Linee sulla Terra. Limiti e Confini nell'Africa Subsahariana, Sintesi di Geografia Storica
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Linee sulla Terra. Limiti e Confini nell'Africa Subsahariana, Sintesi di Geografia Storica

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Riassunto completo e ragionato del libro del Prof. Andrea Pase
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NOVEMBRE 2016

LINEE SULLA TERRA

ANDREA PASE

APPUNTI DI GIOVANNI GOMIERO

INTRODUZIONE

La prima parte del libro è di carattere teorico generale ed è composta da i primi due capitoli. Nel primo capitolo si definisce l’oggetto di studio, gli ordinamenti della territorialità, ovvero le forme attraverso cui si consolidano le relazione tra gli uomini nel territorio. Per fare questo si usa la geografia, ma anche la filosofia del diritto, l’etologia, l’antropologia, la politologia, la sociologia. Nel secondo capitolo si parla invece dell’ordinamento moderno nello specifico, legato alla sovranità territoriale e alla proprietà privata, e ai lineamenti geografici che questa forma di territorialità ha assunto nella storia. La seconda parte del testo osserva l’ordinamento territoriale moderno proiettato in Africa sub sahariana, le differenze tra questo e gli ordinamenti tradizionali presenti. I casi di studio sono nell’area saeliana-sudanese, e specificano sia l’aspetto tematico che territoriale. Il terzo capitolo indaga le forme di relazione che le società africane avevano con la terra, sia a livello fondiario sia a livello politico territoriale. Il quarto capitolo analizza come le linee dell’ordinamento moderno siano state imposte in questa zona dell’Africa, cercando di comprendere i processi conoscitivi di ricognizione del territorio africano che sono alla base delle pratiche appropriative coloniali.

1 ORDINAMENTI DELLA TERRITORIALITÁ

L’obbiettivo dello studio qui presentato è lo studio delle relazioni tra gli uomini attraverso le cose, le cose che vengono trasformate e significate dalle relazioni che simboleggiano per gli uomini. Le relazioni che quindi si svolgono tra uomini e cose fondano, secondo l’antropologo Paul Bohannan l’unità uomo-cosa, e quest’ultima è estremamente concreta e continuamente rinsaldata dai legami che intercorrono tra noi e le cose. Sia l’uomo sia la cosa si contaminano a vicenda. L’unità uomo- cosa si trova coinvolta sia nei processi sociali che in quelli storici e politici. In base alla quantità di cose e di uomini coinvolti nell’involucro di cui sopra, cambia il peso politico, se si ha un’unità popolo-territorio c’è un certo peso politico che non si verifica nell’unità uomo-cosa semplice. La terra è una cosa che può partecipare a questa relazione, diventa territorio nel momento in cui l’uomo mette in atto la sua capacità di trasformare la terra semplice e la fa diventare un territorio vero e proprio. L’unione uomo-terra, sia a livello agricolo che politico, è per due pensatori come Febvre e Schmitt fondamentale per lo sviluppo della cultura e della società umana. Il diritto secondo Schmitt dipende dalla terra e dalle relazioni che l’uomo intesse con il territorio. Anche la sociologia di Simmel è d’accordo con questa posizione. L’unità uomo-cosa diventa in questo modo unità società-territorio

LA TERRITORIALITÁ In geografia le relazioni umane attraverso il territorio si chiamano Territorialità. Le prime riflessioni su questo tema sono degli etologi come Eibl-Eibesfeldt, che caratterizza la territorialità umana per gli aspetti di occupazione del territorio, segnalazione del possesso, difesa dagli intrusi. Altri etologi come Ardrey ci parlano di cogenza del territorio sul comportamento tanto animale come umano. Ma poi si inseriscono i geografi come Storey che critica il lavoro di Ardrey, e come Soja, Sack, Turco, Raffestin, che propongono loro teorie. Edward Soja definisce la territorialità come un fenomeno comportamentale associato all’organizzazione dello spazio in sfere d’influenza o territori demarcati in maniera distintiva per gli occupanti e per gli esterni. Vi è quindi indubbiamente una territorialità individuale data dallo spazio prossemico che ognuno si costruisce attorno, e popoli diversi possono avere diverse concezioni di prossimità, con culture della distanza e culture del contatto. Lo spazio prossemico è quindi il primo livello base di territorialità, ma il

livello per noi più interessante è lo spazio relativo ai gruppi sociali, la territorialità sociale che si sviluppa con una creazione di identità sociale seguita dall’affermazione del controllo esclusivo sul territorio, che va quindi difeso. Questa è l’unità uomo terra, ma il territorio va delimitato, organizzato e dotato di un adeguato simbolismo territoriale, che materializzi l’identità territoriale di un gruppo sociale. Diversa è la posizione di Robert Sack, che vede la territorialità come una forma primaria di espressione del potere sociale, il territorio è un’area geografica delimitata su cui si esercita un potere sociale. Le tre caratteristiche di questa territorialità sono la classificazione per aree della realtà, la necessità di individuare modalità di comunicazione dei limiti tra gli attori, infine deve esserci la volontà esplicita di controllare l’accesso a un’area e quindi a ciò che vi è contenuto. Ancora diversa è la posizione di Claude Raffestin che si concentra molto sull’idea di Stato e di dinamiche di potere, definendo il prodotto territoriale attraverso un sistema di relazioni esistenziali e produttive. Si crea una situazione triangolare di relazioni che vede un attore che si relazione con il territorio e quindi con gli altri attori. Le relazioni tra uomo e territorio sono un tramite per rapportarsi con altri uomini. Territorialità = Individuo in Relazione con l’Esteriorità (H r E). La territorialità può essere simmetrica o asimmetrica se la stabilità o la velocità di cambiamento degli attori in relazioni sono sincrone tra loro. La territorialità è quindi costituita dalle relazioni che la società intrattiene con l’ambiente fisico e l’ambiente sociale per soddisfare i suoi bisogni e giungere alla maggiore autonomia possibile. Chiarita la nozione di Territorialità, bisogna capire perché il territorio necessita di un ordinamento, di ordine stabilito e chiaro sia di confini fisici che di regolamento interno e con l’esterno. Lo stesso Schmitt ripropone questa esigenza, che ogni ordinamento fondamentale deve essere un ordinamento spaziale, con determinati confini e delimitazioni. La territorialità deve creare ordine verso l’interno e verso l’esterno, in quanto i due campi sono separati. Questo si lega con Eibl-Eibesfeldt, che ci dice che i due bisogni umani che qui vengono soddisfatti sono la necessità di chiusura, sicurezza, identità, e dall’altra parte la necessità di socializzare a relazionarsi con gli altri. Basti ricordare Bateson che sottolinea come lo stesso testo della Genesi sia improntato sulle divisioni che Dio attua per mettere in ordine il mondo. Anche per Schmitt la separazione stabilisce l’ordine e solo nell’ordine si possono applicare le norme. Paradossale da questo punto di vista è la figura del sovrano, parte dell’ordinamento ma anche garante di esso e quindi esterno e legittimato a sospendere l’ordinamento di cui fa parte per proclamare lo stato di eccezione. Questa situazione dà credito all’importanza dell’ordinamento. La territorialità quindi è molto vicina all’ordinamento e al diritto, per la sua funzione ordinatrice e regolatrice. Paolo Grossi dice che anche il diritto come la territorialità si basa sulle relazioni sociali, è l’ordinamento sociale, il diritto è la regolazione delle relazioni, che quindi sono ordinate sia dal diritto che dalla territorialità. Le regole sono generate da un processo autoorganizzativo di una società che ha bisogno di queste e le osserva. Il titolo giuridico più radicale è l’occupazione della terra. All’unione tra società e territorio nascono la territorialità e il diritto, come ordinamenti fondanti della società stessa che li ha costruiti. L’ordinamento moderno funzione in questo modo, ma molte altre società si trovavano o si trovano tuttora in una posizione di Pluriordinamentalità, ovvero nel caso in cui non ci sia lo Stato come unico soggetto regolatore ma molti attori che decidono il proprio ordine, individuano i loro rapporti interno-esterno, stabiliscono regole di accesso.

