Leggere la rivoluzione industriale, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università G.D'Annunzio di Chieti-Pescara
davidezetanapolitano
davidezetanapolitano25 maggio 2017

Leggere la rivoluzione industriale, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università G.D'Annunzio di Chieti-Pescara

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Saggio storico-economico di Joel Mokyr
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LEGGERE LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE di Joel Mokyr

CAP I – LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: UN’UTILE ASTRAZIONE Molti storici hanno la sensazione che la definizione di “Rivoluzione industriale” sia un’espressione troppo vaga per risultare di qualche utilità, e che essa trasmetta l’idea fuorviante di un brusco cambiamento paragonabile nella sua repentinità alla Rivoluzione francese. Il punto importante da tenere a mente è naturalmente che da un punto di vista puramente ontologico la rivoluzione industriale non accadde. Ciò che si verificò fu una serie di eventi, in un certo periodo di tempo, in certe località, per cui gli storici successivi reputarono conveniente trovare un nome specifico. Quanto fu rivoluzionaria la rivoluzione industriale? A confronto con le rivoluzioni politiche, quali le rivoluzioni americana e francese che le furono contemporanee, essa si sviluppò lungo un arco di tempo piuttosto prolungato, compresa com’è solitamente tra il 1760 e il 1830. Certamente essa fu punteggiata da periodi di intensa attività (ad esempio il 1769, quando vennero brevettati sia il condensatore separato di James Watt sia la filatrice ad acqua di Richard Arkwright); ma il cambiamento in economia raramente è drammatico e repentino. Di conseguenza, alcuni studiosi hanno trovato difficile digerirne gli aspetti rivoluzionari: c’è stato chi ha scritto che è difficile pensare che sia improvvisa una cosa che dura così a lungo. Tuttavia queste osservazioni non sono sufficienti a motivare un abbandono della terminologia. Infatti le rivoluzioni presuppongono un’accelerazione del cambiamento, e nel pur lungo periodo considerato la Gran Bretagna visse una serie di cambiamenti che surclassarono tutti quelli verificatisi in tutto il periodo successivo alla grande peste del Trecento. Oggi non è più presa sul serio, per il periodo antecedente il 1750, la raffigurazione di una società preindustriale statica con una tecnologia sempre uguale, priva di accumulazione di capitali, con una scarsa o inesistente mobilità della manodopera e una popolazione prigioniera dei vincoli malthusiani; è vero però che fino al 1750 ai periodi di crescita seguivano sempre epoche di recessione e di stagnazione. La rivoluzione industriale fu “rivoluzionaria” nel senso che il progresso tecnologico che si verificò e la conseguente trasformazione dell’economia non furono eventi effimeri ma collocarono la società su una traiettoria economica differente. Le rivoluzioni vengono misurate in base alla profondità e alla persistenza dei loro effetti: sotto questo punto di vista, quello che accadde in Gran Bretagna dopo il 1760 merita l’appellativo di rivoluzionario al di là di ogni serio dubbio. Poche rivoluzioni politiche ebbero effetti di così vasta portata. Uno dei dati più sorprendenti è che i contemporanei apparentemente non ebbero alcuna consapevolezza della rivoluzione industriale. Diversi studiosi hanno analizzato la rimarchevole assenza, negli scritti di economia politica e nei romanzi apparsi anteriormente al 1830, di riferimenti ad un fenomeno di tale rilievo. Non bisogna comunque balzare a conclusioni affrettate sulla validità terminologica del concetto di “rivoluzione industriale”: quanti nell’impero romano pensavano di vivere nell’antichità classica? Di certo gli uomini che vissero a cavallo tra Settecento e Ottocento non prestarono a questa rivoluzione l’attenzione che le fu accordata dagli storici successivi, ma perché mai avrebbero dovuto farlo, visto che non avevano idea di quello che sarebbe stato il risultato? E comunque in alcuni testi, letterari e non, sono effettivamente presenti dei riferimenti, più o meno equivoci e molto rari; ma quest’ultimo dato non sorprende, considerata la distribuzione geografica della rivoluzione industriale nelle sue prime fasi. Ciononostante c’è qualcosa di vero nell’affermazione secondo cui il concetto di rivoluzione industriale significò per i suoi contemporanei: la storia è scritta inevitabilmente con una certa dose di attualizzazione, e la visione retrospettiva ci dà modo di giudicare quali dettagli hanno importanza e quali no. Nel 1815 era impossibile indovinare se il progresso delle manifatture si sarebbe rivelato un fenomeno temporaneo oppure l’inizio di un prolungato processo cumulativo di cambiamento sociale e tecnologico; alcuni economisti politici credevano, per ragioni perlopiù aprioristiche, che il progresso sarebbe stato temporaneo, ma sarebbe ridicolo per uno storico dell’economia dei nostri giorni pretendere un’analoga ignoranza.

L’origine della locuzione “rivoluzione industriale” è stata attribuita a degli studiosi francesi degli anni Trenta dell’Ottocento, ma è stato dimostrato che le sue origini sono anteriori; essa comunque divenne popolare dopo la pubblicazione delle Lectures on the Industrial Revolution di Arnold Toynbee (1884). Sebbene gli storici dell’economia tendano naturalmente a enfatizzarne gli aspetti economici, la rivoluzione industriale illustra le limitazioni derivanti dalla compartimentazione delle scienze storiche. In quegli anni in Gran Bretagna non cambiò solo il modo in cui si producevano i beni e i servizi, ma anche il ruolo della famiglia e dell’unità economica familiare, la natura del lavoro, la condizione di donne e bambini, il ruolo sociale della chiesa, i modi in cui la popolazione sceglieva i propri governanti e si prendeva cura dei poveri, quello che le persone desideravano sapere e quello che effettivamente sapevano del mondo. L’evento trascese qualsiasi segmento definibile della società o della vita economica britanniche. Su ciò che veramente contò nella rivoluzione industriale possono essere individuate quattro distinte scuole di pensiero, anche se esse si sovrappongono in maniera tale che molti scrittori non possono essere agevolmente classificati nell’una o nell’altra. 1) SCUOLA DEL CAMBIAMENTO SOCIALE – questa scuola di pensiero considera la rivoluzione industriale in primo luogo come un mutamento del modo in cui avevano luogo le transazioni economiche tra gli individui; alla base di questa interpretazione c’è la nascita di mercati formali, concorrenziali e impersonali di merci e di fattori di produzione. Alcuni hanno evidenziato che l’essenza della rivoluzione è il sostituirsi della concorrenza ai regolamenti medievali che controllavano la produzione e la distribuzione della ricchezza; altri hanno giudicato l’apparizione dell’economia di mercato il vero evento fondamentale. La maggioranza degli storici sociali contemporanei probabilmente ritiene che i cambiamenti sociali fondamentali ebbero a che vedere con le relazioni degli operai con l’ambiente di lavoro, con gli altri lavoratori e con i datori di lavoro. 2) SCUOLA DELL’ORGANIZZAZIONE INDUSTRIALE – qui l’accento è sulla struttura e sulle dimensioni dell’impresa, in altre parole sulla nascita dell’organizzazione capitalista del lavoro che sfociò nel sistema di fabbrica. Il punto focale è la nascita di grandi imprese quali gli stabilimenti industriali, le miniere e le ferrovie, nei quali la produzione era oggetto di direzione e supervisione e i lavoratori erano solitamente concentrati sotto uno stesso tetto, soggetti alla disciplina e al controllo della qualità. C’è stato anche chi ha affermato che i cambiamenti organizzativi delle imprese furono il fattore determinante del cambiamento tecnologico e quindi si collocano a monte di esso. Alcuni economisti moderni hanno definito la rivoluzione industriale come il passaggio da un’economia in cui il capitale era fondamentalmente circolante (sementi e materie prime nell’industria domestica) ad un’economia in cui la principale forma di capitale era il capitale fisso (macchine, infrastrutture). 3) SCUOLA MACROECONOMICA – l’accento qui è posto sulle variabili aggregate, come la crescita del reddito nazionale, il tasso di formazione del capitale o l’indice aggregato degli investimenti, oppure la crescita e la composizione della popolazione attiva. Tale approccio gode tuttora di consensi, nonostante i dati disponibili attestino in maniera sempre più convincente che la crescita non fu affatto eccezionale durante la rivoluzione. 4) LA SCUOLA TECNOLOGICA – considera primari i cambiamenti avvenuti nella tecnologia e di conseguenza si concentra sulle invenzioni e sulla diffusione della nuova conoscenza tecnologica. Con “tecnologia” non si intendono solo i congegni, ma anche le tecniche usate per l’organizzazione del lavoro, per la manipolazione dei consumatori, per la commercializzazione, la distribuzione, ecc. Possiamo considerare la Gran Bretagna di questo periodo come un organismo in cui coesistono due economie. Una era l’economia tradizionale, che seppur non ristagnando si sviluppava gradualmente secondo linee convenzionali, con una crescita lenta del rapporto tra capitale e lavoro: questo settore comprende l’agricoltura, le costruzioni, l’industria domestica e i mestieri tradizionali. Il settore più moderno comprende invece il cotone, la fusione e la raffinazione del ferro, l’industria meccanica, chimica ed estrattiva, alcune branche dei trasporti e certi beni di consumo come le stoviglie e la carta. In un primo momento, comunque, solo alcuni settori di queste industrie vennero modernizzati, cosicché si produsse un dualismo non solo tra i vari prodotti ma anche all’interno dei medesimi. Insomma, i modelli di crescita bisettoriali implicano che i cambiamenti improvvisi dell’economia nel suo complesso sono un’impossibilità matematica: la modernità delle industrie e

delle imprese era un fatto di grado piuttosto che una dicotomia. Non tutte le industrie meccanizzate (ad esempio quella cartaria) crescevano rapidamente, e non tutte le industrie la cui produzione cresceva rapidamente furono sottoposte a un rapido cambiamento tecnologico. In alcune industrie, come quella degli utensili e degli orologi, importanti innovazioni tecnologiche andarono ad inserirsi in un complesso organizzato ancora in maniera tradizionale. La distinzione inoltre si allontana dalla realtà dei fatti in quanto non considera che il settore moderno e quello tradizionale influirono l’uno sull’altro. Ad esempio, è possibile che l’industria delle costruzioni crescesse lentamente, tuttavia il miglioramento della tecnologia nei trasporti consentì la spedizione di mattoni in tutta la Gran Bretagna, rendendo pertanto possibile la costruzione di edifici migliori e più economici. L’illuminazione a gas, una delle più trascurate tra le grandi invenzioni, permise a molti artigiani del settore tradizionale di lavorare più a lungo e ridusse il costo del lavoro notturno. La coesistenza di vecchio e nuovo è importante, e l’interazione tra i due settori influenzò notevolmente la crescita dell’economia aggregata, pur non mettendo in discussione il principio del cambiamento graduale. Il settore moderno non era solo industria ma non era tutta l’industria. L’attività produttiva veniva svolta in officine o in fabbriche nelle quali i lavoratori venivano concentrati in luoghi di lavoro lontani dalle loro case, in aree urbane o suburbane. Il settore tradizionale, approssimativamente, comprendeva industrie che svolgevano gran parte dell’attività produttiva nelle abitazioni o in piccole officine, nelle quali il lavoratore aveva scarsi rapporti con gli altri e con la sorveglianza. Dal punto di vista del settore moderno, il settore tradizionale era importante in quanto determinava l’ambiente sociopolitico in cui operavano le nuove industrie. Inoltre, per quanto fosse largamente autosufficiente in quanto a capitali e parzialmente autosufficiente in quanto a materie prime, il settore moderno dipendeva dal settore tradizionale per l’offerta di manodopera e per il livello qualitativo della medesima. Nonostante l’astrattezza della distinzione tra un settore moderno e uno tradizionale, essa ci consente di riassumere gli sviluppi dell’economia britannica durante la rivoluzione industriale sotto forma di un triplice cambiamento. Primo, un piccolo settore dell’economia sperimentò un cambiamento tecnologico piuttosto rapido e sensazionale. Secondo, e di conseguenza, tale settore crebbe ad un ritmo molto più rapido del settore tradizionale, in modo che la sua incidenza sull’economia nel suo complesso continuò a crescere. Terzo, i mutamenti tecnologici del settore moderno penetrarono gradualmente nel guscio del settore tradizionale, fino a provocare la modernizzazione di parti del medesimo. Ha perso credito, dunque, l’idea che la rivoluzione industriale sia consistita in primo luogo in una crescita economica tumultuosa. Infatti l’economia britannica del XVIII secolo fu soggetta anche a forze graduali che ebbero un riflesso sulla crescita a lungo termine del reddito. Le più significative di queste forze furono la crescita del commercio e la conseguente divisione del lavoro. Per Adam Smith, i profitti derivanti dal commercio e dalla specializzazione erano le fonti principali di crescita economica: e questa crescita precedette la rivoluzione industriale, quindi non poteva dipendere da questa. Se non ci fosse stata la rivoluzione industriale, la crescita sarebbe continuata nel lungo termine, anche se ad un tasso molto inferiore (e tendente al rallentamento). La rivoluzione industriale fu una condizione né necessaria né sufficiente della crescita economica. Nel lunghissimo periodo, però, senza un cambiamento tecnologico continuo la crescita si sarebbe lentamente arrestata. Il cambiamento tecnologico, vale a dire il progresso della conoscenza umana e della capacità dell’uomo di comprendere e utilizzare le leggi della natura, è il solo elemento dinamico che finora sembra sfuggire alla legge dei rendimenti decrescenti. Nonostante le discordanze nell’interpretazione della rivoluzione industriale, vale la pena notare che ci sono molte aree di ambia convergenza. L’opinione generale è che nei confini relativamente ristretti della tecnologia di produzione in un certo numero di industrie, durante la rivoluzione industriale si ebbero invenzioni più numerose e più radicali di qualsiasi altro periodo precedente di analoga durata. Ugualmente incontestato è che questi cambiamenti ebbero un effetto profondo solo sulla vita di una minoranza di britannici nel periodo in questione. La rivoluzione industriale fu soprattutto un fenomeno regionale, che coinvolse il Lancashire e parti delle regioni circostanti e le Lowlands scozzesi, ma che non lasciò segni visibili su gran parte del paese. Ancora nel 1851, solo il 27% della popolazione attiva era impiegata in industrie direttamente coinvolte nella rivoluzione industriale, anche se quasi ogni individuo era stato toccato da essa indirettamente,

