Manuale di Storia Moderna, Capra, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università G.D'Annunzio di Chieti-Pescara
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davidezetanapolitano28 aprile 2017

Manuale di Storia Moderna, Capra, Schemi riassuntivi di Storia Moderna. Università G.D'Annunzio di Chieti-Pescara

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MONARCHIE E IMPERI TRA XV E XVI SECOLO

I REGNI DI FRANCIA, SPAGNA, INGHILTERRA E L’IMPERO GERMANICO

Sotto Carlo VIII e i suoi successori Luigi XII e Francesco I continuò nella monarchia francese la tendenza all’accentramento del potere nelle mani del re e dei collaboratori da lui scelti chi si era già affermata con Carlo VII e Luigi XI. Si rafforzò l’amministrazione finanziaria, imperniata sostanzialmente sull’esazione della taglia, un’ imposta sui redditi da cui erano esenti la nobiltà e il clero, e sulla suddivisione del Paese in circoscrizioni fiscali dette généralités; crebbe l’autorità del Consiglio del re, mentre si riunirono sempre con minore frequenza gli Stati Generali; in ambito giudiziario si affermarono l’azione del Gran Consiglio e quella dei Parlamenti. I magistrati e i funzionari regi vennero reclutati attraverso il meccanismo della vendita delle cariche pubbliche, che venne riconosciuto ufficialmente nel 1522. Pertanto, in virtù di tali caratteristiche comprendiamo come lo Stato acquisisse da un lato introiti supplementari, e dall’altro si andava costituendo un ceto burocratico numeroso e potente, al quale la proprietà degli uffici ricoperti conferiva una certa autonomia anche nei confronti del monarca, e poiché tali cariche nobilitavano inevitabilmente i loro titolari, si andò progressivamente formando una nobiltà di toga rivale della più antica, ma più rozza, nobiltà di spada. Inoltre, nei confronti del papato furono fatti valere i privilegi della Chiesa gallicana già sanciti nella Prammatica sanzione del 1438. Nel 1516 Francesco I stipulò con papa Leone X un concordato a Bologna, in virtù del quale veniva lasciata cadere l’affermazione della superiorità del concilio sul pontefice, ma in cambio il re di Francia si vedeva riconoscere il diritto di nomina su tutti i vescovati e arcivescovati. Non dobbiamo tuttavia pensare che di già durante il 500 la monarchia francese esercitasse un’autorità assoluta, perché durante tale periodo i grandi feudatari continuavano a conservare un forte potere locale; oltretutto, le province di recente annessione, quali La Provenza, Borgogna e Bretagna, dette Pays d’Etats, possedevano proprie assemblee di stati che contrattavano direttamente con la corona le questioni circa le imposte da pagare, curandone tra l’altro anche la ripartizione.

In Spagna, invece, il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, avvenuto nel 1469, diede il via al regno congiunto dei due sovrani, che ebbe di fatto inizio nel 1479 dopo un periodo di difficoltà e guerre civili. Fu soprattutto la Castiglia, la regione più ricca e popolosa, a divenire l’oggetto principale delle cure dei due sovrani. Durante tale periodo, l’anarchia feudale e il banditismo furono efficacemente repressi mediante l’operato della Santa Hermanedad, una confederazione di città che svolgeva compiti di polizia. Inoltre, l’amministrazione delle città venne affidata ai cosiddetti corregidores; le cortes, invece, vennero convocate di rado e indotte senza fatica ad approvare le richieste finanziarie della corona. La sottomissione della nobiltà fu d’altronde agevolata dalla politica di concessioni e di favori attuata da Ferdinando che, oltre a farsi proclamare Gran Maestro dei potenti ordini militari di Santiago, Calatrava e Alcantara, ottenne dal papa la possibilità di conferire i seggi episcopali e gli altri benefici ecclesiastici. Sul piano economico, invece, la corporazione degli allevatori di pecore, la Mesta controllata dalla grande aristocrazia, godette della protezione regia anche a danno degli interessi dell’agricoltura. Le tre province componenti il regno di Aragona, ossia Aragona, Catalogna e Valenza, mantennero inalterati i propri privilegi e le proprie autonomie. Poiché Ferdinando risiedeva normalmente in Castiglia, anche in Aragona venne nominato un vicerè e nel 1494 venne istituito anche un consiglio di Aragona. I principali elementi in comune tra i due regni erano la tradizione della Reconquista, della lotta contro i mori e la difesa dell’ortodossia religiosa che ne era il riflesso. L’Inquisizione spagnola, creata nel 1478, era l’unico organo la cui giurisdizione di estendesse tanto in Castiglia quanto in Aragona. Il sistematico sostegno spagnolo alla fede cattolica fu confermato nel 1492, anno in cui si conquistò il

Regno di Granada, ultima roccaforte del dominio musulmano in Spagna, cacciando dal Paese gli ebrei e poco dopo anche i mori che rifiutavano di convertirsi al Cristianesimo. La nascente monarchia spagnola cementava così la propria unità religiosa. La morte di Isabella, nel 1504, provocò in Castiglia una crisi dinastica, giacchè il trono sarebbe dovuto andare alla figlia Giovanna, che aveva sposato Filippo d’Asburgo. Ma la precoce scomparsa di quest’ultimo e la conseguente pazzia di Giovanna permisero a Ferdinando di riprendere in mano le redini del potere che tenne fino alla morte, avvenuta nel 1516.

In Inghilterra Enrico VII Tudor, consolidò gradualmente il proprio potere stroncando varie congiure e ribellioni nobiliari, amministrando magistralmente le finanze e rafforzando gli organi centrali del governo regio: il Consiglio della corona, composto di un piccolo numero di uomini fidati, appartenenti prevalentemente all’alta nobiltà; i Consigli del nord e del Galles, competenti per le rispettive aree territoriali; il tribunale della Camera Stellata, la cui giurisdizione concerneva sostanzialmente i reati di natura politica. In sede locale furono rafforzate le funzioni amministrative e giudiziarie dei giudici di pace, nominati dal re ma non retribuiti e tratti dalla piccola nobiltà provinciale. Il parlamento, invece, fu convocato dal sovrano sempre più raramente. Questo indirizzo assolutistico fu proseguito dal figlio e successore Enrico VIII, il quale, nel suo primo ventennio di regno, pose anzitutto l’accento sulla politica estera, lasciando l’amministrazione interna nelle mani del suo cancelliere Thomas Wolsey. L’intervento nelle guerre continentali non portò tuttavia all’Inghilterra alcun tangibile vantaggio. Inoltre, il distacco da Roma della Chiesa d’Inghilterra e l’Atto di Supremazia del 1534 coincideranno con un rafforzamento ulteriore delle strutture di governo, ma anche con una riaffermazione del ruolo del Parlamento quale interprete della volontà della nazione.

Alla morte di Federico III d’Asburgo, l’impero germanico si configurava come un insieme ingovernabile di stati di popoli e lingue diverse. Oltretutto, molto forti erano i contrasti tra le aree più urbanizzate e più sviluppate economicamente e culturalmente e le zone interne, massicciamente legate a un modo di vita ancora medievale. A complicare la situazione si aggiungeva la duplice qualità del sovrano, che reggeva a titolo ereditario gli Stati della casa d’Asburgo, quali l’Austria, Stiria, Carinzia, e otteneva la carica di imperatore mediante l’assegnazione effettuata dalla Dieta, composta dai 7 grandi elettori, ovvero re di Boemia, principi di Sassonia, di Brandeburgo, del Palatinato, degli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia. Il regno di Massimiliano I si apri con un importante successo diplomatico: la pace di Senlis del 1493, stipulata con la Francia, riconosceva agli Asburgo il possesso dei Paesi Bassi e della Franca Contea. A Massimiliano mancavano tuttavia i mezzi per sostenere i suoi grandiosi progetti, che comprendevano l’organizzazione di una crociata contro i turchi e la riaffermazione della potenza imperiale in Italia. La volontà di Massimiliano di opporsi alle mire italiane dei re di Francia rimase, infatti, puramente velleitaria, e il suo tentativo di ridurre all’obbedienza i cantoni svizzeri naufragò nel 1499, anno in cui esordisce l’effettiva indipendenza della Svizzera dall’impero.

LA PRIMA FASE DELLE GUERRE D’ITALIA (1494-1516)

In Italia, l’equilibrio sancito dalla pace di Lodi del 1454 durò sostanzialmente fino all’ultimo decennio del secolo. Nel 1492 scomparvero due personalità straordinarie dello scenario politico italiano di questo periodo: papa Innocenzo VIII e Lorenzo dè Medici, considerato per la sua abilità l’ago della bilancia dell’equilibrio italiano. La stabilità della penisola era inoltre minacciata dalle mire espansionistiche di Venezia e dalle ambizione del signore di Milano Ludovico Sforza detto il Moro, che puntava a ottenere il potere usurpato al nipote Gian Galeazzo. Pur di raggiungere i propri obiettivi, tanto Venezia che il pontefice e Ludovico Sforza, erano pronti a invocare l’aiuto di forze

straniere se fosse stato necessario. L’errore che può essere sicuramente attribuito loro fu l’aver sottovalutato la propria fragilità interna e le nuove dimensioni politico militari delle monarchie di Francia e di Spagna. Il re di Francia Carlo VIII aveva intenzione di far valere sul regno di Napoli quei diritti che gli spettavano per via della sua discendenza angioina. Appoggiarono gli intenti del sovrano francese sia Milano che Venezia, desiderosi, per motivi diversi, di vedere umiliato Ferrante d’Aragona, re di Napoli. Nell’agosto del 1494 Carlo passò le Alpi con un forte esercito e nel febbraio dell’anno seguente giunse a Napoli, venendo accolto in città come una sorta di liberatore, soprattutto dai nobili, che pochi anni prima si erano sollevati contro il sovrano aragonese. Solo in concomitanza di tale evento gli Statti italiani si resero conto del pericolo rappresentato dal sovrano francese, a tal proposito, fu stipulata a fine marzo presso Venezia una lega che comprendeva, oltre alla repubblica lagunare, anche lo Stato Pontificio, Milano, Firenze, la Spagna e l’Impero. Nel maggio dello stesso anno il sovrano francese, lasciati alcuni presidi presso la città partenopea, decise di fare ritorno in Francia; l’esercito della Lega tentò invano di chiudergli il passo in uno scontro che ebbe luogo presso Fornovo il 6 luglio 1495. Intanto Ferdinando II d’Aragona, nipote di Ferrante, riuscì, con l’appoggio degli spagnoli e dei veneziani, a recuperare il regno di Napoli. Dunque, l’impresa di Carlo VIII si concludeva con un nulla di fatto, anche se effettivamente proprio tale intento espansionistico del sovrano francese mise in luce tutte le fragilità politiche che flagellavano l’Italia di questo periodo. I contraccolpi di tale impresa furono percepiti maggiormente in Toscana, compagnie territoriale presso la quale Piero de Medici, successore di Lorenzo il Magnifico, fu cacciato dai fiorentini poiché sdegnati dalla sua condiscendenza alle richieste del sovrano francese. Nella stessa Firenze, la lotta politica in atto tra le varie fazioni rischiava di degenerare in guerra civile. In tale situazione grande successo ebbe la predicazione di un frate domenicano, Gerolamo Savonarola, il quale si scagliava contro la corruzione della Chiesa; i suoi seguaci imposero l’adozione di un sistema di governo popolare, ma l’ostilità del papa, che nel 1497 giunse addirittura a scomunicare il Savonarola, e il malcontento delle famiglie più ragguardevoli, portarono presto alla fine di questa esperienza. Nel 1498 Savonarola venne processato e giustiziato con due suoi seguaci, e l’aristocrazia fiorentina riprese gradualmente il potere perduto. Nel frattempo, Venezia, concluse nell’aprile 1498, un trattato d’alleanza con Luigi XII re di Francia, appena succeduto a Carlo VIII, che le garantì Cremona e la Ghiara D’Adda, in cambio del suo appoggio alla conquista francese dello Stato di Milano. La spedizione fu allestita nel 1499 e Milano venne rapidamente occupata; Ludovico Sforza fu fatto prigioniero e trasferito in Francia. Nel mezzogiorno invece, un conflitto tra Spagna e Francia per il potere sul regno di Napoli si risolse a favore della prima potenza nel 1503. In quegli anni inoltre, il papa Giulio II, ebbe l’intento di ripristinare il dominio temporale della Chiesa. Organizzò allora spedizioni militari contro i signori di Perugia, Bologna e di altre terre, intimando, tra l’altro, a Venezia di ritirarsi da Rimini e Faenza. Di fronte al rifiuto della Serenissima Repubblica, il pontefice si fece allora promotore di un’alleanza anti veneziana, firmata a Cambrai nel 1508 dai rappresentanti dell’imperatore Massimiliano e dei re di Francia e di Spagna. Il 14 maggio 1509 l’esercito veneziano fu duramente sconfitto da quello francese ad Agnadello presso Crema. I francesi si fermarono sulla linea del Mincio, ma le città venete della terraferma, fortemente risentite nei confronti del patriziato veneziano che di fatto le escludeva da qualsiasi partecipazione al governo dello Stato, aprirono le porte agli imperiali che calavano dalle Alpi. Ben presto sorse tuttavia il disaccordo tra gli alleati, abilmente alimentato dalla diplomazia veneziana. Il papa, soddisfatto nel sue pretese di carattere temporale e spirituale, tolse la scomunica a Venezia e non solo si ritirò dalla lega anti veneziana, ma addirittura ne promosse un’altra, questa volta composta Spagna, Inghilterra e Svizzera, contro la Francia, e detta Lega Santa. Tra le conseguenze di tale rovesciamento di alleanze vi fu, anzitutto, il ritorno dei Medici a Firenze, e l’occupazione di Milano da parte degli svizzeri. In virtù di tali circostanze, la Francia si

