelle numismatiche. Gli inizi della storia sono legati all’inizio dell’agricoltura (per Pigagnol 5000 a. C.; per Braudel 9000 a. c.), all’utilizzo dell’ossidiana per la fabbricazione di utensili (attraverso la radiazione al carbonio) risalenti quindi al 5000 a. C. I primi insediamenti si hanno perciò vicino all’acqua. Importante poi la costruzione delle prime imbarcazioni utilizzate per risalire i fiumi, successivamente l’evoluzione delle costruzioni delle navi (con vele e carene) permette anche di solcare i mari e quindi anche viaggiare per il Mediterraneo. In questo periodo si realizza quello che viene definito cosmopolitismo mediterraneo, cioè uno scambio non solo commerciale, ma anche di cultura tra i vari popoli che abitano il mar Mediterraneo. Durante il XII secolo le civiltà che sviluppano la tecnologia del ferro si scontrano con le civiltà del bronzo. La storia del Mediterraneo in questo periodo è attraversata da una lunga oscurità che si protrae per oltre mezzo millennio. Questo si ipotizza sia causato dalle incursioni dei popoli del mare, noti per le loro scorribande nel Mediterraneo orientale. Altri storici invece fanno riferimento a variazioni climatiche e terremoti devastanti. Questo lungo periodo tra i XII e il X secolo vede apparire anche: il ferro e la scrittura alfabetica.

CARTAGINE. Emerge a questo punto Cartagine che con il suo potere cambia completamente anche la storia del Mediterraneo. L’VIII secolo segna la conquista del Mediterraneo occidentale da parte dei Fenici. La leggenda vuole che intorno a IX secolo a. C. alcuni abitanti di Tiro migrano in Africa e fondano la città di Cartagine. Il racconto è tramandato da Virgilio che nell’Eneide fa raccontare a Didone la sua storia. Dopo che l’Egitto viene sottomesso da Assurbanipal nel 671 a. C e dopo che Nabucodonisor conquista Tiro nel 574, è Cartagine la città nuova fenicia che espande il suo dinamismo cosmopolita in tutto il Mediterraneo. La storia di Cartagine finisce per incrociare quella di Roma e le guerre puniche determinano il predominio romano sul Mediterraneo.

Roma e il Mediterraneo Il sito, lo sviluppo e tutta la storia di Roma sono condizionati, in larga parte, dalla posizione geografica. Delle tre grandi potenze mediterranee, l’Italia è la più favorita grazie alla posizione centrale tra la penisola Iberica e quella Greca. È anche quella maggiormente protesa verso il mare. Da tutto ciò deriva il suo ruolo di cerniera tra le correnti di scambio e quelle culturali provenienti dai due bacini del Mediterraneo come anche tra i popoli provenienti da Nord e quelli dal mare. Il Mediterraneo è un documento stratificato in cui passato e presente vivono insieme in un costante incontro. Il bacino orientale. È da millenni il cuore di grandi civiltà e spesso di imperi che si sono contesi il controllo delle sue acque e dei suoi circuiti commerciali: a sud l’impero egiziano dei faraoni; a est le città fenicie; a nord i Miceni (eredi

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della civiltà cretese che a partire dal II Millennio a. C. si avventurano lungo le coste della Sicilia, dell’Italia Meridionale e del Mare Adriatico. Da queste loro esplorazioni derivano le descrizioni delle coste italiche presenti nell’Odissea). Nell’VIII secolo i Fenici fondano basi commerciali in Sicilia, Sardegna e penisola Iberica. I greci li seguono facendo loro concorrenza non solo in Sicilia e nell’Italia meridionale, ma anche nella Gallia Meridionale. Il bacino occidentale. Risulta invece circondato da genti molto diverse, che vivono per lo più raccolte in tribù e in popoli, legate da un’economia prevalentemente agricola con cultura e religione strettamente connesse alle loro preoccupazioni quotidiane e guerriere. Nelle regioni dei Magreb i popoli berberi non vivono “ai margini della storia” perché hanno contatti con la Sicilia, la penisola Iberica e con i Fenici: la civiltà punica (o Fenici dell’Ovest) si impone nella Tunisia orientale con la ricca Cartagine, altrove sotto forma di basi commerciali disseminate lungo le coste. La penisola Iberica con il contrasto di fertili pianure costiere e altopiani dell’entroterra, è occupata da popoli con culture assai diversificate. A partire dall’VIII secolo entrano in attività i grandi centri minerari (ex. Valle del Guadalquivir) che attirano più tardi Greci e Fenici. I popoli della Gallia Meridionale a partire dall’VIII secolo vengono in contatto col mondo greco e con gli Etruschi (come dimostrano i rinvenimenti archeologici). L’entroterra. Importante per le grandi migrazioni che hanno spesso rivoluzionato la storia e trasformato il popolamento. Si ricordano:

• A Sud l’azione dei popoli del mare, Fenici e Greci ma anche i Siculi che, per alcuni, sarebbero le popolazioni primitive dell’Italia;

• A Sud i popoli del deserto, ex. Equidi allevatori di cavalli e conduttori di carri, gli avi dei tuareg;

• A Nord le invasioni indo-europee. In Italia i Latini sono probabilmente i più antichi popoli indo-europei giunti sulla penisola. Una parte si insedia nel Lazio, altri in Sicilia. Nella seconda età del Ferro si forma la “nazione gallica” caratterizzata da una produzione artistica originale, da un artigianato evoluto e da una religione in cui si mescolano forze naturali e animali.

L’arrivo dei popoli indo-europei (V-VI sec.) è uno degli avvenimenti maggiori della storia dell’Occidente che ha profonde ripercussioni sul popolamento dell’Italia.

L’Italia prima di Roma Alla metà dell’viii secolo, nel momento in cui la tradizione fissa la fondazione di Roma, l’Italia presenta tutta una serie di popoli o stabilmente stanziati, oppure ancora in movimento. Tra questi i popoli più importanti sono Etruschi e Greci, che influenzano anche il nascente villaggio che sta per diventare Roma. L’impero commerciale del Mediterraneo è nelle mani dell’Oriente, con i Fenici che hanno le loro basi, e i Greci che fondano le loro colonie.

Popoli dell’Italia primitiva Del substrato mediterraneo pre-indoeuropeo sussistono i Liguri; i Sicani, popolazione autoctona della Sicilia spinta verso sud-ovest dai Siculi appartenenti al fondo mediterraneo. A questi si aggiunge una serie di altri popoli che i Greci considerano globalmente come Pelagi ispirati alla dottrina di

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Dionigi di Alicarnasso e provenienti dall’Italia nel xii secolo per alcuni, nell’xi per altri. Per alcuni storici tutti questi popoli, che secondo il racconto leggendario tramandato da Virgilio sono all’origine della Roma primitiva, si riconducono ad una unità fondata su parentele mitologiche la cui origine si collocherebbe in Arcadia. Roma stessa, secondo Virgilio, sarebbe una fondazione arcadica. Dal II millennio nuove invasioni indo-europee portano in Italia nuovi popoli transalpini: i Veneti nella regione della foce del Po; alcune popolazioni celtiche (Insubri, Boi, Cenomani, Senoni, Lingoni, che si stabiliscono tra il vi-v secolo); gli Umbri, un tempo il popolo più esteso dell’Italia centrale; sullo stesso litorale Adriatico, i Piceni che si stabiliscono vicino ad Ancona; a sud (sopra il Lazio) Sabini e Sanniti, Dauni, Peuceti, Iapigi e Messapi intorno a Taranto, Marsi, Volsci, Campani, Oschi e Ausoni; ancora, ma sull’altro versante, Lucani e Brutii; in Italia centrale, invece, il popolo indoeuropeo più importante è quello dei Latini, stabilitisi tra il Tevere e i Monti Albani; a nord dei Latini, tra la valle dell’Arno e l’Appennino, nella cosiddetta Etruria, gli Etruschi, che hanno però origine ignota (tra l’viii e il vii secolo i Greci li chiamavano Tyrrhenoi, i Romani Tusci o Etrusci) e che avevano colonizzato anche alcune zone del nord della penisola, tra cui Felsina (Bologna), Melpum (Milano) e altre nel sud come Volturnum (Capua) e Pompei, dove si trovano alcune iscrizioni. Per quanto riguarda la cultura di queste popolazioni, non si può più mantenere la divisione tra quelle che praticano l’incinerazione (pop. indoeuropee) e quelle che praticano l’inumazione (pop. pre-indoeuropee). Si nota una relativa unicità dei generi di vita, pastorale (allevamento transumante) e agricolo, con la sopravvivenza di attività di caccia e pesca.

Le lingue parlate Regna anche una varietà di lingue, anche se alcune mostrano affinità. È confermata dai linguisti anche l’esistenza di una lingua unica indoeuropea e molto arcaica in cui alcune parole conservano la loro origine indoeuropea, e designano soprattutto nomi della vita religiosa, della vita costituzionale e familiare (es. rex, flamen, pater, mater). Oltre al latino, si parlava altre lingue indoeuropee come il falisco, il veneto, l’umbro e l’osco (utilizzato da tutti i popoli dell’italia del sud-ovest). Non indoeuropee sono invece il ligure, il messapico, lo iapigio (che hanno affinità con l’illirico) e l’etrusco.

La cultura etrusca È caratterizzata da 3 elementi:

• E’ una civiltà urbana, che rispetto dunque ai villaggi delle altre popolazioni possiede città con tanto di mura, costruzioni in pietra, e una federazione di dodici città-stato governate da magistrati (o eventualmente da un dittatore [mastarna] che agisce allo stesso modo di quello romano). Inizialmente il popolo è governato dai re (lucumoni), che hanno come simboli i fasci e delle insegne (la corona d’oro e lo scettro sormontato dall’aquila). La società è patrizia e quasi feudale, da una parte ci sono i principes, cioè i notabili, che detengono il potere finché la plebe non prende il sopravvento e si afferma con forza, dall’altra un’immensa classe servile (gli schiavi possono diventare liberti e a quel punto legarsi anche ad una clientela).

