Persona oggetto (M. C. Nussbaum), Sintesi di Psicologia del sesso
michele.varini
michele.varini
Questo è un documento Store
messo in vendita da michele.varini
e scaricabile solo a pagamento

Persona oggetto (M. C. Nussbaum), Sintesi di Psicologia del sesso

15 pagine
7Numero di visite
Descrizione
Riassunto completo del testo di M. C. Nussbaum
3.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente michele.varini: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima3 pagine / 15
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali

PERSONA OGGETTO

INTRODUZIONE

L’oggettivazione sessuale è un concetto familiare. Dopo essere stato un termine tecnico della teoria femminista, associato al lavoro di MacKinnon e Dworkin, la parola “oggettualizzazione” è entrata nella vita quotidiana. È frequente sentirla usare per criticare pubblicità, film, rappresentazioni e per esprimere scetticismo per atteggiamenti e intenzioni di una persona verso un’altra, o di sé nei confronti di qualcun altro. È stata usata come termine peggiorativo, per descrivere un modo di parlare, pensare e agire moralmente o socialmente sgradevole, di solito in ambito sessuale. MacKinnon scrive così della pornografia: “L’ammirazione della bellezza fisica naturale diventa oggettualizzazione. L’inoffensività diventa danno”. Il ritratto di donne “deumanizzate come oggetti sessuale, cose e merci” è la prima categoria di materiale pornografico resa perseguibile in giudizio secondo l’ordinanza di Minneapolis. La stessa specie di uso peggiorativo è comune nelle normali discussioni sociali. Il pensiero femminista ha rappresentato l’oggettualizzazione sessuale delle donne da parte degli uomini come un problema non banale e centrale nella vita delle donne, e l’opposizione a essa come il cuore del femminismo. Per MacKinnon “l’esperienza intima delle donne dell’oggettualizzazione sessuale […] definisce ed è sinonimo della vita delle donne come genere femminile”. È capace di causare un’esistenza dove le donne “possono cogliere il sé soltanto come una cosa”. Questa esperienza nociva è inevitabile; “tutte le donne vivono l’oggettualizzazione sessuale allo stesso modo in cui i pesci vivono nell’acqua”; essa non solo circonda le donne, ma le condiziona al punto che traggono da essa il loro nutrimento. Le donne non sono pesci, secondo MacKinnon l’oggettualizzazione è negativa perché esclude le donne dalla propria autoespressione e autodeterminazione. Il termine “oggettualizzazione” può anche essere usato, in modo ambiguo, in uno spirito più positivo. Si possono trovare entrambi gli usi negli scritti di alcuni autori, come Sunstein. In tutti i suoi scritti sulla pornografia parla del trattamento delle donne come oggetti usati e controllati dagli uomini come l’elemento centrale deprecabile nella rappresentazione pornografica: “L’oggettualizzazione e una forma di uso sono parti integranti della vita sessuale, o parti meravigliose della vita sessuale, o parti inestirpabili della vita sessuale. In un contesto di parità, rispetto e consenso, l’oggettualizzazione può non essere così problematica”. Per MacKinnon e Dworkin, che hanno rappresentato l’opposizione all’oggettualizzazione come il cuore del femminismo, questo passaggio può essere sconcertante. Potrebbero chiedere: cosa vuol dire difendere Sunstein? Perché “l’oggettualizzazione e una forma di uso” dovrebbero essere parti “meravigliose” della vita sessuale? La mia impressione è che queste confusioni possono nascere perché non abbiamo chiarito a noi stessi il concetto di oggettualizzazione; una volta che l’avremo fatto scopriremo che si tratta di un concetto scivoloso e molteplice. In realtà ci sono almeno 7 diversi modi di comportarsi in base a questo termine, nessuno dei quali implica gli altri, sebbene siano molte connessioni complesse tra loro. Per certi aspetti l’oggettualizzazione è sempre moralmente problematica. Sotto altri aspetti, l’oggettualizzazione ha caratteristiche che possono essere positive o negative in base al contesto globale. Alcune caratteristiche dell’oggettualizzazione possono, in alcune circostanze, essere necessarie o meravigliose per la vita sessuale. Per accorgersi di questo è necessario vedere come la combinazione che si presume impossibile fra oggettualizzazione e “parità, rispetto e consenso” possa essere possibile. Inizierò con vari esempi a cui mi riferirò poi nella trattazione; sono tutti esempi di quella che potrebbe essere definita l’oggettualizzazione di una persona da parte di un’altra, il vedere e/o trattare qualcuno come un oggetto. In tutti questi casi la persona oggettualizzata è un partner sessuale o un aspirante tale, sebbene il contesto sessuale non sia prominente allo stesso modo in tutti questi casi. Ho scelto esempi molto vari apposta, non ho ristretto il campione a oggettualizzazioni di donne da parte di uomini perché ci serve chiederci come le nostre valutazioni dei casi siano influenzate da questioni più vaste relative al contesto e al potere sociale.

1

Ondate di desiderio gli facevano pulsare il sangue nelle vene. Ella rea li, bisognava che riuscisse a raggiungerla: ed ecco, si sentì assorbire dalla sostanza di quell’essere, distinto dal suo. Senza più nulla intendere, si protese verso di lei, sempre più vicino, per raggiungere l’adempimento supremo di sé stesso, per venire accolto dalla tenebra dell’annientamento, che lo avrebbe ingoiato per poi restituirlo a sé stesso. Se fosse riuscito a penetrare nel cuore incandescente della tenebra, a cancellare il proprio io, a lasciarsi distruggere, consumare da quell’ardore fino a divampare con lei in una sublimazione unica, quello sarebbe stato l’adempimento supremo. (D.H. Lawrence, “The Rainbow”).

2

Siccome doveva esser venuto 3 o 4 volte con quella sua grassa bestia d’un coso tutto rosso che si ritrova credevo gli scoppiasse la vena o come cavolo la chiamano anche se poi il naso non ce l’ha così grosso mi sono levata tutta la roba di dosso con le tendine abbassate con tante ore che ci avevo messo a vestirmi e profumarmi e pettinarmi là quel coso come un pezzo di ferro o una grossa sbarra sempre dritta doveva aver mangiato mi pare ostriche una qualche dozzina era in vena di cantare no in vita mia mai trovato uno che l’avesse di quella misura roba da farti sentire tutta gonfiata che dopo aver mangiato un bue ma che razza d’idea crederci con un buco in mezzo tipo stallone dove te lo ficcano dentro perché loro non vogliono altro da te tutti con quegli sguardi biechi da fissati tanto che dovevo tenere gli occhi socchiusi però di sborra ne aveva mica tanta. (James Joyce, “Ulisse”).

