LA TOSSICODIPENDENZA IN CARCERE E I SUOI MODELLI RIEDUCATIVI, Tesi di laurea di Scienze dell'educazione
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LA TOSSICODIPENDENZA IN CARCERE E I SUOI MODELLI RIEDUCATIVI, Tesi di laurea di Scienze dell'educazione

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La tesi parla della definizione e della storia della tossicodipendeza con le conseguenti leggi a riguardo. Parla del carcere e del sert e dell'esperienza di tirocinio attuata al sert.
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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI URBINO CARLO BO

DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI

CORSO DI LAUREA:

SCIENZE DELL’EDUCAZIONE

LA TOSSICODIPENDENZA IN CARCERE E I SUOI MODELLI RIEDUCATIVI

Relatore: Chiar.mo Prof.

FRANCO DE FELICE

Tesi di laurea di:

FRANCESCA CUNI

ANNO ACCADEMICO 2016 -2017

0

INDICE

Introduzione 3

1. La nascita di un aiuto

1.1 Storia della Tossicodipendenza 5

1.2 Leggi annesse 10

1.3 Il Ser.T. 13

2. Accogliere

2.1 Il carcere 17

2.2 Il Ser.T. all'interno del carcere 20

2.3 Modelli rieducativi all'interno del carcere 22

3. Storia di un viaggio

3.1 La mia esperienza come educatrice in carcere 27

Conclusioni 31

Bibliografia 32

Sitografia 34

Ringraziamenti 35

1

“Dove c’è la volontà, c’è un modo”

2

INTRODUZIONE

In questo progetto di tesi mi propongo di introdurre un’argomentazione sulla storia generale delle

droghe, dall’antichità fino ad oggi, illustrando le composizioni e gli effetti delle principali sostanze

utilizzate.

Dirigerò poi lo sguardo alle regolamentazioni in ambito di sostanze stupefacenti, riferendo le

principali novità delle leggi emesse, fino ad arrivare al Testo Unico in materia di stupefacenti: esso

apre le porte ai servizi per recupero di tossicodipendenze. Prenderò in esame principalmente il

Ser.T. (Servizio per le Tossicodipendenze), illustrando la sua storia e le sue funzioni all’interno della

società, considererò in particolare il lavoro che gli operatori del servizio svolgono all’interno del

carcere.

I soggetti all’interno della struttura carceraria vengono seguiti dal momento della loro entrata fino al

giorno del loro rilascio. Andrò a esporre tutto il percorso della persona tossicodipendente all’interno

del carcere prendendo in esame i percorsi riabilitativi possibili, sia sul fronte psicologico che sul

fronte medico.

Concluderò la mia tesi di laurea con la mia esperienza in prima persona come operatrice Ser.T.

all’interno della Casa Circondariale di Forlì, descrivendo il lavoro svolto e i gruppi di ascolto a cui

ho fatto parte.

Ritengo che il lavoro svolto dagli operatori del Ser.T. o di qualsiasi altro servizio mirato al recupero

di tossicodipendenti sia essenziale per la nostra comunità; la dipendenza nasce da un bisogno, da

una mancanza, da una sfida, da una ricerca febbrile di qualcosa. Il ruolo dell’operatore è di supporto

nei confronti del soggetto, il quale trovandosi in una condizione di difficoltà ha bisogno di un

supporto psicologico.

Ho deciso di intraprendere questo discorso nella mia tesi di laurea in quanto ritengo che la

tossicodipendenza non sia legata ad un determinato ceto sociale; ritengo che le droghe al giorno

d’oggi siano a portata di mano di ogni cittadino, soprattutto ai giovani che, per la maggior parte

iniziano ad utilizzare stupefacenti in età adolescenziale per evadere da problemi che possono essere

creati da scuola, amici o il difficile rapporto che può formarsi in famiglia.

Il soggetto, negli anni dell'adolescenza, ha bisogno di un supporto che molte volte è meglio sia

fornito da un soggetto estraneo alla famiglia: questo penso sia uno dei compiti principali degli

operatori.

Ho basato la mia tesi principalmente sul carcere e di conseguenza sui detenuti tossicodipendenti;

ritengo sia opportuno seguirli nel loro percorso carcerario in modo tale che al momento del loro

rilascio non commettano più gli errori che li hanno portati alla loro carcerazione.

3

La società nutre molti pregiudizi nei confronti delle persone tossicodipendenti, individuandoli come

delinquenti; si pensa che essi siano inguaribili e destinati a vivere in quelle condizioni tutta la vita.

In realtà sono solo persone che hanno un rapporto particolare con la droga e vanno aiutati, in

qualsiasi modo possibile e con tutte le possibilità che si hanno.

“Bisogna vivere il più possibile al meglio, tenendo sempre presente che lo scopo della vita è

la felicità. Bisogna seguire tutte le strade che portano ad essa, cercando di eliminare o

modificare ciò che produce sofferenza. In qualsiasi momento difficile della vita, bisogna

sempre tener presente che una situazione prima o poi si trasformerà.”1

1Cirs S., Puoi liberarti dalle catene della tossicodipendenza se solo sai come fare, Silele Edizioni, 2013, p. 49-50

4

CAPITOLO 1

LA NASCITA DI UN AIUTO

“Nella serata libera si buttavano nelle loro cose eccitanti, fumavano, ascoltavano

musica bella ed era la pace totale. Lì noi dimenticavamo tutta la merda che fuori ci

toccava vivere.”( Noi ragazzi dello zoo di Belino)

1.1 LA STORIA DELLA TOSSICODIPENDENZA

Le droghe fanno parte della storia dell’umanità. Sono servite per evadere dalla realtà, per indurre

euforia e invalidare ogni sensazione psichica spiacevole.

Nell’antichità le sostanze erano una parte fondamentale del rapporto con le divinità, una

connessione con il proprio corpo. La più antica e completa forma di fusione della dimensione

religiosa con la droga è lo sciamanismo, praticato principalmente in Africa Occidentale, America

Centrale e Amazzonia. Per queste pratiche di comunicazione con il divino vengono utilizzate

principalmente sostanze psichedeliche:

 Il peyote (“pane degli dei”): piccolo cactus di colore blu-verde scuro. Cresce principalmente

in Messico e viene visto come una delle più popolari droghe allucinogene fra le popolazioni

indigene di questo Stato. Il suo uso fra queste popolazioni risale a prima della storia scritta e

le caratteristiche religioso-rituali del consumo si traducevano in complesse cerimonie.

Uno dei principali principi attivi del Peyote è la Mescalina ovvero una sostanza allucinogena

naturale.

 L’Ayahuasca: “Aya” significa anima o spirito; ”Huasca” significa liana: liana dello spirito.

Nel suo aspetto concreto la bevanda ha un colore scuro e un sapore amaro molto sgradevole.

La liana Banisteriopsis caapi contiene alcaloidi del tipo beta-carboline che vennero isolati

tra il 1925 e il 1957 ed identificati con i nomi di armina, armalina e d-tetraidroarmina. Tali

alcaloidi sono responsabili degli effetti emetici e lassativi del beveraggio e del senso di

nausea che esso che è in grado di provocare. Durante le cerimonie con Ayahuasca vengono

infatti utilizzati secchi e carta igienica per ogni partecipante.