riappacificò allora con Venezia, che promise il suo aiuto contro gli svizzeri. Salito al trono appena ventenne nel gennaio 1515, il nuovo sovrano francese Francesco I, si pose subito a preparare una spedizione in Italia. Il 13 14 settembre 1515, davanti a Melegnano, si svolse lo scontro decisivo con i fanti svizzeri che occupavano Milano. Lo scontro fu vinto dai francesi, e Francesco I potè entrare da trionfatore presso Milano. La pace di Noyon del 1516 tra Francia e Spagna, consolidò, per il momento, l’equilibrio raggiunto nella penisola italiana: agli spagnoli rimaneva il regno di Napoli, a Francesco il Ducato di Milano.

CARLO V: IL SOGNO DI UNA MONARCHIA IMPERIALE

Alla morte di Ferdinando il Cattolico nel 1516, il nipote Carlo d’Asburgo, nato da Giovanna la pazza e Filippo d’Asburgo, ereditò la corona di Spagna, giacchè la madre non era in condizione di regnare. Pochi anni dopo, nel 1519, scomparve anche l’imperatore Massimiliano I. Alla candidatura di Carlo per la dignità imperiale si contrappose quella del re di Francia Francesco I, appoggiato dal pontefice Leone X. L’ostilità degli elettori tedeschi nei confronti della Francia e l’oro prestato dai banchieri di Augusta, Fugger e Welser per comprare i voti degli elettori furono elementi determinanti per l’elezione di Carlo, avvenuta a Francoforte il 27 giugno 1519. Cresciuto a Bruxelles presso la corte della zia Margherita, Carlo assorbì da quest’ultima l’orgoglioso senso dinastico, e dai nobili che la circondavano la cultura aristocratica e cavalleresca franco borgognona. A completare la personalità del più prestigioso monarca dell’età moderna si aggiunse poi l’idea imperiale, intesa come dovere di guidare la cristianità e di mantenerla unita nella giustizia e nella fede. Nel suo triennale soggiorno in Spagna, dal 1517 al 1520, Carlo provocò i malcontenti della nobiltà locale distribuendo molte cariche ecclesiastiche e laiche a gentiluomini fiamminghi e borgognoni; irritò, tra l’altro, le città della Castiglia con la richiesta di nuove tasse per pagare le spese dell’incoronazione imperiale. Poco dopo la sua partenza per la Germania, nell’estate del 1520 scoppiò una forte rivolta: nata come una coalizione di città che rivendicavano le proprie autonomie, e per questo la rivolta fu definita comuneros, cioè cittadini, ben presto essa assunse un carattere esplicitamente popolare. Tuttavia, i comuneros furono sconfitti a Villalar il 23 aprile 1521 da un esercito nobiliare. Tale rivolta ebbe un notevole peso nell’operato di sovrano spagnolo di Carlo V, che imparò ad avere maggiore rispetto per l’orgoglio dei sudditi spagnoli.

ASBURGO CONTRO VALOIS: LA RIPRESA DELLA GUERRA IN ITALIA

In Germania, invece, Carlo V si trovò subito a fare i conti con il problema luterano, anche se dopo il 1520 la sua attenzione si rivolse prevalentemente alla questione italiana. Nello specifico, l’imperatore aveva l’intento di strappare alla Francia il Milanese e la Borgogna. I francesi furono costretti ad abbandonare Milano già nella primavera del 1521. Nell’autunno del 1524, Francesco I riuscì a formare e organizzare un esercito di 30.000 uomini per rientrare a Milano e per cingere d’assedio Pavia, ma gli imperiali riuscirono nuovamente a sconfiggere i francesi, facendo tra l’altro prigioniero lo stesso sovrano francese che, per riottenere la libertà, fu costretto a firmare l’oneroso trattato di Madrid del 1526, con il quale rinunciava per sempre al Milanese e a consegnare la Borgogna all’imperatore. Naturalmente, tali promesse non vennero mantenute, tanto è vero che già nel maggio 1526, fu stipulata a Cognac una lega difensiva tra la Francia, il pontefice Clemente VII, Firenze e Venezia; intanto i turchi, alleati di Francesco I, avanzavano in Ungheria. I francesi, però, tardarono ad intervenire in Italia, e nei primi medi del 1527 gli uomini di Carlo V discesero la penisola senza incontrare alcuna resistenza. Ai primi di maggio entrarono addirittura a Roma e la sottoposero a un terribile saccheggio, durante il quale il pontefice preferì rifugiarsi a Castel Sant’Angelo, dove rimase per diversi mesi in stato d’assedio. Immensa fu l’eco che ebbe nella cristianità tale episodio, interpretato da molti come un giudizio di Dio sulla corruzione della Chiesa.

Nel contempo, i fiorentini approfittarono della disgrazia del pontefice per sollevarsi contro la signoria dei Medici e ristabilire il governo repubblicano. Né le cose andarono meglio per la Lega l’anno seguente, quando un esercito francese mosse contro Napoli, occupando al passaggio Genova: qui l’armatore Andrea Doria, fino ad allora alleato dei francesi, passò dalla parte dell’imperatore e impose ai suoi concittadini una riforma costituzionale in senso oligarchico. L’esercito francese, rimasto senza appoggio navale e decimato da una pestilenza, fu costretto a ritirarsi dal Mezzogiorno senza aver concluso nulla. Maturarono così le condizioni per la sospensione delle ostilità e nel giugno 1529 Carlo V firmò con il pontefice la pace di Barcellona e un mese dopo, a Cambrai, si riconciliò anche con Francesco I, che rinunciava ai domini italiani conservando però la Borgogna.

L’ESPANSIONE DELLA POTENZA OTTOMANA

L’impero ottomano prese il nome dalla dinastia turca degli Ottomani, fondata al principio del XIV secolo da Osman I, emiro di un piccolo stato islamico situato nell’Anatolia nord-occidentale. Il territorio di questo stato si ampliò a dismisura sotto i suoi successori non solo in Asia Minore, ma anche nei Balcani Meridionali; finché nel 1453 la stessa Costantinopoli, ormai circondata, cadde in potere di Maometto II, che ne fece la capitale dell’impero ottomano, ribattezzandola Istanbul. L’avanzata dei turchi nei Balcani riprese nel 1526, quando un potente esercito agli ordini di Solimano il Magnifico penetrò in profondità nel territorio ungherese. Entrato a Buda il 10 settembre, Solimano decise di fare dell’Ungheria uno stato vassallo, sotto la sovranità del principe di Transilvania. Tuttavia la supremazia sul territorio ungherese era rivendicata dall’arciduca Ferdinando, che nel 1521 aveva ottenuto dal fratello maggiore Carlo V, il governo dei domini ereditari asburgici. Nel conflitto che seguì, i turchi giunsero fino sotto le mura di Vienna, nel 1529. Il fallimento di una nuova offensiva, lanciata nel 1532, convinse Solimano a concludere la pace con Ferdinando, cui era riconosciuto il possesso di un’ampia striscia di territorio ungherese a nord ovest, mentre sul trono di Buda veniva riconfermato il principe di Transilvania. Oltretutto, non meno grave appariva la minaccia ottomana nel Mediterraneo. In particolare, quando anche Tunisi cadde in mani ottomane nel 1534, Carlo V guidò una spedizione che portò alla sua riconquista nel luglio 1535. Ma il trionfo cristiano fu di breve durata, giacché negli anni successivi al 1535 riprese preponderante l’iniziativa ottomana nelle acque del Mediterraneo, che nel 1538 sconfissero a Prevesa le flotte riunite di Spagna e Venezia. Addirittura, Solimano il Magnifico estese i propri domini fino allo Yemen e ad Aden. Intorno al 1530, l’impero ottomano contava oltre trenta milioni di abitanti, gran parte dei quali erano cristiani o ebrei. La pacifica convivenza di razze e religioni diverse era una caratteristica tipica della civiltà islamica: l’unica discriminazione ai danni dei non musulmani era il pagamento di una tassa speciale.