3

Lei ha ancora un lenzuolo sul corpo, drappeggiato e avvolto sulle sue forme. Non si muove. Potrebbe essere morta, pensa Macrae […] D’improvviso il desiderio di accendere le lacrime del suo corpo come un elettroshock, seimila volt di violenza, sacrilegio, la brama di profanare, di distruggere. I pollici di lui si uniscono contro la spaccatura del culo di lei, con le unghie verso l’interno, nocca dura contro nocca, e si tuffano fino ai palmi dentro di lei. Un urlo sottomarino si leva dal verde profondo dei sogni di lei che si strappa verso il risveglio, semisveglia, semisognante priva del senso di sé […] e un forte dolore la pugnala nelle viscere […] Isabelle apre gli occhi, senza sapere ancora dove o che cosa o perché, con la faccia bloccata contro l’intonaco che si incrina […] mentre Macrae scava più a fondo traendo un altro urlo dalle sue viscere, e la testa sobbalzante di lei picchia forte contro il muro […] e i suoi palmi toccano le mani di Macrae, ancora strette come un morso attorno al suo culo, impastando, maneggiando, con una violenza nata dalla disperazione e dal desiderio, il desiderio di averla così completamente […] che sembra come se volesse strapparle la carne dal corpo per assorbirla, frantumarla, liquefarla fra le sue mani […] E Isabelle […] sente una voce che grida “Non fermarti; non fermarti”, una voce che urla da qualche parte profonda dentro di lei da epoche passate, voci ancestrali da un tempo in cui il mondo era giovane, “non fermarti, non fermarti”. È più vicina adesso, questa voce atavica, e lei si rende conto sorpresa che proviene dalla sua bocca, sono le sue labbra che si muovono, è la sua voce. (Laurence St. Clair, “Isabelle and Véronique: Four Months, Four Cities”).

4

Tre immagini dell’attrice Nicollette Sheridan mentre gioca al Chris Evert Pro-Celebrity Tennis Classic, con la gonna sollevata per rivelare la sua biancheria intima nera. Didascalia: “perché amiamo il tennis”. (Playboy, aprile 1995).

5

All’inizio ero imbarazzato quando avevo un’erezione nelle docce. Ma al Corry c’era un grande insaponamento di cazzi con fini di deliberata eccitazione e per molti soci era normale avere un’erezione ogni giorno. Le mie, anche se meno regolari, erano, credo, oggetto di speranza e di attesa […] Questa mescolazione di nudi, che era una sorta di centro rituale della vita del club, produceva incitamenti impropri e relazioni ideali e ad accadimenti poliandri che non sarebbero mai sopravvissuti nel mondo delle giacche e delle cravatte, delle mollette da ciclista e dei montgomery. È come sono difficili le distinzioni sociali nelle docce. Come potevo sorridere al mio enorme vicino africano, che rispondeva ora in maniera elefantica alla mia stessa erezione e nello stesso tempo lanciava occhiatacce al disastroso semiragazzo che sogghignava sotto il getto successivo? (Alan Holinghurst, “The Swimming-Pool Library”).

6

Lei aveva passato il braccio in quello di lui, e gli altri oggetti della stanza, gli altri quadri, i divani, le poltrone, i pezzi “importanti”, ciascuno eccelso nel suo genere, si protendevano intorno a loro, coscientemente, per aver riconoscimento e plauso. I loro occhi passavano insieme da un oggetto all’altro, assorbendone tutta la nobiltà: quasi a misurare, per lui, la saggezza delle vecchie idee. Le due nobili persone che conversando prendevano il tè entrarono a far parte di questo splendido effetto e della generale armonia: la signora Verver e il Principe, benché involontariamente, si ritrovarono ad essere senz’altro “messi a posto”, come altre espressioni del tipo di mobilia umana che una scena simile, esteticamente,

richiamava. La fusione della loro presenza con gli elementi decorativi, il loro contributo al trionfo di quella scelta, era completo, mirabile; anche se, a uno sguardo prolungato, a uno sguardo più penetrante di quanto non lo richiedesse in verità l’occasione, avrebbero potuto configurarsi anche come attestazioni concrete di una rara capacità d’acquisto. C’erano tante cose nel tono con il quale Adam Verver riprese a parlare, e chi potrebbe dire dove si arrestava il suo pensiero? “Le compte y est. Hai qualcosa di buono.”. (Henry James, “The Golden Bowl”).

La maggior parte di queste opere sono famigliari. Quello di Hollinghurst sulla Londra gay prima dell’Aids è stato uno dei romanzi erotici più importanti degli anni 80’. Abbiamo alcuni esempi di comportamento che sembra meritare, per alcuni aspetti, il nome di “oggettualizzazione”. In ogni caso, un essere umano viene ritratto e/o trattato come un oggetto, nel contesto di una relazione sessuale. Tom Bangwen vede la moglie come una forza inumana, un “cuore incandescente di tenebra”. Molly riduce Blazes Boylan alle sue dimensioni genitali. Macrae tratta Isabella come un essere preumano e preconscio pronto per l’invasione e la distruzione. La didascalia di Playboy riduce la giovane attrice a un corpo pronto all’uso da parte del maschio. L’ero di Hollinghurst rappresenta sé stesso come capace di vedere i suoi compagni come corpi intercambiabili o come parti di corpi, sotto lo sguardo sessuale della sala delle docce, indipendente da considerazioni di classe e rango. Maggie e Adam contemplano il proprio rispettivo sposo o sposa come pezzi di antiquariato inestimabili che hanno collezionato. In tutte queste analisi dobbiamo distinguere l’oggettualizzazione di un personaggio da parte di un altro personaggio dall’oggettualizzazione delle persone da parte di un testo preso nel suo insieme. Interessano entrambi come esempio di comportamento umano valutabile moralmente. Viste le mie connessioni con il dibattito sulla pornografia, prenderà in esame la modalità del comportamento che emerge dalla rappresentazione, al pari della moralità del comportamento rappresentato. Entrambi i tipi di comportamento possono essere valutati moralmente, ma dovrebbero essere presi separatamente. È difficile farlo, ma bisogna tentare, perché dalla loro differenza sorgono questioni morali, e occupandoci di esempi letterali dobbiamo cimentarci con esse. La critica etica della letteratura ha sviluppato varie distinzioni che ci possono aiutare. È utile la distinzione in 3 di Booth:

• Narratore di un testo;

• Autore implicito, il senso di vita rappresentato nel testo preso nel suo insieme;

• Autore della vita reale, che ha proprietà di cui è privo l’autore implicito e viceversa.