ORDINAMENTI, STABILITÁ, TRASGRESSIONI Ci viene in aiuto in questo capitolo l’antropologo Francesco Remotti che chiarisce in primo luogo come l’unità uomo terra, società-territorio sia una costruzione sociale, un’esigenza di ordine che si manifesta. Questa è la costruzione di un’identità, apparato tutt’altro che inattaccabile, strutturato per livelli: alla base c’è il flusso dinamico e inevitabile delle possibilità di scelta, sul quale si

stabiliscono delle connessioni che costruiscono un’identità unica. Si può però facilmente notare come questa costruzione sia una riduzione drastica rispetto alle possibilità di connessione e sia un irrigidimento del flusso. Per questo la società deve mantenere la tutela della sua identità come aspetto centrale, deve consolidarla sempre più per poter prosperare. Una società troppo rigida a livello identitario non può sopravvivere perché viene abbattuta dal flusso del cambiamento a cui si oppone e in cui dovrebbe invece con cautela inserirsi. L’ordinamento della territorialità superiore è necessario per le società che devono difendersi dalle dinamiche del flusso continuo e devono procedere compatte e regolate. Ma ci sono due condizioni alla base di tutte le decisioni che contraddistinguono l’ordinamento territoriale: la prima è la legittimità del decisore, che deve essere accettato dalla società e ascoltato, in qualsivoglia modo lo si legittimi, bisogna legittimarlo. La seconda condizione sono le modalità di rappresentazione del territorio che ti consentono di mantenere il sistema di limiti e confini che il decisore legittimo indica. Costruito un ordinamento però le connessioni diverse che si erano scartate all’inizio della costruzione identitaria si manifestano sotto forma di trasgressioni, connaturate all’idea stessa di limite (Raffestin “ogni delimitazione implica una trasgressione”). Un primo tipo di trasgressione riguarda la circolazione di merci e uomini vietati, il contrabbando. Un secondo tipo è la modifica abusiva del tracciato del confine, un terzo tipo è il cambiamento delle regole di accesso all’ordinamento delimitato e infine l’ultimo tipo, il più decisivo è la perdita di legittimità dell’ordinamento e dunque la perdita di consenso e il crollo delle regole. Le trasgressioni sono dunque formate dal flusso di cambiamento incessante causato dall’imprevedibilità dei comportamenti umani. È importante che in ordinamenti territoriali di questo tipo non ci sia obbedienza da parte del singolo verso le norme in modo passivo, bensì osservanza, cioè spontanea e cosciente aderenza alle regole stabilite. Deve esserci una precisa consapevolezza del valore sorregge la regola che si osserva, e bisogna essere convinti dell’utilità nel progresso futuro della stessa. La territorialità è dunque ordinamento osservato del sociale. La stessa trasgressione può diventare un meccanismo evolutivo, posto che ci sia osservanza e non obbedienza. Il flusso del cambiamento però non è inesorabile solo per i comportamenti umani, ma anche per quelli della natura stessa su cui noi disegniamo i confini. La natura può imporre radicali mutamenti spaziali, territoriali e sociale, è un attore inconsapevole ma in grado di agire sugli ordinamenti in modo decisivo. L’uomo può incanalare un fiume che a sua volta può esondare e distruggere l’ordinamento spaziale di quella zona. A queste catastrofi può seguire anche un mutamento di equilibri nella società.

2 LA TERRITORIALITÁ MODERNA

L’ordinamento moderno della territorialità si pone come il più compiuto, rigoroso e stringente, ovvero uno Stato che agisce su un unico territorio, attraverso la sua strategia di controllo delle relazioni , con la sua modalità di rappresentazione del mondo. Stato e territorio sono inscindibilmente legati perché il primo ha bisogno del secondo per proiettarsi nel mondo ed esercitare il suo dominio sotto forma di sovranità. Tale presunzione di perfezione di questo ordinamento ha ordinato e organizzato tutti il mondo in questo modo.