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• È una civiltà materialmente e tecnicamente evoluta, perché pratica il drenaggio dei suoli ed è esperta nella scienza idraulica, attraverso la quale si irrigano i campi da coltivare. L’artigianato è molto praticato, non solo si lavora la ceramica, ma si estraggono anche da giacimenti e miniere lo stagno, il rame e il ferro (per esempio dell’isola d’Elba) a fini commerciali.

• La cultura assicura un primato incontestabile in 3 ambiti: • la religione è rivelata attraverso libri sacri di profeti (Tagete il più

importante), che riportano precetti su come interpretare fulmini e tuoni, come vivere in città tra gli uomini, come analizzare le viscere delle vittime sacrificali, o sulle conoscenze necessarie per la discesa degli uomini nell’aldilà, che per gli Etruschi è diviso tra un Paradiso ed un Inferno (secondo influenze orientali e greche) governato da bestie feroci, mezze animali e mezze uomini, spesso irose, ma che possono venire placate tramite il sangue di combattenti (da ciò, secondo alcuni storici, il munus gladiatorium). C’è anche un pantheon di divinità assimilabili a quelle greche.

L’arte è un altro elemento importante per quanto riguarda gli Etruschi, influenzati soprattutto dall’ellenismo: nella scultura a tutto tondo, nel bassorilievo, nelle decorazioni in terracotta dei templi, nella pittura e nella produzione di ceramica; nell’architettura che a Roma ha notevoli ripercussioni sia sull’urbanistica che sull’edilizia templare. Tratto distintivo di ogni città etrusca sono le necropoli, dove si possono notare alcuni elementi stilistici greci, nonché grande ricchezza dei corredi. Si occupano anche dell’urbanistica, costruendo strade o ponti, ed edifici templari.

• La lingua etrusca non è considerata una lingua indoeuropea, ma si cercano affinità con il basco, il caucasico o dialetti preellenici. Gli Etruschi hanno insegnato ai popoli della penisola l’alfabeto e a leggere.

Influenza fenicia nel mediterraneo A partire dall’xi secolo a.C. alcuni navigatori fenici effettuano delle ricognizioni sulle coste africane e spagnole, e anche gli Etruschi, tra l’viii-vii secolo attraversano un periodo orientalizzante che si traduce nella presenza in alcune grandi sepolture di oggetti o fabbricati alla maniera fenicia, o proprio importati dalla Fenicia. Inoltre, è documentata la presenza di mercanti Fenici anche in altre zone della penisola, come in Sicilia, Sardegna, Malta, ma anche nella stessa città di Roma, dove tra l’viii-vii secolo una colonia si è stabilita nel Foro Boario. I Fenici danno vari apporti alla civiltà occidentale: ex. l’alfabeto in uso a Biblo alla fine del II Millennio è all’origine sia di quello greco che di quello etrusco da cui, poi, deriva quello latino. I Fenici dunque insegnano a scrivere agli Etruschi che, a loro volta, lo insegnano ai Romani.

I Greci in Italia (Calabria) e in Sicilia L’arrivo dei Greci in occidente, soprattutto nell’Italia meridionale e in Sicilia, conosciuto attraverso testimonianze letterari e reperti archeologici, costituisce uno degli avvenimenti principali nella storia del Mediterraneo del I Millennio a.

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C. Il popolo greco si stanzia tramite alcune colonie in Italia meridionale, in particolare nella zona della Sicilia, ma anche in Calabria, dove riesce facilmente a fondare nuove città a partire dal viii secolo a.C. Cuma sembra essere la città, insieme ad Ischia, più antica e più a settentrione di quelle colonizzate. In Sicilia i Calcidesi fondano Nasso; i Megaresi si stabiliscono a Megera Iblea; i Corinzi a Siracusa. Tutti i popoli che già vivono in quelle zone sono sottoposti a quella che oggi si chiamerebbe acculturazione, cioè un processo di ellenizzazione, che riguarda poi, in seguito (e in varie fasi) anche la città di Roma. Tanto più che è stato osservato che la città di Roma viene fondata circa negli stessi anni di quella achea di Sibari, e la fine della monarchia romana coincide forse non troppo casualmente con quella della caduta di Sibari. Ciò che è certo è che comunque i Greci commerciano con Roma fin dal vii secolo a.C., come testimoniano alcuni reperti archeologici ritrovati nella zona del Foro o sul Palatino. Esercitano quindi una profonda influenza sulla cultura romana in via di formazione: su diritto e istituzioni, ma anche su arte, letteratura e religione. Fondamentali sono la nascita e lo sviluppo del pensiero pitagorico, nato con Pitagora, emigrato a Crotone (si racconta che Numa Pompilio sia suo allievo). Anche la letteratura romana eredita molto dalla cultura greca e dalla Magna Grecia, tanto più che i primi autori latini vengono da Taranto e dall’Apulia (Livio Andronico e Ennio), o da Capua (come Nevio), mentre la commedia è inventata da Epicarpo, un siceliota. A causa della densità di città fondate dai Greci, Polibio (vi secolo) arriva a definire questa parte dell’Italia Magna Grecia, definizione che viene poi ripresa da Cicerone. E’ in un’Italia dal popolamento estremamente complesso, in mezzo a popolazioni assai mescolate, ma dominate da due culture avanzate (etrusca e greca), che nasce Roma.

CRONOLOGIA BREVE: 900-750 a. C Etruschi in Toscana 616 Taruinio Prisco primo re etrusco a Roma 535 massima espansione, gli Etruschi arrivano in Corsica 509 caduta della dinastia Tarquinia a Roma 90 gli Etruschi diventano cittadini romani.

Nell’VIII secolo la Grecia estende la sua influenza nell’Italia Meridionale. Magna Grecia viene denominata l’area geografica colonizzata. Il processo di colonizzazione non riguarda solo le città della costa, ma anche l’entroterra, come indicano iscrizioni e reperti archeologici.

ROMA E I LATINI Roma, fondata nell’VIII secolo vede nei suoi primi anni numerose lotte interne e vive dei periodi molto travagliati caratterizzati da scontri con altre popolazioni dell’Italia centrale. In tali anni, scarsamente documentati dalle fonti (la maggior parte delle informazioni si hanno dall’Ab Urbe Condita di Tito Livio che però scrive molti secoli dopo, nel I secolo d. C.). Roma si espande sottomettendo i popoli che la contrastano, primi fra tutti i latini, da cui i Romani stessi discendono e che non vedono con simpatia l’ascesa della città sul Tevere. Le prime discrepanze tra Roma e i Latini si verificano sin dall’età monarchica, durante il regno di Anco Marzio. Le lotte con i Latini proseguono anche durante la Repubblica, prendendo vigore soprattutto dopo l’invasione gallica del 390 a.

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C.: le città latine, prima sottomesse con un trattato nel 493, colgono l’occasione per ribellarsi ai Romani, indeboliti dal saccheggio gallico. Nel 508 Porsenna, re di Chiusi (allora nota per essere una delle più potenti città dell’Etrulia) parte da Roma, dopo aver terminato la sua guerra contro essa, con un trattato di pace. Nel 501 giunge a Roma la notizia che 30 città latine si sono unite in una lega contro Roma su iniziativa di Ottavio Mamilio di Tusculum. A causa di ciò, e anche per una disputa con i Sabini, Tito Larcio viene nominato primo dittatore di Roma, con Spurio Cassio come magister equitum. Tuttavia la guerra con i Latini si sviluppa almeno dopo due anni, nel 499 a. C. e nel 496. Con la guerra latina, Latini e Volsci fanno un ultimo tentativo per liberarsi del dominio romano. Ancora una volta, però, Roma è vittoriosa. Nel piano di pace che segue Roma, annette alcuni stati a titolo definitivo, mentre altri rimangono autonomi. La lega latina, inoltre, viene sciolta. Invece gli stati latini che sono rimasti, si legano a Roma da trattati bilaterali separati. I Campani, che si sono schierati con i Latini, sono organizzati come “civitas sine suffragio”.

La formazione di Roma: da Romolo ai Tarquini Sul piano storico è difficile pronunciarsi sugli inizi, zeppi di leggende, di Roma, ci si deve attenere alle scoperte archeologiche per cui risulta molto chiaro che ai re di origine latina e sabina, agli inizi del VI secolo, si sostituiscono sovrani di origine etrusca ai quali si deve l’organizzazione urbana di ciò che fino ad allora era un insieme di villaggi.

21 aprile 753 a.C. E’ la data fissata idealmente come nascita di Roma, nonché dies natalis di Romolo stesso. Secondo gli autori greci, viene chiamato in causa un re Arcade, Evandro, che si sarebbe stabilito sulla riva sinistra del Tevere dove, accolto dal re degli Aborigeni, si sarebbe poi fermato sul colle Palatino. Tutto ciò 60 anni prima della guerra di Troia. Evandro stesso, poi, avrebbe accolto Eracle nel foro Boario. Gli stessi autori greci fanno intervenire anche Enea, che dopo la caduta di Troia si sarebbe rifugiato nel Lazio. Gli autori latini (come Fabio Pittore intorno al 200 a. C.), invece, raccontano la storia di Romolo e Remo, che avrebbero fondato la città su un colle. Queste leggende si sono combinate prima di essere esposte nella forma definitiva da Tito Livio e Virgilio, e sono incentrate su due personaggi, Enea e Romolo. Enea è figlio di Anchise e di Venere e ha fondato nel Lazio Lavinio; suo figlio, Ascanio (che i Romani chiamano Iulo per consacrarlo antenato dei Giulii) ha invece fondato Alba Longa. Romolo, suo discendente (alcuni lo considerato nipote di Enea) ha a sua volta fondato Roma. Con il fratello Remo, figli gemelli del dio Marte e di una vestale albana, si stabiliscono sulle rive di Alba Longa sulle rive del Tevere dove fondano la città tra il 754 e il 748. Capanne Romulee. L’archeologia conferma alcune leggende. E’ il caso dei fondi di capanne rinvenute nel 1907 e scavati nel 1949 sul Palatino, nei pressi dell’area dove i Romani conservano il ricordo della casa di Romolo (casa Romuli). Carandini ha riportato alla luce prima delle case aristocratiche del 530 a. C., poi le mura fortificate (dal 750 al 725 a. C.) distrutte nel 579-544. Dopo di