Per Booth la critica etica dell’azione rappresentata in un testo è una cosa, la critica del testo nel suo insieme un’altra; per capire la seconda dobbiamo focalizzarci sull’autore implicito, chiedendoci che tipo di interazione promuova il testo nel suo insieme in noi lettori, che desideri e progetti risveglia. In questo modo la critica etica dei testi può essere sia sensibile alla forma letteraria sia in linea con la valutazione etica delle persone. Quello che dobbiamo dire è che il modo in cui Brangwen vede la moglie è esemplare degli atteggiamenti che Lawrence sostiene nel suo testo preso nel suo insieme e in altri correlati; l’atteggiamento di Molly nei confronti di Boylan non è l’unico atteggiamento rispetto alle relazioni sessuali descritto da Joyce; il testo di Hankinson oggettualizza le donne alla maniera del passaggio citato, che è solo il primo di una sequenza di episodi sempre più violenti i quali, legati insieme, costituiscono l’interezza del “romanzo”; l’esempio di “Playboy” descrive il tipico approccio della rivista al corpo delle donne; che il romanzo di James suscita una critica morale dei suoi protagonisti descrivendoli come oggettualizzatori. Hollinghurst è l’esempio più sconcertante e non è chiaro quale atteggiamento ci inviti ad assumere il testo nel suo insieme rispetto al suo protagonista e alle sue fantasie. Credo che mentre nessun testo sia senza complessità morale, e che nessuno possa incontrare il gusto di tutti, 2 esempi di comportamento che descrivono risultano particolarmente biechi. Uno dei testi mostra come l’oggettualizzazione di un certo tipo possa essere innocua e piacevole; almeno uno mostra quello che potrebbe indurre qualcuno a suggerire che potrebbe essere una parte meravigliosa della vita sessuale. Considerandoli in gruppo, gli esempi invitano a distinguere diverse dimensioni di oggettualizzazione e a notare la loro indipendenza reciproca. In questo modo scopriamo che non tutti i tipi di oggettualizzazione sono sgradevoli allo stesso modo: la valutazione di ognuno di essi richiede una considerazione del contesto e della situazione; una volta fatte le opportune distinzioni ci

accorgiamo come alcuni di questi possono essere compatibili con il consenso e la parità, e persino essere “meravigliose” parti della vita sessuale.

SETTE MODI DI TRATTARE UNA PERSONA COME UNA COSA

In tutti i casi di oggettualizzazione il punto è la questione di trattare una cosa come se fosse un’altra: si tratta come un oggetto ciò che in realtà non è un oggetto ma un essere umano. Dobbiamo chiederci cosa sia implicato nell’idea di trattare come un oggetto. In questa idea sono coinvolte almeno 7 nozioni:

• Strumentalità: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come uno strumento al servizio dei suoi scopi;

• Negazione dell’autonomia: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come privo di autonomia a autodeterminazione;

• Inerzia/passività: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come privo di agency, e forse anche di attività;

• Fungibilità: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come intercambiabile (a) con altri oggetti dello stesso tipo e/o (b) con oggetti di altro tipo;

• Violabilità: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come privo di integrità e di confini, come qualcosa che è permesso rompere e invadere;

• Proprietà: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come qualcosa che è posseduto da un altro, che può essere comprato o venduto etc…

• Negazione della soggettività: l’oggettualizzatore tratta l’oggetto come qualcosa la cui esperienza e i cui sentimenti (seppure ve ne siano) non devono essere presi in considerazione.

Sono caratteristiche del nostro trattamento delle cose, benché non si trattino tutte le cose come oggetti in tutti questi modi. Trattare le cose come oggetti non è uguale all’oggettivizzazione, perché essa implica far diventare una cosa, trattare come una cosa qualcosa che una cosa non è. Queste 7 caratteristiche sono comunemente presenti, distinte l’una dall’altra. La maggior parte degli oggetti inanimati sono considerati come strumenti al nostro servizio, anche se alcuni sono ritenuti degni di rispetto per la loro bellezza, antichità o naturalezza. La maggior parte degli oggetti inanimati sono trattati come senza autonomia, anche se a volte si guarda agli oggetti presenti nella natura, o alle macchine, come se avessero vita propria. Molti oggetti sono passivi, ma in nessun caso lo sono tutti. Molti sono fungibili con altri di specie simile e, a volte, con oggetti di specie diversa, sebbene molti non lo siano. Alcuni oggetti sono ritenuti “violabili” o senza integrità, ma non tutti: sono poche le cose di una casa che permetteremmo a un bambino di rompere. Molti oggetti sono posseduti e vengono trattati come tali, ma anche in questo caso molti non lo sono. La maggior parte degli oggetti vengono trattati come entità le cui esperienze e sentimenti non devono essere presi in considerazione, anche se a volte siamo portati a pensare il contrario riguardo a parti dell’ambiente naturale. Possiamo vedere nell’elenco un insieme di atteggiamenti familiari nei confronti delle cose, ciascuno dei quali riveste un ruolo nella descrizione femminista dell’oggettualizzazione delle persone. L’oggettualizzazione è il trattare un essere umano in uno o più di questi modi. Dovremmo dire che ognuna di queste voci è una condizione per l’oggettivazione della persona? O abbiamo bisogno di un insieme di caratteristiche perché si possa parlare di una condizione sufficiente? La risposta farebbe confusione. L’oggettualizzazione è un termine contenitore approssimativo, applicato al quale giudichiamo una di queste caratteristiche come sufficiente benché spesso siano presenti varie caratteristiche quando il termine viene applicato. Ci sono altri modi in cui trattiamo le cose di solito che non suggeriscono l’oggettualizzazione quado applichiamo lo stesso tipo di trattamento alle persone, ci sono molti motivi per pensare che queste sette voci siano indicazioni di quello che in tanti hanno giudicato moralmente problematico. Ci sono voci dall’elenco che attirano la nostra attenzione da subito perché sembrano il trattamento di cui non ci prenderemmo il disturbo di discutere nel caso di mere cose laddove questioni di autonomia e di soggettività non si prospettano nemmeno; sembrano appropriate al trattamento delle persone come se fossero cose. Questo fa pensare che possano rivestire interesse per noi in quello che segue, suggerendo che saremmo interessati al trattamento che viene negato alle persone quanto a quello che viene loro riservato. Come sono connesse queste caratteristiche? Usiamo un esempio: una penna a sfera e un Monet. Il modo in cui la penna è un oggetto implica tutte le voci di questa lista, eccetto la violabilità. Si potrebbe ritenere inutile rompere la penna, ma una simile preoccupazione non si eleva moralmente. Considerare una penna come oggetto, non autonoma, passiva, fungibile, posseduta e senza soggettività, sembra il modo giusto di trattarla. Il quadro invece è non autonomo, posseduto, inerte (ma non passivo), senza soggettività: non è fungibile con qualunque altra cosa; i confini che lo determinano sono preziosi, si pone la questione se si tratti di uno strumento al servizio di chi lo usa e ne trae godimento. Questo è sufficiente per dimostrare che ci sono molti tipi diversi di oggetti. Alcuni sono preziosi, di solito non fungibili e con una certa integrità fatta da confini precisi (inviolabili). Altri non sono preziosi e sono sia fungibili sia suscettibili di essere rotti. Le 7 voci differenziano anche in altri modi: rileviamo dal caso del dipinto che la privazione dell’autonomia non implica la strumentalità, anche se trattare strumentalmente può implicare il trattare in modo non autonomo; il fatto che la maggior parte degli oggetti sia inerte/passiva non dovrebbe impedire di notare, per gli scopi che considereremo, il fatto che l’inerzia non è una condizione necessaria né della mancanza di autonomia né della strumentalità. La violabilità non è implicata nelle altre voci. Anche le cose fungibili non sono considerate tali da rompere, benché quelle considerate fracassabili di solito sono fungibili, rimpiazzabili da altre cose dello stesso tipo. La maggior parte degli oggetti è posseduta, questo non deve oscurare il fatto che questo possesso non è condiviso da nessuna delle altre voci dell’elenco. Il possesso è implicato nella mancanza di autodeterminazione e autonomia: sembra concettualmente legato a questa assenza, anche se un oggetto può non avere autonomia senza essere posseduto. Una cosa può essere trattata come qualcosa le cui esperienze e sentimenti non debbano essere considerati senza essere trattata come un semplice strumento,

