lisistrata sette contro tebe ed ecuba, Esercizi di Letteratura Greca
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lisistrata sette contro tebe ed ecuba, Esercizi di Letteratura Greca

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LISISTRATA LE DIONISIE RURALI

Dionisie Rurali, sono una festa celebrata nei demi dell’Attica (da qui appunto il nome di “rurali”, in contrapposizione alle Grandi Dionisie celebrate in città, ad Atene), in genere nel mese di Poseidone, che corrisponde più o meno al nostro dicembre. Si tratta di una festa agraria della fertilità, che pur essendo più antica del culto di Dioniso in Attica, in epoca storica è collegata al dio; questo probabilmente per il forte consumo di vino durante la festa stessa, o semplicemente per il fatto che il figlio di Zeus è anche dio della vegetazione, sulla quale appunto viene celebrato un rito di fertilità durante il periodo invernale, quando la natura sembra morta, o comunque dio legato alla fertilità e alla sfera vegetale in genere. “L’elemento principale era una processione che scortava un fallo tenuto eretto, in un rituale che in origine era di certo finalizzato a ottenere o aumentare la fertilità delle sementi sparse in autunno o in generale della terra stessa, nel periodo in cui questa sembrava addormentata”. Proprio una processione di tal genere viene messa in scena nella nostra commedia, la quale peraltro sembrerebbe rappresentare “gli unici dati certi riguardo alla processione delle Dionisie Rurali”.

LISISTRATA Lisistrata. - Fu rappresentata alle Lenee del 411. Momento politicamente tristissimo. Mentre gli animi erano tuttora prostrati dall'orrendo lutto di Sicilia, la guerra del Peloponneso riavvampava furiosa, e le sciagure succedevano alle sciagure. Aristofane spezza, anche una volta, una lancia per la pace; ma, convinto oramai che sugli uomini c'era da far poco conto, affida la sua causa a una donna, Lisistrata (nome che significa la "Scioglieserciti").

Lisistrata, dunque, fa appello a tutte le donne di Grecia. Le fa radunare di buon mattino, e partecipa ad esse il suo alto disegno: il ristabilimento della pace. Per conseguirla, basta una semplice cosa: che esse si rifiutino ai loro mariti finché non si risolvano a deporre le armi. La meta entusiasma, il modo di raggiungerla assai meno. Tuttavia si convincono, e, occupata l'Acropoli, incominciano la nuova guerra di secessione. Gli uomini tentano di scacciarle, ma hanno la peggio; e in un lungo dibattito con un commissario Lisistrata sostiene con grande e arguta eloquenza la sua tesi pacifista. Intanto, a mano a mano, gli uomini si trovano in condizioni tali da dover implorare la pace. Viene dapprima un Ateniese, un certo Cinesia, che rappresenta tutta la cittadinanza; ma poco dopo arrivano prima un araldo e poi dei plenipotenziarî spartani, costretti anch'essi, dall'intransigenza delle loro donne, a domare gli umori bellicosi. Tanto a loro quanto agli Ateniesi Lisistrata rivolge un'orazione, piena di saggezza e di alto senso patrio; e la riconciliazione è celebrata con bellissimi e serî canti di Spartani e di Ateniesi.

In questa commedia il coro è diviso in semicori, di vecchie e di vecchi, sempre in contrasto, sino ad una comica pacificazione. Però dalla Lisistrata comincia lo scadimento della parte corale, che seguiterà sino al Pluto, con la sola eccezione delle Rane.

Lisistrata: la donna che scioglie gli eserciti

La versatilità è uno dei caratteri del genio greco. Nessuna idea si impose, nel suo ambito, con la forza dell’unicità. Nessuna via non fu tentata, che la teoria o l’esperienza suggerisse. E in ciascuna di essa la capacità inventiva dei greci si esplicò liberamente e fecondamente. Se vi fu una regola universalmente accettata, questa non fu che l’impegno ad una dialettica fra le parti, alla ricerca di un equilibrio che rendesse ogni cosa quanto più possibile scevra dall’eccesso.