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ciò i 7 colli vengono racchiusi all’interno di nuove mura. Storici e archeologi convergono nel sostenere che nell’VIII secolo a. C. il Palatino viene racchiuso da mura per difendere un villaggio. Il ritrovamento di 4 capanne consente di ricostruirne l’aspetto. Queste capanne di forma oblunga, a pianta rettangolare o ellittica, dagli angoli arrotondati misurano 4,80x3,40 metri circa. Le buche, scavate lungo il perimetro, segnano i punti dove sono alloggiati i pali che reggono il tetto; all’esterno una canaletta raccoglie e smaltisce le acque. Al centro, in una buca più profonda, è sistemato il focolare. Infine su un lato, resta l’incavo della porta. I muri sono realizzati con canne rivestite di argilla. Altri fondi di capanna sono stati portati alla luce in un’altra area del Palatino. Altre capanne sono apparse nell’area del Foro. Intorno alla metà dell’VIII secolo la capanna subisce dei cambiamenti. Tra i molteplici abitati, quello del Palatino e delle sue pendici, gioca un ruolo fondamentale. Di recente, poi, è stato trovato anche un centro abitato protetto da alcune mura, appartenenti ad un periodo che risale al viii-vii secolo. Questo tipo di costruzioni sono attribuite agli Etruschi, e poiché nelle vicinanze (nel Foro) si trovano anche delle necropoli, con all’interno corredi funebri formati da armi, elmi e addirittura un carro da combattimento, è da ritenere che si trattasse non di antichi Romani, ma di un popolo guerriero dal quale con delle mura i popoli del Palatino si erano difesi. Tito Livio ha poi sottolineato l’importanza del fiume Tevere, che è un crocevia di strade, via di transito per le importazioni e le esportazioni. Ma non va dimenticata l’isola Tiberina che rende guadabile il fiume ai pastori e alle mandrie transumanti che possono trovare, in caso di pericolo, rifugio e protezione.

Cause della formazione delle leggende della Roma antica Le leggende di questa prima parte della storia romana si sono formate da una base di folklore italico, al quale si sono aggiunti elementi di storiografia greca, e spiegazioni eziologiche; da questi elementi si è poi sviluppata una vulgata non sempre coerente. Dunque Roma non è stata fondata il 21 aprile del 753 a.C., ma è anzi il risultato di anni, secoli di cambiamenti sul suolo italico e nella zona in cui effettivamente si stanziano le prime comunità di pastori che successivamente diventano il grande popolo romano. Questa società arcaica è di tipo pastorale, ed impone il culto totemico del lupo e il rito arcaico dei Lupercali (14 febbraio).

L’ETA’ REGIA Secondo la tradizione la fondazione di Roma risale al 753 a. C. La caratteristica principale della monarchia romana è quella di essere elettiva. Il re deve essere affiancato nelle sue funzioni da un consiglio di anziani, chiamati i patres. Questi uomini rappresentano il nucleo di quello che poi sarebbe stato il senato. Il potere del re deve trovare una limitazione di fatto in quello detenuto dai capi delle gens principali, è anche il supremo capo religioso.

I sette re di Roma

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La monarchia romana sarebbe durata, secondo Fabio Pittore, sette generazioni di 35 anni ciascuna, ovvero 245 anni divisi in 7 re, a partire dallo stesso Romolo. In realtà anche tutto questo è costruito dai Romani stessi e dalla lunga tradizione storiografica posteriore; elaborati infatti sono i giochi di dualismo tra «il buono e il cattivo», Romolo e Remo, uno prescelto e l’altro respinto, l’associazione di Romolo e Tito Tazio che segnano i buoni rapporti tra la civiltà dei Romani e quella dei Sabini, la successione Romolo/Numa Pompilio, fondatori rispettivamente della politica e degli aspetti religiosi. Questi dualismi sono inoltre prefigurazione della diarchia consolare repubblicana, nonché della divisione tra patrizi e plebei.

Chi e’ realmente Romolo? Lo si dice figlio di Enea o di Lavinio, re del Lazio, e di una troiana, Romé. Plutarco ci parla di tutte le varie leggende nella sua Vita di Romolo, confrontandole con quelle del mitico fondatore di Atene, Teseo. Viene messo in evidenza dagli studiosi moderni come l’eroe che è riuscito a riunire tutti gli abitanti dell’Attica sia assai diverso dal costruito, artificiale Romolo, che non ha personalità mitica o storica al di fuori del mito, ed è nato come risposta al fatto che i Romani non possiedono una mitica «storia delle origini». Romolo non è altro che una posteriore identificazione con Quirino (Romolo divinizzato, appunto); tuttavia è anche sostenuto da alcuni critici che Romolo potrebbe essere il capo di bande che vivono di pastorizia e brigantaggio, tanto più che il suo dies natalis, il 21 aprile, è anche la data in cui si celebra la festa dedicata a Pale, divinità femminile protettrice degli armenti. Secondo la tradizione a fondare Roma è Romolo, nato dal Dio Marte e da Rea Silvia, figlia del re Numitone di Alba Longa. Silvia lo abbandona assieme al fratello Remo sulle rive del Tevere perché teme che lo zio, che ha usurpato il trono di Numitone, li voglia uccidere in quanto discendenti. Romolo e Remo sono allattati da una lupa e poi allevati dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia. Ma l’unione tra i due fratelli si rompe quando Numitone torna sul trono e chiede ai suoi discendenti di fondare una città, appunto Roma. Così Romolo uccide il fratello Remo e diventa il primo re di Roma. La nascita di Roma come città e come centro urbano organizzato, si colloca nel momento in cui gli Etruschi espandono la loro influenza nell’Italia centro meridionale e la loro presenza a Roma è testimoniata da numerose leggende e da iscrizioni in lingua etrusca rinvenute nel Foro Boario e ai piedi del Campidoglio. Gli Etruschi introducono nuove tecniche di costruzione in pietra che arrivano a racchiudere i 7 Colli. Gli abitanti di Roma sono quindi: inquilini (se residenti all’interno delle mura) o exquini (fuori le mura). Altra novità che portano gli etruschi, in particolare Servio Tullio, è l’organizzazione dei quadri amministrativi e dà avvio alle istituzioni politiche e sociali. Il popolo romano viene quindi diviso in: comizi curiazi (3 tribù, 30 curie), comizi tributi (4 tribù urbane e 17 rustiche), comizi centuriati (6 classi e 193 centurie).

Romolo e l’organizzazione politica di Roma. Secondo la tradizione è il figlio di Enea, o di Lavinio, re del Lazio e di una troiana. Plutarco parla di tutte le varie leggende nella sua “vita di Romolo” confrontandole con quelle del mitico fondatore di Atene, Teseo. Viene messo in evidenza dagli studiosi come l’eroe che è riuscito ad unire tutti gli abitanti dell’Attica sia assai diverso dal

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costruito, artificiale Romolo, il quale non ha personalità mitica o storica al di fuori del mito e nasce come risposta al fatto che i romani non possiedono una mitica storia delle origini. Romolo non è altro che una posteriore identificazione con Quirino (Romolo divinizzato); tuttavia alcuni critici sostengono che Romolo potrebbe essere un capo di bande che vivono di pastorizia e brigantaggio. Durante il periodo monarchico l’organizzazione politica di Roma è basata su una monarchia elettiva costituzionale, dato che i poteri sono divisi tra: il re, il senato e i comizi curiati. Il re è la massima autorità dello stato e detiene tutti i poteri: politico, religioso, militare e giudiziario. Il re è considerato un intermediario tra gli uomini e gli dei di cui interpreta la volontà. Per questo motivo è lui a fissare:

• I giorni fasti, nei quali è possibile svolgere attività come convocare le assemblee e amministrare la giustizia;

• I giorni nefasti in cui queste attività sono vietate. Il senato è costituito dai capi delle famiglie aristocratiche che vengono chiamati senatori da “senex”, cioè vecchio. Il senato viene chiamato anche assemblea degli anziani e in origine è formato da 100 romani e 100 Sabini.

I sette re sono: • Romolo, romano, fondatore politico; 753-716 a. C.. Gestisce Roma da

solo e la sua prima riforma è decisiva: divide la popolazione in due grandi gruppi, da un lato i patrizi e dall’altro i plebei. Ai primi spettano tutti i diritti politici e gli incarichi amministrativi e religiosi, ai secondi nulla, solo l’obbligo di coltivare i campi e di lavorare nelle botteghe artigiane. Inoltre fraziona il territorio in tre parti uguali: un terzo è proprietà privata dei cittadini; un terzo è suolo pubblico; un terzo è destinato ad esclusivo uso religioso o del re.

Numa Pompilio, sabino, fondatore della religione; 715-673 a. C. E’ il primo re sabino; abbandona lo spirito bellicoso di Romolo e si dedica all’organizzazione religiosa: costruisce templi per gli dei, istituisce i collegi sacerdotali e aggiunge altri due mesi al calendario romuleo. Divide la popolazione per mestieri seguendo una logica corporativistica.

Tullio Ostilio, romano, fondatore della potenza guerriera; 673-641 a. C. Con lui si torna allo spirito bellicoso di Romolo. E’ il primo re ad ampliare i confini di Roma oltre le campagne che la circondano. Distrugge la città di Alba Longa e deporta i suoi abitanti sul colle Celio. Con lui i senatori iniziano a riunirsi in un luogo chiuso per la prima volta, all’interno della Curia Hostillia e non nel foro all’aperto.

Anco Marzio, sabino, 641-616 a. C. nipote di Numa Pompilio, è l’ultimo re sabino e, pur essendo di animo mite, continua il filone bellicoso di Tullio Ostilio, ma solo a scopo difensivo. Fa costruire il porto di Ostia e migliora la navigabilità del fiume Tevere per permettere alle imbarcazioni che trasportano sale di risalire la corrente. Roma si impone come importante polo marino.