LA STORICITÁ DELL’ORDINAMENTO MODERNO: UN PERCORSO Bisogna render l’ordinamento statale della territorialità un fatto storico, per quanto importante, ma non cadere nell’errore di considerarlo l’esito definitivo di un progresso politico. Ad Esempio nel Medioevo non c’è lo Stato come lo pensiamo noi e si susseguono una molteplicità di ordinamenti di svariate società o parti di società che incarnano ognuna un ordinamento a sé stante. Si sovrappongono il diritto comunale, feudale, mercantile, statuario. Eppure anche questi ordinamenti

estremamente più numerosi di quelli attuali sono basati sul territorio e sulla delimitazione, semplicemente questo limite non è necessariamente cartografa bile, rigido e esclusivo. Si possono avere quindi diversi ordinamenti nello stesso spazio, sovrapposti e bilanciati tra loro. Molteplicità di ordinamenti vuol dire appunto molteplicità di confini. Nel Medioevo si preferisce al riferimento cartografico l’effettivo esercizio della giurisdizione e la memoria degli abitanti del luogo. I confini si appoggiano sempre il più possibile su elementi del paesaggio terrestre. La mancanza di un potere centrale genera questa molteplicità di attori e quindi di ordinamenti che dà come esito un assetto complesso inserito in un’universalità più ampia. Lo stato moderno invece si fonda sul potere pieno e assoluto di un attore che afferma un ordinamento unico su un territorio definito, eliminano così la pluralità precedente. Per lo stato moderno è il territorio il tramite tra il potere statale e i sudditi, e il confine dello stato ne diventa l’essenza stessa, il suo strumento di regolazione verso gli altri stati all’esterno. Gli altri confini perdono di ruolo di fronte a quest’ultimo. L’esito di questo percorso storico si avrà dopo la rivoluzione francese con l’uguaglianza di tutti i cittadini che elimina definitivamente le frontiere interne causate dai privilegi. Schmitt ci dice che all’inizio dello stato moderno è avvenuta una vera e propria rivoluzione spaziale, un ridimensionamento dell’immagine del mondo dovuta alle scoperte che permettevano ormai di conoscere gran parte del globo. Questa rivoluzione è causata da diverse crisi, e la più importante di queste è la crisi geografica seguita alle scoperte transoceaniche, che spostavano il centro del mondo fuori dall’Europa. Non può più essere lo spazio a determinare la politica ma inizia ad essere la politica che deve determinare lo spazio vasto che si è scoperto. Il territorio nell’ordinamento moderno deve essere liscio, unitario a livello giuridico, e questo svuotamento dello spazio è uno dei meccanismi fondamentali della territorialità moderna.

I DUE CARDINI: LO STATO TERRITORIALE E L’INDIVIDUO PROPRIETARIO L’ordinamento della territorialità moderna riflette nella sua unità e compattezza l’unicità della sovranità statale e l’assolutismo giuridico che ne è lo strumento principale di regolazione. Lo Stato dialoga all’esterno solo con altri stati e all’interno tramite il diritto si impone sulla società. Se il primo soggetto egemone della territorialità moderna è lo Stato, il secondo è l’Individuo Proprietario, che si trova in situazione di corrispondenza con l’immagine della sovranità, la politica moderna si gioca nel dualismo tra individuo e stato. Addirittura il geografo Friedrich Ratzel ci dice che il bene fondiario, la proprietà, costituisce uno stato in miniatura, tanto che l’ordinamento della territorialità moderna si divide in due con simboli diversi, in primis il territorio dello stato con la sua simbologia chiara, efficace e precisa, in secondo luogo la proprietà fondiaria, simboleggiata dall’organizzazione economica certa e delimitata sul territorio. Ma se la sovranità statale propone uguaglianza di tutti, la proprietà privata propugna la disuguaglianza. Queste due entità potenzialmente configgenti però si sostengono a vicenda, lo stato garantisce la proprietà privata e i privati garantiscono risorse e legittimazione allo stato. Il principio della legittimità moderna è, secondo Galli, che lo spazio pubblico deve rendere possibile quello privato. L’ordinamento europeo moderno si realizza con un legame inscindibile tra stato e proprietario che però genera continui conflitti irrisolvibili. La proprietà si configura come perno fondamentale della storia giuridica europea e lo stato ne certifica i diritti che il proprietario possiede su essa. Bisogna dunque capire come si è formata questa idea proprietaria per poterla criticare. Questa concezione si viene a creare con il crollo della visione antropologica medievale che afferma un soggetto presuntuoso e dominante che vede la proprietà come emanazione della sua personalità e strumento della sua sovranità sul creato. L’uomo inizia a delimitare i suoi possessi sulla carta con limiti chiari, fino ad arrivare a un immedesimazione tra soggetto e proprietà, si forma l’unità io-mio. Questa percorso ci

serve a capire come questa idea si è rapportato con concezioni diverse e ordinamenti che la pensano diversamente.

I SOGGETTI DELLA MODERNITÁ IN AZIONE L’obbiettivo di potenza dello stato, esercitato attraverso l’assolutismo giuridico e territoriale, è ridisegnare tutta la società a misura dello stato stesso. Il sistema di controllo utilizzato dallo stato è in primis il diritto, in secondo luogo l’unicità territoriale. Come nello stato, così nella proprietà fondiaria il potere dei proprietario deve essere totale e senza resistenze interne. Ma lo Stato per fortuna non riesce a portare a compimento perché si scontra con il dinamismo del flusso irriducibile e soprattutto con quell’attore inconsapevole ma quanto mai rilevante che è la natura. Secondo Bauman lo stato svolge la sua azione sulla società come uno scultore, ha piena disponibilità di modellare la materia che possiede, ma deve avere gli strumenti adeguati, la piena conoscenza, deve analizzare la società in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue caratteristiche, altrimenti questa si oppone, gli sfugge, tenta sempre di opporsi. Questa indagine dello stato sulla società è chiamata ricognizione. Ma lo stato deve anche stare attento a preoccuparsi che la sua capacità in via di sviluppo di intagliare la società non venga imitata da qualcuno che può sorgere come oppositore con eguali capacità. Lo stato deve quindi tenere il monopolio della coercizione legittima. Allo stesso modo agisce e si deve comportare il singolo individuo proprietario, che deve attuare la stessa strategia triangolare dello Stato, ovvero Attore-Ricognizione-Progetto. La ricognizione del territorio è la premessa tanto per l’azione di governo quanto per la gestione fondiaria. La statistica serve appunto a compiere le ricognizioni attraverso la geometria, l’aritmetica, la cartografia, e grazie a queste discipline si può programmare l’azione di intaglio del corpo territoriale. L’azione dei soggetti della modernità è quindi in prima analisi disegno geometrico e calcolo aritmetico.

