linguistica generale berruto cerruti utet, Appunti di Linguistica. Fondazione Università di Mantova
david-tagliacozzo-1
david-tagliacozzo-1

linguistica generale berruto cerruti utet, Appunti di Linguistica. Fondazione Università di Mantova

DOCX (141 KB)
18 pagine
15Numero di visite
Descrizione
appunti dal libro linguistica generale berruto cerruti utet
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 18
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 18 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 18 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 18 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 18 totali
Scarica il documento

LINGUISTICA GENERALE

IL LINGUAGGIO VERBALE (CAP I)

La linguistica si occupa delle lingue, di come sono fatte e come funzionano. Lo studio riguarda le LINGUE STORICO NATURALI, quelle nate spontaneamente nel corso del tempo, vive o morte. Per la linguistica non esiste differenza tra lingua e dialetto: entrambi sono manifestazione specifica del linguaggio verbale umano. La distinzione tra i due è di natura sociale e storico-culturale.

Un SEGNO è, per la semiotica, qualcosa che sta per qualcos’altro. Due definizioni di comunicazione: 1) in senso lato: passaggio d’informazione. 2) in senso stretto: passaggio d’informazione INTENZIONALE e ricezione INTENZIONALE del messaggio (altrimenti si ha un semplice passaggio di informazione).

Tre categorie di comunicazione:

1. In senso stretto: emittente e ricevente INTENZIONALI (linguaggio verbale umano, segni stradali, gesti).

2. Passaggio di informazione : emittente non intenzionale e ricevente intenzionale (interpretante) . (prossenica, orme di animali...).

3. Formulazione di inferenze: nessun emittente (presenza di un “oggetto culturale”) e un interpretante. (case coi tetti spioventi e aguzzi=qui nevica spesso).

Dal punto 1 al 3 il CODICE si fa meno forte e l’informazione veicolata è affidata all’interpretante col rischio di fraintendimenti.

SEGNO: unità fondamentale della comunicazione. Diversi tipi di segni, via via meno motivati.

1. Indici: motivati naturalmente/non intenzionali (rapporto causa-effetto: starnuto=avere il raffreddore).

2. Segnali: motivati nat./usati intenzionalmente (sbadiglio volontario=noia).

3. Icone: motivati analogicamente/intenz. (basati sulla somiglianza di forma e struttura: riproducono proprietà dell’oggetto designato, come le cartine geografiche).

4. Simboli: motivati culturalmente/intenz. (vestito nero=lutto, semaforo rosso=fermarsi).

5. Segni in senso stretto: non motivati o arbitrari/intenz. Messaggi linguistici)

Passando da una categoria all’altra la motivazione del segno diminuisce sempre di più, diventando più convenzionale, immotivata, meno diretta. Aumenta la specificità culturale del segno: simboli e segni in senso stretto dipendono da una tradizione culturale. Il CODICE, quindi le corrispindenze convenzionali che legano un segno al messaggio, è ciò che rende possibile l’interpretazione del segno.

PROPRIETÀ DELLA LINGUA

Biplanarità: in un segno coesistono due piani (il qualcosa e il qualcos’altro): il SIGNIFICANTE (l’espressione, la parola pronunciata) e il SIGNIFICATO (il contenuto, l’informazione veicolata dal significante).

Aritrarietà: non esiste un legame universale e naturalmente motivato tra significante e significato. L’unico legame è la convenzione, specifica di ogni cultura. Se i segni linguistici non fossero convenzionali, parole simili in lingue diverse avrebbero lo stesso significato (bello≠belly ingl). Triangolo semiotico di F. De Saussurre: ai vertici ci sono significato, signifivante e REFERENTE (l’oggetto esterno a cui il segno fa riferimento). Il repporto fra significante e referente è mediato dal significato). 4 tipi di arbitrarietà:

1. È aritrario il rapporto fra segno e referente (nessun legame concreto fra la parola “sedia” e l’oggetto designato).

2. È arbitrario il rapporto fra significante e significato (fuori dalla convenzione la sequenza di suoni di “sedia” non richiama assolutamente il significato “oggetto d’arredamento su cui ci si siede. Altrimenti ogni lingua direbbe sedia allo stesso modo).

3. Arbitrario il rapporto fra form e sostanza del significato (ogni lingua ritaglia a modo suo un certo spazio del significato: italiano bosco/legna/legna, francese bois).

4. Arbitrario il rapporto fra forma e sostanza del significante (ogni lingua ha i propri criteri di scelta dei suoni pertinenti: il latino distingue ā e ă; l’italiano no.

Eccezioni: segni linguistici parzialmente motivati.

Onomatopee: riproduce o richiama trattu fisici del referente (tintinnio...) presentando un aspetto leggermente iconico. Nonostante ciò anche le onomatopee hannoi un certo grado di convenzionalità e obbediscono alle leggi della lingua (vedi i diversi modi di esprimere il canto del gallo nelle lingue).

Ideofoni: più iconici delle onomatopee, sono l’espressione imitativa o interiezione descrittiva di suoni (bang, boom). È dubbio il loro statuto di effettive parole.

Contestazione al principio di arbitrarietà è anzhe 1) meccanismi iconici nelle grammatiche delle lingue (pluraleaumento del materiale fonico, cfr inglese: child/children). 2) fonosimbolismo: alcuni suoni richiamano immagini (“I” dà l’idea di piccolo), ma vero fino a ‘na certa (cfr ingl “big”).

Doppia articolazione: il significante di un segno linguistico è divisibile a due livelli:

1. Il significante è divisibile in unità ancora portatrici di significato (MORFEMI) es. “gatto” scomponibile in “gatt-“ (felino domestico quadrupede...) e “-o” (singolare maschile). Non sono ulteriormente divisibili in unità minori dotate di significato (“g-“ non è un morfema.) UNITÀ DI PRIMA ARTICOLAZIONE.

2. I morfemi si possono scomporre in unità minime prive di significato, i FONEMI (g, a, t, t, o). UNITÀ DI SECONDA ARTICOLAZIONE.

Questa proprietà intrinseca del linguaggio consente alla lingua una grande economicità di funzionamento: pochi fonemi possono formare un numero praticamente infinito di parole con significato COMBITATORIETÀ: la lingua funziona combinando unità minori per formare un numero indefinito di unità maggiori: PRODUTTIVITÀ ILLIMITATA.

Trasponibilità del mezzo: il significante può essere trasmesso per via fonico-acustica (orale) e per via visivo-grafica (scritto). Tuttavia la linguistica dà un’importanza maggiore al fenomeno orale per più motivi: per ragioni antropologiche (la lingua è innanzitutto orale, e lo scritto è nato per fattori storico-sociali. Esistono lingue non scritte); per ragioni statistiche (si parla più di quanto si scrive). Per ragioni ontogenetiche (il bambino impara prima a parlare, poi, eventualmente, a scrivere). Per ragioni filogenetiche (il parlato è nato prima dello scritto).

Inoltre il canale fonico-acustico a una grande serie di vantaggi biologici e funzionali rispetto allo scritto: può essere usato in qualsiasi condizione ambientale, anche in presenza di ostacoli visivi; può essere usato mentre si compiono attività manuali; permette la localizzazione del produttore; la ricezione è rapida (immediata); l’esecuzione è rapida (immediata); si può trasmettere contemporaneamente a più ascoltatori; il messaggio è evanescente; richiede pochissima energia.

Tuttavia, nella società moderna, lo scritto ha una maggiore priorità sociale e culturale.

Linearità e discretezza: LINEARITÀ è caratteristica del significante, riprodotto in successione nel tempo e nello spazio. DISCRETEZZA è relativa al significante: le unità della lingua sono assolutamente differenti. Non c’è modo di confondere fonemi tra di loro se non al costo di cambiare il significato. Non c’è una pronuncia intermedia tra pollo e bollo.

