Linguistica generale. Berruto-Cerruti, Schemi riassuntivi di Linguistica Generale. Università degli Studi di Bari Aldo Moro
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Linguistica generale. Berruto-Cerruti, Schemi riassuntivi di Linguistica Generale. Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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La linguistica: un corso introduttivo Di G. Berruto e M. Cerruti

X Caputo Redattore

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Capitolo 1: Il linguaggio verbale

La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua. È possibile dividerla in due sottocampi principali:

 La linguistica generale (o linguistica teorica, o linguistica sincronica, o linguistica descrittiva): che si occupa di che cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue.

 La linguistica storica: che studia l’evoluzione delle lingue nel tempo, i rapporti fra le diverse lingue e fra lingua e cultura. Da questo punto di vista sarebbe opportuno contrapporre alla linguistica la glottologia che si occupa dello studio comparato delle lingue antiche.

L’oggetto della linguistica sono le lingue storico-naturali, cioè quelle lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e sviluppatesi all’interno di comunità ed usate dagli esseri umani ora o nel passato.

Le lingue storico-naturali sono espressione del linguaggio verbale umano, quella facoltà innata nell’ homo sapiens ed è uno degli strumenti, dei modi e dei sistemi di comunicazione che l’essere umano adotta.

Per inquadrare il linguaggio verbale umano è necessario introdurre la nozione di SEGNO: è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve a comunicare questo qualcos’altro. Da questo punto di vista è necessario specificare il significato del termine comunicare: significa etimologicamente mettere in comune, rendere comune. In senso lato però, la comunicazione può essere intesa come un semplice passaggio di informazioni, invece, in senso più ristretto, è associata all’intenzionalità. Si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare un’informazione e che viene percepito da un ricevente come tale, altrimenti si ha un semplice passaggio di informazione.

Si possono distinguere 3 categorie all’interno del fenomeno della comunicazione:

- Comunicazione in senso stretto: emittente intenzionale, Ricevente intenzionale. - Passaggio di informazione: emittente non intenzionale, Ricevente (interpretante) intenzionale (es.

parte della comunicazione non verbale umana). - Formulazione di inferenze: nessun emittente ma solo la presenza di un “oggetto culturale”,

Interpretante (es. case dai tetti aguzzi e spioventi = qui nevica molto).

Da A a B a C l’associazione fra un certo segnale (o fatto segnico (*)) e l’informazione diventa più passibile di fraintendimenti, poiché è sempre più affidata all’attività dell’interpretante. (*)Fatto segnico: ogni fatto o comportamento che abbia un qualche valore informativo.

La comunicazione è la trasmissione intenzionale di informazioni.

Il segno è l’unità fondamentale della comunicazione. Esistono vari tipi di segno:

Indici (sintomi): motivati naturalmente/ non intenzionali. Es: starnuto = avere il raffreddore. Segnali: motivati naturalmente/ usati intenzionalmente. Es: sbadiglio volontario = sono annoiato. Icone: motivati analogicamente/intenzionali. Es: carte geografiche. Simboli: motivati culturalmente/intenzionali. Es: rosso del semaforo = fermarsi. Segni: non motivati (arbitrari)/intenzionali. Es: segnali stradali, comunicazione gestuale.

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Dagli indici ai segni si può osservare che la motivazione che lega il “qualcosa” al “qualcos’altro” diventa via via sempre più convenzionale, meno diretta, immotivata. Gli indici sono universali, uguali in tutte le culture e in ogni tempo, invece, i simboli, e ancora di più i segni, sono legati alla singola tradizione culturale.

Possiamo ora affermare che nella comunicazione c’è un emittente che emette, produce intenzionalmente un segno per il ricevente. Il ricevente può interpretare il segno riconducendolo a un codice (: è l’insieme di corrispondenze, fissatesi per convenzione, fra “qualcosa” e “qualcos’altro”). I segni linguistici costituiscono un codice.

Le proprietà della lingua

-La biplanarità: questa proprietà si rifà alle due facce del segno: il qualcosa e il qualcos’altro. Il qualcosa può ora essere chiamato significante, mentre il qualcos’altro è ora il significato. Significante (detto anche espressione o forma): è la parte fisicamente percepibile del segno. Es: la parola gatto: pronunciata o scritta. Significato (o contenuto): è la parte non fisicamente percepibile del segno. Es: il concetto o l’idea mentale del gatto.

Un codice si può ora definire come un insieme di corrispondenze fra significati e significanti, e un segno come l’associazione di un significante e un significato.

- L’arbitrarietà: questa proprietà consiste nel fatto che non c’è alcun legame naturalmente motivato fra significato e significante di un segno. Questi legami sono posti per convenzione e sono del tutto arbitrari. Es.: il significante gatto non ha di per sé nulla a che vedere con l’animale gatto.

Se i segni linguistici non fossero arbitrari le parole nelle diverse lingue dovrebbero essere tutte molto simili: le cose, cioè, dovrebbero chiamarsi più o meno tutte allo stesso modo.

Il fatto che la parola gatto può essere simile in lingue diverse potrebbe essere dovuto ad una di queste due cause:

♠ Parentela genealogica fra due lingue: l’italiano e lo spagnolo (gato) derivano entrambe dal latino cattum.

♠ Origine onomatopeica: la parola thailandese “mèo” e quella cinese “mao” costituiscono un’imitazione del verso dell’animale.

Nel funzionamento dei segni linguistici tuttavia le entità effettivamente in gioco risultano 3 e non 2. Infatti un noto linguista Ferdinand de Sausurre introdusse un terzo elemento: il REFERENTE (cioè l’elemento della realtà esterna). La cosa viene rappresentata graficamente nel cosiddetto triangolo semiotico. Ai 3 vertici abbiamo: il significante, il significato e il referente, cioè l’elemento della realtà esterna veicolato dalle due componenti del segno.

Tenendo presente questo schema si possono definire 4 tipi di arbitrarietà nella lingua:

E’arbitrario il legame fra segno nel suo complesso e referente

E’arbitrario il legame fra significante e significato

E’ arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significato. Es: in italiano: bosco/legno/legna, in francese: bois (unico termine con cui si designano tre concetti differenziati in italiano)

E’ arbitrario fra forma e sostanza del significante: ogni lingua sceglie i suoni pertinenti per indicare un oggetto e spesso queste scelte sono diverse da lingua a lingua.

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Al principio di arbitrarietà dei segni linguistici esistono alcune eccezioni, tanto che alcuni studiosi hanno messo in discussione il principio stesso dell’arbitrarietà: le onomatopee: imitano il suono o rumore che designano (tintinnio, rimbombare, sussurrare), presentano quindi un aspetto più o meno iconico. Nonostante il referente delle onomatopee rimane lo stesso, esse sono diverse da lingua a lingua, perché un certo grado di convenzionalità c’è comunque. Es: chicchirichi=italiano, cocorico= francese, cock-a-dodle-doo= inglese. Poi ancor più iconici risultano gli ideòfoni: sono espressioni imitative o interiezioni descrittive che designano fenomeni naturali o azioni (boom/bum, zac, gluglu). Recenti concezioni hanno posto in dubbio l’arbitrarietà, partendo dal presupposto che la lingua presenterebbe numerosi caratteri iconici:

• la formazione del plurale attraverso l’aggiunta di materiale linguistico alla forma singolare è un dispositivo molto diffuso nelle lingue (child-children, enfant-enfants). Questo fenomeno obbedirebbe appunto ad un principio di iconismo: l’idea della pluralità, che implica più cose, più materiale, viene riprodotta nella lingua una forma plurale che contiene più materiale rispetto alla forma singolare.

Fonosimbolismo: è la proprietà, che i suoni linguistici possiedono, di simboleggiare, mediante le loro qualità acustiche ed articolatorie, il valore semantico che veicolano. Ad esempio il suono «i», vocale chiusa e fonicamente “piccola” (prodotta con un’apertura minima della bocca), sarebbe associata ad oggetti piccoli. Esistono parole però che indicano piccolezza e non contengono «i» (scarso, corto, poco) e parole che indicano grandezza e contengono «i» (massiccio, big).

-Doppia articolazione (per i linguisti anglosassoni: dualità di strutturazione): questa proprietà afferma che il significante di un segno linguistico è articolato su due livelli nettamente diversi:

 Prima articolazione (primo livello): il significante di un segno è articolato e scomponibile in unità che sono ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate per formare altri segni. La parola gatto, ad esempio, è scomponibile in 2 pezzi più piccoli: gatt- e -o, che recano ciascuno un proprio significato (felino domestico e mascile singolare). Tali unità minime (perché non possono più essere scomposte in elementi più piccoli che rechino ancora un proprio significato) di prima articolazione sono dette morfemi.

 Seconda articolazione: ad un secondo livello i morfemi sono a loro volta scomponibili. Ad esempio il morfema gatt- è scomponibile nei suoni g, a, t, t. Tali elementi sono detti fonemi e sono le unità minime di seconda articolazione.