in qualità di consumatore, utente o spettatore. Uno dei problemi della valutazione dell’impatto macroeconomico e sociale della rivoluzione industriale nelle sue prime fasi è che essa si produsse contemporaneamente ad altri sviluppi i cui effetti non possono essere separati da quelli della rivoluzione industriale vera e propria. Per prima cosa, durante la maggior parte del periodo la Gran Bretagna fu in guerra: le guerre disturbavano il commercio e la finanza, facevano aumentare le tasse e dirottavano la manodopera verso usi non produttivi. In secondo luogo, la rivoluzione industriale coincise con la ripresa in Gran Bretagna della crescita demografica: c’erano sempre più persone da nutrire e vestire, e questo minacciava di far materializzare le funeste previsioni di Malthus. L’impatto economico del mutamento demografico fu ulteriormente complicato dal fatto che esso fu dovuto in larga parte ad un aumento del tasso di natalità: questo fenomeno consegnò alla Gran Bretagna una popolazione sempre più giovane, in cui aumentava la percentuale di bambini piccoli non in grado di lavorare. In terzo luogo, la rivoluzione industriale si produsse, a quanto pare, in un periodo di peggioramento delle condizioni atmosferiche che portò a una successione di raccolti insufficienti, ad alti prezzi dei generi alimentari e alla loro scarsità. Questi tre fattori estranei – guerra, crescita demografica e cattivi raccolti – non furono causati dalla rivoluzione industriale e non la influenzarono direttamente: dal punto di vista dello storico dell’economia che cerca cause ed effetti esse sono contaminazioni di un esperimento. La storia economica non si presta ad un’analisi linda e pulita: gli eventi contaminanti e le loro ripercussioni rendono tremendamente difficile raggiungere conclusioni definite a proposito delle relazioni causali. Ma l’importanza della rivoluzione industriale nella storia del mondo è tale che bisogna comunque tentare.

CAP. II – COSA FU LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE Le invenzioni non piovono su un’economia come manna dal cielo. Esse sono stimolate da condizioni economiche e sociali preesistenti. Alcune società esibiscono una qualità che, in mancanza di un’espressione migliore, chiameremo “creatività tecnologica”: essa non equivale alla sola inventività, ma compre anche la disponibilità e la capacità di riconoscere e in seguito adottare invenzioni realizzate altrove. La rivoluzione industriale fu in primo luogo un’età caratterizzata da una tecnologia di produzione in rapido mutamento, alimentata dalla creatività tecnologica. Il cambiamento tecnologico consiste nella creazione di una nuova conoscenza e nella sua diffusione e applicazione, detta talvolta innovazione. Tra diffusione e applicazione c’è un’area grigia piuttosto ampia: quando una tecnologia conosciuta viene introdotta in un nuovo sito, essa deve essere modificata e adattata per adeguarsi ad un ambiente differente e talvolta ad un prodotto differente, e pertanto acquisisce alcune delle caratteristiche dell’invenzione. In ogni dato momento, in qualsiasi industria, sono disponibili svariate tecnologie. Alcuni produttori sfruttano le tecniche più recenti e aggiornate, ma a causa di ritardi vari nella loro diffusione, non tutte le imprese sono all’avanguardia della tecnologia per tutto il tempo. Con il diffondersi delle tecniche più avanzate, la tecnica usata mediamente dall’industria insegue fino ad eguagliare lo stato dell’arte. Se però la frontiera tecnica avanza continuamente per effetto dell’invenzione, il livello medio delle tecnologie non riesce mai ad allinearsi con quello avanzato. L’invenzione continua ad alimentare la fiamma dell’innovazione e del progresso. Molte delle invenzioni che fecero la rivoluzione industriale furono in realtà adattamenti di invenzioni realizzate sul continente: la macchina continua in piano per la fabbricazione della carta, l’illuminazione a gas, il procedimento per la produzione della soda, il candeggio delle fibre tessili mediante il cloro e la filatura ad acqua del lino vennero inventate sul continente e importate e perfezionate in Gran Bretagna. Attraverso la ricettività che dimostrarono verso le tecnologie straniere, oltre che con le invenzioni realizzate in proprio, le industrie britanniche esibirono una creatività tecnologica senza precedenti che pose le fondamenta della rivoluzione industriale. Se contassimo le invenzioni di successo come un’unità ciascuna scopriremmo che la grande massa delle invenzioni realizzate durante la rivoluzione industriale furono piccoli miglioramenti incrementali apportati a tecnologie note. Tali invenzioni sono spesso il risultato di un apprendimento con l’esercizio e sul posto di lavoro, oppure di uno sviluppo realizzato dagli ingegneri di un’impresa che si rendono conto che esiste la possibilità di produrre un bene a costi minori o di maggiore qualità. Col tempo, una lunga sequenza di microinvenzioni può portare ad un forte incremento della produttività, a progressi impressionanti dal lato della qualità, del risparmio energetico e dei materiali, della durevolezza, e così via; a volte si arriva perfino a mutare la natura stessa del prodotto. Più rari, ma ugualmente importanti, furono i nuovi orientamenti che aprirono filoni tecnologici completamente nuovi con la scoperta di qualcosa di veramente inedito che rappresentava una soluzione di continuità rispetto al passato. Tali macroinvenzioni determinarono dei veri e propri paradigmi tecnologici, modi interamente nuovi di pensare e attuare la produzione. All’interno del nuovo paradigma subentrava ovviamente anche l’apporto incrementale delle microinvenzioni: un’invenzione totalmente nuova andava comunque adattata, raffinata e perfezionata, perché raramente nasceva già bell’e pronta per passare in produzione. Nel complesso, una macroinvenzione riuscita soddisfa tre criteri: novità, utilizzabilità, suscettibilità a ulteriori miglioramenti. Essa implica una nuova tecnica di produzione o di consumo radicalmente differente da quelle precedenti. Le macroinvenzioni tipicamente aprono la strada a ulteriori miglioramenti della produzione, in direzione di una riduzione dei costi, di un miglioramento della qualità dei prodotti, della scoperta di nuove applicazioni e permutazioni. Comunque, non si tratta necessariamente di un singolo evento: molte macroinvenzioni consistettero di un certo numero di passi necessari nel loro insieme per l’affermazione del nuovo paradigma. Un esempio adeguato è quello della macchina a vapore. Concettualmente si trattò di una delle invenzioni più radicali mai realizzate: nessuno prima di allora aveva mai pensato che l’energia cinetica (lavoro o movimento) e quella termica (calore) fossero equivalenti e dunque convertibili l’una nell’altra, cosicché i combustibili potessero produrre movimento e i mulini ad acqua potessero produrre calore. La macchina a vapore pose fine a questa separazione; essa derivò dalla comprensione che la terra era

circondata da un’atmosfera e che le variazioni nella pressione atmosferica potevano essere utilizzate per imbrigliare l’energia. Suggerimenti in tal senso erano venuti già nella seconda metà del XVII secolo, ma solo nel 1690 Denis Papin produsse un prototipo di pistone che si muoveva su e giù in un cilindro per effetto dell’alternarsi di riscaldamento e raffreddamento. Ma la prima macchina a vapore veramente riuscita non fu prodotta che nel 1712 da Thomas Newcomen, che era ingombrante, rumorosa e vorace nella sua fame di combustibile. Ma la macchina a vapore poté essere trasformata in una rivoluzione economica solo nel 1765, quando James Watt introdusse il condensatore separato e numerose altre microinvenzioni assai importanti. Una seconda macroinvenzione di enorme importanza economica fu l’invenzione della filatura meccanica. Era un problema difficile sostituire il lavoro delle dita umane con una macchina, e si dovette attendere l’ultimo terzo del XVIII secolo per trovare finalmente una soluzione. Quando ciò accadde, si ebbero non una ma due invenzioni, che insieme cambiarono per sempre la filatura: la filatrice ad acqua di Richard Arkwright nel 1769, che usava per imitare le dita umane due rulli che ruotavano velocemente; il jenny o filatoio multiplo di Hargreaves nel 1765, che impartiva la torsione al filo con la rotazione della ruota, munita di barre di metallo che guidavano il filato sul fuso. Queste due invenzioni furono combinate in un ibrido nel 1779 da Samuel Crompton, in una terza invenzione che venne chiamata “mula” o filatoio intermittente, e che rimase la spina dorsale dell’industria cotoniera britannica per oltre un secolo. Essa ebbe importanti risvolti sul piano economico: producendo un filato il cui costo equivaleva ad una piccola frazione di quello prodotto con la tecnica precedente ma che era di qualità molto più elevato, la nuova tecnologia creò praticamente ex novo un’industria che fino ad allora in Gran Bretagna era sempre stata all’ombra della lavorazione della lana e del lino. Sebbene l’industria cotoniera fosse concentrata solo nel Lancashire, le sue ramificazioni furono veramente globali: essa portò alla distruzione dell’industria indiana di filatura del cotone, e contemporaneamente contribuì oltreoceano all’affermazione dell’economia del cotone e alla sopravvivenza della schiavitù negli Stati Uniti. Le invenzioni più importanti economicamente non erano necessariamente le macroinvenzioni più spettacolari (anche se le due cose coincisero con la macchina a vapore e la macchina per la filatura del cotone). Ad esempio, l’invenzione del pudellaggio e della laminatura di Henry Cort, che risolse il problema di trasformare in maniera efficiente la ghisa grezza in ferro lavorato: essa non fu affatto l’inizio di un qualcosa di radicalmente nuovo, perché la laminatura era stata praticata per secoli e la novità concettuale del processo fu modesta. Si consideri invece il telaio Jacquard: esso incorporava disegni complicati nel tessuto per mezzo di istruzioni racchiuse in una serie interminabile di schede munite di buchi in cui si infilavano speciali asticciole. Ciò che queste schede contenevano era una nuova intuizione rivoluzionaria, il codice di dati binario, un sistema concettualmente nuovo che starà poi alla base della macchina analitica di Babbage, il precursore del moderno computer. Eppure il frutto del telaio Jaquard era un prodotto piuttosto costoso collocato in una nicchia di mercato: il suo significato economico, rispetto all’invenzione di Cort, fu relativamente minore. La più radicale delle macroinvenzioni del tempo ebbe un impatto economico persino inferiore: il pallone areostatico ad aria calda non ebbe mai un uso commerciale, e il suo impiego militare fu meno che decisivo. Eppure fu uno degli eventi tecnologici più radicali di ogni tempo: il primo volo umano, la prima vittoria sulla tirannia della gravità. Fu l’invenzione tipica di un’epoca in cui tradizioni, convenzioni e vecchi confini venivano temerariamente infranti per provare ovunque nuove idee: il processo della vaccinazione, l’uso del gas per l’illuminazione, il candeggio dei tessuti, la conservazione del cibo per mezzo dell’inscatolamento, l’idea di parti intercambiabili sia per gli orologi che per le armi da fuoco. Una definizione tecnologica della rivoluzione industriale sottolineerebbe una concentrazione di macroinvenzioni che portò ad una accelerazione delle microinvenzioni. Le macroinvenzioni non solo accrebbero la produttività nel breve periodo, ma aprirono nuove prospettive tecnologiche in numero sufficiente ad assicurare ulteriori cambiamenti futuri. Le macroinvenzioni furono significative soprattutto in quanto posero le fondamenta di quello che venne poi: graduale diffusione, adattamento, miglioramento ed estensione delle tecniche sviluppate durante la rivoluzione industriale. La macchina a vapore ad alta pressione portò alla ferrovia e alla nave a vapore. I miglioramenti nella filatura del cotone furono rafforzati da innovazioni nelle fasi