Onnipotenza semantica: è possibile esprimere qualunque contenuto esistente e non. Si dovrebbe parlare di “polifunzionalità”: la lista è molto ampia, ma non abbiamo gli strumenti per capire se si può dure tutto. La

lingua quindi può assolvere a funzioni diverse (JAKOBSON): a) esprimere un pensiero; b) trasmettere informazioni; c) instaurare, mantenere e regolare rapporti; d) manifestare i propri sentimenti; e) risolvere problemi; f) creare mondi possibili. Ogni funzione è espressa da un fattore. Jakobson ne identifica 6:

1. Funzione espressiva: esprime le sensazioni del mittente.

2. Funzione metalinguistica: esprime aspetti del codice linguistico stesso.

3. Funzione referenziale: esprime informazioni sulla realtà.

4. Funzione conativa: esprime un ordine (66).

5. Funzione fàtica: esprime il canale di comunicazione e/o il contatto fisico e psicologico tra i parlanti.

6. Funzione poetica: esprime le potenzialità insite nel messaggio e i caratteri interni del sig.te e sig.to.

Queste funzioni non si realizzano mai da sole, ma di solito si può capire quale delle sei sia prevalente. La RIFLESSIVITÀ è un corollario dell’onnipotenza della lingua: la lingua può parlare di sé stessa metalingua. È uno dei caratteri più importanti del linguaggio umano, che lo contraddistingue dai linguaggi animali.

Produttività: è possibile creare messaggi nuovi, mai prodotti. Parlare di cose nuove o anche inesistenti. Questa proprietà è resa possibile anche grazie alla doppia articolazione. La ricorsività fa sì che uno stesso procedimento (suffissazione per es.) possa essere riapplicato un numero illimitato di volte (atto-attuale- attializzare-attualizzabile-attualizzabilitàil limite è nel parlante, non nella lingua).

Distanziamento: si possono formulare messaggi relativi a cose lontane nel tempo e nello spazio (fondamentale per distinguere il linguaggio umano da quello degli animali, legato al presente e all’istinto). Qesta proprietà viene a coincidere con la libertà da stimoli esterni: nessun aspetto deterministico nell’emissione di messaggi.

Trasmissibilità culturale: le convenzioni della lingua passano da una generazione a un’altra per insegnamento/apprendimento spontaneo, non attraverso informazioni genetiche ereditarie. È innata la facoltà del linguaggio (a livello biologico: tutti siamo in grado di produrre suoni grazie a caratteristiche fisiche): ogni essere umano è naturalmente predisposto al linguaggio, che però non è per forza quello dei genitori, quanto invece quello dell’ambiente in cui cresce. Solitamente l’apprendimento della lingua avviene tra la nascita e i 12 anni. Poi è impossibile per il bambino imparare un linguaggio (vedi selvaggio dell’Aveyron).

Complessità sintattica: i messaggi linguistici, a differenza di altri codici naturali, possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale con una ricca gerarchia di rapporti di concatenazione e funzionalità tra gli elementi disposti linearmente. Fitta trama che si percepisce nella sintassi. Aspetti rilevanti:

1. Ordine degli elementi contigui, posizioni lineari in cui si combinano.

2. Dipendenze degli elementi non contigui.

3. Incassature (incisi)

4. Ricorsività

5. Presenza di parti del messaggio che danno informazioni sulla struttura sintattica (cong coordinanti)

6. Possibile discontinuità nella struttura sintattica (cfr tedesco e latino).

Equivocità: la lingua è un codice che pone corrispondenze (doppiamente) PLURIVOCHE tra significanti e significati. A un unico significante possono essere associati più significati (omonimia): carica=mansione, quantità di energia, attacco. A un significato corrispondono più significanti (sinonimia): afferrare con la mente=capire, comprendere. Non è un difetto, ma un vantaggio, poichè consente una grande flessibilita dello strumento linguistico.

Lingua solo umana? Questione molto discussa, ma prevale l’opinione che sia una facoltà solamente umana. Solo l’uomo possiede le precondizioni anatomiche e neurologiche necessarie per l’elaborazione fisica e

mentale di un messaggio linguistico. Sono statui compiuti molti studi sui modi di comunicazione di varie specie animali, ma nonostante i risultati spesso sorprendenti, nessuna specie si è dimostrata in grado di elaborare autonomamente una lingua. Di solito infatti i primati rispondevano a uno stimolo e imitavano una lingua, ma non erano in grado di usarla senza che ci fosse lo stimolo a esortarli.

In sintesi, la lingua è “un codice che organizza un sistema di segni dal significante (primariamente) fonico- acustico, fondamentalmente arbitrari e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni tipo di messaggio, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di costruire un numero infinito di frasi a partire da un inventario fonematico limitato”.

PRINCIPI GENERALI PER L’ANALISI DELLA LINGUA:

Sincronia e diacronia:la prima è l’analisi della lingua in un determinato momento, senza analizzare il suo sviluppo. La seconda è l’analisi della storia della lingua, di come si è formata fino ad arrivare al risultato attuale.

Langue e parole (francese!!!): distinzione fatta da F. De Saussurre: opposizione fra sistema e uso, fra competenza ed esecuzione. LANGUE: insieme di conoscenze mentali, regole, che costituiscono la nostra capacità di produrre messaggi, possedute come sapere astratto e inconscio, comune. PAROLE: atto linguistico individuale, mutevole. Alcuni linguisti hanno posto un’entità intermedia, la NORMA, filtro tra langue e parole, che rappresenta l’insieme delle realizzazioni condivise del sistema. Al linguista interessa la LANGUE, ma deve partire dalla PAROLE da cui estrapola, dai casi particolari, le leggi generali del sistema.

Asse paradigmatico e sintattico: attuare un elemento nel sistema di segni in una certa posizione del messaggio implica scegliere in un PARADIGMA (INSIEME) di elementi selezionabili in quella posizione. La scelta di uno degli elementi di fatto esclude ogni altro elemento presente nell’asse paradigmatico. Contemporaneamente, attuare un elemento in una certa posizione, implica la presa in considerazione degli elementi successivi e precedenti, scelti sull’asse sintagmico (o delle combinazioni). L’asse paradigmatico serve ad attingere a singole unità linguistiche; l’asse sintagmico assicura la grammaticità delle combinazioni effettuate (es. È impossibile considerare giusta la frase “*il mangia gatto”).

L’analisi linguistica può svolgersi a quattro livelli: tre relativi al significante: fonetica e fonologia, morfologia e sintassi; e uno relativo al significato: semantica. Sottolivelli: grafematica, pragmatica, testualità...

FONETICA(CAP II)

La fonetica studia i suoni del linguaggio, e si divide in tre campi, a seconda del modo di guardare a tali suoni: ARTICOLATORIA (come i suoni vengono articolati), acustica (consistenza fisica dei suoni) e uditiva (come i suoni vengono ricevuti).

Normalmente i suoni del linguaggio vengono prodotti durante l’espirazione (esistono anche suoni prodotti con flusso d’aria ingressivo o avulsi dalla respirazione). Meccanismo di fonazione: il flusso d’aria, nella laringe incontra le corde vocali, plichi muscolari che vibrando possono produrre suoni [distinzione tra suoni sordi e sonori] . Il flusso passa quinndi nella faringe e arriva nella cavità orale. Nella parte posteriore della faringe, il velo palatino può lasciare aperto o chiudere il passaggio che mette in comunicazione faringe e cavità nasali [distinzione tra suoni orali e nasali]. Nella cavità orale sono particolarmente importanti alcuni organi mobili che possono occludere o restringere il canale in cui passa il flusso d’aria (lingua, velo palatino, palato duro, alveoli denti e labbra) [distinzione tra suoni occlusivi/esplosivi e suoni costrittivi/fricativi].

Classificazione dei suoni: tre parametri

1. Modo di articolazione: i vari assetti (posizione) che gli organi assumono nella produzione del suono.

2. Luogo di articolazione: ognuno dei diversi punti in cui il flusso d’aria può essere modificato.

3. Tratti accessori: partecipazione delle corde vocali, partecipazione delle cavità nasali...

I suoni si possono dividere in tre classi maggiori:

1. VOCALI: l’aria non incontra ostacoli durante la produzione del suono e fuoriesce liberamente. Sono sempre sonore

2. CONSONANTI: l’aria viene momentaneamente bloccata o incontra restringimenti nella cavità orale. Possono essere sia sorde sia sonore.