Il secondo ingrediente necessario per la preparazione dell’Ayahuasca sono le foglie

dell’arbusto Psychotria viridis e della Diplopterys cabrerana: esse contengono DMT

(dimetiltriptamina). La DMT è già presente naturalmente nel cervello umano; si pensa che

sia prodotta dalla ghiandola pineale e che venga messa in circolazione spontaneamente e in

grandi quantità al momento della nascita e al momento della morte, oltre che durante il

sogno. Nel momento in cui la DMT arriva al sistema nervoso centrale, va a legarsi ai

5

recettori adrenergici causando un aumento della pressione e una diminuzione della

produzione di noradrenalina.

 L’Iboga (Tabernanthe Iboga): è un arbusto e la sua corteccia viene masticata per scopi

ritualistici. Le sue radici contengono svariati alcaloidi tra cui l’ibogaina, usata anche per il

trattamento dell’abuso di sostanze stupefacenti. Il primo ricercatore che ha scoperto e

sperimentato l’uso dell’ibogaina come trattamento delle dipendenze fu Howard Lotsof,

eroinomane dall’età di 19 anni.

Durante il rito dell’Iboga, vengono fatte ingerire quantità molto elevate di corteccia di

questo arbusto in un lasso di tempo di circa 12 ore. Queste quantità generalmente sono

mortali, ma all’interno delle tribù dove vengono svolte queste cerimonie hanno elaborato

metodi di somministrazione per cui il partecipante non muore ma cade in un coma profondo.

Questo coma può durare giorni e per valutare lo stato di coscienza dell’individuo vengono

inseriti aghi all’interno del corpo, come ad esempio dietro la nuca. Durante questi riti si

perde molto peso infatti più chili vengono persi, maggiore efficacia ha la procedura.

L’usanza di utilizzare sostanze psicoattive a fini cerimoniali continua anche presso i Greci, i quali

oltre ad usare vino, il quale permetteva agli uomini di abbandonarsi al piacere, al riso, all’amore,

alla danza, iniziarono ad utilizzare anche Canapa e Oppio con suffumigi e incensi.

Il vino era sacro a Dionisio: il Dio di tutta la natura, ed è per questo che è detto anche Pan(tutto); è

la divinità che permette agli uomini di attraversare il limite per entrare in contatto con gli dei.

La canapa è una pianta urticacea originaria dell’Asia dalla

quale si estraggono i fiori (Figura 1); è da millenni coltivata per

l’utilizzazione tessile delle sue fibre. Attualmente però, dopo

l'avvento dei prodotti sintetici, le sue fibre sono poco usate ed è

per questo che la coltivazione per uso industriale è molto

diminuita.

L’attività farmacologica delle varie diversità di Canapa è in

rapporto alla composizione chimica dei suoi principi attivi,

come ad esempio il THC. Le azioni principali di questa

sostanza si limitano quasi esclusivamente al sistema nervoso

centrale.

Fin dall’antichità si conoscevano gli effetti piacevoli che

provoca l’assunzione della droga: gli antichi cinesi la usavano

nelle cerimonie religiose e in medicina per attenuare il dolore.

Un uso endemico di questa droga è tradizione dei paesi di

6

Figura 1: foglia di cannabis

religione musulmana e dell'India; in quest'ultima, la canapa veniva coltivata già 2000 anni prima di

Cristo.

La morfina, insieme ad altri analgesico-stupefacenti naturali, è un alcaloide contenuto nel succo

delle capsule di papavero, una pianta che possiamo

trovare principalmente in Asia Minore (Figura 2). I

Greci conoscevano già molti anni prima dell’era

cristiana le proprietà medicinali di tale succo e ad essi

va fatta risalire la denominazione di oppio (in greco

“succo”) con cui è conosciuto ancora oggi.

L’oppio entra a far parte della composizione di due

ricette classiche della medicina dell’epoca romana: la

teriaca e il mitridato; quest’ultimo prese il nome da

Mitridate re di Bitinia che sembra lo utilizzasse per

difendersi dai veleni.

Nella civiltà dell’antica Roma, delle droghe si occupava

la Lex Cornelia: una legge romana presentata dal

dittatore Lucio Cornelio Silla per riordinare in modo

organico la giurisprudenza relativa alle leggi criminali. All’interno di questa legge, le droghe erano

definite come qualcosa che potesse servire a curare, come filtro d’amore o come veleno letale; solo

nell’ultimo caso diventa interesse della legge e delle autorità.

Nel corso del Diciannovesimo secolo molti principi attivi di sostanze psicotrope come cocaina,

codeina, mescalina, eroina e morfina vengono isolate chimicamente. A metà del secolo divennero

così reperibili sugli scaffali delle farmacie farmaci che contengono sostanze che agiscono sulle

funzioni psichiche.

La “regina” del XIX secolo è la morfina, già durante la guerra di secessione americana (1861-1865)

i feriti furono trattati con elevate dosi di morfina per alleviare i terribili dolori; analogamente si

comportarono i medici prussiani nella guerra franco-tedesca del 1870, essi affermarono che per la

prima volta si sentì regnare uno strano silenzio negli ospedali da campo.

Non erano ancora noti i gravi rischi che le ripetute introduzioni del farmaco potessero provocare,

ma essi non tardarono a rendersi evidenti. La dipendenza morfinica venne definita “la malattia del

soldato” in quanto nei confronti dei reduci si presentò presto la necessità di utilizzare dosi sempre

maggiori e a intervalli di tempo sempre più ridotti; si presentò inoltre un decadimento fisico e

psichico.

7

Figura 2: papavero da oppio

Con la Prima Guerra Mondiale il consumo di morfina iniziò

una parabola discendente, soprattutto in USA ove

cominciava a diffondersi la Diacetilmorfina o meglio

definita Eroina. Essa era cinque volte più potente della

morfina e venne sintetizzata per la prima volta dalla casa

farmaceutica Bayer nel 1874(Figura 3); si cercò di produrre

una sostanza che possedesse le qualità farmacologiche della

morfina senza peraltro avere le capacità di indurre uno stato

di dipendenza. Fu introdotta in commercio nel 1898 con il

nome eroina, dal tedesco “heroisch” con il significato di

rimedio eroico ovvero di vincere tutte le specie di dolore.

All'inizio si pensò che l’eroina fosse “il solo farmaco capace

di risolvere rapidamente la morfinomania”; si capì subito

però che fosse un’eresia in quanto la dipendenza da eroina insorge con notevole rapidità e con dosi

notevolmente inferiori a quelle degli altri derivanti dell’oppio. Le dosi tossiche di questa sostanza

sono molto basse per cui il rischio di sovradosaggio è più frequente.

“Già nel 1905 iniziarono a diffondersi le voci di allarme tossicologico e tossico manico. Con

il termine tossicomania intendiamo uno stato di intossicazione periodica o cronica prodotto

dalle ripetute assunzioni di una sostanza naturale o sintetica. Le sue caratteristiche

comprendono:

- Un’irresistibile desiderio o bisogno di continuare ad assumere la sostanza e a

procurarsela con ogni mezzo.

- Una tendenza ad aumentare la dose.

- Una dipendenza psichica(psicologica) e di solito fisica agli effetti della sostanza

- Effetti dannosi all’individuo e alla società.”2

“La tossicomania è differente dall’abitudine, la quale è una condizione che deriva dalla

ripetuta assunzione della sostanza; le sue caratteristiche comprendono:

- Un desiderio (ma non una coazione) a continuare ad assumere la sostanza per il

senso di aumentato benessere che essa produce.

- La scarsa o nessuna tendenza ad aumentare la dose.