senza essere trattata come fungibile, senza essere vista come violabile. Se si tratta un oggetto come qualcosa i cui sentimenti non devono essere considerati, si può dire che lo si sta trattando come autonomo? Questo è improbabile. Quello che scopriamo è che l’autonomia è la più esigente tra le 7 voci. È difficile immaginare un caso in cui un oggetto inanimato venga trattato come autonomo, si possono però immaginare eccezioni alle altre voci. Trattare un oggetto come autonomo implica il fatto di trattarlo come strumentale, come non inerte, come non posseduto, come qualcosa i cui sentimenti non possono essere ignorati. L’unico tipo di oggettualizzazione coerente con il trattamento autonomo sembra essere il trattamento fungibile, nel senso limitato di trattare come fungibile con altri agenti autonomi. Questo risulta pertinente per Hollinghurst e per l’ideologia della promiscuità maschile gay, esemplificata in Gay Ideas di Mohr, dove la fungibilità- oggettivazione è legata all’equità democratica. Il trattare come violabile, come senza integrità, può essere coerente con il trattare come autonomo. C’è un modo in cui la strumentalità sembra essere la nozione moralmente più esigente. Possiamo pensare a molti casi in cui viene permesso di trattare una persona o una cosa come non autonoma, tuttavia non sarebbe appropriato trattare l’oggetto solo come uno strumento per i nostri scopi. È interessante vedere come poche delle altre forme di trattamento alla stregua di un oggetto siano chiaramente escluse dalla decisione di non trattare una cosa come strumentale. La cosa più implicata nel trattare una cosa come un fine in sé è il non trattare come autonomo: questo non toglie la possibilità che il trattare come autonomo sia la caratteristica necessaria del trattamento non strumentale degli esseri umani adulti. Il non trattare come inerte implica il riconoscimento dell’agency e dell’attività. Il non trattare come non dotato di soggettività, anche se trattare un essere umano come un fine in sé non implica il riconoscimento della soggettività. Non è chiaro se trattare come un fine in sé richieda di vedere una cosa come inviolabile, probabilmente dipende dalla natura dell’oggetto. Per esserci una connessione concettuale tra il trattare come un fine in sé e il trattare come inviolabile significa usarlo secondo i propri scopi in modi che negano lo sviluppo naturale e che possono minacciare l’esistenza dell’oggetto. Consideriamo la relazione tra genitore e figlio: il trattamento dei bambini piccoli da parte dei loro genitori implica una negazione dell’autonomia; implica alcuni aspetti del processo. In quasi ogni tempo e luogo è stato considerato sbagliato che i genitori trattassero i propri figli come privi di integrità corporea. Il grado in cui i bambini possono essere usati a servizio degli scopi dei genitori, come esseri di cui non è necessario considerare i sentimenti, come fungibili, è cambiato nello spazio e nel tempo. Le prospettive USA moderne dell’educazione dei figli considerano tutte e 3 queste forme di oggettualizzazioni come gravi danni morali. Consideriamo ora la descrizione di Marx del trattamento oggettualizzante dei lavoratori nella società capitalista. L’assenza di autonomia è cruciale per l’analisi perché è strumentalità e assenza di preoccupazioni per esperienze e sentimenti. I lavoratori sono trattati come fungibili, sia con altri lavoratori sia con delle macchine. Non sono trattati come inerti: il loro valore per il produttore capitalista permette la loro attività. Marx non pensa che vengano trattati come fisicamente violabili. La loro sicurezza fisica è protetta (anche se non del tutto) e il graduale peggioramento delle condizioni di vita potrebbe essere vito come un tipo di lenta violazione corporale. La violazione spirituale è il cuore di quello che Marx ritiene avvenga ai lavoratori, dal momento che sono deprivati del controllo sui mezzi della propria autodefinizione come esseri umani. I lavoratori non sono esattamente posseduti, sono moralmente diversi da schiavi, ma in un senso profondo la relazione è quella della proprietà. Quello che più profondamente appartiene al lavoratore, il prodotto del suo lavoro, è quello che gli viene tolto. La sessualità sta al femminismo come il lavoro sta al marxismo: in ciascun caso qualcosa che rappresenta nel grado più alto il sé e ciò che si possiede è quel che secondo la teoria viene strappato (MacKinnon). La schiavitù è definita come una forma di possesso. Questa forma implica una negoziazione dell’autonomia, implica l’uso dello schiavo come uno strumento al servizio del proprietario. Questo è vero per quanto concerne tale istituto, non è negato dal fatto che a volte tra schiavo e padrone possono esserci amicizie non strumentali. Il trattare come posseduto non implica il trattare come strumentale? Il tipo di proprietà implicato nella schiavitù e la sua relazione con l’umanità dello schiavo determina questa connessione. Anche se si tratta di un essere umano come una cosa che si può comprare/ vendere, si sta trattando di un essere umano come uno strumento per i propri scopi. Questo dipende dal fatto che il trattamento non strumentale di esseri umani adulti implica il riconoscimento dell’autonomia, come non avviene per gli oggetti; e il possesso è incompatibile con l’autonomia. Gli schiavi non vengono trattati come contenuti inerti, né vengono trattati per forza come fungibili: possono essere specializzati nei loro compiti. Il trattamento strumentale inerente all’istituto comporta un certo tipo di fungibilità, nel senso che una persona è ridotta a una serie di parti corporee che eseguono un compito, e sotto questo aspetto più essere sostituito da un altro corpo simile o da una macchina. Gli schiavi non per forza sono considerati violabili: possono esserci

leggi contro lo stupro e/o l’abuso corporeo degli stessi. È facile vedere come il trattamento di persone alla stregua di cose, nella schiavitù, abbia indotto spesso l’impressione di avere il diritto di usare il corpo dello schiavo in qualsiasi modo desiderato. Nel momento in cui si tratta qualcuno come uno strumento e gli si nega l’autonomia, è difficile dire perché la violenza sessuale e fisica sarebbe sbagliata, se non nel senso di rendere quello strumento meno efficiente. Agli schiavi non sempre è negata la soggettività: li si può immaginare come esseri mentalmente adattati alla propria sorte, si può pensare con empatia al loro piacere/ dolore. D’altra parte, la decisione di trattare una persona come uno strumento porta a un fallimento dell’immaginazione. È facile allora smettere di porsi le domande che la morale generalmente detta, del tipo: come si sentirà questa persona se io faccio una certa cosa? Etc… Questo esempio introduce all’analisi della sessualità di MacKinnon e Dworkin, mostra come un certo uso strumentale delle persone, negando la loro autonomia, le spoglia dell’umanità, agli occhi dell’oggettualizzatore, da sembrare pronte anche per altri abusi. La lezione è che sembra ci sia qualcosa di problematico nella strumentalizzazione degli esseri umani, qualcosa che implica la negazione di ciò che è fondamentale per loro in quanto esseri umani, lo statu di esser che sono fini in sé stessi. Da questa negazione scaturiscono altre forme di oggettualizzazione implicate. La strumentalizzazione non è problematica in tutti i contesti. Il problema non è la strumentalizzazione in sé, ma il fatto di trattare qualcuno principalmente o esclusivamente come uno strumento. L’intero contesto della relazione diventa fondamentale.