Tarquinio Prisco, etrusco; 616-579 a. C. Anco Marzio ha un importante consigliere di origine etrusca, Lucumone di Tarquinia che in patria non è riuscito a conquistare il regno, per questo la moglie gli consiglia di unirsi a Roma. Così cambia il suo nome in Lucio Tarquinio Prisco e si iscrive alla tribù dei Luceri. Alla morte di Anco Marzio viene eletto nuovo re. Si interrompe così l’alternanza tra latini e sabini e inizia la dinastia etrusca. Tarquinio è un grande guerriero, fa costruire il Circo Massimo e inizia i

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lavori di realizzazione della Cloaca Massima, il grande sistema fognario della città. Fa lastricare le strade e abbellisce il Foro. Ma Roma diventa grande e una legione di 3000 uomini non basta più per proteggerla così aumenta il numero di cavalieri provenienti da ciascuna tribù, ne esige 600. Infine aumenta il senato di altre 100 unità introducendo i pater familias dei Luceri. Muore assassinato.

Servio Tullio, etrusco; 579-535 a. C. Ad uccidere Tarquinio Prisco è uno dei figli di Anco Marzio che si sente usurpato del trono che gli spetta alla morte del padre. Sfortunatamente per lui, la moglie di Prisco è ancora una volta determinante, facendo diventare re suo genero Servio Tullio, uomo di umili origini, ma con una buona reputazione perché si è distinto in battaglia e in campo amministrativo. Appena incoronato attacca le città etrusche di Cere, Veio e Tarquinia e le ingloba nei domini di Roma. Con un’importante riforma elimina l’antica divisione tra patrizi e plebei attraverso quella che viene chiamata riforma serviana. Ordina il censimento degli abitanti di Roma e del loro patrimonio, riorganizza le tribù facendole passare da 3 a 4, non più in base all’etnia, ma alla residenza. Esse sono: tribù Collina (colle Quirinale), tribù Esquilina (colle Esquilino), tribù Palatina (colle Palatino) e tribù Suburbana (colle Celio). La popolazione viene divisa in sei classi/fasce in base al patrimonio. Non importano più lo stato di nascita plebeo o patrizio, ma il patrimonio. Ogni comizio centuriato esprime un voto, ma nonostante le riforme, per i patrizi cambia poco, sono ancora loro la prima classe che si sobbarca i più grandi onori e oneri. Aumenta certamente la possibilità di una scalata sociale: ma il servizio militare e la vita politica allontanano dai propri campi che non forniscono più reddito se non lavorati, per questo sono favoriti i patrizi che usufruiscono di schiavi che li sostituiscono nei campi durante la loro assenza, questo non accade per le fasce di reddito inferiori che non possono permetterselo e per questo molto spesso rinunciano alla vita politica. In ogni caso grazie a queste riforme, l’esercito viene rinforzato e diviso in due gruppi: gli juniores, uomini fino ai 45 anni impegnati nelle guerre e i seniores tra i 46 e i 60 anni che provvedono alla difesa della città.

Tarquinio il Superbo, etrusco, 535-509 a. C. L’ultimo re della dinastia etrusca e l’ultimo re di Roma è Lucio Tarquinio detto il Superbo. Il soprannome perché è un despota che ha meriti dal punto di vista militare, ma che in politica interna è temuto e si impone per la sua ruvidezza. Sue le vittorie sui Volsci, gli Equi e i Rutuli. E’ sua l’idea di sottoscrivere un trattato di navigazione con la città fenicia di Cartagine, la più grande potenza del Mediterraneo occidentale. Il suo governo assolutistico, però, crea dei malumori e il malcontento dei suoi vicini. Per questa ragione e per il peso sempre maggiore che assume l’aristocrazia durante il suo governo, Lucio Tarquinio viene cacciato e abolita la monarchia. Depone il re precedente e ne impedisce la sepoltura (atto fortemente sacrilego), dispone postazioni strategiche sulla costa e istituisce una guardia del corpo armata formata da romani e stranieri. Ostile all’aristocrazia, accentra il potere su di sé, annoda alleanze con altre famiglie (anche straniere) e fa crescere lo splendore della città in modo da accattivarsi il popolo. La partenza di Tarquinio il Superbo da Roma è dovuta all’intervento del re di Chiusi Porsenna. Taquinio muore a Cuma nel 495 a. C. e con lui anche la monarchia etrusca. Le rivolte dei

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patrizi, dei popoli italici e degli abitanti delle colonie della Magna Grecia sono le ragioni storiche che determinano l’avvento della RES PUBLICA a Roma.

La Roma etrusca La nascita di Roma come città e centro urbano organizzato, è legata all’insediamento etrusco nell’Italia centro-meridionale. Il loro imperialismo conduce, a partire dal VII secolo, alcuni di loro lungo le rive del Tevere. Al VI secolo risalgono gli inizi della nuova dinastia composta, secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, Tullio Servilio e Tarquinio il Superbo. Anche se nomi e cronologia restano incerti, è invece certa la presenza etrusca, documentata dall’esistenza di un Vicus Tuscus alle pendici del Palatino, da numerosi vasi di bucchero, iscrizioni in lingua etrusca che accompagnano oggetti diversi. Leggende e documenti archeologici indicano anche una complessa azione militare di condottieri.

Il principale apporto della dominazione etrusca è urbano: al VI secolo risale la fondazione della città di Roma caratterizzata da opere civili quali:

1. la bonifica delle aree acquitrinose. A Roma si inizia il prosciugamento e quindi la pavimentazione dell’umida valle del Foto. Particolarmente spettacolare è la costruzione della Cloaca Massima, il grande canale collettore che sfocia nel Tevere e valle dell’odierno Ponte Rotto. A questo segue lo sviluppo dell’agricoltura nel Lazio e in Campania, che comportano profonde trasformazioni nella vita rurale e la comparsa delle prime grandi proprietà;

2. l’introduzione di nuove tecniche di costruzione in pietra, e importanti lavori urbanistici. Innanzitutto la costruzione di una cinta muraria a difesa urbana. Si succedono 2 cinte: la prima del VI secolo a. C realizzata in blocchi di cappellaccio ben tagliati e disposti in assi regolari che però si deteriora in occasione della presa di Roma da parte dei Galli (390 o 387) e viene ricostruita in blocchi tagliati in maniera meno precisa e, secondo Tito Livio, risale al 378. Alle capanne e alle necropoli arcaiche, si sostituisce la piazza pubblica (uno degli elementi distintivi per una città, sul modello dell’agorà greca). Appaiono anche nuovi templi, costruiti in pietra (prima erano in legno) con rivestimenti decorativi in terracotta (risalenti al VI secolo).

Il vero cambiamento però è nell’organizzazione della città e dei suoi quadri amministrativi e nelle sue istituzioni politiche e sociali; tali cambiamenti vengono favoriti dalle famose (ne parlano Livio e Dionigi di Alicarnasso) riforme di Servio Tullio, che organizza politica ed esercito su base timocratica (il più conosciuto tra i sovrani etruschi, proprio per questo motivo: secondo alcuni è un ex servo, secondo altri, come l’imperatore etruscologo Claudio, è un condottiero forse etrusco chiamato Ma starna, cioè dittatore, che si rende signore di Roma dopo aver eliminato il partito dei Tarquini). Si tratta dell’avvenimento che costituisce il fenomeno più importante della storia del VI secolo a. C.

Le riforme di Servio Tullio

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1. Quadri amministrativi. I cittadini vengono distribuiti in curie e tribù, non più etniche (3) ma territoriali (4 urbane corrispondenti alle 4 regioni di Roma più una decina di tribù rustiche): tutti sono domiciliati in una certa zona ed obbligati a rimanervi, nonché a pagare delle tasse (con conseguente scomparsa del sistema curiato).

2. Organizzazione sociale. Con il sistema gentilizio le tribù sono divise in 10 curie, quindi ci sono 30 curie, ognuna con un nome diverso secondo il sistema numerico organizzato da Varrone, che per alcuni rimane un uomo «ossessionato dalle cifre». Con Servio Tullio, al sistema curiato se ne sostituisce uno censitario che è basato sul domicilio e sulla ricchezza, stabilita attraverso un census (censimento dei cittadini romani liberi e dei loro rispettivi beni) dal quale deriva una classifica sociale ed una conseguente distribuzione dei diritti politici in base alla ricchezza. Si esprime politicamente attraverso i comizi centuriati, e in una nuova organizzazione dell’esercito. La classifica sociale stabilisce 5 classi di cittadini, divisi in base alla quantità di assi posseduti. Tale classifica non corrisponde, in realtà, alla ricchezza reale dei cittadini romani dell’epoca [quando la ricchezza viene valutata in unità di terra (IUGERA) e capi di bestiame (PECUNIA DA PECUS= MANDRIA e più tardi il termine indica la moneta), ma equivale semplicemente ad un valore limite entro il quale rientra il cittadino con i suoi beni], più la classe dei capite censi, ovvero coloro che possiedono meno di 11.000 assi (limite per poter accedere alla 5° classe).

3. Organizzazione dell’esercito. L’esercito romano è formato dagli stessi cittadini che hanno (come ricorda Livio) diritti e doveri non solo civili, ma anche militari: per questo devono praticare la militia, cioè il servizio militare. Ciascuna delle cinque classi di cittadini è divisa in centurie (gruppi di 100 uomini), delle quali una metà deve essere di juniores (17 – 46 anni), cioè l’effettivo dell’esercito, mentre l’altra metà comprende i seniores (46 – 60 anni), ovvero le riserve. Armamento e vettovagliamento sonoa carico del cittadino stesso, e questo significa che i meno abbienti (capite censi, cioè quelli che non possiedono altro che la propria testa) non possono combattere, così come gli schiavi, i liberti e i cittadini privati dei loro diritti civili. La classe sociale che possiede più centurie, dunque più combattenti, è la prima, che ne ha 98 (18 cavalieri + 80 fanti); la 2°, la 3° e la 4° classe forniscono 20 centurie di fanti più 2 centurie di musici e 2 di genieri; la 5° classe fornisce 30 centurie di uomini armati di fionda; la classe dei capite censi fornisce una sola centuria, totale 193 centurie.