2 Cancrini L., Malagoli Togliatti M., Meucci G.P., DROGA chi come perché e soprattutto che fare, Sansoni Nuova Biblioteca, 1997, p.3

8

Figura 3: bottiglia Bayer

- Un certo grado di dipendenza psichica all’effetto della sostanza, in assenza di

dipendenza fisica e quindi di una sindrome di astinenza.

- Effetti dannosi, se mai, principalmente per l’individuo.”3

Nel 1859 viene sintetizzata e pubblicizzata, ancora più

di eroina e morfina, un’altra sostanza: la Cocaina. Essa

veniva estratta dalle foglie di un arbusto chiamato

Eritroxylon Coca (Figura 4), originario dell’altopiano

delle Ande. La sua scoperta risale al XVI secolo

quando, i conquistadores spagnoli, si impossessarono

del Perù e notarono che le tribù locali masticavano

queste foglie provenienti da un arbusto. Grazie a queste

foglie erano in grado di sopportare fatica e dolore ma

soprattutto erano in grado di risolvere i disagi che

provocava la scarsa ossigenazione dovuta all’altitudine.

In campo medico la cocaina, dopo la sua

sinterizzazione da parte di Albert Niemann, venne usata

come anestetico locale ma assai rapidamente si diffuse

l’abuso di questa sostanza come stimolante. La cocaina

induce una dipendenza essenzialmente psicologica e la

pericolosità dell’abitudine ad assumerla risiede soprattutto nelle conseguenze di ordine legale in

quanto essa fa parte dell’elenco delle sostanze stupefacenti proibite nella comunità Nazionale.

All’inizio del 1900, l’Associazione Medica Italiana e l’Associazione dei Farmacisti si rendono

conto degli effetti devastanti che le sostanze recavano al corpo e alla mente. In questi anni una

percentuale molto alta della popolazione era diventata dipendente da oppiacei e da cocaina.

Nel 1919 dopo due sentenze contro medici, i quali prescrivevano dosi altissime di morfina ai loro

pazienti, nacque il proibizionismo farmacologico.

Con la nascita del proibizionismo, cresce vertiginosamente il mercato nero con un incremento del

400% e cambia il tipo di consumatore delle droghe; ora le persone che hanno accesso al mercato

nero degli stupefacenti sono per lo più giovani che cercano un prolungato stordimento e una fuga

dalle proprie responsabilità.

Negli anni trenta vengono messe in commercio le anfetamine come medicinale contro l’obesità;

esse toglievano la fame, la stanchezza e la paura. Questi stimolanti erano molto meno costosi della

3Cancrini L., Malagoli Togliatti M., Meucci G.P., DROGA chi come perché e soprattutto che fare, Sansoni Nuova Biblioteca, 1997, p.4

9

Figura 4: foglia di coca

cocaina ma il loro effetto era triplicato. Presto ci si accorse però delle sue controindicazioni:

dimostrava immediatamente tossicità e portava alla schizofrenia furiosa, creando lesioni celebrali

permanenti.

In Europa, dopo gli anni settanta, assistiamo ad un incremento di richiesta da parte dei consumatori

di eroina in quanto si poteva trovare in forma pura.

Il ritorno dell’eroina si riscontò utile nella Guerra del Vietnam, dove la maggior parte dei soldati

americani ne faceva uso. Gli effetti di questa droga però non erano cambiati e i soldati, prima del

loro ritorno a casa, erano costretti a rimanere per un periodo di tempo in quarantena: questo modo

permetteva di far passare le crisi di astinenza.

Richard Nixon, 37° Presidente degli Stati Uniti d’America, visto il disastro sociale che stava

creando l’eroina, dichiarò guerra alla droga su tutti i fronti.

Il governo Nixon si mobilitò per avviare programmi per il recupero di eroinomani tramite il

farmaco Metadone. Esso è un oppioide sintetico, simile ad eroina e morfina ma molto più potente di

essi. Venne prodotto per la prima volta in Germania, nel 1937, durante il III Reich. La sostanza

all’inizio era nominata “Adolfina” in onore ad Adolf Hitler; quando poi il nome divenne

impopolare, venne cambiato in Metadone.

Ad oggi i volti della tossicodipendenza sono cambiati; non solo i consumatori sono differenti ma

anche le sostanze utilizzate e le loro modalità di assunzione. L’eroina ora rappresenta rassegnazione

e sconfitta, spesso viene definita come il capolinea di un progetto fallito di inserimento nella

società.

In questi anni ci troviamo davanti a nuovi tipi di droga, per la maggior parte sintetiche in quanto

prodotte in laboratori; esse vengono utilizzate dai giovani che frequentano discoteche, locali di

tendenza e contesti di aggregazione e divertimento.

1.2 LEGGI ANNESSE

L’incremento e la diffusione di sostanze stupefacenti negli anni hanno portato i vari stati a prendere

provvedimenti riguardanti il controllo delle droghe.

In Italia, il primo intervento legislativo in materia di stupefacenti è rappresentato dalla legge N. 396

del 1923: “Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi

azione stupefacente”4. Questa normativa diede una prima definizione di sostanza stupefacente; essa

puniva, con pene detentive di breve durata, la vendita, la somministrazione e la detenzione di

sostanze aventi azione stupefacente da parte di persone non autorizzate. Si trattava di una legge che

non guardava l’aspetto psico-sociale collegato al consumo di sostanze; si considerava punibile il

4Panarello P., Legislazione in tema di sostanze stupefacenti e psicotrope, in Caringella F., Levita A., Iannuzzi A., Manuale di pubblica sicurezza, Milano, 2013, p. 760

10

soggetto qualora la sua condotta potesse rappresentare un problema per l’ordine pubblico.

Con l’entrata in vigore del Codice Rocco nel 1930 si stabilirono delle misure restrittive per

reprimere il mercato clandestino delle sostanze.

Nel 1934, con la legge N.1145 contenente “Nuove norme sugli stupefacenti”, si introdusse il

ricovero dei tossicomani presso case di cura per sottoporli ad un trattamento di disintossicazione.

La radicale svolta nella regolamentazione delle sostanze stupefacenti fu nel 1954 con la legge

N.1041 del 22 ottobre: “Disciplina della produzione del commercio e dell’impiego degli

stupefacenti”. Con essa si decisero di punire tutte le condotte riguardanti le sostanze stupefacenti,

senza alcuna distinzione tra commercio e uso personale a prescindere dalla quantità detenuta.

Durante gli anni Sessanta si assiste ad un incremento nell’uso di sostanze in quanto i

narcotrafficanti scoprirono nuove rotte per introdurre le droghe all’interno degli Stati; apparve così

inadeguata una legge che mettesse sullo stesso piano spacciatori e consumatori.

Un nuovo approccio si ebbe nel 1975 con la legge N. 685: “Disciplina degli stupefacenti e sostanze

psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.”; pur vietando

la detenzione di sostanze, si prevedeva una “non punibilità” se la sostanza era per uso personale e se

si trattava di una “modica quantità”: una quantità che non superasse il fabbisogno personale per un

massimo di tre giorni.

“L’art. 80 della legge sugli stupefacenti N.685 del 1975, esclude la punibilità di un reato di

cui si sono perfezionati tutti gli elementi costitutivi, deve risultare rigorosamente provata in

tutte le sue componenti a cura dell’imputato, il quale, pur non essendo gravato da un onere

probatorio specifico, è tenuto ad allegare tutte le indicazioni necessarie ad accertare

l’invocata causa di giustificazione dell’antigiuridicità e, segnatamente, la destinazione

all’uso personale della sostanza stupefacente di modica quantità da lui detenuta.”5

All’interno della legge N.685 del 1975 si fece anche una distinzione tra droghe leggere e droghe

pesanti, per consentire al giudice di sanzionare il soggetto in rapporto alla pericolosità della

sostanza. La normativa introdusse inoltre una serie di strumenti di prevenzione sociale e di

assistenza socio-sanitaria; il soggetto interessato poteva chiedere di essere inserito presso strutture

sanitarie, servizi di recupero e riabilitazione.

