OSPITE INQUIETANTE UMBERTO GALIMBERTI, Appunti di Filosofia morale
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OSPITE INQUIETANTE UMBERTO GALIMBERTI, Appunti di Filosofia morale

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RIASSUNTO DEL LIBRO DI UMBERTO GALIMBERTI - L'OSPITE INQUIETANTE
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Introduzione

Questo è un libro dedicato ai giovani. Giovani che vivono una vita pervasa dal nulla che viene definito da Nietzsche con il termine “nichilismo”; giovani che non riescono a riconoscere quei sentimenti di vuoto che li affogano e quella costante depressione che li governa; giovani abbandonati a se stessi e ad una vita che non riserva per loro nessun futuro promettente. Così questi giovani sfuggono alla loro solitudine e all'individualismo che li circonda, rifugiandosi dietro la musica, le droghe, il denaro. Questo è il disagio che oggi invade la nostra cultura, un disagio dovuto non solo alla mancanza di prospettive e progetti, ma anche di sensi e di legami affettivi.

E questo perché se l'uomo, come dice Goethe, è un essere colto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell'insensatezza che l'atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla differenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un'implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, sono le prime vittime1

Per cui se il disagio giovanile ha un'origine culturale, risultano inefficaci i rimedi che la nostra cultura cerca di elaborare, sia in campo religioso perché Dio è realmente morto, sia in campo illuminista perché oggi proprio la ragione sembra non essere il regolatore dei rapporti umani, se non per un fine strumentale atto a garantire il progresso tecnico, ma non sicuramente a trovare un senso per il pensiero, un senso per la vita.

Ecco che le pagine di questo libro, cercano di individuare un rimedio – non facile e immediato – per questa mancanza di significato nelle vite dei giovani. Un rimedio che sembra essere il riconoscimento di quello che ognuno di noi è, delle proprie capacità, del saperle esplicitare e vederle fiorire. Questo potrebbe indurre i giovani ad avere la curiosità di conoscere se stessi, di trovare senso in questa scoperta, che li potrebbe condurre ad un'espansione della loro vita e della loro potenza creativa.

1.

1

1Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 12.

Il nichilismo e la svalutazione di tutti i valori

Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché”?. Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi perdono ogni valore.

F. Nietzsche, fr. 9 (35), in Frammenti postumi 1887-18882.

1. Il decentramento dell'universo

Gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma la descrizione che di esso hanno sempre dato il mito, la religione, la scienza. Tra queste, la più dicente, quella di Platone, suddivideva il mondo in due parti: “le cose di lassù” e le “cose di quaggiù”, due parti tra le quali si stabiliva una gerarchia di stabilità che permetteva di orientarsi tra il vero o il falso, il giusto e l'ingiusto, il pregevole e lo spregevole. Quest'ordine delle idee dava un senso, un percorso ascensionale da seguire, alla fine del quale c'era la salvezza.

Un giorno, la filosofia greca incontrò l'annuncio giudaico-cristiano che parlava di una terra promessa e di una patria ultima. Non si parlò più di un tempo descritto come ciclica ripetizione dell'evento cosmico, ma come un senso che cambiò l'accadere degli eventi in storia, dove alla fine si sarebbe compiuto ciò che fin dal principio era stato annunciato.

A questo in seguito, si aggiunse una terza descrizione del mondo, fornita dalla scienza, capace di riconoscere il carattere relativo di ogni movimento e di ogni posizione dello spazio. Questo portò al decentramento dell'universo, perdita di ordine e finalità. Da terra-madre la terra divenne materia indifferente, e da qui l'uomo iniziò a vagare senza senso, vivendo il nichilismo, ossia il disorientamento.

2. Il disincanto del mondo

La filosofia è un nuovo scenario che si assesta tra essere e nulla, a metà tra positivo e negativo. Oggi la nostra terra vive in un clima si spaesamento. Franco Volpi scrive così:

Oggi i riferimenti tradizionali – i miti, gli dèi, le trascendenze, i valori – sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico-tecnica ha prodotto l'indecidibilità delle scelte ultime sul piano della sola ragione. Il risultato è il politeismo dei valori e l'isostenia delle decisioni, la stessa stupidità delle prescrizioni e la stessa inutilità delle proibizioni. Nel mondo governato dalla scienza e dalla tecnica l'efficacia degli imperativi morali sembra pari a quella dei freni di bicicletta montati su un jumbo. Sotto la calotta d'acciaio del nichilismo non v'è più virtù o morale possibile3.

Il paradigma tecnico-scientifico si propone dei risultati da poter raggiungere come esiti delle sue procedure, abolendo il fine ed anche il senso, perché non appartengono alle sue competenze. Ecco che oggi è difficile trovare risposta a quelle infinite domande intorno al senso.

3. Il tramonto della cultura occidentale

L'indifferenza della terra, manifesta oggi nella forma del nichilismo, non fa altro che rendere tristi gli uomini, per i quali tutto è vuoto, privo di senso, e tutto diventa inutile, lavorare, progettare, vivere. Secondo Nietzsche l'uomo moderno e il suo tempo sono una fine, la fine dei valori e del movimento morale e spirituale. I valori supremi perdono ogni valore e significato.

4. La razionalità della tecnica e l'implosione del senso

2

2Umberto Galimberti, op. cit., p. 15. 3F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari 2004, pp. 175-176, cit. in Umberto Galimberti, op. cit., p. 17.

La tecnica è entrata a far parte del nostro tempo, abolendo lo scenario umanistico, trovandosi in conflitto con il primato che l'uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell'essere, avendo degli scopi, idee proprie e sentimenti in cui si riconosceva. La tecnica oggi non risponde alle domande di senso, non tende ad uno scopo, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, perché non le compete. La tecnica funziona e basta.

E siccome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l'età pre-tecnologica, e che ora, nell'età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi, o rifondati dalle radici4.

5. Le malattie dello spirito

Oggi la cultura mostra le malattie delle grandi entità come costituzionali. Le stelle sono malate, il cielo è malato, la luce è malata, il tempo è malato, la vita è malata, il lògos è malato. Oggi, con quali occhi si guarda ancora il cielo? Oggi non lo si considera più come facevano gli antichi, come una volta che abbraccia il mondo. Oggi gli individui sono incapaci di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo.

2.

L'epoca delle passioni tristi

Cosa succede quando la crisi non è più l'eccezione alla regola, ma essa stessa regola della nostra società?

3

4Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 21.

M. Benasayag, G. Schmit, L'epoca della passioni tristi (2003), p. 135.

1. Il futuro come promessa

Un filosofo e psicoanalista argentino, Miguel Benasayag, ed un professore di psichiatria infantile e dell'adolescenza, Gérard Schmit, hanno osservato i servizi di consulenza psicologica e psichiatrica diffusi in Francia e si sono accorti che a frequentarli, nella maggior parte dei casi, sono persone le cui sofferenze non hanno origine psicologica, ma riflettono la tristezza che caratterizza la nostra società odierna, percorsa da un sentimento di insicurezza e precarietà. Hanno identificato questo problema con il nome “crisi della società”. Una crisi che consiste in un cambiamento dal futuro-promessa al futuro-minaccia. Un futuro che si offre come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine. Per i due studiosi tutto questo è cominciato con la “morte di Dio” annunciata da Nietzsche, che ha segnato la fine dell'ottimismo teologico che visualizzava il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza. Eredi di quest'ottimismo sono stati dopo la scienza, l'utopia e la rivoluzione, che riformulavano la stessa prospettiva dove il passato appare come il male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso come salvezza.