3. SEMIVOCALI: hanno caratteristiche in comune sia con le vocali (articolate nello stesso modo) sia con le consonanti (non possono costituire il nucleo di una sillaba).

LE CONSONANTI: prendendo in considerazione il modo d’articolazione, le consonanti possono essere occlusive, fricative o affricate (quando il suono ha una prima fase occlusiva e una seconda fricativa: /ts/). Prendendo in considerazione il luogo d’articolazione invece, possono essere: bilabiali, labiodentali, dentali, alveolari, prepalatali, palatali e velari.

• Consonanti occlusive: si producono mediante l’occlusione del passaggio d’aria, seguita da un’esplosione in cui l’aria esce dalla cavità orale. Fase di silenzio + esplosione. Sono 6 in italiano:

• Labiale sorda /p/ di pane e labiale sonora /b/ di bene.

• Alveo-dentale sorda /t/ di toro e alveo-dentale sonora /d/ di dente.

• Velare sorda /k/ di cane e velare sonora /g/ di guerra.

• Consonanti fricative o costrittive: si producono attraverso l’avvicinamento senza contattp tra due organi articolatori, emettendo un fruscio. Sono foni continui. Rumore continuo, che copre tutta la durata dell’articolazione del fono. Sono 5 in italiano:

• Labiodentale sorda /f/ di fame e labiodentale sonora /v/ di verme.

• Alveo-dentale sorda /s/ di sano e alveo-dentale sonora /z/ di sgomento.*

• Prepalatale sorda /ʃ/ di scemo.

*sibilante sorda e sonora: in posizione iniziale seguita da vocale (#sV_) è sempre sorda: sandalo: [‘zandalo]. In posizione post-consonantica (_Cs_) è sempre sorda: corso: [‘korso], mai [‘korzo]. Se lunga (intensa) è sempre sorda: passo: [‘passo]. In posizione pre-consonsonantica (_sC_) la pronuncia dipende dalla sonorità della consonante che segue: sgomento: [‘zgomento], stare: [‘stare]. In posizione intervocalica (_VsV_) la pronuncia dipende dalla provenienza geografica: sorda al centro-sud, sonora al nord.

• Consonanti affricate: rapida successione di un’occlusiva e una fricativa. Silenzio iniziale + frizione. 4 in italiano:

• Alveo-dentale sorda /ts/ di zio e alveo-dentale sonora /dz/ di zona.*

• Prepalatale sorda /tʃ/ di celo e prepalatale sonora /dʒ/ di gelo.

*affricata alveodentale sorda e sonora: entrambe rese graficamente con “z”, in posizione iniziale la pronuncia dipende dalla provenienza geografica (sorda al centro-sud, sonora al nord). In posizione intervocalica, i due foni alveolari sono pronunciate sempre intensi: azione: [at’tsjone], razzo: [‘raddzo], indipendentemente dalla grafia.

• Consonanti nasali: passaggio del flusso d’aria nella cavità nasali. Sempre sonori. 5 in italiano:

• Bilabiale /m/ di mano.

• Labiodentale /ɱ/ di inverno.

• Alveo-dentale /n/ di nano.

• Prepalatale /ɲ/ di gnomo.

• Velare /ɳ/ di inganno.

/m/, /n/, /ɳ/ e /ɱ/, in posizione preconsonantica, prendono il luogo d’articolazione della consonante che segue. In posizione intervocalica si alternano /n/ e /m/. La palatale /ɲ/ -GN- im posizione intervocalica, è sempre intensa: ragno: [‘raɲɲo].

• Consonanti vibranti: prodotte dalla vibrazione di un organo fonatorio (lingua): sequenza continua di vibrazioni. 1 in italiano:

• Alveolare sonora /r/ di ragno.

• Consonanti laterali: passaggio d’aria nella cavità orale ai due lati della lingua. 2 in italiano.

• Alveolare sonora /l/ di lato.

• Alveolare palatale /ʎ/ di aglio. sempre lunga in posizione intervocalica.

LE SEMICONSONANTI (o approssimanti): suoni intermedi fra vocali e consonanti, appaiono sempre in dittongo. Molto simili alle vocali dal punto di vista acustico e articolatorio, ma NON possono essere nucleo di sillaba (come le consonanti). 2 approssimanti in italiano:

• Approssimante palatale o anteriore: /j/ detta jod di ieri: [‘jɛri].

• Approssimante velare o posteriore: /w/ detta uau di uomo: [‘ 0 2 5 4w mo]

LE VOCALI: il sistema vocalico tonico dell’italiano è eptavocalico: è composto da 7 vocali. Il sistema vocalico atono è pentavocalico: formato da 5 vocali. Le vocali italiane sono tutte orali e sonore. I parametri per classificarle sono:

Altezza della lingua: livello d’innalzamento della lingua nel cavo orale: vocali alte: /i/ e /u/. Medio- alte: /e/ e /o/. Medio-basse: /ɛ 0 2 5 4/ e / /. Bassa: /a/.

Posizione orizzontale della lingua: posizione davanti al cavo orale: vocali anteriori o palatali: / 0 2 5 B/, /e/ e /i/, una vocale centrale: /a/, e tre vocali posteriori o velari: / 0 2 5 4/, /o/ e /u/.

Posizione della lingua: le labbra possono essere più o meno arrotondate: vocali arrotondate: / 0 2 5 4/, /o/ e /u/. Vocali non arrotondate: /a/, /ɛ/, /e/ e /i/.

Data il rapporto non univoco tra grafia e parlato (a un fonema possono corrispondere due grafemi: /k/=[c] o [q]; a un grafema possono corrispondere due fonemi: [c]=/k/ o /tʃ]; a un grafema non corrisponde nessun fonema: [h] che è un segno diacritico), è stato pensato un alfabeto che riproduce in modo univoco grafia e parlato: l’IPA (alfabeto fonetico internazionale).

FONOLOGIA

Ogni suono riproducibile dall’apparato fonatorio umano è un fono, un potenziale suono del linguaggio umano. Quando i foni hanno valore distintivo in una lingua, e quindi distinguono parole altrimenti uguali, allora si chiamano FONEMI, unità minime della fonologia. La trascrizione fonematica non tiene conto delle caratteristiche non distintive, quindi non cerca di classificare ogni suono esistente limitandosi solo a registrare i fonemi. Per es. I foni nasali delle parole “angolo” e “nano”, possono essere scambiati tra loro senza determinare cambiamenti di senso: la loro pronuncia è obbligata dalla posizione, non è libera, il parlante realizza i diversi foni naturalmente. Invece, i fonemi /d/ e /t/ di dado e dato, producono un cambio del significato della parola: hanno valore fonematico.

Foni diversi che costituiscono realizzazioni diverse dello stesso fonema si dicolo allofoni (/n/ di angolo e nano). Una coppia di parole uguali in tutto tranne che per un fonema in una certa posizione si dice coppia minima. Per dimostrare che in una lingua un fono ha valore di fonema bisogna utilizzare la prova di commutazione.

Fonemi: unità minime di seconda articolazione, quindi non ulteriormente scomponibili in segmenti più piccoli. Tuttavia, un fonema può essere definito come costituito da un fascio di proprietà articolatorie simultanee. Due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico pertinente binario: per es, /d/ e /t/, uguali in tutto, si differenziano soltanto per la sonorità. Da questo presupposto nasce la teoria dei tratti distintivi, che consente di rappresentare economicamente tutti i fonemi come un fascio di tratti distintivi con valore + o -.

Definizione dei tratti:

1.

Sillabico: può costituire il nucleo di una sillaba (solo vocali).

2. Consonantico: fonema prodotto con frapposizione di un ostacolo.

3. Sonorante: fonema prodotto con passaggio d’aria libero, senza ostacoli e con vibrazione delle corde vocali. Sono sonoranti le vocali, le semivocali, le nasali, le laterali e le vibranti.

4. Sonoro: fonema prodotto con vibrazione delle corde vocali.

5. Continuo: fonema prodotto con una costrizione nella cavità orale, che consende di protrarre nel tempo la durata del fonema. Fricative, laterali, vibranti e semivocali.