KANT E LE FEMMINISTE RADICALI

Iniziamo a prendere confidenza con questo concetto e ad accorgerci di quanto sia multiforme. Iniziamo ad avvicinarci all’idea fondamentale dell’analisi di MacKinnon e Dworkin. La nozione chiave è kantiana (Herman); nell’analisi di Kant della sessualità e del matrimonio è centrale l’idea che il desiderio sessuale sia una forza potente che contribuisce al trattamento delle persone come se fossero cose, intendendo con questo il trattamento delle persone non come fini in sé stessi, ma come mezzi per la soddisfazione dei propri desideri. Questo tipo di strumentalizzazione delle persone è legato sia a una negazione dell’autonomia, sia a una negazione della soggettività. Sembra che fossero queste le tre nozioni a cui Kant era interessato: inerzia/ passività, fungibilità, possesso e violabilità non lo interessano, anche se si può notare come la strumentalizzazione che descrive possa portare alla prospettiva che l’altro corpo sia violato e abusato se necessario ad assicurare il proprio piacere. Dworkin effettua questa connessione, riconducendo la prevalenza dell’abuso sessuale e della violenza sadica all’atto di negare l’autonomia e lo status di fine in sé. Perché Kant pensa che il sesso faccia questo? La sua argomentazione non è chiara, ma possiamo elaborarla. L’idea è che il desiderio sessuale e il piacere producano sensazioni acute nel corpo di una persona; queste sensazioni fanno sparire, per un po', tutti gli altri pensieri, compresi quelli relativi al rispetto per l’umanità tipici della morale. Egli non pensa che queste sensazioni cancellino qualsiasi considerazione relativa ai fini del piacere o dell’esperienza del partner sessuale, e facciano si che l’attenzione si fissi sui propri stati corporei. In questa condizione di spirito non si riesce a vedere l’altra persona se non come uno strumento al servizio dei propri interessi, una serie di parti corporee che sono strumenti utili per il proprio piacere, la smania di assicurare la propria soddisfazione sessuale farà in modo che la strumentalizzazione continui finché l’atto sessuale non sia concluso. Allo stesso tempo, il forte interesse che hanno entrambe le parti per la soddisfazione sessuale spingerà e permetterà a sé stesse di essere trattate come cose reciprocamente e a desiderare volontariamente di essere deumanizzate allo scopo di deumanizzare a propria volta l’altra parte. Kant crede che questa sia una caratteristica della sessualità in generale, non solo di quella maschile, e non lega la sua analisi a questioni di gerarchia sociale né alla formazione sociale asimmetrica del desiderio erotico. Pensa che in un atto sessuale entrambe le parti desiderino essere oggettualizzatori e oggetti. MacKinnon e Dworkin solo per alcuni aspetti seguono Kant. Come lui partono dalla nozione che a tutti gli esseri umani si deve rispetto, e che questo non

sia compatibile con l’essere trattati come strumenti e con la negazione di autonomia e soggettività. Diversamente da Kant non credono che queste negazioni siano intrinseche allo stesso desiderio sessuale; suggeriscono che sia possibile mirare, nel sesso, a un’esperienza di piacere fusa e reciprocamente soddisfacente in cui entrambe le parti cedono temporaneamente autonomia in modo positivo senza strumentalizzarsi a vicenda o diventare indifferenti ai bisogni dell’altro. Dworkin pensa che il modo in cui gli uomini gay fanno sesso può esemplificare molto bene nella nostra società queste caratteristiche positive. Il problema non deriva da una stupidità del desiderio sessuale in sé, ma dal modo in cui abbiamo socializzato eroticamente in una società che è piena di gerarchie e dominazione. Gli uomini imparano a fare esperienza del desiderio in connessione con scenari di dominazione e strumentalizzazione. Le donne imparano a sperimentare il desiderio in connessione con questi scenari paradigmatici, imparano a erotizzarsi essendo dominate e trasformate in oggetti. L’oggettualizzazione per MacKinnon e Dworkin è asimmetrica: da un lato l’oggettualizzatore, dall’altro, la volontaria che assume lo status di oggetto. Questo significa che è solo la femmina a subire, con il sesso, una confisca di umanità, trasformata in qualcosa. MacKinnon e Dworkin dicono che a volte questo fenomeno implichi elementi di inerzia, fungibilità e possesso, ma a me sembra chiaro che il nucleo del concetto sia la strumentalità, connessa in modo kantiano alla negazione dell’autonomia e della soggettività, correlata alla possibilità della violazione e dell’abuso. La soluzione di Kant all’oggettualizzazione e all’uso sessuale è il matrimonio. Sostiene che l’oggettualizzazione può essere resa innocua solo se i rapporti sessuali sono limitati a una relazione che è strutturata istituzionalmente in modi che promuovono e garantiscono il rispetto reciproco. Se le 2 parti sono tenute a sostenersi a vicenda, questo assicura un rispetto per l’altra persona che resisterà senza essere distrutto dagli ardori dei rapporti sessuali, anche se, per Kant, questo rispetto e questo “amore pratico” non potranno mai pervadere l’atto sessuale medesimo. Kant è preoccupato della natura asimmetrica del matrimonio, dei suoi aspetti di possesso e negazione dell’autonomia. Considera questi aspetti normali, non consiglia che l’oggettualizzazione sessuale possa trarre alimento da questi accordi istituzionali. Per Dworkin e MacKinnon la gerarchia è la base del problema. La mancanza di rispetto che mostrano molti rapporti sessuali non è una caratteristica della sessualità in sé: è creata da strutture asimmetriche di potere. Il matrimonio è una delle strutture che rendono la sessualità così perniciosa. Dworkin è convinta che le istituzioni ci mutilino nonostante le migliori intenzioni, determinando l’erotizzazione di forme di comportamento sessuale che deumanizza. Il rimedio a questo non è l’istituzione, ma il graduale disfacimento di tutte le strutture istituzionali che inducono gli uomini a erotizzare il potere. Come sono connesse nella loro critica tutte le voci? Cosa ci porta a credere che un tipico modo maschile di relazionarsi con le donne come non autonome comporterebbe queste altre conseguenze? Se vediamo un cambiamento istituzionale e/o morale, dobbiamo capire chiaramente queste connessioni in modo da avere un’idea del punto da cui dobbiamo iniziare. Quello che connette questi aspetti del concetto è un modo caratteristico di strumentalizzazione e uso che si presume radicato nella negazione maschile dell’autonomia alle donne. Questa per le 2 autrici è la somma totale di quello che sono le donne sotto la dominazione maschile. Ma una volta che ci siamo resi conto che le connessioni non sono così concettualmente salde come esse credono, siamo spinti a chiederci quanto siano pervasive, e a domandarci se e quanto le donne e gli uomini possano combinare queste caratteristiche in diversi modi nelle loro vite, eliminando la passività della strumentalità, o la fungibilità della negazione dell’autonomia.