3 ALTRI ORDINAMENTI

L’ordinamento moderno tra il settecento e l’ottocento si sviluppa su due fronti principali, uno interno con la costruzione della scienza giuridica moderna e uno esterno con il colonialismo nelle terre “libere”. Si vengono a fronteggiare nelle colonie due ordinamenti diversi, di cui il primo, quello moderno, è esito di una precisa storia a tappe, mentre il secondo, quello africano, è l’espressione di una territorialità basica e profondamente diversa. Il pensiero occidentale impone l’ordinamento di territorialità di cui è portatore, impone la proprietà privata in sostituzione della molteplicità di relazioni uomo-terra presenti in africa. Impongono la mappa catastale e la definizione di limiti che prima non esistevano. Qui si inserisce la riflessione di Wolfang Reinhard che manifesta dubbi sull’effettiva centralità di provenienza delle decisioni di carattere coloniale dei vari governi, tuttalpiù si incolpano le decisioni scriteriate prese dai singoli individui che sono arrivati in queste terre all’occhio europeo vuote. Il colonialismo si manifesta come un grande progetto di creazione territoriale. Almeno sulla carta le potenze europee svuotano di ogni valore le forme appropriative basiche africane, suddividendosi tra loro le parti del territorio. Ma le terre africane erano tutt’altro che vuote, si dipanavano al loro interno una grande quantità di relazioni tra gli uomini attraverso il territorio. La riduzione del continente a spazio cartografico è la proiezione di un unico movimento sul continente.

PLURIORDINAMENTALITÁ DEL POSSEDERE Il rapporto fondiario nella mentalità europea si fonda sul possesso dello spazio. In altre civiltà con culture diverse non è tanto la terra che appartiene all’uomo, bensì l’uomo che appartiene alla terra.

La proprietà è in primis una questione di mentalità e di convinzioni, sentimenti, interessi. Fondamentale in culture diverse dalla nostra è il ruolo della consuetudine, ovvero di quel comportamento ripetuto nel tempo e osservato per adesione, nell’intima convinzione sociale condivisa che esso sia giusto. Nello stato di diritto il ruolo della consuetudine è sempre più sterile, per questo si pone sempre più difficile il confronto tra la società africana e quella europea, perché bisogna iniziare a rivalutare la pluralità di autori che fanno un territorio, la geografia politica deve riuscire a mettere al centro la molteplicità delle territorialità. In Africa la consuetudine si basa su una molteplicità di fatti che dà origine a un pluralità di ordinamenti viventi, ogni gruppo crea il suo ordinamento territoriale articolato con gli altri presenti. La consuetudine non è una forma minore, bensì una delle fonti originarie del diritto, una delle prime manifestazioni di esso nella storia. Secondo Febvre, alcune abitudini acquisiscono subito una consistenza tale da diventare forme di civiltà. Uno dei problemi più spinosi che riguarda la territorialità è la questione della legittimazione, fondata tradizionalmente su una soprannaturalità presente nel territorio prescelto che consente al gruppo umano di insediarsi in esso. Il primo fattore di legittimazione sono gli antenati e il tempo storico in cui un gruppo ha vissuto nel luogo in cui ora è legittimato a vivere. Bisogna che ci sia un legame primordialmente soprannaturale con gli spiriti che abitano la terra e con gli dei che consentono la sopravvivenza del gruppo umano nel territorio da esso prescelto. Con la successione di fatti storici si instaura sempre più un legame di sangue tra società e patria, che viene ricordato con monumenti, battaglie e vittorie contro gli stranieri. La prima legittimità quindi risiede nel rapporto che il primo occupante di quel gruppo ha stretto con gli spiriti del territorio in cui si insedia. Il patto iniziale del fondatore è il primo di tutti quei rapporti col sacro che si accavallano nella storia di un gruppo sociale su un determinato territorio. In Africa è proprio il rapporto con le divinità del luogo che permette di rappresentare il territorio e di organizzarlo secondo i voleri degli spiriti. La rappresentazione dello spazio tipica africana è Topocentrica, ovvero basata sulla centralità e unicità dei luoghi, differenziati nella loro qualità sia per la relazione con il divino che per le funzioni che si possono attivare attraverso essi. È fondamentale preservare i luoghi sacri prima che ottimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali, e questa concezione preserva l’equilibrio ecologico del territorio. La legittimazione della giurisdizione si fonda dunque sulla benevolenza divina. In questa concezione al centro vi è la cosa, non il soggetto, e la molteplicità delle cose non si può ricondurre alla potenza di un solo soggetto. Questa aderenza alla cosa significa dare senso ai luoghi, dare autonomia rispetto alla volontà dei soggetti. Non c’è spazio per il ritaglio geometrico della terra, che fissa, riduca, svuota il territorio dalla propria autonomia, dai propri significati. Bohannan stila tre punti per conoscere le forme di rapporto tra le società e il territorio fuori dall’eurocentrismo: ogni popolo ha una mappa rappresentativa del paese in cui vive, ogni popolo ha un bagaglio di concetti per esprimere e trattare le relazioni con le cose, la dimensione spaziale dell’organizzazione sociale ha una sorta di espressione resa manifesta in parole e azioni. Basandoci sull’interessantissimo secondo punto bisogna capire qual è il bagaglio di concetti africani sulle relazioni con la terra. In Africa, secondo Bernard Bridier, il legame con la terra si stabilisce attraverso l’appartenenza a un gruppo sociale che legittima l’individua a utilizzare la terra posseduta collettivamente. Gli uomini appartengono alla terre tramite l’appartenenza al gruppo, l’unità uomo cosa, rigida nell’impianto occidentale, in africa resta aperta alla molteplicità di relazione che attraversano la terra. Fondamentale è la dimensione collettiva dei diritti sulla terra, dati dalla stessa terra. Alla base dell’articolazione dei diritti vi è la famiglia, il capo famiglia è il custode dei diritti sulla terra, ne è il rappresentante verso l’esterno e il responsabile all’interno. Secondo Bohannan in questo caso si nota chiaramente la sovrapposizione tra immagine geografica e immagine dell’organizzazione sociale. Questa “mappa genealogica” si

sovrappone dunque alla “mappa topografica”. È una mappa in termini di relazioni sociali nello spazio, ed è estremamente dinamica nella sua basicità, in continua evoluzione proprio per la sua assenza di rigidità ideologica. Un primo elemento evolutivo è dato dalla relazione tra controllo degli uomini ovvero tra l’organizzazione fondiaria e quella politica sociale delle collettività implicate. Anche in contesti di strutturazione politica accentrata la gestione fondiaria può rimanere legata alla parentela e non fare riferimento all’autorità politica. Per tutte queste trasformazioni a cui la terra può essere soggetta nelle sue relazioni con gli altri uomini, l’unità uomo terra è veramente multiforme, differenziata, mobile. I limiti dei campi non sono definiti in modo sistematico, bensì ogni campo ha un carattere distinto, il controllo fondiario infatti non è un sistema rigido e stabilito una volta per tutte, di regole e meccanismi per l’accesso alla terra e alle risorse. Le politiche coloniali hanno solidificato la posizione dei capi tradizionali come controllori dei diritti fondiari. I diritti di proprietà sono dunque sempre evidentemente in evoluzione, e soprattutto non bisogna dimenticare l’influsso proveniente dall’esterno dal mondo arabo musulmano, che fornisce base religiosa al diritto. Il fondamento del diritto di proprietà islamica è basato sul versamento di un tributo e non interferisce sul dominio utile e reale della terra.