N.B. Le unità minime di prima e seconda articolazione possono coincidere nella loro forma, come nel caso di –a in nonna. La doppia articolazione consente alla lingua una grande economicità: con un numero limitato di unità di seconda articolazione si può costruire un grandissimo numero di unità dotate di significato, attraverso il principio di combinatorietà (*).

(*) La lingua funziona combinando unità minori, possedute in un inventario limitato, prive di significato proprio, per formare un numero indefinito di unità maggiori (segni).

-Trasponibilità di mezzo: un’altra caratteristica del significante dei segni linguistici è quella di poter essere trasmesso o realizzato sia attraverso il mezzo aria, quindi il canale fonico-acustico, sia attraverso il mezzo luce, quindi il canale visivo-grafico.

Osservazioni:

E’ un dato certo che tutte le lingue che hanno una forma e un uso scritti sono (o sono state) anche parlate, mentre non tutte le lingue parlate hanno anche una forma e un uso scritti (sono migliaia le lingue, soprattutto in Africa e in Oceania, che non hanno una scrittura). Nella vita quotidiana, inoltre, noi parliamo molto di più

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di quanto scriviamo. Per questo un’altra proprietà del linguaggio verbale umano è la fonicità. Il parlato, da questo punto di vista, è antropologicamente prioritario rispetto allo scritto.

Esistono inoltre due priorità del parlato:

Priorità ontogenetica (relativa al singolo individuo) del parlato: ogni individuo impara prima e per via naturale e spontanea a parlare, e solo in un secondo momento, attraverso addestramento guidato, a scrivere.

Priorità filogenetica (relativa alla specie umana) del parlato: la scrittura si è sviluppata certamente molto tempo dopo il parlato.

Le prime attestazioni di una forma di lingua scritta risalgono a non più di cinque millenni prima di Cristo, e quelle di un sistema scritto vero e proprio, a circa il 3500 a.C. , la scrittura cosiddetta cuneiforme presso i Sumeri. La scrittura alfabetica, originariamente consonantica, nasce presso i Fenici intorno al 1300 a.C. Dalla scrittura fenicia si sono sviluppati l’alfabeto ebraico, aramaico e greco. Inoltre dall’alfabeto greco si è formato l’alfabeto latino e l’alfabeto cirillico.

Le origini del linguaggio sono, invece, certamente, molto più antiche: è ipotizzabile che qualche forma embrionale di comunicazione orale con segni linguistici fosse già presente circa 3 milioni di anni fa, sin nell’ Homo habilis. In esso esistevano i prerequisiti biologici: anatomici, neurologici e cognitivi per la formazione del linguaggio.

Quindi: il canale orale è prioritario rispetto a quello visivo. Perché?

Il canale orale è utilizzabile in ogni circostanza purché vi sia aria. Il mezzo aria permette alla voce di viaggiare a qualunque distanza. È possibile svolgere più azioni contemporaneamente quando si parla. La fonte di emittenza del messaggio può essere localizzato. La ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio. L’esecuzione parlata è più rapida di quella scritta, Il messaggio orale può essere trasmesso simultaneamente a un gruppo di destinatari diversi e in diverse direzioni, Il messaggio orale è a rapida dissolvenza (potrebbe essere anche uno svantaggio), L’energia richiesta per produrlo è molto ridotta. Il vantaggio forse più importante consiste nel fatto che nello scritto non sono trasponibili il tono della voce, la modulazione del discorso, cioè i tratti paralinguistici in genere.

N.B. Lo scritto e il parlato non sono l’uno il corrispondente dell’altro su supporti fisici diversi. Ognuno ha una certa quota di peculiarità (variazione diamesica).

Nonostante ciò nelle società moderne lo scritto ha una priorità sociale: lo scritto ha maggiore importanza, prestigio e utilità sociale e culturale.

- Linearità e discretezza: per linearità del segno si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio. Non è possibile decodificare il segno, capire completamente il significato del messaggio se non dopo che siano stati attualizzati l’uno dopo l’altro tutti gli elementi che lo costituiscono.

Es.: Gianni chiama Maria e Maria chiama Gianni designano due stati di cose ben differenti.

Per discretezza del segno si intende che la differenza fra gli elementi è assoluta, nonostante due segni possono apparire simili, esistono dei confini.

Es.: pollo e bollo sono due parole che non hanno nulla in comune dal punto di vista del significato.

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-Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività: la proprietà dell’onnipotenza semantica consisterebbe nel fatto che con la lingua è possibile dare espressione a qualsiasi contenuto. Ci sono due campi in cui la lingua perde questa onnipotenza: la materialità e l’ineffabile.

Però risulta a rigore difficilmente provabile, è perciò più prudente, parlare piuttosto di plurifunzionalità. Plurifunzionalità: la lingua permette di adempiere ad un lista molto ampia di funzioni diverse. Queste funzione formano una lista aperta e le più evidenti sono:

a. Esprimere il pensiero b. trasmettere informazioni c. Instaurare, mantenere e regolare attività cooperative e rapporti sociali d. Manifestare i propri sentimenti e stati d’animo e. Risolvere problemi f. Creare mondi possibili

A proposito delle funzioni della lingua, vi è un modello di classificazione molto noto: lo schema di Jakobson. In cui emergono 6 fattori a cui corrispondono 6 classi di funzioni:

♥ Funzione emotiva: è quella prevalente e si riscontra quando il parlante esprime le sue sensazioni

♥ Funzione metalinguistica: il messaggio è volto a specificare aspetti del codice o a calibrare il messaggio sul codice. Es: ‘ho detto pollo, con due elle’

♥ Funzione referenziale: il messaggio è volto a fornire informazioni sulla realtà esterna,

♥ Funzione conativa: il messaggio è volto ad agire, in qualche modo, sul ricevente. Es: chiudi la porta

♥ Funzione fàtica: il messaggio è volto a sottolineare il canale di comunicazione e/o il contatto fisico o psicologico fra i parlanti. Es: pronto? Chi parla?

♥ Funzione poetica: il messaggio è volto ad esplicitare, mettere in rilievo e sfruttare le potenzialità insite nel messaggio e i caratteri interni del significante e del significato.

Ogni messaggio realizza, in linea di principio, tutte e 6 le funzioni ma una di esse è sempre predominante.

-Produttività e ricorsività: per produttività (o creatività regolare) si intende che con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi mai prodotti prima, e parlare di cose nuove o inesistenti. Lo facciamo combinando in una nuova maniera significanti e significati e associando messaggi già usati a situazioni nuove.

La produttività prende la forma di quella che è stata definita “creatività regolare” perché la produttività infinita è basata su un numero limitato di principi e regole, dalla forma semplice e applicabili ricorsivamente.

La ricorsività è una proprietà formale della lingua e consiste nel fatto che uno stesso procedimento può essere riapplicabile un numero teoricamente illimitato di volte.

Es.: Gianni corre, Mario vede che Gianni corre, Luisa dice che Mario vede che Gianni corre, ecc.

-Distanziamento e libertà da stimoli: per distanziamento si intende la possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo e nello spazio o in entrambi. Il distanziamento consiste dunque essenzialmente nella possibilità di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza (*).

Questa è una facoltà insita solo nel linguaggio umano, non nei sistemi di comunicazione animali.

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(*) In questo senso la nozione di distanziamento viene pressoché a coincidere con un altro aspetto, la libertà da stimoli: essa consiste nel fatto che la produzione di un messaggio linguistico non è necessariamente indotta da stimoli ambientali (a differenza del linguaggio degli animali).

-Trasmissibilità culturale: questa proprietà consiste nel fatto che ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società e cultura, come uno dei fatti costituitivi della cultura. Ogni individuo conosce almeno una lingua, quella della comunità in cui è nato e ha avuto la socializzazione primaria e può apprenderne altre Se entro gli 11/12 anni un individuo non viene esposto a stimoli linguistici provenienti dall‟ambiente culturale entro cui vive, lo sviluppo della lingua rimane bloccato. Questo non vuol dire che il linguaggio verbale umano sia un fatto puramente culturale, ma la componente innata è anch’essa importante. Le due componenti, quella culturale-ambientale e quella innata hanno infatti un ruolo importante nell’apprendimento di una lingua nell’infanzia di un individuo fino a quella che è stata definita prebubertà linguistica: se entro gli 11-12 anni di età l’individuo non è stato sottoposto a stimoli linguistici lo sviluppo del linguaggio resterà bloccato.

- Complessità sintattica: i messaggi linguistici presentano un alto grado di elaborazione strutturale (percepibile nella sintassi).

Fra gli aspetti più importanti vi sono:

a. L’ordine degli elementi contigui b. Le relazioni strutturali e le dipendenze che vigono fra gli elementi non contigui: i loro rapporti

gerarchici. c. Le incassature: i rapporti di subordinazione. d. La ricorsività: la possibilità di una regola sintattica di essere applicata più volte di seguito. e. La presenza di parti del messaggio che danno informazioni sulla sua strutturazione sintattica:

congiunzioni coordinanti (e, ma) e subordinanti (che, perché). f. La possibilità di discontinuità nella strutturazione sintattica: è possibile che elementi strettamente

uniti dal punto di vista semantico e sintattico non siano adiacenti.