preparatorie del filato (cardatura e torcitura leggera) e nei processi di finitura del prodotto (candeggio e stampaggio). Le invenzioni nella manifattura del cotone contagiarono i settori della lana e del lino. Il basso costo del ferro lavorato portò a nuovi impieghi, nelle costruzioni, nei mulini ad acqua, nelle navi, nelle macchine e nell’utensileria. Il processo per la fabbricazione della soda e la polvere sbiancante posero le fondamenta di un’industria chimica. Ma in assenza di successive microinvenzioni, alcune macroinvenzioni rimasero poco più che delle curiosità: ad esempio il motore elettrico, che rimase di interesse puramente accademico fino a quando negli anni Sessanta del XIX secolo venne sviluppato il principio dell’autoeccitazione; nemmeno il pallone areostatico poté essere sfruttato commercialmente fin quando non si riuscì a montare dei motori leggeri per il governo dei palloni. Nonostante l’ovvia importanza dei cambiamenti tecnologici nell’economia britannica, la loro analisi e misurazione non sono state facili, e gli economisti hanno trovato tremendamente difficile la loro quantificazione. Le innovazioni e le invenzioni sono difficili da contare e non seguono le leggi dell’aritmetica: un’invenzione può sostituirsi ad una precedente, può essere indipendente da essa o può integrarla e migliorarla, perciò gli effetti combinati di due invenzioni possono essere equivalenti a uno, due o più miglioramenti. Due modi alternativi per misurare il livello del cambiamento tecnologico sono il conteggio dei brevetti e le statistiche correlate (approccio microeconomico) e il calcolo della produttività totale dei fattori (approccio macroeconomico). Il cambiamento tecnologico fu solo un fenomeno di una serie che trasformò la Gran Bretagna nel periodo in questione. In quale misura esso causò gli altri cambiamenti o ne fu una causa è ancora oggetto di discussione; ma quale che sia il suo ruolo esatto, è impossibile fornire delle definizioni della rivoluzione industriale prescindendo da esso. È difficile separare la crescita economica, l’accumulazione del capitale o i cambiamenti organizzativi dai cambiamenti tecnologici. La maggior parte degli studiosi è d’accordo nell’affermare che semplici meccanismi causali non sono in grado di spiegare un fenomeno della portata della rivoluzione industriale, e che per dare senso al fenomeno occorre pensare alle ripercussioni positive e ricorrere a modelli interattivi. Un esempio: molti studiosi mettono l’accento sui cambiamenti commerciali avvenuti in questo periodo e vedono nella nascita di un mercato nazionale e nel miglioramento dei trasporti le cause dei cambiamenti tecnologici. Tuttavia i miglioramenti dal lato della tecnologia in seguito si ripercossero sui trasporti migliorati, permettendo un’ulteriore specializzazione e un’espansione del commercio interno. La macchina a vapore ad alta pressione e l’industria degli strumenti di precisione, sviluppate durante la rivoluzione industriale, finirono per essere applicate al trasporto terrestre e marino, portando a cambiamenti nel commercio che sarebbero stati al di là di ogni immaginazione anche per i più ottimisti. I progressi del commercio e della specializzazione dunque interagirono con i progressi tecnologici, e tali interazioni condussero ad uno sviluppo economico dall’andamento prolungato e sostenuto. Per comprendere il fenomeno della rivoluzione industriale britannica dobbiamo rispondere a due questioni: quali furono le cause del progresso tecnologico in Gran Bretagna? Quali elementi permisero alla sua società di adattarsi e trasformarsi per assorbire le innovazioni e divenire la cosiddetta “officina del mondo”?

CAP. III – LE CAUSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE Perché la rivoluzione industriale si verificò in Gran Bretagna e non in un altro Paese europeo? Perché iniziò negli anni compresi tra 1770 e 1800 e non, ad esempio, un secolo prima? È possibile individuare dei fattori che possano essere considerati “requisiti necessari” per il prodursi della rivoluzione industriale? Cominciando dall’ultima domanda, è sempre più difficile sostenere che certi cambiamenti abbiano rappresentato una sorta di conditio sine qua non della rivoluzione industriale. Certi fattori presenti in Gran Bretagna facilitarono la rivoluzione industriale e in tal senso possono essere annoverati tra le sue cause; altri ne ostacolavano il progresso, e la rivoluzione procedette loro malgrado. In ogni caso, nemmeno gli elementi che favorirono la rivoluzione devono essere considerati assolutamente imprescindibili affinché essa si verificasse. Non è nemmeno certo che la domanda sul perché la rivoluzione industriale si verificò in Gran Bretagna piuttosto che in qualche altro Paese sia necessariamente la via migliore per accostarsi alla materia. Infatti la rivoluzione industriale non fu tanto una questione nazionale, quanto piuttosto un fenomeno regionale. Ad ogni modo, dopo il 1760 con la possibile eccezione delle Province Unite l’economia britannica era la più unificata d’Europa. Dobbiamo analizzare nei dettagli l’economia e la società britanniche per comprendere per quale motivo questo Paese arrivò a svolgere il ruolo che conosciamo. Geografia – I vantaggi che da un punto di vista geografico la Gran Bretagna poteva vantare sulle altre economie sono stati spesso considerati una buona spiegazione del successo economico dopo il 1750. L’Inghilterra è infatti “costruita su una montagna sotterranea di carbone”: e molti ritengono che proprio lo sfruttamento del carbone fu la forza motrice della rivoluzione. In realtà si potrebbe obiettare che la disponibilità di risorse svolge un ruolo piuttosto bizzarro nella storiografia del progresso tecnologico: l’abbondanza di risorse è considerata una benedizione, ma molti affermano che è la sfida imposta dalla scarsità di risorse a stimolare le invenzioni. Ovviamente sarebbe illogico considerare sia l’abbondanza sia la scarsità di risorse naturali come fattori di stimolo per il progresso tecnologico. Più che altro si può dire che la natura agì come “dispositivo di focalizzazione”: dato un certo livello di creatività tecnologica, la natura tende a dirigere tale creatività in una determinata direzione, in virtù di una vera e propria predisposizione nazionale al progresso tecnologico; perciò, ad esempio, la Gran Bretagna ricca di carbone si concentra sulle macchine di Newcomen, la Svizzera povera di carbone finisce per trovare il successo economico nelle industrie di precisione a basso contenuto di energia (orologeria e meccanica), mentre molte altre economie, ricche o povere di risorse, mancavano di creatività tecnologica e non fecero registrare grossi progressi nel periodo in questione. La fortuna geografica della Gran Bretagna fu che, essendo un’isola, dal 1066 non era più stata invasa. La sua insularità le mise a disposizione una forma poco costosa di trasporto, il cabotaggio. Ma la medesima situazione di insularità non sembra aver avvantaggiato particolarmente l’Irlanda, né l’economia olandese poté generare un fenomeno simile alla rivoluzione industriale grazie al suo buon livello di trasporti interni. Infatti la geografia deve essere coadiuvata anche dal capitale e dalla tecnologia. Infatti nonostante la disponibilità sul territorio nazionale, la Gran Bretagna fu importatrice di ferro e carbone (per non parlare del cotone, che non veniva coltivato in patria): il commercio emancipò la nazione dalla tirannia arbitraria della distribuzione delle risorse. Acquistare ferro e carbone significava far salire i costi industriali, ma tali incrementi erano sufficientemente limitati da essere surclassati da altri differenziali di costo. Il ricorso al carbone da parte della Gran Bretagna non fu solo un contributo al reperimento di combustibile a buon mercato, ma concentrò l’attenzione dei britannici sulla soluzione di determinati problemi tecnologici: pompare l’acqua, sollevare il minerale, esplorare le vene; e tali soluzioni in un secondo momento si riversarono nelle altre industrie. Anche il commercio via mare generò economie esterne nelle segherie, nella carpenteria, nella costruzione degli strumenti, nella tessitura delle vele, e così via. Storia – In anni recenti un numero crescente di studiosi ha affermato che la rivoluzione industriale fu il culmine di un lungo processo di modernizzazione iniziato molti secoli prima in Gran Bretagna. Essi sostengono che già nel XIII e XIV secolo la Gran Bretagna fosse un’economia di mercato in cui le decisioni produttive erano sensibili ai prezzi dei fattori e delle merci; che l’agricoltura

medievale era altrettanto produttiva e sofisticata di quella alla vigilia della rivoluzione industriale; che i viaggiatori stranieri che visitavano la Gran Bretagna alla fine del XVIII secolo commentarono in toni coloriti i lussi e le stravaganze del tenore di vita britannico. Insomma, la crescita economica non fu una peculiarità del periodo della rivoluzione industriale e già alla fine del XVII secolo quella britannica era un’economia progredita e sofisticata. Ma è forse scontato che una società urbanizzata, alfabetizzata e orientata al mercato conduca ad una rivoluzione industriale? L’economia olandese, pur evidenziando molti elementi di modernità, fu una delle ultime a salire sul carro della manifattura moderna, mentre la Svizzera, un’economia montana relativamente semplice e marginale, nel 1850 possedeva già un settore moderno e progredito. La coincidenza temporale tra rivoluzione industriale, rivoluzione francese e guerre napoleoniche ebbe un ruolo importante. Se l’effetto probabile delle guerre fu di rallentare la crescita e il progresso, ciò accadde in misura più profonda sul continente che in Gran Bretagna. I venticinque anni di lotte e distruzioni che sconvolsero l’Europa dopo il 1790 accentuarono e rinforzarono la leadership britannica colpendo in maniera particolarmente dura l’economia olandese, sua maggiore rivale. La creatività tecnologica – La Gran Bretagna non pare aver goduto di un vantaggio particolare nella realizzazione di macroinvenzioni: un gran numero di queste ultime venne realizzato all’estero, in particolare in Francia. Qualsiasi periodo di efficace creatività tecnologica richiede sia salti di qualità fondamentali che piccoli miglioramenti incrementali, che hanno luogo nell’ambito di tecniche note. La chiave del successo tecnologico britannico fu il suo vantaggio relativo in fatto di microinvenzioni. Alla vigilia della rivoluzione industriale la Gran Bretagna non era ai primi posti del mondo scientifico né poteva vantare un sistema educativo particolarmente efficiente. L’insegnamento conseguiva i migliori risultati al di fuori delle scuole, e la Gran Bretagna formava la maggior parte dei suoi ingegneri e meccanici attraverso il tradizionale sistema di apprendistato, senza affidarsi ad un’istruzione formale specifica. Tale sistema evidentemente funzionava: esso produsse alcuni dei migliori ingegneri applicati della storia. Molti progressi tecnologici non richiedevano una comprensione di fondo delle leggi della fisica o della chimica e potevano essere realizzati da brillanti ma intuitivi meccanici e tenaci sperimentatori. Nella maggior parte dei casi gli inventori erano abili mercanti o intraprendenti artigiani le cui idee tecniche erano figlie della fortuna, dell’accidente o dell’ispirazione, anche se per completare con successo il processo innovativo occorrevano pazienza, determinazione e fiducia. Inoltre, prima del 1760 alcune industrie (manifattura di orologi e strumenti, costruzioni navali, fabbricazione del ferro, stampa, finitura della lana, attività estrattive) richiedevano un livello di competenze tecniche che riuscirono utili quando si trattò di tradurre nuove idee da progetti a modelli e da modelli a prodotti reali. Dietro i grandi ingegneri c’era la schiera molto più numerosa di artigiani e meccanici qualificati, dalla cui abilità e destrezza dipesero i massimi inventori e il successo tecnologico britannico: questi lavoratori sconosciuti ma capaci assicurarono un flusso cumulativo di anonime e piccole ma indispensabili microinvenzioni senza le quali la Gran Bretagna non sarebbe divenuta l’officina del mondo. Fattori sociali ed istituzionali – Il successo sociale permette di avere accesso a certi beni non commerciali come le cariche politiche, appartenere a determinati circoli, essere inseriti in reticoli di informazione e in generale guadagnarsi il rispetto delle persone le cui opinioni contano. Lo status sociale ed il prestigio sono sempre correlati con il successo economico ma quasi mai coincidenti con esso: in molte società il nesso causale procede dal successo non economico all’arricchimento, ad esempio i generali romani vittoriosi venivano ricompensati con remunerativi governatorati. Una delle chiavi del successo economico di una società è il grado in cui il rispetto sociale non solo è in rapporto con il successo economico ma ne è determinato. In Gran Bretagna, dopo la fine del decennio repubblicano di Cromwell ed il ritorno degli Stuart sul trono, la società inglese fu fondata sul nesso tra ricchezza e status (intendendo come status non solo l’influenza politica ed il controllo indiretto sulla vita dei propri vicini, ma anche le case in cui si viene invitati, i partner che i propri figli possono aspirare a sposare, il grado che si può raggiungere nell’esercito, il luogo in cui si vive, come la prole viene educata). La qualità della vita non era determinata solo dal consumo ma anche dalla posizione relativa dell’individuo nella gerarchia sociale. Al desiderio perenne di opulenza la Gran Bretagna aggiunse ulteriori motivazioni che diedero uno scopo alla ricerca di ricchezze, non