6. Nasale: fonema prodotto con abbassamento del velo e passaggio dell’aria nelle cavità nasali.

7.

Rilascio ritardato: fonema prodotto in due momenti, una prima fase in cui l’aria è trattenuta (fase occlusiva) e una seconda in cui è rilasciata (fase fricativa): consonanti affricate.

8. Laterale: fonema prodotto con passaggio d’aria ai lati della lingua.

9. Arretrato: fonema prodotto con la lingua in posizione arretrata rispetto alla posizione neutra: le occlusive velari, semivocale posteriore e le vocali /a/, / 0 2 5 4/, /o/, /u/.

Voc. + - +, Cons. C nsonanti

10. Anteriore: costrizione nella zona alveolare o ancora avanti (labiali, labiodentali o dentali).

11. Coronale: lingua sollevata rispetto alla posizione neutra (dentali, alveolare e alcuni palatali).

12.

Arrotondato: labbra protese in avanti: / 0 2 5 4/, /o/, /u/.

13. Alto: lingua sollevata rispetto alla posizione neutra: /i/ e /u/.

14. Basso: lingua abbassata rispetto alla posizione neutra: /a/, / 0 2 5 4/ e /ɛ/.

I fonemi dell’italiano: non tutte le lingue hanno lo stesso numero e gli stessi fonemi: l’italiano standard ne ha 30 (alcuni dicono 28, non considerando le semivocali come fonemi), o 45 se si calcolano anche i fonemi intensi. Lo statuto delle consonanti lunghe è problematico. Se si accetta l’opposizione [‘kane] vs [‘kanne] ([‘kan:e]), come una coppia minima (canne formata da 4 fonemi), allora il numero di fonemi aumenta di 15: tutte le consonanti possono geminare, tranne le 5 sempre lunghe quando intervocaliche (/ 0 2 8 3 0 2 7 2/, /ts/, /dz/, / / e / 0 2 8 E/), e la /z/, sempre breve.

Problematiche sono anche differenze di pronuncia tra uan regione e l’altra. In particolare si nota una tendenza settentrionale a evitare consonanti intense, a sonorizzare le occlusive, a pronunciare la sibilante sorda come una sibilante sonora, e altrettanto con l’affricata dentale sorda. Nel settentrione non è avvertita l’opposizione tra vocali aperte e chiuse in posizione tonica. La consonante nasale solitamente ha

0 2 7 3realizzazione (dorso)velare davanti a consonanti velari ([‘a golo]). Al nord c’è la tendenza a pronunciare come nasale velare ogni nasale in fine di sillaba.

Altro fenomeno importante è il raddoppiamento fonosintattico: raddoppiamento della consonante iniziale di una parola dopo un monosillabo, parole ossitone e alcune parole baritone (come, dove...). Il fenomeno è molto attivo nel centro-sud. In alcuni casi il raddoppiamento è stato registrato dalla grafia nei casi di univerbazione (eccetera, allora, eppure).

LE SILLABE: minime combinazioni di fonemi che funzionano come unità pronunciabili. Vocale: nucleo della sillaba attorno a cui si radunano semivocali e consonanti. Una vocale può formare da sola una sillaba, una consonante no. Strutture sillabiche tipiche dell’italiano: CV (CA-NE), V (A-pe), VC (AL-to), CCV (STI-le), CCCV (STRA-no), CVC (CAN-to). Non esiste la combinazione CVCC (ingl. LAND). Per identificare i confini di una sillaba: due consonanti contigue all’interno di parola sono assegnate alla vocale che ha come nucleo la vocale seguente, se tale combinazione compare anche all’inizio di parola (ma-gro esiste gre-co/ tan-to non esistono parole italiane che iniziano per NT-). Le consonanti geminate si dividono tra sillaba successiva e precedente (tat-to). Terminologia tecnica: parte che precede la vocale: attacco della sillaba (Can-to); vocale stesse: nucleo (cAn-to); parte che segue la vocale: coda (caN-to). NB le sillabe con coda si dicono chiuse o implicate. Senza coda si dicono aperte o libere.

Dittongo: combinazione di una semivocale e di una vocale. Può esssere ascendente nella forma semiV + V (CHIEDO); discendente nella forma V + semiV (AUTO). Un trittongo è la combinazione tra due semivocali e una vocale (a-iuo-la).

Fatti prosodici (o soprasegmentali): fenomeni fonetici e fonologici rilevanti che non riguardano i singoli segmenti, ma la catena parlata nella successione lineare, i rapporti dei foni che si susseguono. Contesto d’azione: sillaba e successioni di sillabe.

Accento: particolare intensità di pronuncia di una sillaba. In italiano è intensivo e dinamico, dipende quindi dipende dall’intensita di pronuncia delle sillabe. Non va confuso con l’accento grafico, segno diacritico che permette di distinguere monosillabi omografi e di riconoscere parole ossitone. La posizione dell’accento può essere libera o fissa. In lingue come il francese l’accento è fisso: tutte le parole sono ossitone. In italiano l’accento è anche contrastivo: ha quasi valore fonematico, poiché permette di disambiguare parole tra loro segmentalmente uguali ( [‘ka:pitano] vs [kapi’ta:no]). In italiano invece l’accento è libero: ci sono parole ossitone (tronche), parossitone (piane) e proparossitone (sdrucciole). Raramente l’accento si presenta sulla quartultima sillaba (bisdrucciola)

Vocali

o sulla quintultima (trisdrucciola), solitamente nei verbi con pronomi clitici [‘fabbrikamelo]. In questi casi la tendenza è di mettere un accento di supporto (secondario) per aiutare la pronuncia.

Tono e intonazione: tono: l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba. Esistono lingue tonali in cui il tono ha funzione contrastiva (CINESE, in cui ma può voler dire: lino, cavallo, bestemmiare e mamma). L’intonazione è l’andamento melodico con cui viene pronunziata la frase. È una sequenza di toni che conferisce all’emissione fonica nel suo complesso un andamento melodico. In italiano è fondamentale nella pragmatica: intonazione ascendente: domanda; intonazione discendente: esclamazione.

Lunghezza (o durata o quantità): estensione relativa di fonemi e sillabe.ogni fono può essere breve o lungo. La durata delle vocali non ha carattere distintivo in italiano (≠ latino e tedesco). In generale, sono lunghe le vocali in sillaba libera tonica, mai in finale di parola. ([‘ka:sa]). La lunghezza delle consonanti ha valore distintivo. Le semiconsonanti /j/ e /w/ e la sibilante sonora /z/ sono sempre tenui; le affricate alveolari sorda e sonora /ts/ e /dz/, e le fricative laterale palatale /ʎ/, nasale laterale /ɲ/ e sibilante palatale /ʃ/ intervocaliche, sono sempre lunghe. NB: nella trascrizione fonematica in italiano, la lunghezza della vocale non andrà sottolineata poiché non ha valore distintivo.

MORFOLOGIA (CAP III)

Siamo ora sul piano del significante portatore di un significato, quindi si prendono in considerazione le unità minime di prima articolazione, i morfemi. Il livello di analisi è la morfologia, l’ambito d’azione è lo studio della parola non più come sequenza di fonemi ma come” sequenza di elementi minori dotati di significato (morfemi), costituita spesso attorno a una base lessicale che funzioni come entità autonoma della lingua, e possa rappresentare isolatamente, un segno linguistico compiuto, o comparire come unità separabile costitutiva di un messaggio”. Criteri peruna definizione e individuazione più precisa:

L’ordine dei morfemi in una parola è fisso e rigido: gatt-o, non o-gatt.

• I confini della parola sono potenziali pause nel discorso.

• La parola è separata/bile nella scrittura.

• Dal punto di vista fonetico, la pronuncia di una parola è continua e ha un unico accento primario.

Unità minime di prima articolazione: morfemi, per esempio dentale: dent (organo della masticazione)+al (aggettivo relativo a...) +e (singolare). Tre morfemi suscettibili a entrare come componenti di altre parole (dente; mortale; pelle). La presenza di parti del significante uguali in altre parole non vuol dire che il morfema sia lo stesso: in studente, la sequenza -dent- non è un morfema: il morfema in causa deve apparire come isolabile con lo stesso significato. Per scomporre una parola in morfemi si applica la prova di commutazione.