-Equivocità: La lingua è un codice tipicamente equivoco. Questa equivocità nasce dal fatto che a un unico significante possono essere corrisposti più significati. Cioè la lingua è un codice che pone corrispondenze plurivoche tra gli elementi di una lista (lista dei significanti) e gli elementi della lista ad essa associata (lista dei significati).

Definizione di lingua

Lingua: è un codice che organizza un sistema di segni dal significante primariamente fonico-acustico, fondamentalmente arbitrari ad ogni livello e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi.

La lingua è una caratteristica solo umana?

Le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi ma la maggior parte di essi pensa che sia specifica solo dell’uomo, poiché solo l’uomo possiede le precondizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale, cioè:

 Un adeguato cervello

 Un’adeguata conformazione del canale fonatorio.

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La prima condizione rende possibile la memorizzazione, l’elaborazione e la processazione di un sistema complesso come il linguaggio. La seconda, unitamente alle corde vocali, permette le sottili distinzioni articolatorie e sfumature nella produzione fonica.

Queste condizioni le possiede solo l’uomo ma, nonostante ciò, sono stati svolti degli esperimenti di insegnamento di (elementi di) sistemi di comunicazione strutturati su modello del linguaggio verbale umano ai primati più vicini all’uomo nell’evoluzione genetica (gorilla e scimpanzé).

Dopo anni di addestramento i risultati risultarono scarsi e deludenti: il loro comportamento sarebbe in effetti privo di vera intenzionalità comunicativa, e consisterebbe piuttosto in un‟imitazione di ciò che facevano i ricercatori.

Noam Chomsky, il più noto linguista contemporaneo, sostiene che il linguaggio è una capacità innata ed esclusiva della specie umana.

Principi generali per l’analisi della lingua

I principi generali per l’analisi della lingua sono: (1) Sincronia e diacronia, (2) Langue e parole (uno dei cardini del pensiero di Ferdinand de Saussure), (3) Paradigmatico e sintagmatico.

I. Sincronia: indica l’analisi della lingua o degli elementi di una lingua effettuando un taglio sull’asse temporale, analizzandoli nel loro stato presente e nei rapporti in cui si trovano in quello stato, prescindendo dalla loro evoluzione temporale e dai mutamenti. Diacronia: analisi di una lingua o degli elementi di una lingua nella loro evoluzione storico- temporale.

II. Langue: è l’insieme delle conoscenze mentali, di regole interiorizzate insite nel codice lingua, è un sapere inconscio; parole: è l’atto linguistico individuale, la realizzazione concreta. La parole richiede necessariamente l’esistenza della langue, e viceversa. La coppia langue e parole comprende una triplice opposizione fra astratto, sociale e costante da un lato (la langue) e concreto, individuale e mutevole dall’altro (la parole). Va ricordato, inoltre, che questi termini non hanno un corrispettivo termine in italiano ma generalmente si ricordino alcuni linguisti che parlano di langue e parole con altre denominazioni: sistema ed uso (Hjelmslev e Coseriu), competenza ed esecuzione (Noam Chomsky). Si ricordi che se F. de Sausurre parlava di langue come l’insieme delle conoscenze mentali che possiede una collettività, o comunità, idealmente omogenea, invece Chomsky con il termine competenza faceva riferimento all’insieme delle conoscenze mentali del singolo individuo che possono essere di tipo: fonetico-fonologico, semantico e sintattico. Il concetto di parole ed esecuzione era lo stesso. Alcuni linguisti pongono una terza entità intermedia fra langue e parole: la norma, una sorta di filtro tra l’uno e l’altro. Es.: la formazione di nomi partendo da verbi (mediante il suffisso –azion(e) e –ament(o)).

- Da affidare si ha affidamento, ma non affidazione, - Da mutare si ha sia mutamento che mutazione, - Da lavare si ha lavaggio, ma non lavamento e lavazione.

Al linguista interessa studiare la langue, ma per studiarla occorre partire dalla parole. III. Asse paradigmatico: è l’asse delle scelte, quello su cui l’individuo sceglie fra diversi elementi,

selezionabili in una stessa posizione, quello da porre. Asse sintagmatico: è l’asse delle combinazioni, esso implica la presa in conto degli elementi che compaiono prima o dopo un certo elemento, quindi le relazioni fra elementi. Esempi di frasi malformate rispetto all’asse paradigmatico e sintagmatico:

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Il mangia gatto. Gatto il mangia. La gatto mangiano. Il gatta mangio.

Livelli di analisi

La lingua è un sistema strutturato o sistema di sistemi che presenta 4 livelli di analisi, stabiliti in base alle due proprietà della biplanarità e della doppia articolazione, che identificano tre strati diversi del segno linguistico: quello del significante inteso come mero significante, quello del significante inteso come portatore di significato e quello del significato.

Tre sono i livelli d’analisi relativi al piano del significante:

 Uno per la seconda articolazione, che consiste nella fonetica e fonologia.  Due per la prima articolazione, quelli della morfologia e della sintassi.

Un altro livello è relativo al significato:

 Semantica

Capitolo 2: Fonetica e fonologia

Fonetica: (dal greco: voce, suono) è un ramo della linguistica che studia come sono fatti fisicamente i suoni di cui le lingue si servono. Tratta la componente fisica, materiale della comunicazione.

La fonetica di si suddistingue in 3 campi principali:

 La f. articolatoria: studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui essi vengono articolati, cioè prodotti, dall’apparato fonatorio umano,

 La f. acustica: studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica, in quanto onde sonore che si propagano attraverso un mezzo.

 La f. uditiva: studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dall’apparato uditivo umano e decodificati dal cervello.

Noi prenderemo in considerazione unicamente la fonetica articolatoria.

Apparato fonatorio: è l’insieme degli organi e delle strutture anatomiche che l’uomo utilizza per parlare, nel processo di fonazione = produzione di suoni del linguaggio. I suoni del linguaggio vengono normalmente prodotti mediante l’espirazione, cioè attraverso un flusso d’aria egressivo.

DEVONO ESSERE DESIGNATI IN QUEST’ORDINE GERARCHICO:

 Fonetica e fonologia  Morfologia  Sintassi  Sematica

L’aria muove dai polmoni, attraversa i bronchi e la trachea, raggiunge la laringe (in corrispondenza del

cosiddetto “pomo d’Adamo”), qui incontra le corde vocali, dette anche pliche laringee (la parte della laringe

dove si trovano le corde vocali si chiama glottide). Le corde vocali, che durante la normale respirazione silente

restano separata e rilassate, nella fonazione possono contrarsi e avvinarsi o accostarsi l’una all’altra, riducendo o

bloccando il passaggio dell’aria. Cicli rapidissimi di chiusure e aperture delle corde vocali costituiscono

vibrazioni delle corde vocali. Il flusso dell’aria passa poi nella faringe, nella cui parte superiore, vi è il velo

palatino (parte posteriore del palato) da cui pende l’ugola, che può lasciare aperto o chiudere il passaggio che

mette in comunicazione la faringe con la cavità nasale. Successivamente il flusso d’ara passa nella cavità boccale

o orale. Nella cavità orale svolgono una funzione importantissima gli organi mobili o fissi: la lingua (organo

mobile), il palato (fisso) in cui occorre considerare separatamente il velo (o palato molle), gli alveoli (fissa) (la

zone immediatamente retrostante i denti), i denti (fissi) e le labbra.

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In ciascuno dei punti compresi fra la glottide e le labbra può essere frapposto un ostacolo al flusso dell’aria, ottenendo così rumori che costituiscono fisicamente i suoni del linguaggio.

Esistono tre parametri per classificare un suono:

♣ Il luogo di articolazione,

♣ Il modo di articolazione,

♣ Il contributo della mobilità di singoli organi.

Vocali: suoni prodotti senza la frapposizione di alcun ostacolo al passaggio dell’aria. Consonanti: suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo parziale o totale al passaggio dell’aria. Suoni sonori: suoni prodotti con concomitante vibrazione delle corde vocali. Le vocali sono normalmente tutte sonore. Suoni sordi: suoni prodotti senza vibrazione delle corde vocali.

Consonanti: si classificano in base al modo di articolazione, luogo di articolazione, sonorità e sordità

I. Modo di articolazione: si riconoscono 2 grandi classi di consonanti: Occlusive: sono consonanti prodotte mediante la frapposizione di un ostacolo completo al passaggio dell’ aria, cioè mediante un blocco momentaneo ma totale al passaggio dell’aria, quasi da provocare un’esplosione dell’aria. Fricative: sono consonanti prodotte mediante la frapposizione di un ostacolo parziale al passaggio dell’aria, cioè senza che si crei un momento di blocco. Sono chiamate fricative poiché la loro articolazione può provocare un rumore di frizione, un fruscio. Vi sono, però, fricative in cui non è prodotto un vero e proprio fruscio sono dette approssimanti. Affricate: sono consonanti composte, cioè costituite da due fasi, la cui articolazione inizia con un’occlusiva e termina con una fricativa. Laterali: sono quelle consonanti la cui aria, utilizzata per la loro articolazione, passa solo ai sue lati della lingua. Vibranti: sono quelle consonanti che producono vibrazioni della lingua mediante rapidi contatti intermittenti con un altro organo articolatorio. Nasali: vi è passaggio dell’aria anche attraverso la cavità nasale. Laterali e vibranti sono anche dette liquide.