2. Il futuro come minaccia

Oggi è crollata la visione ottimistica. Non solo Dio è morto, ma anche i suoi eredi, e cioè la scienza, l'utopia e la rivoluzione, hanno mancato la promessa. In questo tempo dove ci sono inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, egoismi, guerre, l'uomo è precipitato verso una negatività di un tempo affidato al caso, senza direzione e orientamento. La fonte dell'infelicità dell'individuo non è tanto il dolore o il pianto, ma l'impotenza e la mancanza di senso.

La mancanza di un futuro come promessa arresta e limita il desiderio solo al presente. Nel domani non c'è prospettiva.

Ciò significa che nell'adolescente non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica (che investe sull'amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). Senza questo passaggio, si corre il rischio di indurre gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un'educazione finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che “ci si salva da soli”, con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali6.

La mancanza di un futuro come promessa priva i genitori e gli insegnanti dell'autorità di indicare la strada. Si crea cosi un rapporto in cui gli adulti sono tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane, che in un rapporto egualitario è libero di accettare o meno ciò che gli viene proposto. Quando gli adulti trattano gli adolescenti da pari, non li contengono, e così li lasciano soli di fronte alle loro ansie e le loro pulsioni.

I giovani hanno bisogno di vivere i diversi passaggi dell'adolescenza e della loro giovinezza, cioè esplorare la loro potenza, sperimentare i limiti della società, uccidere simbolicamente l'autorità, il padre. Ma siccome in famiglia i rapporti che si creano sono egualitari, e l'autorità non esiste più, ecco che i giovani finiscono per sperimentare questi passaggi con la polizia, scatenando nella società la violenza contenuta in famiglia. I giovani non riescono più a percepire l'integrazione sociale, l'apprendimento, l'investimento nei propri progetti, che altro non è che il desiderio di desiderare la vita. Tutto questo è conseguenza di quel sintomo di insicurezza che pervade l'uomo. Tutto questo non permette all'individuo di costruire legami affettivi e di solidarietà capaci di portarlo fuori dall'isolamento e dall'individualismo nel quale la società cerca di rinchiuderlo.

4

5Umberto Galimberti, op. cit., p. 25. 6Umberto Galimberti, op. cit., p. 28.

3.

Il disinteresse della scuola

La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita.

S. Freud, Contributi a una discussione sul suicidio (1910), pp. 301-3027.

5 7Umberto Galimberti, op. cit., p. 31.

1. La costruzione dell'autostima

La scuola ha a che fare con quella fase precaria dell'esistenza che è l'adolescenza, in cui l'identità personale non si è ancora stabilita del tutto, e i giovani vivono nel divario tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire ad essere chi si sogna. Oggi la società obbliga i giovani a crescere in maniera accelerata, senza tener conto delle tappe da rispettare (prima gli studi, poi l'ingresso nel mondo del lavoro, ecc.), tappe utili per lo sviluppo dell'identità. Nel passato, la garanzia di poter realizzare nel futuro i propri progetti, prefigurava quel concetto di sé indispensabile per non vivere nell'incertezza. E per avere un corretto concetto di sé, c'è bisogno di avere autostima e autoaccettazione. Oggi però la scuola non tiene conto di queste due considerazioni, scambiando spesso l'autostima per presunzione, e l'autoaccettazione come riconoscimento da parte dello studente di non valere poi così tanto. E così spesso, i professori, si meravigliano a fatto compiuto, quando succede qualche scandalo tra i giovani, perché non sanno riconoscere gli stati d'animo dei ragazzi; non sanno leggere tra le righe dei loro sorrisi; non sanno accertarsi del grado di autostima che i loro alunni hanno né applicano opportuni riconoscimenti per rafforzarla; non sanno ascoltare i loro studenti con interesse per riconoscergli un minimo di personalità. Sono veramente pochi, coloro che lo sanno fare.

2. L'identità e il riconoscimento

L'identità si costruisce a partire dal “riconoscimento” dell'altro. Se questo manca, come manca ad esempio a chi va male a scuola, l'identità si costruirà altrove, laddove è possibile ottenere riconoscimenti, anche in posti sbagliati. Anche nella strada, dove sesso e droga appaiono come forme esasperate di riconoscimento, perché altre forme adeguate non sono state offerte. L'adolescenza è promossa dal desiderio, e quando questo viene a mancare, le conseguenze sono o la rimozione, rifugiandosi in un mondo sognato , o la frustrazione che annulla l'identità. A questo punto i giovani cercano i divertimenti per gioire, perché non sanno gioire di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accettata, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo. E la scuola a tutto questo non prende parte, essa si preoccupa solo di istruire, e non di educare, di dare un'educazione che è prima di tutto riconoscimento, gioia di sé.

3. L'oggettivazione della soggettività

Alla base della demotivazione scolastica c'è la tendenza a rendere oggettivo tutto, i medici vedono i pazienti solo come organismi, il mondo del lavoro considera gli uomini solo in base al criterio dell'efficienza, i professori giudicano i loro studenti solo in base al loro profitto. L'educazione diventa solo un insieme di voti, nozioni e calcoli. Di conseguenza vengono espulse tutte le dimensioni che sfuggono alla calcolabilità: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori. Questo spiega perché a scuola vanno bene prendendo alti voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, limitate proiezioni fantastiche, ecc. Inoltre, nelle scuole l'amore si risolve nella miseria delle simpatie e delle antipatie, e l'identità degli studenti bravi si costruisce sulla disfatta di quelli meno bravi.

Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione inizia a vagare senza contenuti a cui applicarsi, dando libero sfogo a istinti di rivolta, e tentazioni d'abbandono quali la droga, il sesso, l'alcool, la discoteca.

4. Il mito della buona volontà

I dialoghi tra professori e giovani sono costruiti sulla base di espressioni quali: “Dovrebbe metterci più buona volontà”, “Dovrebbe impegnarsi di più”8, non curandosi del fatto che la volontà non esiste se non c'è interesse; l'interesse non esiste se non c'è un legame emotivo; il legame

6 8Umberto Galimberti, op. cit., p. 36.

emotivo non esiste se c'è un rapporto di diffidenza, senza nessuna comprensione. Ecco che allora gli studenti sono demotivati e disinteressati.

5. L'educazione del cuore

E' rischioso dare apprendimento senza gratificazione emotiva. Se i modelli educativi che la scuola offre restano solo contenuti della mente, senza diventare spunti formativi del cuore, quest'ultimo comincerà a vagare nel nulla, nel vuoto, senza interessi, progetti, investimenti.

6. La formazione dei professori

I problemi esistenti a scuola non si possono risolvere con la preparazione dei professori, ma solo con la loro formazione. Non basta avere la laurea, ma c'è bisogno di professori che abbiano la tensione alla cura dei giovani, che abbiano competenze psicologiche, capacità di comunicazione, carisma. La mancanza di formazione personale, se non porta i giovani al suicidio, li porta spesso laddove si spaccia musica, droga e alcool, assistendo allo scorrere della vita in terza persona, senza esserne veramente coinvolti, sentendosi stranieri nella propria vita, dove non importa più esserci o non esserci.

7. Il bullismo degli studenti

In questo quadro di disinteresse, di smarrimento, di vuoto, i ragazzi non trovano un “noi”, o se lo trovano, lo confermano in quelle pratiche di bullismo sempre più frequenti a scuola. Sentono di poter affermarsi facendo violenza tra i più deboli, e praticando la sessualità precoce ed esibendola sui telefonini per dar testimonianza delle loro imprese.