4. Organizzazione politica. La centuria è non solo unità di combattimento, ma anche unità di voto. Questo fa sì che la prima classe detenga la maggioranza dei voti, per questo i comizi centuriati sono dominati dai più ricchi. Alcuni aspetti, però, attenuano tutto ciò:

4.a.l’esistenza del patriziato, cioè di una nobiltà ereditaria che vive circondata da clienti protetti da un padrone in cambio della fides;

4.b. la potenza della monarchia etrusca, che impedisce che vengano prese delle decisioni come durante la repubblica perché il re ha comunque l’ultima parola su tutto.

Tarquinio il Superbo e la fine della monarchia a Roma 13

Tarquinio il Superbo col suo comportamento viene accostato al “Tyrannus” soprattutto per aver creato una guardia del corpo armata composta da Romani e stranieri. Il suo regno si caratterizza per:

• l’ostilità nei confronti dell’aristocrazia, • essere salito al potere contro la volontà dei patres; • l’aver impedito la sepoltura di Servio Tullio (atto fortemente sacrilego); • l’istituzione di un potere in cui lui è l’unico a prendere delle decisioni

importanti per lo stato (al massimo con qualche consigliere personale); • annoda alleanze con altre famiglie, anche straniere; • è attento a far accrescere lo splendore della città in modo da accattivarsi

il popolo.

Tutte queste informazioni che ci dà Dionigi di Alicarnasso ci mostrano le motivazioni per cui Tarquinio il Superbo viene considerato alla maniera dei tyrannoi greci. Ma il suo ultimo atto di tracotanza è la violenza contro la nobile Lucrezia, che spinge Lucio Giuno Bruto, secondo quanto racconta Tacito, a «stabilire la libertà e il consolato». Lucio Giuno Bruto è in realtà un personaggio costruito che non ha nulla a che fare con l’espulsione dei Tarquini, che è invece il risultato della decadenza etrusca, di un risveglio dei popoli italici e di movimenti interni in Magna Grecia. La partenza di Tarquinio il Superbo da Roma è dovuta probabilmente all’intervento del re di Chiusi Porsenna. Tarquinio muore a Cuma nel 495 a.C., e con lui anche la monarchia etrusca. La nascita della Repubblica è invece il risultato di un sussulto dell’aristocrazia (meglio dire del patriziato) di Roma contro la dominazione straniera e tirannica. Da questo momento a Roma è un tabù pronunciarsi sulla monarchia, e le istituzioni repubblicane vengono costruite evitando che si possano ripresentare periodi in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo.

Religione romana arcaica Tranne rare eccezioni, i testi letterari con una connotazione religiosa sono posteriori all’epoca arcaica. Nel calendario liturgico più antico e importante, quello di Anzio (datato tra ii e il i secolo a.C.) sono menzionate alcune festività di origine italica e pre-etrusca. Nella parte sud del Foro scoperte archeologiche hanno rivelato che le capanne primitive sono state distrutte verso la fine del VII secolo e sostituite da un’area in terra battuta, marcata da un cippo e dunque a destinazione culturale. Intorno al 580 è costruito un edificio più importante e decorato, la Regia, residenza del re. Si notano poi le tracce di uno spazio religioso pubblico dedicato a Vesta, divinità del fuoco il cui culto riserva una parte importante all’acqua. Anche all’altra estremità del Foro e al Campidoglio compaiono luoghi che si pensa fossero destinati al culto pubblico.

Prima degli etruschi. Plinio nota che i primi romani sono sensibili al mistero della presenza divina. Come altri popoli del Mediterraneo credono all’esistenza di forze misteriose superiori, i numina, e considerano la Terra (Tellus, Terra Mater) la generatrice di ogni forma di vita (in lei depongono i loro defunti). A questi tempi risale probabilmente un calendario che divide il tempo in dies fasti (consacrati all’azione) e dies nefasti (consacrati alla divinità) per rendere efficace il lavoro dei campi e le battaglie.

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Anche gli antichi romani venerano animali, minerali e piante, in cui vendono sia l’incarnazione di forze superiori, sia simboli divini, ma non fino al punto che si possa parlare di totemismo. Il capro incarna il dio Fauno, e in occasione dei Lupercali (14 febbraio) i devoti coprono il ventre con pelle di capro e fanno una processione intorno al Palatino. Si tratta di una religione pratica, naturalistica e terrena. Piano piano, attraverso influssi prima italici, poi etruschi, e poi greci, la religione muta. La religione dell’epoca pre-urbana (pre-etrusca) è caratterizzata dalla coesistenza di due correnti religiose:

indigena-mediterraneadominata dalle divinità dalle quali dipendono la fertilità e la fecondità, sia femminili (Madre Terra) che maschili (Saturno Die della fertilità al quale è consacrata tutta l’Italia, anticamente chiamata, appunto, Saturnia).

• indoeuropea che segue una triade divina corrispondente alla tripartizione funzionale della società: Giove-Marte-Quirino (il cui culto è collocato sul Quirinale), dove Giove è divinità del cielo luminoso, Marte quella combattente e dei guerrieri, e Quirino dio della pace e della prosperità.

Nella Roma diventata centro urbano e città, è agli Etruschi che si deve l’organizzazione di un culto pubblico, basato su:

• la fecondità (verso le greggi, la famiglia e soprattutto la terra) stimolata dai riti dei Pallia (in onore di Pales, divinità pastorale) e dei Lupercalia (in onore di Fauno, divinità pastorale) e i Saturnalia che inaugura il «ciclo cerealicolo»;

• la vittoria che si ricerca attraverso le danze dei Salii, le corse dei cavalli e la purificazione delle armi e delle trombe di guerra, mentre in ottobre è segnata la chiusura della stagione di guerra attraverso nuovi sacrifici lustrali;

• la morte, per la quale si celebrano riti in onore dei defunti nel mese di febbraio, che anche quello delle purificazioni.

• Per quanto riguarda la religione privata, essa si organizza intorno ai Lari, ai Penati e al Genio.

A partire dal vii-vi secolo penetrano a Roma influenze greche (difficilmente distinguibili da quelle etrusche) come il culto di Minerva e dei Dioscuri dal Lazio, e di Cerere dalla Sicilia. C’è inoltre una spiritualizzazione dei riti e del pensiero determinata dal pitagorismo, tanto che la religione romana di quest’epoca risulta assai diversa da quella del vi-v secolo.

La triade primitiva Giove-Marte-Quirino viene sostituita da quella capitolina Giove-Giunone-Minerva, il cui culto passa dal Quirinale al Campidoglio, considerato collina sacra di Roma. Il primo vero tempio di pietra è inaugurato nel 509, opera etrusca per la pianta e per la decorazione architettonica. Così, Giove (in etrusco Tinia e in greco Zeus) diventa il signore degli dei: è Optimum, cioè garantisce l’Ops, l’abbondanza e Maximus, cioè signore del mondo divino e umano. Giunone (in etrusco Uni, sposa di Tinia, e in greco Hera) è Iuno regina, divinità delle donne. Minerva, infine, è la greca Athena che domina sulle arti ed è dea dell’intelligenza e dell’attività spirituale.

Le feste del calendario romano 15

45 feste annuali sono ordinate nel calendario, formato da calende (il primo giorno del mese), none (il 5 o il 7) e idi (il 13 o il 15). Le feste sono classificate in cicli, e si va da quello guerriero a quello dei morti e delle lustrazioni, da quello agricolo a quello pastorale.

L’ordine dei sacerdozi I sacerdozi controllano l’ordine delle feste e l’osservanza dei loro riti. Questo ordine, che, secondo la tradizione è creato da Numa Pompilio, è individuale o collegiale e gerarchico. Vi è il re del sacro (rex sacrorum), patrizio e sacerdote di Giano, poi i 3 flamini maggiori e i 12 flamini minori. Una delle cariche gerarchiche più importanti è quella del pontifex maximus, che dirige il collegio dei pontefici e che diventa poi il più alto responsabile della religione romana. A fianco dei pontefici operano inoltre due collegi: le Vestali e gli auguri, che osservano e interpretano il cielo; gli aruspici, introdotti dagli Etruschi, specializzati nell’interpretazione dei fulmini e nell’epatoscopia, ovvero l’esame delle viscere (del fegato) delle vittime sacrificali. C’è inoltre il collegio degli epuloni, incaricati dei banchetti sacri, e il collegio «degli uomini incaricati per i sacrifici». A partire dal 509 Roma si riempie di templi. Si forma così una religione “nazionale” che fa di Roma una città sacra che usa la sua superiorità religiosa come lievito della propria potenza.

Il 509 a. C.: nasce l'età repubblicana L’età repubblicana comprende il periodo che va dal 509 al 31 a.C. (o al 27 a.C.). La cacciata di Tarquinio il Superbo corrisponde a un più generale declino della potenza etrusca e al risveglio dei popoli italici e ai movimenti interni nelle colonie della Magna Grecia. La nascita della Repubblica è la conseguenza di un sussulto dell'aristocrazia/patriziato, contro una dominazione straniera e tirannica. Il periodo si caratterizza per il passaggio da forma di regalità sacra a regime elettivo di magistrati (consolato) insieme al ruolo primario svolto dal Senato nel governo di Roma. I primi due consoli infatti ne rinforzano da subito i poteri. Dal 509 al 367 a.C. si assiste allo scatenarsi nella repubblica di Roma, dilotte interne tra patrizi e plebei al termine delle quali ai membri del popolo è permesso di divenire consoli del Senato. Dal 367 al 133 a.C. Roma si espande in Italia e nel Mediterraneo a seguito delle guerre sannitiche e delle guerre puniche. Dopo questi scontri Roma raggiunge una grande compattezza politico-istituzionale e sviluppa una florida economia. Intorno al 296 i pontefici iniziano a redigere e a pubblicare una cronaca annuale (Annales) con la lista dei magistrati eponimi che servono a datarla (Fasti Consulares). Per il periodo precedente creano una lista di pseudo-antenati dei grandi dell'epoca. In sostanza i personaggi particolarmente influenti vogliono vedere il loro nome legato all'avvento della libertà repubblicana e al primo sviluppo della città. In tali anni, scarsamente documentati dalle fonti (Ab Urbe condita di Tito Livio, comunque di molto posteriore, cioè risalente al 1°sec d.C.). Livio, infatti, racconta la storia della Roma delle origini in maniera incoerente proprio per questo: la storia degli inizi della Repubblica è stata dunque falsificata dai

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personaggi influenti dell’epoca, che vogliono vedere il loro nome associato a quello dell’avvento della libertas repubblicana. Secondo l’annalistica il periodo dal 509 al 474 (battaglia di Cuma) è ricco di importanti avvenimenti politici e militari:

509 – Partenza di Tarquinio sotto la spinta di Lucio Giunio Bruto. • 508 – Guerra contro Tarquinio: intervento di Porsenna dietro richiesta di

Tarquinio stesso; quando Porsenna si impadronisce di Roma, sono i Latini e i loro alleati a sconfiggerlo.