II. Luogo di articolazione: le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate. (Bi)labiali: prodotte dalle labbra o tra le labbra, labiodentali: prodotte fra le labbra e i denti anteriori, dentali: prodotte a livello dei denti. Le dentali comprendono anche le alveolari: prodotte dalla lingua contro o vicino gli alveoli, palatali: prodotte dalla lingua contro o vicino al palato, velari: prodotte dalla lingua contro o vicino al velo, ugolari: prodotte dalla lingua contro o vicino l’ugola, faringali: prodotte fra la base della radice della lingua e la parte anteriore della faringe, glottidali: prodotte direttamente nella glottide, a livello delle corde vocali.

Vocali: vengono classificate in base alle diverse conformazioni che assume la cavità orale a seconda delle posizioni che assumono gli organi mobili, e in particolare la lingua.

Facendo riferimento alla posizione della lingua, e precisamente al suo grado di:

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Avanzamento o arretramento. Anteriori: se vengono articolate con la lingua in posizione avanzata rispetto alla sua posizione neutra. Posteriori: se vengono articolate con la lingua in posizione arretrata. Centrali: se vengono articolate con la lingua in posizione centrale.

Innalzamento o abbassamento: alte, medio-alte, medio-basse, basse.

La posizione in cui vengono articolate le vocali può essere rappresentata da uno schema, detto, per la sua forma, trapezio vocalico.

Un altro criterio per definire le vocali è la posizione delle labbra durante l’articolazione:

• Vocali non arrotondate: le labbra possono creare una semplice fessura, senza che vi sia arrotondamento

• Vocali arrotondate: le labbra possono trovarsi tese e sporgersi in avanti dando luogo ad una specie di arrotondamento. Questo fenomeno prende il nome di PROCHELÌA.

N.B. Normalmente le vocali anteriori tendono ad essere non arrotondate, mentre quelle posteriori arrotondate.

Inoltre vi sono vacali prodotte con passaggio contemporaneo dell’aria nella cavità nasale, un esempio è il francese che possiede anche le vocali nasali.

Semivocali o semiconsonanti: vi sono suoni che si collocano su un livello intermedio tra le vocali e le consonanti fricative, prodotte da un inizio di restringimento del canale orale. Semivocali e semiconsonanti si inseriscono nel gruppo delle approssimanti. Le prime sono molto più vicine alle vocali, a differenza di queste però non possono costituire apice in sillaba e con le vocali formano in genere un dittongo o trittongo (vedi paragrafo sulle sillabe), inoltre le semivocali possono essere anteriori [j] e posteriori [w]. Nelle semiconsonanti la componente di fruscio è più marcata perciò il suono è più vicino a quello delle consonanti fricative.

La trascrizione fonetica: mentre l’ortografia italiana si può definire abbastanza fedelmente “fonografica”, cioè riproduce le unità fonologiche con una certa fedeltà, l’ortografia di molte altre lingue, come il francese e l’inglese sono piuttosto lontane dalla realtà fonica. Perciò i linguisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica in cui c’è corrispondenza biunivoca fra i suoni rappresentati e i segni grafici che li rappresentano. Il più diffuso e importante sistema di trascrizione è l’Alfabeto Fonetico Internazionale, o IPA.

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X Caputo Redattore

Fonologia :

Definizioni “fono”: è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio. È l’unità minima in fonetica.

“Fonema”: è la funzione che i foni assumono quando si oppongono ad altri foni nel distinguere e formare parole. Inoltre il fonema è l’unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico. È l’unità minima in fonologia. La fonologia è una branca della linguistica che studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico.

N.B. In trascrizione fonematica si impiegano per convenzione le barre oblique (/…/) invece delle parentesi quadre che caratterizzano la funzione fonetica. Si ricordi che la trascrizione fonetica può essere larga o stretta a seconda che si vogliono riprodurre il più possibile o no i caratteri della pronuncia. La trascrizione fonematica invece riproduce solo ciò che ha valore distintivo, solo le caratteristiche pertinenti alla realizzazione fonica.

Per distinguere i fonemi all’interno di una lingua di norma è utilizzata la “prova di commutazione”: consiste nel confrontare un’unità in cui compaia il fono con altre unità della lingua che siano uguali in tutto tranne che per la posizione in cui sta il fono in oggetto.

Allofoni: sono foni diversi che costituiscono realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema ma prive di carattere distintivo.

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Es.: in italiano [n] e [ŋ] sono due allofoni dello stesso fonema dato che possono comparire nello stesso posto senza dar luogo a parole diverse, come in [dεnte] pronuncia standard e [dεŋte], pronuncia settentrionale. Perciò, in questo caso la nasale velare [ŋ] è allofono della nasale dentale e alveolare [n]. Si ricordi che altri allofoni in italiano sono nel caso di [n] → [ŋ] prima di consonante velare [k] e [g]

→ [ɱ] prima di consonante labiodentale [f] e [v]

[s] → [s] prima di consonante sorda

→ [z] prima di consanante sonora

Coppia minima: è una coppia di parole che sono uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione.

Es.: [pare] e [kare].

Fonemi e tratti distintivi:I fonemi sono unità minime di seconda articolazione, i più piccoli segmenti in cui a cui si arriva nella scomposizione del significante nei segni linguistici. Non è possibile, infatti, scomporre, ad esempio un fonema /t/ (occlusiva dentale) in pezzi più piccoli.

Però, un fonema si può ulteriormente definire come costituito da un fascio di proprietà articolatorie che si realizzano in simultaneità. Le caratteristiche articolatorie diventano, quindi, proprietà che permettono di analizzare, definire e rappresentare i fonemi: due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico binario (+/-) (vedi tabella 2.3 pag. 66). Ciò ha portato alla teoria dei tratti distintivi: permette di rappresentare economicamente tutti i fonemi come un fascio di alcuni tratti distintivi con un determinato valore + o – grazie anche all’utilizzazione di proprietà acustiche anziché soltanto articolatorie. Si è giunti (per opera di Jakobson, Chomsky e Halle) a formulare un certo numero chiuso di tratti distintivi binari (vedi pag. 67/69).

Fonemi dell’italiano: Non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi, né lo stesso numero di fonemi. Gli inventari fonematici delle diverse lingue sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi:

34 per l’inglese, 36 per il francese, 38 per il tedesco, 24 per lo spagnolo, 140 (!) nelle lingue khoisan, parlate in Africa meridionale, 30 (o 28, secondo alcuni autori che non considerano le semivocali) nell’italiano.

Per trascriver foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata (fonia) e non sul modo in cui è scritta (grafia).

L’inventario fonematico dell’italiano è connesso con alcuni problemi:

1. Lo statuto della consonanti lunghe, o doppie o geminate. Si può accettare come coppia minima [‘kane] e [‘kanne] se consideriamo [‘kanne] formata da 4 fonemi e quindi trascritta così: [‘kan:e]. Sono 15 le consonanti che possono dare luogo a coppie minime basate sulla lunghezza. Si tratta di tutte le consonanti dell’italiano tranne 5 che in posizione intervocalica sono sempre lunghe [ts], [dz], [ʃ], [ɲ], [ʎ] e la /z/.

2. Differenze regionali: evidenti anche nella pronuncia delle persone colte. Le opposizioni tra /s/ e /z/, tra /ts/ e /dz/, tra /j/ e /i/ , tra /w/ e /u/ che hanno uno statuto poco chiaro e partecipano a formare un numero non alto di coppie minime (hanno basso rendimento funzionale).

3. Differenze di apertura delle vocali medio-alte e medio-basse. 4. Consonante nasale ha nello standard realizzazione velare solo davanti a consonante velare, ma

nell’ita settentrionale tende ad essere realizzata velare ogni nasale che si trova alla fine di sillaba.

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5. Raddoppiamento fonosintattico: consiste nell’allungamento della consonante iniziale di una parola quando questa è preceduta da una delle parole di una serie che provoca il fenomeno. Es.: [‘do:ve vvaj].

Sillabe: è la minima combinazione di fonemi pronunciabili. In italiano la sillaba è costruita sempre attorno ad una vocale, detta nucleo (testa, o apice o perno) della sillaba. Ogni sillaba è quindi formata da una vocale e da zero a più consonanti.

In italiano la struttura sillabica canonica (utilizzando i simboli V per vocale e C per consonante) è CV ([‘ma:no]. Ma può essere costituita anche da: V: [‘a:pe] VC: [‘alto] CCV: [‘sti:le] CVC: [‘kanto] CCCV: [‘stra:no]. Attacco: è la parte della sillaba che precede la vocale, coda: è la parte della sillaba che segue la consonante.

Sillaba chiusa: è una sillaba con coda,

Sillaba aperta: è una sillaba senza coda.