solo per sé ma anche per la propria famiglia: ad esempio la fortuna accumulata da Richard Arkwright nella filatura del cotone gli procurarono non solo tutte le comodità che si potevano acquistare con il denaro ma anche un cavalierato e la carica di sceriffo nella contea di Derby; birrai, cartai, fabbricanti di vasi e proprietari di ferriere divennero baroni, conti, membri del Parlamento e castellani. Attraverso il denaro l’uomo d’affari poteva salire di rango nella società e gareggiare con i proprietari fondiari nel godimento degli ozi e dei beni di lusso. Questa analisi è importante per comprendere il comportamento degli imprenditori: è vero quasi sempre che l’individuo razionale non si fa sfuggire un’opportunità di guadagnare facilmente del denaro; ma quasi tutte le maggiori figure imprenditoriali affrontarono rischi enormi, lavorarono a lungo e senza risparmiarsi e raramente assaporarono i frutti dei loro sforzi se non in tarda età oppure indirettamente attraverso i loro discendenti. Sarebbe molto più facile essere imprenditori se le ricompense monetarie eccedessero i costi del rischio, del duro lavoro e del differimento delle gratificazioni; ma in Gran Bretagna questa equazione aveva un lato positivo, perché il denaro non comprava solo comodità. Il denaro acquisito con il commercio e con l’industria era meno contaminato che altrove dalla macchia del nouveau riche. La società, naturalmente, non è solo fatta di atteggiamenti e abiti mentali. La sua importanza consiste soprattutto nelle istituzioni nell’ambito delle quali si svolge l’attività economica: certi assetti istituzionali sono più favorevoli di altri al cambiamento tecnologico. In Gran Bretagna le leggi sui brevetti e altre istituzioni elevavano il tasso di rendimento delle innovazioni e in tal modo stimolavano il progresso tecnologico; la legge inglese a riguardo risale già al 1624, mentre il continente non ebbe leggi del genere nei codici fin dopo il 1791. È difficile determinare il ruolo esatto del sistema dei brevetti nella rivoluzione industriale britannica. Un brevetto è solo un modo per incoraggiare un potenziale inventore a spendere tempo e denaro nella strada incerta verso il successo; ma in alcuni casi esso arrivava senza la protezione del brevetto e in altri i brevetti venivano invalidati a causa di cavilli tecnici; inoltre le decisioni prese nei tribunali in caso di violazioni tendevano ad essere sfavorevoli agli inventori. Certi innovatori vennero rovinati dalle spese legali; altri preferirono proteggere il loro monopolio tenendo segrete le loro invenzioni (anche se lo spionaggio industriale era un rischio sempre presente). Governo e politica – Quale tipo di amministrazione contribuì al prodursi del fenomeno detto rivoluzione industriale? I governi britannici hanno il merito di aver sostenuto le condizioni giuridiche e politiche che nel complesso ebbero l’effetto di agevolare la formazione della più efficiente economia di mercato industriale in Europa. Tuttavia sarebbe difficile documentare un obiettivo politico incentrato deliberatamente sulla promozione della crescita economica nel lungo periodo. C’erano naturalmente leggi e regolamenti che incoraggiavano il progresso, come ad esempio in materia di brevetti o di divieto di emigrazione degli artigiani e di esportazione dei macchinari. Ma in termini di spesa e di agenda politica, il governo britannico rimaneva chiaramente condizionato dalle politiche estere e coloniali, e in patria il settore pubblico nel complesso rifuggiva da qualsiasi attività imprenditoriale: strade, canali e ferrovie venivano costruiti senza il diretto sostegno statale, le scuole e le università erano private; l’incoraggiamento alle arti utili (la scienza applicata e la tecnologia) era lasciato perlopiù ad organizzazioni volontarie e organismi locali. Fino alla fine del XIX secolo il governo britannico rimase riluttante ad ingerirsi in quello che considerava il regno della libera impresa. Il progresso tecnologico suscita quasi inevitabilmente le resistenze di interessi consolidati che rischiano di perdere una parte della loro rendita; è naturale e razionale che tali gruppi si organizzino e cerchino di opporsi ai cambiamenti: le forze tecnologicamente conservatrici possono tentare di usare le organizzazioni esistenti (le corporazioni e il governo stesso) per far approvare e applicare normative e regolamenti avversi al cambiamento, oppure possono ricorrere alla violenza. Il ruolo del governo è cruciale nel determinare l’esito di tali conflitti: e nel complesso, durante la rivoluzione industriale il governo britannico sostenne coerentemente e vigorosamente l’innovazione. Molte delle leggi e delle regolamentazioni obsolete che impedivano il progresso furono abrogate. Le organizzazioni dei lavoratori che erano ritenute dannose vennero dichiarate illegali ed ebbero scarso effetto. Aveva la Gran Bretagna davvero un’economia basata sul laissez faire? E la rivoluzione industriale è pertanto un monumento al potenziale economico della libera impresa? In termini assoluti la Gran Bretagna non aveva

un’economia liberista pura. Era in vigore un numero molto ampio di regolamenti, restrizioni e imposte. Ma gli storici oggi ritengono unanimemente che le regolamentazioni e le norme, relitti perlopiù delle epoche Tudor e Stuart, venissero raramente applicate. Quando l’economia divenne più sofisticata e i mercati più complessi, svanì del tutto la possibilità per il governo di regolare e controllare materie come la qualità del pane o la durata dei contratti di apprendistato senza una burocrazia più numerosa. L’amministrazione centrale mantenne il controllo del commercio estero, ma quasi tutte le restanti attività amministrative interne ricaddero sulle autorità locali. Sebbene in linea di principio disponessero di un potere notevole, tali autorità spesso preferivano non farne uso: questa politica di laissez faire di fatto non derivava tanto da principi libertari quanto dall’egoismo di persone già ricche che si andavano ancor più arricchendo. Ignorando ed eludendo i regolamenti piuttosto che abolendoli, la Gran Bretagna si muoveva quasi impercettibilmente verso una società improntata sul libero mercato. Non tutti gli interventi del governo furono naturalmente così inefficaci. Fino al XIX secolo inoltrato sopravvissero alcuni monopoli governativi, come quello della Compagnia delle Indie Orientali, e il libero commercio rimase ben lontano dal divenire realtà. Un ambito nel quale l’intervento governativo era importante era quello dell’assistenza ai poveri, che rappresentava all’epoca il sistema meglio organizzato al mondo. La legge sui poveri ha goduto di una pessima reputazione soprattutto per tre critiche che le sono state volte: il concetto malthusiano secondo cui l’assistenza incoraggiava le gravidanze e faceva salire la natalità; il fatto che la legge ostacolasse il libero movimento della manodopera impendendone la redistribuzione; il pregiudizio secondo cui essa incoraggiava l’indolenza e la pigrizia. Ma negli ultimi anni tali critiche non hanno riscosso successo, e pare anzi che gli effetti delle leggi sui poveri sulla rivoluzione industriale non siano stati tanto negativi quanto si pensava. Ciò emerge da un confronto con l’Irlanda, che non ebbe alcun sistema formale di assistenza ai poveri fino al 1838. La rete di sicurezza sociale assicurata dalle leggi sui poveri permise ai cittadini inglesi di assumere rischi ad un livello che sarebbe stato del tutto impensabile in Irlanda, dove la morte per fame era una possibilità molto concreta. Il principale ostacolo alla creazione di una manodopera salariata era l’attaccamento della popolazione rurale alla terra, che non solo era una fonte di reddito ma anche una forma di assicurazione: nei periodi di grandi ristrettezze poteva essere ipotecata o venduta; inoltre la sua ereditabilità la rendeva una leva attraverso la quale i genitori potevano convincere i figli a badare a loro in vecchiaia. L’esistenza in Gran Bretagna delle leggi sui poveri forniva un’alternativa alla terra a fini di assicurazione e riduceva pertanto la necessità che gli individui sentivano di aggrapparvisi a tutti i costi, contribuendo in tal modo alla formazione di quel proletariato che era necessario alle fabbriche. Il sistema sussidiava i lavoratori nella stagione morta, perciò gli operai potevano venire licenziati nei periodi di crisi economica senza il rischio che la forza-lavoro morisse di fame o emigrasse; invece i datori di lavoro irlandesi si lamentavano di dover continuare a pagare i loro operai durante la crisi per non rischiare di perderli. Inoltre la pratica dell’assunzione degli indigenti quali apprendisti e del reclutamento dei lavoratori tra le persone ricoverate negli ospizi garantiva un’importante fonte di manodopera, in particolare per gli opifici rurali e per i piccoli centri. Un’altra differenza politica tra la Gran Bretagna e la maggior parte degli altri Paesi europei era l’assenza di centralizzazione del potere politico. Il sistema britannico delegava una parte preponderante della gestione quotidiana ai magistrati locali; perciò Londra non drenava i talenti provenienti dalle province come Parigi e le altre capitali europee. Questa differenza non avrebbe pesato se l’industrializzazione avesse potuto concentrarsi proprio nei pressi delle capitali, ma i centri principali dell’industria moderna di solito si svilupparono altrove. Di conseguenza, uno Stato altamente centralizzato in cui la capitale sottraeva alla provincia gli uomini ambiziosi e capaci operava in una situazione di svantaggio rispetto ad uno Stato “decentrato” come la Gran Bretagna. Qui le istituzioni provinciali situate in prossimità dei centri industriali ebbero un’importanza fondamentale negli sviluppi tecnologici del XVIII secolo. Per riassumere, la maggior parte degli storici dell’economia concorderebbe nell’affermare che la politica fu un fattore positivo che lavorò a favore della Gran Bretagna. Anche la stabilità politica britannica, in netto contrasto con la storia del resto del continente, fu un vantaggio nel corso del processo di industrializzazione. Infine, la società britannica evidenziava per le idee devianti ed eterodosse un grado di tolleranza insolito,