La tragedia dunque non poteva stare senza la commedia. La rappresentazione del mondo e della vita era unilaterale se affidata alla sola tragedia, la sua verità poteva essere colta completandone il quadro con gli aspetti comici. La tragedia celebra l’epopea degli eroi, le loro gesta gloriose o scellerate, i loro conflitti esterni o interiori, sullo sfondo immenso del cosmo e con linguaggio del sublime. La commedia scruta indiscreta, talvolta pettegola e sfrontata, il vissuto quotidiano dell’uomo comune, la sua mediocre esistenza, stretta tra necessità e piccole e grandi aspirazioni, tra modeste virtù, il buon senso soprattutto, ed anche

qualche vizio e bassezza. Lo sfondo è l’agglomerato urbano, il linguaggio è quello delle piazze e dei mercati. Per l’effetto comico, per la risata liberatoria, non disdegna nemmeno il turpiloquio.

La commedia ebbe una vita più lunga della tragedia e attraversò tre fasi. Quella più vicina alla nostra sensibilità è la sua terza fase, del IV secolo a.C. Ma allora essa aveva già perduto parte dei suoi caratteri distintivi, ‘normalizzandosi’ possiamo dire, al punto che sarebbe più corretto definirla dramma borghese. La commedia moderna, attraverso anche la mediazione latina, deriva in larga misura dalla commedia nuova di Menandro. A noi interessa la prima fase, del V secolo, la commedia politica, il cui massimo rappresentante fu Aristofane. Nella sua forma peculiare essa non è concepibile al di fuori del quadro dei diritti garantiti dalla democrazia ateniese. L’isegorìa, la libertà di parola per tutti, nella commedia antica assume la forma della parrhesìa, l’assoluta franchezza dell’autore nell’esprimere opinioni e critiche senza nessun riguardo per alcuno. È la iambikè idèa, la forma più spinta di satira politica mai esistita. E la democrazia ateniese, al suo apice, era forte al punto di finanziare essa stessa gli allestimenti scenici di chi attaccava pesantemente i suoi esponenti di primo piano e di abrogare presto una legge di censura che era stata varata nel 440. E se a prima vista i commediografi ateniesi del V secolo appaiono tout court su posizioni conservatrici ed antidemocratiche, a ben guardare le loro invettive in realtà sono rivolte un po’ a tutti, non risparmiando alcuno che a loro avviso ne fosse meritevole, ed Aristofane, feroce critico del populismo imperialista dei demagoghi, è di certo consapevole che la caduta di quel regime democratico avrebbe significato la fine di quella forma di commedia, la sua commedia. E così infatti avvenne al tramonto del ‘secolo d’oro’ di Atene e della sua democrazia.

La Lisistrata venne messa in scena da Aristofane nel 411. È appunto un momento critico per la democrazia ateniese. La dura sconfitta subita in Sicilia nel 413 ha provocato il sopravvento del partito oligarchico che ha sospeso la costituzione democratica e messo lo Stato sotto la tutela di una giunta di trenta pro buli, ossia commissari: ad Aristofane non preme appoggiare il golpe oligarchico, ma che la guerra contro Sparta abbia fine con un equo compromesso e che Atene rinunci alla politica aggressiva propugnata dai democratici radicali. In questi anni una delle sacerdotesse di Atena, la dea protettrice della città, si chiamava Lisimaca, colei che scioglie le guerre. Sarà stato il nome di questa alta figura delle istituzioni religiose ateniesi a fornire al genio di Aristofane lo spunto per la creazione del personaggio di Lisistrata, la donna che scioglie gli eserciti? Non lo sappiamo. Tuttavia se il fine che Lisistrata si prefigge, la pace duratura fra gli stati greci per un fronte comune panellenico contro l’impero Persiano, ossia il programma del moderatismo patriottico greco, è in qualche modo un fine politicamente ‘sacro’, tale certamente non è il mezzo che escogita per costringere gli uomini ad attuarlo: il brillante espediente dell’astensione di tutte le donne della Grecia dal…sesso! La Lisistrata è famosa per questa trovata estrosa e disinvolta dello ‘sciopero sessuale’ e per il seguito di battute e situazioni spinte, talvolta oscene, cui essa da luogo. Ma questo è solo un aspetto della commedia, costituisce la sua vis comica. Se riflettiamo che come la tragedia anche la commedia è teatro ‘impegnato’, non saremo sorpresi di trovare nella Lisistrata, un messaggio serio condito con i sales comici. Cerchiamo di scoprire quale.