Dittongo: è la combinazione di una semivocale e una vocale (che costituisce sempre l’apice sillabico). Il dittongo può essere discendente o ascendente:

- Dittongo discendente: è un dittongo con sequenza V + semiV, come in [„awto] →le approssimanti sono più vicine alle vocali e per questo sono dette “semivocali”

- Dittongo ascendente: è un dittongo con sequenza semiV +V, come in [„pjε:no] →le approssimanti sono più vicine alle consonanti fricative e per questo sono dette “semiconsonanti”.

Trittongo: è la combinazione di due semivocali e una vocale, come per es. in [„ajwפla].

Fatti prosodici (o soprasegmentali) sono fenomeni fonetici e fonologici che riguardano la catena parlata nella sua successione lineare. Sono chiamati soprasegmentali perché agiscono al di sopra del singolo elemento minimo, riguardano la relazione di foni sull’asse sintagmatico. Sono detti prosodici perché riguardano l’aspetto melodico della catena parlata e ne determinato l’andamento ritmico.

Accento: è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba (e in primo luogo quindi della vocale che fa da apice sillabico). La sillaba accentata è detta tonica, mentre le altre atone. L’accento di cui stiamo parlando non va confuso con l’accento grafico (simbolo diacronico). La posizione dell’accento in italiano è libera. Se posto sull’ultima sillaba si dice che la parola è ossitona, se posto sulla penultima sillaba si dice che la parola è parossitona, se posto sulla terzultima sillaba si dice che la parola è proparossitona, se posto sulla quartultima sillaba si dice che la parola è bisdrucciola, se posto sulla quintultima sillaba si dice che la parola è trisdrucciola. Clitici: sono quegli elementi che nella catena fonica non possono rappresentare la sillaba prominente e recare, quindi, accento proprio, e devono, dunque, appoggiarsi su un’altra parola. Es.: me, lo.

N.B. In italiano l’accento interviene a differenziare parole diverse a seconda della sua posizione.

Es.: [kapi’ta:no] (nome) e [kapita’no] (voce del v. capitanare).

Tono e intonazione. Il tono: è l’altezza relativa alla pronuncia di una sillaba, dipende dalla velocità e frequenza delle vibrazioni delle corde vocali della laringe. In molte lingue, dette lingue tonali, il tono può avere valore distintivo pertinente a livello della parola, cioè può distinguere parole diverse per il resto foneticamente del tutto uguali. Sono lingue tonali il serbo-croato, lo svedese, il cinese, il vietnamita, il thailandese, molte lingue africane ecc.

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Es.: in cinese mandarino [ma] con tono costante significa “mamma”, [ma] con tono alto ascendente significa “lino, canapa”, [ma] con tono basso discendente-ascendente significa “cavallo”, invece, [ma] con tono discendente vale “ingiuriare, bestemmiare”, infine, c’è un [ma] con intonazione neutra che funge da particella interrogativa posposta alla frase. N.B. In questi casi si possono utilizzare gli accenti grafici anche per indicare il tono: l’accento acuto varrà “tono ascendente” e l’accento grave varrà “tono discendente”. Intonazione: è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase o un intero gruppo tonale. (*Gruppo tonale (o ritmico): è la parte di una sequenza o catena parlata pronunciata con una sola emissione di voce). L’intonazione conferisce una determinata curva melodica: Sarà ascendente un’intonazione in cui l’ultima sillaba, o una fra le ultime sillabe di un enunciato, sono di tono più alto. Sarà, invece, discendente un’intonazione in cui la prima o una delle prime sillabe di un enunciato hanno tono più alto. L’intonazione, nella maggior parte delle lingue, mette in evidenza il valore pragmatico di un enunciato: permette cioè di capire se si tratta di un’affermazione, di un’esclamazione, di un ordine, di una domanda, ecc.

Lunghezza: è l’estensione temporale con cui i foni e le sillabe sono prodotti. Ogni fono può essere, infatti, più o meno lungo, cioè durare nella realizzazione per un tempo più o meno rapido. Si osservi, ad esempio, che per loro natura fonica l’articolazione delle vocali e delle consonanti fricative può essere tenuta teoricamente per un tempo indeterminato, mentre l’articolazione delle consonanti occlusive non può essere tenuta più che momentaneamente. Pronunciare una consonante lunga non ha senso tranne se si tratta di una consonante doppia. Invece, una parola pronunciata con una vocale decisamente lunga individua un’accentuazione enfatica della stessa parola. In genere, la vocale suscettibile di tale allungamento è la vocale della sillaba tonica.

X Caputo Redattore

Capitolo 3: Morfologia

È il livello di analisi che studia le unità minime di prima articolazione, i MORFEMI e il modo in cui si combinano per dare luogo a parole. L’ambito d’azione della morfologia è la struttura della parola. Definire rigorosamente e in maniera univoca la nozione di “parola” è molto difficile. In generale è la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi, (la parola è quindi costituita da almeno un morfema), costruita spessa attorno ad una base lessicale, che funzioni come entità autonoma della lingua.

Criteri che ci permettono di definire più precisamente e individuare una parola:

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 Il fatto che all’interno di una parola, l’ordine dei morfemi che la costituiscono è fisso. Es.: gatto (gatt-o) non ogatt (o-gatt),

 Il fatto che i confini della parola sono punti di pausa potenziale nel discorso.

 Il fatto che di solito una parola è separata/separabile nella scrittura.

 Il fatto che la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.

Analisi dei morfemi

Es.: Dentale

Possiamo scomporre in tre pezzi (morfemi) l’aggettivo “dentale”: dent- con significato “organo della masticazione”, -al- con significato “relativo a” e –e con significato “singolare”.

Ciascuno dei tre morfemi è suscettibile di diventare componente di altre parole:

- dent- : dente, dentista, dentatura, dentifricio, dentiera, addentare, sdentato, ecc. - -al- : stradale, mortale, fatale, globale, intenzionale, motivazionale, pugnale, ecc. - -e: veloce, gentile, abile, contabile, mente, pelle, studente, paziente, cliente ecc.

N.B. Si noti che la semplice presenza di parti di significante identiche nelle parole, non vuol dire che si tratti dello stesso morfema. Es.: studente non ha niente a che fare con dentale, infatti i morfemi che lo compongono sono stud-ent-e.

Prova di commutazione: è il procedimento utilizzato per scomporre una parola. Consente nel confrontare la parola da scomporre con un’altra parola simile, dalla forma molto vicina e contenga uno per uno i morfemi da individuare. Es: dentali, il confronto ci permette di identificare, per sottrazione della parte uguale, il morfema –e con valore “singolare”; confrontando il nostro aggettivo, poi, con stradale riconosciamo il morfema –al e infine, confrontandolo con dente riconosciamo il morfema dent-.

Morfo e allomorfo:

Morfo: è un morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, indipendentemente dalla sua analisi strutturale e funzionale.

Allomorfo: è la variante formale di un morfema, è ciascuna delle forme diverse in cui si può presentare un morfema. Il criterio di base per individuarlo è che l’elemento abbia lo stesso significato e si trovi nella stessa posizione del morfema all’interno di una parola.

Es.: “Venire” appare in italiano nelle cinque forme ven- (di venire, venuto, veniamo, venimmo, veniva, ecc.), venn- (di vennero, venni, ecc.), veng- (di vengo, venga, vengano, ecc.), vien- (di vieni, viene), e verr- (di verrò, verrai, verremo, ecc.).

Diremo allora che il morfema ven- (di venire) ha quattro allomorfi diversi.

Un altro esempio di forme allomorfe sono i suffissi derivazionali che esprimono potenzialità: -abil, -ibil, -ubil. Non si tratta di 3 suffissi diversi, ma 3 varianti formali che variano per diverse ragioni e dipendono dal contesto.

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Suppletivismo: è il fenomeno che compare nei casi in cui un morfema lessicale in certe parole derivate viene sostituito da un morfema dalla forma completamente diversa ma con lo stesso significato. Es.: cavallo ed equino, acqua e idrico, fegato e epatico.

Nel suppletivismo si fanno rientrare anche quei casi in cui l’origine della base lessicale è in diacronia la stessa ma per stratificazione storica si hanno due morfi diversi. Es.: avorio ed eburneo (dal latino ebur “avorio”).

Tipi di morfemi: per individuare i diversi tipi di morfemi esistono due punti di vista principali:

La classificazione funzionale: è la classificazione in base alla funzione svolta, al tipo di valore che i morfemi recano nel contribuire al significato delle parole.

La classificazione posizionale: è la classificazione in base alla posizione occupata dai morfemi nella parola e in base al modo in cui contribuiscono alla sua struttura.

Tipi funzionali di morfemi

1) Morfemi lessicali (o radice, o base, o tema): sono morfemi che recano significato referenziale, concettuale, denotativo, fanno cioè riferimento alla realtà. Es.: dent- di dentale,

2) Morfemi grammaticali: sono morfemi che hanno significato interno al sistema e alla struttura della lingua, previsto dalla grammatica. Es.: -al- e –e in dentale. Vi è un’ulteriore classificazione interna tra:

Morfemi derivazionali: sono morfemi che servono a costruire parole derivandole da altre già esistenti. Es.: -al-

Morfemi flessionali: sono morfemi che hanno la funzione di indicare se si tratta di una forma al singolare, danno, quindi, luogo a diverse forme di una parola. Es.: -e.