Nel 1990 con la legge N.309: “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e

sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.”, si

iniziò a guardare con sfavore non solo il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, ma anche

l’assunzione. Con questo atto, decretato dal Presidente della Repubblica, si pongono a controllo

5Cass. Pen., sez. VI, sent. n.9740 del 15/03/1989 ud. (dep.06/07/1989) Rv. 181776, cfr. anche mass n.179932; mass. n. 176804

11

amministrativo le sostanze stupefacenti e psicotrope in tutto il loro ciclo: coltivazione, produzione,

commercio e acquisto. All’interno di questo decreto, come nei precedenti, non viene data una reale

definizione di sostanza stupefacente, ma viene considerata tale ogni sostanza indicata in una tabella

fornita dal Ministero della Salute ed allegata al Testo Unico.

Con il Testo Unico sugli stupefacenti si è abbandonata la nozione di “modica quantità”,

sostituendola con “dose media giornaliera”. Le attività di spaccio avevano rilevanza penale a

prescindere dal quantitativo di sostanza, mentre il superamento della dose giornaliera era

determinante ai fini della sussistenza del reato, per le condotte di importazione, acquisto e

detenzione finalizzate all’uso personale.6

Le pene per coloro che vendevano sostanze a terzi variavano sia in base alla distinzione tra droghe

leggere e droghe pesanti, sia in base alla quantità.

Le critiche mosse nei confronti della legge N.162 del 1990, la quale conferì delega al Governo, a

seguito della quale fu emanato il Decreto del Presidente della Repubblica N.309 del 1990, portarono

alla richiesta di un referendum abrogativo parziale.

Con il referendum abrogativo del 18-19Aprile 19937,si cambiarono radicalmente le tracce date dal

testo unico in materia di stupefacenti ed inoltre, si eliminò il concetto di “dose media giornaliera”. A

seguito del 1993, la condotta del soggetto rientrava nell’ambito della rilevanza penale solo in caso

di un fine diverso dal consumo, mentre rimaneva nell’ambito dell’illecito amministrativo se il fine

era per un consumo personale.

Mediante la conversione in legge (N.49 del 2006, legge Fini-Giovanardi) del decreto legislativo

N.272 del 2005, è stata apportata una significativa riforma alla disciplina delle sostanze stupefacenti

e psicotrope.

Le principali novità introdotte dalla legge N.49 del 2006 le possiamo così riassumere:

- Eliminazione della distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti.

- Reintroduzione del limite massimo di sostanza detenibile.

- Revisione del sistema sanzionatorio amministrativo e introduzione, per particolari categorie

di assuntori, di misure di prevenzione.

Sul piano dell’esecuzione, una novità introdotta dalla legge Fini-Giovanardi, è costituita dalla

possibilità di ottenere su richiesta dell’imputato, solo nei casi di lieve entità, una modalità differente

per scontare la propria pena detentiva o pecuniaria: il lavoro di pubblica utilità.

6Romano L., La normativa sulla droga, in Giur. Di Merito, 1995, p.665

7Pepino L., Qualche riflessione sulla droga e tossicodipendenze a seguito della vittoria referendaria, in Questione giustizia, 1993, p.189

12

Il lavoro di pubblica utilità ha durata corrispondente a quella della sanzione detentiva8, non è

retribuito e viene prestato presso lo Stato. In caso di violazione agli obblighi connessi allo

svolgimento del lavoro di pubblica utilità, è possibile la evoca alla pena sostitutiva.

Con il Decreto Legge N.36 del 20 marzo(Decreto Lorenzin): “Disposizioni urgenti in materia di

disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi

stati di tossicodipendenza, nonché di impiego di medicinali”, le sostanze stupefacenti o psicotrope

sono raggruppate in cinque nuove tabelle controllate dal Ministero della Salute.

Tra le principali novità del Decreto Lorenzin possiamo individuare:

- Sanzioni ridotte per spaccio di ridotte quantità di stupefacenti.

- Inserimento di tutte le cannabis, senza distinzione, tra le droghe leggere.

- Inserimento di tutte le droghe sintetiche riconducibili per struttura chimica o effetti

tossicologici al tetraidrocannabinolo (THC).

1.3 IL SER.T.

Dopo la promulgazione in Italia della legge N.685 del 1975: “le funzioni di prevenzione ed

intervento contro l'uso non terapeutico delle sostanze stupefacenti o psicotrope, al fine di assicurare

la diagnosi, la cura, la riabilitazione ed il reinserimento sociale delle persone interessate, sono

esercitate dalle regioni” e “sono affidate ai normali presidi ospedalieri, ambulatoriali, medici e

sociali localizzati nella regione, con esclusione degli ospedali psichiatrici”, la tossicodipendenza

cessa di essere vista solo come un problema di ordine pubblico e diviene anche un problema sociale

e sanitario.

Nel 1978, con la legge N.883 abbiamo l’istituzione delle U.S.L.(Unità Sanitaria Locale). La legge

stabilisce che sarà compito di esse individuare i presidi socio-sanitari nel cui ambito operino servizi

che possano provvedere alla somministrazione dei farmaci di sostituzione e all’accertamento del

reale stato di tossicodipendenza.

Il Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.) è un servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazione

dedicato alla cura, alla prevenzione e alla riabilitazione delle persone che hanno problemi

conseguenti all’abuso di sostanze stupefacenti (droghe, alcol, ludopatia) che generano dipendenza

dalle stesse. Nasce dopo l’anno di promulgazione del Testo Unico in materia di stupefacenti. Dalla

nascita ad oggi, gli utenti che hanno preso contatto con il servizio sono quasi 190.000. I servizi per

le tossicodipendenze sono attivi all’interno di ogni Distretto Sanitario e in Italia, ad oggi, ne

possiamo individuare circa 550. Tutte le prestazioni fornite sono accessibili gratuitamente a tutti

coloro iscritti regolarmente presso il Servizio Sanitario Nazionale.

8Deroga dei limiti di durata massima di cui all’art. 54, comma 2, d.lgs. n. 274/2000 per il lavoro di pubblica utilità (non inferiore a dieci giorni né superiore a sei mesi).

13

I principali soggetti che prendono contatti con la struttura sono persone portatrici di bisogni

correlati a situazioni di disagio fino allo stato di dipendenza e malattia.

Grazie agli interventi svolti dagli operatori dei servizi per il recupero delle tossicodipendenze, le

morti per overdose continuano a diminuire e il classico tossicodipendente da strada è in declino.

All’interno del servizio troviamo diverse figure professionali qualificate: medici, sociologi,

psicologi, assistenti sociali, educatori ed infermieri. Essi “devono porsi come metodo di lavoro il

dialogo e la negoziazione continua”9.

“È possibile affermare che la risorsa, lo strumento principale dell’intervento sulle

dipendenze è identificato nell’operatore e nella equipe a cui vanno affiancati alcuni

strumenti farmacologici e medici in generale.”10

Gli operatori offrono interventi di prima accoglienza nei confronti di chi non ha mai avuto contatti

con la struttura; questo tipo di attività non è rivolto solo a soggetti con problemi di dipendenze ma

anche alle famiglie di essi. Se la persona lo chiede può essere intrapreso in anonimato. La prima

accoglienza prevede un’introduzione a quelle che sono le attività previste lungo il percorso che

intraprenderanno al fine di eliminare un abuso di sostanze e/o problemi affini.