8. Che fare?

E' difficile dire cosa poter fare, ma si può dire che oggi la generazione dei nostri giovani, rispetto a quella dei loro genitori abbia un'emotività molto più incontrollata e uno spazio di riflessione molto più modesto. Il loro fondo emotivo è stato sollecitato fin dalla tenera età da tante emozioni e impressioni che sono risultate eccessive rispetto allo loro capacità di contenerle. L'eccesso emozionale e la mancanza del raffreddamento riflessivo portano a quattro possibili esiti: 1) lo stordimento dell'apparato emotivo attraverso quelle pratiche rituali che sono le notti in discoteca o i percorsi della droga; 2) il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i percorsi dell'ignavia e della non partecipazione che portano all'atteggiamento opaco dell'indifferenza; 3) il gesto violento, quando non omicida, per scaricare le emozioni e per ottenere un'overdose che superi il livello di assuefazione come nella droga; 4) la genialità creativa, se il carico emotivo è corredato da buone autodiscipline9.

Una consiglio importante per genitori e professori che hanno a che fare con adolescenti che già vivono questo tipo di esperienze, è quello di non interrompere mai la comunicazione. Perché gli adolescenti già lo fanno e spesso in maniera distruttiva.

7 9Umberto Galimberti, op. cit., p. 42.

4.

L'analfabetismo emotivo

L'essenziale è invisibile agli occhi. Lo si vede bene solo col cuore.

A. De Saint-Exupéry, Il piccolo principe (1941), p. 7910.

1. L'alfabeto emotivo

Conosciamo la collera quando aumenta la frequenza cardiaca e il sangue affluisce alle mani rendendoci più facile impugnare un'arma o dare un pugno.

Conosciamo la paura quando il nostro volto impallidisce e il sangue affluisce alla gambe rendendoci più facile la fuga.

Conosciamo l'amore il quale produce una reazione diversa a quella della collera e della paura.

Conosciamo la tristezza la quale ci consente piano piano di adeguarci alla perdita significativa, a una delusione d'amore, a un evento di morte. La tristezza ci porta a chiuderci in noi stessi e ci rende vulnerabili.

8 10Umberto Galimberti, op. cit., p. 43.

Aristotele diceva delle emozioni, che si possono modificare attraverso la persuasione perché sono in relazione con l'apparato cognitivo. Questo significa che la nostra emotività può essere educata, e così anche la società deve essere educata. La nostra società è segnata da atti di violenza, stupri, omicidi, depressione. E tutto ciò ha a che fare con le emozioni perché se impariamo a sillabare l'alfabeto emotivo impareremo maggiormente a gestire la negatività che oggi pervade la nostra società.

2. La fiducia di base

I nostri giovani riescono oggi ad elaborare i loro conflitti e a trattenersi dal gesto? Ricevono un'educazione emotiva che consente loro di conoscere i sentimenti che hanno, le loro pulsioni, la qualità della loro sessualità e i moti della loro aggressività?

Nell'educazione della prima infanzia padri e madri promuovono un'educazione fisica ed intellettuale, ma all'educazione emotiva ci devono pensare i ragazzi, organizzandosi come possono e con gli strumenti che hanno. Manca la comunicazione e l'educazione emotiva, innanzitutto in famiglia, dove i giovani trascorrono il loro tempo davanti la televisione e poi a scuola, dove i professori fanno discorsi poco incidenti.

3. L'educazione emotiva

La prima cosa della quale rendersi conto è che l'emozione è relazione. È in base alla qualità delle nostre relazioni che possiamo leggere il grado della nostra intelligenza emotiva, a cui la scuola potrebbe dare il suo contributo insegnando ai bambini, oltre alla matematica e alla lingua, le capacità interpersonali essenziali.

Sull'importanza dell'educazione emotiva Goleman afferma:

Siccome l'educazione delle emozioni ci porta a quell'empatia che è la capacità di leggere le emozioni degli altri, e siccome senza percezione delle esigenze e della disperazione altrui non può esserci preoccupazione per gli altri, la radice dell'altruismo sta nell'empatia, che si raggiunge con quell'educazione emotiva che consente a ciascuno di conseguire quegli atteggiamenti morali dei quali i nostri tempi hanno grande bisogno: l'autocontrollo e la compassione11.

Oggi i nostri giovani non hanno gli strumenti essenziali per dare avvio ai comportamenti quali l'autocontrollo, l'empatia, indispensabili per imparare ad ascoltare, risolvere i conflitti e cooperare. Purtroppo né la scuola né la società oggi si interessano allo sviluppo emotivo.

4. L'inaridimento del cuore

Oggi cerchiamo quanto più possibile di mascherare le nostre emozioni, ciò che succede in casa rimane lì compresso e incomunicato, e nella società nascondiamo i nostri dolori e le nostre gioie, lasciando spazio solo alla comparsa del gesto, soprattutto quello violento, che sostituisce tutte quelle parole che non si scambiano con gli altri. A questo si aggiunge un individualismo esasperato, ed una libertà di scelta che le società precedenti non avevano. Il problema è che la nuova individualità non sempre ha la forza di reggere lo spazio di libertà e di solitudine che le è stato concesso. Per questo c'è un gran lavoro da fare nell'educazione preventiva dell'anima per essere all'altezza del nostro tempo, che ha spazzato via gli spazi della riflessione, la comunicazione, e inaridito il cuore, che è l'organo attraverso il quale si sente, prima ancora di sapere, cos'è il bene e cos'è il male.

5. Il deserto emotivo

9

11D. Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1996, Parte V: “Alfabetizzazione emozionale”, pp. 14-15.

Oggi molto spesso tra i giovani, fa la sua comparsa la follia, che veste abiti di freddezza e razionalità, esplodendo in contesti insospettabili che nessuno avrebbe mai sospettato. Tutto diventa imprevedibile.

La psichiatria chiama questa sindrome “psicopatia”. Lo psicopatico è colui che compie gesti di follia senza manifestare il minimo sussulto emotivo. Il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il gesto. Questa sindrome oggi è molto diffusa nella gioventù, soprattutto nelle famiglie benestanti, nelle famiglie per bene, dove i problemi, quando si affrontano, si affrontano in modo razionale, la voce non si alza mai, non si piange e non si ride, non si comunica, i figli sono lasciati nella loro piena autonomia. Ma i figli sentono il disinteresse emotivo e ad un certo punto il loro cuore si fa piatto, lasciando posto alla depressione e alla noia. All'apparenza sembra andare tutto bene, ma alla fine tutto esplode, proprio li, nell'inaspettato.

Tutto ciò è il segnale che la comunicazione emotiva è fallita, e quindi la formazione del cuore come organo capace di farci capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, chi siamo e cosa ci facciamo al mondo.

6. La forza d'animo

Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo in fondo ad ogni nostra decisione, quando dopo aver analizzato tutti i pro e i contro, decidiamo, perché in una scelta piuttosto che in un'altra ci sentiamo a casa. Spesso per essere amati ed accettati dagli altri, facciamo delle scelte che in realtà non sentiamo come nostre, sono estranee a noi. In questo modo ci indeboliamo e ci ripieghiamo su noi stessi nell'inutile fatica di compiacere agli altri.