I NUOVI ORIZZONTI GEOGRAFICI

LE CONOSCENZE GEOGRAFICHE ALLA FINE DEL MEDIOEVO: L’AFRICA NERA

Alla fine del Medioevo, i rapporti diretti degli europei con gli altri continenti erano sostanzialmente limitati agli scambi economici e culturali tra le varie sponde del Mediterraneo. I viaggi verso l’oriente si fecero sempre più difficili tra il XIII e il XIV secolo, per via dell’avvento della dinastia Ming in Cina e dell’espansione ottomana nel Mediterraneo orientale e nei Balcani. I mercanti veneziani dovevano ormai approvvigionarsi dagli intermediari arabi presso i porti di Beirut e di Alessandria. Analogamente, l’oro, l’avorio e gli schiavi giungevano dall’Africa nera all’Europa passando per l’Egitto e per gli Stati nordafricani affacciati sul Mediterraneo. Le nozioni geografiche del primo Rinascimento, per quanto riguardava gli altri continenti, erano assai vaghe e incerte, risalenti prevalentemente all’antichità classica. Si era comunque imposta da tempo, grazie all’autorità di Tolomeo, vissuto nel II secolo D.C. , la concezione sferica della Terra, ma il continente africano era creduto molto più corto di quanto non sia in realtà. Inoltre, il blocco formato dai tre continenti noti, Europa, Asia e Africa, era collocato tutto nell’emisfero settentrionale e dell’esistenza delle Americhe o dell’Oceania non si aveva alcuna idea. Paradossalmente, furono proprio questi errori a incoraggiare i viaggi di esplorazione dei portoghesi e di Colombo. Un effetto analogo ebbero le idee fantasiose circa le ricchezze delle Indie o l’esistenza in un luogo imprecisato dell’Africa di un regno cristiano, il regno del mitico Prete Gianni, con il quale si sarebbe potuto stabilire un’alleanza in funzione antimusulmana. Interrogandosi circa la realtà effettiva di questi mondi, è ormai smentita, mediante studi recenti, la visione tradizionale dell’Africa Nera intesa quale continente privo di storia. La popolazione, si aggirava alla fine del XV secolo, sui 40-50 milioni, distribuita molto irregolarmente tra zone ad alta densità, come il Bacino del Nilo e i territori a sud del Sahara, e aree quasi disabitate, come i deserti del Sahara e del Sudafrica. Assai vario era anche lo sviluppo dell’economia, giacché alcune popolazioni, quali pigmei, boscimani e ottentotti, vivevano ancora di caccia e di raccolta dei frutti, mentre altrove si praticavano non solo l’allevamento e l’agricoltura, ma anche la produzione di tessuti, quali il cotone, e la lavorazione di metallo. Inoltre, la penetrazione araba portò con sé l’espansione dei traffici, tanto all’interno del continente quanto con i paesi dell’Europa e dell’Asia.

LE CIVILTA’ PRECOLOMBIANE IN AMERICA

Nel continente americano le civiltà più evolute si svilupparono, nel millennio precedente l’arrivo degli spagnoli, negli altopiani dell’America centrale e lungo la Catena delle Ande nell’America meridionale, zone nelle quali si praticava prevalentemente un’agricoltura sedentaria basata sul mais, sui tuberi e su altre piante nutritive, quali pomodori, fagioli e cacao. Minore importanza aveva l’allevamento, limitato al lama peruviano, usato come animale da soma. Quando gli spagnoli giunsero in America, era ormai da tempo in declino la grande civiltà dei Maya, fiorita tra l’attuale Guatemala e la penisola dello Yucatan. La sua eredità spirituale era stata ereditata da nuove popolazioni guerriere provenienti dal nord e insediatesi nel Messico centrale: prima i toltechi, nel X-XII secolo, poi gli aztechi, che tra il XV secolo e gli inizi del XVI, estesero il proprio potere da un oceano all’altro e da nord a sud, fino alle propaggini occidentali dello Yucatan. Al tempo dell’invasione spagnola del 1519, l’impero azteco contava forse più di 25 milioni di abitanti. La religione azteca era prevalentemente imperniata sull’idea della precarietà dell’ordine cosmico, in continuo minacciato da catastrofi naturali e dalla collera delle divinità. Tale concezione religiosa giocava un ruolo determinante in tutti gli aspetti della vita degli aztechi e giustificava un ordine sociale caratterizzato da rigide divisioni di ceto: solo il sovrano e la nobiltà potevano, infatti, possedere a titolo privato la terra, lavorata dai servi della gleba. Anche l’impero Inca, un’altra delle

civiltà precolombiane importanti, si sviluppò nel millennio precedente l’arrivo degli spagnoli, estendendosi per una lunghezza di circa 4000 km nell’America meridionale, lungo la cordigliera delle Ande e la costa del Pacifico.

I VIAGGI DI ESPLORAZIONE E DI SCOPERTA

Il primo paese a intraprendere l’esplorazione dei nuovi mondi fu, nel XV secolo, il Portogallo, prevalentemente grazie alla sua favorevole posizione geografica. L’espansione marittima portoghese ebbe inizio nel 1415, con la presa di Ceuta, a sud dello stretto di Gibilterra, e proseguì nel XV secolo con l’occupazione delle Isole Azzorre e l’isola di Madera. Addirittura, il sovrano portoghese Giovanni II (1481-1495) si pose il duplice obiettivo di circumnavigare l’Africa in direzione dell’oriente e di ottenere informazioni più precise circa la navigazione nell’Oceano Indiano. Un primo traguardo importante fu raggiunto dalla spedizione di Bartolomeo Diaz, che alla fine del 1487 doppiò l’estremità meridionale del continente nero, da lui ribattezzata Capo di Buona Speranza. Si propugnò anche l’allestimento di una spedizione in Asia, ma una serie di problematiche interne, tra cui la morte dello stesso sovrano Giovanni II, ritardarono l’impresa di qualche anno. Nel frattempo, si era rivolto ai sovrani del Portogallo, un navigatore genovese, Cristoforo Colombo, il quale dichiarò di voler raggiungere l’oriente circumnavigando la Terra verso occidente. Dinanzi a tale ardito intento, la corte portoghese si mostrò piuttosto scettica, tanto è vero che Colombo preferì poi rivolgersi alla monarchia spagnola, che conferì al navigatore genovese tutti i mezzi necessari per la sua spedizione. In tal modo, il 3 agosto 1492, tre velieri, ovvero due caravelle e una nave più grande, la Santa Maria, presero il largo dal piccolo porto atlantico di Palos. Dopo una sosta di un mese alle Canarie, la flotta puntò dritta verso ponente, e la mattina del 12 ottobre 1492, una terra si delineò tra le brume dell’orizzonte. Era con ogni probabilità l’attuale isola di Watling, battezzata da Colombo San Salvador. Il navigatore genovese era convinto di essere giunto nelle propaggini dell’Asia e di aver così dimostrato la validità della propria teoria. Il 14 marzo 1493 Colombo fece un trionfale ritorno a Palos, portando con sé alcuni Indiani, pappagalli e un po’ d’oro ottenuto dagli indigeni, abbastanza per convincere la regina Isabella del valore della scoperta e per indurla a finanziare una seconda spedizione, ma il secondo viaggio di Colombo produsse solo un carico di schiavi e accuse di malgoverno contro l’ammiraglio. L’eco della scoperta di Colombo stimolò immediatamente nuove iniziative, quali le due spedizioni del veneziano Giovanni Caboto, nel 1497-98, a Terranova per conto della corno inglese, e la ricognizione di quasi tutta la costa atlantica dell’America meridionale compiuta dal fiorentino Amerigo Vespucci, al servizio prima della Spagna, nel 1499-1500, poi del Portogallo, nel 1501-02. Proprio Vespucci fu trai primi a comprendere che non si trattava dell’Asia, ma di un nuovo continente, che in suo onore sarà chiamato America. Un’altra importante conseguenza sorta dopo il primo viaggio di Colombo fu la disputa insorta tra Spagna e Portogallo circa l’appartenenza dei territori scoperti. A tal proposito, Giovanni II stipulò con la corte spagnola il trattato di Tordesillas, il 7 giugno 1494, in virtù del quale la linea divisoria tra l’area portoghese e quella spagnola fu fissata 370 leghe a ovest dell’isola di Capo Verde, il che renderà possibile al Portogallo rivendicare la proprietà del Brasile, scoperto da Cabral nel 1500. Proprio la rivalità con la Spagna indusse il Portogallo ad affrettare i preparativi per una spedizione nelle Indie orientali, il cui comando venne affidato a Vasco da Gama, il quale risalì la costa orientale dell’Africa fino a Malindi. Successivamente, nei primi anni del nuovo secolo, l’obiettivo principale perseguito dai navigatori fu quello di trovare un passaggio che permettesse di andare oltre l’America e di trovare finalmente la rotta marittima per l’Asia. A tal proposito, il 10 agosto 1519, salpò da Siviglia Ferdinando Magellano, un portoghese postosi al servizio della corona spagnola, che il 21 ottobre dell’anno seguente trovò in fondo alla Patagonia uno stretta che porta attualmente il suo nome. Magellano affrontò poi con sole tre navi la traversata

del Pacifico, e dopo oltre tre mesi di navigazione sbarcò nelle Filippine e ne prese possesso in nome del re di Spagna. Perito Magellano in uno scontro con gli indigeni, il comando della spedizione fu assunto da Sebastiano del Cano, il quale, con circa venti uomini, riuscì a raggiungere le coste spagnole nel settembre 1522, dopo aver circumnavigato l’Africa.

SPEZIE E CANNONI: L’IMPERO MARITTIMO DEI PORTOGHESI

Tra le conquiste portoghesi, quella del Brasile rimase in un primo tempo priva di risultati economici. Tutti gli sforzi del Portogallo furono concentrati nello sfruttamento a fini commerciali della via marittima verso le Indie orientali scoperta alla fine del Quattrocento. Un tentativo di bloccare l’espansione portoghese fu compiuto dal sovrano mamelucco dell’Egitto, la compagine territoriale più danneggiata sul piano mercantile, che venne però stroncato con la grande vittoria della flotta portoghese a Diu nel febbraio 1509. Nei decenni successivi, ai territori controllati dal Portogallo si aggiunsero anche le conquiste dell’isola di Ceylon e delle Molucche. Tuttavia, i portoghesi non riuscirono mai a impadronirsi di Aden e a chiudere il Mar Rosso, la tradizionale via marittima di approvvigionamento delle spezie per il Levante e l’Europa.

LE IMPRESE DEI CONQUISTADORES SPAGNOLI

Nei primi 25 anni dopo la scoperta di Colombo, la presenza europea nel Nuovo Mondo si limitò sostanzialmente alle Isole Caraibiche e puntò soprattutto alla ricerca dell’oro; spietato fu, tra l’altro, lo sfruttamento della popolazione indigena, in poco tempo ridotta ai minimi termini dagli stenti e dalle malattie introdotte dagli europei. Solo a partire dal 1517 ebbe inizio l’esplorazione della terraferma, mediante l’operato dei conquistadores, di origini spesso nobili ma povere, i quali attraversarono l’oceano e mossero alla conquista di grani regni e immense estensioni di territorio. Nel febbraio 1519, Hernan Cortès, partì dall’isola di Cuba e dalle coste messicane dello Yucatan procedette verso il centro dell’Impero azteco senza incontrare grande resistenza. Giunto nelle capitale, Cortès fu ben accolto dal sovrano azteco Montezuma II. Cortès però lo fece prigioniero e lo obbligò a pagare un enorme riscatto; ma poco dopo gli spagnoli furono costretti a ritirarsi a causa di una rivolta nel corso della quale rimase ucciso lo stesso Montezuma. Successivamente, Cortès fece ritorno presso la capitale azteca nell’agosto 1521, occupandola, distruggendola e facendo degli abitanti una spaventosa carneficina. Sulle rovine venne eretta una nuova città sul modello spagnolo, Mexico, ovvero l’attuale città del Messico. Più stupefacente fu l’impresa di Francisco Pizarro e Diego Almagro, che nel gennaio 1531 mossero verso sud da Panama, attratti dalla notizia dell’esistenza di un regno di favolosa ricchezza, detto Perù. L’incontro tra l’esercito inca e il piccolo corpo di spedizione spagnolo avvenne a Cajamarca nel novembre 1532, durante il quale gli spagnoli ebbero la meglio. Ebbe così fine l’impero Inca, e al suo posto nacque il vicereame spagnolo detto Perù.