Coloro che lavorano all’interno del servizio, soprattutto nella prima accoglienza, devono saper

essere convincenti ed incalzanti; in maniera particolare con i giovani, in quanto essi, data la loro

giovane età e inesperienza, sono all’oscuro di tutte le sfaccettature del mondo della droga. Ai

ragazzi spesso preme l’urgenza di allargare i confini della propria esperienza e, in un primo

momento gli stupefacenti sembrano la strada più opportuna da percorrere.

“Da allora, per nove giorni venni sballottato

da un turbinoso ciclone, su e giù per il mare, con i pesci.

E fu solo al decimo che riuscimmo a metter piede

a terra: era la terra del Mangialoppio, gente

che si nutre di un certo fiore. Verso l’interno

ci spingemmo a far provvista d’acqua: e i miei

subito dopo si diedero al mangiare, presso le navi;

quindi satolli che fummo di cibo e bevande, mandai

alcuni, due uomini scelti, e in più, insieme

9D’Egidio P.F., Lucchini A., Uno sguardo sui Ser.T: la parola agli operatori e ai pazienti; Franco Angeli, 2012, p.17.

10D’Egidio P.F., Lucchini A., Uno sguardo sui Ser.T: la parola agli operatori e ai pazienti; Franco Angeli, 2012, p.25

14

un araldo, per accertare di che razza quegli uomini

fossero, che abitavano la terra e si nutrivano

di pane. Subito i miei uomini partirono, e vennero in contatto

con la gente dei Mangialoppio. Ora i Mangialoppio

non pensarono affatto di uccidere i nostri gregari,

anzi diedero loro da assaggiare l’oppio. Così avvenne

che quelli, mangiato il frutto, dolce con il miele,

non volevano più presentarsi, né ritornare in patria:

volevano rimanere là insieme alla gente

dei Mangialoppio, per coglier l’oppio e cader nell’oblio.

Piangevano piangevano, quando, con modi bruschi,

li caricai sulle navi; dovetti trascinarmeli a forza

legarli dentro gli scafi sotto coperta.”11

Dal momento in cui l’individuo decide di iniziare un percorso all’interno del servizio per le

tossicodipendenze gli viene aperto un programma territoriale. Con la presa in carico del soggetto, il

Ser.T. si impegna ad assegnargli un’intera equipe territoriale formata da un medico, un educatore,

uno psicologo ed un assistente sociale. Il medico è colui che si occupa della terapia farmacologica,

essa può prevedere ad esempio la prescrizione di un medicinale sostitutivo ad un oppiaeceo.

L’educatore e lo psicologo, tramite colloqui, svolgono un’attività di supporto psicologico e socio-

educativo al paziente. Infine, l’assistente sociale aiuta gli utenti ad utilizzare in modo valido le loro

risorse e a sviluppare la loro autonomia e responsabilità.

Il compito degli operatori Ser.T. non si limita al recupero di tossicodipendenze; una parte

importante del servizio è composta dalla prevenzione, in modo particolare all’interno delle scuole,

per sensibilizzare gli adolescenti sui propri stili di vita. Essi, molte volte si trovano a vivere

situazioni di difficoltà in famiglia, possono infatti crearsi numerose incomprensioni nell’età

dell’adolescenza. La prevenzione è fondamentale in quanto, “per chi vuole fare il primo passo

(verso le droghe), le difficoltà sono quasi inesistenti. Basta un po’ di ostinazione. Si conosce sempre

qualcuno che ci inizi al gioco.”.12 A volte, infatti, chiedendosi quali siano le ragioni principali per

11Omero, Odissea, IX, p.101-124

12Olivenstein C., Droga, una grande psichiatra racconta trent’anni con i tossicodipendenti, Raffaello Cortina Editore, 2001, p.87

15

cui i soggetti iniziano ad assumere stupefacenti, la risposta più banale e comune è: “mi sono

semplicemente trovato all’interno di un gruppo di amici che assumevano droghe così ho iniziato a

farlo anche io”.13

Il progetto di prevenzione può essere svolto mediante quattro programmi differenti a seconda

dell’età degli studenti. Il progetto “Mediamente” è rivolto ai ragazzi delle scuole secondarie di

primo grado, mentre “Impari” e le visite guidate sono destinati agli alunni delle scuole superiori.

Infine, il progetto “Valico” prevede una giornata di incontro presso la Casa Circondariale di Forlì tra

gli studenti del quinto anno delle superiori e i detenuti con abuso di sostanze.

L'attività di prevenzione non si limita alla formazione all'interno delle scuole, ma agisce anche sul

territorio tramite la “Unità di strada”. Questa consiste in interventi in contesti ricreativi e nei luoghi

di aggregazione come feste ed eventi. Vengono distribuiti fascicoli e volantini informativi su

sostanze legali e illegali, per fornire un'informazione il più possibile oggettiva al fine di promuovere

una riduzione del rischio. Viene inoltre viene data la possibilità di sottoporsi in modo volontario,

anonimo e gratuito al test per la rivelazione del tasso alcolemico in modo da poter valutare la

differenza tra il valore percepito dal soggetto e quello reale. Lo scopo della “Unità di strada” è

quello di poter dialogare con i giovani in un contesto informale, affrontando tematiche legate alla

tutela della propria salute.

Il Ser.T., come servizio per le tossicodipendenze offre anche la possibilità di partecipare a gruppi di

ascolto legati alle problematiche di alcolismo. L'alcool è classificato giuridicamente come legale,

ma è una sostanza molto tossica per la cellula epatica ed è causa di una dipendenza il cui grado è

superiore rispetto alle droghe più conosciute; “ Il bere, che inizialmente costituisce un atto

volontario liberamente scelto, sul lungo periodo diventa il risultato di un atto irriflesso, meccanico.

Si beve per necessità, perché non se ne può più fare a meno, perché si è, in qualche modo, costretti a

bere”.14

Il servizio inoltre propone dei tirocini formativi, sia retribuiti che non, per coloro che lo ritengono

opportuno. In base alla persona a cui è destinato il tirocinio cambiano le modalità e gli obbiettivi.

13Turoldo F., Le malattie del desiderio, storie di tossicodipendenza e anoressia, Cittadella Editrice, 2011, p. 21

14 Turoldo F., Le malattie del desiderio, storie di tossicodipendenza e anoressia, Cittadella Editrice, 2011, p.14

16

CAPITOLO 2

ACCOGLIERE

“Lì sotto è molto caldo. Non c'è vento. Ci crescono le piante che non ho mai

visto altrove. E dei ruscelli chiarissimi scorrono in questa valle pazzesca. Dalle

pareti scendono cascate.”( Noi ragazzi dello zoo di Berlino)

2.1 IL CARCERE

In tempi remoti il carcere era concepito come edificio atto a custodire coloro che avevano violato

l'ordine costituito, ad essi doveva essere inflitta una pena per i crimini commessi; venne istituito

principalmente per salvaguardare la pace e la sicurezza. La pena veniva inflitta come vendetta,

senza pensare a come rieducare l'individuo.