Bisogna per cui educare i giovani ad essere se stessi, e per farlo bisogna saper accettare anche la propria ombra, la parte oscura di ciascuno di noi, ciò che di noi non ci piace, dobbiamo accettarci. Non bisogna evitare il dolore, perché esso appartiene alla vita tanto quanto la felicità.

5.

La pubblicizzazione dell'intimità

Il sentimento del pudore consiste in un ritorno dell'individuo su se stesso, volto a proteggere il proprio sé profondo nella sfera pubblica.

M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore (1957), p. 4912.

1. La neutralizzazione della differenza tra interiorità ed esteriorità

Oggi molti giovani partecipano ai reality show quali Il grande fratello, L'isola dei famosi, ecc. In queste trasmissioni esibiscono i sentimenti più profondi e i segreti più nascosti senza pudore. D'altro canto un vasto pubblico segue le trasmissioni, e questo significa che oggi la cosa di cui si ha la massima curiosità non è più come un tempo la vita degli déi, o dei sovrani, ma la vita comune interpretata da gente comune, la vita quotidiana. Questo significa che sono crollate le pareti che distinguono l'interiorità dall'esteriorità, la parte discreta e privata dalla sua esposizione e pubblicizzazione.

Il pudore è una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l'altro. È il tentativo di mantenere la propria soggettività in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri.

Però contrariamente a questo, oggi, nel nostro tempo va di moda la pubblicizzazione dell'intimo, perché in una società consumistica come la nostra, i giovani credono che esistono solo

10

12Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 57.

se si mettono in mostra. In questo modo scambiano la loro identità con la pubblicità dell'immagine. Per esserci bisogna apparire, mettersi in mostra, essere merce.

2. La matrice religiosa della spudoratezza

Queste trasmissioni sopra elencate, si alimentano dei cascami della cultura religiosa, perché ad esempio non si fa fatica a cogliere nell'occhio del Grande Fratello la trasposizione dell'occhio di Dio. Questo perché la curiosità degli spettatori sta proprio nel mettersi al posto di Dio e guardare la vita degli uomini, con una differenza però, e cioè che non guardano con gli occhi di un padre che osserva la vita dei figli, ma come un fratello che guarda la vita dei suoi simili.

Il Grande Fratello e altre trasmissioni simili, non fanno altro infatti, che offrire agli spettatori la possibilità di scrutare l'anima altrui. La conseguenza è che non c'è più privacy, anzi, essa viene abolita.

3. L'omologazione dell'interiorità

Attraverso le trasmissioni televisive oggi avviene la pubblicizzazione del privato, e viene tolto agli individui il loro tratto discreto, singolare, intimo. In questo modo si arriva a quello cui tendono tutte le società conformiste, e cioè l'omologazione dell'intimo, per cui ognuno si sente “proprietà comune” e si comporta come se appartenesse a tutti. In questo modo il corpo di ognuno diventa proprietà comune, il sesso diventa proprietà comune.

Questo significa “Non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”. Significa che le istanze del conformismo e dell'omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per toglier di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come un tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sé come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica13.

Da qui la necessità di rivendicare i diritti del pudore. Questo non solo per sottrarre la sessualità a quella genericità in cui viene celebrato il piacere nel misconoscimento dell'individuo, ma anche per sottrarre l'individuo ai processi di omologazione nei quali ognuno di noi rischia di perdere il proprio nome e la propria identità.

11 13Umberto Galimberti, op. cit., p. 64.

6.

La seduzione della droga

L'approccio al problema delle droghe non deve essere centrato sul prodotto, ma sulle persone e sulle loro relazioni sociali. Duole constatare che la nostra società preferisce emarginare chi diventa vittima delle sue contraddizioni, piuttosto che tentare di rimuoverle.

H. Margaron, Le stagioni degli dèi (2001), p. 311.

1. Il nichilismo sotteso alla droga

Il consumo della droga è in continuo aumento, e i suoi danni sono spaventosi. La droga viene considerata così come sostiene Freud, ciò che consente di “scacciare i pensieri”, di non “prendersi cura” e, “il più antico rimedio contro il disagio della civiltà”. La filosofia dell'Occidente con Platone ha affermato che “il piacere è negativo e il desiderio è insaziabile”, perché il desiderio è mancanza ed è vuoto.

Oggi si ricorre spesso a farmaci e droghe anestetici perché producono soddisfazione e piacere, compensando un'incapacità di felicità, non attraverso il coinvolgimento del mondo, ma attraverso un godimento appetitivo e consumatorio della vita. Il problema è che questi prodotti che sembrano appagabili in realtà col passare del tempo diventano sempre più insoddisfacenti. A questo punto l'insaziabilità della pulsione si scontra con l'inadeguatezza dell'oggetto e quindi con l'impossibilità del godimento. Sulla natura insaziabile del desiderio i tossicomani sono d'accordo, e non perché tutti hanno letto Platone, ma perché è la droga stessa ad averglielo insegnato.

Contro l'insaziabilità del desiderio Platone consigliava il pensiero, e Freud invitava a piegarsi al principio di realtà, nel senso che bisogna fare uno sforzo per godere.

A questo scopo l'antropologa Giulia Sissa consiglia:

12

Mettiamoci a sedurre uomini, conquistare donne, guadagnare denaro, scrivere un libro. Passiamo attraverso le persone e le cose. […] Dopotutto – ed è appunto il dopo che conta – si gode di più14.

Questo significa che non bisogna ripudiare il desiderio, ma neanche permettere che esso cerchi il piacere nella droga e nei farmaci che altro non fanno che riempire una giara bucata. Facciamo piuttosto passare il desiderio attraverso le persone e le cose. Al piacere bisogna indicare solo la giusta via.

2. Eroina: l'anestesia della droga “sporca”

Quando i giorni si susseguono senza senso e significato, si va alla ricerca di qualcosa che sia capace di renderci insensibili alla vita.

Il piacere dell'eroina è anestetico. Chi lo cerca è colui che vuole prendere parte alla vita quanto meno possibile. Il piacere dell'anestesia è il più diffuso. Si cerca un motivo per non esserci.

Il problema allora non è quello di far sapere ai giovani che, per evitare terribili conseguenze, devono rinunciare al piacere che l'eroina indubbiamente dà, ma quello di far trovare loro un senso per le loro vite, che non li porti a volersi assentare da esse rifugiandosi nella droga.

3. Ecstasy: l'euforia della droga “pulita”

L'ecstasy in un primo tempo fu battezzata con il nome “empaty” per la sua capacità di favorire la comunicazione. I suoi effetti piacevoli si possono ridurre sostanzialmente in due: il sollievo della tensione muscolare e, il dissolversi delle paure.

Il primo effetto è quello che consente ai giovani di ballare il sabato sera per trentasei ore di seguito senza stancarsi, non perché il corpo non si stanchi, ma perché non ne avvertono la sensazione. Il secondo effetto porta i giovani a relazionarsi con se stessi e con gli altri in modo più disinibito e affettuoso.

Tra gli effetti spiacevoli vanno ricordati: sul versante fisico il surriscaldamento con la possibilità di morire per collasso da calore; sul versante psicologico il possibile scatenamento di attacchi epilettici o di attacchi psicotici.

Per i giovani l'ecstasy rappresenta un aiuto per comunicare con il mondo, laddove non si sentono accettati, utili e ricercati, cercano così di combattere la loro solitudine.

Per chi lavora l'ecstasy invece rappresenta una liberazione dall'oppressione dei ruoli, delle funzioni, dell'estetica della distanza e della freddezza.