benché non unico. La tolleranza non equivaleva all’uguaglianza dei diritti, tuttavia la Gran Bretagna sviluppò nel XVII secolo un alto livello di accettazione di modi di pensare differenti. Invece l’intolleranza verso i dissidenti portò alla fuga di talenti tecnici dai Paesi Bassi meridionali e dalla Francia proprio a beneficio dei Paesi in cui essi sarebbero stati meglio accolti. Dopo il 1685 (epoca della revoca dell’editto di Nantes) l’industria francese venne mutilata dall’esodo di alcuni tra i suoi migliori artigiani, che se ne andarono per sfuggire all’ondata di persecuzioni antiprotestanti; e in molte industrie, quello che la Francia perse fu guadagnato dalla Gran Bretagna. È possibile che l’impatto diretto di questi individui sull’economia aggregata non fosse enorme, ma ciò è secondario rispetto al significato che si può attribuire al loro caso quale sintomo dell’atteggiamento mentalmente aperto di “accordo sul dissenso” che percorre l’Illuminismo britannico. Un’apertura mentale del genere è essenziale perché le nuove idee tecnologiche possano competere nel libero mercato sulla base dei propri meriti economici. Domanda e offerta – Molti studiosi connettono la rivoluzione industriale britannica alla crescita del mercato interno, all’espansione della domanda di beni di consumo e alla crescita di una “rivoluzione dei consumi”. Il cambiamento tecnologico, l’accumulazione dei capitali e il sorgere della fabbrica sono fenomeni che si situano prevalentemente sul piano dell’offerta. I fenomeni che si svilupparono sul versante della domanda sono più difficili da individuare, ma gli storici dell’economia hanno sempre avvertito intuitivamente che alla domanda dovrebbe essere attribuito un ruolo parallelo. In realtà, domanda ed offerta non sono simmetriche nel cambiamento economico di lungo termine. Se la produzione crebbe e la tecnologia forse cambiò a causa dell’accresciuta domanda di prodotti industriali, si deve chiarire in primo luogo per quale motivo crebbe la domanda. La popolazione cominciò senza dubbio a crescere dopo il 1750, ma si trattò di un fenomeno mondiale che non può essere legato direttamente alla rivoluzione industriale. In un mondo a tecnologia statica, l’incremento demografico conduce ad un deterioramento dei livelli di vita; di per sé, perciò, esso farebbe lievitare la domanda di generi alimentari piuttosto che di prodotti manifatturieri; e la combinazione di popolazione crescente, raccolti deludenti e interruzione degli arrivi dall’estero portò ad un brusco aumento dei prezzi agricoli, cosa che ben difficilmente poté stimolare la domanda industriale. Inoltre, le considerazioni secondo cui la rivoluzione dei consumi fu correlata in qualche misura con la rivoluzione industriale sembrano fortemente criticabili sul piano storico. Se pure vi fu, la rivoluzione dei consumi raggiunse il suo culmine nel periodo 1680-1720: il lungo lasso di tempo che la separa dalla rivoluzione industriale rende difficilmente sostenibile una connessione causale tra la domanda e i cambiamenti avvenuti nella tecnologia industriale. Anche la Francia ebbe una sua rivoluzione dei consumi, ma l’assenza di una conseguente rivoluzione industriale in seguito alla crescita dei consumi di massa dei francesi spinge a concludere che le due rivoluzioni furono largamente indipendenti l’una dall’altra, e che i cambiamenti tecnologici furono determinati da elementi situati dal lato dell’offerta e non da quello della domanda. La domanda comunque svolgeva un qualche ruolo nel cambiamento tecnologico: un livello minimo di domanda era necessario per coprire i costi fissi della ricerca e dello sviluppo, perciò un’espansione della domanda (attraverso l’integrazione dei mercati o la crescita della popolazione e dei redditi o l’aumento delle esportazioni) può effettivamente aver stimolato l’invenzione. È possibile che spostamenti modesti della domanda abbiano indotto l’economia a muoversi in questa o in quella direzione e in tal senso abbiano avuto un rapporto causale con la rivoluzione industriale. Un approccio differente all’ipotesi della domanda è stato proposto di recente da Jan de Vries. Egli afferma che il XVIII secolo fu caratterizzato da due eventi distinti ma correlati: una rivoluzione industriale, guidata dall’offerta, e una serie di cambiamenti nel comportamento familiare, chiamati “rivoluzione industriosa”, guidati dalla domanda. L’idea si basa sul fatto che la famiglia può destinare le proprie risorse alla produzione per il mercato o alla produzione domestica. Un’accresciuta preferenza per il consumo di beni acquistati e non prodotti richiede liquidità, e pertanto comporta un maggiore tasso di attività e un più marcato orientamento verso il mercato. Il risultato fu un aumento della specializzazione a livello microscopico: i lavoratori giunsero a produrre uno o due beni, acquistando tutto il resto. La tecnologia migliorata creava e rendeva più vicini alla famiglia alcuni beni che il consumatore britannico desiderava

acquistare (tessuti di cotone, giocattoli, ornamenti, utensili per la cucina, orologi, libri, eccetera). Con l’allargarsi della gamma di beni disponibili, il loro miglioramento qualitativo e l’eliminazione delle incertezze sulle loro caratteristiche per effetto della standardizzazione, nonché il diminuire dei loro prezzi, il consumatore si sarebbe sentito più propenso a preferire un reddito monetario al lavoro domestico. L’incremento della specializzazione e della commercializzazione, una dipendenza crescente dal mercato e il declino dell’autoconsumo precedettero e accompagnarono la rivoluzione industriale. L’idea della “rivoluzione industriosa” è importante ma non equivale a restituire alla domanda il ruolo di fattore centrale nei cambiamenti economici che trasformarono l’economia britannica. Gran parte della crescente dipendenza dal mercato fu guidata dall’offerta, e sebbene il mutare delle preferenze verso i beni prodotti dal mercato facesse lievitare la domanda dei prodotti offerti dalle nuove tecnologie, la contemporaneità di queste due tendenze fu solo parziale e in qualche misura accidentale. Il commercio estero – Alla vigilia della rivoluzione industriale la Gran Bretagna era per molti versi un’economia aperta: le sue esportazioni si avvicinavano al 15% del prodotto nazionale lordo, i prodotti esotici importati venivano perlopiù consumati, le persone (emigranti e turisti) andavano e venivano, il capitale entrava e usciva facilmente dal Paese, le idee tecniche e filosofiche attraversavano agevolmente la Manica e l’Atlantico. Viene naturale pensare che tale apertura costituisse un vantaggio per la Gran Bretagna, soprattutto se paragonata a nazioni relativamente chiuse come Russia, Spagna e Turchia. Tuttavia il ruolo del commercio estero nella rivoluzione industriale britannica è vivacemente contestato. Eppure il commercio estero era necessario affinché la Gran Bretagna potesse importare beni che non poteva produrre da sola o che poteva produrre solo a costi enormi. Prodotti tropicali (zucchero, tabacco, spezie, tè), generi alimentari europei (vino, pesce essiccato, grano negli anni dei prezzi alti) e materie prime (legname, canapa minerali, catrame e cotone grezzo) dovevano essere importati dall’estero. La crescita delle esportazioni fu un motore della crescita nel periodo della rivoluzione industriale? La questione sembra piuttosto inconsistente, se si considera il consenso crescente attorno all’idea che la crescita stessa sia stata relativamente modesta fino al 1831. Molti studiosi hanno affermato che il commercio estero fece per la crescita più di quanto suggeriscano i dati statistici aggregati, e che le esportazioni fossero molto più importanti per certe industrie chiave: ad esempio il settore cotoniero dipendeva dai mercati esteri per oltre la metà elle sue vendite. Alcuni sostengono anche che le ricchezze accumulate dai mercanti attraverso il commercio estero furono poi investite nella manifatture britanniche e nelle infrastrutture, anche se non ci sono prove a conferma di ciò. Un modo alternativo attraverso cui le esportazioni poterono determinare la crescita passa per l’ipotesi che le industrie di esportazione impiegassero manodopera che altrimenti sarebbe rimasta disoccupata. È del tutto evidente che i progressi della tecnologia stimolano le esportazioni. Tuttavia, è assai più difficile confermare l’ipotesi dell’esistenza di una relazione diretta tra crescita delle esportazioni e ulteriore progresso tecnologico. La domanda estera poté essere presa in considerazione da alcuni degli innovatori, tuttavia quasi tutti gli imprenditori erano in grado di coprire le spese anche solo attraverso il mercato interno. Ciononostante, le microinvenzioni che continuarono a migliorare la qualità e a ridurre i prezzi dei beni prodotti poterono essere stimolate dalla produzione e quindi dalla dimensione del mercato. Nella misura in cui i mercati di esportazione permettevano un’espansione delle vendite, esse portavano a incrementi della produttività e ad una riduzione dei costi. Anche se il nesso tra commercio estero e progresso tecnologico rimane piuttosto misterioso, l’apertura dell’economia britannica fu una sua caratteristica centrale che ne determinò la sorte economica. Inoltre essa stimolò continuamente la tecnologia con idee provenienti dall’esterno. La tecnologia fu arricchita dall’infusione di elementi stranieri e a lungo andare l’esposizione a tali influssi si rivelò uno dei benefici più durevoli dell’economia aperta. Una questione distinta, spesso sollevata in questo contesto, è il ruolo dell’impero britannico. È difficile immaginare con esattezza come le politiche imperiali potessero avere delle ripercussioni rilevanti sulla rivoluzione industriale, al di là del trattamento di favore che poteva essere garantito su certi mercati. Dopotutto, la Gran Bretagna perse una delle più ricche colonie proprio nelle prime fasi della rivoluzione industriale, e anche l’India, pur essendo un mercato importante, non raggiunse mai la dimensione che ne avrebbe fatto

una conditio sine qua non. Se si allarga lo sguardo al di fuori della Gran Bretagna, viene fuori che Svizzera e Belgio, non imperialisti, riuscirono ad industrializzarsi, mentre Olanda e Portogallo, che controllavano un’ampia e ricca serie di colonie, rimasero tra i ritardatari. Il tentativo di legare imperialismo e traffico degli schiavi sostiene che i profitti del commercio triangolare (tra Europa occidentale, Africa e America coloniale) contribuirono a finanziare le prime fasi del capitalismo industriale. Il commercio degli schiavi e dello zucchero avrebbe incoraggiato la produzione industriale britannica e l’accumulazione del capitale. Poiché il commercio dello zucchero dipendeva dal lavoro degli schiavi, anche il traffico degli schiavi era altrettanto redditizio (anche se l’alto tasso di mortalità di schiavi ed equipaggi durante le traversate solleva qualche interrogativo a proposito). Prosperavano gli interessi commerciali, le costruzioni navali e i servizi delle industrie che provvedevano al commercio triangolare, e di conseguenza crescevano le città di Bristol e Liverpool. Tuttavia studi recenti non sono riusciti a convalidare l’affermazione secondo cui i profitti derivanti da questo commercio costituirono uno dei principali elementi di quell’accumulazione di capitale che finanziò in Inghilterra la rivoluzione industriale. Le Indie Occidentali furono importanti per la Gran Bretagna soprattutto come fonte di merci che non potevano essere prodotte in patria. In mancanza di schiavitù nelle Indie Occidentali la Gran Bretagna avrebbe dovuto bere tè amaro, ma avrebbe conservato la sua rivoluzione industriale, forse ad un ritmo marginalmente più lento. Scienza e tecnologia – Le invenzioni che misero in moto i cambiamenti in Gran Bretagna furono in larga parte il risultato di intuizioni e abilità meccaniche, il prodotto di manipolatori brillanti ma sostanzialmente empirici. Se la scienza svolse un ruolo nella rivoluzione industriale non fu perché diede alla tecnologia le autentiche fondamenta della conoscenza scientifica né per il ruolo che gli scienziati ebbero come inventori, bensì attraverso le ricadute che la ricerca scientifica ebbe negli altri campi. Possiamo distinguere tre fenomeni strettamente correlati: metodo scientifico, mentalità scientifica, cultura scientifica. La penetrazione del metodo scientifico nella ricerca tecnologica significò misurazioni accurate, esperimenti controllati, insistenza sulla riproducibilità. Già a partire dal XVII secolo, inoltre, il metodo scientifico comprendeva anche la comunicazione al grande pubblico dei progressi e delle scoperte, trasformando pertanto la conoscenza scientifica in un bene comune. La condivisione della conoscenza richiedeva una registrazione sistematica di metodi e materiali attraverso un vocabolario comune e standard collettivamente concordati. Ancor più importante fu forse una mentalità scientifica, che inculcava negli ingegneri una fede razionale nell’ordine e nella prevedibilità dei fenomeni naturali, anche se le leggi che sottostavano ai fenomeni chimici e fisici non erano del tutto comprese. La rivoluzione scientifica del XVII secolo insegnò un nuovo approccio allo studio della natura, una filosofia meccanicistica in cui i fenomeni naturali erano studiati come unità indipendenti sempre più aliene da considerazioni di ordine religioso. Essa rese possibile uno studio della natura sempre meno legato alla teologia o alla magia. La fede crescente nella razionalità della natura favorì un ricorso crescente alla matematica sia nella scienza pura sia nella tecnologia e nell’ingegneria. La mentalità scientifica richiedeva anche una mente aperta, disposta a scartare il sapere convenzionale di fronte a nove evidenze e sempre più persuasa che nessun fenomeno naturale fosse fuori della portata dell’indagine sistematica. Infine, la cultura scientifica collocava la scienza applicata al servizio degli interessi commerciali e manifatturieri: la scienza del XVII secolo era sempre più permeata dal concetto baconiano del progresso materiale e del miglioramento costante ottenuti attraverso l’accumulo delle conoscenze. Sebbene sia impossibile quantificare queste correlazioni, è ragionevole pensare che sotto tale riguardo la scienza abbia posto le fondamenta intellettuali della rivoluzione industriale. Le conferenze di argomento scientifico attiravano pubblici entusiasti che si radunavano nelle sedi di società scientifiche provinciali, nei caffè e nelle logge massoniche per assistere a dimostrazioni sperimentali in cui si illustrava l’applicazione dei principi scientifici a pompe, pulegge e pendoli. Tuttavia, questi incontri erano di importanza secondaria rispetto alla condivisione e allo scambio informale di informazioni tecniche tra addetti ai lavori. La cultura scientifica corroborava gli interessi imprenditoriali del pubblico dimostrando che la meccanica applicata era in grado di ridurre i costi ed accrescere l’efficienza e dunque i profitti. Nella società britannica la scienza e gli scienziati occupavano una posizione unica. L’interesse per la scienza era uno strumento di