LA COLONIZZAZIONE SPAGNOLA DEL NUOVO MONDO

Nel corso del Cinquecento la colonizzazione spagnola si estese sia verso nord sia nel continente sudamericano. Grande sviluppo ebbe sin da subito il fenomeno del meticciato, determinato dall’unione di uomini e donne di razza diversa: erano meticci i nati dagli accoppiamenti di uomini bianchi con donne indie, mulatti i nati dall’incrocio tra bianchi e neri, e infine erano zambos i nati dall’unione di indiani e neri. Tra gli strumenti della colonizzazione , grande importanza ebbero la fondazione di città e la cosiddetta encomienda, che consisteva nell’assegnazione a un conquistador o a un colono spagnolo di una circoscrizione territoriale al cui interno, egli aveva il diritto di esigere tributi e prestazioni di lavoro dagli indigeni, fornendo loro in cambio protezione. Sotto il profilo amministrativo, i territori soggetti al dominio era suddivisi in province. Nel complesso si può dire

che la corona spagnola riuscì a svolgere una certa azione di controllo della società coloniale e di moderazione dei molteplici soprusi che la caratterizzavano. Contribuì a tale sforzo l’azione degli ordini regolari, che si preoccuparono non solo dell’evangelizzazione degli indios, ma anche di combattere forme di maltrattamento e sfruttamento cui essi erano soggetti. Per quanto riguarda invece gli aspetti economici della colonizzazione, bisogna distinguere fra diverse zone e fasi di sviluppo. Nelle isole caraibiche grande importanza ebbe la coltivazione della canna da zucchero. Nel Messico vennero scoperte nel 1546 le miniere di argento di Zacatecas. Queste ricchezze minerarie cambiarono faccia all’economia dei due vicereami e ai loro rapporti con l’Europa. La manodopera per l’estrazione dei minerali fu fornita dagli indios.

LE RIPERCUSSIONI IN EUROPA

L’afflusso di metalli preziosi dalle Americhe era considerato un tempo la causa principale della cosiddetta rivoluzione dei prezzi, ovvero la tendenza inflazionistica che portò nel corso del XVI secolo a un aumento spropositato dei prezzi dei cereali. Oggi si ritiene che il fattore determinante sia stato piuttosto l’aumento demografico. Non solo la vita economica fu influenzata dalle scoperte geografiche e dall’avvio della colonizzazione. In effetti, anche le abitudini alimentari degli europei si trasformeranno progressivamente grazie ai prodotti importati dai nuovi mondi: basti pensare all’importazione della patata e del pomodoro.

I NUOVI ORIZZONTI SPIRITUALI: RINASCIMENTO E ROMA

LA CIVILTA’ DEL RINASCIMENTO ITALIANO

In Italia, i decenni delle invasioni straniere sono quelli in cui giunge alla sua massima fioritura il Rinascimento. Tale termine, che riprendeva evidentemente il concetto di rinascita, fu coniato verso la metà del XIX secolo con l’intento di significare il ritorno ai valori e ai modelli dell’età classica nella filosofia, nella politica, nell’arte e nella letteratura. La cronologia più condivisa circa lo sviluppo di tale movimento culturale abbraccia i due secoli che vanno da Francesco Petrarca a Erasmo da Rotterdam. Il concetto di Rinascimento si può considerare inclusivo di quello di Umanesimo, che si applica prevalentemente alla filosofia e alla letteratura. Gli umanisti insegnavano ad esprimersi in un latino colto ed elegante, modellato sullo stile ciceroniano. Durante il passaggio tra Quattro e Cinquecento, il primato a lungo mantenuto da Firenze in campo intellettuale e artistico si attenua a favore di una sempre maggiore importanza delle varie corti principesche. Ricordiamo, anzitutto, la corte papale, ma anche il mecenatismo sviluppatosi in questi anni presso la corte degli Sforza a Milano, dei Gonzaga a Mantova e degli Este a Ferrara. Le invasioni straniere in Italia potevano minare anche lo splendore di tale movimento culturale, ma in realtà, almeno in un primo momento, tali vicende militari e diplomatiche agirono da stimolo alla riflessione politica e storiografica. Col Principe e coi Discorsi, composti tra il 1513 e il 1517, Machiavelli fondò in pratica la nuova scienza della politica, ponendo prevalentemente l’accento sull’esaltazione dei modelli classici basati sulla virtù e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Inoltre, con la Storia d’Italia e i Ricordi, opere composte dopo il sacco di Roma e la crisi definitiva della liberà italiana, Guicciardini conferì un grande affresco in cui campeggiano, scolpiti in rilievo, i ritratti psicologici dei protagonisti di tale periodo storico.

ASPETTATIVE E TENSIONI RELIGIOSE ALLA FINE DEL MEDIOEVO: ERASMO DA ROTTERDAM

Nel suo complesso, la cultura rinascimentale fu fortemente impregnata di valori laici e terreni e piuttosto indifferente alle dispute dottrinali e teologiche. L’attesa di una riforma della Chiesa, che la riportasse alla purezza e alla povertà delle origini, si era acuita in concomitanza dello scisma d’Occidente (1378-1415), al prevalere sempre più netto degli interessi politici e mondani della curia di Roma rispetto a quelli pastorali. Ma alle origini del cosiddetto movimento protestante vi fu anche la volontà di ristabilire l’autenticità del messaggio cristiano mediante lo studio diretto dei testi sacri. Si sentiva, dunque, il bisogno, di una religiosità più intensa, di una vita più conforme alle massime evangeliche, bisogno diffuso in tutta Europa. Preponderante da questo punto di vista fu in Inghilterra l’operato di Thomas More, autore della celebre Utopia, risalente al 1516, descrizione di una società immaginaria basata sull’amore tra gli uomini e sulla comunione dei beni. Ma il rappresentante più autorevole del cosiddetto umanesimo cristiano fu Erasmo da Rotterdam. Erasmo entrò, come farà poi anche Lutero, in un convento agostiniano, ma dopo sei anni abbandonò tale stile di vita per seguire liberamente la sua inclinazione agli studi. Tra le sue opere più celebri citiamo Elogio alla pazzia e i Dialoghi, opere satiriche i cui bersagli principali sono la pedanteria, l’intolleranza, il fanatismo, le superstizioni e le ipocrisie di una religione tutta esteriore. Ma forse il contributo maggiore di Erasmo a questo ritorno alle fonti del cristianesimo fu la sua edizione critica al testo greco e latino del Nuovo Testamento, risalente al 1516, che servirà a Lutero per la sua traduzione della Bibbia in tedesco. Il cristianesimo di Erasmo era tuttavia un ideale di vita pratica piuttosto che un insieme di dogmi, e per questo egli non volle mai separarsi dalla Chiesa Cattolica. L’eredità erasmiana rivivrà nel tardo Seicento e durante gli inizi del Settecento, periodo dell’ Illuminismo.

LA RIFORMA LUTERANA

Martino Lutero era figlio di un piccolo imprenditore minerario ed era nato nel 1483 ad Eisleben, cittadina della Turingia, regione interna della Germania, dove dominava una religiosità ancora medievale, coi suoi toni cupi e i suoi terrori del diavolo e del peccato. Lutero fu inviato a scuola prima a Mansfeld, dove la sua famiglia si era trasferita, poi a Magdeburgo. Nel 1501 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Erfurt, ma improvvisamente, nel luglio 1505, decise di farsi monaco. La decisione verrà da lui stesso attribuita a un voto fatto durante un temporale, quando un fulmine cadde a pochi passi da lui, ma in realtà dovette essere l’effetto di una più profonda crisi interiore. Ciò che tormentava profondamente Lutero era, infatti, la sensazione della propria inadeguatezza di fronte ai comandamenti divini, la paura del peccato e della dannazione eterna. Ordinato sacerdote nel 1507, Lutero cercò la risposta ai propri dubbi negli studi teologici: conseguito il grado di dottore, assunse a partire dal 1513 l’insegnamento teologico a Wittenberg, in Sassonia. Nel 1515-16 tenne un corso sull’Epistola ai Romani di san Paolo, e fu proprio l’interpretazione di un passo del testo paolino a fornirgli la chiave per la risoluzione dell’angoscioso problema della salvezza. In sostanza, Lutero riteneva che la giustizia divina andava intesa come giustificazione e non come punizione, come il dono della grazia offerto, mediante il sacrificio di Cristo, al peccatore in grado di riconoscere la propria indegnità e si affidi alla misericordia. Anche secondo la tradizionale visione della Chiesa la grazie era indispensabile, ma l’uomo poteva ottenerla mediante le buone opere e così contribuire alla propria salvezza. Per Lutero, invece, la natura umana è intrinsecamente malvagia, corrotta dal peccato originale, e nulla può fare da sé. Il giusto farà naturalmente del bene, per amore di Dio e del prossimo. Tale pessimismo sulla natura umana sarà ribadito da Lutero nel De servo arbitrio, ponendosi in polemica con Erasmo da Rotterdam, autore del De libero arbitrio, che sosteneva la validità dell’iniziativa umana. Alla luce di questa scoperta, tutta la Sacra Scrittura acquistava un nuovo significato; essa doveva essere letta e spiegata senza tenere alcun conto delle interpretazioni ufficiali. Sola Scriptura, ovvero con la sola scrittura, era l’altro grande principio che nella teologia luterana si aggiungeva a sola fide, ovvero con la sola fede. L’autorità esclusiva conferita ai testi sacri cancellava di colpo il magistero della Chiesa in materia teologica. Dei sette Sacramenti tradizionalmente ammessi dalla Chiesa, solo due risultavano essere fondamentali secondo Lutero, ovvero il battesimo, inteso quale cerimonia di iniziazione alla vita cristiana, e l’eucarestia, che vede la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino offerto ai fedeli. Di particolare rilievo fu sicuramente la soppressione del sacramento dell’Ordine; ne conseguiva il sacerdozio universale dei laici, cioè l’idea secondo cui chiunque potesse essere chiamato a celebrare le funzioni religiose. Tutto ciò era sinonimo di un’ulteriore negazione del ruolo della Chiesa intesa come istituzione divina distinta dalla comunità dei cristiani. Tantomeno giustificabili erano i voti monastici; alla metà degli anni Venti, lo stesso Lutero abbandonerà la vita claustrale e si sposerà con una ex monaca. Naturalmente, questo insieme di convinzioni non fu elaborato da Lutero tutto in una volta, in quanto la rottura con Roma avvenne per avvenimenti successivi dati da un particolare contesto politico sociale.

