Linguistica Generale Berruto Cerruti, Appunti di Linguistica Generale. Universita degli Studi Roma Tre
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Linguistica Generale Berruto Cerruti, Appunti di Linguistica Generale. Universita degli Studi Roma Tre

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Capitolo 1: Il linguaggio verbale. La linguistica si occupa del linguaggio verbale e delle lingue. Si può dividere in due sottocategorie: la linguistica generale (sincronica o descrittiva) e la linguistica storica (diacronica o glottologia). Il primo ad operare questa distinzione fu Sassure. La linguistica sincronica si occupa di una lingua a seconda di come si presenta in un particolare periodo storico, non a livello evolutivo. La linguistica diacronica studia la lingua nel corso del tempo e quindi la sua evoluzione (es. passaggio dal latino alle lingue romanze che vi derivano). La linguistica ha come oggetto le lingue storico-naturali, ossia lingue nate spontaneamente e che sono state parlate o adesso o nel passato. Sono dette “naturali” in quanto abbiamo la facoltà innata di apprenderle, e “storiche” poiché hanno a che fare con la cultura e vengono codificate e descritte anche a scuola. Tutte queste lingue sono espressione del linguaggio verbale umano, una facoltà innata dell’uomo, che è uno dei sistemi di comunicazione che egli ha a disposizione. Inoltre non vi è alcuna differenza tra lingue e dialetti, questi ultimi sono spesso soggetti a pregiudizi e considerati inferiori, ma sono vere e proprie lingue locali, “meno importati” solo per il limitato numero di persone che lo parlano e la ristretta area geografica su cui si estendono. Alcuni dialetti sono riconosciuti come vere e proprie lingue solo per questioni politiche. In Italia vi sono forme di “italiano” regionali che vengono riportate anche nei vocabolari. L’unica differenza risiede in considerazioni sociali e storico-culturali, a riguardo si apre l’ambito della sociolingusitica che studia l’interazione tra lingua e società, e come le lingue si articolano in varietà secondo le dimensioni di variazione. Oltre al linguaggio verbale vi sono altri modi di comunicare, ad esempio con i gesti, con la mimica facciale, con posture, sguardi ecc.. questo modo di comunicare può essere abbinato al linguaggio verbale o essere usato autonomamente. La linguistica si occupa del linguaggio verbale, mentre la semiotica si occupa di questo. Della semiotica fanno parte i sistemi di comunicazione e segni in generale non solo verbale Segno: il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e server per comunicare questo qualcos’altro. (la parola “tavolo” va ad indicare l’oggetto del tavolo). Qualunque segno presenta due facce: la parte del “significante” e quella del “significato”. Il significante è ciò che è percepito (la parte sensibile), il significato è il concetto vero e proprio. Comunicazione vuol dire “passaggio di informazione” se viene inteso il termine in una concezione più larga. Se si intende in senso più ristretto bisogna prendere in considerazione l’intenzionalità. Vi sono tre diverse categorie di comunicazione, a seconda dell’intenzionalità e del carattere dell’emittente e del ricevente.

• Comunicazione in senso stretto: sia da parte dell’emittente che del ricevente vi è l’intenzione di comunicare qualcosa.

• Comunicazione come passaggio di informazione: emittente: non intenzionale, ricevente: non intenzionale. Es. sbadiglio.

Formulazione di interferenze: Non vi è un emittente (neanche involontario) ma vi è un segno che viene osservato da qualcuno che infierisce realizzando la situazione.

In questi tre casi si parla di codice: insieme di conoscenze per interpretare l’informazione decodificando i segni. Dal primo all’ultimo diventa sempre meno forte e più passibile di fraintendimenti. 1.2 segni, codice Il segno, come già detto, è un'entità che fa da supporto alla comunicazione, e quindi ne è l'unità fondamentale. Esistono quindi diversi tipi di segni, questi sono classificabili in base all'intenzione e alla motivazione relativa, cioè al rapporto tra le due facce del segno.

Indici/sintomi: passaggio di informazioni non intenzionale e motivato naturalmente (=dovuto a cause fisiologiche). Es. Sbadiglio=sintomo di noia.

Segnali: intenzionali e motivati naturalmente (comunicazione in senso stretto). Es. Sbadiglio intenzionale per far capire qualcosa (ad esempio noia).

Icone: intenzionali e non motivati naturalmente ma analogicamente (comunicazione in senso stretto), riproducono proprietà dell'oggetto designato. Es. Mappa geografica, disegni, figure, fotografie.

Simboli: intenzionali e motivati culturalmente/arbitrari (=convenzioni). Es. Colore nero/bianco=lutto. Rosso del semaforo=fermarsi.

Segni (linguistici): parola, lettera, convenzionali, arbitrari, mutano con il cambiamento delle convenzioni. (Non riguarda le parole onomatopee che sono motivate e non convenzionali.

La categoria dei segni può rientrare nei simboli, la distinzione è, quindi, evitabile. Dalla prima all'ultima categoria di segni la motivazione diventa sempre più convenzionale/arbitraria e meno diretta. Se infatti gli indici hanno un valore universale e uguale per ogni cultura, i simboli sono dipendenti dalla tradizione culturale (nella nostra cultura il lutto è indicato con il colore nero, in culture orientali invece con il bianco). I sistemi di comunicazione sono dei codici (insieme di corrispondenze fissatesi per convenzione che forniscono regole di interpretazione dei segni) quindi i segni linguistici costituiscono il codice della lingua. 1.3 Le proprietà della lingua.

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La lingua presenta delle proprietà fondamentali, quali: • La Biplanarità: ogni segno ha due facce il significante ed il significato. Il significante è la parte materiale

fisicamente percepibile del segno, il significato è la parte non materialmente percepibile. Il significante è ogni modificazione fisica a cui sia associabile un significato: il contenuto. Il codice quindi si può definire come un insieme tra significanti e significati.

• L'arbitrarietà: non vi è alcun legame naturalmente motivato connesso alla natura o all'essenza delle cose tra significante e significato di un segno. Es. Il significante gatto non ha nulla a che vedere con l'animale gatto, quindi nella natura della cosa non vi è nulla che rimandi al suo nome che faccia sì che quella cosa si debba chiamare così. I legami tra significante e significato, quindi, ci sono ma non sono naturali, bensì arbitrari (posti per convenzione). Si nota l'assenza di questo legame naturale anche dal fatto che, se così fosse, le parole nelle diverse lingue dovrebbero essere simili o addirittura uguali. Al contrario, anche, se non vi fosse arbitrarietà parole simili in lingue diverse dovrebbero designare concetti simili (es. Bello –it- bell – ing- bellum –lat-) Rispetto all'arbitrarietà si distinguono quattro tipi o livelli diversi di arbitrarietà che vengono spiegate tramite il triangolo semiotico.

Ai vertici troviamo le tre entità: il significante attraverso la mediazione di un significato con cui è associato e che esso veicola, si riferisce ad un elemento della realtà esterna: un referente (oggetto a cui la parola si riferisce). La linea alla base è tratteggiata perché il rapporto tra significante e referente non è diretto ma mediato dal significato. Vi è invece un rapporto diretto tra significante e significato, il segno (insieme di significante e significato) non ha rapporto diretto con il referente perché la serie di suoni di una parola non rimanda al suo effettivo significato.

1. Al primo livello è arbitrario il rapporto tra segno e referente: non vi è un legame naturale, di derivazione o un collegamento diretto tra un elemento della realtà esterna con il suo segno es. Tra oggetto desia e segno sedia o tra persona e suo nome. Non vi sono caratteristiche del gatto collegate alla parola gatto.

2. Rapporto tra significante e significato: è arbitrario in quanto il significante sedia non ha in sé nulla a che vedere con il significato "oggetto d'arredamento che serve per sedersi", o nell'idea di gatto non vi è nulla che rimandi al significante.

3. È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del significato. Ogni lingua --------????? 4. È arbitrario il rapporto tra forma e sostanza del significante. Ogni lingua organizza la scelta dei suoni

pertinenti le entità rilevanti della materia fonica (insieme di suoni che la articolano). [in ogni lingua vengono scelti suoni pertinenti]. Es. Lunghezza delle vocali: in italiano è indifferente mentre in altre lingue è un aspetto fondamentale (latino e tedesco) (????)))

Come già detto, però, vi sono alcuni segni linguistici non arbitrari ma almeno parzialmente motivati. Come ad esempio le onomatopee: parole che richiamano nel loro significante caratteri fisici di ciò che viene designato. Es. tintinnare, sussurrare, bisbigliare. Queste parole presentano un aspetto iconico, sono quindi più icone che simboli o segni in senso stretto. Più strettamente iconici sono inoltre gli ideofoni: espressioni imitative che designano fenomeni naturali o azioni (frequenti nei fumetti) es. Boom, zak! PRINCIPIO DI ICONISMO????

Con il fonosimbolismo si tende a vedere nei segni linguistici più motivazione di quanto si creda, infatti si afferma che alcuni suoni hanno direttamente associati determinati significati. Es. il suono i, vocale chiusa e fonicamente piccola, è connesso con cose piccole, quindi le parole che la contengono hanno la proprietà di essere piccole o oggetti piccoli “piccino, minimo”. Tuttavia questo aspetto è fortemente discusso perché si incorre in controesempi es. “massiccio”, “poco, scarso”. Tanto che questo aspetto non può essere preso in seria considerazione contro il principio dell’arbitrarietà.

Doppia articolazione: il significante di un segno linguistico è articolato a due livelli diversi. 1. Il primo livello è scomponibile in unità portatrici di significato e che si possono scomporre ulteriormente

e che vengono riutilizzati per formare altri segni (prima articolazione). Queste unità più semplici di

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scomposizione sono i morfemi (non ulteriormente scomponibili in elementi che rechino ancora un significato.) es. GATTO -> GATT-O. dove, “GATT” costituisce il morfema lessicale che indica il “felino domestico” e O è il morfema grammaticale che indica “uno solo”.

2. Il secondo livello (seconda articolazione) è scomponibile in unità più piccole che non sono più portatrici di un significato autonomo, questi sono detti fonemi e sono le unità più piccole di seconda articolazione, non più segni linguistici. Ogni segno linguistico è scomponibile in fonemi: es. GATTO -> G-A-T-T-O -> singole unità senza un significato specifico.