4. Cocaina: l'eccitazione della droga “stimolante”

Le persone che hanno bisogno di tono, di prontezza di prestazioni per non sentire la stanchezza, lo sforzo, la fatica; coloro che sono depressi perché non si sentono all'altezza di quanto gli altri si aspettano, queste sono le persone che scelgono di fare uso di cocaina.

Oggi nel rapporto fra individuo e società la misura dell'individuo ideale non è più data dalla docilità e dall'obbedienza disciplinare, ma dall'iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L'individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo centrale delle forme depressive), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, alle sue prestazioni oggettive, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato15.

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14G. Sissa, Le plaisir et le mal. Philosophie de la drogue (1997); tr. it. Sesso, droga e filosofia, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 158-159; op. cit. in Umbero Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p.71. 15Umberto Galimberti, op. cit., p. 80-81.

Così se prima degli anni settanta la sofferenza psichica era data dalla nevrosi, oggi questa è stata liquidata dalla depressione. Non esiste più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione, con conseguente senso di colpa, ma in una società dove non c'è più niente di proibito e tutto è possibile, la depressione viene generata da un senso di insufficienza per ciò che si potrebbe fare e non si è più in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui.

Nella nostra società la depressione si configura come una patologia dell'azione, e il suo asse sintomatologico si inserisce in un contesto sociale dove “realizzare iniziative” è considerato come unico e decisivo criterio per misurare e sigillare il valore di una persona. Da qui il ricorso alla cocaina o agli psicofarmaci per attutire l'ansia, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l'inibizione all'azione, il senso di fallimento.

Quel che è saltato nella nostra società attuale è il concetto di limite. Tutto è possibile in termini di iniziativa, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, di performance spinta, al punto tale da non sapere più chi è chi.

A questo punto il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza da cocaina per le promesse di onnipotenza che prospetta. La cocaina sopprime i sintomi della depressione, inducendo il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze della nostra società. La conseguenza è l'inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione che richiede la nostra società, a cui fanno più comodo dei robot che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita, sulla fatica di vivere.

5. Drogati e spacciatori: due pesi e due misure

E' noto che l'uomo non ha mai abitato il mondo, ma la descrizione che le varie epoche storiche si sono incaricate di dare al mondo. Una cosa è vivere in un mondo dove i riferimenti sono mitici, un'altra in un mondo dove i riferimenti sono scientifici.

Se questo è vero, può essere che la droga sia diventata un problema dal momento in cui è stata sottratta al mondo mitico-rituale dove è sempre circolata con la facilità e la semplicità con cui si esprimono tutte le abitudini della vita quotidiana, per essere poi inserita in un mondo scientificamente determinato, in cui la ritualità non trova più la sua andatura, perché il fattore chimico agisce nell'immaginario collettivo con l'inesorabilità che la crudeltà di un dio neppure sfiora.

Nella descrizione mitico-religiosa del mondo, c'era sottesa l'idea che l'uomo è libero di fare sia il bene che il male, e proprio per ridurre questa riconosciuta libertà, si rendevano necessarie crudeltà, punizioni e torture, fino al supplizio della morte.

La scienza invece non riconosce all'uomo la sua libertà, perché questo non rientra nel suo metodo, regolato dal determinismo della ragione matematica.

Nella visione mitico-religiosa l'uomo è responsabile delle sue azioni, che possono essere insidiate dalla tentazione, alla quale l'individuo può resistere o soccombere.

Nella visione scientifica l'uomo è un organismo che non agisce liberamente, ma come risultato di una dinamica di impulsi individuabili ad un'attenta analisi psicologica se non addirittura biologica.

In questo scenario scientifico, non ci si può affidare all'autocontrollo, ma al controllo esterno che agisce in un soggetto al di là della sua libertà.

Per cui, vedere nel drogato una persona che liberamente cede a una tentazione è diverso dal vederlo come vittima che non può soccombere a una forza pulsionale irresistibile.

La stessa sorte spetta allo spacciatore. Nello scenario mitico-religioso egli occupa il posto del diavolo tentatore che “mette alla prova”. Questo mettere alla prova segna poi il passaggio richiesto per uscire dall'infanzia attraverso l'esercizio della libertà.

Nel mondo scientifico invece lo spacciatore è colui che innesca la forza irresistibile a cui la vittima non può che cedere.

In conclusione, concedendo agli spacciatori la prerogativa della “libertà” è possibile attuare nei loro confronti tutta quella serie di controlli, punizioni e reclusioni tipiche della cultura mitico-

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religiosa. Viceversa, adottando per il drogato la categoria scientifica della “forza irresistibile”, da cui scaturisce la loro innocenza, è possibile applicare ad essi, quel controllo esterno che è la cura.

Con due pesi e due misure, il potere in entrambi i casi raggiunge il suo scopo che è quello di negare l'autocontrollo, per esercitare sugli uomini il suo controllo.

6. Per una cultura della droga

Oggi le strategie usate in campo come via d'uscita al problema della droga sono l'approccio organicista della disintossicazione farmacologica e l'approccio biografico-esistenziale della comunità terapeutica, che appare più rispettoso dell'individuo e delle sue scelte. Entrambe le strategie restringono il problema della droga al problema della tossicodipendenza, dove la parola più importante è “dipendenza”. Entrambe promettono più di quanto non possono attendersi e mantenere. Perché il primo approccio non fa che pulire i recettori, ma se poi l'incontro con la droga è biografico, che farà quell'individuo quando tornerà a vivere nello stesso contesto con i recettori puliti? Il secondo approccio permette all'individuo all'interno della comunità di instaurare un certo stile di vita, abitudini, relazioni diverse rispetto a quelle instaurate nelle strade buie. Ma quando si esce dalla comunità, si è capaci di vivere senza quelle relazioni comunitarie a cui il bisogno di dipendenza si è ancorato come un tempo alla droga?

Così come si è creato una cultura dell'alcool e del tabacco che hanno portato gente a consumarne di meno, si potrebbe creare una cultura della droga, a partire dalla scuola. Sia nella scuola che in televisione, bisognerebbe parlare di droga in modo analitico, determinato, scientifico e persino filosofico, per far sapere ai giovani cosa assumono, che effetto fa, che danni procura, che piaceri promette e da che visione del mondo scaturisce.

Una cultura della droga, la toglierebbe dal segreto e le farebbe perdere quel fascino iniziatico, che per molti è l'aspetto più attraente e più invitante.

Si dovrebbe anche imparare a considerare le passioni non tanto come un bisogno da soddisfare, ma come un senso da dischiudere. Bisognerebbe riconoscere loro dell'intelligenza. Bisognerebbe anche non affrettarsi a porre rimedio a tutti i mali, ma accettare il male per quello che ha di costruttivo e non solo di distruttivo.

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7.

Il gesto estremo

Non importa se la gola è strozzata da un laccio, o se l'acqua soffoca il respiro, o se è il duro terreno a spezzare il cranio di quel che vi si schianta a capofitto, o ancora se sia una boccata di fuoco a mozzare il fiato. Sia come sia: la fine è veloce.

Seneca, Ad Lucilium de providentia, 6, 916.

1. Il gesto omicida

Fin dai suoi primordi l'umanità per difendersi dall'angoscia dell'imprevedibile, è andata alla ricerca di nessi di causalità che consentissero, in presenza di un evento, di reperirne la causa. Quando su questa terra la causa non era reperibile, la si cercava in cielo, nell'intervento di Dio. Da qui sono nate le religioni, che rispondono al bisogno di trovare delle risposte e un senso a quegli eventi incomprensibili della terra.