UNA PARTE MERAVIGLIOSA DELLA VITA SESSUALE?

In materia di oggettualizzazione il contesto è tutto. MacKinnon e Dworkin lo assicurano nel momento in cui ribadiscono che analizziamo le relazioni maschio-femmina alla luce di un contesto sociale più vasto e della storia della subordinazione femminile, e sottolineano la differenza tra il significato dell’oggettualizzazione in questi contesti e il significato nell’ambito delle relazioni maschio-maschio o femmina-femmina. È raro che vadano oltre. In un certo senso i dettagli più fini del contesto risultano di scarso interesse per loro, coinvolte in un movimento politico. Simili dettagli sono interessanti per noi, perché la differenza tra un uso sbagliato e giusto dell’oggettualizzazione dipende dal contesto globale della relazione umana in questione. Questo può essere rilevato considerando un esempio: W., una donna, sta andando fuori città per un colloquio di lavoro. M., un suo conoscente, le dice: “non è necessario che tu vada. Puoi limitarti a mandare qualche foto”. Se M. non è un caro amico, questo è quasi di sicuro un suggerimento offensivamente oggettualizzante. Riduce W. alle sue parti corporee suggerendo che le sue capacità professionali non contino. L’osservazione offende l’autonomia di W.; la tratta come un oggetto inerte; può suggerire fungibilità. A seconda del contesto può suggerire strumentalizzazione: W. sarà trattata come un oggetto per il godimento dello sguardo maschile. Supponiamo che M. sia l’amante di W. e che le dica queste parole a letto. Questo cambia tutto, ma non sappiamo davvero come, perché non sappiamo abbastanza. Non sappiamo di che lavoro si tratti, non sappiamo abbastanza delle persone. Se di norma M. sminuisce i talenti di W., l’osservazione è peggiore rispetto alla stessa osservazione fatta da un estraneo e più incline alla strumentalizzazione. Se esiste un rispetto reciproco, lui sta cercando solo un modo per farle un complimento, e magari dirle che non vorrebbe che lasciasse la città. Consideriamo ora la stessa osservazione fatta a W. da un suo amico intimo. W. sa che rispetta i suoi talenti, ha fiducia nel suo atteggiamento e amicizia, ma si augura che possa prestare attenzione al suo corpo una volta tanto. In questo caso l’osservazione oggettivante potrebbe essere una sorpresa positiva per W., un complimento gradito. Può anche essere che W. reagisca in questo modo perché ha erotizzato la sua sottomissione. Simili affermazioni sono difficili da giudicare, ma non è plausibile che questi casi siano un tipo del genere. Dworkin e MacKinnon sono spesso poso sensibili a queste complessità umane. Torniamo al brano di Lawrence. Secondo lui il potere della sessualità viene vissuto nel modo più autentico quando le parti accantonano le loro scelte consce e si permettono di essere forze naturali simili a oggetti che si incontrano attraverso quella che lui chiama “conoscenza di sangue”. Così Bangwen sente il sangue salire in modo che eclissa la riflessione, che lo lascia incapace di “più nulla intendere”. Sua moglie gli sembra una presenza misteriosa simile a una cosa; questa presenza lo incita non a un uso strumentale, ma a una resa del suo stesso essere, una specie di abnegazione di autocontenimento e autosufficienza. Questa oggettualizzazione ha le radici in una reciproca negazione di autonomia. È legata all’inerzia, passività ricettiva, perché entrambi rinunciano all’agency di fronte al potere del sangue. È legata alla fungibilità: l’individualità qualitativa di Lydia svanisce di fronte al suo desiderio, lei diventa incarnazione di qualcosa di originario; lui cancella le proprie modalità quotidiane di autodefinizione, le proprie idosincrasie, di fronte alla presenza che lo cattura. C’è un legame con la violabilità: nell’ondeggiare del desiderio egli non si sente più chiaramente individuato da lei, sente diventare porosi i suoi confini, sente il desiderio di “lasciarsi distruggere” come individuo. Lawrence, come Schopenhauer, vede una connessione tra il predominio della passione e la perdita di confini definiti, la perdita del principium individuationis. Tutto questo è