Secondo la doppia articolazione si sviluppa la struttura generale del sistema linguistico, e consente un’economicità di funzionamento della lingua: infatti con un numero di fonemi si possono costituire un numero infinito di unità dotate di significato. Per questo è fondamentale il principio di combinatorietà, secondo il quale la lingua funziona combinando unità minori per formare un numero indefinito di unità maggiori. Ciò permette alla lingua una produttività illimitata.

Trasponibilità di mezzo: è la proprietà che ha la lingua di poter trasmettere il significante sia attraverso il mezzo aria, il canale fonico acustico sotto forma di suoni o rumori prodotti dall’apparato fonatorio umano, che si propagano nell’aria e sono ricevuti dall’apparato uditivo es. parola pronunciata; sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo-grafico sotto forma di segni scritti ricevuti dall’apparato visivo, es. parola scritta. Tuttavia il carattere orale è prioritario rispetto a quello visivo, infatti una delle principali proprietà del linguaggio umano è la fonicità. Sono classificabili inoltre tre tipi di priorità. 1. Priorità antropologica: tutte le lingue che hanno una forma o un uso scritto sono state anche parlate, ma

non tutte le lingue parlate hanno anche una forma o un uso scritto. Sono infatti fattori storico sociali a far sì che una lingua non venga scritta ed è sempre possibile dotare una lingua del suo sistema scritto. Ma anche nella nostra cultura il parlato ha una valenza statistica maggiore infatti parliamo molto più di quanto scriviamo.

2. Priorità ontogenetica: (relativa al singolo individuo) ogni individuo impara prima a parlare in maniera naturale e spontanea e solo in un secondo momento, tramite un addestramento specifico, a scrivere.

3. Priorità filogenetica: (relativa alla specie umana) nella storia della nostra specie la scrittura si sviluppa molto tempo dopo il parlare.

Le origini del linguaggio sono molto più antiche, risalgono, forse, già all’homo habilis e in seguito all’homo herectus, tuttavia era sicuramente presente nell’homo di neanderthal e nell’homo sapiens sapiens. Inoltre il canale fonico-acurstico presenta dei veri vantaggi biologici rispetto al canale scritto: 1. Il linguaggio parlato è utilizzabile sempre in presenza d’aria ed in qualsiasi circostanza ambientale anche

in presenza di ostacoli tra due soggetti 2. Può essere utilizzato in contemporanea ad altre prestazioni fisiche. 3. Permette la localizzazione della fonte di emittenza 4. La ricezione del messaggio è diretta ed immediata 5. L’esecuzione è più rapida 6. Il messaggio non permane ma è evanescente. (Possibile svantaggio poiché il parlato è transeunte, lo scritto

invece stabile). 7. Il parlare richiede uno sforzo fisico minore poiché viene associato all’atto della respirazione come suo

sottoprodotto. Tuttavia il linguaggio scritto nella società moderna ha una priorità sociale poiché esso rappresenta un requisito fondamentale per una lingua evoluta. Ha maggiore importanza ed utilità socioculturale; ha validità giuridica, è fondamentale nell’istruzione scolastica e importante nella tradizione letteraria e scientifica. Nonostante lo scritto sia nato come fissazione concreta del parlato, poi si è configurato con aspetti propri, infatti non tutto ciò che fa parte del parlato (intonazione, modulazione del discorso) è riportabile nello scritto, viceversa per alcuni aspetti scritti (maiuscole, disposizione grafica del testo) non vi è un corrispettivo in lingua parlata.

Linearità e discretezza: la linearità è una caratteristica del significante: quest’ultimo viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio. Non è quindi possibile decodificare il segno se non dopo l’attualizzazione di tutti gli elementi che lo costituiscono. Altri elementi invece sono “globali” nel senso che vengono percepiti come un tutto simultaneamente, alcuni segnali stradali, il colore del semaforo. In ogni caso l’ordine delle parti è fondamentale. Es. “Gianna chiama Maria” è diverso da “Maria chiama Gianna”. La discretezza: le unità della lingua non costituiscono una materia continua (senza limiti netti al proprio interno) ma c’è un confine preciso fra un elemento e un altro. Es. LA RENA – L’ARENA -> c’è una pausa tra i due un confine a cui bisogna stare attenti o si creano equivoci. Una delle conseguenze della discretezze è che nella lingua non possiamo intensificare il significante per intensificare il significato allo

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stesso modo in cui facciamo con grida “ahi” o “AHI”. Ad esempio GAAATTTOOO detto a voce alta non è diverso da “gatto” a voce bassa. Infatti il significato non varia in proporzione al variare del significante.

Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività: è una proprietà generale del linguaggio verbale, consiste nel fatto che con la lingua si può dare espressione a qualsiasi contenuto sia reale che immaginario. Dato che però risulta difficile provare che con la lingua si possa dire tutto, e che tutto si possa esprimere in messaggio linguistico è più corretto parlare di plurifunzionalità della lingua ossia che la lingua permette di adempiere ad una lista molto ampia di funzioni diverse. In particolare permette di esercitare 6 funzioni principali. 1. Emotiva: permette di esprimere emozioni. 2. Metalinguistica: uso della lingua per parlare della lingua stessa. (es. grammatica) 3. Referenziale: permette di fare riferimento oggettivamente alla realtà (riguarda il contesto) 4. Conativa: quando con la lingua si vuole costringere ad un certo comportamento 5. Fatica: instaurare e mantenere dei canali comunicativi. Es. vogliamo accertarci che non sia caduta la

linea del telefono = che il canale comunicativo non sia chiuso. 6. Poetica:linguaggi in forma artistica es. impiego letterario.

Produttività e ricorsività: per produttività si intende che con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi mai prodotti prima e parlare di cose nuove e nuove esperienze, mai sperimentate, o anche di cose che non esistono. Si possono produrre messaggi sempre nuovi e associare messaggi già usati a situazioni nuove. È possibile grazie alla doppia articolazione. Prede la forma della creatività regolare (che segue le regole e i principi della lingua) e la creatività irregolare (violando le regole e i principi della lingua). La ricorsività consiste nel fatto che uno stesso procedimento è riapplicabile un numero teoricamente illimitato di volte. Infatti da una parola è possibile ricavarne un’altra con l’aggiunta di un suffisso (regola di suffissazione ricorsiva). Es. atto + suffisso =attuale attuale + suffisso = attualizzare. È quindi possibile ottenere frasi via via più complesse. L’applicazione della ricorsività è illimitata, l’unico limite risiede nell’utente che la manovra in modo da non avere un segno difficilmente maneggiabile.

Distanziamento e libertà da stimoli: il distanziamento è una proprietà importante per quanto riguarda la distinzione del linguaggio umano e quello animale. È la possibilità della lingua di formulare messaggi relativi a cose lontane nel tempo e nello spazio dal momento in cui si svolge la comunicazione o viene prodotto il messaggio. Quindi permette di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza o dello stimolo che l’ha provocata. Es. possiamo parlare di antiche civiltà. La libertà da stimoli è l’aspetto che fa sì che per comunicare non dobbiamo essere necessariamente soggetti a limiti esterni. Quindi si può comunicare un messaggio liberamente dalla situazione esterna in cui ci si trova. (Diverso per gli animali).

Trasmissibilità culturale: dal punto di vista antropologico ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di società e cultura. Le convenzioni e le regole di una determinata lingua si trasmettono attraverso le diverse generazioni in modo spontaneo. Infatti ognuno apprende la lingua propria dell’ambiente in cui cresce che non è necessariamente lo stesso dei genitori biologici. Inoltre se ne possono apprendere, sempre per trasmissione culturale, anche altre. Nel linguaggio verbale distinguiamo una componente culturale-ambientale (determina quale lingua si impara) e una componente innata che fornisce la facoltà del linguaggio. Tuttavia si è predisposti all’apprendimento del linguaggio verbale nel periodo della pubertà linguistica, fino ai 12 anni, durante il quale l’apprendimento avviene più agevolmente e rapidamente.

Complessità sintattica: i messaggi linguistici possono essere notevolmente elaborati a livello strutturale, con gerarchia di rapporti di concatenazione e funzionali tra gli elementi disposti linearmente. La disposizione degli elementi del segno non è indifferente e i rapporti tra questi elementi hanno una trama plurima, evidente nella sintassi del messaggio. Aspetti che hanno rilevanza nella trama sintattica. (Conferiscono ai segni linguistici una complessità sintattica molto alta) 1. Ordine: la posizione in cui gli elementi si combinano. Che non è indifferente. Es. Gianni picchia Giorgio,

la posizione delle due persone nella frase fa capire chi picchia chi. 2. Dipendenze che vi sono tra elementi non contigui. Es. il libro di Chomsky sulle strutture sintattiche in

questa frase l’elemento “sulle strutture sintattiche” non dipende dall’elemento subito precedente (Chomsky) ma da il libro che è l’elemento modificato

3. Incassature es. “il cavallo che corre senza fantino sta vincendo il palio” la parte “che corre senza fantino” è incassata nella parte “che sta vincendo il palio”.

4. Ricorsività conferisce alle strutture linguistiche un carattere di complessità interna. 5. Presenza di parti del messaggio che danno informazioni sulla struttura sintattica. Es. le congiunzioni

coordinanti e subordinanti. E, ma, che, perché.

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6. La discontinuità: possibile nella strutturazione sintattica: le costruzioni ammesse dalla lingua possono ammettere che elementi strettamente uniti semanticamente o sintatticamente non siano linearmente adiacenti. Es. in tedesco la frase Brigitte hat einen Apfel gefesen viene tradotta “Brigitte ha mangiato una mela” ma letteralmente sarebbe “Brigitte ha una mela mangiato”.

Equivocità: la lingua è un codice equivoco, poiché pone corrispondenze doppiamente plurivoche tra la lista dei significanti e la lista dei significati. Ad un significante infatti possono corrispondere più significati: omonimia (parola che esprime più significati che sono correlati etimologicamente e semanticamente) e polisemia (stessa forma ortografica e fonologica ma esprime più significati). Inoltre ad un significato possono corrispondere più significanti: fenomeno della sinonimia (due lessemi con stesso significato). L’equivocità consente la flessibilità del sistema linguistico e il modo in cui si adatta ad esprimere contenuti ed esperienze nuove.

Principi generali per l’analisi della lingua • Sincronia e diacronia. Indicano il modo in cui si possono guardar le lingue in relazione all’asse temporale.