LA ROTTURA CON ROMA E LE RIPERCUSSIONI IN GERMANIA

La vicenda che indusse Lutero a venire per la prima volta allo scoperto è molto indicativa circa le preoccupazioni che all’inizio del 500 dominavano le istituzioni ecclesiastiche. Nella fattispecie, Alberto di Hohenzollern, titolare di due vescovati, aspirava a divenire anche arcivescovo di Magonza. Papa Leone x accettò di conferire lui tale carica soltanto in virtù di un pagamento di 10.000 ducati. Per metterlo nella condizione di reperire piuttosto rapidamente tale ingente somma, il pontefice concesse ad Alberto la possibilità di vendere le indulgenze, vendita bandita in tutta la

Germania allo scopo di finanziare la costruzione della basilica di San Pietro. La teoria delle indulgenze era basata sulla concezione secondo cui esistesse un tesoro di meriti accumulato dalla Vergine e dai Santi, al quale la Chiesa poteva attingere per rimettere le pene ai peccatori pentiti e anche, secondo alcuni, per abbreviare le pene del Purgatorio. Ma i predicatori ingaggiati da Alberto giungevano addirittura a promettere il Paradiso a chiunque avesse fornito loro un’ingente somma di denaro. Il 31 ottobre il 1517 Lutero inviò proprio ad Alberto di Hohenzollern 95 tesi, che secondo la tradizione affisse anche alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. In tali tesi, non si stigmatizzava soltanto la vendita delle indulgenze, ma veniva addirittura negata la facoltà del pontefice di rimettere le pene. All’insaputa di Lutero, le tesi furono stampate ottenendo grande successo in tutta la Germania. A Roma, invece, si tardo a prendere coscienza del pericolo. In effetti, solo nel 1520 fu emanata da Leone X la bolla Exsurge Domine, che lasciava a Lutero 60 giorni per ritrattare prima che contro di lui venisse scagliata la scomunica. Per tutta risposta, alla fine dell’anno Lutero bruciò pubblicamente la bolla. La scomunica, allora, giunse nei primi giorni del 1521, ma il nuovo imperatore Carlo V , eletto nel luglio 1519, promise a Federico il Saggio, elettore di Sassonia nonché protettore di Lutero, che avrebbe consentito a quest’ultimo di giustificarsi dinanzi alla sua presenza. L’incontro avvenne alla Dieta imperiale di Worms il 17 e il 18 aprile 1521, durante il quale Lutero non ritrattò assolutamente nulla. L’editto di Worms, promulgato qualche settimana più tardi, dichiarava Lutero bandito dall’Impero, il che significava che chiunque avrebbe potuto ucciderlo impunemente. La battaglia di Lutero suscitò grande eco in tutta la Germania. Egli fu percepito come un santo e come un profeta inviato da Dio per suscitare un grande cambiamento nell’umanità. Naturalmente, il messaggio luterano si colorava diversamente a seconda dei ceti e degli ambienti sociali nei quali penetrava. Molti principi territoriali, come quelli di Sassonia e del Palatinato, colsero l’occasione per impadronirsi dei beni della Chiesa.

LE CORRENTI RADICALI DELLA RIFORMA: LA GUERRA DEI CONTADINI

Nelle campagne furono soprattutto i motivi evangelici dell’uguaglianza tra gli uomini a rafforzare il movimento, già in atto da tempo, di resistenza contro gli sgravi fiscali feudali. Fin dal 1520, alcuni seguaci di Lutero cominciarono a fomentare le folle non solo contro il clero ma anche contro tutte le ingiustizie e tutte le forme di oppressione. Riforma sociale e religiosa, avevano infatti per questi predicatori, una forte correlazione. Nello specifico, essi propugnavano lo sviluppo di un Regno di Dio sulla terra, basato sulla fratellanza e sui principi del Vangelo. Tra questi predicatori spiccava la figurava di Thomas Muntzer, un parroco visionario che, dopo aver peregrinato da una città all’altra, si stabilì in Turingia, regione nella quale, nella primavera 1525, si pose a capo di una sollevazione popolare che diede vita a un governo cittadino basato sull’uguaglianza universale e sulla comunione dei beni. Già da parecchi mesi ormai, infuriava in Germania la guerra dei contadini. Dai focolai inziali, accesi in Svevia e lungo il Reno nel 1524, la rivolta dilagò rapidamente anche verso nord. I rivoltosi erano spinti dalla volontà di ristabilire “gli antichi diritti” contro le recenti usurpazioni dei signori. Le violenze e i saccheggi messi in atto dai rivoltosi indussero i principi, la nobiltà e i ceti urbani più abbienti ad armarsi per stroncare il movimento. Decisiva fu la sconfitta subita dagli insorti in Turingia il 15 maggio 1525; Thomas Muntzer, che aveva preso parte alla battaglia, fu catturato e messo a morte. La repressione fu durissima: si contarono oltre centomila vittime durante e dopo gli scontri. Addirittura, lo stesso Lutero esortò, mediante la pubblicazione di uno scritto nel maggio 1525, a reprimere violentemente e piuttosto rapidamente tale rivolta. La condanna di tale ribellione da parte di Lutero era in fondo abbastanza coerente con la visione, ancora prettamente medievale, che il monaco agostiniano aveva dei principi e magistrati, intesi come figura istituite da Dio per mantenere l’ordine. In realtà, l’asprezza del suo tono era strettamente correlata alle diatribe che in anni precedenti Lutero aveva contratto con Muntzer. La corrente più radicale della Riforma

sopravvisse comunque alla disfatta dei contadini, soprattutto mediante l’operato degli anabattisti. Questo termine, che significa propriamente ribattezzatori, si riferisce alla consuetudine di somministrare il battesimo agli adulti, giacché secondo costoro solo l’adesione consapevole del soggetto rendeva valido il sacramento. Dalla Svizzera, tale dottrina si propagò lungo il Reno fino ai Paesi Bassi. Nonostante le persecuzioni cui furono soggetti, gli anabattisti rimasero per lo più costanti nel rifiuto della violenza. Tuttavia, nel febbraio 1534, gli anabattisti provenienti dall’Olanda e insediatisi a Munster, si impadronirono del governo della città imponendo con la forza le loro regole. Per sedici mesi essi resistettero all’assedio del principe e delle forze sia luterane che cattoliche accorse in suo aiuto. La capitolazione fu seguita da uno spaventosa massacro.

LA CONCLUSIONE DEI CONFLITTI IN GERMANIA

In seguito alla Dieta di Worms, l’imperatore Carlo V riprese gli sforzi per risolvere la questione luterana. Restio ad impiegare la forza, l’imperatore convocò nel 1530 la Dieta di Augusta. Qui, il braccio destro di Lutero, Filippo Melantone, redasse la Confessio Augustana, una professione di fede cui aderì la maggior parte dei principi e delle città riformati. Ma l’intransigenza dei teologi cattolici cui ne fu affidato l’esame rese impossibile l’accordo. Allora, Carlo V intimò ai protestanti di sottomettersi, ma essi stipularono un’alleanza difensiva, la Lega di Smalcalda. L’ultimo tentativo di conciliazione ebbe luogo nel 1541 a Ratisbona, dove un compromesso tra protestanti e cattolici parve delinearsi sullo spinoso problema della giustificazione per fede. Ma le posizioni tornarono subito ad allontanarsi e i negoziati lasciarono posto allo scontro armato. Neppure la schiacciante vittoria ottenuta dall’imperatore sulla Lega di Smalcalda nel 1547 riuscì a porre fine al conflitto, tanto più che il nuovo re di Francia, Enrico II, allacciò rapporti con i protestanti e i turchi per conferire maggiori difficoltà all’Asburgo. Addirittura, nell’autunno del 1551, fu stipulato un patto segreto in base al quale Enrico II avrebbe garantito il suo appoggio diplomatico e militare ai principi protestanti in cambio dell’acquisto dei vescovati di Metz, Toul e Verdun. Carlo V fu colto alla sprovvista dalla ripresa delle ostilità, tanto da essere costretto a una umiliante fuga da Innsbruck, nell’aprile 1552, di fronte all’avanzata dell’esercito protestante. Dopo tali avvenimenti però, la guerra non ebbe ulteriori sviluppi di rilievo, anche perché ai principi tedeschi stava più a cuore un’intesa con l’imperatore che salvaguardasse la loro autonomia politica e sociale piuttosto che una vittoria della Francia. Le trattative diplomatiche tra l’impero e i principi protestanti furono guidate da Ferdinando, fratello di Carlo V, e sfociarono nella pace di Augusta del 25 settembre 1555, con la quale veniva riconosciuta in Germania l’esistenza di due diverse fedi religiose, quella cattolica e quella protestante. Mentre nelle città imperiali era ammessa la loro duplice esistenza, i principi territoriali potevano imporre il proprio credo ai sudditi. La pace di Augusta sancì dunque la definitiva scissione religiosa della Germania e un grave indebolimento dell’autorità imperiale, giacchè i veri vincitori della lunga lotta furono i principi, i quali diedero progressivamente luogo a un consolidamento delle strutture istituzionali. Una caratteristica analoga interessò anche gli stati asburgici ereditari, che sotto Ferdinando acquisirono una prima forma di unità politica con la creazione di organi comuni ai vari regni e ducati. La decisione di Carlo V di spartire il suo immenso impero tra il fratello e il figlio Filippo II divenne effettiva tra il 1555-56 con la sua abdicazione a tutti i titoli. Mentre Ferdinando diveniva imperatore del Sacro Romano Impero col titolo di Ferdinando I ed ereditava le corone di Boemia e di Ungheria e ducati austriaci, a Filippo II toccavano la Spagna, con tutte le sue colonie, i Paesi Bassi, la Franca Contea, il Regno di Napoli, la Sicilia, la Sardegna e il Ducato di Milano.

DA ZWINGLI A CALVINO: “IL GOVERNO DEI SANTI”

L’esperienza di Ulrich Zwingli fu parallela a quella di Lutero, ma ebbe caratteri in parte diversi, legati alla sua formazione umanistica e al vivace clima politico intellettuale dei liberi cantoni della Svizzera tedesca. Chiamato nel 1518 a ricoprire l’ufficio di cappellano presso la cattedrale di Zurigo, Zwingli si staccò progressivamente dalla fede tradizionale e tra il 1523-25 riuscì a convincere il Consiglio cittadino ad abolire la messa e a imporre la Bibbia come unica fonte di autorità in campo religioso. La riforma si estese rapidamente da Zurigo a Basilea, ma non riuscì a fare breccia a Lucerna, anche perché Zwingli esigeva la cessazione del servizio militare mercenario, che era una delle principali risorse per quelle popolazioni. In vista dello scontro che si delineava, gli zwingliani cercarono l’appoggio dei luterani tedeschi, ma nell’incontro di Marburgo del 1529, fu impossibile raggiungere un accordo circa il problema dell’eucarestia: Zwingli la interpretava come una semplice cerimonia commemorativa dell’ultima cena, mentre Lutero credeva nella presenza del Cristo nel pane e nel vino offerto ai fedeli. Nel 1531 un esercito cattolico mosse contro Zurigo: a Kappel i protestanti ebbero la peggio, e lo stesso Zwingli perse la vita in battaglia. La sua eredità fu comunque raccolta dai calvinisti. Nato a Noyon, Giovanni Calvino compì anzitutto accurati studi umanistici e giuridici. La sua conversione alle idee riformate dovette essere anteriore al 1534, giacché quell’anno, in virtù di un’ondata di persecuzione degli eretici, fuggì all’estero. A Basilea fu pubblicata nel 1536 L’Istituzione della religione cristiana, opera che si presenta come una autorevole guida alla lettura e alla comprensione della Bibbia. Molti punti essenziali della dottrina luterana vennero condivisi da Calvino. Tuttavia, il Dio di Calvino è un Dio del Vecchio Testamento anziché del Nuovo, cioè un Dio maestoso che fin dal principio ha predestinato ogni singolo uomo alla salvezza o alla dannazione eterna. Un’altra importante differenza tra calvinismo e luteranesimo risiede nella concezione del rapporto tra Chiesa e Stato. Nello specifico, secondo Calvino l’autorità civile non deve limitarsi a mantenere l’ordine in un mondo sottoposto al peccato, ma deve promuovere il bene spirituale dei sudditi. Trattavasi, praticamente, di un trasferimento alle autorità civili di quei compiti di controllo e sanzione dei comportamenti privati che nei paesi cattolici erano svolti dalla Chiesa. Proprio per questo Calvino, a differenza di Lutero, ritiene legittima la resistenza contro un sovrano malvagio.