I morfemi lessicali sono una classe aperta in quanto vengono continuamente arricchiti, invece i morfemi derivazionali e flessionali costituiscono classi chiuse, non suscettibili di accogliere nuove entità.

Non sempre è facile distinguere i morfemi lessicali dai morfemi grammaticali: è questo il case delle parolefunzionali. Sono parole vuote articoli, pronomi personali, preposizioni, congiunzioni, che formano classi grammaticali chiuse ma che difficilmente si possono considerare morfemi grammaticali a pieno titolo, in quanto possono essere scomponibili in morfemi. Es.: l’articolo lo (l-o per commutazione con la, le), o uno (un-o per commutazione con una).

La derivazione e la flessione costituiscono due grandi ambiti della morfologia.

Osservazioni:

 La derivazione agisce prima della flessione.

 I morfemi flessionali stanno, di solito, più lontani dalla radice lessicale rispetto ai morfemi derivazionali.

 Mentre la derivazione non è obbligatoria, la flessione lo è.

E’ utile, a questo punto, distinguere tra morfemi ‘liberi’: un classico esempio sono i morfemi lessicali e morfemi ‘legati’: morfemi (grammaticali) che non possono comparire in isolamento ma sempre in combinazione con altri morfemi. In italiano gli affissi sono sempre legati.

Tipi posizionali di morfemi

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I morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della loro posizione rispetto al morfema lessicale o radice (che costituisce la “testa” della parola). Affisso: ogni morfema che si combina con la radice. Esistono diversi tipi di affissi:

Prefissi: sono gli affissi che si trovano prima della radice. Es.: in inutile, in- è un prefisso  Suffissi: sono gli affissi che si trovano dopo la radice. Es.: in cambiamento, -ament- (valore

derivazionale) e –o (valore flessionale) sono suffissi. I suffissi flessionali che si trovano in ultima posizione si chiamano desinenze.

Infissi (non presenti in italiano): sono gli affissi inseriti dentro la radice. Secondo alcuni autori troviamo infissi anche in italiano, come nella parola cuoricino, campicello (-ic-), propriamente chiamato però interfisso antisuffissale. Oppure può essere considerato infisso anche la consonante nasale che nei verbi latini e greci contraddistingue il tema del presente: rumpo-rupi.

Circonfissi (non presenti in italiano): sono affissi formati da due parti, una che sta prima della radice e una che sta dopo la radice, quindi contengono al loro interno la radice.

Transfissi (non presenti in italiano): sono gli affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice. Es: arabo usa radici triconsonantiche per formare le parole: k-t-b “scrivere” + -i-a “nome di oggetto/singolare”= [ki’ta:b] “libro”

Esistono altri tipi di morfemi:

Morfemi sostitutivi: sono i morfemi che si manifestano con la sostituzione di un fono ad un altro fono, consistono in mutamenti fonici della radice e sono praticamente inseparabili da essa. Es.: foot e feet.

Morfema discontinui: formati da una parte sostitutiva e da una parte suffissale. Es: Buch=libro, Bücher=libri.

Morfema zero: è il fenomeno per cui una distinzione obbligatoriamente marcata nella grammatica viene eccezionalmente a non essere marcata nel significante. Es.: sheep/sheep (plurale),

Morfemi soprasegmentali: sono morfemi in cui un determinato valore morfologico si manifesta attraverso un tratto soprasegmentale, ad esempio la posizione dell’accento. Es.: in inglese record/record (registrare/registrazione). Alcuni valori morfologici in certe lingue vengono affidati a processi come la reduplicazione. Es. tratto dall’indonesiano: anak = bambino, anak anak = bambini.

Morfemi cumulativi: sono morfemi grammaticali che recano contemporaneamente più di un significato o valore. Es.: buone, il suffisso –e significa sia “femminile” che “plurale”. Un caso particolare di morfema cumulativo è l’amalgama: un morfema dato dalla fusione di due morfemi in modo tale che nel morfema risultante non è più possibile distinguere i due morfemi all’origine della fusione. Es. l’articolo i (da l- e –i).

Trascrizione fonematica: per rappresentare l’analisi dei morfemi, si può scrivere tra parentesi graffe la loro forma, indicando nella riga sottostante , con opportune sigle e abbreviazioni in maiuscoletto, nel caso dei morfemi grammaticali, il loro significato e valore. (vedi pag.102)

Derivazione e formazione di parole: I morfemi derivazionali mutano il significato della base a cui si applicano, aggiungendo nuova informazione rilevante, integrandolo, modificando la classe di appartenenza della parola e la funzione semantica, o sfumando il significato.

In ogni lingua esiste una lista finita di moduli di derivazione che danno luogo a famiglie di parole (o famiglie lessicali) formate da tutte le parole derivate da una stessa base lessicale.

Es.: socio, sociale, sociologia, sociolinguistica, socializzare, sociologo, asociale, nazionalsocialismo, ecc.

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Si noti che: In socializzabile: {abil} serve a ricavare aggettivi con potenzialità da una base verbale.

Un problema da affrontare è quello della vocale tematica (è la vocale iniziale della desinenza dell’infinito dei verbi), quella che distingue i verbi di prima, seconda e terza coniugazione (are, ere, ire). N.B: coniugazioni sono classi flessionali. Tenendo presente ciò si potrebbe scomporre ulteriormente {abil} in {a} e {bil}. Possiamo quindi considerare {abil} un allomorfo del suffisso che crea aggettivazione, oppure considerarlo formato da due morfemi.

Prefissoidi e Suffissoidi: sono definite ‘semiparole’ o ‘confissi’.

- Prefissoide: è un morfema che funge allo stesso tempo da morfema lessicale e grammaticale, da radice e prefisso. Es.: socio è la radice, ma in quanto si comporta come prefisso attaccandosi davanti ad un’altra radice lessicale: sociologia, sociolinguistica, socioterapia, ecc.

- Suffissoide: è un morfema che funge allo stesso tempo da morfema lessicale e grammaticale, da radice e suffisso. Es.: -logia di sociologia, antologia, psicologia, pedagogia ecc., metro di cronometro, termometro (metro- funge anche da prefissoide in metronomo – nomo “legge, regola” è a sua volta suffissoide).

Quando i prefissoidi e i suffissoidi provengono dalle lingue classiche (bio-, eco-, pseudo-, mono-, tele-, semi-, -logia, -fobia, -fero ecc.) danno luogo a parole che vengono chiamate “composti (neo)classici”.

Il caso di auto-: auto- deriva dal greco e significa “(sé) stesso” e da questo prefissoide si sono formate diversi composti (neo)classici: autonomia, autogestione, autocritica… e ‘automobile’. Quest’ultima parola ha iniziato a dare luogo a formazioni contenenti l’elemento auto- con significato “relativo alle automobili”, e quindi: autostrada, autolavaggio, autonoleggio ecc.

Parole composte: sono parole formate da due o più radici lessicali che coesistono nella stessa parola mantenendo il valore che avrebbero se utilizzate come parole autonome. Es.: nazionalsocialismo, portacenere, lavavetro, altopiano, asciugamano, cassaforte, pastasciutta, ecc.

L’italiano segue nella composizione delle parole composte l’ordine: modificando/modificatore, cioè la seconda parola modifica la prima, che funziona da “testa sintattica” del costrutto. Es.: portacenere non è “cenere che porta qualcosa”, ma “qualcosa che porta la cenere”.

Si ricordi che nelle parole composte è necessario ricercare la TESTA del composto. Vigono essenzialmente due criteri: 1. Criterio grammaticale: è possibile ricercare la testa a partire dalla categoria sintattica del composto, es: camera oscura è un nome, perciò la testa è camera). 2. Criterio semantico: consiste nell’applicare il test “è un”. Es: bassorilievo è un tipo di basso o un tipo di rilievo? → è un tipo di RILIEVO, perciò “rilievo” è la testa del composto.

Unità lessicali plurilessematiche: sono sintagmi fissi che formano un’unica entità di significato che non è data dalla somma dei significati. Es.: gatto selvatico, gatto delle nevi, fare il bucato, avviso di garanzia, essere al verde, partire in quarta, arrampicarsi sui vetri, andare via, mettere sotto, buttare giù, anima e corpo, usa e getta, ecc.

Unità lessicali bimembri: sono unità lessicali in cui rapporto tra le due parole costitutive non ha raggiunto il grado di fusione tipico delle parole composte e i due elementi vengono rappresentati separatamente nello scritto. Sono parole che si trovano in una posizione intermedia fra parole composte e unità lessicali plurilessematiche. Es.: scuola guida, parola chiave, sedia elettrica ecc.