La diacronia è la considerazione delle lingue lungo lo sviluppo temporale, nell’evoluzione storica. Es. etimologia che studia l’origine delle parole quindi lo sviluppo della lingua nel corso del tempo. La sincronia è la considerazione della lingua nel suo stato presente e nei rapporti in cui si trova in quello stato prescindendo dall’evoluzione. Es. varianti dell’italiano di oggi. i due aspetti sono intrecciati, si parla infatti di complementarietà tra le due nella lingua. Infatti la linguistica sincronica spiega com’è fatta e come funziona la lingua, quella diacronica spiega perché le forme della lingua sono così.

Langue e parole: è necessario fare una distinzione tra sistema astratto: langue e la realizzazione concreta: parole. La langue è l’insieme di regole insite nel codice della lingua, possedute come sapere astratto e inconscio dai membri di una comunità linguistica. Es. grammatica. Parole: l’atto linguistico individuale, la realizzazione concreta di un messaggio verbale in una certa lingua. Viene inoltre posta una terza entità tra le due: la norma ossia un uso che si stabilisce e può variare nel tempo. È un filtro tra i due specificando le possibilità del sistema che vengono attualizzate nell’uso dei parlanti di una lingua in un certo momento storico. In italiano si possono formare nomi partendo da verbi per indicare un’azione. Il sistema ammette sia l’opzione con –azione che con –amento, ma la norma ne accetta alcune ed esclude altre. Es. da AFFIDARE viene AFFIDAMENTO ma non AFFIDAZIONE.

Paradigmatico e sintagmatico: la terza distinzione è tra asse paradigmatico e sintagmatico. L’asse paradigmatico riguarda le relazioni al livello del sistema, fornisce i serbatoi da cui attingere le singole unità linguistiche. L’asse sintagmatico riguarda le relazioni a livello delle strutture che realizzano le potenzialità del sistema. Assicura che le combinazioni di unità siano formate in base a restrizioni adeguate per ogni lingua. L’organizzazione secondo questi due principi è importante poiché dà luogo alla diversa distribuzione degli elementi della lingua, permettendo di riconoscere classi di elementi che condividono le stesse proprietà distribuzionali in opposizione a quelli che hanno distribuzione diversa.

Livelli di analisi: nella lingua esistono quattro livelli di analisi in base alla biplanarità e della doppia articolazione. Tre dei livelli sono relativi al significante: uno per la doppia articolazione, fonetica e fonologia, due per la prima articolazione, che riguardano entrambi a sottolivelli diversi di taglia e di complessità delle unità considerate, l’organizzazione del significante in quanto portatore di significato e che consistono nella morfologia e nella sintassi. Il livello relativo al piano del significato è la semantica. Il rapporto tra i vari livelli di analisi e la loro posizione nel sistema linguistico può essere schematizzata:

SCHEMA PAG. 39 Capitolo 2: Fonetica e Fonologia Fonetica: occorre rendersi conto di come sono fatti fisicamente i suoni di cui le lingue si servono. La parte della linguistica che si occupa di questo compito è la fonetica (dal greco phoné “voce, suono”). La fonetica si divide in 3 campi principali: 1) Fonetica articolatoria: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono articolati, cioè prodotti dall’apparato fonatorio umano. 2) Fonetica acustica: che applicando i principi dell’acustica, studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica, in quanto onde sonore che si propagano in un mezzo 3) Fonetica uditiva: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dall’apparato uditivo umano.

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Apparato fonatorio e meccanismo di fonazione: l’apparato fonatorio è l’insieme degli organi e delle strutture anatomiche che l’uomo utilizza per parlare. I suoni del linguaggio vengono prodotti mediante l’espirazione, quindi con un flusso di aria regressivo: l’aria attraverso i bronchi e la trachea, raggiunge la laringe dove incontra le corde vocali. Quest’ultime, che durante la normale respirazione silente restano separate e rilassate, nella fonazione, possono contrarsi e tendersi avvicinandosi o accostandosi l’una all’altra. Cicli rapidissimi di chiusure e aperture delle corde vocali costituiscono le vibrazioni delle corde vocali. Il flusso d’aria passa poi nella faringe e da questa nella cavità boccale. Nella parte superiore della faringe, la parte posteriore del palato (velo), da cui pende l’ugola, può a questo punto lasciare aperto o chiudere il passaggio che mette in comunicazione la faringe con la cavità nasale. Nella cavità orale, svolgono una funzione importante nella fonazione alcuni organi mobili o fissi:

• la lingua in cui si distinguono una radice, un dorso e un apice; • il palato, in cui occorre considerare separatamente il velo e gli alveoli, cioè la zona immediatamente

retrostante ai denti; • i denti; • le labbra; • anche la cavità nasale può partecipare al meccanismo di fonazione.

In ciascuno dei punti compresi tra la glottide e le labbra al flusso di aria espiratoria può essere frapposto un ostacolo al passaggio, ottenendo così rumori che costituiscono i suoni del linguaggio. Il luogo in cui viene articolato un suono costituisce un primo parametro fondamentale per la classificazione e identificazione dei suoni del linguaggio; un secondo parametro fondamentale è dato dal modo di articolazione, e cioè dal restringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o no al passaggio del flusso d’aria. Un terzo parametro è dato dal contributo della mobilità di singoli organi (corde vocali, lingua, velo e ugola, labbra), all’articolazione sei suoni. In base al modo di articolazione abbiamo una prima grande opposizione fra i suoni del linguaggio; quella fra suoni prodotti senza la frapposizione di alcun ostacolo al flusso d’aria fra la glottide e il termine del percorso (suoni vocalici), e suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo parziale o totale al passaggio dell’aria in qualche punto del percorso (suoni consonantici). I suoni prodotti con la concomitante vibrazione delle corde vocali sono detti “sonori”. Le vocali sono normalmente tutte sonore, le consonanti possono essere sia sonore che sorde. Consonanti – Modo di articolazione: le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vi è frapposizione di un ostacolo al passaggio d’aria. A seconda che questo ostacolo sia completo o parziale, si riconoscono due grandi classi di consonanti:

• consonanti occlusive -> ostacolo completo • -consonanti fricative -> ostacolo parziale

Esistono suoni consonantici la cui articolazione inizia come un’occlusiva e termina come una fricativa, si tratta di consonanti “composte”, costituite da due fasi che vengono chiamate consonanti affricate. Abbiamo consonanti laterali quando l’aria passa solo ai due lati della lingua, e consonanti vibranti quando vibranti quando la lingua vibra mediante rapidi contatti intermittenti con un altro organo articolatorio. Abbiamo consonanti nasali quando vi è passaggio dell’aria anche attraverso la cavità nasale. Luogo di articolazione: le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate. Partendo dal tratto terminale del canale, abbiamo:

• consonanti bilabiali -> prodotte dalle labbra o tra le labbra • consonanti labiodentali -> prodotte fra le labbra e i denti anteriori • consonanti dentali -> prodotte a livello dei denti • consonanti palatali -> prodotte dalla lingua contro o vicino al palato • consonanti velari -> prodotte dalla lingua contro o vicino al velo • consonanti uvulari -> prodotte dalla lingua contro o vicino all’ugola • consonanti faringali -> prodotte fra la base della radice della lingua e la parte posteriore della faringe • consonanti glottidali -> prodotte direttamente nella glottide, a livello delle corde vocali

Vocali: le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al flusso dell’aria nel canale orale. Le diverse vocali non sono quindi caratterizzate dal modo di articolazione né dagli organi che partecipano allo loro realizzazione, ma dalle diverse conformazioni che assume la cavità orale a seconda delle posizioni che assumono gli organi mobili, in particolare la lingua. Per classificare i suoni vocalici occorre far riferimento alla posizione della lingua, e precisamente al suo grado di:

• avanzamento o arretramento -> le vocali possono essere anteriori, posteriori o centrali • innalzamento o abbassamento -> le vocali possono essere alte, medie o basse.

La posizione in cui vengono articolate le vocali secondo il duplice asse orizzontale e verticale, può essere rappresentata dallo schema detto “trapezio vocalico”. Un altro parametro importante nella classificazione dei suoni vocalici, è la posizione delle labbra durante l’articolazione. Le labbra possono trovarsi:

• distese formanti una fessura -> vocali non arrotondate • F 0 E 0tese o protruse sporgendo in avanti a dando luogo ad un arrotondamento vocali arrotondate

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Semivocali: vi sono suoni con modi di articolazione intermedio fra vocali e consonanti fricative, e quindi prodotte con un semplice inizio di restringimento del canale orale, cioè la frapposizione di un ostacolo appena percettibile al flusso dell’aria. Si tratta di suoni assai vicini alle vocali, di cui condividono la localizzazione articolatoria, e vengono chiamati “semivocali”. Trascrizione fonetica: nei sistemi alfabetici tipici delle lingue europee ogni singolo suono viene resa in linea di principio da un particolare simbolo grafico. Le grafie alfabetiche formatesi per convenzione e accumulo di abitudini non sono univoche e coerenti. Non c’è rapporto biunivoco tra suoni e unità grafiche (grafemi, cioè le lettere dell’alfabeto): allo stesso singolo suono possono corrispondere più grafemi differenti e viceversa uno stesso grafema può rendere suoni diversi. Per ovviare alle incongruenze delle grafie tradizionali ed avere uno strumento di rappresentazione grafica sei suoni del linguaggio, valido per tutte le lingue, che riproduca scientificamente la realtà fonica, i linguisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica, in cui c’è corrispondenza biunivoca fra suoni rappresentati e segni grafici che li rappresentano. Lo strumento più diffuso è l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA, API). Una parte dei grafemi IPA corrisponde a quelli dell’alfabeto latino, usati nella grafia normale dell’italiano, ma molti altri grafemi hanno una forma speciale. La trascrizione fonetica si pone fra parentesi quadre [ ]. L’accento nella trascrizione IPA è identificato con un apice ‘ posto prima della sillaba su cui esso cade.