A questo proposito, come possiamo spiegare oggi perché i giovani uccidono “per gioco”, per “provare un'emozione”?

Marco Lodoli ha così descritto l'apparato cognitivo di tali adolescenti:

A me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di ogni società che vuole distendersi verso il futuro. […] La mia non è una sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Io sto notando qualcosa di molto più grave, e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente. I processi intellettivi più semplici, un'elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film sono diventati compiti sovrumani, di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio. […] In ogni classe ci sono almeno due o tre studenti che hanno bisogno di insegnanti di sostegno, non per qualche handicap fisico o qualche grave disturbo mentale. Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i dati più elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che accadono davanti a loro, che accadono a loro stessi. Sono appena più inebetiti degli altri, come se li procedessero di qualche metro appena nel cammino verso il nulla. Loro vengono considerati ragazzi in difficoltà, ma i compagni di banco, quelli della fila davanti o dietro, stanno quasi nelle stesse condizioni. […] Non riescono a ragionare su nessun argomento perché qualcosa nella testa si è sfasciato. Vi prego di credermi, non sono un apocalittico, sono semplicemente un testimone quotidiano di una tragedia immensa17.

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16Umberto Galimberti, opr. cit., p. 97. 17M. Lodoli, Il silenzio dei miei studenti che non sanno più ragionare, “la Repubblica”, 4 Ottobre 2002; op. cit. in Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 99.

Non sono solo i nessi cognitivi che mancano, ma anche quelli emotivi, così che questi ragazzi non dispongono di una psiche capace di elaborare i conflitti, e quindi di trattenerli dal gesto, in questo caso omicida.

2. Il gesto suicida

In Italia, tra i giovani sotto i venticinque anni, il suicidio è la seconda causa di morte, dopo gli incidenti automobilistici. Questi giovani arrivano al gesto, perché non trovano più gioia nell'esserci, e per loro non c'è felicità nella sequenza dei giorni. Ecco quali sono le parole lasciatici da una suicida quindicenne:

A che serve tutto questo? Mi guardo intorno e tutto quello che riesco a vedere è una scuola e un mondo che possono andare avanti senza di me. Sono venuta al mondo per caso. La mia morte, ne sono sicura, non tarderà. Ho cercato tutti i giorni di capire il senso di tutto questo, ma non c'è senso. Anche se le guerre sono state già combattute, la mia battaglia deve ancora venire. Quando chiudo gli occhi il dolore si scioglie, quando li riapro di nuovo il dolore riemerge. Ho cercato di non strillare , non sarebbe comunque servito a nulla, sono persa in questa folla. Non potete far finta di non vedere. Ma sopravviverò finché la mia vita mi rimarrà appiccicata addosso18.

Chi opera con gli adolescenti dovrebbe riflettere sulla propria capacità di percepire e accorgersi di quelle esistenze precarie che sono le esistenze giovanili. A questo proposito Sigmund Freud fa una considerazione:

La scuola deve fare di più che evitare di spingere i giovani al suicidio. Essa deve creare in loro il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare l'interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione di fare una critica della scuola nella sua attuale struttura. Mi è tuttavia consentito di mettere l'accento si un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, seppur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità propria della vita; non deve essere più che un gioco di vita19.

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18Nota lasciata da Teri, suicida a quindici anni, in A.L. Berman, D.A. Jobes, Adolescent Suicide. Assessment and Intervention, American Psychological Association, Washington 1991; op. cit. in Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 104. 19S.Freud, Zur Einleitung der Selbstmord-Diskussion. Schlusswort (1910); tr. it. Contributi a una discussione sul suicidio, in Opere, Boringhieri, Torino 1967-1993, vol. VI, pp. 301-302; op. cit. in Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 105.

8.

I ragazzi del cavalcavia e l'insensatezza nichilista

Teste vuote, come nessuno di voi può immaginare. Ho trovato il vuoto, il nulla. Quando potrete conoscere tutti i materiali di questa storia , capirete il loro vuoto tremendo.

A. Cuva, Dichiarazione rilasciata alla stampa il 21 gennaio 199720.

1. L'angoscia dell'inquietante e la maledizione

Ci sono forme di nichilismo giovanile che hanno la loro radice in una speranza delusa riguardo la possibilità di reperire un senso. I suoi tratti sono l'incomunicabilità. Nasce così una forma di solitudine che si manifesta come assenza di gravità di chi si trova a muoversi nel sociale in uno spazio dove non è il caso di lanciare alcun messaggio, perché non c'è anima viva che lo raccolga. Da questo, nascono gesti senza movente che compiono i cosiddetti “ragazzi del cavalcavia”, che per esempio gettano sassi sulle automobili che sfrecciavano sull'autostrada sottostante. Come si fa a raggiungere questi ragazzi? Non li può raggiungere la logica del perdono, perché riceve il perdono per chi riconosce la propria colpa, e per loro non è così. Neanche la giustizia può arrivare a loro, perché loro non capiscono il linguaggio causa-effetto, perché il gesto viene prima della logica, prima della ragione e della relazione causa-effetto, movente-gesto, colpa- pena.

Rimane così un linguaggio che l'uomo ha conosciuto prima della logica, prima dell'amore e dell'odio; tale è il linguaggio della magia, o meglio, il linguaggio della maledizione che raggiunge il cervello e il cuore facendoli tracollare nell'angoscia dell'inquietante che li porta a compiere gesti che trovano il loro posto tra la vita e la morte.

Per questi ragazzi del cavalcavia tra sé e l'angoscia di esistere non c'è alcun spazio di mediazione, quello che l'umanità ha sempre cercato si procurarsi, chiamato “cultura”, che non è solo un'educazione intellettuale, ma soprattutto educazione delle emozioni e quindi dei comportamenti.

2. Le teste vuote e la suonatrice d'arpa

I ragazzi del cavalcavia, vivono nel vuoto totale. Per entrare in questo vuoto, dobbiamo per prima cosa non assimilare questi ragazzi a degli animali. Una ragazza, suonatrice d'arpa, scrisse questa lettera riguardo a tali ragazzi:

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20Umberto Galimberti, L'ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2007, p. 107.

Io quei ragazzi li capisco. Sono il frutto di quella generazione di genitori che hanno riempito i loro figli di cose, senza disporre di un attimo di tempo per farli crescere con loro, e far passare loro un po' d'amore. Io non la sopporto più la generazione dei miei genitori. Se non avessi incontrato l'arpa sarei finita anche io sul cavalcavia. Se scoprono che sono davvero loro li condanneranno per omicidio, quando quello di ammazzare era l'ultimo dei loro pensieri. Per loro che erano sul cavalcavia, quelle macchine erano macchine vuote. […] Noi della nostra generazione siamo diversi – proseguiva nella sua chiacchierata con l'amica – io sono molto contenta di appartenere a questa generazione. Usiamo tutte le cose di cui ci hanno rifornito con il disprezzo con cui si usano tutte le cose superflue, ma ciò che davvero ci importa è la comunicazione tra noi. Tra di noi sappiamo di poter contare gli uni sugli altri. E che non è “perso”, come pensano i nostri genitori, quel tempo che passiamo a raccontarci. Ma loro non possono capire queste cose, perché, al di là delle cose di cui ci hanno rifornito e con cui pensano di averci amato, non capiscono niente21.