oggettualizzazione. È innegabile che Lawrence colga alcune caratteristiche profonde di alcune esperienze sessuali. Se si dovesse dare un senso all’osservazione di Sunstein secondo sui l’oggettualizzazione potrebbe essere una parte meravigliosa della vita sessuale, si potrebbe farlo seguendo questa strada. In realtà si potrebbe andare oltre, affermando come Schopenhauer che questa è una caratteristica necessaria della vita sessuale. Va notato che l’oggettualizzazione di Lawrence è legata a un certo tipo di riduzione delle persone a parti del loro corpo, e all’attribuzione di un certo tipo di agency indipendente alle parti corporee. Perché l’oggettualizzazione di Lawrence è benigna? Va notata l’assenza di strumentalizzazione, e il fatto connesso che l’oggettualizzazione è simmetrica e reciproca, in mutuo rispetto e parità sociale. La rinuncia all’autonomia e all’agency è gioiosa, una vittoria. Una tale rinuncia è una via s’uscita dalla prigione del riserbo che, dal punto di vista di Lawrence, ci isola gli uni dagli altri e impedisce la vera comunicazione e ricettività. Nella volontà di permettere a un’altra persona di essere così vicina, in una posizione in cui il pericolo di essere dominati è onnipresente, si vede una fiducia che sarebbe impossibile in una relazione che non avesse almeno qualche tipo di mutuo rispetto. Dove c’è una perdita di autonomia nel sesso, il contesto è un contesto in cui, nell’insieme, l’autonomia è rispettata e alimentata; il successo della relazione sessuale può avere vaste implicazioni per la prosperità e la libertà. Non abbiamo bisogno di elencare tutte le idee di Lawrence sulle attrattive della sessualità per capire in questa scena un valore genuino. Quando c’è una perdita di soggettività nel momento del rapporto sessuale, essa può essere accompagnata da un’intensa attenzione per la soggettività del partner in altri momenti, poiché l’amante è concentrato sugli stati d’animo e sui desideri di quella persona, il cui benessere significa così tanto per il suo stesso benessere. Notiamo che il tipo di fungibilità implicata nell’identificare delle persone con parti del loro corpo non può essere deumanizzante, ma coesiste con riguardo per l’individualità della persona, che può essere attraverso la personalizzazione e l’individuazione degli organi corporei stessi. Essere identificati con i propri organi genitali non significa per forza essere carne deumanizzata offerta all’abuso, ma può essere un modo per essere visti più pienamente come gli individui umani che si è, a ricordare il fatto che gli organi genita non sono davvero fungibili, ma hanno un proprio carattere individuale, sono parte della persona. Ora notiamo qualcosa di interessante rispetto a Kant. Egli ritiene che focalizzarsi sui genitali implichi una mancanza di riguardo per la persona. Lawrence dice che questa è una risposta che di per sé ci deumanizza riducendo a qualcosa di animalesco ciò che è una buona parte dell’umanità che è in noi e anche dell’individualità. Dobbiamo imparare a chiamare i nostri organi genitali con nomi propri. Lawrence può mettere in discussione la descrizione della deformazione della sessualità fatta da MacKinnon e Dworkin perché suggerisce che l’ineguaglianza e la deumanizzazione delle donne in Gran Bretagna riposano su e traggono forza dalla negazione della potenzialità erotica delle donne, dall’insistenza che le donne debbano essere asessuate e non debbano identificarsi con i loro genitali. Mostra come un certo tipo di oggettualizzazione sessuale può essere veicolo di autonomia, di autoespressione per le donne, e come proprio la rinuncia all’autonomia, in un certo tipo di atto sessuale, possa liberare energie da usare per rendere il sé compiuto e pieno. Mellors è l’unico personaggio del romanzo che vede Connie come un fine in sé e questa assenza di strumentalizzazione e la promozione dell’autonomia di lei collegata, sono connesse all’interesse sessuale di lui. MacKinnon e Dworkin direbbero che Lawrence è ingenuo nel credere che esista un ambito di sessualità “naturale” dietro le costruzioni culturali, un ambito che può essere liberato in un atto sessuale del giusto tipo. Sosterrebbero che una cosa simile sottostima la profondità con cui i ruoli e i desideri sessuali sono forgiati culturalmente, e per questo contaminate dalle distorsioni dei ruoli di genere. Credo sia giusto dire che la retorica romantica di Lawrence della natura e della conoscenza di sangue è ingenua e sottostima la profondità della socializzazione nella vita sessuale. Non concordo con l’idea di Lawrence che la sessualità sia tanto migliore quanto più è libera di cultura e pensiero. Credo però che la sua insistenza sul valore di un certo tipo di perdita del controllo e della ricettività emotiva e corporea non dipenda da queste tesi, e che si possa difendere un certo tipo di sessualità alla Lawrence senza accettarlo. Una prospettiva simile comporta il riconoscimento che la nostra cultura è più eterogenea, ci lascia spazio per negoziazione e costruzione personale. Molly Bloom vede Blaze come una collezione di parti del corpo smisurate, lo guarda con humor e gioia, ma allo stesso tempo con qualche riserva riguardo alla sua umanità. La sua oggettualizzazione di Boylan non ha a che fare con la negoziazione della sua autonomia o con la strumentalizzazione e l’uso; si focalizza su caratteristiche di negazione della soggettività e di fungibilità. Siamo lontani da un’esperienza alla Lawrence. È insoddisfacente, per via dell’assenza di profondità, per la stessa Molly. Sembra che il suo godimento negli aspetti fisici del sesso sia parte di ciò che Lawrence auspicano le donne siano libere di sperimentare, e sembra sbagliato denigrarlo per la sua incompletezza. Abbiamo un modo diverso in cui l’oggettualizzazione

può essere una gioia della vita sessuale. Particolarmente importante è il mood in cui la nostra reazione all’oggettualizzazione di Boylan fatta da molli è condizionata dal contesto. Molly non ha potere sotto i profili sociale e personale, eccetto per la seduzione. È consapevole che Boylan non la tiene in considerazione; lui come tanti altri la usa come un oggetto sessuale. Si rileva un carattere di rappresaglia autopretettivo nella negazione della soggettività che lo fa sembrare appropriato e giusto in modo che non sarebbe concepibile se fosse Boylan a pensare in questo modo a Molly. Il romanzo di Hankinson è un esempio del genere attaccato da MacKinnon e Dworkin ma anche un caso interessante per i suoi aspetti pseudoletterari. Si nota come Hankinson abbia preso ispirazione da Lawrence e abbia incorporato nella sua narrazione di violenza e abuso caratteristiche della “conoscenza di sangue” e della negazione di autonomia tipiche di Lawrence che servono come espedienti per legittimare la violenza che ne deriva. La sessualità di Lawrence implica la cessione dell’individuazione e una specie di porosità dei confini che può sconfinare nella violabilità. Lawrence descrive la volontà di essere penetrata come un aspetto importante della ricettività sessuale. Le questioni sono:

• Possono gli atti sessuali sadomasochistici avere un carattere alla Lawrence invece che uno più sinistro?

• La narrazione di Hankinson è un esempio di questa specie benigna?

Non sembra ci sia una ragione a priori perché la prima domanda non possa avere un si come risposta. Sembra che alcune descrizioni narrative di sadomasochismo attribuiscano plausibilmente alla sua forma consensuale un tipo di carattere alla Lawrence, dove la volontà di essere vulnerabili all’infliggere dolore, uno stimolo più acuto al piacere, manifesta una fiducia e una ricettività più complete di quelle che si trovano in altri atti sessuali. Hankinson imposta la narrazione in questo modo, suggerendo ci sia un profondo mutuo desiderio che induce i due attori a ricercare un’assenza di individuazione. La “voce ancestrale” chiede la continuazione della violenza, nel chiederlo stabilisce un contatto con qualche profondità del suo essere sotto la personalità. Tutto questo è Lawrence. A fare la differenza è il contesto. La risposta alla 2° domanda è chiaramente no; tutto il testo di Hankinson rappresenta le donne come creature la cui autonomia e soggettività non contano, nella misura in cui non sono coinvolte nella gratificazione del desiderio maschile. Le donne solo li per essere usate come oggetti sessuali dagli uomini, in qualunque modo gli aggradi. L’erotizzazione della passività della donna, la sua mancanza di autonomia, la sua violabilità rendono l’esempio per la prospettiva di MacKinnon contro i brani lesivi della dignità femminile, lo rendono diverso da Lawrence, dove vulnerabilità e rischio sono assunti reciprocamente e non c’è intento maligno. L’intero romanzo occulta la soggettività delle donne, le sottrae alla vista del lettore, le rende oggetti fatti per l’uso e il controllo da parte del maschio. C’è un modo terrificante in cui la soggettività trova spazio, perché il desiderio di Macrae è “di violare, di dissacrare, di distruggere”; a essere reso sexy qui è l’atto di trasformare una creatura in una cosa. Saper fare questo è sexy perché costituisce una vertiginosa esperienza di potere. J.S. Mill ha descritto l’educazione distorta degli uomini in Inghilterra, a cui si insegna che sono superiori alle donne, benché al tempo stesso essi abbiano sempre davanti agli occhi le belle realizzazione e il buon carattere delle donne. Imparano che per il fatto di essere maschi sono superiori anche alla donna migliore, vengono corrotti da questa consapevolezza. Considerate sotto questa luce l’educazione del lettore di Hankinson che apprende che in virtù dell’essere uomo ha il diritto di violare metà della razza umana, la cui umanità è al tempo stesso vagamente presente nella sua visione. Nella misura in cui si immerge in queste opere trova facilmente soddisfazione nelle immagini che dipinge, è probabile che si formi determinati modelli di aspettativa rispetto alle donne. L’opera incoraggia fortemente simili proiezioni. Io non auspico nessuna restrizione legale per quest’opera perché ritengo che simili proposte metterebbero a rischio interessi espressivi da proteggere. Credo che la sua disponibilità possieda un valore morale, perché abbiamo imparato molto sul sessismo studiandola. Ma preferire rimanesse fuori dalla portata di ogni ragazzo che conosco. Playboy è più educato, ma simile. Sono d’accordo con MacKinnon e Dworkin che hanno sottolineato la somiglianza tra l’industria pornografica soft-core e quella hard-core. Il messaggio trasmesso dalla foto e dalla didascalia è: “qualunque altra cosa questa donna sia e faccia, per noi è un oggetto di godimento sessuale”. Ancora una volta al lettore viene detto che è lui quello dotato di soggettività e autonomia, e che dall’altra parte ci sono cose che appaiono sexy e si mostrano a lui perché le consumi. Il messaggio è più benigno perché le donne vengono ritratte come esseri fatti per il piacere sessuale, invece che per ricevere dolore, e viene dato una specie di riconoscimento alla loro autonomia e soggettività. In un certo senso