Consonanti: OCCLUSIVE:

Bilabiali: p sorda, come in Pollo, b sonora come in Bocca • Dentali: t come in Topo, d come in Dito • Velari: k come in Cane, g come in Gatto • Uvulari: q sorda come in arabo IraQ

FRICATIVE: • Bilabiali: p sorda come nella pronuncia fiorentina di “tiPo”, b sonora come in spagnolo “caBeza” • Labiodentali: f come in Filo, v come in Vino • Dentali: th come in inglese “THink”, “THat” • Palatali: s come in Sci, j come in francese “Jour” • Velari: x come in tedesco “buCH”, o spagnolo “hiJo” • Uvulari: R come in francese “JouR” • Glottidali: h sorda come in inglese Have, in tedesco Haben e nella pronuncia fiorentina di parole come poCo

AFFRICATE: • Labiodentali: pf sorda come in tedesco aPFel • Dentali: ts come in paZZo, dz come in Zona • Palatali: c come in Cibo, g come in Gelo

NASALI: • Bilabiale: m come in Mano • Labiodentale: n come in iNvito • Dentale: n come in Nave • Palatale: n come in Gnocco • Velare: n come in faNgo

LATERALI: • Dentale: l come in Lana • Palatale: gl come in Gli

VIBRANTI: • Dentale: R come in Riva • Uvulare: R come in francese Rose, in tedesco Rot (rosso)

Vocali e semivocali: ANTERIORI (non arrotondate):

Semivocale: i come in pIano • Vocali: i come in vIno

CENTRALI: • Medio-alta: e come in francese jE o in inglese thE

POSTERIORI: • Semivocale: w come in Uomo • Vocali: u alta come in mUro

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Fonologia: ogni suono producibile dall’apparato fonatorio rappresenta un potenziale suono del linguaggio, che chiamiamo ora “fono”. Un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio. Quando i foni hanno valore distintivo, cioè si oppongono sistematicamente ad altri foni nel distinguere e formare le parole, si dice che funzionano da fonemi. I foni sono le unità minime della fonetica; i fonemi sono le unità minime della fonologia/ fonematica. La fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico. La parola “mare” è costituita da 4 foni diversi in successione; posso pronunciare ognuno dei foni costitutivi della parola in modi diversi ma la parola rimarrà sempre “mare”. Ciascuno dei 4 foni distingue/oppone la parola in considerazione da altre parole: “m” oppone “mare” a “pare”, “care”.. La parola “mare” è quindi formata dai 4 fonemi /m/a/r/e/. Fonema è dunque l’unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico. Un fonema è una classe astratta di foni, dotata di valore distintivo, cioè tale da opporre una parola ad un’altra una data lingua. Foni diversi che costituiscono realizzazioni foneticamente diverse, ma prive di valore distintivo, di uno stesso fonema si chiamano allofoni di un fonema: in italiano per [r] – [R] (r moscia ululare cioè moscia), sono due allofoni dello stesso fonema, dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a parole diverse. Una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione forma una coppia minima, che identifica sempre due fonemi. “mare”, “care” “pare” sono coppie minime. Fonemi e tratti distintivi: i fonemi sono unità minime di seconda articolazione, e non sono ulteriormente scomponibili; non è possibile scomporre un fonema /t/ in due pezzi più piccoli. Il fonema non è un segno perché privo di significato, ma i fonemi si possono però analizzare sulla base delle caratteristiche articolatorie che li contrassegnano: potremmo identificare /t/ come “occlussiva dentale sorda”, /d/ come “occlusiva dentale sonora”. Le caratteristiche articolatorie diventano tratti distintivi, che permettono di analizzare i fonemi in maniera economica. Un fonema, si può ulteriormente definire come costituito a un fascio di tratti fonetici distintivi che si realizzano in simultaneità. La teoria dei tratti distintivi è stata sviluppata in fonologia. In linguistica si è giunti a formulare un certo numero chiuso e limitato di tratti che permetterebbero di dar conto di tutti i fonemi attestati e possibili nelle lingue del mondo. I fonemi dell’italiano: non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi. Gli inventari fonematic delle diverse lingue del mondo sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi. L’italiano standard ha 30 fonemi. L’inventario fonematico dell’italiano è connesso con numerosi problemi: per trascrivere foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata (fonia), e non sulla grafia, che spesso può essere fuorviante. È problematico lo statuto delle consonanti lunghe o doppie se accettiamo per esempio “cane” vs “canne” che costituiscono una coppia minima. Nella pronuncia dell’italiano esistono molte differenze regionali. Le opposizioni fra /s/ - /z/, fra /ts/ - /dz/, fra /j/ - /i/, fra /w/ - /u/. nell’italiano del settentrione la fricativa dentale è sempre realizzata sonora in posizione intervocalica, quindi [kieze] vale “chiese” nel caso di “edifici di culto” che nel caso di “domandò”; mentre in toscano si distingue fra [kieze] con la sonora nel caso di edifici di culto e [kiese] con la sorda nel caso di domandò. Al nord casa si pronuncia [kaza] con S sonora, ma al centro sud [kasa] con S sorda. È problematica l’opposizione fra vocali medio-alte e vocali medio-basse; è tipica della varietà toscoromana in italiano ma è ignota nelle altre varietà regionali. Quindi avremo /’peska/ “azione di pescare” vs. /’pEska/ “frutto”. Sillabe: sono le minime combinazioni di fonemi che funzionino come unità pronunciabili. Una sillaba è costruita attorno a una vocale: una consonante o una semivocale ha sempre bisogno di appoggiarsi a una vocale che costituisce il perno/apice della sillaba. Ogni sillaba è formata da almeno una e solo una vocale è da un certo numero di consonanti. Esistono condizioni sulla distribuzione delle consonanti all’interno della sillaba. In ogni lingua ci sono strutture sillabiche canoniche cioè preferenziali. In italiano la struttura canonica, utilizzando V per indicare la vocale e C per indicare la consonante: -CV come in “ma-no” -V come in “a-pe” -VC come in “al-to” -CCCV come in “stra- no” Il dittongo è una combinazione di fonemi interessanti, in quanto è la combinazione di una semivocale e di una vocale come in “aiuto”, “”pieno”; il trittongo prevede la combinazione di due semivocali e una vocale come in “aiuola”, “miei”. Fatti prosodici/soprasegmentali: vi è una serie di fenomeni fonetici e fonologici che riguardano non i singoli segmenti, ma la catena parlata nella successione lineare. I fondamentali fra di essi sono l’accento, il tono, l’intonazione e la lunghezza o durata relativa. Accento: è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba. In italiano l’accento è dinamico o intensivo, cioè la sillaba tonica è tale grazie a un aumento del volume della voce, in altre lingue l’accento è musicale, connesso all’altezza della sillaba. La posizione dell’accento all’interno di una parola, può essere libera o fissa. In certe lingue è fissa come in francese, dove l’accento cade sempre sull’ultima sillaba. In altre lingue la posizione è libera e l’accento può cadere su una qualunque delle sillabe della parola. In italiano l’accento è libero, può trovarsi sul:

• ultima sillaba come in “qualità” -> parola tronca • penultima sillaba come in “piacere” -> parola piana • terzultima sillaba come in “camera” -> parola sdrucciola • quartultima sillaba come in “capitano” (3° persona plurale del verbo capitare) -> parola bisdrucciola

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In italiano l’accento interviene a differenziare parole diverse a seconda della sua posizione. Es “càpitano” (3° persona plurale del verbo capitare) vs. “capitàno” (nome), vs. “capitanò” (3° persona singolare del passato remoto di capitanare). Tono e intonazione: i fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con sui le sillabe sono pronunciate e la curva melodica a cui la loro successione da luogo. Tono è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba. In molte lingue tonali il tono può avere valore distintivo come nel cinese mandarino in cui [ma] con tono alto e costante è la parola per “mamma” mentre con tono basso discendente-acendente vale come “cavallo”. L’intonazione è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase o un intero gruppo tonale. In molte lingue l’intonazione distingue il valore pragmatico di un enunciato cioè permette di capire se si tratta di un’affermazione, di una domanda, di un ordine o di un esclamazione. Lunghezza/durata/quantità: riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti. Ogni fono può essere breve o lungo. La lunghezza delle vocali o delle consonanti può avere valore distintivo. In italiano non ha funzione distintiva e meno che non prendiamo in considerazione le consonanti doppie come “cane” vs. “canne”. Per le vocali la durata in italiano non è pertinente. In molte lingue la durata vocalica funziona da tratto pertinente. In latino classico dove “malum” con al “a” breve è “male, malanno” mentre con la “a” lunga è “mela

Capitolo 3: Morfologia La morfologia si occupa delle unità minime di prima articolazione. L’ambito di azione della morfologia è la struttura della parola. Un morfema è un’unità minima dotata di significato, e quindi l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio, di un valore e di una funzione precisi (anche definibile la minima associazione di un significante e un significato). Tuttavia non è facile definire in maniera univoca la nozione di parola, viene approssimativamente definita come la minima combinazione di elementi minori dotati di significato (costituita da almeno un morfema) attorno ad una base lessicale, che funzioni come entità autonoma e possa rappresentare un segno linguistico compiuto. Vi sono 4 criteri per individuare più precisamente una parola.

• All’interno della parole l’ordine dei morfemi è fondamentale e inscindibile. • I confini della parola sono punti di pausa potenziale del discorso. • La parola è separata nella scrittura. • Foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.

Come abbiamo già detto i morfemi sono unità minima di articolazione dotati di un significato proprio isolabile, i più piccoli pezzi di significante di una lingua portatori di significato proprio, di un valore preciso. I morfemi si possono identificare tramite la scomposizione delle parole. Es. l’aggettivo dentale si scompone dent- con il significato di “organo della masticazione, -al- con il significato di aggettivo relativo a qualcosa, ed –e- con il le con lo stesso significato “singolare”. Ogni morfema può andare a comporre altre parole, e lo stesso morfema apparirà come isolabile con lo stesso significato. Es. “dent” in studente, non ha lo stesso significato che in “dentale”. Per scomporre le parole in morfemi è necessario confrontarla man mano con parole simili che contengono lo stesso morfema che si vuole individuare. La cosiddetta prova di commutazione consiste infatti nel confrontare i morfemi in diverse parole fino a trovarlo con lo stesso significato. Il significato di una parola è dato dalla somma dei significati dei singoli morfemi. Il “morfema” è detto anche monema, chi usa questo termine li distingue in due grandi classi: i semantemi (elementi lessicali) e i morfemi (elementi grammaticali). Un altro sinonimo di morfema è “formativo”. Il morfo è un morfema inteso come forma dal punto di vista del significante: es. il morfema del singolare è –e, il morfema del singolare è realizzato dal morfo –e. L’allomorfo è la varante formale di un morfema che realizza lo stesso significato di un altro morfo equifunzionale con cui è in distribuzione complementare; è ciascuna delle forma diverse in cui si può presentare uno stesso morfema che sia suscettibile di comparire sotto forme parzialmente diverse. Il criterio fondamentale è che l’elemento abbia sempre lo stesso significato e si trovi nella stessa posizione nella struttura della parola. Es. il morfema ven- di venire ha quattro allomorfi diversi: ven, veng, vien, ver. l’allomorfia tuttavia può riguardare sia morfemi grammaticali che morfemi lessicali. I fenomeni di allomorfia sono dovuti a mutamenti nella forma delle parole e dei morfemi lungo il corso del tempo. Questi fenomeni sono dovuti a mutamenti fonetici e a come le parole si sono trasmesse dal latino all’italiano. La vicinanza fonica tra i morfi è dovuta alla stessa origine delle parole da un punto di vista diacronico. Vi sono casi anche in cui un morfema in parole derivate viene sostituto da un morfema di diversa forma ma con lo stesso significato. es. acqua e idrico/ equino, cavallo/fegato, epatico. Questo fenomeno si riscontra anche nei paradigmi verbali, come nel verbo andare nelle forme vado, vai ecc. questo fenomeno è detto suppletivo. 1. Tipi di morfemi Vi sono due punti di vista per individuare i diversi tipi di morfemi.