501 – la lega Latina minaccia Roma che nomina un dittatore assistito da un comandante di cavalleria. Nel 496 viene sottoscritta l’alleanza paritaria tra la lega latina e Roma che permette di respingere Equi e Volsci. Iniziano i conflitti tra patrizi e plebei; vengono eletti solo in seguito alla secessione della plebe sul Monte Sacro (494) dei tribuni della plebe inviolabili.

Due secoli oscuri La fortuna di Roma è quella di raggiungere un primo sviluppo nel momento in cui inizia a declinare la potenza etrusca. I due secoli che seguono la cacciata dei Tarquini sono oscuri, e questo non dipende solo dalla penuria di fonti (letterarie e archeologiche), ma anche dall’«orgoglio nobiliare» delle gentes che hanno voluto riscrivere la storia per darsi dei famosi antenati. La nascita della Repubblica avviene, nonostante tutto, con l’istituzione del consolato e in seguito alle prime lotte con i popoli del Lazio: tra il 450 e il 390 Roma è in cerca di un equilibrio, che trova solo dopo l’organizzazione delle sue istituzioni politiche e nell’organizzazione sociale, con la formazione di una nuova «nobiltà».

Guerre per il consolidamento di Roma. La critica cerca di distinguere il vero dal falso, ma il problema rimane quello del passaggio da Monarchia a Repubblica. Dal REX si passa ad un magistrato supremo unico o a gruppi di magistrati (consoli o pretori). A Roma sembra che il potere sia inizialmente esercitato da un praetur maximus, il magistrato. Dopo i decemviri ai pretori si sostituiscono i consoli, innovazione tutta romana e per questo caratteristica della Repubblica. Queste trasformazioni avvengono in un clima di guerre e conflitti interni. CONTRO PORSENNA (508 a. C.). Tarquinio il Superbo, cacciato da Roma a causa dei continui abusi di potere e violenze, chiede asilo a Porsenna, nella città etrusca di Chiusi. Nel 508 Porsenna attacca Roma. Ci sono tre versioni dei fatti:

• Porsenna assedia Roma, ma colpito dagli atti di grande valore umano di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clilio si ritira a Chiusi e libera gli ostaggi tenuti sul Gianicolo assediato;

• Porsenna domina Roma per molti anni, con tolleranza e rispetto della cittadinanza, ma pretendendo il versamento di pesanti decime per molti anni e una sua statua all’ingresso esterno del senato;

• Più probabilmente Porsenna è il capo non solo di Chiusi, ma delle altre città etrusche alleate e sottomesse. O dell’intera Etrulia. Viene cacciato da Roma dai Latini.

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CONTRO LA LEGA ITALICA (496 a C.). La cacciata di Tarquinio il Superbo indebolisce Roma in tutti i campi, esponendola alle mire dei popoli vicini (come Sabini, Volsci e la Confederazione Latina). Nel 501 la Confederazione Latina sferra un attacco che sfocia nel 496 nella battaglia del lago Regillo, la più importante per le conseguenze che porta. I romani nominano un dittatore assistito da un comandante di cavalleria, muovono alla volta di Tuscolo (nell’area dei castelli Romani). Numericamente inferiori alla Lega Latina stanno per soccombere, ma le motivazioni infuse da Postumio fanno rovesciare le sorti e i romani vincono. Tre anni dopo Roma firma un trattato difensivo con il resto della Confederazione grazie al quale respinge Sabini e Volsci. I popoli siglano un accordo di pace e non belligeranza (Foedus Cassianum) che dura per più di 30 anni durante i quali i popoli si assicurano pace e mutua assistenza in caso di guerra per difesa e conquista. Roma annette alcuni stati a titolo definitivo, mentre altri rimangono autonomi. La lega latina viene sciolta e i restanti stati latini sono legati a Roma da trattati bilaterali separati. CONTRO VEIO (476 a. C.). Roma si trova impegnata in guerre difficili contro la usa potente vicina Veio. Nel 476 i veietani sono sconfitti sul Gianicolo. PRESA DI CUMA (474 a. C.). Gli Etruschi sono sconfitti a Cuma dai cumani.

SECESSIO PLEBIS. La secessio plebis o secessione della plebe è una forma di lotta politica adottata dalla plebe romana tra il V e il III secolo a. C. per ottenere una parificazione di dritti con i patrizi. Il patriziato rappresenta la nobiltà senatoria costituita dal VI secolo dalle potenti famiglie discendenti dei PATRES, detiene a titolo ereditario alcuni monopoli (soprattutto religiosi), ma anche politici. La plebe, invece, indica un gruppo molto eterogeneo (erroneamente collegato alla povertà) costituito in particolare da piccoli proprietari, artigiani e commercianti e più in generale da tutti coloro che non fanno parte dell’elite patrizia. Nei primi anni della Repubblica tutte le cariche pubbliche sono in mano ai patrizi, forte del loro ruolo nella cacciata della monarchia. I plebei non sono di fatto rappresentati. I plebei, dopo la scomparsa del “regnum”, si trovano a dover affrontare cattivi raccolti, carestie, debiti per esosità dei tributi, rallentamenti dell’attività economica. La secessione consiste nel suo abbandono in massa della città: negozi e botteghe artigiane restano chiusi e non è più possibile convocare le leve militari che in questo periodo fanno sempre più ricorso anche ai plebei. Il pericolo è duplice:

• I patrizi perdono braccia per l’agricoltura e per i lavori manuali; • Poiché molti plebei hanno origine straniera, vi è la possibilità del profilarsi

di uno stato nello stato in grado di allearsi con i nemici. Nel 495 a. C. un folto gruppo di debitori sia schiavi che liberi, si presenta al Senato per chiedere di intervenire in suo favore. Dei due consoli Appio Claudio intende sedare la rivolta con le armi, mentre Publio Servilio è disponibile al compromesso. Mentre in Senato si discute, giunge la notizia che i Volsci stanno marciando contro Roma. Servilio si appella al popolo facendo delle promesse che correda con un editto in favore dei debitori. Volsci e Sabini vengono sconfitti. Ma al termine né i consoli, né il Senato, né il dittatore che li ha condotti in guerra, mantengono fede alle promesse. Nel 494 a. C. si ha la prima secessione sull’Aventino e sul Monte Santo. Il Senato invia come portavoce Menenio Agrippa dotato di buona dialettica e ben visto dalla plebe. Secondo la tradizione egli riesce a convincere i secessionisti a rientrare in città. Si giunge all’istituzione dei concilia plebis e

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di una carica magistrale a difesa della plebe: il tribuno della plebe, carica interdetta ai patrizi.

I DECEMVIRI E LA LEX DELLE XII TAVOLE. Nel 462 a. C. i tribuni chiedono un codice scritto che metta fine all’arbitrio dei consoli e ai privilegi dei patrizi. Nel 450 i fasti consolari registrano l’avvento di dieci magistrati straordinari (tutti patrizi) eletti con l’incarico di scrivere questo codice. I DECEMVIRI hanno pieni poteri di redigere una costituzione e un codice di leggi. Nel 451 il primo collegio (che si dimostra integerrimo) presenta un elaborato: 10 leggi su altrettante tavole di bronzo, alle quali si aggiungono successivamente altre 2 leggi e vengono poi affisse al Foro Romano. Secondo Tito Livio su queste tavole si trova “la fonte di tutto il diritto pubblico e privato”. La “decemviri legibus scribundis” intende sostituire un diritto consuetudinario con un diritto scritto. PRINCIPALI ELEMENTI:

diritti privati dei cittadini con proprietà e famiglia fondamento dell’ordine sociale. Si distingue tra proprietà e possesso, e il possesso può diventare proprietà dopo un certo periodo d’uso e l’acquisizione varia a seconda che si tratti di bestiame, fondo rurale o altro bene. Vengono definiti i principali delitti: furto, danno ai raccolti, falsa testimonianza. E’ prevista una certa emancipazione della donna e dei figli.

Relazione tra giustizia e cittadini. La giustizia è accessibile a tutti. Sono fissati i termini di procedimento, è migliorata la condizione degli insolventi, la pena di morte è meno frequente e pyò essere comminata solo da un’assemblea sovrana del popolo.

Statuto del cittadino. Distinzione tra ricchi e poveri piuttosto che patrizi e plebei.

La LEX DELLE XII TAVOLE è la prima “lex rogata” cioè in cui è esplicata la funzionale legislativa dell’assemblea. Ma alcune leggi sono comunque contrarie ai plebei (la schiavitù per insolvenza permane, come anche il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei che viene abrogato solo nel 445 con la LEX CANULEIA).

LEGGI VALERIAE-HORATIAE. Nel 449 a. C. i consoli Lucio Valerio e Marco Orazio fanno votare tre leggi con le quali la costituzione romana diviene patrizio-plebea. Si ufficializzano le conquiste della plebe:

1. Si riconosce e si conferma l’inviolabilità dei tribuni della plebe. 2. I plebisciti hanno autorità ufficiale. 3. I patrizi devono rinunciare all’imperium consolare.