DIFFERENZE ORIGINARIE DI ORDINAMENTO POLITICO-TERRITORIALE Ancora più marcate sono le differenze tra ordinamento moderno e ordinamento africano riguardo alla relazione tra territorio e politica, intendendo quest’ultima come modalità di organizzazione della legittimità del potere all’interno della collettività. Bisogna dunque riflettere sulla concezione di spazio e sulle differenze abissali che intercorrono tra la concezione occidentale e quella sub sahariana. La prima differenza è quella tra spazio indifferenziato e spazio qualificato, in cui il secondo è abitato dal sacro che lo differenzia nelle sue diverse sfaccettature di manifestazione. Altra differenza è quella tra lo spazio mosaico occidentale, dove i territori sono le singole tessere, e spazio frontiera africano, dove tra un territorio e un altro non c’è separazione netta e chiara, bensì una zona di frontiera indistinta che permette scambi e passaggi continui tra i vari territori. In africa si trovano poi diversi tipi di frontiere, di contatto (gruppi molto vicini e culturalmente ben distinti), di separazione (zone su cui non è esercitata autorità, savane e foreste), di transizione (zone dove si sovrappongono diversi gruppi strutturati in enclave. Tutte queste forme diverse ci danno l’idea della continua fluttuazione dello spazio e sei sistemi politici, e ci suggeriscono un’ulteriore differenza tra lo spazio ancorato tipico occidentale e lo spazio nomade fluttuante tipico africano, la geografia africana è fondata sul movimento, non sulla stabilità. I conflitti intertribali, il nomadismo, l’agricoltura itinerante rendono fluido e mobile lo spazio africano. Ennesima differenza tra mondo occidentale e mondo africano è quella che intercorre tra il nostro spazio neutro a livello di orientamento, sempre basato sui punti cardinali, e la tipicità dello spazio orientato africano, in cui troviamo territori ben definiti e orientati verso una e una sola direzione che attira tutto il territorio e chi ci vive. Questo è anche dovuto al motivo religioso islamico, che orienta giornalmente il fedele verso La Mecca. Ultima differenza sostanziale è quella tra spazio delimitato e spazio centrato, anch’essa in riferimento alla fede musulmana che divide i territori non in base ai confini, ma all’appartenenza o meno alla fede islamica, baricentro della divisione tra territori e popoli diversi. I territori non islamici vanno assorbiti e ricondotti alla vera religione, tralasciando confini e delimitazioni che non esistono tra i credenti in Allah. È una struttura centrata volta all’espansione sperata. Non solo si trovano rilevanti differenze sulla differenza di concezione spaziale, bensì anche su quella di organizzazione politica. Nel modello africano vi è infatti al centro la relazione di parentela, in quello europeo invece si costituisce una struttura centralizzata di potere su base territoriale. La relazione di parentela è essenziale nello scenario politico africano è spesso

garantisce comunque un controllo preciso e determinato. Questa “società senza stato” ha una spiccata tendenza egualitaria ed è semplicemente divisa in segmenti di base a diversi livelli che si appoggiano gli uni gli altri senza però stabilire una gerarchia ben precisa. La società segmentaria così organizzata trova coesione in particolare quando si deve opporre nella sua totalità ad una minaccia esterna, e ciò genera un’identità sociale non assoluta ma relativa alle circostanze esterne. La leadership politica se c’è è solo per sistemare una situazione provvisoria, in quanto non è conforme alla struttura orizzontale di questa società. Questo sistema lignatico-segmentario è un sistema particolarmente adatto a strategie violente di sopravvivenza e di penetrazione in territori già occupati, si presta facilmente all’espansione predatoria, meccanismo evolutivo che fa passare un gruppo di villaggi autonomi sotto il controllo di un unico gruppo sociale esterno. Si può dunque parlare di territorialità segmentaria, che si diffonde per frazionamento e ingrandimento dei segmenti stessi che la compongono. Può capitare sovente che la sovranità politica e quella fondiaria si confondano, a causa dell’irriducibile componente collettiva del controllo fondiario africano. Politica e proprietà si dividono ad esempio nel caso di conquista e sovrapposizione rispetto a gruppi già presenti nel nuovo territorio. In africa possono convivere diverse fonti di legittimazione, dall’alto, dal basso, dalla discendenza e dal patto con gli spiriti dei luoghi, resta sempre possibile riattivare la legittimità parentale. Quindi il territorio si trova sempre ad avere a che fare con una molteplicità di relazioni e legami, e a dover definire in modi sempre diversi i limiti delle collettività. A complicare la legittimazione nell’africa saheliana si aggiunge il legame religioso islamico, che promuove la vita comunitaria dei fedeli. La umma dei credenti è tendenzialmente universale, non ha limiti territoriali.