Lisistrata vuole che gli Ateniesi e gli Spartani facciano la pace cosicché gli uomini, invece di andare in guerra, restino in casa accanto alle loro donne (1275-6). A tal fine è disposta ad astenersi ora dal proprio piacere, posticipandolo in vista di un più compiuto godimento in futuro. Armata di questo spregiudicato calcolo razionale, ella sfida e nello stesso tempo seduce gli uomini: ti impongo questa momentanea rinuncia, che è anche la mia rinuncia, affinché pure tu, uomo, possa godere di più in seguito, perché il tuo e il mio piacere sono eguali. Il messaggio della Lisistrata, oltre l’invito alla pace e alla riconciliazione tra i Greci, è l’affermazione della parità fra l’uomo e la donna. Ad Atene dove il principio dell’isonomia, estensione dei diritti, comincia a muovere i primi passi verso il concetto di uguaglianza, anche il tema della parità di genere diventa oggetto di attenzione. E curiosamente Aristofane e Platone, intellettuali ‘conservatori’, riguardo a tale questione stanno dalla parte del progresso.

Il desiderio (762-5) e il piacere sono dunque fatti assolutamente reciproci fra i due sessi, senza che l’uomo goda di alcun privilegio o tragga vantaggio da una prevaricazione. (162-6) E partendo dalla sfera intima (865-71; 892-3) il discorso si estende a tutti gli aspetti della vita. La tradizionale misoginia greca, lungi dal fregiarsi della barba dei filosofi, viene ricondotta a quello che è realmente: un repertorio di insulsi luoghi comuni e logori pregiudizi, che ostacolano l’instaurarsi di un naturale rapporto di cordialità tra uomini e

donne. (1014-17) Ma qui non siamo nel mondo tragico delle passioni esasperate e terribili della Medea di Euripide. L’uguaglianza dei generi viene rivendicata come principio e affermata già come fatto sulla base di un’analisi della semplice realtà quotidiana. Basta dare un’occhiata al mercato di Atene per rendersi conto di quanto il lavoro femminile contribuisce all’economia della città: (456-7) se fosse loro permesso, le donne potrebbero anche combattere e comandare la flotta ateniese! (671-5) Per quale motivo alle donne non è consentito di occuparsi dell’amministrazione pubblica, quando sono esse che curano i bilanci familiari? (494-6) Anche se ora stanno costrette in casa, le donne sono capaci di ragionare sugli affari dello Stato sia per loro attitudine sia perché ascoltando con attenzione i discorsi dei padri e degli anziani, al pari degli uomini, si sono ben istruite e preparate. (1124-7) Le donne sono dunque perfettamente in grado di occuparsi di politica e di giudicare sbagliata una condotta: gli uomini la smettano allora sempre di zittirle e facendo essi silenzio si lascino consigliare! (506-28) Il coraggio e l’amor di patria non sono solo virtù maschili (542-7), in più le donne posseggono qualità loro proprie, come la grazia e la naturale gentilezza. E poi come si fa a dire: “la guerra è affare da uomini”? In realtà la guerra è più un affare da donne, perché esse ne sopportano il peso due volte: partoriscono i figli, li allevano con tanto amore e poi li vedono andare via a fare i soldati! (588-90; 884; 889-90)

Alla fine, questo è il punto centrale, le donne sono cittadine al pari degli uomini, anch’esse hanno il diritto e il dovere di essere utili allo Stato. (638-50) Ma davvero gli uomini avessero la saggezza, il buon senso delle donne e sapessero trattare i loro affari con la stessa abilità con cui le donne lavorano la lana! (567- 86)

Lisistrata di Aristofane è una commedia che più di ogni altra sottolinea la forza motrice del sesso, ritenuto già dai Greci tanto potente da poter condurre alla soluzione di una guerra.