Quindi MORFEMA: il più piccolo pezzo di significante che porta un significato proprio, quindi di valore e funzione precisi, individuabile e riutilizzabile. Sinonimo di morfema, per alcuni linguisti, è monema, distinguibile in semantemi (elementi lessicali) e morfemi (elementi grammaticali). Un morfo è un morfema intesa come forma, dal punto di vista del significato, prima e indipendentemente dalla sua analisi finzionale e strutturale. Allomorfo: variante formale di un morfema (come gli allofoni e i fonemi): significanti diversi con lo stesso significato. Per es. Significato=spostarsi avvicinandosi in un luogo: ven-, vien- venn- veng- e ver-. Quindi il morfema ven- ha quattro allomorfi. Anche –abil-, -ibil-, -ubil- sono allomorfi, e le cause di questo tipo di allomorfia sono diacroniche, quindi avvengono nella storia della lingua. Invece le cause dell’allomorfia tra in- e il- di inutile e illecito, sono sincroniche, per le modificazioni fonetiche dovute all’incontro di determinati foni. Esistono anche morfemi lessicali: completamente diversi nella forma ma con lo stesso significato: equin- cavall-, o acqu-idr-.

Esistono vari tipi di morfemi in base alla funzione svolta o in base alla posizione assunta nella parola. Classificazione funzionale:

1. I morfemi lessicali: dent-. Stanno nel lessico di una lingua, costituiscono una classe aperta.

2. I morfemi grammaticali: -al-. Stanno nella grammatica di una lingua, sono una classe chiusa i cui elementi sono tutti predicibili e si possono enumerare.

Non sempre questa classificazione è applicabile senza problemi: vd parole funzionali (articoli, pronomi personali, preposizioni e congiunzioni), classi grammaticali ma difficilmente definibili come morfemi grammaticali in sé. In questo caso si è pensato di distinguere tra morfemi liberi (lessicali) e legati (grammaticali, che non possono comparire isolati, ma solo in combinazione con altri morfemi). In questo modo, le parole funzionali sarebbero morfemisemiliberi.

I due grandi ambiti della morfologia sono la derivazione (che dà luogo alle parole e ne regolamenta i processi di formazione; non obbligatoria) e la flessione (che dà luogo alle parole regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi; obbligatoria). A partire da radici lessicali prima agisce la derivazione e poi la flessione.

Classificazione posizionale dei morfemi: i morfemi grammaticali, dal punto di vista della posizione, si dividono in classi diverse rispetto alla collocazione che assumono rispetto alla radice. I morfemi grammaticali possono essere chiamati affissi (ogno morfema che si combina con una radice lessicale). Ne esistono molti tipi:

1. Prefissi: si pongono prima della radice (inutile: in- affisso derivazionale)

2. Suffissi: si pongono dopo la radice (cambiamento ament- è suff. Derivazionale, -o è suff. Flessionaledesinenza).

3. Infissi: non ne esistono veri e prorpi in italiano, forse –ic- di “cuoricino”. Si pongono dentro la radice.

4. Circonfissi: due parti, una prima e una dopo la radice (non esiste in italiano). Per es. Gesagt participio passato di “sagen”.

5. Transfissi: per es. In arabo ed ebraico: si incastrano nella radice dando luogo a discontinuità sia dell’affisso sia della radice (lichtov da CTV).

Altri tipi di morfemi: esistono morfemi i cui morfi non sono isolabili segmentalmente: sostitutivi: un fono ne sostituisce un altro nella radice. Per es. Ingl footfeet: il plurale è dato dalla modificazione della radice. In alcuni casi si parla anche di morfo zero, dove una distinzione tra due parole di una lingua non viene rappresentata nel significante (plurali indistinti in inglese sheep-sheep o nominativi coincidenti con il tema nudo in latino come “exul”). Esistono anche superfissi, il cui valore si presenta attraverso un tratto soprasegmentale (récord ≠ recòrd in inglese). Morfemi cumulativi: morfemi che recano due significati/ valori: per es. “buone”, in cui il morfo –e porta sia il significato di femminile sia il plurale. Nozione legata a quella di morfema cumulativo è quella di morfema amalgama, in cui la fusione di due morfemi non rende più distinguibili i morfemi originari (au in francese = à + il)

Derivazione e formazione delle parole: in ogni lingua esiste un modulo finito di morfemi derivazionale che danno origine a una famiglia lessicale (o di parole), formata da tutte le parole che hanno in comune lo stesso morfema lessicale: es. Socio: sociale, socialità, associare, società... problema della vocale tematica: la vocale iniziale della desinenza dell’infinito (mangiAre). Morfemi derivazionali come –abil-, potrebbero essere quindi scomposti in due morfi, a-, che indica l’appartenenza a una determinata coniugazione, e –bli-, che indica la potenzialità. –abil- quindi è un allomorfo di –bil-. Un’altra possibilità è considerare la vocale tematica come parte dell aradice lessicale (cambia-ment-o).

Prefissoidi: sociologia socio-log-i-a (con socio che vuol dire della società, quindi “studio della società), socio è un morfema lessicale che si comporta come un prefisso. Suffissoidi (termometro -metr-o). Questi due tipi di morfemi sono chiamati anche come semiparole.

Parole composte: nazionalsocialismo, posacenere... più parole agganciate formano un’entità unica, in cui i membri sono riconoscibili e portano il loro valore normale. Nella formazione di parole composte, in italiano, segue lo schema modificando (testa sintattica)-modificatorequalcosa che porta la cenere. Esistono tuttavia parole composte nell’ordine inverso: bagnoschiuma (schiuma per bagno).

Unità lessicali pluriessematiche: usa e getta, purtare fuori... costituite da sintagmi fissi che rappresentano un’unica identità di significato, che non corrisponde alla somma della semplice somma dei significati (gatto delle nevi, gatto domestico...). spesso tali formazioni hanno valore

idiomatico (essere al verde...). Questi fenomeni si pongono nell’intersezione fra sintassi e semantica lessicale, e non si pongono nel campo d’azione della morfologia derivazionale. Esistono parole bimembri, che non hanno raggiunto il grado di fusione delle parole composte, a metà strada tra parole composte e unità pluriessematiche (nave scuola, parola chiave...).

Sigle o acronimi: meccanismo marginale. Formate dalle lettere iniziali di parole piene che funzionano da unità pluriessematiche, la cui pronuncia compitata è promossa a parola autonoma (TG: tiggì, CGIL: cigielle...). Quando la sequenza è compatibile con la struttura fonologica della parola in italiano, diventa a sua volta una parola (IVA, NATO).

Parole macedonia: nate dall’unione con accorciamento di due parole: cantautore= cantante + autore, smog: smoke + fog.

In italiano, il più importante e produttivo dei procedimenti di formazione di parole è la suffissazione, che ha la proprietà di mutare la classe grammaticale delle parole (da verbi a sostantivi, da verbi ad aggettivi...). Importante è anche la prefissazione, che però non muta la classe originale delle parole. Esistono anche suffissi alterativi, che aggiungono al significato del morfema lessicale un significato di valore valutativo (diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi...).

Le parole derivate si possono definire in maniera tale da ta definire: 1) procedimento di formazione; 2) classe lessicale della base da cui derivano; 3) classe lessicale a cui appartiene il risultato. C’è anche la conversione, riguardo coppie di parolecon la stessa radice lessicale ed entrambi privi di suffisso, tra i quali, in termini derivazionali, non è possibile stabilire la parola primitiva. Generalmente si assume che tra un verbo e un sostantivo (lavorare-lavoro) venga primo il verbo, che designa l’atto di fare qualcosa, e poi il qualcosa che si fa. Tra un verbo e un aggettivo è probabile che venga prima l’aggettivo (bello-abbellire), perché un verbo designa l’azione di far assumere a un oggetto le caratteristiche che l’aggettivo designa.

Tipi morfologici di parole per la storia derivazionale:

1. Parole primitive (mano).

2. Parole alterate (manona).

3.

Parole derivate (maniglia).