IL KANEM BORNO: UN ORDINAMENTO POLITICO-TERRITORIALE IN MOVIMENTO È un regno territoriale africano posto nella fascia saheliana compresa tra i deserti e la foresta tropicale, con una serie di elementi di continuità climatico-paesaggistici notevole. Comune è la dialettica nomadismo-sedentarismo, con la contrapposizione tra i grandi allevatori nomadi che si sovrappongono spesso agli agricoltori sedentari e alle città commerciali. Tutto questo territorio è collegato da reti di comunicazione economiche, culturali e religiose, con le strade che portano i pellegrini alla Mecca. Il regno del Kanem Borno nasce per dominare gli importanti crocevia di queste strade di vario genere, restando in questo modo sempre in contatto con il mondo mediterraneo e arabo. Questo regno deriva dall’istallazione nel Kanem di una tribù di nomadi che domina la popolazione di agricoltori presente in questa terra a nord-ovest del Lago Ciad. Il regno di converte verso la fine dell’XI secolo all’Islam e dopo un periodo di solidità ed espansione entra in crisi per le lotte interne e la pressione delle popolazioni esterne. Questi fattori spingono la dinastia regnante sulle piane del Borno, a sud-ovest del lago. Nel 1580 il regno riprende vigore e si espande tornando a occupare il Kanem e molti altri territori limitrofi. Poi l’espansione della jihad musulmana in questa zona porterà il regno sull’orlo dell’estinzione, ma riuscirà a portarsi avanti fino all’arrivo degli europei. Questi ultimi cercheranno in molti modi di ricalcare i confini dei regni esistenti, trovandosi impossibilitati per i motivi di differenza sostanziale che abbiamo visto prima tra mentalità occidentale e africana. Il controllo esercitato dagli indigeni in queste zone era a livello territoriale molto fluido, soprattutto per la grande importanza dell’elemento islamico, che giustificava gli allargamenti territoriali ma al tempo stesso concedeva larghe autonomie e non si preoccupava di confini chiari, in quanto come legame bastava il valore universalista dell’Islam stesso. La grande flessibilità del sistema politico del Borno era costituita da due polarità ben definite, la larga autonomia concessa ai territori aggregati rispetto a un simbolico ma presente riconoscimento dell’autorità centrale. Il re è molto separato in maniera netta dal resto del pubblico,

vivendo in palazzi e comparendo nascosti da una grata, ma proprio questo continuo dualismo di inclusività ed esclusività, di limiti flessibili e confini inviolabili, regge in piedi questo regno che può funzionare solo con entrambi queste componenti. La corte reale, separata nettamente dall’esterno, è il cuore simbolico del regno, la capitale stessa cresce attorno alla corte. 4 PERIMETRARE L’AFRICA

L’estensione al continente africano della territorialità moderna avviene attraverso l’impianto di involucri trasposti atti a ridisegnare le relazioni che si sviluppano nel territorio tramite la linea che inizia a dividere i vari perimetri. Lo spazio geometrico inizia ad agire in Africa in modo decisivo.

LINEE Ci sono due tipi di linee segnate sulle terre africane, le maglie politiche e quelle fondiarie. Quelle politiche si dividono in confini coloniali-statali e limiti amministrativi interni. Quelle fondiarie si dividono in proprietà privata e progetti sul territorio per l’investimento di massicce risorse volte al miglioramento della situazione economica e sociale. La linea politica non è la prima esigenza che manifestano le potenze coloniali, anzi, prima della conferenza di Berlino la presenza europea si strutturava attorno a una sfera di influenza, fondata su una linea costiera che inseriva delle piccole direttrici verso l’interno. A questa zona d’influenza ridotta si aggiunge poi una progressiva definizione della sfera d’influenza verso l’interno, estendendo e seguendo direttrici espansionistiche ben precise. A questa definizione grosso modo precisa della sfera d’influenza segue, dopo la conferenza e la corsa di tutti gli stati al controllo territoriale, la delimitazione chiara dei confini ricalcando la zona d’influenza precedentemente dichiarata e segnata. Particolarità di questo processo per tappe è che spesso la determinazione della sfera d’influenza precede la ricognizione del territorio ed è definita solo in base al principio di guadagnare più metri quadrati possibili rispetti agli stati avversari. Sorgono per questo motivi i problemi di limiti etnici posti all’interno di stessi villaggi e che quindi impongo conoscenza diretta del territorio prima di fissarne definitivamente i confini. Una volta fissati i confini si può imporre un protettorato o fondare una colonia vera e propria. Bisogna dire da subito la notevole differenza che intercorre tra la politica coloniale Inglese, spesso volta a costruire qualcosa di durevole e autonomo nei territori africani, e la politica degli stati come la Francia che sono interessati solo all’assimilazione di territori coloniali da sfruttare. Il rapporto con i capi indigeni era di strettissimo controllo e puramente simbolico-strumentale per i francesi, mentre gli inglesi lasciavano effettiva autonomia anche nella gestione economica locale ai capi del posto. Da parte francese notiamo una fortissima tendenza a riportare in tutto e per tutto il modello europeo in Africa, dividendo il territorio prima in generale (Occidentale ed Equatoriale) e poi all’interno a livello amministrativo con ulteriori delimitazioni all’interno del macroterritorio coloniale. Ricopre un’importanza decisiva in africa l’attribuzione di diritti fondiari e di territori. Se gli inglesi ancora una volta si dimostrano più rispettosi verso le tradizioni e le consuetudini, per i francesi l’unica importanza è ricoperta dalla generalizzazione della proprietà privata e l’immatricolazione delle terre. La terra deve essere vendibile sul mercato. I francesi non riconoscono la possibilità di un’esistenza del diritto indigeno originale e tanto meno di capi politici o capi terrieri del luogo. Lo stato francese concede a chi vuole la terra senza tenere conto dei diritti d’uso locali che non considera minimamente. Questo genera continui scontri con le resistenze degli indigeni verso l’appropriazione prepotente delle loro terre da parte dei coloni. Tutt’altro fanno gli inglesi che distinguono chiaramente le terre indigene da quelle in gestione coloniale e non intendono appropriarsi delle terre indigene. Ma anche verso questa Indirect Rule inglese c’è una notevole resistenza indigena e soprattutto il mantenimento di una capacità d’iniziativa degli abitanti tradizionali che per il loro dinamismo si sono paradossalmente fatti più influenzare dalla modernità.

Cruciale nella trasformazione della società africana è lo sviluppo dell’economia di mercato più che la presenza a tratti molto ridotta della proprietà privata. Dopo tutti i problemi di appropriazione di un territorio e di divisione a tratti molto arbitraria di esso, bisognava pensare a come farlo fruttare economicamente per la produzione in massa e a basso costo di merci che la madrepatria potesse ritenere utili. Si sviluppa l’agricoltura intensiva di caffè, cacao, palma da olio e da cocco, arachide, cotone, banane. Ma per valorizzare davvero un territorio a livello economico c’è bisogno di infrastrutture come ad esempio strade e ferrovie, che impongono investimenti alla cieca che non sempre il governo centra si sente di fare, lasciando così sprofondare parti del territorio coloniale nella povertà più totale. La messa in valore di un territorio è la totalità di processi che servono per raggiungere lo scopo produttivo prefissato. Le linee tracciate in Africa sono resistenti, tanto che si mantengono anche dopo l’indipendenza, con qualche cambiamento solo nei confini amministrativi interni allo stato stesso. L’idea moderna di territorialità e ben radicata anche nella cultura africana, il mondo occidentale è riuscito a costruire un mondo a sua immagine in Africa, sopravanzando totalmente le specifiche originali del continente. Il mantenimento di questi confini anche dopo l’indipendenza è dato dal paradosso che lega l’arbitrarietà sostanziale con cui erano stati tracciati con gli esiti che avrebbe potuto dare uno stravolgimento nei tempi nostri, con la riproposizione di tutte le problematiche che si erano verificate in età coloniale. Anche per quanto riguarda la struttura fondiari non si verifica un cambiamento sostanziale dopo l’indipendenza, semmai la logica coloniale viene messa al servizio degli obbiettivi nazionali di integrazione e sviluppo economico. Gli antichi diritti consuetudinari vengono visti dallo stato come ostacolo al percorso di modernizzazione. Persiste dall’epoca coloniale anche la politica della messa in valore, strutturata con progetti di sviluppo nelle modalità di relazione con il territorio.