autoaffermazione e autolegittimazione per la classe commerciale e industriale rampante. Poiché quello scientifico era un discorso naturale e non morale, esso rappresentava un terreno comune neutrale che consentiva a sottogruppi altrimenti ostili dell’élite urbana di comunicare ed esprimere una solidarietà culturale e una coesione sociale attraverso le quali prendevano le distanze sia dalla classe lavoratrice sia dalla nobiltà terriera. Il progresso tecnologico del periodo compreso tra il 1750 e il 1850 fu profondamente indebitato nei confronti di certi aspetti del movimento illuministico concernenti la tecnologia. L’idea che lo scopo principale della conoscenza sia soddisfare i bisogni materiali della razza umana risale a Francis Bacon, ma dovette lottare a lungo prima di venire accettata. Solo nel XVIII secolo, tuttavia, quest’idea si tradusse in un programma internazionale mirato all’organizzazione, alla diffusione e al progresso delle conoscenze utili, per il quale si può coniare il termine “illuminismo industriale”. Tale movimento consistette essenzialmente di tre filoni. In primo luogo esso si prefiggeva di rendere più accessibili le conoscenze tecniche mediante una ricognizione e una catalogazione delle pratiche artigianali, di appurare quali tecniche fossero superiori e di divulgarle per favorire una generalizzata adozione e diffusione delle pratiche migliori. In secondo luogo esso cercava di comprendere i principi di funzionamento di tali tecniche generalizzandole e cercando di collegarle alla conoscenza formale del tempo: dalla sconcertante complessità ed eterogeneità del mondo delle tecniche in uso si doveva pervenire ad un insieme finito di principi regolatori generali. Questa comprensione doveva permettere estensioni, raffinamenti e perfezionamenti delle invenzioni, oltre ad accelerare e snellire il processo inventivo. In terzo luogo esso voleva facilitare l’interazione tra chi controllava la conoscenza e chi applicava le tecniche. Questo movimento diede origine ad un gran numero di istituzioni: società scientifiche, pubblicazioni tecniche, inclusione di materiale tecnologico nelle grandi enciclopedie del tempo. Il movimento illuministico fu, naturalmente, un fenomeno di portata europea, non confinato alla Gran Bretagna: perciò l’esistenza di un suo rapporto con la rivoluzione industriale non è sufficiente a spiegare quest’ultima. Ma esso fa capire perché la parte continentale dell’Europa svolse un ruolo importante nello sviluppo tecnologico britannico, e suggerisce che se per qualche motivo la Gran Bretagna non fosse stata adatta allo sviluppo della rivoluzione industriale, essa si sarebbe verificata in un’altra regione europea. La scienza britannica differiva in qualche modo da quella del continente? Il vecchio cliché secondo cui essa era pragmatica e applicata mentre quella francese era astratta e deduttiva sembra aver superato il vaglio del tempo. L’origine di questa differenza può essere fatta risalire al XVII secolo, quando la scienza britannica cadde sotto l’influenza di Bacone mentre in Francia prevalevano ideali di stampo cartesiano. Bacone sosteneva che il fine della scienza era aumentare le comodità ed il tenore di vita; le tradizioni francesi invece perseguivano obiettivi più elevati. Nella Francia del XVIII secolo, all’interno delle tradizioni cartesiane, si riteneva che la funzione della scienza fosse di sostenere lo stato autoritario come fonte di ogni ordine; nello stesso periodo, in Gran Bretagna gli scienziati forgiavano un’alleanza con gli interessi fondiari e mercantili: essi ritenevano che fosse naturale cooperare con gli ingegneri e gli industriali manifatturieri nella soluzione di problemi tecnici pragmatici. Le interazioni tra loro furono istituzionalizzate tramite le varie società scientifiche e filosofiche che fornirono i luoghi di incontro. Lo stato e le istituzioni ufficiali ebbero relativamente poco a che vedere con questi sviluppi: la generazione e diffusione della conoscenza scientifica e tecnologica nel Paese fu un fenomeno spontaneo, stimolato da e a beneficio di interessi privati. Ogni società civilizzata possiede individui eruditi dal pensiero creativo e individui abili che producono beni e servizi facendo crescere il reddito e il consumo. Le società tecnologicamente creative sono quelle in cui queste due classi si mescolano dal punto di vista sociale, comunicano tra loro e si interessano di argomenti simili. La Gran Bretagna poteva contare più di ogni altro Paese su persone capaci che potevano passare senza sforzo dal mondo delle astrazioni e dei progetti al mondo delle leve e dei cilindri. Le informazioni stesse viaggiavano più facilmente in Gran Bretagna che in Francia, grazie al migliore trasporto passeggeri e ai migliori servizi postali.

CAP. IV – GLI INPUT: LAVORO E CAPITALE La rivoluzione industriale richiese una massiccia accumulazione di capitali e una profonda ridistribuzione del lavoro. Il ruolo di questi due input è stato oggetto di un’interessante letteratura. Il lavoro – Esistono due interpretazioni apparentemente incompatibili del ruolo del lavoro nella rivoluzione industriale. Una di esse considera il lavoro come una risorsa scarsa, e di conseguenza ritiene che la rivoluzione industriale dovette avere le sue migliori possibilità di successo nelle aree in cui era abbondante e a buon mercato. L’altra interpretazione considera la tecnologia una risposta alla scarsità di manodopera e pertanto presuppone che la scarsità del lavoro sia stata un vantaggio nella corsa all’industrializzazione. Secondo il primo modello le economie con alti livelli salariali dovrebbero avere profitti inferiori, tassi meno rapidi di accumulazione e pertanto una rivoluzione industriale più lenta e tardiva. Il secondo approccio al ruolo del lavoro sostiene che nel XIX secolo l’attività inventiva mirò soprattutto a risparmiare manodopera e che la scarsità di quest’ultima stimolò pertanto ondate di cambiamento tecnologico. La produttività del lavoro poteva variare per tutta una serie di ragioni. Le differenze in fatto di istruzione ebbero a quanto pare scarso effetto. Un’altra interpretazione mette l’accento sull’alimentazione: i lavoratori meno pagati non potevano acquistare cibo sufficiente, e la sottoalimentazione faceva sì che il loro lavoro fosse di bassa qualità, perché il metabolismo rallentava a scapito della produttività. Secondo Adam Smith i salari stimolano l’operosità, perché ogni qualità umana migliora in proporzione all’incoraggiamento che riceve. I contributi recenti hanno dimostrato che la produttività del lavoro può dipendere in molti modi dal salario pagato al lavoratore. Secondo alcuni, i salari elevati sono un meccanismo attraverso il quale i datori di lavoro ottengono uno sforzo maggiore dal lavoratore, in virtù del fatto che un addetto sorpreso a scansare il lavoro rischia di essere licenziato e di perdere quindi un’occupazione ben remunerata. Altri dicono che i salari elevati possono aumentare la produttività attraverso una riduzione del ricambio degli addetti. Un altro modello individua una correlazione tra produttività e salari attraverso un meccanismo di selezione inversa: i lavoratori che lavorano peggio accettano di essere pagati meno. Le differenze di produttività nelle prime fasi della rivoluzione industriale potevano anche sorgere da una differenza negli atteggiamenti dei lavoratori. Concentrare un alto numero di lavoratori (di ambo i sessi) in una sola stanza e assoggettarli alla disciplina, alla regolarità e alla crescente monotonia della tecnica più avanzata furono tra i problemi più difficili affrontati dai primi padroni di fabbriche. La manodopera a buon mercato non era utile se non poteva essere efficacemente trapiantata dal settore tradizionale a quello moderno, e spesso non solo il lavoratore era restio ad accettare questo nuovo tipo di lavoro che gli veniva offerto, ma anche l’imprenditore non era disposto a tollerare le abitudini di lavoro che gli uomini in cerca di occupazione desideravano. Il modo in cui la forza lavoro rurale e autonoma fu allettata a lavorare negli opifici prevalentemente urbano è largamente discusso. Fu la prospettiva di salari più elevati la molla più forte che consentì di superare la naturale avversione per la monotonia e il senso quasi di imprigionamento ispirati dalla fabbrica. Ma i padroni dovettero educare i loro operai a loro immagine e somiglianza, cercando di instillare in loro un’etica che li rendesse docili e diligenti: essi cercarono di trasmettere alle giovani generazioni la puntualità, il rispetto per la gerarchia, la frugalità e la temperanza. Per raggiungere tali obiettivi i padroni dapprima si affidarono quasi completamente al lavoro semiobbligatorio degli apprendisti bambini provenienti dagli ospizi di mendicità e delle donne espulse dall’industria domestica a causa della meccanizzazione della filatura. Gradualmente, crearono una forza lavoro più equilibrata usando una combinazione di paghe più elevate e controllo sociale. Inoltre, con il progredire della rivoluzione industriale molti artigiani videro minacciata la loro posizione economica. Con l’espansione graduale delle fabbriche scese il prezzo dei prodotti alternativi a quelli industriali e scese pure il reddito che poteva essere conseguito dai lavoratori domestici e dagli artigiani indipendenti del settore tradizionale. L’industria domestica venne ineluttabilmente trasformata dalla rivoluzione industriale: il settore moderno, in un certo senso, creò con la sua stessa espansione la propria forza-lavoro. Benché la transizione da industria domestica a industria moderna fosse talvolta difficile e variasse da regione a regione, la conclusione che la prima sia stata un fattore positivo per la nascita della seconda è ormai ampiamente accettata. Tuttavia è fuorviante considerare la rivoluzione industriale esclusivamente