4. Parole composte (corrimano).

5.

Parole prefissate/suffissate (rimaneggiare).

6. Unitàpluriessematiche (mano morta).

Il processo derivazionale si piò rappresentare con un diagramma ad albero.

Flessione e categorie grammaticali: i morfemi flessionali non modificano il significato della radice lessicale, ma l’attualizzano nel contesto di enunciazione, realizzano il valore di una determinata categoria grammaticale; sono la “marca” di quel valore. Esistono due tipi di morfemi flessionali: quelli che agiscono sui nominali, e quelli che agiscono sui verbi. Tra i morfemi nominali, oltre al caso, non più esistente in italiano, e attivo nel tedesco e nel latino, l’italiano ha come categorie nominali il genere (maschile e femminile) e il numero (singolare e plurale).

paroladesinenzarefissosufrad c

Il processo attraverso il quale un verbo assegna il casoo a un suo complemento viene chiamato reggenza. Anche le preposizioni, nelle lingue che utilizzano i casi, possono assegnare il caso (in lat. Cum+ablativo). La nozione di reggenza si applica anche al rapporto fra verbi e preposizioni, quando certi verbi richiedono determinate preposizioni (pensare a, contare su...).

In alcune lingue gli aggettivi possono essere marcati per grado. In italiano il solo caso in cui utilizza la flessione e non forme perifrastiche, è quello del superlativo. Altre lingue marcano con morfemi appositi la definitezza (sostantivo definito-indefinito) o il possesso (come il turco o l’ebraico).

La morfologia verbale ha cinque categorie flessionali principali (modo, tempo, aspetto, diatesi e persona). Certe lingue (come l’italiano), marcano anche il genere.

Le parti del discorso (9) nella grammatica italiana, sono nove: cinque variabili: nome, aggettivo, verbo pronome e articolo; e quattro invariabili: avverbio, interiezione, preposizione e congiunzione. Parole a cavallo fra più classi: “ecco”: avverbio con proprieta di verbi: accetta pronomi clitici (eccolo, eccola). Tutto: aggettivo che è preposto all’articolo.

Mentre le categorie grammaticali (tranne il caso) sono tutte analizzabili sull’asse paradigmatico, considerando quindi le parole in isolamento, altre categorie grammaticali si individuano sull’asse sintagmico, e sono quindi analizzate nel contesto del rapporto con altre parole all’interno del messaggio linguistico. Queste ultime si possono definitr funzioni sintattiche: soggetto, complementi, predicato...

La stessa distinzione tra asse sintagmico e paradigmatico è importante nella distinzione dei modi di funzionamento della morfologia flessionale: la flessione inerente (riguarda la marcatura a cui viene assoggettata una parola in isolamento, per il solo fatto di essere selezionata nel lessico e applicata in un messaggio) e la flessione contestuale (specifica una forma e seleziona i relativi morfemi flessionali in relazione al contesto in cui la parola viene usata, dipendendo dai rapporti gerarchici di natura sintattica che si verificano all’interno di una frase). Più in generale, un meccanismo comune a molte lingue, è quello della marcatura d’accordo, che prevede che gli elementi suscettibili di flessione, in un costrutto, prendano le marche delle categorie flessionali per le quali è marcato l’elemento a cui si riferiscono (accordo verbo soggetto in italiano).

SINTASSI (CAP IV)

La sintassi è il livello di analisi che ha come unità di studio la frase, come le parole si combinano per formare messaggi. La frase è un’entità linguistica che normalmente funziona come unità comunicativa, cioè cosstituisce un messaggio. È identificata dal contenere una predicazione, l’assegnazione di una proprietà a una variabile o di una relazione fra più variabili. Poichè normalmente la predicazione è affidata ai verbi, si può dire che ogni verbo autonomo identifichi una predicazione (anche se esistono frasi nominali, senza verbi: bella questa casa!). con frase si designano anche costrutti dall’estensione msggiore e più complessi: i predicati.

Un modo per analizzare la struttura delle frasi è l’analisi per costituenti, introdotta dallo strutturalismo americano negli anni ’30 del ‘900, che segue il criterio della prova di commutazione. Data una frase, si confronta con un’altra frase più semplice ma con la stessa struttura, individuando così i costituenti fondamentali della frase iniziale. Confrontando i costituenti individuati con altri della stessa natura, ma più semplici, possiamo motivare i tagli successivi fino ad arrivare alle parole.

Data la frase “mio cugino ha comprato una macchina nuova”, la confrontiamo con la più semplice “Gianni legge”. I costituenti immediati della seconda sono “Gianni” e “legge”, si ricava che la frase di partenza ha come costituenti immediati “mio cugino” e “ha comprato la macchina nuova”, che svolgono le stesse funzioni di “Gianni” e “legge”. Stesso ragionamento si applica a “mio cugino” e confrontandolo con “il gatto”, individundo così i costituenti di questo sintagma, “mio” e “cugino”, arrivando così al termine dell’analisi per questo segmento. Ancora, “ha comprato una macchina nuova” si confronta con “mangia una mela”, e si capisce che “ha comprato ha la stessa funzione di “mangia”, e “una macchina nuova” la stessa di “una mela”.

Il metodo di rappresentazione più diffuso per l’analisi in costituenti è quello degli alberi etichettati, che rende visibile la struttura della frase nel suo sviluppo lineare sia nei rapporti gerarchici tra i costituenti.

Un albero è un grafo costituito di nodi da cui si dipartono rami. Ogni nodo è un sottolivello di analisi della sintassi, e reca il simbolo della categoria a cui appartiene (F=frase, SN=sintagma nominale, SV=sintagma verbale, Poss=possessivo, N=nome, V=verbo, Det=determinante*, Art=articolo, Aus=ausiliare, PP=participio passato, Agg=aggettivo) ogni nodo domina i nodi dei rami che si dipartono da esso. Un albero è detto indicatore sintagmico.

*Determinante: categoria che può comprendere articoli, aggettivi dimostrativi, e altri elementi riconosciuti come appartenenti alla stessa classe sulla base della loro distribuzione (che compaiono sempre nello stesso contesto, quindi davanti a un nome).

La posizione SN può anche non essere riempita, ma in ogni caso va rappresentata nel diagramma: es. “Corro”:

SINTAGMI: tre sottolivelli di analisi sintattica: le frasi, i sintagmi, le parole. Il gruppo più importante per l’analisi sintattica è quello dei sintagmi. Definizione sintagma: minima combinazione di parole che funzioni come unità della sintassi. I sintagmi sono costruiti attorno a una testa in base a cui vengono classificati e da cui prendono il nome (nel sintagma nominale “la copertina blu”, se “la” e “blu” venissero cancellati, il sintagma rimarrebbe nominale; se togliessimo “copertina” invece il sintagma perderebbe la sua natura: copertina quindi è la testa del SN). Un sintagma nominale è costruito attorno a un nome N, che può essere sostituito da un pronome PRO. Il SN minimo è N (o PRO), l’SN massimo può essere molto complesso, per es: “tutti quei miei quattro bei polli grassi”

(quant*)+(det)+(poss)+(num)+(agg)+N+(agg) con quant=quantificatore, num=numerale.

Le posizioni indicate tra parentesi sono facoltative. Le posizioni, sia prenominale sia postnominale, dell’aggettivo, sono ricorsive (si trova più di un agg prima e dopo il nome). In posizione post nominale l’agg può essere sostituito da un SPrep (sintagmapreposizionale) formato da un preposizione e un SN. Infattti, “polli grassi” e “polli da cortile”, hanno la stessa configurazione strutturale.

Nel campo della grammatica generativa, il tema della struttura interna dei sintagmi è stato approfondito sotto il nome di teoria X-barra, che individua i diversi ranghi di complessità di un sintagma X con l’indicazione di apici o barre (X’, X’’...): più

sono gli apici, più è complesso e dotato di sottolivelli il sintagma interessato.