Il problema dei ragazzi del cavalcavia, è che per loro non c'è più socializzazione. C'è bisogno di costruire santuari per le relazioni sociali dove si possono scambiare emozioni, affetti e parole, senza le quali è difficile acquisire e mantenere la differenza tra le cose e gli uomini.

3. L'incontro: “Io sono come tutti”

Dall'incontro con uno dei cosiddetti ragazzi del cavalcavia chiamato Paolo, questo è quanto viene fuori:

Relazioni sociali esterne alla famiglie quasi nulle. Se consideriamo che la scuola è il primo luogo in cui c'è una partecipazione emotiva al di fuori della famiglia, allora la scuola con Paolo ha fallito, ed è la maggior responsabile della sua situazione. • L'ambiente è un paesino di trentamila abitanti dove non c'è molto lavoro, ma tanti soldi, e la compagnia che i giovani si ritagliano, diventa il loro mondo. • La famiglia sembra per Paolo l'orizzonte massimo delle relazioni emotive. Fuori dalla famiglia restano solo un prete ed una suora che ribadiscono i valori della famiglia. • Gli amici sono quelli dei bar. Sono rapporti casuali e superficiali, difficilmente integrabili al nucleo di personalità. • I valori sono assenti, eccetto che per il lavoro, mezzo attraverso il quale ci si procura i soldi per mantenere la famiglia. • Il carattere è poco individuato. Trae più forza dal gruppo familiare che dalle proprie esperienze. • Il linguaggio è costituito dalle solite duecento parole tipiche che i ragazzi conoscono dopo essersi fermati alla terza media senza aver incontrato nemmeno un professore con il quale aprire un canale di comunicazione emotiva.

19 21Umberto Galimberti, op. cit., pp. 114-115.

9.

Le generazioni nichiliste

Qui si esprime il fondamentale dato di fatto dell'umano volere, il suo horror vacui. Quel volere ha bisogno di una meta. E preferisce volere il nulla, piuttosto che non volere.

F. Nietzsche, Genealogia della morale , Terza dissertazione, § 122.

1. La generazione del pugno chiuso

Questa generazione è quella del terrorismo ideologico, che è la rottura del patto sociale. Il patto sociale si regola sul valore di scambio. L'emergenza terroristica interrompe il valore di scambio e sposta tutto nella sfera dello scambio simbolico dove in gioco non è la contrattazione, ma la sfida. Infatti in ogni azione terroristica, nessuno sa cosa si può negoziare, si ignora perciò ogni tipo di calcolo o di scambio.

Già dagli anni sessanta e settanta lo stato ha riempito la società di doni senza la possibilità del contro-dono. Il dono del lavoro, del salario, dei beni da consumare, del tempo libero, dei media e dei loro messaggi, della sicurezza, della partecipazione sociale. I soggetti sociali sono stati ridotti da contraenti a oggetti sociali gratificati dai doni, c'è un'impossibilità di risposta.

2. La “generazione X” degli indifferenti

Dei ragazzi tra i quindici e i venti anni si parla come di coloro che sono ragazzi sprecati, pianeta degli svuotati. I loro progetti hanno il respiro di un giorno, l'interesse la durata di un'emozione, il gesto non diventa stile di vita e l'azione si esaurisce nel gesto. L'aggressività non sa se scatenarsi su di sé o sugli altri, e l'ira di un giorno è subito cancellata da una notte, dove il codice della vita si confonde con quello della morte. Questa è una cultura giovanile che ha nella non- partecipazione il suo tratto più distintivo. È una tribù che ha un basso livello di autoconsiderazione, una sensibilità fragile, introversa, indolente. A queste tribù del malessere viene attribuita una valenza di mercato piuttosto che di identità. Nessun progetto per il futuro, anche perché non ci sono abbastanza opportunità, nessun ideale da realizzare, anche perché non ce ne sono di abbastanza coinvolgenti.

3. La “generazione Q” dal basso quoziente intellettivo ed emotivo

Sono questi i ragazzi che conoscono la differenza tra il bene e il male e se ne fregano; coloro affetti da sociopatia o psicopatia, due parole che designano la condizione psicologica per cui il soggetto non prova alcuna risonanza emotiva per le azioni che compie, anche le più criminose. I tratti caratteristici della personalità psicopatica sono:

un'immaturità affettiva che nasconde una puerilità di fondo con conseguente insofferenza alle frustrazioni, incapacità di esprimere sentimenti positivi come simpatia e gratitudine, vita sessuale impersonale e non coinvolgente, apatia morale con assenza di sentimenti di rimorso o di colpa, mancanza di responsabilità,

20 22Umberto Galimberti, op. cit., p. 123.

falsità e insincerità sistematiche, condotta antisociale non episodica o impulsiva, ma costante e programmata, che spesso mette capo a condotte delittuose realizzate con freddezza e indifferenza23.

Oggi prevale l'interpretazione psicogena, che fa risalire la psicopatia ad una mancata integrazione dell'affettività nel corso dei primi anni di vita, con conseguenti carenze sul piano emotivo, ed anche difficoltà di identificazione, che poi portano ad un ideale dell'io informe e confuso.

Il “fattore Q” è un atteggiamento, un modo di relazionarsi alla vita, dove si agisce da irresponsabili, senza rispettare impegni e senza temere le conseguenze del proprio agire. I seguaci del “fattore Q” hanno imparato a rifiutare la comunicazione e a negare l'accesso al proprio cuore, che tengono nascosto al centro di un labirinto dove gli altri possono solo vagare senza alcuna speranza.

4. Il silenzio degli squatter

Gli squatter sono coloro che per volontà non parlano, non si raccontano, perché hanno perso ogni forma di fiducia in chi ha la possibilità di rispondere, e non risponde. Sono quelli della rassegnazione; una rassegnazione che conoscono quanti non solo non ritengono che le cose possano cambiare, ma neppure che gli altri, gli uomini dell'informazione, della politica, della scuola, del mondo del lavoro, possano capire. Gli squatter vivono nel silenzio e cercano una boccata di senso nel mondo dell'insensatezza, che ha come sua unica direzione la crescita infinita senza ragione e senza perché.

5. I ragazzi dello stadio e la violenza nichilista

La violenza di questi ragazzi che ogni domenica negli stadi provocano incidenti, con le loro sassaiole, i fumogeni, con i petardi, è nichilista. Nichilista perché è assurda, perché non è nemmeno un mezzo per raggiungere uno scopo. E' puro scatenamento della forza che non si sa come impiegare e dove convogliare, perciò la si sfoga nell'anonimato di massa, senza considerazione e senza calcolo delle conseguenze.

21 23Umberto Galimberti, op. cit., p. 132.

10.

Oltre il nichilismo

Pensare significa oltrepassare. Certo, finora l'oltrepassare non è stato troppo acuto nel cercarsi il proprio pensiero. O, se questo è stato trovato, c'erano occhi troppo malmessi. […] Infatti l'immenso giacimento utopico del mondo è esplicitamente quasi privo di rischiaramento. […] E allora la filosofia avrà coscienza del domani e prenderà partito per il futuro solo se saprà della speranza, in caso diverso non saprà più nulla.

E. Bloch, Il principio speranza (1954-1959), pp. 8-1024.

1. La vita come sperimentazione

Oggi i giovani si abbandonano alla corrente della vita, non più da spettatori, ma da naviganti. Cancellano ogni meta, e vivono la vita come sperimentazione, non stando più al gioco delle stabilità o delle definitività.