Quello che ancora non viene regolato è l’accesso della plebe al consolato: nulla lo impedisce e nulla lo autorizza. Se da una parte il patriziato, fondandosi sulle tradizioni del mos maiorum («diritto atavico», cioè degli antenati), vuole mantenere il suo monopolio, dall’altra la plebe si mobilita sempre più per spezzare tale monopolio.

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Intanto i patrizi tentano un espediente: alle rivendicazioni della plebe che vuole rivestire il consolato rispondono con l’istituzione dei tribuni militari, dotati di imperium consolare ma che alla fine del loro mandato non ricevono gli stessi privilegi del console (il titolo consolare, un posto d’onore in Senato, la toga bordata di porpora e il diritto di esporre le immagini dei propri antenati). Secondo alcuni storici l’istituzione del tribunato militare è dovuta soprattutto ad esigenze militari, in quanto Roma deve condurre troppe guerre e su molti fronti.

DA CONCILIA PLEBIS A COMITIA TRIBUTA (LEX HORTENSIA) Dopo la secessione del Monte Sacro si giunge ad un accordo e ad una relativa vittoria della plebe con l’istituzione dei concilia plebis tributa, assemblee di soli plebei che eleggono i tribuni della plebe sacrosanti, cioè inviolabili per tabù religioso. I “concilia plebis tributa” si configurano come un piccolo stato della plebe con magistrati, assemblee e leggi propri. Dal 287 a. C con la lex hortensia tale assemblea prende il nome di “comitia tributa” e con essa i plebisciti diventano leggi obbligatorie per tutto il popolo. Scompare la parola “plebis” e quindi i “comitia tributa” nel loro insieme eleggono non solo tribuni ed edili (cariche tradizionalmente di pertinenza della plebe) ma anche questori e tribuni militari. Con la “lex hortensia” i plebei riescono a far parte dei comizi centuriati e plebei, ma l’accesso alle alte magistrature della repubblica è molto più difficile per l’enorme disponibilità di denaro richiesta dalla campagna elettorale per cui solo i più ricchi riescono ad accedervi. Di fatto da una repubblica patrizia si va verso una repubblica oligarchica. Il 287 viene considerato il punto di arrivo della lunga lotta fra patrizi e plebei. Gli studiosi sono concordi nell’affermare che la Lex Hortensia equipara completamente i plebisciti alle leggi votate dai comizi centuriati e dai comizi tributi. A partire dal 287 i comizi tributi e l’assemblea della plebe di fatto sono accomunati da uguale sistema di voto per tribù ed eguali poteri.

Guerre tra Roma e i suoi nemici Nel V secolo nel bel mezzo di lotte intestine a Roma, la città viene attraversata da continui disordini sociali dovuti alla disparità tra patrizi e plebei. In questo periodo Roma è circondata da popoli ostili (Etruschi, Volsci, Sabini e Latini) che intuiscono le ambizioni espansionistiche di Roma e vogliono impedirlo. Dal 444 al 290 si succedono diversi conflitti. Roma giunge allo scontro con la città di Veio che viene assediata nel 405 a. C. e questo assedio dura 10 anni quando la città deve capitolare grazie ad uno stratagemma del dittatore Marco Furio Camillo che chiede ai suoi uomini di scavare un tunnel sotto le mura e questo gli permette di penetrare in città e quindi conquistarla. A seguito di questa sconfitta la civiltà etrusca capitola abbandonando Veio e la Campania. Nella prima metà del iv secolo si registra la seconda ondata delle invasioni celtiche, che costituisce un fenomeno storico di grande importanza politica e psicologica. La civiltà dei Galli è nazionale e conquistatrice, animata da un contadiname attirato dai terreni della penisola, dal sole delle regioni meridionali e dalla fama delle loro ricchezze. Spinti forse da altri popoli intraprendono tre spedizioni verso l’Italia:

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1. Sconfitta degli Etruschi a Chiusi, e presa di Roma (390); si accampano nel Foro, ma non riescono a prendere il Campidoglio; si ritirano minacciati dai Veneti e dalle popolazioni alpine;

2. 358-354: presa di Felsina (alla quale danno il nome di Bononia), raggiungono il Lazio ma si ritirano di fronte ai Romani di L. Furio Camillo;

3. Roma viene nuovamente minacciata (347-343), ma è salvata dal dittatore Lucio Furio Camillo; successivamente graverà una nuova minaccia (332-329), ma stavolta Roma è padrona di tutto il Lazio e della Campania, e impone ai Galli una pace di 30 anni.

Queste battaglie vittoriose per i Romani hanno come effetti negativi la distruzione di monumenti e archivi (l’incendio gallico del 390), ma come effetti positivi riescono a rafforzare il morale dei Romani e a radicare nella loro memoria il ricordo del tumultus gallicus, orde di barbari che combattono contro tutte le regole stabilite.

I Galli guidati dal generale Brenno si avvicinano a Roma e i romani, spaventati, organizzano un esercito per uno scontro che avviene il 18 luglio 390 a. C. sul torrente Allia. I Galli iniziano violente incursioni nei territori etruschi, attirati dalle ricchezze delle città. Lo scontro con Roma è alle porte. I Galli Senoni si dirigono verso il Lazio seminando distruzione e morte. Viene riunito velocemente l’esercito romano inviato contro i Galli, ma viene battuto da questi ultimi nella battaglia sull’Allia, affluente del Tevere. I romani si dispongono a bloccare la strada, ma sono colti di sorpresa dai Galli che arrivano dalla riva boscosa del fiume. Entrambi gli schieramenti contano circa 40 mila uomini per parte. Brenno attacca l’ala sinistra romana che conta i soldati più giovani e inesperti, sfonda poi il centro dello schieramento romano mettendo in fuga i superstiti. Almeno 15 mila i morti sul campo. I Galli rimangono attoniti di fronte a quella vittoria ottenuta in maniera così repentina. Si mettono poi a spogliare i caduti, accatastando, come da loro abitudine, le armi che trovano. A Roma arriva la notizia che i nemici sono alle porte, il pericolo comune fa passare in secondo piano il dolore dei lutti privati di tutti i romani. Proprio quando sembra aver spezzato la volontà dei romani, l’esercito di Brenno è vittima di un’epidemia. Si arriva ad un accordo con Brenno, principe dei Galli che fissa in 1000 libbre d’oro il riscatto del popolo romano.

IL COMPROMESSO LICINIO-SESTIO DEL 367 Nel frattempo con le leggi Licinie-Sestie, Roma recupera un po’ di armonia almeno sul fronte interno. Dal 367 spadroneggiano a Roma due tribuni della plebe: Lucio Sestio e Caio Licinio che vengono rieletti per 10 anni consecutivi, seminano l’anarchia, boicottano le elezioni e paralizzano l’azione dei consoli con il loro veto. Il senato in più occasioni è costretto e fare appello ad un dittatore per salvare la situazione ed è costretto ad accettare le famose “leges liciniae sextiae” nel 367 che risolvono:

• Il problema dei debiti, attraverso una legislazione contro l’usura e una riduzione dei debiti in corso;

• La questione agraria limitando l’estensione del possesso di terreno all’ager publicus e cioè al suolo conquistato;

• Il problema dell’accesso al consolato: viene stabilito che uno dei due consoli può essere plebeo. Questa decisione costituisce una data

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importante nella storia delle istituzioni della Repubblica. Per la prima volta l’accesso della plebe alla magistratura suprema viene codificato.

A questo punto il patriziato reagisce imponendo la creazione di magistrature riservate ai suoi membri e dotate di poteri tolti ai consoli. Ma successivamente i plebei ottengono di accedervi anche loro. Vengono create:

• La PRETURA CURULE per un magistrato con poteri giudiziari nel 366, incaricato della giustizia civile e della giurisdizione criminale;

• L’EDILITA’ CURULE affidata a due magistrati incaricati, assieme agli edili plebei, dell’approvvigionamento della città e con compiti di polizia nei mercati;

• La DITTATURA nel 356. Dal potere sovrano ma effimero e limitata nel tempo.

Alla fine del IV secolo cade anche il divieto di accedere al pontificato massimo e la plebe finisce così per trionfare ovunque. Quando Roma abbassa la guardia, si trova ad affrontare la sua prima sfida di rilievo: nel 354 a. C. Roma sottoscrive un accordo con i Sanniti, un popolo bellicoso stanziato in Abruzzo e Molise. Ma la Campania, lasciata libera dagli Etruschi, fa gola ad entrambe perché terra ricca e fertile. E la situazione degenera quando arriva un ambasciatore da Capua chiedendo l’aiuto dei romani contro i sanniti che la stanno conquistando. I romani inizialmente rifiutano (anche per l’accordo con i sanniti), ma quando Capua si offre di consegnarsi al dominio di Roma, cambiano idea. Capua, diventando territorio di Roma, deve essere difesa per forza e i sanniti, a questo punto, stanno attaccando un territorio romano. Il trattato di alleanza inevitabilmente salta e iniziano le GUERRE SANNITICHE.

Le cariche repubblicane alla fine del IV sec. Dopo il compromesso licinio sestio del 367 il patriziato cerca di reagire creando magistrature riservate ai suoi membri, con poteri tolti ai consoli. Ma i plebei ottengono l'accesso a queste cariche nei decenni seguenti. L'antico patriziato è in declino mentre sono in ascesa le famiglie aperte all'alleanza con i plebei. Emergono famiglie plebee ricche e si vengono a creare un nuovo partito di centro e una nuovanobilitas, formata sia da patrizi sia da plebei, con avi che hanno rivestito una magistratura curule (consoli, edilità, pretura). Il Senato, grazie alla presenza plebea, cessa di essere nelle mani dei patrizi, i plebisciti acquistano valore di leggi, i censori acquistano il potere di redigere la lista dei senatori (lex Ovinia). Nel 312 a.C. la grande censura di Appio Claudio Ceco è il culmine delle conquiste plebee.