LA DIFFUSIONE EUROPEA DEL PROTESTANTESIMO: LA RIFORMA IN INGHILTERRA

Sia in Inghilterra che nei Paesi Scandinavi, i mutamenti in campo religioso furono strettamente correlati al processo di costruzione di un’unità nazionale e di un forte potere monarchico. Nel 1528, il re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor chiese al pontefice l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, zia di Carlo V, che non gli aveva dato il sospirato figlio maschio. Il pontefice Clemente VII non si sentì di accogliere la richiesta e allora Enrico decise di fare da sé. Nel 1529, infatti, convocò un Parlamento, da cui ottenne non solo l’annullamento del matrimonio, ma anche la rottura di tutti i vincoli di dipendenza da Roma e l’approvazione nel 1534 dell’Atto di Supremazia, che lo dichiarava capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. Artefice dello scisma anglicano fu il potente segretario del sovrano inglese, Thomas Cromwell. Caduto in disgrazia però, Cromwell fu accusato di tradimento e giustiziato nel 1540. Dal punto di vista religioso, la vera riforma ebbe luogo durante il breve regno di Edoardo VI, nato dalla terza moglie di Enrico VIII, Jane Seymour. Invano Maria Tudor, che succedette al fratellastro Edoardo e moglie del sovrano di Spagna Filippo II, si sforzò di riportare in auge in Inghilterra la religione cattolica, effettuando numerose condanne a morte inflitte ai protestanti, che le valsero l’appellativo di Maria la sanguinaria. Dopo la sua morte la Chiesa anglicana, separata da Roma, assumerà ormai una forma definitiva. Durante gli anni Cinquanta, in Scozia si diffuse in maniera preponderante il culto calvinista, mentre nei paesi

scandinavi a farla di padrone fu lo sviluppo e il successo del luteranesimo, che divenne addirittura religione di Stato in Danimarca, Svezia e Norvegia.

LA CONTRORIFORMA E L’ITALIA DEL TARDO 500

SPERANZE E PROPOSITI DI RINNOVAMENTO RELIGIOSO

Il termine Controriforma, coniato in Germania verso la fine del XVIII secolo, non ha ottenuto consensi unanimi nella storiografia, in quanto studiosi cattolici gli preferiscono in genere il termini di Riforma cattolica, più atto a sottolineare il moto di rinnovamento che investì lo scenario ecclesiastico nella prima metà del 500 . oppure, si suole distinguere tra riforma cattolica intesa come l’esame di coscienza della Chiesa Cattolica alla luce dell’ideale di vita cattolico, e l’affermazione di sé in lotta contro il protestantesimo. Altri hanno proposto invece il termine Evangelismo per indicare il diffuso bisogno di una vita religiosa più vicina agli insegnamenti di Cristo. Le istanze di rinnovamento religioso diffuse in Europa già prima della Riforma luterana furono avvertite anche in Italia, dove le idee di Erasmo da Rotterdam conobbero un discreto successo. Giocarono un ruolo determinante, oltre all’influsso erasmiano, anche l’ondata di profezie e di attese apocalittiche suscitate dalla predicazione di spiriti infervorati come Gerolamo Savonarola, le sofferenze apportate nella penisola dalle guerre, e la suggestione esercitata da alcune figure di ecclesiastici e laici di intensa spiritualità. A farla da padrone durante tale periodo erano l’atteggiamento critico nei confronti delle preoccupazioni mondane della Chiesa. Le speranze di un mutamento radicale propugnato dall’alto si riaccesero in concomitanza dell’avvento al pontificato di Paolo III Farnese, che immediatamente manifestò la volontà di riunire al più presto un nuovo Concilio Ecumenico e costituì nel 1536 una commissione con il compito di studiare e proporre rimedi ai mali della Chiesa. Ne uscì un documento di notevole portata innovatrice, Progetto per la riforma della Chiesa, risalente al 1537, che rimase però inseguito.

I NUOVI ORDINI RELIGIOSI: I GESUITI

Il clima di fervore e rinnovamento della Chiesa Cattolica si espresse tra l’altro mediante la creazione di nuovi ordini religiosi o mediante la riforma dei vecchi. L’ordine che più di ogni altro fu destinato a incarnare lo spirito della Controriforma fu la Compagnia di Gesù. Il suo fondatore fu Ignazio di Loyola, tipico hidalgo spagnolo per la vocazione delle armi e dallo spirito da crociata. Ferito all’assedio di Pamplona del 1521, Ignazio decise di convertirsi a una vita di preghiera e penitenza, dedicandosi, tra l’altro, ad anni di intensi studi nelle università spagnole e a Parigi. Qui nel 1534 pronunciò insieme ad alcuni compagni i voti di povertà e castità e si impegnò a consacrare la propria vita alla liberazione della Terra Santa e, dove ciò non fosse stato possibile, al servizio della Chiesa e del suo pontefice. Nel 1535 Ignazio e i suoi compagni soggiornarono in Italia: furono dapprima a Venezia, poi a Roma, dove nel 1540 la costituzione della Compagnia di Gesù venne solennemente approvata da papa Paolo III. Ai tre voti tradizionali di povertà, castità e obbedienza, essi ne aggiunsero un altro. Di fedeltà assoluta alle direttive del pontefice. Grande fu il contributo dei gesuiti anche all’attività missionaria, che costituì uno degli aspetti più significativi della Controriforma. In Asia fu memorabile l’operato dello spagnolo Francesco Saverio, uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola, che per vari anni percorse l’india e l’Indonesia predicando il Vangelo, introducendo, tra l’altro, il cattolicesimo in Giappone nel 1534. In Cina fu un altro gesuita, l’italiano Matteo Ricci, a diffondere il cristianesimo tra il 1583 e il 1610.

IL CONCILIO DI TRENTO

Nel 1541 fallì a Ratisbona l’ultimo tentativo di accordo tra protestanti e cattolici, nonostante la buona volontà dei rispettivi legati, Melantone e Contarini. Nel 1542 venne creata a Roma, per dirigere e coordinare la repressione dell’eresia, la Congregazione del Sant’Uffizio o dell’Inquisizione. In Italia, dunque, non vi era più posto per posizioni intermedie e tentennamenti. Il

concilio ecumenico, esteso cioè a tutto il mondo cristiano, fu indetto da papa Paolo III a Trento, scelta in quanto sede di un principato vescovile soggetto all’impero. A causa della riapertura delle ostilità tra Carlo V e il re di Francia, il concilio potè riunirsi effettivamente soltanto il 13 dicembre 1545. Con tale concilio, l’imperatore avrebbe anzitutto voluto che si affrontassero le questioni disciplinari, ma di fatto furono preponderanti le discussioni circa i punti dogmatici più controversi, come gli effetti del peccato originale, che il concilio tridentino dichiarò cancellati mediante il battesimo, e il principio di giustificazione per sola fede, che venne condannato come eretico. Trasferito a Bologna nel 1547, a causa della peste, e riconvocato a Trento nella primavera del 1551 dal nuovo papa Giulio III, il concilio fu nuovamente interrotto nel 1552 a causa della ripresa delle ostilità tra l’impero e la Francia, rimanendo sospeso per ben 10 anni, anche per via dell’avvento del nuovo pontefice Paolo IV. Quest’ultimo, infatti, era da sempre politicamente avverso all’imperatore, e quindi ostile al concilio, in cui vedeva una forte limitazione del potere della Santa Sede. Toccò allora al nuovo papa Pio IV l’incarico di rilanciare il concilio e di condurlo a termine, nel dicembre del 1563. Dal concilio tridentino usciva in primo luogo riaffermato e rafforzato il carattere monarchico della Chiesa Cattolica, e la superiorità del pontefice sul concilio stesso e la sua discrezionalità nell’applicarne le deliberazioni. Sotto il profilo dogmatico, le decisioni principali del concilio riguardarono anzitutto la natura dei sacramenti, trai quali fu conferito particolare rilievo all’eucarestia, intesa come sacrificio propiziatorio che implica la trasformazione della specie nel corpo e nel sangue di Cristo, e all’ordine, che conferisce al sacerdote un’aureola sacrale sollevandolo al di sopra della massa dei fedeli. Furono, tra l’altro, ribadite l’esistenza del Purgatorio e la validità delle indulgenze. Per quanto riguarda, invece, la formazione e i doveri del clero, i punti più importanti furono l’istituzione dei seminari, collegi appositi per la preparazione dei futuri sacerdoti, e l’obbligo fatto ai vescovi di risiedere nella propria diocesi, di visitarla tutta ogni due anni e di farne periodiche relazioni alla curia di Roma.

LA CHIESA E IL PAPATO NELLA 2° META’ DEL 500

L’applicazione dei decreti tridentini non fu immediata e, soprattutto fuori d’Italia, dovette fare i conti con la volontà dei sovrani cattolici di mantenere il controllo sulle rispettive Chiese. Indubbiamente, però, il concilio di Trento segna la ripresa della Chiesa Cattolica, divenendo sinonimo di una nuova compattezza e durezza assunte nei confronti del Protestantesimo, e di affermazione anche nella sfera politica e sociale. Il pontefice che incarnò perfettamente tali ideali fu Sisto V, il quale, non solo diede nuovo impulso all’attività missionaria e alla controffensiva cattolica nell’Europa centro-settentrionale, ma attuò una profonda riorganizzazione della curia romana, fissando il numero dei cardinali a 70, e quello delle congregazioni cardinalizie a 15, delle quali 9 si occupavano della Chiesa universale (Congregazioni del Concilio, dell’Indice, dell’Inquisizione) e le altre 6 degli affari interni dello Stato Pontificio. Così il collegio cardinalizio non rappresentava più, come era avvenuto nel Medioevo, un limite all’autorità papale, ma diveniva uno strumento del suo potere. Tuttavia, il significato della Controriforma non si esaurisce nell’accentramento dei poteri a Roma e nella persona del pontefice. Durante tale periodo infatti, si registra in molte diocesi, l’avvento di vescovi e arcivescovi animati da un forte spirito pastorale e da una forte carica riformatrice.