In questo clima, l'etica del viandante può offrire ai giovani un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le loro costruzioni, perché l'apertura che richiede sfiora l'abisso, dove non c'è nulla di rassicurante, ma dove viene anche scongiurata la monotonia della ripetizione.

2. L'attesa e la speranza

Il nichilismo e il suo oltrepassamento danno avvio ai pensieri dell'attesa e della speranza. L'attesa come l'avvenire immediato solitamente legato a un evento, la speranza con un futuro lontano pieno di promesse, senza le tracce dell'ansia, dell'inquietudine, della perplessità, dell'insicurezza che caratterizzano l'attesa.

Nell'attesa l'accelerazione e l'anticipazione del futuro bruciano il presente e rendono insignificanti i suoi momenti, perché tutta l'attenzione è spostata in avanti, concentrata sull'evento che si attende come un evento di felicità che può essere deluso o può essere un evento infausto che non si sa come evitare. Inoltre, nell'attesa non c'è durata ed organizzazione del tempo, perché c'è la paura che tutto quello che succede possa in qualche modo far mancare l'evento.

La speranza è invece l'apertura del possibile. Essa fa riferimento ai nuovi cieli e nuova terra che promettono la religione e l'utopia, la rivoluzione e la trasformazione personale che temiamo, perché vediamo la nostra identità come un fatto e non come una costruzione.

Possiamo così dire che l'attesa è passiva, perché vive il tempo come qualcosa che viene verso di noi; la speranza è attiva perché ci spinge verso il tempo, come verso quella dimensione che ci è assegnata per la nostra realizzazione.

Quando l'attesa è disabitata dalla speranza è allora che nei giovani subentra la noia. Nella noia ogni attesa è risucchiata, ogni speranza è estinta, non ci sono più né progetti né storia, ma si vive un presente in cui ogni cosa perde il suo senso. A questo punto dalla noia si passa alla depressione e senza attesa né speranza, fa la sua comparsa l'ospite inquietante chiamato nichilismo.

Sperare, infatti, non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita per giocarlo in vista di possibilità a venire. Suicidarsi invece è decidere che il nostro passato contiene il senso ultimo e definitivo della nostra vita, per cui non è più il caso di ri-assumerlo, ma solo di porvi semplicemente fine25.

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24Umberto Galimberti, op. cit., p. 141. 25Umberto Galimberti, op. cit., p. 148.

11.

La musica giovanile e il ritmo del cuore

Non è il tempo che fonda il ritmo. È il ritmo che fonda il tempo.

C. Sini, L'incanto del ritmo (1993), p. 5426.

1. La musica giovanile e l'urto dell'inquietante

Nella musica giovanile agisce una reminiscenza che porta a casa più intimamente di quanto non possa fare un processo di interiorizzazione, ma allo stesso tempo disloca, perché porta i giovani dall'intimità del soggettivo all'assoluto, inteso come ciò che è sciolto da ogni legame, perché alla musica nulla di ciò che è mondo e attualità del mondo può corrispondere.

2. La cadenza del ritmo

Il bisogno di musica di cui i giovani sono assetati, non è un bisogno di aggregazione, perché oltre una certa misura, la folla non concede più comunicazione. Non è un crollo delle ideologie, per cui in assenza di idee, è la musica a richiamare le masse. Non è droga e non è sesso. Il bisogno di musica è una sfida a vivere fuori dal disegno tracciato dall'idea di progresso all'infinito, da cui i giovani spesso si sentono esclusi e non riescono a farvi parte.

Fra tutte le arti, la musica è l'unica che non si vede, come invece la pittura o la scultura. La musica si sente, come si sentono i gesti d'amore che si incidono nella carne che sfiorano e penetrano.

3. La danza e la liberazione del corpo

Francesco di Sales scrive:

I corpi umani assomigliano a dei cristalli, che non possono essere trasportati insieme, perché toccandosi l'un con l'altro corrono il rischio di rompersi, e ai frutti che, sebbene intatti e ben preparati, si guastano, se si toccano gli uni con gli altri27.

I giovani che oggi vanno in discoteca sembrano prendere alla lettera i consigli di Francesco di Sales, avvolti in una danza solipsistica, dove anche quando si mimano gli atti del coito non si spezzano le pareti dell'incomunicabilità. L'eccesso di energia sprigionata dai corpi, il tentativo di compensare con i gesti l'afasia del linguaggio, il ritmo meccanico che affoga l'espressività gestuale in una cadenza senza tempo, non è altro che l'incapacità di riportare il corpo al centro della propria esperienza.

I giovani vedono nella danza un mezzo per sfuggire alla serietà dei codici che li minacciano. Infatti, scivolando uno sull'altro, nella danza i movimenti del corpo non si lasciano individuare, e quindi neppure analizzare, perché danzati. La danza dissolve tutti i sensi che vogliono proporsi come sensi definitivi.

Se nel linguaggio sistematico dei codici il corpo si lascia esprimere dalla razionalità, nel linguaggio simbolico e nell'eccedenza semantica il corpo esprime la sua e-motività, ciò che lo muove. E non essendo sistematica, l'emotività non potrà mai costituirsi nel linguaggio. Per questo le società più diventano razionali, più aboliscono il linguaggio simbolico, togliendo sempre più spazio alle manifestazioni emotive che hanno nel corpo la loro radice.

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26Umberto Galimberti, op. cit., p. 149. 27Francesco di Sales, Introducion à la vie devòte (1609); tr. it. Introduzione alla via devota, Ed. Paoline, Milano 1986, p. 222.

12.

Il segreto della giovinezza. Per un risveglio della simbolica giovanile

24

No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una fede. […] La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere.

F. Nietzsche, La gaia scienza (1882), § 32428.

Probabilmente un modo per superare il nichilismo, è quello di risvegliare e consentire ai giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto. Bisogna riscoprire la simbolica custodita e secretata nel cuore dei giovani. Per riscoprirla occorre distanziarsi dallo sguardo psicologico che considera la giovinezza come un'età di mezzo tra bambini e adulti, e perciò un'età faticosa, difficile, fonte di sofferenze di ansie. Bisogna anche distanziarsi dallo sguardo sociologico che punta gli occhi sulla devianza (i drogati, i violenti, gli sfaccendati), senza neppure il sospetto che la devianza altro non è che la frustrazione della simbolica che anima la giovinezza.

Il segreto della giovinezza deve essere riconsegnato ai giovani. La prima figura che rintracciamo in esso è l'espansività. Espansività vuol dire pienezza; vuol dire potenza che si esprime nello spirito animale del giovane che sfida romanticamente gli elementi, osando la temerarietà.

Espansività vuol dire anche accelerazione della vita che detesta la ripetizione e arriva a stressare l'esperienza.

E infine vuol dire coralità giovanile. Sensazione di appartenere a una comunità nascente, sentimento di nascere insieme al mondo, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo.

Un'altra figura che appartiene alla giovinezza è l'assenza, intesa non come mancanza, ma come tensione esplorativa, dinamica, immaginativa, fantastica. La passione per 'assenza inventa il gioco per non farsi risucchiare dalla monotonia; inventa l'utopia per creare spazio ad un'idea, e non per fuggire nel sogno.

E poi, a fianco dell'utopia, la sfida per mettersi alla prova, per fare nuovi tentativi, per commentare, lanciando una sfida, il mondo che stanno ereditando, prima che siano date le consegne.

25 28Umberto Galimberti, op. cit., p. 163.

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