come spostamento di manodopera dalle occupazioni rurali a quelle industriali. L’evento critico non fu la creazione di una forza-lavoro ma piuttosto la sua trasformazione. Nel sistema domestico i lavoratori dedicavano solo una parte del loro tempo all’industria, perché erano principalmente occupati nel lavorare la terra. Nel settore moderno l’esistenza di cospicui investimenti rendeva antieconomico il sistema del tempo parziale: il lavoratore di fabbrica perse la libertà di distribuire il proprio tempo come desiderava tra lavoro e ricreazione, perché o si sottometteva interamente alle necessità dei datori di lavoro oppure non lavorava affatto. Ci furono lavoratori che esitarono a fare il grande salto. Solo i loro figli e le loro figlie compresero l’ineluttabilità della situazione e vi si adattarono: donne e bambini vennero a formare una parte essenziale della forza-lavoro. L’industria domestica mise a disposizione larghe riserve di manodopera infantile e femminile qualificata; inoltre le fabbriche richiedevano destrezza e disciplina, e soprattutto donne e bambini le potevano assicurare. Che dire dell’immigrazione? In Irlanda, dove il crollo dell’industria domestica negli anni Trenta del XIX secolo fu rapido e brutale, l’emigrazione di lavoratori verso Inghilterra e Scozia fu un fenomeno diffuso, e questi immigrati costituirono un’importante integrazione della forza-lavoro britannica nel periodo della rivoluzione industriale. Un’altra possibile fonte di manodopera era la riduzione della disoccupazione involontaria. Da un lato, l’ampiezza delle fluttuazioni economiche crebbe gradualmente dopo il 1760, e con l’aggravarsi delle crisi si diffusero pratiche quali il lavoro part-time e i licenziamenti temporanei. Dall’altro, il miglioramento dei trasporti e delle comunicazioni permise un’organizzazione più efficiente dell’economia, riducendo il problema della disoccupazione stagionale. Ugualmente interessante è il dibattito su fino a che punto la modernizzazione compresse il settore non occupabile della popolazione: vagabondi, mendicanti, prostitute e altre persone ai margini della società. Uno sguardo alle descrizioni di Londra fatte alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo sarà sufficiente a ricordarci che la rivoluzione industriale non eliminò queste categorie e anzi ne provocò forse un incremento percentuale in rapporto alla popolazione complessiva. Il capitale – Le esigenze in termini di capitale del settore moderno durante la rivoluzione industriale furono soddisfatte attraverso tre tipi di fonte. Le prime erano le fonti interne, per cui gli imprenditori prendevano a prestito, per così dire, da se stessi, ricorrendo al patrimonio della propria famiglia. Le seconde erano i mercati informali o personali, in cui chi aveva bisogno di un prestito si rivolgeva ad amici, parenti o soci. Le terze erano date dal mercato formale dei capitali, in cui chi chiedeva e chi dava in prestito non si incontravano e in cui avvocati, mediatori e istituti finanziari (banche, compagnie di assicurazione, mercati azionari) svolgevano la loro funzione classica di intermediazione tra domanda e offerta. Nelle prime fasi della rivoluzione industriale i costi fissi richiesti per avviare un’impresa di dimensioni minime erano modesti e potevano essere finanziati attraverso i profitti accumulati a livello di attività artigianale. Con il crescere della complessità della tecnologia, dopo il 1830, crebbero anche le spese d’impianto e divenne sempre più difficile limitarsi alle risorse interne per avviare un’azienda. Non possiamo invece sapere con certezza quale fu l’importanza della seconda fonte di risorse finanziarie, il mercato informale. Il capitale era ancora qualcosa di molto personale, che la maggior parte delle persone preferiva tenere sotto controllo. Se si prestava del denaro, lo si faceva solo per un intimo amico o per il governo. Persino le società a cui si ricorreva di frequente per mettere insieme il capitale erano di solito strettamente legate alle imprese famigliari. Molte delle figure più note della rivoluzione industriale dovettero ricorrere alle conoscenze personali per ottenere i fondi. Infine, il terzo meccanismo di reperimento di capitali operava in primo luogo attraverso mercanti, grossisti e banche di provincia. La difficoltà nel procacciamento di fondi portò all’esclusione selettiva dall’industria di imprenditori di umili origini che non avevano accesso a queste fonti informali di finanziamento e che pertanto non riuscivano a superare i periodi di crisi in cui diveniva difficile reperire capitali. Il capitale circolante crebbe durante la rivoluzione industriale, ma fu una crescita che venne sovrastata da quella del capitale fisso. Le ragioni economiche del mutamento di composizione del capitale sono piuttosto ovvie. Un miglioramento dei trasporti, delle comunicazioni e della distribuzione ridusse la necessità di tenere giacenze di magazzino di materie prime, combustibile e prodotti finiti. Inoltre la crescita della produttività consentì la discesa del prezzo dei prodotti.

V – LA FABBRICA E L’IMPRESA INDUSTRIALE MODERNA La creazione di un luogo di lavoro in cui molti operai erano radunati sotto uno stesso tetto per fabbricare congiuntamente un prodotto ed erano soggetti a disciplina e coordinamento è diventato uno dei simboli della rivoluzione industriale, ma si tratta in parte di un mito. Alcune grandi fabbriche, benché rare, esistevano già prima del 1750. Le grandi imprese capitalistiche di solito erano organizzate in modo che gran parte del lavoro veniva svolto nelle case dei lavoratori, e solo alcuni stadi della produzione venivano completati in siti centralizzati. Il passaggio dei lavoratori in impianti fu parte integrante della storia della rivoluzione industriale: tale passaggio mutò la natura del lavoro e con essa il funzionamento fondamentale della famiglia come unità esistenziale ed economica. Le famiglie divennero sempre più unità specializzate destinate al consumo, mentre la produzione veniva svolta in un’azienda geograficamente lontana dall’abitazione e spesso soggetta a regole e gerarchie differenti. Perché accadde tutto ciò? Alcuni economisti si limitano ad affermare che il risparmio in termini di costi di transazione rendeva le fabbriche più efficienti delle industrie domestiche e che pertanto la loro affermazione era ineluttabile. Un approccio così semplicistico non rende giustizia alla realtà storica: il sistema domestico era sopravvissuto per molti secoli e la sua liquidazione richiese un periodo lunghissimo. I suoi vantaggi erano molti: teneva le famiglie geograficamente intatte, era flessibile ed adattabile alle fluttuazioni della domanda e dell’offerta e lasciava i lavoratori liberi di decidere il punto di equilibrio tra tempo libero e reddito, senza costringerli a ritmi rigidi di lavoro e alla disciplina delle fabbriche. Se è vero che la rivoluzione industriale sostituì a un’organizzazione prevalentemente domestica della manifattura un sistema basato perlopiù su luoghi di lavoro specializzati e lontani dalle abitazioni, è ragionevole pensare che qualcosa nell’economia fosse cambiato, accentuando i vantaggi della produzione centralizzata rispetto a quella domestica. Tra le possibili cause di tale cambiamento la più ovvia è che le nuove tecnologie mutarono la dimensione ottimale dell’unità produttiva e introdussero rendimenti crescenti dove una volta c’erano stati rendimenti costanti. Alcune attrezzature non potevano essere costruite su scala ridotta in grado di entrare nelle case dei lavoratori e richiedevano pertanto grossi impianti. Inoltre dal punto di vista del controllo imprenditoriale la distinzione tra lavoratori di fabbrica e lavoratori domestici non è così netta quanto si presume di solito. Molte officine non erano fabbriche nel senso tradizionale della parola: non imponevano disciplina, non osservavano ritmi prefissati o regole rigide e pagavano gli operai a cottimo. Contemporaneamente, una serie di leggi approvate tra 1777 e 1790 aveva autorizzato i datori di lavoro ad entrare nelle case dei loro operai per ispezionare l’andamento della lavorazione, ufficialmente per eliminare i l fenomeno delle appropriazioni indebite: all’epoca non rimaneva molto dell’indipendenza del piccolo artigiano, se non la scelta dell’orario di lavoro. Nel sistema domestico gli imprenditori avevano un doppio problema: i lavoratori potevano arrotondare i loro guadagni risparmiando sulla qualità e sulla finitura, e spesso veniva denunciato il furto delle materie prime, che solitamente appartenevano al capitalista. Entrambi i problemi nascevano dai costi delle informazioni: misurare le quantità precise di filato fornito ad un tessitore e confrontarle con il prodotto finale era di per sé costoso, e si doveva tener conto delle perdite normali di materia prima indotte dal processo di lavorazione, che l’imprenditore non osservava direttamente. Con l’estensione della divisione del lavoro e la maggiore complessità dei prodotti finali, la decentralizzazione del lavoro praticata nel sistema domestico divenne sempre più costosa. Anche le fabbriche di solito pagavano a cottimo, ma il controllo della qualità era molto più agevole in quanto l’imprenditore poteva ispezionare non solo il prodotto ma anche gli input e il processo di lavorazione. Le fabbriche inoltre riducevano i furti di materiale e i costi in termine di capitale provocati dalla negligenza degli operai. La questione è tuttavia che l’appropriazione indebita e i controlli di qualità erano problemi secolari e che abbiamo un’idea poco chiara su cosa cambiò attorno al 1750 per far pendere la bilancia, gradualmente, a favore delle fabbriche. Per gli economisti è diventato sempre più evidente che tutti i sistemi in cui un individuo lavora per un altro sono soggetti ad un problema di agenzia: il datore di lavoro deve avere un sistema di incentivi che induca il lavoratore ad operare per quanto possibile in modo da massimizzare i profitti dell’impresa. I lavoratori solitamente non si curano dei profitti dei capitalisti in quanto tali, ma le fabbriche risolvevano questo problema imponendo un controllo diretto della

manodopera da parte di personale di supervisione, che sorvegliava lo sforzo erogato dai lavoratori, l’uso delle materie prime e la cura con la quale eseguivano i loro compiti. Il principale vantaggio delle fabbriche da questo punto di vista era perciò che questa supervisione permetteva al datore di lavoro di accertare se le variazioni del prodotto finale dipendevano dagli sforzi dei lavoratori o da circostanze al di fuori del loro controllo. Si trattava insomma di incentivi in negativo per i lavoratori: un lavoratore disonesto o negligente poteva essere multato, licenziato o persino sottoposto a punizioni corporali. Altri fattori ancora possono spiegare perché la storia si sia indirizzata verso il sistema della fabbrica: innanzitutto la necessità di realizzare prodotti standardizzati esigeva un controllo attento della qualità e una sorveglianza continua; la nascita di prodotti sempre più sofisticati portò i datori di lavoro a preoccuparsi anche di come i lavoratori trattavano i macchinari, perché negligenze e sabotaggi diventavano sempre più costosi per l’azienda; per realizzare meccanizzazioni massimamente semplici, il lavoro andava diviso più e più volte, appunto per arrivare ad una frammentazione della produzione in processi molto elementari, e se il datore di lavoro era messo in condizione di osservare direttamente manodopera, attrezzature e materiali, era più facile che egli avesse idee su come risparmiare in tutti e tre i settori di quanto non lo fosse per un manifatturiere assenteista che distribuiva il lavoro a domicilio. L’affermazione della fabbrica ha molto a che fare con la divisione del lavoro, che ha diversi vantaggi. Il primo si basa sul presupposto che gli operai siano inizialmente tutti uguali ma che la divisione del lavoro migliori la produttività in quanto i lavoratori specializzati diventano più competenti nel loro lavoro attraverso l’apprendimento e l’esperienza: ci vuole meno tempo a spostare il lavoro tra i diversi operai che a spostare i lavoratori tra i diversi compiti; la semplificazione dei compiti permette di accentuarne la meccanizzazione; la divisione del lavoro ha anche effetti indiretti sull’invenzione. Il lavoro di routine e ripetitivo tende a richiedere meno competenze, a essere più a buon mercato e forse più produttivo. Il secondo vantaggio si basa sul presupposto che i lavoratori siano intrinsecamente differenti in quanto a competenze, e che la divisione del lavoro massimizzi l’efficienza produttiva in quanto i lavoratori possono specializzarsi in quei compiti per i quali dispongono di un vantaggio relativo. Un terzo vantaggio è che ci sono limiti alla quantità complessiva di conoscenze acquisibile da un singolo lavoratore, perciò il lavoro viene suddiviso in modo che il totale delle conoscenze rilevanti non sia superiore a quelle che il lavoratore può apprendere in un lasso di tempo ragionevole. La divisione del lavoro, tuttavia, non richiedeva l’esistenza delle fabbriche. Le industrie domestiche già la praticavano, e gran parte delle funzioni del mercante-imprenditore consisteva nel fare la spola da un cottage all’altro trasportando beni in fase di lavorazione. Nelle attività in cui c’erano fattori tecnici che rendevano impossibile la produzione domestica, l’industriale faceva svolgere i passaggi problematici in un opificio, e l’industria domestica faceva il resto. Ma la specializzazione decentrata aveva i suoi costi, come quello del trasporto dei materiali in fase di lavorazione e quello di transazione consistente nel misurare e conteggiare il prodotto in ogni fase. Con l’affinarsi della divisione del lavoro e il crescere della complessità dei prodotti finali e del costo delle attrezzature, crebbero i costi della dispersione geografica e le imprese passarono dalla produzione decentrata a quella centralizzata. I grandi opifici industriali che si andavano affermando durante la rivoluzione industriale crearono nuovi e sconosciuti problemi di gestione. Prima delle grandi fabbriche erano esistite grandi aziende, ma queste erano state a carattere prevalentemente commerciale e non avevano dovuto gestire infrastrutture più importanti di magazzini o navi mercantili. Anche le tenute agricole erano spesso imprese di grandi dimensioni ma non richiedevano lo stesso grado di coordinamento e di controllo diretto necessario nella manifattura. Dalle fabbriche nacque l’esigenza di una competenza nuova, vale a dire la necessità di organizzare, coordinare e condurre gruppi numerosi di persone impegnate in compiti complessi, in cui l’azione di ciascun individuo si ripercuoteva su quelle di tutti gli altri e sulla natura del risultato. Le fabbriche crearono nuovi problemi di gestione del lavoro e delle informazioni, inclusa la contabilità dei costi, le comunicazioni intra-aziendali, il coordinamento con altre aziende del ramo, i negoziati con i fornitori e i lavoratori e la gestione delle informazioni tecniche per l’aggiornamento delle pratiche e le innovazioni. La capacità manageriale è una forma di capitale umano, e sotto tutti i punti di vista non abbondava nell’economia britannica durante la rivoluzione industriale. Non c’era una netta