1. Classificazione funzionale: classificati in base alla funzione e al valore che hanno nel significato delle parole. i tipi funzionali di morfemi sono:

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morfemi lessicali: recano significato referenziale, concettuale e denotativo. Fanno riferimento alla realtà esterna. Es. in “dentale” il morfema lessicale è dent-. Questi morfemi stanno nel lessico di una lingua e son una lasse continuamente arricchibile.

i morfemi grammaticali, che recano significato o valore interno al sistema o alla struttura della lingua. Si dividono a loro volta in morfemi derivazionali: che servono a derivare parole da altre parole, si attaccano al morfema lessicale di cui modificano il significato. in “dentale” il morfema derivazionale è “al”. E in morfemi flessionali che recano il significato previsto dal sistema grammaticale e danno luogo alle diverse forme di una parola. Marca la flessione di una parola es. in “dentale” il morfema flessionale è –e. i morfemi grammaticali sono una classe chiusa che non può accogliere nuove entità in quanto stanno nella grammatica.

Le parole funzionali: gli articoli, congiunzioni, pronomi, preposizioni, sono classi grammaticali chiuse ma sono difficilmente definibili come morfemi grammaticali, infatti alcuni di questi sono a loro volta soggetti alla divisione dei morfemi. In questo ambito quindi si opera la distinzioni tra morfemi liberi (lessicali) e morfemi legati (grammaticali) che appaiono sempre in combinazione con altri morfemi e mai in forma isolata. Quindi le parole funzionali possono essere definite morfemi semiliberi.

La derivazione e la flessione sono i due grandi ambiti della morfologia. La derivazione agisce per prima partendo da radici lessicali, vengono quindi prima costruite le parole e poi applicate le flessione. Di conseguenza i morfemi flessionali sono più lontani dalla radice di quelli derivazionali. La derivazione non è obbligatoria, la flessione sì. Infatti in italiano non esistono parole non lesse, vi sono solo forme generate dalla flessione. In inglese invece sì, ad esempio la parola dog è la versione non flessa poiché l’inglese non ha due flessioni per il singolare e per il plurale, bensì solo per il plurale.

2. Classificazione posizionale: è basata sulla posizione che hanno i morfemi all’interno della parola e su come contribuiscono alla struttura di questa. I morfemi grammaticali in questo ambito sono detti affissi, gli affissi sono tutti i morfemi che si combinano con una radice. Vi sono diversi tipi di affissi: - i prefissi: gli affissi che si trovano prima della radice (sono solo derivazionali). - i suffissi: gli affissi che stanno dopo la radice, possono essere derivativi: es. cambiamento. O flessivi: si trovano sempre all’ultima posizione nella parola, es. cambiamento. infissi: affissi all’interno della radice es. cuoricino. – circonfissi: affissi formati da due parti, una all’inizio ed una alla fine della radice. Pertanto questa si trova nel mezzo tra i due. – transfissi: affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice dando luogo a discontinuità nell’affisso o nella radice (presenti in arabo).

2. altri tipi di morfemi i morfemi sostitutivi sono morfemi i cui morfi non sono isolabili segmentalmente perché si manifestano con la sostituzione di un fono ad un altro fono. Questi morfemi hanno mutamenti fonici nella radice e sono inseparabili da essa. Es. foot, feet/goose, geese. Sostantivi in cui il plurale consiste in una modificazione della radice. Si parla anche di morfema zero quando una distinzione marcata nella grammatica in una lingua non vene rappresentata in alcun modo nel significante. Ad esempio nei plurali invariabili in lingue che hanno la marcatura del numero: es. sheep (sing) e sheep (plur). Nella divisione in morfemi viene segnato i morfo zero che realizzerebbe il plurale ma che non è marcato in alcun modo né graficamente né fonicamente e viene segnalato solamente dall’assenza di morfi. I morfemi soprasegmentali (“stanno al di sopra”) sono morfemi in cui un determinato valore morfologico si manifesta attraverso un tratto soprasegmentale come la posizione dell’accento o il tono. Es. record (registrazione) e record (registrare). Alcuni valori morfologici in certe lingue vengono affidati a processi non riducibili a morfemi segmentali, prendiamo come esempio la reduplicazione ossia la ripetizione della radice lessicale di una parola, ad esempio in indonesiano la reduplicazione si attua per formare il plurale di alcune parole. A volte troviamo anche i morfemi cumulativi ossia morfemi grammaticali che hanno contemporaneamente più di un significato o di un valore: buone, “e” in questo caso vale sia per “plurale” che per “femminile”. Un tipo particolare di morfema cumulativo è l’amalgama ossia un morfema dato dalla fusione di due morfemi il cui risultato è tale a non poter più riconoscere i due morfemi all’origine. Es. l’articolo i in cui sono fusi l’articolo l- e –i. 3. Derivazione e formazione delle parole. I morfemi derivazionali hanno la funzione di permettere la formazione di un numero infinito di parole a partire da una base lessicale. Esiste infatti una lista di moduli di derivazione che dà luogo a famiglie di parole formata da tutte parole derivate da una stesa radice lessicale. Es. socio è derivabile in: sociale, che a sua volta è derivabile in asociale, socialismo, socializzare, oppure socio è derivabile in sociologia che a sua volta è derivabile in sociolinguistica, sociologo ecc..(schema pag. 104)

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Nella divisione in morfemi si pone il problema della vocale tematica ossia la vocale iniziale della desinenza dell’infinito dei verbi: mangiare, partire. Vale anche con –abil. Le parole composte sono due parole agganciate fra loro a formare un’entità unica in cui due membri sono perfettamente riconoscibili e recano il loro significato lessicale normale. Es. portacenere, apriporta, lavavetro, portafinestra, asciugamano, altopiano, cassaforte, pastasciutta. In italiano le parole composte seguono il criterio modificando-modificatore: la seconda parola modifica la prima, che funziona da testa sintattica del costrutto. In portacenere non è “cenere” che porta qualcosa ma “qualcosa che porta la cenere”. “cassaforte” è una “cassa che è forte”. Tuttavia vi sono parole che seguono il criterio inverso, ad es. bagno schiuma = “schiuma per bagno”. La composizione permette la formazione di parole nuove a partire da una nuova radice; si differenzia dalla derivazione poiché le parole derivate contengono una sola radice lessicale, una parola composta contiene più radici lessicali. Nelle parole composte è fondamentale distinguere una testa (il costituente che assegna al composto la propria classe di parola e gli attribuisce le proprie caratteristiche di significato e i propri tratti di flessione). Per identificare la testa ci si basa sul criterio “è un” che vale sia per la classe di parola sia per il significato es. bassorilievo è un nome perché “rilievo” (ossia la testa) è un nome. Questo criterio permette di riconoscere che la testa nel composto “pescespada” è pesce e non spada poiché è un tipo di pesce. I composti possono essere:

Endocentrici: composti con testa che danno alle parole le loro caratteristiche grammaticali e il loro significato

Esocentrici: composti senza testa, es. bagnasciuga, scolapasta non vi è una testa poiché scola e pasta sono categorialmente equivalenti (non è possibile il test “è un”)

Dvandva: composti con due teste. Es.cassapanca, caffelatte. Derivazione, prefissazione ecc..

Uno dei procedimenti di formazione delle parole è la suffissazione (servono per derivazione o per flessione). I suffissi più comuni sono –zion e –ment che formano nomi di azione o processo o risultato a partire da basi verbali come spedizione, spegnimento. ier, -ari, -tor che formano nomi di agente o di mestiere a partire da basi nominali o verbali come in barbiere, fornaio, giocatore. –ità che forma nomi astratti a partire da basi aggettivali come in abilità. –abil, -os, -al, -an, -evol, -es, -ic, -ist che formano aggettivi a partire da verbi o da nomi. –izz che forma verbi a partire da nomi o aggettivi. –mente che forma avverbi a partire da aggettivi. Infatti tramite la suffissazione è possibile cambiare la classe della parola es. registratore -> registrare. In italiano vi è anche il processo di prefissazione (solo per derivazione e non per flessione), tramite questo processo non muta la classe grammaticale delle parole (es. scrivere -> prescrivere -> descrivere). I prefissi più comuni sono ad esempio in-, s-, dis-, ad-, a-. L’alterazione è un fenomeno che consiste nell’aggiunta di suffissi per ottenere parole che aggiungono al significato della base lessicale un valore valutativo che può essere diminutivo, accrescitivo, peggiorativo. Es. gattino, donnone, robaccia. Nei morfemi derivazionali inoltre è comune il fenomeno di omonimia tra morfemi per es. in- come negazione (immobile) o in- come avvicinamento (immigrare). I verbi parasintetici sono verbi formati da basi aggettivali tramite il processo di prefissazione e suffissazione consistente nella desinenza di una delle classi di coniugazione. Es. bianco + pref/suff = verbo parasintetico (imbiancare) Criteri di definizione delle parole derivate: si possono definire tenendo conto 1. Del procedimento di derivazione, 2. Della classe lessicale della base da cui derivano 2. Della classe lessicale a cui appartiene il risultato 4. La classe lessicale a cui appartiene il risultato. Es. lavaggio è un suffisso nominale deverbale, asociale è un prefissato aggettivale deaggettivale (c’è un prefisso a- “prefissato”, ed è un aggettivo ottenuto da aggettivo mediante un prefisso “deaggettivale”). Es. nome derivato da un verbo tramite aggiunta di prefisso/suffisso. Conversione (derivazione zero): coppie di parole (verbo + nome/verbo + aggettivo) con la stessa radice privi di suffisso tra i quali non si può stabilire quale delle due sia la parola primitiva e quale la derivata. Es. lavoro, lavorare/ stanco, stancare. Tuttavia

1. Se la coppia è formata da verbo + nome si assume che la base sia il verbo poiché il nome designa l’atto indicato dal verbo es. cambiare, cambio

2. Se la coppia è verbo + aggettivo si assume che la base sia l’aggettivo poiché il verbo indica l’azione di far assumere lo stato o la qualità dell’aggettivo. Es. calmo, calmare.