Requisito fondamentale per la corretta rappresentazione deelle frasi è che, rispettando la successione lineare dei sintagmi, si tenga conto degli effettivi rapporti sintattici esistenti fra essi. Per es. Nelle frasi 1) Gianni legge un libro con piacere; 2) gianni legge un libro con la copertina blu; 3)Gianni legge un libro per tutta la notte. 1)con piacere, 2) con la copertina blu e 3)per tutta la notte, sono tutti Sprep in posizione finale, ma nella frase 1 è riferito al sintagma verbale, nella 2 al sintagma nominale e nella 3 si riferisce all’intero evento rappresentato nella frase e lo modifica dal punto di vista temporale: va attaccato al nodo F.

In generale, ogni elemento che sta sul ramo alla destra di un nodo, modifica il costituente alla sinistra sotto lo stesso nodo. Una posizione esterna al nodo F, che si diparte da un nodo F che ha al terminale un altro nodo F più basso, può essere occupata anche da un avverbio che modifichi l’intera frase. Un SN può contenere al suo interno uno o più Sprep (il libro di favole di Fedro).

Funzioni sintattiche: ai sintagmi che riempiono le posizioni strutturali di un indicatore sintagmico vengono assegnati vari valori. Il sintagma assume determinati valori funzionali necessari per l’interpretazione semantica delle frasi. Questi costituenti si comportano seguendo dei principi complessi che, combinandosi tra loro in un certo ordine, conferiscono alle frasi la struttura sintattica con cui ci appaiono.

Una fondamentale classe di principi interna alla sintassi è quella delle funzioni sintattiche: il ruolo con che sintagmi assumono nella sintassi della frase. In generale, si può dire che i sintagmi nominali possono fungere da soggetto o da oggetto, i sintagmi preposizionali da complementi indiretti, i sintagmi verbali da predicato verbale.Solitamente il soggetto è individuabile perché è il SN con cui si accorda il verbo. Soggetto=SN dominato direttamente da F; Complemento oggetto=SN dominato da SV. In italiano i complementi sono introdotti generalmenge da preposizioni. In lingue con morfologia del caso (latino) alcuni complementi sono marcati cotemporaneamente da una preposizione e da un caso (in+ablativo).

Schemi valenziali: o strutture argomentali. Le funzioni sintattiche vengono assegnate a partire da schemi valenziali, che costituiscono l’embrione iniziale della frase, la struttura minima. Quando dobbiamo enunciare una frase, partiamo dalla selezione di un verbo,: questo verbo è associato a delle valenze. Ogni predicato configura degli elementi chiamati in causa (le valenze) e ha quindi un certo schema valenziale. I verbi quindi possono essere:

1. Monovalenti: es. Camminare o piangere. Implicano solo un soggetto (IO cammino/piango).

2. Bivalenti: es. Lodare, interrogare. Implicano qualcuno che lodi e qualcuno che venga lodato.

3. Trivalenti: es. Dare: Qualcuno che dia Qualcosa a Qualcun altro.

4. Tetravalenti: es. Spostare: Qualcuno che sposti Qualcosa da Qui a Lì. (o pagare per il prezzo).

5. Zerovalenti o atmosferici: es. Piovere: piove.

Le valenze costituiscono con il verbo gli elementi minimi essenziali della frase, anche quando non tutte vengono realizzate (Luisa sta mangiando, mangiare è bivalente, ma solo una valenza è occupata)non tutte le posizioni sono saturate.

Molti verbi, con significati diversi, ammettono diversi schemi valenziali. Per es. Attaccare è bivalente nel senso di “assalire”, trivalente nel senso di “incollare”. Sulla base degli schemi valenziali, il soggetto si può definire come la prima valenza di ogni verbo. La seconda valenza coincide con la funzione sintattica di oggetto nei verbi transitivi, ma può anche essere compl. Di luogo, pred. Del sogg. O dell’ogg, o altri complementi (“questa villa appartiene a...”).

Probabilmente lui è partito per Parigi

In una frase, oltre ai costituenti fondamentali, che rendono le funzioni sintattiche previste dal verbo, si possono trovare anche costituenti circostanziali, che realizzano altri argomenti e non fanno parte dello schema valenziale del verbo. I circostanziali hanno un’importante funzione semantica, poiché, appartenendo alla cornice degli eventi, aggiunge informazioni salienti dal punto di vista del valore comunicativo della frase. I cicostanziali hanno una certa lubertà di posizione.

Esempio: il maestro ha lodato l’allievo (NUCLEO della frase) con entusiasmo al circolo dei lettori, ieri (CIRCOSTANZIALI).

Ruoli semantici: altro ordine di principi, che concernono propriamente il modo in cui il referente di ogni sintagma contribuisce e partecipa all’evento descritto dal messaggio. Per individuare tali funzioni occorre uscire dall’idea di frase come struttura sintattica e guardare l’evento d’insieme come a una rappresentazione teatrale, una scena, in cui ogni sintagma svolge un ruolo preciso. Non esistono procedimenti di definizione precisi, né una lista di ruoli completa. Categorie principali universalmente riconosciute:

1. Agente: entità animata che si fa intenzionalmente parte attiva e provoca ciò che accade (Gianni mangia una mela).

2. Paziente: entità coinvolta passivamente: subisce l’evento o si trova in una certa condizione (...una mela).

3. Sperimentatore: entità toccata da, o che provoca un certo stato/processi psicologici (a Luisa piace il gelato).

4. Beneficiario: entità che trae beneficio dall’azione (Gianni regala un libro a Luisa).

5. Strumento: entità inanimata mediante la quale avviene l’evento (...col coltello).

6. Destinazione: entità verso cui si rivolge l’azione, o che costituisce l’obiettivo (Luisa parte per le vacanze).

A questi qualcuno aggiunge località, provenienza, dimensione, comitativo (...col professore). Anche per i verbi si possono distinguere ruoli semantici: processo, azione, stato... NB non c’è corrispondenza biunivoca tra ruoli semantici e funzioni sintattiche, per esempio: nelle frasi “Gianni ha aperto la porta” e “la porta è stata aperta”, dal punto di vista della funzione sintattica, “la porta” è prima oggetto e poi soggetto, ma guardando ai ruoli semantici, “la porta” è sempre pazienta. La diversa distribuzione del rapporto fra ruoli semantici e funzioni sintattiche è infatti nella frase passiva.

La possibilità di rendere una frase passiva è un criterio importante per distinguere classi di verbi in base al comportamento sintattico. Sono passivizzabili i verbi transitivi (che reggono il complemento oggetto e sono trivalenti) come “leggere”, “portare”, “dare”...non sono passivizzabili i verbi intransitivi (camminare, arrivare...). Tra i verbi intransitivi si distinguono due classi di verbi: gli inaccusativi, che hanno come ausiliare il verbo essere (arrivare, cadere...) e gli inergativi, che hanno come ausiliare il verbo avere (camminare, lavorare...).

Struttura pragmatico-informativa: possiamo, attraverso gli elementi già visti, concepire le operazioni che portano alla formazione delle frasi: una frase collega una rappresentazione di un evento della realtà o della nostra immaginazione, filtrata dal nostro intelletto, a una catena fonica/grafica costituita da suoni del linguaggiomateria grezza del segnale. Scegliamo quindi un certo predicato, che porta con sé un dato schema valenziale (fase A). A questo schema applichiamo un’interpretazione semantica attraverso i ruoli semantici (fase B). I ruoli semantici vengono proiettati in funzioni sintattiche (fase C). Il tutto viene espresso e realizzato in una struttura per costituenti.

Esiste poi un altro piano, quello dell’organizzazionepragmatico-informativa, dal punto di vista del valore con cui le frasi possono essere usate nella comunicazione.si distinguono 4 tipi di frasi:

1. Dichiarative (affermazione generica)

2. Interrogative

3. Esclamative

4. Imperative

Dal punto di vista dell’informazione veicolata, una frase può essere vista come un’affermazione fatta intorno a qualcosa. Distinzione tra REMA (ciò su cui si fa un’affermazione/topic) e TEMA (le predicazione che viene fatta/comment) per esempio “Luisa va a Milano: Luisa=tema, va a Milano=tema. Ogni frase ha una parte rematica, mentre esistono frasi atematiche come “prendi la valigia!”. Altra distinzione in qualche modo simile a quella tra rema e tema è quella tra dato (elemento noto, o precedentemente introdotto nel discorso o facente parte delle conoscenze condivise) e nuovo (elemento portato come informazione nuova). Spesso dato e tema coincidono, e così anche nuovo e rema, ma non sempre (“il gatto sta giocando nel tuo giardino”: gattotema, ma anche nuovo; giardino: rema/nuovo).