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Altri meccanismi che formano parole e che hanno aspetti in comune con la composizione sono la lessicalizzazione delle sigle e l’unione di parole diverse che si fondono con accorciamento degli elementi costitutivi. Le sigle (o acronimi) sono formati in genere dalle lettere iniziali delle parole piene che formano un’unità plurilessematica. Es.: CGIL, FS, TG, TFR, SMS, ecc. Parole macedonia: sono formate da parole unite con accorciamento. Es.: cantautore, ristobar, mapo (mandarino+pompelmo), smog (smoke+fog).

Suffissazione

In italiano, è il più importante e produttivo procedimento di formazione delle parole. I più importanti suffissi sono:

-aggi-, -a(r)i-, -al-(ar), -ian-, -at-, -(a/i/u)bil-, -eggi-, -erì-, -es-, -evol-, -ezz-, -ic-, -ier-, -ific-, -in-, -ism-, -ist-, ità- (età), -izz-, -(a/i/u)ment-, -mente, -on-, -os-, -(a/i/u)(t)iv-, -(a/i/u)tor-, -(a/i/u)(t)o(r)i-, -(a/i/u)tric-, - (a/i/u)tur-, -(a/i/u)zion-.

Prefissazione

Anche molto produttiva in italiano. I prefissi più importanti sono:

a-, ad-, anti-, ante-, con-, dis-, in-, re/ri-, s-.

Prefissi alterativi: sono prefissi che aggiungono al significato della base lessicale un valore generalmente valutativo, associato a particolari contesti pragmatici. Possono essere diminutivi (gattino, finestrella, ecc.), accrescitivi (donnone, librone, ecc.) o peggiorativi (gattaccio, robaccia, ecc.).

Nell’inventario dei morfemi derivazionali dell’italiano non sono rari i casi di omonimia. Es.: in- può avere valore di negazione come in immobile o di avvicinamento, ingresso, direzione come in immigrare. Come suffisso invece può avere valore di diminutivo come in gattino o di nome d’agente come in postino, imbianchino, ecc.

Verbi parasintetici: sono verbi formati in genere da basi aggettivali con prefissazione e suffissazione (consistente nell’aggiunta di una desinenza di una delle classi di derivazione).

Conversione: è uno dei fenomeni con cui si creano parole. Consiste nella presenza di una coppia di parole, un verbo e un nome o aggettivo, aventi la stessa radice lessicale ed entrambi privi di suffisso, fra i quali, quindi, non è possibile stabilire quale sia la parola primitiva e quale la parola derivata. Es.: lavoro/lavorare, stanco/stancare, fiore/fiorire, ecc. Tuttavia, quando la coppia è formata da un nome e un verbo è convenzionale assumere che la base sia il verbo; invece quando la coppia è costituita da aggettivo e verbo si può intendere che il termine originario sia l’aggettivo.

Flessione e categorie grammaticali

I morfemi grammaticali non modificano la radice lessicale ma la attualizzano nel contesto di enunciazione. Possono dare diverse forme ad una parola. Es.: alto può presentarsi sotto quattro forme, alto, alta, alti, alte; un verbo, invece, può assumere molte forme diverse, tutte quelle della sua coniugazione: mangiare, ad esempio, può presentarsi in mangio, mangi, mangiavano, mangerai, mangerò, mangiassi, mangerei, mangiasti, ecc. I morfemi flessionali possono intervenire solo in quelle parole che possono assumere quelle forme: solo sulle CLASSI VARIABILI di parole. I morfemi flessionali realizzano i diversi valori delle

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categorie grammaticali, da questo punto di vista sono definiti MARCHE= dati due o più costrutti, uno di questi si differenzia rispetto all’altro perché presenta un elemento in più, veicolante cioè un’informazione in più per quanto riguarda le categorie grammaticali:

esempio: [p] e [b] si differenziano tra loro perché il secondo fonema è marcato per sonorità

Le categorie flessionali si distinguono in due grandi ambiti:

1)Quelle che operano sui nomi (sostantivi, aggettivi, pronomi, ecc.).:

 Genere= in italiano si esprime con i due morfemi del maschile e femminile, in altre lingue o non esiste il genere o può essere marcato da più valori (maschile, femminile, neutro per esempio).

 Numero= è marcato in italiano con i 2 morfemi del singolare e plurale: a seconda delle classi nominali e aggettivali (-o/-i) (-e/-i) (-a/-e)

 Caso= mette in relazione la forma della parola con la funzione sintattica che essa ricopre nella frase. In italiano non c’è un sistema di casi, ma dei fossili si riscontrano nel sistema dei pronomi personali, dove io e te, per esempio, si distinguono perché l’uno funge da soggetto e l’altro da oggetto (rievocano il caso nominativo e accusativo). Ci sono altre lingue, invece, che adottano il sistema casuale: greco e latino (tra le lingue antiche), tedesco, russo, finnico, hindi, turco.

 Reggenza=è il processo attraverso cui il verbo assegna il caso al suo complemento [es: utor (verbo latino) regge l’ablativo]. Si ricordi che nelle lingue dotate dei casi anche la preposizione può assegnare il caso [es: cum militibus →cum+ablativo]. La reggenza inoltre si applica per estensione anche fra verbi e preposizioni [es: pensare a, dipendere da, cambiare con].

 Gradi dell’aggettivo=gli aggettivi risultano marcati per grado: COMAPARATIVO E SUPERLATIVO. In italiano ha statuto flessionale il suffisso –issim- del superlativo, in altre lingue ha statuto flessionale anche il comparativo come nel caso del latino.

 Definitezza e possesso= sono altre categorie grammaticali che possono essere marcate con morfemi appositi.

2)Quelle che operano sui verbi.

In italiano la morfologia verbale ha cinque categorie flessionali: il modo, il tempo, l’aspetto, la diatesi, e la persona.

 Modo: esprime la “modalità”, cioè la maniera in cui il parlante si pone di fronte al contenuto di quanto vien detto e della realtà della scena o dell’evento rappresentato. I modi sono, ad esempio, l’indicativo, il congiuntivo, il condizionale, ecc.

 Tempo: colloca quanto viene detto nel tempo assoluto e relativo. I tempi sono, ad esempio, il presente, il passato, il futuro, ecc.

 Aspetto: riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati in relazione al loro svolgimento l’azione o l’evento o il processo espressi dal verbo. Es.: “perfettivo” vs “imperfettivo” oppongono l’azione vista come compiuta all’azione vista come in svolgimento.

 Diatesi: esprime il rapporto in cui viene rappresentata l’azione o l’evento rispetto ai partecipanti e in particolare rispetto al soggetto (attivo vs passivo vs medio),

 Persona: indica chi compie l’azione o più in generale collega la forma verbale al suo soggetto.

Parti del discorso o categorie lessicali: sono classi che classificano le parole in base alla natura del loro significato, del loro comportamento nel discorso, e delle loro caratteristiche flessionali e funzionali.

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Le parti del discorso sono nove: Nomi o sostantivi, Aggettivi, Verbi, Pronomi, Articoli, Preposizioni, Congiunzioni, Avverbi, Interiezioni (es.: ahi, ohibò, uffa, accidenti!). A cui volendo si potrebbero aggiungere: Ideofoni.

Di molte parole è dubbia la classificazione. Es.: tutto è considerato un aggettivo, nonostante al contrario degli aggettivi sta prima dell’articolo (tutti i libri, non i tutti libri); oppure ecco è considerato un avverbio ma possiede una caratteristica tipica dei verbi: quella di poter reggere un pronome clitico (eccolo, eccomi).

Categorie grammaticali sintagmatiche e paradigmatiche

Mentre le categorie grammaticali (tranne il caso) finora viste sono definibili sull’asse paradigmatico, altre importanti categorie grammaticali si individuano invece sull’asse sintagmatico, considerando le parole nel loro rapporto con le altre parole all’interno di un determinato messaggio. Queste categorie grammaticali sintagmatiche rientrano nell’ambito della sintassi e sono dette “funzioni sintattiche”= cioè le funzioni definite dall’analisi logica (soggetto, predicato, complementi)

La stessa distinzione è rilevante anche per distinguere due diversi modi di funzionamento della morfologia flessionale:

- Flessione inerente: riguarda la marcatura a cui viene assoggettata una parola in isolamento, a seconda della classe di appartenenza, per il solo fatto di essere selezionata nel lessico e comparire in un messaggio. Es.: un nome viene attualizzato o come singolare o come plurale.

- Flessione contestuale: dipende dal contesto, specifica una forma e seleziona i relativi morfemi flessionali in rapporto al contesto in cui la parola viene usata, dipendendo, quindi, dai rapporti gerarchici che si instaurano fra le parole all’interno della frase. Es.: aggettivo e articolo devono assumere una forma che dipende da quella del nome a cui si riferiscono “una bella torta”

- Accordo: è un meccanismo che prevede che tutti, o quasi, gli elementi suscettibili di flessione, prendano le marche delle categorie flessionali per le quali è marcato l’elemento a cui si riferiscono.Es: un gatto miagola/ i gatti miagolano

Nella morfologia contestuale è opportuno distinguere fra accordo: sono i fenomeni di accordo fra gli elementi del sintagma nominale e concordanza: sono i fenomeni di accordo fra le forme verbali e gli elementi nominali.