L’EGEMONIA SPAGNOLA IN ITALIA

La pace di Cateau-Cambrésis, stipulata tra Francia e Spagna nel 1559, sancì in Italia una egemonia spagnola destinata a durare fino agli inizi del XVIII secolo. La Spagna controllava direttamente quasi la metà del territorio italiano, amministrando i Regni di Napoli, Sicilia e Sardegna e il Ducato di Milano. Degli altri Stati, solo Venezia si poteva considerare effettivamente indipendente, giacchè

i sovrani di Toscana e di Savoia dovevano a Carlo V e a Filippo II i lori titoli e il loro ingrandimento. Tuttavia, è troppo semplicistico ridurre la storia italiana del pieno e tardo 500 all’egemonia culturale della Chiesa e a quella politica della Spagna. Effettivamente, proprio la stabilizzazione dell’assetto politico-territoriale conseguente alla vittoria della Spagna sulla Francia favorì, all’interno dei singoli Stati italiani, un’opera di rafforzamento e ammodernamento delle strutture istituzionali e delle classi dirigenti. All’interno dei territori italiani soggetti all’egemonia spagnola, l’autorità sovrana era rappresentata da un viceré o da un governatore, e dai comandanti dell’esercito, generalmente provenienti dall’alta nobiltà spagnola. Tuttavia, le magistrature finanziarie e giudiziarie erano soggette all’amministrazione da parte di personalità generalmente indigene, che riuscivano molto spesso a contrapporsi al rappresentante del sovrano, che cambiava ogni tre anni. Dunque, al monarca, in sostanza, si riconosceva la suprema autorità legislativa, ma la facoltà di applicare e interpretare le leggi era di fatto considerata prerogativa degli organi di governo locali. In tal senso, giocava un ruolo determinante a Napoli l’operato del Consiglio collaterale, mentre a Milano un’analoga funzione era svolta dal Senato, una sorta di tribunale supremo. In altri stati italiani, invece, il principe risiedeva in loco e agiva direttamente, senza l’aiuto di rappresentanti. Ai Medici, riportati a Firenze dalle armi spagnole, venne riconosciuto nel 1530 il titolo ducale e nel 1569 quello di granduchi di Toscana. Nel 1557, il Principato mediceo ottenne un considerevole successo, annettendo Siena al suo territorio, la quale tuttavia, manteneva le proprie leggi e le proprie istituzioni. Lo stato sabaudo venne riconosciuto come tale alla pace di Cateau- Cambrésis. Il duca Emanuele Filiberto spostò il baricentro del ducato al di qua delle Alpi, trasferendo la capitale da Chambèry a Torino. L’aumento delle imposte e l’impulso dato alle attività economiche resero possibile la costituzione di un piccolo esercito permanente. Il successore Carlo Emanuele I cercò di sfruttare questa nuova compattezza del ducato dando luogo a una serie di iniziative espansionistiche spesso avventurose. Fallì, infatti, nel tentativo di sottomettere Ginevra, ma riuscì nel 1601 a ottenere nella Francia il Marchesato di Saluzzo in cambio della cessione di alcuni territori in Savoia. Nella repubblica oligarchica di Genova, invece, i tradizionali contrasti tra le varie fazioni nobiliari sfociarono in gravi disordini nel 1575, ma l’anno seguente si giunse ad un accordo che sostanzialmente modificava i meccanismi di elezione. Qualche parallelo con la situazione politica genovese si può riscontrare a Venezia, presso la quale la contrapposizione tra i due partiti dei “vecchi” e dei “giovani” del patriziato lagunare erano piuttosto aspre. Durante la fine del 400 e gli inizi del 500, l’incremento numerico del patriziato fu strettamente correlato a una crescente differenziazione economica tra le famiglie più ricche e la nobiltà povera. La concentrazione del potere nelle mani delle famigli più ricche di Venezia si esplicò soprattutto con il progressivo rafforzamento del Consiglio dei dieci. Successivamente, nel 1583, l’opposizione dei giovani portò non solo alla restituzioni dei poteri al Senato precedentemente usurpati dal Consiglio dei dieci, ma anche all’adozione di una politica estera più energica e intraprendente.

L’EUROPA NELL’ETA’ DI FILIPPO II

FILIPPO II E I REGNI IBERICI

Tra il 1555 e il 1556 Carlo V abdicò, e mentre il fratello Ferdinando diveniva imperatore con il titolo di Ferdinando I, al figlio Filippo toccava la corona di Spagna con i suoi immensi possedimenti nel Nuovo Mondo e in Europa. In effetti, la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 stipulata tra Spagna e Francia, in seguito alla cocente sconfitta di quest’ultima a San Quintino nel 1557, assicurò alla potenza iberica una schiacciante supremazia in Italia e il possesso della Franca Contea e dei Paesi Bassi. Il potenziale demografico e militare della Castiglia, il controllo delle aree più ricche d’Europa e l’espansione nel Nuovo Mondo, mettevano dunque a disposizione di Filippo II un enorme insieme di risorse che nessun altro governo europeo poteva lontanamente vantare. A differenza del padre, Filippo II possedeva una concezione esclusiva e gelosa del potere e una religiosità intensa ma angusta e intollerante. In effetti, fu rafforzato in Spagna, tra il 1558 e il 1560, l’operato dell’Inquisizione, tanto è vero che furono condannati a morte molti protestanti. La repressione si abbatté anche sui moriscos dell’Andalusia che, nonostante la conversione ufficiale al cattolicesimo, mantennero intatte la loro lingua e le loro usanze. Le persecuzioni cui furono sottoposti li indussero a ribellarsi nel 1568, ma furono duramente sconfitti e deportati nelle regioni settentrionali della Castiglia, preludio della loro definitiva espulsione dal regno che avverrà nel 1609. Sarebbe tuttavia errato considerare Filippo II un fanatico sostenitore della Controriforma cattolica. Il sovrano spagnolo, infatti, si mostrò tutt’altro che docile nei confronti della Santa Sede; basti pensare che le deliberazioni del Concilio tridentino furono rese note in Spagna con due anni di ritardo e con la riserva che la loro applicazione non dovesse minimamente danneggiare le prerogative regie. Filippo, inoltre, fece spostare la sede della corte e del governo da Valladolid a Madrid, facendo qui costruire una grandiosa residenza estiva, l’Escorial, metà monastero e metà palazzo. Da qui egli dirigeva gli affari della sua immensa monarchia, leggendo le pratiche preparate dai suoi segretari e apponendovi la propria decisione, che i sudditi, date le lentezze burocratiche, avrebbero conosciuto dopo mesi o addirittura anni di attesa. Tale accentramento del potere decisionale nella figura del monarca non deve però essere confuso con il centralismo politico al quale tenderanno le monarchie assolute tra il XVII e il XVIII secolo. In effetti, Filippo II rimase sempre fedele alla concezione imperiale posseduta da suo padre, secondo cui ogni singolo paese aveva il diritto di conservare la propria individualità ed essere unito agli altri solo nella persona del sovrano. Basti pensare, al tal proposito che, in seguito all’estinzione della dinastia regnante, il Portogallo fu annesso alla corona spagnola nel 1580, mantenendo inalterate la sua forma di governo e le sue leggi. Analogamente, rimase inalterata e separata l’amministrazione dell’Aragona, dove nel 1591 Filippo II fu costretto a intervenire militarmente per sedare una rivolta fomentata dai signori feudali. Invece, il sistema tributario spagnolo era congegnato in modo da penalizzare i ceti produttivi e da privilegiare le rendite parassitarie. Oltretutto, il denaro veniva generalmente speso altrove, a causa degli impegni militari della monarchia, andando così ad arricchire altri Paesi. Non è dunque una sorpresa rilevare di già durante tale periodo la decadenza di alcune attività industriali prima fiorenti in Castiglia, come le sete andaluse e le lane di Burgos, o il fatto che il commercio internazionale era quasi tutto nelle mani di stranieri.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO E I CONFLITTI NEL MEDITERRANEO

L’egemonia spagnola in Italia e il possesso diretto del Regno di Napoli, della Sicilia e della Sardegna garantivano a Filippo II una posizione dominante nel Mediterraneo, ma lo rendevano al tempo stesso piuttosto esposto agli attacchi della potenza ottomana, la cui flotta sferrò nel 1570 un improvviso attacco contro l’isola di Cipro, insediamento veneziano. Per iniziativa del papa Pio V, si

costituì allora una santa lega in cui entrarono, oltre a Venezia e alla Spagna, anche Genova, la Savoia e l’ordine di Malta. Il 7 ottobre il 1571, quando Cipro era già caduta in mani ottomane, la flotta cristiana, guidata da Giovanni D’Austria (un figlio naturale di Carlo V), e quella ottomana si scontrarono nei pressi di Lepanto: le galere ottomane erano circa 250, ma la loro superiorità numerica era compensata dalla maggiore potenza di fuoco della flotta cristiana. La battaglia di Lepanto è tradizionalmente considerata l’ultima grande battaglia della storia che vide protagoniste le navi a remi e che fu combattuta con la tecnica dell’abbordaggio. Spaventosa fu la carneficina da ambe le parti, ma alla fine della giornata si delineò schiacciante la vittoria delle forze cristiane. Scarsi furono però i risultati politici ottenuti conseguentemente alla battaglia. Venezia preferì stipulare nel 1573 una pace separata, rinunciando di fatto a Cipro e tornando alla sua tradizione politica di buon vicinato con Istanbul.

LA RIVOLTA DEI PAESI BASSI

Alle origini dell’insurrezione olandese contro la Spagna vi furono essenzialmente tre fattori, il primo dei quali è quello religioso. I Paesi Bassi, infatti, erano piuttosto inclini alle dottrine riformate, e in particolare al calvinismo. In virtù di tale circostanza, non poteva di certo mancare la risposta di Filippo II, strenuo difensore dell’ortodossia religiosa. Si delineò, oltretutto, una problematica di nauta politica, che fu anch’essa preponderante, insieme al fattore religioso, all’insurrezione olandese. Il monarca aveva affidato il governo dei Paesi Bassi alla sorellastra Margherita, affiancata dal cardinale di Granvelle, che diresse energicamente la lotta contro l’eresia rafforzando in modo particolare l’operato dell’Inquisizione. Ciò suscito immediatamente l’irritazione e l’opposizione dei patriziati urbani, pur fedeli nella grande maggioranza al culto cattolico. Il governo degli Asburgo era allora avvertito come straniero e oppressivo, contrariamente a quanto accadeva durante il tempo di Carlo V. Malgrado l’allontanamento di Granvelle nel 1564, i nobili fiamminghi invasero in armi il palazzo della governatrice pretendendo l’abolizione dell’Inquisizione il 5 aprile 1566. Il terzo fattore infine, fu la crisi economica che verso la metà degli anni Sessanta colpì i centri urbani e soprattutto Anversa. Nell’estate del 1566, in molte città folle di calvinisti devastarono le chiese, distruggendo le immagini sacre, ritenute manifestazioni di idolatria. Di fronte alla ribellione aperta, Filippo II decise di ricorrere alla forza e inviò nelle Fiandre un forte esercito guidato dal duca d’Alba, il quale giunto a Bruxelles il 22 agosto 1567, fece arrestare i capi dell’opposizione, e istituì un tribunale straordinario, il Consiglio dei torbidi, che in pochi mesi pronunciò un migliaio di condanne a morte. I metodi spietati del duca di ferro parvero in un primo tempo avere successo, ma una nuova ondata di malcontento si sviluppò nel 1569 per l’imposizione di nuove tasse. Approfittando della situazione di fermento, il principe Guglielmo D’Orange, nel contempo fuggito all’estero, riuscì ad allestire una flotta e a invadere le province settentrionali dal mare, facendosi proclamare nel 1572 statolder delle province d’Olanda e convertendosi l’anno seguente al calvinismo. In quelle zone acquitrinose, gli olandesi riuscirono a resistere all’esercito del duca d’Alba. Nel 1575, la Spagna dovette addirittura dichiarare bancarotta e i soldati, rimasti ovviamente senza paga, saccheggiarono Anversa. Nel 1579 si giunse alla definitiva scissione dei Paesi Bassi. Mentre le dieci province meridionali tornavano l’una dopo l’altra all’obbedienza, le sette province settentrionali continuarono la lotta. Neppure l’assassinio di Guglielmo d’Orange modificò la situazione, che evolveva ormai verso la piena indipendenza dell’Olanda.