Dai processi di derivazione si danno i tipi morfologici delle parole quali:

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• Basiche/primitive • Alterate • Derivate • Composte • Unità plurilessematiche.

Flessione e categorie grammaticali I morfemi non modificano il significato della radice lessicale bensì la attualizzano nel contesto di enunciazione specificandone la concretizzazione nel contesto (=flettere a seconda del contenuto). Es. mangiamo: dice che l’azione della radice lessicale è attualizzata nel passato in maniera continuativa e che erano più persone, compreso il soggetto, a compiere l’azione. I morfemi flessionali sono presenti solo nelle parole che possono essere flesse. Un morfema flessionale (è la marca di quel valore) realizza un valore di una categoria grammaticale. Le categorie grammaticali danno espressione ad alcuni significati fondamentali di portata generale che diventano categorici per una lingua e devono essere espressi (poiché previsti dalla grammatica) in un messaggio in quella lingua e applicarsi sulle parole suscettibili di portarli, sono quindi il modo in cui ogni lingua esprime i significati e i concetti fondamentali, ogni lingua ha le proprie categorie grammaticali. Queste sono

Flessionali: in cui ogni categoria è l’insieme dei valori che una dimensione semantica può assumere, questi valori sono appresentati con un morfema. Si dividono a loro volta in due: - quelle che operano sui nomi (genere, numero, caso) - quelle che operano sui verbi. Il genere (che può essere naturale o grammaticale) in italiano si esprime con due morfemi: un morfema per il maschile ed uno per il femminile. In altre lingue o non esiste il genere o può avere più valori, come in latino o in russo: maschile, femminile e neutro. Il numero la categoria del numero in italiano è marcata dal morfema del singolare e del plurale, anche se alcuni nomi hanno solo una delle forme. In altre lingue il numero può presentare più valori quale (ad es. in greco) singolare, plurale e duale. Il caso è la declinazione che specifica la funzione sintattica si sostantivi o aggettivi. L’italiano ha perso quasi completamente la flessione per casi, vi sono residui solo in alcuni pronomi (tu, te/lo, egli). I casi sono presenti in lingue come latino, greco, russo, tedesco. Es. la parola “lupus” in latino cambia a seconda della funzione che deve svolgere nella frase, quindi vi sarà il nominativo (funzione di soggetto) lupus, il genitivo (specificazione) lupi, il dativo (termine) lupo. La reggenza processo in cui il verbo assegna il caso al suo complemento, determina quindi in quale caso debbano declinarsi gli elementi nominali che costituiscono i complementi del verbo. Es. in latino il verbo “utor” regge l’ablativo. Per le lingue con i casi vale anche per le preposizioni la nozione di reggenza (es. cum + abl) per i verbi vale lo stesso procedimento in quanto per alcuni verbi sono richieste determinate preposizioni: pensare a, dipendere da, parlare a/di. Inoltre in alcune lingue gli aggettivi possono essere marcati per grado: comparativo o superlativo. Tuttavia l’italiano flette solo il superlativo, in italiano questo aggiunge un morfema, mentre il comparativo una locuzione). Altre lingue marcano con morfemi anche altre categorie grammaticali (nella flessione) quali: la definitezza e il possesso.

• La morfologia verbale invece presenta 5 categorie grammaticali principali: il modo: la maniera in cui il parlante si pone nei confronti del contenuto di quanto viene detto e della realtà della scena o evento rappresentato nella frase. Es. mangio->indicativo->indica certezza. Il tempo:serve a collocare nel tempo assoluto e relativo, con precisa attualizzazione in un contesto temporale. L’aspetto: il modo in cui vengono osservati e presentati in relazione a come vengono osservati e presentati in relazione al loro svolgimento l’azione o l’evento espresso dal verbo: perfettivo vs imperfettivo -> oppongono l’azione vista come compiuta all’azione in corso di svolgimento. La diatesi: esprime il rapporto in cui viene presentata l’azione rispetto ai partecipanti, in particolare al soggetto. Può essere attiva passiva (ed eventualmente) media. Es. io lavo (attiva), io sono lavato (passiva), io mi lavo (media). La persona:indica chi compie l’azione, si manifesta con morfemi deittici. La marcatura della persona indica anche la marcatura del numero e talvolta anche del genere. Es. sono partita, indica che si fa riferimento ad una prima persona, singolare e femminile.

le parti del discorso: classi in cui si suddividono le parole a seconda del significato e della funzione grammaticale e flessionale. Sono 9

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• Sostantivi • Aggettivi • Verbi • Articoli • Preposizioni • Congiunzioni • Avverbi • Interiezione.

Tuttavia alcune parole non si collocano chiaramente in una classe determinata. Es. tutto/ecco. Categorie grammaticali:

• Paradigmatiche (considerando le parole in isolamento) • Sintagmatiche (se si considerano le parole nel loro rapporto con le altre in un determinato messaggio) queste

categorie rientrano nel dominio della sintassi -> svolgono funzionisintattiche, ossia funzioni che ogni parola svolge secondo le categorie definite dall’analisi logica. Per ogni parte del discorso vi è una funzione sintattica. (sogg, pred, complementi, a tali funzioni infatti corrispondono i casi.)

Capitolo 5: La semantica La semantica è la parte della linguistica che si occupa del piano del significato. A riguardo è necessario dire che in linguistica si fa una distinzione tra i diversi tipi di significati. Significato denotativo: (il primo indicato sul vocabolario), è il significato oggettivo di ciò che il segno rappresenta e corrisponde ad un referente (=valore di identificazione di un elemento nella realtà esterna) Significato connotativo: è il significato “soggettivo” connesso con gli aspetti psicologici, le sensazioni suscitate da un segno o dalle sue associazioni. Per es. gatto: significato denotativo: felino domestico di piccole dimensioni. Significato connotativo: pigro, furbo, grazioso. Gatto (denotativo), micio (connotativo) =connotato in senso affettivo. Significato linguistico: significato di un termine come elemento di un sistema linguistico, codificante una rappresentazione mentale Significato sociale: significato che ha un segno in base ai rapporti tra i parlanti -> ciò che rappresenta nella dimensione sociale. Es. buongiorno: significato linguistico: auguro una buona giornata Significato sociale: augurare una buona giornata in un’atmosfera di interazione formare con l’interlocutore. Es. tu/lei: significato linguistico: II/III persona singolare del pronome personale. Significato sociale: allocutivo di confidenza/allocutivo di rispetto e formalità. In quest’ultimo tipo di espressioni ha più rilievo il significato sociale. All’interno del concetto di significato denotativo è possibile operare un’ulteriore distinzione:

Significato lessicale: dei termini che indicano “oggetti” concreti o astratti o indicano concetti della realtà esterna. Es. gatto, buono. Le cosiddette parole piene.

Significato grammaticale: dei termini che rappresentano concetti interna al sistema linguistico (il, lo) le cosiddette parole vuote.

Poiché la lingua è in continua evoluzione vi possono essere neologismi, nuove accezioni di parole ecc. È necessario quindi distinguere la nozione di significato e senso. Il senso è il significato contestuale: la concretizzazione che il contenuto del termine assume ogni volta che viene usato in un altro contesto. Ad un unico significato possono corrispondere sensi diversi. La questione è fortemente connessa alla polisemia. Es. finestra: sign. “apertura in una parete” ma viene usata per indicare sia aperture verso l’esterno di un edificio sia i quadri del computer. Intensione ed estensione: l’intensione è l’insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da un termine. l’estensione è l’insieme degli individui a cui il termine si può applicare. Es. cane: intensione -> animale domestico Estensione->tipi di cane (es. le razze)

Il lessico: Lessema: unità di analisi minima fondamentale del lessico, è una parola considerata dal punto di vista del significato, l’insieme dei lessemi costituisce il lessico di una lingua.

Rapporti tra lessemi

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La semantica mette in ordine il sistema disordinato dei lessemi. Il primo modo per farlo è vedere se vi sono relazioni tra i significati di questi.

1. Omonimia: si tratta di lessami con lo stesso significante ma con significati diversi e quindi con origini etimologiche diverse. Es. la parola pianta (quella che ad esempio fa i frutti, sia la mappa di qualcosa) oppure la parola riso (cereale, derivato del verbo ridere). se l’omonimia riguarda solo la grafia si parla di omografia. Es. pésca/pèsca. Se riguarda solo la pronuncia si parla di omofonia es. pianta.

2. Polisemia: lessemi con diversi significati associati ad uno stesso significante, imparentati tra loro, derivati o derivabili l’uno dall’altro. È una stessa parola che con il tempo ha assunto sensi diversi. Es. corno: protuberanza del capo di molti animali/strumento musicale a fiato/cima di una montagna.

3. Enantiosemia: significati diversi dello stesso termine che sono in opposizione. Es. tirare: 1. Lanciare, 2. Tirare verso sé.

4. Sinonimia: lessemi diversi con stesso significato. Es. urlare/gridare, iniziare/cominciare. Tuttavia dato che è molto rara la sinonimia perfetta (vi sono pochi esempi, come tra/fra) e vi sono sempre minime differenze tra un lessema e l’altro (ad esempio il loro significato sociale), in questo caso si parla di quasi sinonimia.

5. Iponimia: relazione di inclusione semantica: il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e generico rappresentato da un altro lessema. Es. armadio è iponimo di mobile, quindi nei lessemi x e y (dove x è l’iponimo) vi è un rapporto di iponimia se tutti gli x sono y ma non tutti gli y sono x. Catene iponimiche: i rapporti iponimici possono costituire delle serie che percorrono il lessico. Iponimia diretta: gatto è iponimo di animale ma non è l’iponimo diretto in quanto tra i due termini ce n’è un altro che è iperonimo di gatto ma iponimo di animale. Ad esempio felino. Si possono quindi costituire catene di lessemi che sono in un rapporto di iponimia diretta. Es.siamese- gatto- felino- mammifero- animale. E la catena può essere ancora espansa.