Nelle frasi normali, non marcate, soggetto, tema e agente tendono a coincidere, ma le lingue hanno dei dispositivi per separare le tre funzioni. In italiano c’è la dislocazione a sinistra (il topo lo insegue un gatto tema=oggetto), la dislocazione a destra (lo vuoi un caffè?), la costruzione passiva, la frase scissa (è il gatto che insegue il topo).

Un’altra funzione rilevante in termini di struttura informativa della frase è il focus, il punto in cui è concentrata l’attenzione della frase (in “lui al mattino prende il caffè”, il focus è il caffè). Il focus si può evidenziare con la frase scissa (è lui che ha preso la marmellata).

Una frase si può analizzare sintatticamente sotto quattro prospettive:

1. Configurazionale: relativa alla struttura per costituenti.

2. Sintattica: relativa alle funzioni sintattiche.

3. Semantica: relativa ai ruoli semantici.

4. Pragmatico informale: tema/rema, dato/nuovo.

Elementi minimi di grammatica generativa: impostazione teorica legata alla figura di Noam Chomsky, è una grammatica che cerca di predire in modo esplicito e formalizzato (scientifico) le frasi possibili di una lingua (quindi escludendo quelle agrammaticali): ruolo fondamentalesintassi, in quanto accoppia razionalmente significati e significanti.

Una G.G. è quindi costituita da un lessico e da regole che governano la grammatica e descrivono formalmente la costruzione delle frasi. Le regole permettono di formulare i principi operanti nella struttura linguistica.

Regole di riscrittura: a struttura sintagmica, cipè hanno la forma generale XY+Z (lettere=simboli di categoria; freccia=è da riscrivere come). Per esempio: la prima ramificazione nucleare di un modulo FSF+SV.

Regole ricorsive: quando a destra della freccia è rappresentato un simbolo presente già a sinistra (per es. SNSN+SPrep: un sintagma nominale è da riscrivere come sint. Nom. Più sint. Preposizionale). Le regole ricorsive permettono di formare costrutti con un altissimo grado di incassatura, cioè di elementi dello stesso sottolivello inseriti gli uni negli altri, il numero dei quali dipende dal parlante, non dal sistema.

Regole contestuali: si possono applicare solo nei contesti specificati da quanto formalizzato dopo la barra

...

Oltre la frase: il compito della sintassi non si esaurisce al livello della frase: le frasi spesso non vengono realizzate come unità isolate, ma si combinano in sequenze complesse. La sintassi del periodo è un altro livello di analisi del sistema linguistico. Bisogna quindi distinguere fra coordinazione (frasi sullo stesso piano gerarchico) e subordinazione (frasi con rapporto di dipendenza). I rapporti spesso sono marcati da connettivi (congiunzioni coordinantie, o, ma; subordinantiperché, benche, modi verbali non finiti...). le subordinate si distinguono in tre categorie:

1. Avverbiali: modificano l’intera frase da cui dipendono (esco, benché piova).

2. Completive: riempiono una valenza del predicato verbale (Luisa ha ringraziato Giovanni dandogli un bacio).

3. Relative: modificano un costituente nominale della frase (sembra che faccia bel tempo).

La particella che introduce la subordinata, nel diagramma ad albero, è detta COMP

Testi: al di sopra dell’unità della frase testo: combinazione di frasi e contesto (linguistico ed extralinguistico), in cui funziona da unità comunicativa

LE LINGIE DEL MONDO (CAP VI)

Le lingue storico-naturali sono diverse migliaia, tra le 2500 e le 5100: diversi criteri nella separazione tra dialetti e lingua (vd italiano e cinese). In Italia , per esempio l’italiano non è la sola lingua parlata: alcune minoranze parlano francese, tedesco, sloveno ladino dolomitico, neogreco, albanese... inoltre bisogna ricordare i dialetti, che si differenziano ampiamente di zona in zona, e a causa del minore prestigio nazionale, non sono saliti al rango di lingua ufficiale: in Italia almeno 30 lingue indigene.

Un criterio per riordinare la varietà di lingue parlate al mondo bisogna fare una suddivisione per famiglie: raggruppare secondo criteri genealogici: medodoconfronto dei termini quotidiani del lessico fondamentale. L’italiano ha rapporti di similarità con le lingue provenienti dalla base latina: ramo delle lingue romanze. Il ramo delle lingue romanze ha una parentela con altre lingue: linge germaniche (danese, tedesco, norvegese, inglese), slave (russo, polacco, serbo...), baltiche (lituano, lettone), celtiche (bretone, gaelico), indo-arie (hindi, bengali, punjabi), iraniche (persiano, curdo), lingue isolate (neogreco, albanese e armeno)famiglia delle lingue indoeuropee. Livelli di classificazione:

1. Famiglia(phylum)

2. Rami

3. Gruppi

Linguistica comparativariconosce 18 grandi famiglie linguistiche più quattro o cinque lingue isolate (basco, nahali, ainu, chiliaco, ket, burushaski). A queste si aggiungono i creoli e i pidgin, nate tra l’incontro di lingue diverse e slivluppatesi secondo tratti peculiaridi ristrutturazione. “pidgin”: sistema linguistico semplificato che non ha parlanti nativi, si sviluppa in un creoloquando questo divenda lingua madre di una comunità.

Per definire una lingua una “grande lingua” bisogna tenere in conto il numero di parlanti nativi, il numero di paesi in cui è lingua ufficiale, l’uso nei rapporti internazionali, commerciali, nella scienza e nel tecnico, la tradizione culturale e letteraria, l’uso come seconda lingua.

In europa, sono parlate lingue appartenenti a 5 famiglie linguistiche (indoeuropee, uraliche, altaiche, caucasiche, semitiche) e una lingua isolata, il basco.

Tipologia linguistica: si occupa di individuare cosa c’è di uguale o diverso, nel modo in cui le lingue si sonoi organizzatelegata allo studio deli universali linguistici: proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue, sia sotto forma di invarianti necessariamente possedute dalle lingue, sia sotto forma di un repertorio di possibilità a cui le lingue si rifanno in maniera diversa tra loro. Non è necessario che un universale sia tale

solo se manifestato da tutte le lingue, basta che non sia contraddetto dalle caratteristiche di nessuna lingua. Un universale può trovare il suo fondamento:

1. Nelle proprietà che caratterizzano il ling. Verb. Um. Come sistema semiotico, o nelle restrizioni connesse alla base materiale, fisica del linguaggio (“non può esistere una lingua senza X”).

2. Nell’osservazione empirica (“tutte le lingue note possiedono X”).

Lingue classificabili su base dell’appartenenza a tipi diversi e alla somiglianza relativa della loro organizzazione strutturale. Un tipo linguistico è un insieme di tratti strutturali correlati gli uni con gli altri. Un sistema linguistico realizza un certo tipo linguistico, mescolandolo a caratteri di altri tipi linguistici ideali.

Tipologia morfologica: un modo di individuare i tipi è nella morfologia, nella struttura della parola. Quattro tipi morfologici fondamentali:

1. Lingue isolanti: la struttura della parola è la più semplice possibile. Parola=morfemrapporto morfemi/parole=1:1indice di sintesi. Più il rapporto è basso più la lingua è analitica (isolante), viceversa si definisce sintetica. Lingue isolanti: vietnamita e cinese. Isolanti perche:

1.a.Isolano in blocchi unitari inscindibili, le parole.

1.b.Esprimono significati complessi isolandoli in lessemi giustapposti.

2. Lingue agglutinanti: parole con struttura complessa di morfemi giustapposti con valore univoco e una sola funzione (non cumulativi). Nella parola i morfemi sono ben separabili e individuabili. Rara allomorfia e omonimia. Turco, basco, giapponese... indice di sintesi: 3:1.

3. Lingue flessive:

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 18 totali
Scarica il documento