separazione tra proprietà e gestione: di solito a questa provvedeva l’imprenditore. Dovevano passare parecchi decenni prima che si producesse la rivoluzione manageriale, quella in base alla quale le grandi strutture corporative venivano gestite secondo concetti ragionevolmente chiari dei flussi informativi e dell’autorità, suscettibili di essere insegnati e divulgati. Ma all’epoca molto era frutto dell’improvvisazione, delle lezioni dell’esperienza, dell’accidente. Spesso si commettevano errori manageriali gravi e costosi, soprattutto a causa di una contabilità rudimentale. È difficile sovrastimare l’importanza della fabbrica come istituzione sociale. Il divorzio tra unità familiare e posto di lavoro impose costi notevoli all’operaio industriale, dai costi psichici di dover sopportare che i membri della famiglia fossero soggetti alla supervisione e al controllo continuo di altri ai costi molto concreti del tempo speso per recarsi a lavoro. L’introduzione della disciplina e dell’ordine nelle vite dei lavoratori fu un’altra drammatica novità. Fino alla rivoluzione industriale la disciplina era stata prevalentemente una questione famigliare. In effetti la transizione non fu brusca: molti proprietari di fabbrica ingaggiavano intere famiglie e usavano la famiglia come strumento di applicazione della disciplina. I lavoratori detestavano gli stabilimenti industriali e opponevano resistenza alla disciplina, e i datori di lavoro cercavano, spesso disperatamente, delle soluzioni ai problemi dell’assenteismo, dell’ubriachezza, della trascuratezza e dell’insubordinazione. Le imprese allora escogitavano incentivi per assicurarsi la disciplina, ma preferivano anche ingaggiare donne e bambini, ritenuti più docili. Tradizionalmente si ritiene che l’utilità della disciplina consista nei vantaggi che porta in termini di coordinamento: le attrezzature e le spese generali per riscaldamento, illuminazione e materiali erano costi fissi, pertanto in caso di assenza o indolenza degli operai le perdite erano notevoli. La disciplina era necessaria anche per mantenere un certo standard qualitativo, per evitare l’appropriazione indebita, per prevenire le risse tra gli operai e per consegnare le merci con puntualità. Le attrezzature maneggiate dagli operai erano costose, perciò gli errori potevano costare cari al capitalista; anche gli incidenti provocati da errori dei lavoratori potevano essere costosi, perciò vennero istituite regole applicate rigidamente. La disciplina, regolando e uniformando la quantità di tempo e di sforzo erogata da ciascun lavoratore, faceva anche risparmiare sui costi di reclutamento e riduceva la variabilità del prodotto finito. Come surrogato del monitoraggio, la disciplina rappresentava un risparmio in quanto interiorizzava nel comportamento del lavoratore una funzione spettante all’azienda.

CAP. VI – LE CONSEGUENZE: IL DIBATTITO SUL TENORE DI VITA La questione filosofica se la società industriale sia stata uno sviluppo positivo nella storia dell’umanità va oltre i confini della storia dell’economia. Il dibattito, che avrebbe dovuto limitarsi agli aspetti puramente quantitativi rappresentati da cifre e deflatori ha diviso profondamente gli studiosi formando schieramenti che si identificano strettamente con le posizioni ideologiche. Coloro che hanno visto nel capitalismo industriale la riduzione in schiavitù e l’alienazione delle classi operaie hanno coronato la loro posizione sostenendo che esso fu anche un processo di immiserimento. Coloro invece che apprezzano il capitalismo borghese e i risultati delle società improntate al libero mercato hanno insistito che l’industrialismo fu un fenomeno emancipatore e nello stesso tempo un processo di arricchimento. La questione generale può essere suddivisa in tre distinti dibattiti che devono essere tenuti logicamente separati: il dibattito fattuale che ha per oggetto ciò che accadde realmente in Gran Bretagna tra 1760 e 1850; – il dibattito controfattuale sull’effetto della rivoluzione industriale sui livelli di vita: ci si chiede cosa sarebbe successo se tutto fosse rimasto inalterato nel periodo in questione, ad eccezione dei cambiamenti tecnologici della rivoluzione industriale; – la questione “ipercontrofattuale” secondo cui dati gli sviluppi storici conosciuti ci si domanda se sarebbe stato possibile realizzare un insieme di politiche economiche tali da portare ad un benessere economico maggiore di quello che effettivamente si produsse. Per rispondere alla seconda questione, ossia all’interrogativo se senza la rivoluzione industriale i livelli di vita sarebbero stati altrettanto alti, possiamo stimare il cambiamento del reddito pro capite che si sarebbe prodotto a causa della crescita demografica e della sua pressione sulle altre risorse in assenza di un incremento della produttività: sostanzialmente, si è arrivati a concludere che in assenza di una rivoluzione industriale, una popolazione in crescita come aveva predetto Malthus sarebbe andata incontro a livelli di vita peggiori. Ciò appare evidente se consideriamo il caso dell’Irlanda, che ebbe una storia simile a quella britannica in termini di crescita demografica e sconvolgimenti dal lato dell’offerta ma senza rivoluzione industriale: la grande carestia di patate fu un evento estremamente traumatico che avrebbe potuto essere, se non scongiurato, quantomeno mitigato in caso l’Irlanda avesse sviluppato un settore moderno di maggiori dimensioni. Passando alla terza questione, la ricerca moderna ha concluso che una politica più illuminata avrebbe potuto alleviare il travaglio dell’industrializzazione. Alcuni studiosi sostengono che la Gran Bretagna investì in maniera insufficiente in infrastrutture, specialmente nelle aree urbane. Tuttavia l’intuizione che le cose avrebbero potuto mettersi meglio di quanto accadde nella realtà non giustifica necessariamente la tesi secondo cui l’interferenza del governo avrebbe spostato il sentiero dell’economia da quello reale a quello ottimale. Il primo di questi dibattiti, quello sul tenore di vita reale, è il principale campo di battaglia su cui gli studiosi si sono scontrati per decenni. Il dibattito si è spezzato in due: da un lato una disamina dei soli indicatori economici, dall’altro una discussione che coinvolge una serie più generale di indicatori biologici. Il messaggio che gli economisti traggono dai dati a loro disposizione è notevolmente coerente: la loro conclusione è che i livelli di vita rimasero più o meno immutati tra il 1760 e il 1820 per poi accelerare rapidamente tra il 1820 e il 1850, cosicché verso la metà del secolo i livelli di vita risultavano in sensibile crescita già da diversi decenni. Tuttavia sebbene sia ragionevole presumere che i livelli di vita non peggiorarono per lunghi periodi di tempo durante la rivoluzione industriale, il proclama di vittoria degli ottimisti si è rivelato prematuro. La crescita dei salari reali può avere differenti interpretazioni. Persino il sostenitore più convinto dell’efficienza dei mercati del lavoro ammetterà che un aumento dei salari reali può non essere indizio di un miglioramento dei livelli di vita, se tali salari reali sono una compensazione per condizioni di lavoro peggiorate. Se il lavoro nelle fabbriche e la vita nelle città e nei villaggi industriali diventano più onerosi, pericolosi o sgradevoli, l’aumento dei salari reali va interpretato piuttosto come una differenza compensativa. Lavori recenti su alcuni dati statistici sembrano inoltre porre in dubbio che il consumo alimentare pro capite crescesse nettamente durante la rivoluzione industriale. Se il reddito reale della massa dei lavoratori britannici crebbe e ciononostante essi non mangiavano molto più di prima, vivevano in abitazioni affollate e insalubri, dove andò a finire il denaro in più? Un approccio alternativo al problema del livello di vita consiste nel considerare gli indicatori biologici. È accettata da tempo la forte correlazione esistente tra

indicatori quali la speranza di vita e la salute fisica e i livelli economici del benessere. In assenza perciò di chiare misure economiche dei livelli di vita, gli storici dell’economia si sono sempre più giovati delle misure biologiche per cercare di verificare l’ipotesi di un maggiore benessere economico prima del 1850. Nel complesso tali indicatori non hanno portato elementi a sostegno della tesi ottimistica. La misura di carattere più generale è quella del tasso grezzo di mortalità, che decrebbe leggermente negli anni che per gli ottimisti corrispondono al periodo dell’ascesa del livello di vita. I tassi grezzi di mortalità tuttavia sono indicatori insufficienti sotto molti punti di vista, in particolare per la loro dipendenza dalla distribuzione della popolazione per fasce di età. Una misura migliore è la speranza di vita alla nascita, che pure mostra qualche miglioramento nel periodo in questione, ma la cui crescita si arresta nel 1820 per rimanere essenzialmente invariata nei quarant’anni successivi. La crescita netta dei consumi e dei salari reali affermata dagli ottimisti avrebbe dovuto produrre un aumento della speranza di vita, forse con il ritardo di alcuni anni; ma non accadde nulla del genere. Un altro indicatore biologico che ha attirato molti interessi di recente è stato la statura. Essa infatti dipende dallo stato nutrizionale netto, cioè dalla quantità di cibo assunta da bambini e adolescenti al netto delle pressioni esercitate sui loro corpi dal lavoro e dalle malattie. A parità di altri fattori, un bambino nato in una famiglia che gode di un livello di vita elevato dovrebbe diventare più alto dei coetanei meno fortunati. Ma la conclusione degli studiosi è stata che lo stato nutrizionale netto, misurato attraverso la statura, migliorò tra 1760 e 1820, per poi attraversare un periodo secolare di declino. Se vi furono aumenti significativi del reddito reale nella classe lavoratrice, dunque, essi furono ottenuti a caro prezzo. L’incongruità apparente tra gli indicatori biologici, che tendono a corroborare la tesi pessimistica, e gli indicatori economici, che invece nel complesso presentano alti e bassi, può essere spiegata in tre modi differenti. Uno è che gli indicatori biologici si riferiscono alla popolazione complessiva, compreso il settore domestico, gli indigenti e l’economia informale dei ceti poveri urbani, mentre i dati sui salari sono perlopiù attinenti al settore moderno e formale, dunque non altrettanto rappresentativi. Per dirla in altro modo: la rivoluzione industriale ebbe vincitori e vinti, e i dati salariali riflettono la situazione degli operai occupati di sesso maschile, per lo più beneficiati dalla situazione, mentre i lavoratori domestici, molti dei quali erano di sesso femminile e lavoravano per proprio conto, nel complesso finirono nella schiera dei perdenti. Una spiegazione complementare può essere che l’aumento dei salari reali sia stato accompagnato da un deterioramento di altri aspetti del tenore di vita, provocato non solo dalle condizioni di vita nelle città e dalle dure condizioni di lavoro nelle fabbriche, ma anche da alcuni fattori meno ovvi, quali la perdita di flessibilità della scelta tra tempo libero e reddito imposta dal sistema di fabbrica. L’ascesa dei salari reali di conseguenza non fu che una compensazione di altre perdite sopportate dai lavoratori e non dimostra di per sé alcun miglioramento. Inoltre, l’aumento dei salari può essere stato accompagnato da cambiamenti nella struttura dei prezzi tali da rendere più costosi i cibi più salutari (ricchi di proteine). Anche l’interpretazione pessimistica dovrebbe però essere temperata dal riconoscimento dei ben noti trabocchetti nascosti nella misurazione delle variazioni dei livelli di vita in un’epoca caratterizzata da un rapido mutamento tecnologico. Tutti gli studi quantitativi del tenore di vita misurano in ultima analisi le quantità di beni che possono essere acquistate con un certo reddito. Quello che non possono spiegare è la differenza qualitativa: un tipico prodotto tessile del 1830 era non solo più economico che nel 1750 ma anche migliore in termini di durevolezza, uniformità, suscettibilità ad assorbire e conservare il colore, facilità di lavaggio e così via. Lo stesso vale per un’ampia gamma di prodotti, dalle pentole di ferro al vetro, dalle penne d’acciaio alle illustrazioni stampate sui libri. Inoltre, da un certo numero di invenzioni realizzate durante questo periodo nacquero prodotti completamente nuovi, e ciò rende difficile fare confronti tra i livelli di benessere: le misure tradizionali dei salari reali e del reddito nazionale non esprimono adeguatamente il valore economico derivante dalla diminuita incidenza del vaiolo, dall’introduzione dell’illuminazione a gas, dall’uso dell’anestesia durante gli interventi chirurgici. A tutto ciò dobbiamo contrappore la più diffusa adulterazione di cibi e bevande alla portata delle tasche della classe lavoratrice, gli effetti negativi delle spiacevolezze dell’urbanizzazione e lo scadimento dei livelli assistenziali a seguito della riforma, nel 1834, della legge sui poveri.

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