Cursus honorum durante la repubblica il cursus honorum indica la carriera politica che si percorre ricoprendo tutte le magistrature ordinarie (honores), dalla meno importante fino alla più elevata, il consolato. Per lungo tempo si rispetta l'iter fissato dalla consuetudine, ma non ancora sancito da leggi scritte: talora esso è disatteso. Sono infatti rinvenibili casi di consoli che non hanno rivestito tutte le magistrature intermedie. Successivamente intervengono a regolarlo varie leggi, fra cui la lex Villia del 180 a.C, che prende in considerazione soltanto tre magistrature: questura, pretura e consolato, fissando l’età minima per le candidature. Oltre a ribadire il divieto di cumulo fra

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magistrature, stabilisce che ci si possa candidare alla stessa carica solo dopo 10 anni dall’aver esercitato la prima, e a cariche diverse decorsi almeno 2 anni, inoltre vieta di saltare i passaggi intermedi. La carriera deve necessariamente iniziare con la questura, intorno ai 27 anni, dopo averne prestati 10 di servizio militare; seguono nell’ordine, l’edilità (o il tribunato della plebe, ormai equiparato, a quell’epoca, alle magistrature cittadine), la pretura e il consolato. Alla censura, che non è di per sé compresa nel cursus, si accede solitamente dopo il consolato. Alla lex Villia, si deroga spesso in età tardo-repubblicana, cosa che genera confusione e scontri intestini. In età imperiale perdono d’importanza, insieme, del resto, alle stesse magistrature.

GUERRE SANNITICHE. 341 Prima guerra sannitica 327-304 Seconda guerra sannitica 298-291 Terza guerra sannitica

La prima guerra sannitica inizia nel 341 a.C..: l’esercito sannitico viene circondato da quello romano che è diviso in due tronconi, da un lato Marco Valerio Corvo che lo attacca dalla Campania, dall’altro Aulo Cornelio Cosso che lo attacca frontalmente. Il primo ottiene una grande vittoria nella battaglia di Monte Gauro, il secondo invece soffre perché il nemico conosce meglio il territorio. proprio quando sta per perdere Cosso viene salvato da Publio Decio Mure il cui esercito insieme a quello di Marco Valerio Corvo convoglia a Suessula dove si svolge lo scontro decisivo nel 341 a.C. I Romani vincono, ma vengono costretti a fermare il conflitto perché i Latini si stanno organizzando contro di loro. • Nel 340 a.C. l’esercito di Publio Decio Mure raggiunge il Vesuvio dove

sconfigge la Lega Latina. In questa battaglia perde la vita con il rito della devotio – suicidarsi davanti ai suoi uomini per mostrare il suo sacrificio per la vittoria e cercare di incoraggiarli. Nel 338 a.C. il conflitto con la lega Latina viene chiuso definitivamente con la vittoria nella battaglia di Trifano.

La seconda guerra sannitica inizia nel 327 a.C.: i romani hanno fondato una colonia di nome Fregellae sul fiume Liri, proprio in territorio sannitico. Questa scelta, unita alla volontà dei romani di appoggiare la componente greca a Napoli che si stava ribellando proprio a quella sannitica, sono le cause dello scoppio di una nuova guerra. (Ma Roma ha altri seri problemi: al suo interno la protesta crescente della plebe che chiede l’abrogazione della legge sulla schiavitù per debiti; all’esterno per l’attività della diplomazia sannitica che riesce ad ottenere l’aiuto di tutti quei popoli che odiano Roma come Sabini, Etruschi, Umbri e Lucani). Nel 321 a.C. i romani occupano Napoli, ma cadono in una

trappola dei Sanniti. L’esercito guidato da Tito Veturio e Spurio Postumio è vittima delle informazioni ottenute da alcune spie sannite, travestite da pastori, che deviano il loro cammino. Si stanno dirigendo verso Maleventum, ma vengono deviati nella gola delle Forche

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Caudine, bloccati all’uscita e all’entrata dai Sanniti che decidono di non uccidere l’esercito romano, ma che gli riservano la più vergognosa delle umiliazioni: a loro la scelta, o morire lì, oppure passare nudi e senz’armi sotto un gioco di lance, strisciando. Questa è la proposta del comandante sannita Gaio Ponzio Telesino. I sanniti chiedono anche che vengano consegnate loro le colonie di Fregellae e Cales e 600 cavalieri, ma il Senato rifiuta e la guerra riprende. I sanniti conquistano ancora vittorie grazie all’aiuto della Lega Ernica composta dalle città di Anagni, Alatri, Ferentino e Veroli e nel 320 a. C. Fragellae viene distrutta e la sua popolazione uccisa. I romani contrattaccano, riescono a recuperare le armi perse alle Forche Caudine, liberano i 600 cavalieri e bloccano l’esercito sannita che è vittima della vendetta di Roma: 7 mila sanniti compreso il comandante Gaio Ponzio Telesino sono costretti allo stesso trattamento destinato in precedenza ai romani. Nudi e senz’armi devono strisciare sotto le lance. E’ però una vittoria temporanea, perché i sanniti continuano a circondare Roma. Oltre ai sanniti e alla Lega Ernica, entrano nel conflitto anche Etruschi, Equi, Peligni, Marsi e Frentani. Ma Roma si occupa di ognuno di loro con una reazione feroce: gli Etruschi vengono sconfitti sul lago Vadimone, la Lega Ernica è travolta nel 306 a.C. e delle sue città solo Anagni viene assoggettata; due anni dopo, nel 304 a.C. Roma riesce ad abbattere la capitale sannita, Boviano. I Sanniti chiedono la pace e la ottengono.

• Pace che dura poco, visto che la terza guerra sannitica scoppia nel 298 a.C. appena sei anni dopo la fine della seconda. Da un lato Roma e dall’altro ancora Sanniti, Etruschi e Umbri, ma con la novità della partecipazione dei Galli, la stessa tribù che un secolo prima ha saccheggiato Roma. La prima vittoria è dei sanniti a Camerino, poi i romani vincono nella battaglia del Sentino nel 295 a.C. grazie a una nuova devotio del figlio di Publio Decio Mure. A Sentino i Galli si sono presentati su carri da guerra coperti, i soldati romani galvanizzati dal gesto di Decio Mure ribaltano lo scontro. E nel 293 a.C. ad Aquilonia, i romani schiacciano definitivamente i sanniti che si arroccano a Boviano e che tre anni dopo firmano la resa definitiva.

Non sono però solo vittorie romane, ma ci sono anche momenti difficili (disastro delle Forche Caudine). L’effetto di queste guerre comunque è quello di fare di Capua un municipio federato (e poi annetterla a Roma); lo scioglimento della lega italica la deduzione di colonie romane nel Lazio; la creazione di uno stato romano-campano grazie all’intesa tra l’aristocrazia romana e quella capuana; il contatto diretto con le città greche della Magna Grecia e con i popoli italici in conflitto con queste città (ex con Taranto); i primi contatti con Cartagine con cui Roma conclude un trattato nel 308 per delimitare le zone di commercio e di colonizzazione di ciascuna. Le conseguenze di queste guerre, una volta che i Romani ottengono la sottomissione dei Sanniti, sono:

• Capua diventa municipio federato (334), poi annesso tra il 318 e il 312; • si scioglie la Lega Latina e viene creato il porto di Ostia, più altre colonie

nel Lazio; • contatto diretto con le civiltà della Magna Grecia; • primi contatti con la punica Cartagine.

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Per quanto riguarda l’ultimo punto: i Cartaginesi sono da tempo in contatto commerciale con gli Etruschi, in particolare sono legati alla città di Cere. Roma si allea con Cere e conclude un trattato con Cartagine (il primo secondo Diodoro Siculo, Livio conferma; Polibio, invece, data il primo trattato nel 509 a.C.), secondo il quale vengono delimitate le zone commerciali: Roma può commerciare nella Sicilia cartaginese, e non invece in Sardegna e in Africa (tranne che a Cartagine). Con la fine delle guerre galliche e sannitiche Roma supera i confini del Lazio. E’ la prima potenza italica, entra in contatto con la Magna Grecia, stabilisce un’intesa con l’aristocrazia campana. Nel 335 a. C. con la fondazione del porto si Ostia, Roma ha di fronte a sé il Mediterraneo e Cartagine.

Organizzazione delle magistrature repubblicane Il patriziato risponde al compromesso precedente attraverso l’istituzione di nuove magistrature che sottraggono poteri al consolato, ma assai presto anche i plebei ottengono di accedere alle nuove magistrature. Vengono create:

• pretura curule (366): per 1 magistrato con poteri giudiziari (i plebei vi accedono nel 356);

• edilità curule: per 2 magistrati, incaricati (con edili plebei) dell’approvvigionamento della città e con compiti di polizia nei mercati (nel 364 aperta ai plebei);

• dittatura (356): funzione dal potere sovrano, ma effimero perché limitata nel tempo (anche questa divenne poi accessibile ai plebei).

La plebe finisce così per trionfare ovunque politicamente (ma anche nel sacerdozio nel 300 con l’accesso al pontificato massimo), e alla fine del iv secolo lo stato patrizio-plebeo è organizzato.

Una nuova nobiltà Piano piano assistiamo ad un progressivo ma lento declino del patriziato, e all’apparizione di famiglie patrizie più aperte, come quella dei Fabii, disposte cioè a legami con la plebe. Contemporaneamente emergono anche famiglie plebee che si arricchiscono in fama e denaro. Si costituirono allora un «partito di centro» e, nella società, una nuova nobilitas che ha tra i suoi avi almeno un ex magistrato curule (edile, pretore, console). Questo fa sì che il Senato cessi di essere nelle mani dei patrizi. Le grandi conquiste della plebe si concludono con la grande censura di Appio Claudio Cieco del 312 a.C., durante la quale questo personaggio, rappresentato in maniera icastica dalla tradizione, si rend celebre per due riforme istituzionali importanti:

fa ammettere in Senato i figli dei liberti riorganizzando la composizione delle tribù permettendo ai poveri (humiles) e ai liberti di iscriversi

• fa costruire, da Roma a Capua, la Via Appia, che è il simbolo delle mire espansionistiche di tutti coloro che guardano alla Magna Grecia ed esalta la grandezza di Roma.

Istituzioni della Repubblica romana alla fine del iv secolo a.C. A Roma vige una Repubblica aristocratica governata da un Senato che è affiancato da una serie di magistrati che dirigono lo Stato.

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