L’INGHILTERRA NELL’ETA’ ELISABETTIANA

Nata nel 1533 dalla seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena, Elisabetta salì al trono in seguito alla morte di Maria Tudor, alla fine del 1558. Il suo governo fu caratterizzato da un notevole

equilibrio tra la volontà di mantenere buoni rapporti con il Parlamento, che tuttavia fu convocato solo 13 volte in 45 anni, e la tendenza a concentrare i poteri decisionali nel Consiglio privato della corona, il membro più autorevole fu William Cecil. Il problema più urgente da risolvere fu, per Elisabetta, quello religioso. Per fornire stabilità al paese, la regina decise di adottare un compromesso che fissò in maniera definitiva i tratti della Chiesa anglicana. Riaffermò, infatti, la supremazia del sovrano in ambito religioso, e con l’Atto di uniformità del 1559 impose il Libro delle preghiere comuni, rispettoso della liturgia tradizionale; sul piano dottrinale, invece, i 39 articoli di fede, promulgati nel 1571, accolsero i motivi fondamentali della teologia calvinista. Tuttavia il compromesso elisabettiano lasciavi insoddisfatti proprio i calvinisti, quelli più intransigenti, detti puritani, che reclamavano l’abolizione dei vescovi. Il problema religioso era poi, strettamente correlato alla problematica della successione. La volontà di Elisabetta di non contrarre matrimonio, ripresentava in Inghilterra lo spettro delle discordie civili in seguito alla sua scomparsa. Oltretutto, l’illegittimità della sua nascita veniva continuamente sottolineata da coloro che speravano in un rovesciamento degli indirizzi politico- religiosi dell’Inghilterra. Punto di riferimento di queste trame fu la regina di Scozia Maria Stuart, di fede cattolica e discendente legittima di Enrico VIII. Dichiarata decaduta nel 1568 dalla nobiltà scozzese calvinista, Maria riparò in Inghilterra, dove non cessò di intrigare contro Elisabetta. In seguito a tutto ciò, la regina d’Inghilterra condannò a morte Maria Stuart nel 1587. In campo finanziario, Elisabetta attuo un’ampia moderazione dei tributi, e la sua politica interna fu tale da assecondare il grande moto di espansione dell’economia e della società inglese. Al raddoppio della popolazione nell’arco di poco più di un secolo si accompagnarono una forte mobilità sociale e il rafforzamento dei ceti intermedi. Mutamenti straordinari si registrarono non solo nell’industria, la più tradizionale della quale era quella della filatura e tessitura della lana, ma anche nell’ambito del commercio e della navigazione. La Compagnia di Moscovia, istituita nel 1553, fu la prima di una serie di Compagnie privilegiate, che ottenevano dalla corona inglese il “privilegio” di commerciare con una certa area del globo. I rapporti dell’Inghilterra elisabettiana con la Spagna, già tesi a causa dei continui attacchi dei marinai inglesi contro le navi e i possessi di Filippo II, si inasprirono maggiormente quando Elisabetta, nel 1585, decise di appoggiare esplicitamente la rivolta nei Paesi Bassi e quando, due anni dopo, condannò a morte Maria Stuart. In virtù di tali avvenimenti. Una flotta gigantesca composta da 130 navi partì nel luglio 1588; ma l’Invecible armada di Filippo II fu distrutta dalle tempeste e attaccata dalle navi inglesi nelle acque della Manica. Gli spagnoli decisero allora di rinunciare allo sbarco e di circumnavigare le isole britanniche. Meno di metà della flotta riuscì a vedere i porti spagnoli. La guerra con la Spagna si trascinò sino al 1604, ma era ormai evidente che era giunto a fallimento il tentativo di Filippo II di stroncare la potenza navale e commerciale britannica.

LE GUERRE DI RELIGIONE IN FRANCIA

Durante la seconda metà del 500, la Francia fu dilaniata da una serie di conflitti interni scaturiti da problematiche soprattutto religiose, intrecciate a moventi di ordine polito sociale. In seguito alla morte di Enrico II, nel luglio del 1559, toccò alla vedova Caterina de’ Medici il compito di reggere a lungo il timone dello Stato, data la prematura e inaspettata scomparsa del suo primogenito Francesco II. Nel frattempo, il calvinismo si diffondeva rapidamente nelle regioni del sud e dell’ovest, meno integrate nel Regno di Francia. I calvinisti, detti in Francia ugonotti, erano, in tutto il paese, circa un milione, cioè il 7-8% della popolazione, ma la metà dei nobili. Le fazioni nobiliari in lotta erano rappresentati da tre casate: menzioniamo, anzitutto, i Guisa, capi dei cattolici intransigenti; i Borbone, esponenti del partito ugonotto, e infine, ricordiamo i Montmorency- Chatillon, il cui membro più autorevole, l’ammiraglio Gaspard de Coligny, era anch’egli convertito

al calvinismo. Per reagire alla strapotenza dei Guisa, Caterina de’ Medici fu indotta a fare delle concessioni agli ugonotti con l’editto di San Germano, nel 1562. Ma il 1 marzo i partecipanti a una riunione protestante a Vassy furono massacrati dai seguaci del duca di Guisa. Fu questo l’inizio della prima fase delle guerre civili in Francia, conclusasi nel 1570 con la pace di San Germano, che ribadiva le precedenti concessioni fatte agli ugonotti. Negli anni successivi, crebbe rapidamente a corte l’autorità dell’ammiraglio Coligny, che riuscì a conquistarsi le grazie di Carlo IX, e a ottenere per l’ugonotto re di Navarra Enrico Borbone, la mano della sorella del re, Margherita di Valois. Durante i festeggiamenti per le nozze, Caterina de’ Medici, preoccupata per la crescente influenza di Coligny sul figlio, diede mano libera alla fazione dei Guisa e alla plebaglia parigini, violentemente antiprotestante. Così, nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, la notte di San Bartolomeo, più di 2000 ugonotti, furono trucidati nelle loro case, e il massacro si estese rapidamente anche nelle province. Molti ugonotti, ma la salda organizzazione protestante delle regioni del sud tenne duro e prese addirittura a funzionare come una confederazione di Stati indipendenti. All’organizzazione protestante si oppose allora la Lega santa, capeggiata dai Guisa, sostenuta soprattutto dalla città di Parigi e dalla nobiltà cattolica. Il precario equilibrio tra i due schieramenti si ruppe quando con la morte del Duca d’Angiò, ultimo figlio di Enrico II, divenne erede presuntivo al trono Enrico di Borbone. A tutto ciò fece seguito la cosiddetta “guerra dei tre Enrichi”, cioè il re Enrico III, Enrico di Borbone e il duca Enrico di Guisa, capo della lega cattolica, la quale sostituì di fatto l’autorità del monarca. Quest’ultimo decise, nel dicembre 1588, di rifugiarsi a Blois, attirandovi con un tranello il duca di Guisa e facendolo assassinare. Non gli restava a questo punto l’alleanza con il Borbone, insieme al quale strinse d’assedio Parigi nel luglio 1589, ma un mese dopo lo stesso Enrico III fu assassinato da un frate fanatico. Prima di morire, fece in tempo a designare come suo successore Enrico di Borbone, che divenne Enrico IV, il quale non venne riconosciuto dai leghisti, che gli contrapposero la candidatura di una figlia di Filippo II di Spagna, Isabella. Truppe spagnole penetrarono allora in Francia per imporla sul trono, ma proprio questo fatto permise a Enrico IV di presentarsi come il baluardo dell’indipendenza nazionale, trasformando la guerra civile in guerra contro lo straniero. Con la pubblica conversione di Enrico IV, nel 1593, e il suo ingresso trionfale a Parigi, avvenuto nel marzo 1594, le sorti della lotta sembravano ormai segnate. Il vecchio Filippo II riconobbe la sconfitta firmando il 2 marzo 1598 la pace di Vervins. Poco più di un mese dopo, l’editto di Nantes sancì la definitiva pace religiosa, proclamando la conservazione del cattolicesimo in virtù di religione di Stato, ma riconoscendo agli ugonotti il diritto di praticare il loro culto.

L’EUROPA ORIENTALE: POLONIA E RUSSIA

Nel seconda metà del Cinquecento, in Europa orientale si riscontravano due grandi formazioni statali: il Regno polacco-lituano e la Russia moscovita. Durante tale periodo, la Polonia si presentava come un crogiolo di popoli alquanto differenti dal punto di vista etnico- religioso. Proprio tale complessità rendeva ardua l’affermazione di una solida autorità statale. Ma un ostacolo ancora maggiore era costituito dalla presenza di una nobiltà fieramente attaccata ai propri privilegi e alle proprie tradizioni militari. Proprio questo ceto fu protagonista della notevole fioritura intellettuale dell’età rinascimentale e del forte aumento della produzione cerealicola che alimentava una massiccia esportazione verso Occidente. Ma tali progressi determinarono da un lato l’inevitabile asservimento dei contadini, e l’indebolimento dell’autorità monarchica, i cui poteri erano fortemente limitati data la presenza di un Senato e di una Camera dei deputati, entrambi espressione della nobiltà. Nel 1572, morto senza eredi il re Sigismondo II, venne definitivamente affermato il carattere elettivo e non ereditario della corona. Da allora, la nobiltà polacca elesse sistematicamente principi stranieri, che non avevano basi nel Paese e dovevano per forza

appoggiarsi all’una o all’altra fazione aristocratica. Dietro la facciata monarchica, la Polonia era in realtà una repubblica aristocratica.

Nella Russia moscovita le condizioni economico-sociali erano per molti versi simili a quelle del Regno polacco-lituano: un territorio sconfinato e poco popolato, uno scarsissimo sviluppo urbano e commerciale, e un’economia agricola imperniata sulle grandi aziende signorili che sfruttavano il lavoro dei contadini servi della gleba. L’evoluzione politica, tuttavia, fu tendenzialmente opposta a quella sviluppatasi in Polonia, giacché essa andò verso la concentrazione di tutti i poteri nelle mani del monarca, nei cui confronti gli stessi nobili erano in un perenne stato di soggezione servile. Ciò fu sostanzialmente dovuto la minore forza e compattezza della nobiltà russa rispetto a quella polacca e il ruolo cruciale della Chiesa ortodossa, la quale rendeva sacra la figura dello zar. La Russia fu protagonista di una grande espansione territoriale con Ivan III il Grande e con Basilio III, sovrani che posero le basi della stretta associazione tra Stato e Chiesa e della creazione di una nuova nobiltà, che in cambio della concessione di terre assicurava alla corona il servizio militare e civile. Tale processo raggiunse il punto più alto con Ivan IV che, dopo essersi fatto incoronare zar nel 1547, diede inizio a una politica di rafforzamento del potere monarchico. All’esterno, Ivan intrecciò rapporti commerciali con le potenze occidentali, soprattutto con l’Inghilterra; condusse, tra l’altro, una serie di campagne militari in modo che tutto il bacino del Volga, fino al Mar Caspio, fosse in mani russe. Ma a partire dal 1560 circa, cominciò a dare segni di squilibrio mentale, tanto è vero che diede inizio a una feroce politica di persecuzione nei confronti di coloro che mostrassero qualsiasi forma di ostilità allo zar. Il terrore raggiunse il culmine nel 1570 con il massacro della popolazione di Novgorod. A tali problematiche si aggiunsero anche gli oneri sempre più gravi della guerra contro la Polonia e la Svezia, che si concluse nel 1582 con la sconfitta della Russia e la rinuncia allo sbocco sul Baltico. A Ivan IV succedette il figlio Fedor, debole e infermo di mente; il potere effettivo fu esercitato dal cognato dello zar, Boris Godunov, che successivamente riuscì a farsi incoronare zar. Alla sua morte, la Russia sprofondò in uno stato di totale anarchia, la cosiddetta “epoca dei torbidi”, che ebbe fine solo nel 1613, quando fu eletto zar Michele Romanov, la cui dinastia regnerà in Russia sino al 1917.

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