La storia è quella di una donna pronta a sacrificare il proprio piacere e quello delle sue concittadine per convincere gli uomini alla pace duratura.

Lisistrata è un’opera di una modernità impressionante, Aristofane qui pone le donne sullo stesso piano degli uomini inneggiando all’isonomia. È un riscatto di genere, o meglio una vera e propria guerra tra i generi, animata dall’intenzione più nobile: ristabilire la quiete e la tranquillità. L’aspetto interessante tuttavia è un altro; la concretezza di questa commedia e la sua vicinanza alla realtà, antica come contemporanea, è infatti insita nell’arma che Lisistrata utilizza per vincere la sua battaglia: la libido.

L’eroina raduna nell’acropoli le donne della città e le convince ad attuare uno sciopero del sesso. Se tutte si rifiuteranno di concedersi, gli uomini finiranno per impazzire e allora, sedotti e non accontentati, potranno abbassare le armi e finalmente ascoltare le loro mogli che altro non vogliono se non porre fine al sanguinoso conflitto cui da ormai troppi anni sono costrette ad assistere.

La Lisistrata è un’opera che va oltre il suo tempo e ancora oggi non è ben compresa. Lo stesso Aristofane non proseguì lungo la sua linea e tornando sugli stessi temi nel 392 con le Ecclesiazuse, Le donne a parlamento, li trattò solo con intenti farseschi e parodistici, facendo della protagonista, Prassagora, una mera caricatura, diversamente da Lisistrata.

Lisistrata, la donna che scioglie gli eserciti, è la storia della rinuncia al piacere più grande. A quello che secoli dopo sarà identificato come il motore che muove il mondo: il sesso.

Per gli uomini è un crescendo di disperazione così potente da convincerli ad iniziare una trattativa con Sparta dove, grazie alla comunicazione tra le donne lo sciopero si è diffuso iniziando a creare un allarme nella popolazione maschile. Lisistrata può così sbrogliare le trame infittite della guerra, come fossero un gomitolo su un fuso, trattando con le donne Spartane, tra le quali si distingue la giovane Lampito. Gli uomini, ormai straziati ed increduli, si accordano, costretti ad assistere al vero miracolo: le congiuranti hanno raggiunto il loro scopo. Nel Peloponneso è tornata la pace e dunque anche il sacrificio adesso può terminare.

L’aspetto sorprendete, oltre che il risvolto maggiormente esilarante, è quello di vedere come anche il desiderio femminile sia considerato potente e naturale. Tutte le donne soffrono nel rinunciare a concedersi ai loro uomini, tanto che, come in ogni battaglia, anche in questa non mancano delle dissidenti.

La fatica più grande è quella di questa geniale eroina che utilizza il sesso come potente arma per porre fine ad un conflitto esasperato. Lisistrata è una donna intelligente, passionaria e determinata a ottenere ciò che

desidera, ma più che altro è una figura energica in grado di convincere le sue alleate a combattere una grande e faticosa battaglia.

Le donne dimostrano così di essere utili allo Stato che, come e al pari degli uomini, hanno il diritto e il dovere di proteggere.

Le armi sono diverse, non uccidono ma costringono a una riflessione. La forza di Lisistrata infatti è la combinazione di pazienza e strategia, abilità che le donne quotidianamente sperimentano; soltanto in questo modo l’aggrovigliato gomitolo della guerra potrà essere sciolto, tessendo la trama di una pace duratura.

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