RICOGNIZIONI, DELIMITAZIONI, ORDINAMENTI È fondamentale per la costituzione di strutture territoriali la delimitazione di linee di confine tra esterno e interno. Sono fondamentali e delicate le operazioni di impianto di una nuova struttura territoriale, e la prima attenzione è la ricognizione. Bisogna iniziare a proiettare la propria influenza verso l’interno con un’accurata ricerca territoriale, volta a valorizzare il più possibile le risorse coloniali. Spesso in Africa la ricognizione avviene nel momento stesso dell’azione volta alla conquista. Lo scopo della ricognizione è quello di individuare gli elementi che possono portare a compimento un progetto già noto e prefissato su quel territorio. Difficile è la questione riguardante la definizione dei confini, soprattutto se in zone lontane dalle coste, dai fiumi e dai confini fisici, come il confine tra Francia e Inghilterra nella zona sudanese, tracciato in mezzo al deserto. Gli eserciti si incontrano a Fashoda e si riesce a risolvere la situazione senza un conflitto con la rinuncia da parte francese dell’espansione orizzontale a favore dell’espansione verticale inglese, da Il Cairo a Città del Capo. Il confine viene segnato lasciando il Darfur agli inglesi e il regno del Wadai ai Francesi, senza però attribuire quei territorio che si trovano ora spezzati tra i due imperi che erano regni e ora si trovano tagliati da un confine. Gli stati intermedi di Tama e Soula dividevano i regni di Darfur e Wadai, e nel tempo sarebbero stati assorbiti da essi, mentre ora si trovano spezzati. Se la Francia inizia un controllo totale abbattendo il Wadai, l’Inghilterra lasci il Darfur leggermente indipendente, e questo continua a fare razzie e contrabbandi con il territorio francese. Si tenta di non separare tribù e di mantenerne i confini tribali, ma seguendo i meridiani nel tracciato non si riesce a attuare questa buona ma effimera intenzione. Bisogna capire la difficoltà dei commissari che dovevano stabilire un confine su aree indicate in generale e in territorio ancora sconosciuti e che dovevano essere prima scoperti, poi cartografati e poi cercare di individuare il confine migliore, spesso a scapito delle tribù che era impossibile soddisfare totalmente. Interessante è notare la descrizione della linea di confine che viene tracciata tra le due potenze. È impossibile la ricerca di

una linea definita e chiara tra il Darfur e il Wadai, per forza di cose sarà imprecisa e lederà i territori delle tribù del luogo. Cruciale è lo snodo che riguarda i diritti sull’acqua, sugli uadian africani, sui fiumi a pieno regime o sui letti in secca che si riempiono non stagionalmente ma solo in casi eccezionali. Spesso il confine si struttura in segmenti che percorrono la linea dei pozzi e li dividono più equamente possibile. Il confine fissato dunque sarà continuamente attraversato per i pellegrinaggi alla Mecca, per rifornirsi d’acqua, per pascolare le mandrie. All’interno del processo di fissazione di un confine, dopo la ricognizione e la decisione di esso, si distinguono tre fasi: la definizione (trattative tra i governi con gli esploratori), la delimitazione (intervento dei tecnici amministrativi con strumenti di precisione che segnano pedissequamente il confine), la demarcazione (il momento di materializzazione del confine con segnali fisici di frontiera posti sulla linea definita e delimitata. Il primo obbiettivo di tale processo è l’instaurazione della funzione giuridica del confine, cioè la delimitazione territoriale dell’ordinamento statale. Nella produzione del confine lo stato riduce sempre più le differenze territoriali alla sua misura, ergendosi come unico attore legittimato a dividere e governare. La prima complicazione da affrontare è la scarsa conoscenza del territorio a livello geografico. La seconda complicazione è la difficoltà fisica di accesso alle aree in questione. Altra complicazione è l’instaurazione di contatti con le tribù del luogo e i capi delle stesse. Molti capi ci vengono ricordati per nome e descritti come personaggi pittoreschi ma a tratti molti intelligenti e astuti. Vengono comunque considerati non più di informatori sui confini esistenti, non sono richieste le loro opinioni. Il territorio resta quello rilevato dai topografi, non quello descritto dagli abitanti. Non sfiora la mente dei commissari e dei topografi la possibilità che esistano concezioni spaziali e che siano semplicemente diverse da quelle. Altro scopo della ricognizione e dell’interpellamento dei capi tribù è l’esigenza conoscitiva anche di carattere scientifico e descrittivo dell’ambiente in quanto tale. L’esigenza europea pretende di dare un nome a tutto e quindi bisogna informarsi per evitare che restino vuoti di conoscenza. Bisogna raccogliere una grande quantità di informazioni che poi gli scienziati occidentali organizzeranno e catalogheranno secondo i loro canoni. L’esigenza cartografica è altissima, tanto che vengono istituite moltissime triangolazioni territoriali che permettono di suddividere geometricamente su carta anche le zone interne del continente. Ma la rappresentazione topografica della realtà africana è estremamente difficoltosa, in quanto i villaggi non sono necessariamente stabili e non possono essere fissati su carta, e allo stesso modo i fiumi e i torrenti non hanno carattere continuo, possono seccarsi anche per anni e quindi cambiare l’ambiente naturale e sociale del territorio in cui si trovano. Ci si prodiga in una profusione di tabelle di catalogazione dei regimi idrici dei corsi d’acqua africani, ma ciò non basta a descriverne la complessità. Molte immagini fotografiche della delimitazione dei confini ritraggono spesso i commissari ben distinti dalla popolazione indigena che svolge il lavoro di costruzione del confine. La fotografia europea ancor meno però riesce a comprendere la territorialità africana, non vedendo i confini da loro utilizzati come tali, ma preferendo la costruzione di un bel muro di pietre, che si nota meglio e riflette la nostra idea di spazialità. La prospettiva da non dimenticare è quella della valorizzazione del territorio in termini strettamente economici, che è uno dei motori della conquista coloniale. Dopo essere stati delimitati i territori africani vengono dunque pianificati per esprimere al meglio il disegno dominativo sulle risorse a disposizione, naturali e umane, cui punta il governo coloniale.