“Il carcere era puramente custodialistico, nel quale lo scopo essenziale era quello della

sicurezza e che non si era posto in termini significativi e rilevanti il problema degli

interventi di effettiva risocializzazione del soggetto.”15

Nascono nel 1557, in Inghilterra, i primi luoghi in cui ladri, prostitute e vagabondi venivano

raccolti, con l'intento di rieducarli attraverso il lavoro e la disciplina. Venirono definiti “ house of

correction” o “workhouse” ed erano caratterizzate da una rigida organizzazione e da compiti uguali

e ripetitivi da svolgere.

Verso la fine del 1700, inizi 1800, con le teorie rivoluzionarie borghesi,politiche e sociali, si afferma

una nuova struttura giuridico-normativa.

Con il progetto “Panopticon” (Figura 5), ideato dal

filosofo e giurista Jeremy Bentham nel 1971, si

cerca di esercitare controllo su tutti gli atti del

carcerato nell'arco delle ventiquattro ore

giornaliere.

“Nasce così la nuova struttura architettonica del

carcere moderno (carcere Benthaniano), fatta di

“bracci” e rotonde, costruito cioè in modo che i

carcerieri stando fermi nel posto di guardia posto

sulla rotonda possano avere la visuale piena su un

intero braccio di celle, o su più bracci. Al contempo ogni detenuto sa che ogni suo movimento è

controllato “a vista” con estrema facilità.”16

15 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 53

16 Archivio di Stato, Il carcere e la pena: brevi cenni di evoluzione storica, 2008, p. 3

17

Figura 5: Panopticon

Sempre negli stessi anni vengono introdotte anche alcune innovazioni, come la separazione tra sessi

e l'isolamento notturno.

In Italia, una delle prime esperienze carcerarie moderne viene realizzata a Firenze all'interno

dell'Ospizio del S.Filippo Neri, nella seconda metà del XVII secolo. Viene creata una sezione solo

per giovani di buona famiglia con problemi di disadattamento; essi erano rinchiusi in isolamento

giorno e notte.

Fino alla metà del XVIII secolo, la detenzione, non era vista nel senso moderno in cui la

intendiamo, era invece un modo per impedire all'imputato in attesa di processo di sottrarsi dalla

stessa. Solo dopo la seconda metà del secolo il carcere viene visto come luogo di espiazione delle

pene detentive.

“Nel novembre del 1890 viene istituita la prima Commissione Penitenziaria Internazionale,

nel 1929 una seconda Commissione Internazionale Penale e Penitenziaria, a seguito di esse,

venne poi ufficialmente riconosciuta l'esistenza di un diritto penitenziario.”17

Nel 1889 venne emanato il codice penale Zanardelli, esso riteneva che la legge non dovesse mai

dimenticare i diritti dell'uomo e che i cittadini non dovessero guardare al detenuto come un

individuo necessariamente irrecuperabile. “La posizione negativa verso il delinquente e il detenuto

nasce dal fatto che la nozione che l'ambiente sociale ha di costoro è relativamente razionale e nasce

a livelli profondi che interessano l'intera collettività sociale.”18

Nel 1890 le dimensioni delle celle venivano fissate dal Consiglio Superiore di Sanità in m. 2,10 x

4x h 3,30, mentre le dimensioni dei cosiddetti “cubicoli” erano stabilite in m. 1,40 x 2,40 x h. 3,30.

Solo qualche tempo dopo, nel 1932, sarà introdotto un sistema che consentirà la convivenza da tre a

sette detenuti in una cella di dimensioni più ampie( 25 mq. per posto letto).

Nel 1921-1922 venne applicato il principio per cui i detenuti dovevano essere oggetto di cura più

che di repressione, essi dovevano essere rieducati più che puniti. In questi anni, con la possibilità di

colloqui e corrispondenze si determinarono dei miglioramenti nel trattamento delle persone

detenute.

Nel 1931 venne approvato il codice penale “ Codice Rocco”, i suoi punti fondamentali sono:

“- Rigida separazione tra il mondo carcerario e la realtà esterna

- Limitazione delle attività consentite in carcere alle tre leggi fondamentali del

trattamento(pratiche religiose, lavoro e istruzione)

17 Festa R., Elementi di diritto penitenziario, l'ordinamento penitenziario e l'organizzazione degli istituti di prevenzione e pena, II ed. Napoli, Simone, 1984, pp. 9-10 18 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il

carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 65

18

- Atomizzazione dei detenuti impedendo loro qualsiasi collegamento e presa di coscienza

collettiva

- Esclusione dal carcere di qualsiasi persona estranea cioè non inserita nella gerarchia e non

sottoposta alla disciplina penitenziaria

- Obbligo di chiamare i detenuti con il numero di matricola (al posto del cognome) volto alla

soppressione della personalità del detenuto

- Carcere come istituzione chiusa.”19

Il percorso del detenuto all'interno del carcere era sempre monitorato da una “cartella biografica”

personale. Essa era una vera schedatura dove venivano annotati i comportamenti all'interno del

carcere; oltre ad essi vi erano inseriti anche i precedenti penali del soggetto e quelli dei suoi

familiari. Venivano inoltre segnalate le condizioni economiche e le idee politiche del detenuto e dei

suoi parenti.

Dopo il secondo dopoguerra iniziarono ad esserci tensioni all'interno delle carceri Italiane; esse

provenivano dalle condizioni carcerarie. Il breve arco di tempo dalla seconda metà del 1945 ai primi

mesi del 1946 è caratterizzato dalle più violente e sanguinose rivolte della storia delle carceri

Italiane.

“Ma la più grave e sanguinosa rivolta del dopoguerra rimane quella di San Vittore in

coincidenza con la pasqua del 1946. Il 21 aprile i detenuti, capeggiati dall’ex milite della

Muti a famigerato bandito Enzo Barbieri e dall’ex gerarca Caradonna si impadroniscono di

tutto il carcere, tengono prigionieri venticinque ostaggi e muniti di mitra, pistole e bombe a

mano, ingaggiano sanguinosi scontri a fuoco con le forze dell’ordine. Alcuni membri della

Consulta inviano un telegramma al ministro degli interni Romita e al guardasigilli Togliatti

per sollecitare una pronta repressione della rivolta; la federazione comunista milanese

protesta per l’atteggiamento conciliatore del questore che è sceso a patti con i rivoltosi. Il 24

aprile, quando i reparti dell’esercito e della polizia (si parla di più di mille uomini) che

circondano San Vittore hanno ricevuto l’ordine dal ministero dell’interno di sedare con ogni

mezzo la sedizione, i 3400 detenuti si arrendono, liberando gli ostaggi e consegnandoli agli

assedianti. Pesante è il bilancio delle vittime: si parla di otto morti e sessanta feriti tra

detenuti e forza dell’ordine 30. ”20

Dal 1968-1969, il sistema carcerario e le strutture si sono avviate alla disintegrazione;”Non muta il

sistema, ma il rapporto tra gestori e gestiti. Questi non accettano più le regole dell'istituzione.”21 Si

19 Nepi Modona G., Vecchio e nuovo nella riforma dell'ordinamento penitenziario in Carcere e società di cura, Marsilio Editori, 1976, pp. 68-70

20 Neppi Modona G., Carcere e società civile, in Storia d'Italia, Vol. V/2 Documenti, Einaudi, 1973, p. 1977-1982 21 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il

carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 48

19

diffonde così un dissenso carcerario e tutto resta affidato nelle mani dei singoli responsabili

dell'istituto, i quali gestiscono la situazione senza pensare ad un programma generale. Nascono così

patteggiamenti e singole concessioni che porteranno ad una accelerazione nella disintegrazione del

sistema. La tensione diviene diffusa e da qui si scatena una crisi del personale, essi lasciano gli

istituti carcerari in modo sempre più massiccio.