X Caputo Redattore

Capitolo 4: Sintassi

La sintassi è il livello di analisi che si occupa della struttura delle frasi. L’oggetto di studio della sintassi è come si combinano fra loro le parole e come sono organizzate in frasi, la frase perciò è l’unità di misura della sintassi. FRASE = entità linguistica che funziona come unità comunicativa e costituisce un blocco/messaggio autosufficiente. Una frase è identificata dal contenere una predicazione. Un metodo semplice, ma non sempre valido, che ci dà una prima indicazione e consiste nell’individuare le forme verbali. Vi possono essere però frasi senza verbo, dette frasi nominali come “buona, questa torta!”, in realtà il verbo qui sarebbe sottinteso perché corrisponderebbe a “questa torta è buona!”. Le parole si combinano tra loro in rapporti e leggi strutturali anche molto complessi, infatti spesso

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Analisi in costituenti

Per analizzare la struttura delle frasi si utilizza la scomposizione o la segmentazione. Attraverso la segmentazione infatti è possibile individuare i diversi costituenti della frase, tale analisi prende il nome di “analisi in costituenti immediati’: introdotta dallo strutturalismo americano degli anni Trenta e Quaranta del Novecento e consiste nella scomposizione di concatenazioni e dipendenze degli elementi della frase in pezzi via via sempre più piccoli (i costituenti). Esistono modi diversi per rappresentare schematicamente l’analisi di una frase: diagrammi o grafi ad albero, boxes, parentesi, parentesi indicizzate ecc.

Il più diffuso è quello degli alberi etichettati che consente di analizzare la struttura della frase nel suo sviluppo lineare e nei rapporti gerarchici tra i costituenti. Si compongono di NODI da cui si dipartono i RAMI, ogni nodo rappresenta un sottolivello di analisi della sintassi e reca il simbolo della categoria a cui appartiene il costituente di quel sottolivello:

F= frase, SN= sintagma nominale, SV=sintagma verbale, S= sostantivo, D= determinante

Il determinante è una categoria che può comprendere articoli, aggettivi dimostrativi e anche altri elementi, che compaiono sempre e solo nel medesimo contesto, vale a dire davanti a un nome N, determinandolo. Per questo oltre alla denominazione ART si può trovare anche D o DET.

Sintagmi

Attraverso l’analisi in costituenti immediati si individuano tre livelli di analisi:

- Frasi - Sintagmi - Singole entrate lessicali (parole)

Il sintagma è la minima combinazione di parole (almeno una parola) che funziona come unità della struttura frasale.

I sintagmi sono costruiti attorno a una testa, sulla cui base vengono classificati e da cui prendono il nome. Testa: è la classe di parole che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire un sintagma.

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[es: la copertina blu → posso isolare copertina che è la testa, ma avrò sempre un sintagma nominale, se isolo la o blu non avrò più un SN].

I tipi di sintagma sono:

Sintagma nominale SN: è un sintagma costruito attorno a un nome N (testa). Al posto di un nome potrebbe esserci un pronome (PRO) che funge da testa. Il sintagma nominale minimo è costituito da un N (o un PRO), mentre un SN massimo (o massimale) potrebbe avere la seguente struttura lineare:

Tutti quei miei quattro bei polli grassi (Quant)+(Det)+(Poss)+(Num)+(Agg)+N+(Agg)

Annotazioni: tutti: quantificatore, quattro: numerale. Sono tutti collocati tra parentesi tranne “polli”=NOME, perché sono tutti elementi facoltativi ed opzionali, ad eccezione della testa che è obbligatoria.

Sintagma verbale SV: è un sintagma costruito attorno al verbo (testa) Sintagma preposizionale SPrep: è un sintagma costruito attorno alla preposizione, anche se la

preposizione non funge proprio da testa poiché da sola non avrebbe alcun significato. Sintagma aggettivale SAgg: è un sintagma costruito attorno a un aggettivo (testa). Es.: “Molto

bello”, “pieno di soldi”. Sintagma avverbiale SAvv: è un sintagma costruito attorno a un avverbio (testa). Es.: “Abbastanza

rapidamente”. Sintagma determinante SDet: è un sintagma costruito attorno a un determinante (testa).

Criteri per il riconoscimento dei sintagmi:

Mobilità: un gruppo di parole rappresenta un sintagma se le parole che lo costituiscono si muovono congiuntamente all’interno di una frase. [es: mio cugino ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana → “la scorsa settimana” può collocarsi anche in altre posizioni della frase].

Scissione: un gruppo di parole rappresenta un sintagma se può essere separato dal resto della proposizione costruendo una struttura chiamata “frase scissa”, possiamo isolare il presunto sintagma per mezzo di una struttura del tipo di “è…che” [es: è mio cugino che ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana è mio che cugino ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana ].

Enunciabilità in isolamento: un gruppo di parole rappresenta un sintagma se da solo può costituire un enunciato, cioè se può essere pronunciato in isolamento. [es: chi ha comprato la macchina nuova? Mio cugino].

Coordinabilità: sintagmi diversi sono dello stesso tipo se possono essere coordinati.

I sottocostituenti dei sintagmi possono formare sintagmi anche molto complesse con una strutturazione interna a vari sottolivelli. Nel quadro della grammatica generativa, il tema della struttura interna è stato approfondito attraverso la teoria X-barra: è una teoria linguistica che individua i diversi rami di complessità di un sintagma (X) con l’indicazione di opportuni barre o apici (X‟, X‟‟, ecc.). Ogni eventuale apice indica un sottolivello di crescente complessità interna del sintagma. Più sono gli apici più è complesso e dotato di sottolivelli il sintagma.

Funzioni sintattiche, strutturazione delle frasi e ordine dei costituenti

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Esistono tre ordini o classi diversi di principi in base a cui i diversi costituenti si combinano nel dare luogo alle frasi e che intervengono nel funzionamento della sintassi.

1) FUNZIONI SINTATTICHE 2) RUOLI SEMANTICI 3) ORGANIZZAZIONE PRAGMATICO-INFORMATIVA

Funzioni sintattiche: è il primo di questi principi e riguarda il ruolo che i sintagmi assumono nella struttura sintattica della frase. Le tre funzioni sintattiche fondamentali sono: soggetto, predicato, oggetto (o complemento oggetto). A queste tre funzioni sintattiche fondamentali si aggiungono numerosi complementi: complemento di specificazione (La zia di Gianni), complemento di termine (Ho dato un libro a Gianni), complemento di modo o maniera (Procedere con lentezza), complemento di argomento (Discutere di investimenti), complemento di tempo (Di notte tutti gatti sembrano neri), ecc..

N.B. I vari complementi sono espressi da sintagmi preposizionali.

Le funzioni sintattiche vengono in realtà assegnate a partire da schemi valenziali. Schemi valenziali (o strutture argomentali) sono l’embrione iniziale della strutturazione delle frasi = quando dobbiamo enunciare qualcosa sotto forma di frase partiamo con la selezione di un verbo, questo verbo è associato a delle valenze (o argomenti), cioè ad elementi chiamati in causa dal verbo.

Ogni predicato stabilisce il numero e la natura delle valenze che esso richiede. Perciò esistono verbi: Zerovalenti (o avalenti): si tratta dei verbi meteorologici o atmosferici, come piovere, nevicare, che non hanno alcuna valenza. Monovalenti: come camminare o piangere, implicano solamente qualcuno che cammini o pianga. Bivalenti: come lodare o interrogare, implicano qualcuno che lodi o interroghi e qualcuno che venga lodato o interrogato. Trivalenti: come dare o spedire, implicano qualcuno che dia o spedisca, qualcosa che sia dato o spedito e qualcuno o qualcosa a cui si dia o si spedisca. Tetravalenti: come spostare, che implica anche un luogo in cui qualcosa venga spostato.

Osservazioni:

♣ Il predicato mangiare è bivalente, in quanto implica qualcuno che mangia e qualcosa che viene mangiato, però ha senso anche la frase “Luisa sta mangiando”, in essa la seconda valenza non è espressa, perciò si dice che non tutte le posizioni dello schema valenziale sono “saturate”.

♣ Molti verbi ammettono diversi schemi valenziali a seconda dell’accezione del significante, es.: attaccare è bivalente nel senso di assalire e trivalente nel senso di appendere.

Tutti verbi, tranne quelli meteorologici, hanno almeno una valenza, la prima, cioè il soggetto. Il soggetto è quindi l’argomento verbale più saliente o prima valenza. Nel caso dei verbi transitivi la seconda valenza è quella dell’oggetto.

Poi ci sono argomenti circostanziali (detti anche avverbiali o aggiunti): sono costituenti che non fanno parte dello schema valenziale. Non sono direttamente implicati nel significato del verbo, ma forniscono informazioni aggiuntive importanti dal punto di vista semantico.

Es.: Luisa cuoce con pazienza la torta nel forno per tre ore.

Alla frase nucleare (con schema bivalente) Luisa cuoce la torta sono aggiunti tre circostanziali: con pazienza, nel forno e per tre ore.

Si noti che i circostanziali godono di una certa libertà di posizione rispetto agli argomenti.

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