6. Meronimia: rapporto tra termini che designano una parte specifica di un tutto. Es. braccia e testa sono meronimi di corpo.

7. Solidarietà semantica: è un rapporto di compatibilità semantica sull’asse sintagmatico (=come combinare le parole) è basata sulla concorrenza obbligatoria o fortemente preferenziale di un lessema con un altro. Es. miagolare/gatto si trovano in un rapporto di solidarietà semantica in quanto solo il gatto miagola.

8. Le collocazioni: rapporti fondati su coocorrenze del discorso meno semanticamente determinate. Questo rapporto riflette su convenzioni dell’uso della lingua e del costume linguistico che danno luogo ad associazioni di lessemi ricorrenti in dipendenza dei diversi scenari (ad es. modi di dire)

Rapporti di opposizione. 1. Antonimia: rapporto di incompatibilità semantica. Sono in rapporto di antonimia due lessemi che indicano

due poli opposti di una scala graduale. Es. ALTO_ _ _ _ _ BASSO, i trattini indicano che vi può essere qualcosa di intermedio. Inoltre “essere alto” = essere basso, ma, “non essere basso” non equivale ad “essere alto”. Quindi x è antonimo di y se x= non y, ma non y non implica x e non x non implica y.

2. Complementarietà: due lessemi di cui uno è la negazione dell’altro -> spartiscono lo stesso campo semantico in posizioni opposte. X= non Y, e non y= x. Es. vivo/morto non vi è nulla di intermedio. Se si è vivi non si è morti e se non si è morti si è vivi.

3. Inversione: due lessemi che esprimono la stessa relazoine semantica vista dalla prospettiva di uno o dell’altro. Es. dare/ricevere- marito/moglie. Quindi A↔B. se x è marito di y, y è moglie di x.

Insiemi lessicali. Si possono individuare insiemi o sottoinsiemi lessicali, ossia gruppi di lessemi che costituiscono un insieme ordinato in cui ogni lessema è legato agli altri da rapporti di significato. Campo semantico: insieme di coiponimi diretti di uno stesso iperonimo. Es. sotto l’iperonimo “felino” abbiamo una serie di iponimi allo stesso livello. Come “tigre, gatto, lince” il loro insieme costituisce un campo semantico.

Sfera semantica: l’insieme di lessemi che hanno in comune il riferimento ad un certo ambito semantico, un’area di oggetti o concetti, un insieme di attività tra loro collegate. Es. i termini che fanno parte dell’ambito della moda o della musica. “abito, stilista, modella” fanno parte della sfera semantica della moda. Le diverse sfere semantiche si sovrappongono e sono composte da moltissimi termini.

Famiglia semantica: insieme di lessemi imparentati nel significato e nel significante: quindi un insieme di parole derivate dalla stessa radice lessicale (stessa base etimologica). Es. socio (vedi pag 9)

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Gerarchia semantica: insieme in cui ogni termini è una parte determinata di un termine che nell’insieme lo segue in una certa scala di misura. Es. secondo minuto ora giorno. Il rapporto di base è la meronimia ma più rigorosamente strutturata mediante rapporti gerarchici.

Metafora: uno dei processi su cui si basano gli spostamenti di significato, fondato sulla somiglianza concettuale. Es. coniglio = persona molto paurosa Metonimia: fondata sulla contiguità concettuale, è un arricchimento della lingua e consiste nell’esprimere con il termine del “contenitore” il “contenuto”. Es. ho bevuto due bottiglie” con il termine “bottiglie” ci si riferisce al liquido che contengono.

Semantica componenziale. La semantica componenziale si occupa, tramite l’analisi componenziale, di studiare il significato delle parole scomponendole in unità più piccole e confrontandole per cogliere in cosa differisca il loro significato. Queste unità sono i tratti semantici (anche detti componenti semantici). Es. uomo= /+umano/ /+adulto/ /+maschio/ Bambino= /+umano/ /-adulto/ /+maschio/ L’insieme di questi componenti dà vita al significato del lessema. Ogni lessema è analizzabile in componenti semantici che dovrebbero rappresentare in maniera sufficiente ciò che è pertinente per definirne il significato denotativo. Per quanto riguarda i verbi invece: uccidere= /(x causa) (y diventa) (non vivente)/ ossia: qualcuno fa sì che qualcun altro diventi non vivente.

La semantica prototipica La semantica frasale.

Studia il significato globale delle frasi. Anche se è vero che uil significato di una frase è la combinazione del significato dei suoi singoli lessemi non basta per interpretare il senso globale e l’informzione che essa veicola. Bisogna distinguere la nozione di frase da enunciato, quest’ultimo è una frase considerata dal punto di vista del suo impiego concreto. Ogni volta che pronunciano un enunciato compiamo un atto linguistico ossia un’unità di base dell’analisi pragmatica, si distingue in tre livelli

1. Atto locutivo: formare una frase in una lingua con la sua struttura e le sue regole, rappresenta l’espressione linguistica in sé. Es. gianni scappa: soggetto + verbo.

2. Atto illocutivo: intenzione con/per la quale si produce la frase, rappresenta l’intenzione comunicativa. Es gianni scappa: dare un’informazione/fare un’affermazione

3. Atto perlocutivo: effetto che si vuole provocare nel destinatario. Es. gianni scappa: allarme/richiesta di soccorso/annuncio di sollievo.

Es. chiuderesti la finestra? - atto locutivo: struttura fonetica e grammaticale di una frase interrogativa - Atto illocutivo: valore di richiesta o ordine - Atto perlocutivo:ottenere che venga chiusa la finestra L’aspetto fondamentale di un atto linguistico è l’atto illocutivo che definisce la natura e il tipo dell’atto linguistico. Atti illocutivi: affermazione, richiesta, ordine, vi sono una serie di condizioni necessarie perché l’atto valga come tale, infatti ci sono verbi che designano atti illocutivi. Inoltre troviamo verbi particolari, ad esempio, prometto, battezzo, autorizzo che se usati alla I persona del presenta indicativo realizzano simultaneamente l’atto locutivo e l’atto illocutivo, sono detti verbi performativi (hanno anche funzioni istituzionali). Atti linguistici indiretti: quando un atto illocutivo è realizzato mediante atti locutivi che sono l form tipica di realizzazione di un atto illocutivo. in questo caso è importante la politeness (“cortesia”) che si basa sul principio del non importsi al proprio interlocutore ma di lasciargli delle alternative: es. puoi chiudere la finestra? Massime di grice: vi sono regole della conversazione dette massime di Grice. Sono basate sull’assunzione che tra i partecipanti viga un principio di cooperazione e sono riunibili in 4 categorie: 1. Quantità: dare un contributo tanto informativo quanto è richiesto che non rechi né troppa né poca informazione 2. Qualità: dare un contenuto che sia vero 3. Relazione: essere pertinenti 4. Modo: esprimersi chiaramente senza fraintendimenti o ambiguità. La violazione di una o più massime genera implicature conversazionsli che trasmettono comunque il significato voluto.

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Capitolo 7: Mutamento e variazione delle lingue Una proprietà delle lingue è la variazione. Infatti la lingua non è uniforme ma mostra sempre un rilevante ammontare di possibilità e modi diversi di realizzazione delle unità del sistema, di usi differenti. Questa differenziazione si manifesta innanzitutto nel tempo, ossia nella diacronia = ogni lingua presenta cambiamenti nel lessico e nelle strutture in relazione al passare del tempo e alle modificazioni sociali e culturali. Nel corso del tempo quindi nascono nuove parole/abitudini/costrutti, mentre altri cadono in disuso. L’insieme di questi cambiamenti è detto mutamento linguistico. Il mutamento della lingua tuttavia è percepibile in un lungo lasso di ttempo e richiede, per avvenire completamente, più di una generazione. Una nuova lingua nasce nel momento in cui si ingrandiscono le differenze tra stati della lingua a seguito di cambiamenti locali in diverse parti del sistema, il vero distacco avviene poi quando i parlanti della lingua non la riconoscono più come propria e inizia a verificarsi una mancanza di comprensibilità tra due lingue, la vecchia lingua viene considerata “genitore” della nuova (es. l’italiano e le lingue romanze). Il mutamento della lingua può avvenire per cause interne od esterne. Nella diacronia può quindi avvenire un mutamento, la decadenza, l’estinzione o la morte di una lingua. Quest’ultima ha luogo quando una lingua viene sostituita da un’altra e non vi sono più parlanti. La nuova lingua tuttavia porta evidenti tracce della precedente, dando vita a fenomeni di sostrato (indica l’influenza di una lingua precedente sulla successiva). Cause esterne: migrazioni, colonialismo, fattori economici/guerre/fattori sociali/culturali/ambientali. Cause interne: tendenze volte perlopiù a regolarizzare le strutture, inconsciamente, da parte dei parlanti per semplificare la lingua.

• Mutamenti interni: riguardanti soprattutto il passaggio tra latino e italiano. mutamento fonetico: -> assimilazione: due fonemi articolatoriamente diversi all’interno di una parola diventano simili o uguali tramite l’acquisizione di uno o più tratti comuni. Questo fenomeno è frequente nel passaggio dal latino all’italiano. Es. noctem -> notte: il fono che sta dopo /t/ assimila il precedente. Dissimilazione: due foni simili o uguali non contigui diventano diversi. Es.venenum -> veleno: dissimilazione delle due [n] Vi sono altri fenomeni avvenuti nel passaggio:

Aferesi: caduta di un fono all’inizio di una parola • Sincope: caduta di un fono in posizione interna in una parola • Apocope: caduta di un fono in posizione finale. • A livello fonologico: Fonologgizzazione: gli allofoni di un fonema diventano autonomi. Es. [ 0 2 A 7 0 2 A 4 ] e [ ] sono l’evoluzione dei

fonemi latini /k/ e /g/. • Defonologgizzazione Perdita: /h/ è scomparsa in italiano e ne resta solo il segno grafico. • A livello morfologico: la caduta di categorie o distinzioni fonologiche e la nascita di nuove. Es. dal latino si è

persa la flessione dei casi che distingueva ad es. lupus (nom) da lupum (acc), in italiano la parola lupo è indifferenziata per caso. Si è anche perso il genere neutro. Analogia: estesione di forme a contesti in cui non sono appropriate. Es in italiano volore non può provenire dall’infinito latino (velle), ma viene dall’applicazione della desinenza – ere ad un caso che non la prevedeva.