Tra il 1975 e il 2000, all'interno dei penitenziari, ci furono modifiche riguardanti il regolamento di

esecuzione e le leggi. In particolare, con il decreto interministeriale N.450 del maggio 1977

intitolato “Per il coordinamento dei servizi di sicurezza esterna degli istituti penitenziari.”, viene

attribuita all'Ufficiale Superiore dei Carabinieri il potere di coordinamento sia per la sicurezza

interna che per quella esterna degli istituti penitenziari. Nello stesso anno, con lo stesso decreto,

vengono istituiti i Carceri Speciali; “Per tutti l'avviamento al carcere speciale è motivato con la

formula “soggettivamente pericoloso”.”22

Nel 1990 vengono istituiti il Corpo di Polizia Penitenziaria e il Dipartimento dell'Amministrazione

Penitenziaria. (DAP)

Ad oggi, gli istituti di pena sono alle dipendenze del Ministero della giustizia e del Dipartimento

dell'amministrazione penitenziaria, a capo del quale vi è il capo del Dipartimento.

2.2 L'ACCOGLIENZA IN CARCERE DELLA PERSONA TOSSICODIPENDENTE

Le persone con problemi di abuso di sostanze stupefacenti presenti in carcere sono sempre più in

aumento: a volte, superano anche il 50% della popolazione carceraria. Essi sono principalmente

soggetti che vivono in condizioni di disagio e con polidipendenze; le loro incarcerazioni sono per lo

più dovute a motivi di spaccio o comunque problemi con sostanze stupefacenti.

“Era come se questi ragazzi fossero stati posseduti da uno di quegli dèi greci, nella mitologia

greca, riescono a prendere il controllo di un individuo per eterodirigerlo a loro

piacimento.”23

Il carcere è l'istituzione che più di altre contiene persone tossicodipendenti, i soggetti che abusano

di sostanze sono infatti maggiori in carcere che nelle comunità terapeutiche. L'ordinamento

carcerario però non è il luogo più opportuno per risolvere problemi derivanti da sostanze in quanto

esso aumenta esponenzialmente le già numerose problematicità della persona.

Molti detenuti tossicodipendenti sono persone senza fissa dimora, dove la ricerca della sostanza

viene definita un “full time job”24, ovvero che i soggetti spesso sono disoccupati, in quanto la

ricerca della sostanza occupa tutta la loro giornata, senza lasciare spazio per altro. Questi soggetti,

22 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 28

23 Turoldo F., Le malattie del desiderio, storie di tossicodipendenza e anoressia, Cittadella Editrice, 2011, p.18-19 24 Welsh I., Trainspotting, Guanda, Parma, 1996.

20

al momento della loro scarcerazione non sapranno dove andare e la sfida dei servizi per recupero di

tossicodipendenti sta nel riuscire ad intraprendere un percorso con queste persone, in modo tale che

possano ritrovare se stessi per poter poi in seguito usufruire dei diritti minimi essenziali.

Molti dei detenuti tossicomani sono rappresentati da stranieri senza permesso di soggiorno. Essi,

molto spesso, sono costretti a vivere in strada data la loro “clandestinità” e le dipendenze da alcool e

oppiacei si innescano con relativa facilità.

“Il collegamento con la Regione e con gli enti locali rappresenta un mezzo, e forse l'unico

mezzo, per assicurare adeguati servizi nei penitenziari e attenuare le cause che tendono ad

emarginare la comunità detenuta.”25

Il percorso più opportuno per la persona tossicodipendente sarebbe accedere a percorsi di cura,

cercando di non entrare nel circuito penitenziario; questo però molto spesso non accade e il compito

del Ser.T. è quello di occuparsi delle persone tossicodipendenti per il tempo che sono in carcere in

quanto i trattamenti possono avvenire anche all'interno di esso.

Il percorso da svolgere con i soggetti varia in quanto alcune persone che approdano in carcere sono

già conosciute dai servizi dei Ser.T, mentre altre sono ancora sconosciute. Per questi ultimi, il

carcere funge da collegamento per poter iniziare un percorso di cura della dipendenza, mentre

invece per i soggetti che fanno già parte del circuito ambulatoriale, di qualsiasi paese italiano,

vengono presi collegamenti con il servizio di provenienza in modo da poter ridefinire la terapia e, se

necessario, affiancarla a un intervento farmacologico antiastinenziale. Il servizio, inoltre, ha il

compito di mantenere i contatti con il Ser.T. di provenienza del detenuto, tenendolo aggiornato sui

progressi e sull'avanzamento del percorso di cura del soggetto preso in carico. Questo sviluppo

viene monitorato e seguito da una “equipe carcere”, formata da un medico, un infermiere, un

educatore e uno psicologo. Essi provvedono a creare un “P.A.I.”, o Piano di Assistenza

Individualizzato, rappresenta la proposta assistenziale che il servizio offre all'assistito detenuto per

raccoglierne l'adesione o dubbi.

Gli operatori che operano all'interno delle istituzioni carcerarie devono essere chiari sul mandato

che hanno da parte del servizio, non svolgeranno mai compiti di facilitazioni con avvocati e

familiari.

Il servizio per le tossicodipendenze aiuta l'individuo a lavorare, oltre che sull'aspetto farmacologico,

anche sulle proprie risorse; molti soggetti all'interno del carcere scoprono di avere talenti o passioni.

Il progetto di cura che viene pensato per il recupero dei tossicomani mira a creare le condizioni per

condurre, una volta “fuori”, uno stile di vita differente.

25 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 119

21

Il programma viene basato su colloqui e visite mediche regolari da parte degli operatori Ser.T.

Durante le visite mediche si tengono controllati i progressi fatti dal detenuto e il possibile scalaggio

dei farmaci sostitutivi in base allo stato fisico e psicologico del soggetto.

“I medici ritengono che la terapia psicologia e il counselling sociale, siano un importante

supporto alla terapia con farmaci agonisti accrescendo la motivazione al cambiamento, [...]

favorendo la stabilizzazione del paziente e che siano di valido aiuto e supporto alla vita

quotidiana”26

Lo scopo dei colloqui psicologici invece è quello di dare un supporto all'individuo cercando di

tenere contenuti gli atti di autolesionismo e di evitare che i soggetti tentino il suicidio; si riuscirà

così a preservare la salute e la sicurezza dei detenuti.

Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri; l'impatto psicologico dell'arresto e

dell'incarcerazione, le crisi di astinenza dei tossicodipendenti, la consapevolezza della condanna, o

lo stress quotidiano della vita in carcere, possono superare la soglia di resistenza del detenuto

medio. Nel momento in cui l'individuo viene incarcerato, perde la propria libertà e la propria

famiglia; si troverà in condizioni di disagio psichico e in un ambiente che non conosce.

Le ragioni dei suicidi dei carcerati non provengono solo dalla mancanza della propria libertà ma

anche dalle condizioni all'interno degli istituti penitenziari. Negli ultimi anni abbiamo assistito a

numerosi sovraffollamenti nelle carceri italiane, essi portano i detenuti a vivere in condizioni di

disagio: all'interno delle celle i detenuti sono sempre più numerosi e gli spazi diventano sempre più

stretti. Tra i principali, eterni, irrisolti motivi del sovraffollamento carcerario sta il numero enorme

di processi penali pendenti, i tempi dei processi penali sono sempre maggiori.