GRANDI FIUMI E GRANDI PROGETTI: L’IMPIANTO DEGLI SCHEMI IRRIGUI Gli schemi irrigui sono la seconda struttura che prendiamo in esame, proprio perché è quella principale della valorizzazione economica coloniale. Esigenza primaria della mentalità moderna occidentale è la pretesa di trasformazione che l’uomo ha sul mondo e la pretesa di fissare la natura entro i limiti che l’uomo pretende di imporre. Ma la potenza della natura è tale che in

maniera totalmente imprevedibile può ribellarsi ai limiti che l’uomo le impone e generare catastrofi incredibili che mandano in fumo tutto il lavoro umano. L’agricoltura pianificata nella fascia saheliana inizia nella zona del fiume Senegal, per la presenza di buona terra e di una fonte d’acqua copiosa e costante. Ma in questa zona non ha successo per l’ostilità delle popolazioni locali da entrambe le sponde del fiume che si opponevano alle grandi costruzioni di canali per l’irrigazione delle terre limitrofe. Allora l’iniziativa si sposta nell’area sudanese, in particolare nella potenzialmente fertilissima terra che si trova tra i due bracci del Nilo. L’isola triangolare di Gezira era la zona designata, trovandosi tra il Nilo Azzurro e il Nilo principale, quindi facilmente irrigabile con una canalizzazione abbastanza semplice da sviluppare. Dopo lo stop ai lavori dato dalla Prima Guerra Mondiale si riuscì a completare la grande diga di Sennar che permise la costruzione di un canale che collega le due braccia del Nilo, isolando un enorme isola fertile. Sulla base di questa esperienza si pone il lavoro di Emile Bèlime, ingegnere francese che si ripropone di attuare anche nella fascia saheliana le specifiche del progetto Gezira. Bèlime presenta due progetti per il Senegal, uno che suggerisce la coltivazione di cotone con la costruzione di bacini di ritenuta e dighe, che avrebbero consentito sia la navigabilità fluviale sia la produzione di energia elettrica. Più corposi e interessanti sono i progetti dell’ingegnere francese sul Niger, anche qui fondati su una capillare irrigazione che consenta la coltivazione di cotone. L’accordo raggiunto con il governo è positivo per la divisione degli ettari metà a riso e metà a cotone e iniziano i lavori per la costruzione di dighe e canali, in particolare della cruciale diga di Markala, da dove si diramano i canali che sviluppano la rete capillare. L’ultima area interessata è quella del lago Ciad e dei suoi affluenti il Chari e il Logone, che vengono strutturati anche qui con dighe e canali che però non consentono tutta la superficie coltivabile che si era raggiunta nel bacino del Niger e del Nilo. Dopo l’indipendenza esplode la progettazione irrigua e idraulica, in quanto è il modo migliore per valorizzare il nuovo territorio e legittimare il proprio governo di fronte alla popolazione che si ritrova nella stessa situazione ma senza i padroni bianchi. Viene estesa ancora di più l’area della Gezira, viene finalmente irrigata in maniere costante e profonda la valle del Senegal, si abbandona il cotone nell’Office du Niger ma si amplia il terreno irrigato per la canna da zucchero. Attorno al lago Ciad si moltiplicano i progetti irrigui, con nuove dighe e nuove colonizzazioni, e anche in Nigeria esplode l’idraulica, la fiducia dei nuovi stati nei grandi progetti idrografici è enorme. Questi progetti sono un’espressione dell’ordinamento moderno della territorialità, sono sviluppati da un potere centrale forte che però non si trova a discutere con una proprietà fondiaria che non c’è e quindi il divario diventa troppo grande tra i cittadini normali e lo stato, se questi ultimi non sono supportati dalla presenza di proprietari terrieri. Pian piano le dinamiche progettuali però si arginano di fronte alla natura inesorabile che avanza e non trova ostacoli seri: il lago retrocede, i fiumi si seccano, i progetti falliscono. La ricognizione e la messa in valore sono dunque due cardini imprescindibili per capire la territorialità moderna, lo sfruttamento economico è un cardine per capire la colonizzazione europea e il suo sviluppo nei territori africani. La scienza supporta in particolare la messa in valore del territori, all’aumento della produzione territoriale aumenta la domanda di conoscenze che attiva la ricerca scientifica corrispondente. Ma sia la ricognizione sia la messa in valore svalutano i territori tradizionali, li svuotano e li riempiono, non esiste più il territorio degli attori locali, ma solo quello inserito sul mercato internazionale. Il punto di partenza per la pianificazione territoriale moderna è appunto lo spazio bianco cartografico, che non comprende nessuna specificità territoriale o particolarità locale, svuota tutto per costruire progetti che se naufragano restano visibili come relitti nel territorio che ormai è definito solo da loro. Bisogna riempire velocemente tutto lo spazio che si vuole, va descritto alla perfezione ogni zona territoriale, bisogna soddisfare l’ansia di controllo territoriale. Non ci si preoccupa di cosa possano

pensare dei progetti gli abitanti del luogo e il loro bagaglio di tradizioni e conoscenze riguardanti la loro terra. È scardinato totalmente il legame tra il gruppo collettivo umano e la terra, si impone la relazione di possesso del singolo individuo su un fondo delimitato. Il contadino diventa salariato e per questo non avrà un senso di appartenenza alla terra che genera cura, fedeltà e rispetto delle regole in maniera spontanea. Gli esiti complessivi dell’apposizione di questi involucri di modernità in africa saranno sempre problematici quando non fallimentari, e spesso il fallimento viene attribuito proprio all’arretratezza dei locali e alla loro avversione verso la modernità avanzante. Adesso negli spazi di nessuno generati dai progetti falliti si sta sviluppando una sorta di ibridazione tra territorialità moderna fallita e territorialità tradizionale in via di riscoperta.

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