A livello sintattico: in latino l’ordine dei costituenti è generalmente (S)OV, oppure l’avverbio precede il verbo (es. lente procedere) che in italiano si traduce “procedere lentamente”. In italiano l’ordine è generalmente SVO e verbo+avverbio

A livello semantico: Arricchimento del lessico: ingresso di nuovi lessemi -> neologismi. Es. da buono: buonismo/buonista ->

ricorrendo a lessemi già esistenti + desinenze. Chattare-> unendo materiali di altre lingue.

Perdita di lessemi: molte parole latine si sono perdute. Es. cunctus (tutto intero), os (bocca). Lo stesso è accaduto anche per parole arcaiche come ad esempio donzello

Nei campi semantici: in latino il campo semantico dei colori comprendeva anche una distinzione di intensità che si è persa in italiano. Cambiano anche le associazioni quando un diverso significante è riferito ad un significato esistente o un nuovo significato viene attribuito ad un significante esistente.

La variazione sincronica La proprietà di variare della lingua è ancor più evidente in sincronia in un dato periodo temporale. Tramite i diversi fattori sociali la lingua si adatta a diversi contesti di impiego.

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La sociolinguistica si muove nel campo della variazione interna della lingua e studia cosa accade quando un sistema linguistico è calato nella realtà concreta degli usi dei parlanti mettendo in relazione lingua e società. La variabile sociolinguistica è il punto o l’unità del sistema linguistico che ammette realizazioni di diverse equipollenti (non mutano valore e significato di quella unità di sistema) ciascuna delle quali è in correlazione con qualche fatto extra-linguistico.

in fonologia: per esempio le realizzazioni regionali di alcuni fonemi-> la realizzazione velare [ɳ]della nasale in posizione preconsonantica davanti a non velare è una variante di /n/ che è socialmente collegato ad una provenienza settentrionale

in morfologia: per esempio la forma del pronome di III persona obliquo gli (maschile) e le (femminile) nel parlato in basse classi sociali si realizza genericamente come gli o ci.

Nel lessico: per esempio coppie o serie di lessemi sinonimi nel significato denotativo ma collegti a diversi ambiti nell’uso della lingua: “genitore di sesso maschile”: babbo/papà/padre.

Dimensioni di variazione Vi sono 4 dimensioni di variazione:

Variazione diatopica -> nello spazio Variazione diastratica-> a seconda della classe sociale Variazione diafasica-> a seconda del contesto Variazione diamesica-> a seconda del canale della comunicazione, se parlato o scritto.

Variazione diatopica: variazione della lingua nello spazio geografico. Uno dei fenomeni della variazione diatopica sono gli italiani regionali.

• In fonetica: es. la gorgia toscana -> [k]=[h] es. Poco [‘poho] e non [‘poko]. Es. geosinonimi es. papà/babbo-anguria/cocomero

Semantica: i regionalismi semantici -> significati particolari assunti da un lessema in una determinata area geografica.

In morfologia: per esempio a Roma il suffisso –aro per indicare i nomi dei mestieri = benzinaro in toscano –aio = benzinaio

In sintassi: accusativo preposizionale: tipico delle zone meridionali -> hai visto a maria? Variazione diastratica: è la variazione nello spazio sociale attraverso classi o stati sociali, i gruppi di parlanti e reti sociali in una società. [il linguaggio varia anche a seconda del livello di istruzione].

Fonetica: casi di pronunce italiane influenzate dal dialetto. Es. a roma la parola birra viene pronunciata [‘biː ra] con scempiamento della r intervocalica. (esempio valido anche per la variazione diastratica)

Morfologia: generalizzazione di forme e regolarizzazione analogiche di paradigmi complessi. Es. l’articolo i usato al posto di gli (i amici)

Sintassi: il periodo ipotetico dell’irrealtà costruito con il doppio condizionale [se potrei farei], o con il doppio congiuntivo [se potessi, facessi]

Lessico: i malapropismi -> deformazioni motivanti di parole difficili per assimilarle parole più note. Es. autobilancia per autoambulanza, o febbrite per flebite.

questi fenomeni sono tipici di varietà diastratiche più basse dipendono dal cattivo padroneggiamento della lingua standard da parte dei parlanti meno colte. Tali varietà sono detti italiano popolare. Variazione diafasica La variazione attraverso le diverse dimensioni comunicative. Questa variazione comprende due fenomeni: i registri e i codici. I registri sono varietà diafasiche dipendenti dal carattere formale o informale dell’interazione o dal ruolo reciproco dei parlanti e interlocutori, si distinguono tipi di registri a seconda della situazioni (Es. formale o informale).

In fonetica: indicatori di registro informale, fenomeni di fusione di riduzione sillabica e “ipoarticolazione” delle parole nella catena parlata (dovuta alla velocità del parlato). Es. tutto un pacco, detto in milanese risulta:

In morfologia: l’accorciamento delle parole è di registro informale es. bici, tele. In morfosintassi: uso degli allocutivi e delle forme con cui ci si rivolge: es. tu = informale / lei = formale. Nel lessico: sinonimi differenziati per registro. Es. inizio/esordio- andare/recarsi – subito/tosto – sfiga/

sfortuna. I sottocodici “linguaggi settoriali/specialistici” sono varietà diafasiche dipendenti dall’argomento di cui si prla e dalla sfera di contenuti ed attività e cui si fa riferimento. Sono caratterizzati da tecnicismi di ogni settore-> es. fonema, morfema, sintagma è il sottocodice della linguistica. Ogni parlante dispone di una serie di registri e li usa a seconda della situazione; delle sfere di attività in cui è impegnato ha o non ha sottocodici.

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Variazione diamesica Secondo il mezzo e il modo della comunicazione, per certi versi coincide con la variazione diafasica in quanto la lingua parlata tende a coincidere col registro informale, la lingua scritta con il registro formale. Nella diamesia è necessario distinguere due sottodimensioni.

1. Riguardo il carattere fisico (=supporto grafico) del canale. Fonico – grafico -> canale visivo

2. Riguardo il modo di elaborazione del messaggio Scritto – parlato Es. tipicamente il modo parlato è collegato al supporto fonico

Parlato in senso stretto: ad esempio una conversazoine informale tra amici Il modo scritto è collegato al supporto grafico: es. articolo di giornale Ma si ha anche un collegamento tra il supporto grafico e modo parlato, ad esempio nell scrittura

digitale che utilizza un linguaggio informale (solitamente tipico del parlato) in forma scritta. “non sono cattiva dai, sono 3menda”

Modo scritto + supporto fonico: ad esempio un contenuto formale parlato, in un testo recitato o di una conferenza letto a voce scritto con un linguaggio formale.

Repertori linguistici Repertorio linguistico: insieme delle varietà di lingua presenti presso una certa comunità sociale. Queste varietà possono essere della stessa lingua o di più lingue diverse. [repertori monolingui/bilingui/plurilingui] Es. a bolzano vi è il bilinguismo italiano-tedesco ufficialmente riconosciuto. La lingua standard: è una lingua codificata dotata di una grammatica descritta con regole, con una tradizione letteraria di lunga data e prestigiosa, adottata per l’insegnamento scolastico. Dialetti: varietà di lingua di uso perlopiù orale di estensione demografica inferiore alla lingua, sono espressione di una realtà religiosa o culturale. Sono poco codificati. Questa definizione non è corretta per i dialetti italiani che non derivano dalla variazione diatopica ma sono “lingue sorelle” dell’italiano. Gli italiani regionali sono diversi dai dialetti, sono nati dopo la lingua italiana. Minoranze linguistiche: varietà di lingua non imparentate con la lingua standard e con una cultura e tradizione etnica diversa, parlate da gruppi demograficamente inferiori. In italia via vi sono tre minoranze ufficialmente riconosciute:

• Tedescofona -> alto adige/sudtirol • Francofona-> valle d’aosta • Slovena-> trieste e gorizia

Repertori plurilingui: diverse lingue o varietà di lingue compresenti sullo stesso piano negli usi e negli atteggiamenti dei parlanti. Non sempre sono sullo stesso livello: È frequente il fenomeno di diglossia: una situazione in cui una delle lingue o varietà è impiegata nello scritto, negli usi formali, nella scuola, ma non viene parlata in famiglia, dove viene impiegata l’altra e anche in conversazioni formali. La prima è detta varietà H (high), la seconda è detta varietà L (low). Per esempio in svizzera tedesca la varietà H è il tedesco standard, la varietà L è il dialetto tedesco svizzero. Può esserci anche una situazione di dilalia, in cui le due lingue o varietà non sono marcate da questa netta divisione. È il caso dell’italiano e i suoi dialetti che nonostante siano varietà proprie di diversi ambiti vengono impiegati in diversi ambiti (la varietà H viene usata anche in contesti quotidiani).

Contatto linguistico Tra le lingue compresenti in un repertorio vi sono diversi fenomeni di contatto, i due principali sono l’interferenza e il prestito. L’interferenza: l’influenza e azione che un sistema linguistico può avere su un altro: fenomeni che consistono nel trasporto di materiali linguistici da una lingua ad un’altra. Riguarda tutti i livelli del sistema linguistico. È evidente nei parlanti bilingui. Es. “venerdì su sabato” -> “la notte tra venerdì e sabato” detto da un immigrato italiano in svizzera tedesca è una formulazione fatta di materiale linguistico italiano ma su modello tedesco dell’espressione “von Freitag auf Samstag” : lett. Da venerdì su sabato.4 Il prestito: quando ciò che viaggia da una lingua all’altra è materiale linguistico di superfice (fonemi, morfemi, parole, locuzioni) ed in particolare se si parla di elementi lessicali. Non implica necessariamente il bilinguismo. Le parole in prestito vengono spesso adattate alla lingua. Es. albicocca, viene dall’arabo. Bisturi, viene dal francese. Albergo, dal tedesco. A volte vengono adattate anche le pronunce: es. jogging.

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Il calco: quando ciò che passa da una lingua all’altra è il significato o la struttura interna. Es. grattacielo –> sky- scraper per “raschiatore di cielo”. La commutazione di codice: fenomeni che avvengono sul piano del discorso tipici dei bilingui. È l’uso alternato di due lingue diverse nella stessa interazione comunicativa da parte dello stesso parlante nel passaggio nel discorso da una lingua ad un’altra. Es. enunciati mistilingui –> code mixing. (quando in un enunciato si passa da una lingua all’altro.

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