Se i suicidi sono saltuari, gli atti di autolesionismo sono molto più frequenti; con essi i detenuti

vogliono dimostrare la loro insoddisfazione da parte del sistema carcerario.

Uno dei problemi del carcere è la comunicazione: la mancanza di poterlo fare con l'esterno e la

difficoltà di farlo con gli operatori della struttura. Gli atti di autolesionismo vengono per questo

definiti “urla sorde” che una persona decide attuare attraverso il proprio corpo: sono dei veri e

propri messaggi scritti sulla pelle, scritti attraverso gesti estremi.

Nonostante all'interno dell'organizzazione penitenziaria siano presenti educatori, il compito degli

operatori Ser.T. ha un ruolo di fondamentale importanza per le persone tossicodipendenti. Coloro

che lavorano presso il servizio sono a conoscenza delle difficoltà legate all'assunzione di sostanze

stupefacenti e in certe situazioni sanno meglio come agire nei confronti del soggetto

tossicodipendente.

26D’Egidio P.F., Lucchini A., Uno sguardo sui Ser.T: la parola agli operatori e ai pazienti; Franco Angeli, 2012, p.54.

22

2.3 MODELLI RIEDUCATIVI ALL'INTERNO DEL CARCERE

“L'approccio al problema delle droghe non deve essere centrato sul prodotto, ma sulle

persone e sulle loro relazioni sociali.”27

I soggetti tossicodipendenti nel momento della loro incarcerazione si trovano a dover combattere

molte battaglie con loro stessi, la più importante è quella con le droghe; dovranno combattere con le

crisi d'astinenza, con la mancanza della sostanza abitualmente usata.

Molti tossicomani descrivono l'uso delle droghe come una “giostra”, da cui però non puoi più

scendere; il primo “sballo” e le prime volte sono sempre piene di momenti positivi ed euforici.

Nell'individuo molto raramente si forma l'idea del “dopo”, questo perché la droga lo ha abituato da

troppo tempo a vivere nel “qui e ora”. L'eroina, i barbiturici e tutte le altre droghe autodistruttive,

non sono scelte a caso: esse esprimono protesta, frustrazione, disagio, distruttività, opposizione

politica e sociale.

Molti soggetti, prima di entrare all'interno delle mura carcerarie, hanno già provato vari percorsi per

disintossicarsi dalle sostanze, ma non sempre con effetti positivi; molti infatti “ vorrebbero non

soffrire più dell'astinenza, ma sentono che essa fa parte della loro persona e che la sua scomparsa

potrebbe portarli verso abissi sconosciuti, che li terrorizzano”28

Il percorso di disintossicazione deve partire dal soggetto, altrimenti non sarà quasi mai portato a

termine; la volontà è l'elemento principale per poter iniziare un allontanamento graduale dal mondo

delle droghe. Molti soggetti, prima di entrare in carcere, non avrebbero mai avuto la volontà di

iniziare un percorso di recupero all'interno di un servizio; questo perché nell'ambiente esterno il

tossicodipendente ha ogni sostanza di cui ha bisogno a portata di mano. Proprio per questo motivo,

l'entrata in carcere di questi soggetti può essere positiva. Essi infatti si troveranno a non poter avere

le sostanze di cui fanno uso solitamente e l'inizio di una terapia è l'unico modo per non dover

affrontare le crisi di astinenza. Starà poi nell'individuo e nella sua volontà l'esito positivo di questo

trattamento.

L'aiuto principale che viene fornito ai detenuti tossicodipendenti è l'assunzione di farmaci

sostitutivi, essi “ in virtù della loro lunga durata di azione, stabilizzano la dipendenza contrastando

quel continuo alternarsi di fasi di Alto e Basso.”29

I principali farmaci di sostituzione sono Buprenorfina/Naloxone e Metadone; quest'ultimo viene

definito dai pazienti come il farmaco che più di altri “aiuta a stare meglio”. Solitamente per i

pazienti più giovani viene assegnata la Buprenorfina per la sua efficacia e per la sua sicurezza di

27 Margaron H., Le stagioni degli dei. Storia medica e sociale delle droghe, Raffaello Cortina, 2001, p.311. 28Olivenstein C., Droga, una grande psichiatra racconta trent’anni con i tossicodipendenti, Raffaello Cortina Editore, 2001, p.120.

29D’Egidio P.F., Lucchini A., Uno sguardo sui Ser.T: la parola agli operatori e ai pazienti; Franco Angeli, 2012, p.55.

23

impegno, per gli altri il Metadone; questo però può variare in base alla sua tollerabilità e al suo

profilo di sicurezza.

Queste terapie vengono assegnate con lo scopo di arrivare gradualmente ad una totale

disintossicazione da sostanze stupefacenti. I dosaggi vengono definiti dal medico in comune

accordo con il paziente; la maggior parte dei pazienti con il tempo richiede una diminuzione del

dosaggio, mentre solo una piccola parte chiede un aumento. Esso può essere concesso nel momento

in cui il medico nota una particolare sofferenza dell'individuo.

Il medico che segue i pazienti tossicodipendenti è anche uno psichiatra, in questo modo egli saprà

quali sono le terapie giuste anche in base alla salute mentale dell'individuo.

I soggetti, all'interno del carcere si trovano in situazioni di disagio e un modo per distrarsi dalla

routine quotidiana all'interno delle proprie celle può essere il lavoro. Ai detenuti infatti, dopo

un'attenta selezione da parte degli operatori del carcere, gli possono essere assegnati dei lavori.

L'attività lavorativa funge da “momento ricreativo”; i lavori infatti sono svolti all'interno delle mura

carcerarie, ma all'esterno delle proprie celle. Le mansioni possono essere molteplici; solitamente il

più richiesto è quello della cucina, esso è anche il più retribuito. Gli impieghi, per i detenuti, sono di

fondamentale importanza; essi infatti sono uno dei pochi modi in cui il carcerato si sente un

soggetto come tanti altri, senza dover pensare alla sua pena e alla sua reclusione.

Lo scopo principale delle attività svolte dentro alle mura carcerarie è quello di non isolare

completamente l'individuo dalla collettività e dal mondo esterno, perché se così fosse, al momento

della sua scarcerazione il soggetto si sentirebbe perso e in una condizione di emarginazione; questo

molto spesso potrebbe portarlo ad un riavvicinamento nel mondo delle sostanze stupefacenti.

L'aspetto più importante delle iniziative che possono essere assunte in favore dei detenuti è il

reinserimento sociale; esse dovrebbero partire dal carcere stesso organizzando corsi di formazione

professionali. Queste iniziative dovrebbero porsi come fine l'integrazione del soggetto all'interno

del mondo del lavoro per poter avere un proprio guadagno ed eliminare la povertà che, molto spesso

costituisce indubbiamente una delle cause dalla criminalità.

Gli interventi di reinserimento sociale sono “tesi a rinnovare l'individuo e a fargli assumere un

diverso orientamento di vita e non appartengono certamente alla sola amministrazione carceraria,

bensì a tutta la società.”30.

Un metodo utilizzato dal servizio per le tossicodipendenze per la reintroduzione nella società del

detenuto è la proposta di tirocini formativi. Essi, per essere attivati, devono essere richiesti dal

servizio e devono essere approvati dalla “U.E.P.E.”(Ufficio di Esecuzione Penale Esterna). Non tutti

30 Magistratura Democratica, contributi di Bloch E, Cappelli I., Margara A., Senese S., Tassinari L., Tortorici R., Il carcere dopo le riforme, Feltrinelli, 1979, p. 122

24

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