“Playboy” ha un ruolo nel movimento per la liberazione delle donne nell’accezione suggerita da Lawrence e Lorde; nella misura in cui la piena autonomia e l’autoespressione delle donne sono ostacolate dalla repressione e dalla negazione delle loro capacità sessuali, l’atteggiamento liberatorio di “Playboy” potrebbe essere definito femminista. L’oggettualizzazione in “Playboy” è un tradimento non solo dell’ideale kantiano della considerazione umana ma anche del programma di Lawrence e Lorde: ritrae una fungibilità e una mercificazione delle partner sessuali e taglia via il sesso da ogni autoespressione o emozione. Lorde ha ragione quando suggerisce che questa deumanizzazione e commercializzazione del sesso non sono che il volto moderno di un più antico puritanesimo e che l’apparente femminismo di simili pubblicazioni è una maschera per l’atteggiamento repressivo verso la reale passione femminile. Hankinson potrebbe dire che “Playboy” è peggio del suo romanzo, perché perlomeno lui lega la sessualità alle profondità dei sogni e dei desideri delle persone ed evita la riduzione dei corpi a merci intercambiabili, mentre in “Playboy” il sesso è una merce, le donne diventano cose possedute che contrassegnano lo status di qualcuno in un mondo di uomini. Cosa viene oggettualizzato in “Playboy”? Nell’immediato si tratta della donna che viene rappresentata e, di conseguenza, dell’attrice di cui viene pubblicata la foto. Ma l’approccio generale di “Playboy” suggerisce che donne reali possono essere situate facilmente nei ruoli in cui la rivista pone le sue prescelte. In questo modo costituisce per il lettore un’oggettualizzazione fantastica di un tipo di donne reali. Usata come aiuto per la masturbazione, incoraggia l’idea che si possa ottenere una facile soddisfazione in questo modo senza complicazioni, senza le difficoltà del riconoscimento della soggettività e dell’autonomia delle donne in senso autentico. Possiamo osservare un’altra caratteristica di Lawrence che lo colloca in modo diverso da un pornografo: nel suo lavoro gli uomini di cui si approva il comportamento sessuale sono sempre disinteressati rispetto allo status e all’onore nel mondo. L’ultima consa a cui pensano sarebbe trattare una donna come una proprietà di valore, un oggetto la cui presenza nella loro vita migliora la posizione nel mondo maschile. Non si potrebbe immaginare Mellors vantarsi della “notte di fuoco” come un trofeo da esibire nel mondo maschile. Ciò che è più caratteristico di Mellors è una profonda indifferenza ai segni mondani del prestigio. Per questo Connie e i lettori credono che la sua oggettualizzazione sia diversa dalla mercificazione. “Playboy” al contrario è come una rivista di auto, con la sola differenza che invece delle macchine ci sono le ragazze. La rivista riguarda la competizione di uomini con altri uomini, il suo messaggio è la disponibilità di una fornitura di donne più o meno fungibili per uomini che hanno un certo livello di prestigio o denaro. Non è un’idea molto diversa da quella dei Greci per cui il guerriero vittorioso sarebbe stato ricompensato con sette treppiedi, dieci talenti d’oro, venti pentoloni, venti cavalli e sette donne. L’oggettualizzazione significa un certo tipo di esibizione presuntuosa. L’altra cosa che è necessario dire è che nel mondo di “Playboy” è più sexy avere una donna che possieda talento e abbia ottenuto risultati rispetto a una donna senza doti. Ma una donna elegante è anche più sexy di un’aut elegante, che non può essere realmente dominata perché non è nient’altro che una cosa. Quello che “Playboy” continua a ripetere al lettore è: chiunque sia questa donna e quali che siano i successi che ha conseguito, per te lei è una fica e tutte le sue pretese svaniscono al cospetto del tuo potere sessuale. Indipendentemente da chi tu sia, queste donne, nelle fantasie masturbatorie, gemeranno di piacere di fronte al tuo potere sessuale. Questa è l’attrattiva di “Playboy”: soddisfa il desiderio degli uomini di sentirsi speciali e potenti, dicendo loro che possono avere i segni di uno status eccelso che nei loro pensieri è riservato nella vita reale a personaggi eccezionali. “Playboy” esercita una cattiva influenza sugli uomini, penso che dovremmo riflettere sulla faccenda quando educhiamo i ragazzi e affrontare la prevalenza di questo tipo di oggettualizzazione in modo critico. Il caso di Hollinghurst ha un’ambiguità affascinante. Superficialmente, questa scena manifesta l’adesione alla fungibilità sessuale he caratterizzava parti della sottocultura maschile gay prima dell’Aids. Sembra una forma di erotizzazione delle parti corporee molto diversa da quella che troviamo in Hankinson e in “Playboy”, più simile a quella di Molly Bloom, unita a un atteggiamento privo di sfruttamento, benché rimanga emotivamente in superficie, nei confronti delle altre persone. Mohr ha scritto questa specie di sessualità promiscua che incarna un ideale di democrazia, poiché gli accoppiamenti del tipo della sala delle docce non considerano distinzioni di classe o rango. In un’esplosione di entusiasmo conclude che “la sessualità gay di questo tipo che ho discusso simbolizza e genera un tipo di fondamentale parità – il tipo di parità che sottende ed è necessaria per giustificare la democrazia”. L’idea è che gli accoppiamenti anonimi stabiliscono che in un modo fondamentale ognuno è pari a chiunque. Mohr dice che questo può avvenire fra gli uomini perché essi sono già riconosciuti socialmente come qualcosa che va oltre i loro soli corpi, perché il significato sociale dell’oggettualizzazione fra uomini è diverso dal suo significato tra uomini e donne. Se questo è il caso, il sesso promiscuo e anonimo può esemplificare una norma di parità. Mohr cogli qualcosa di

importante riguardo alla democrazia, qualcosa inerente al ruolo morale della fungibilità dei corpi che è importante per le tradizioni liberali utilitarista e kantiana. Il fatto che tutti i cittadini abbiano corpi simili esposti a incidenti simili ha un ruolo importante nel pensiero dei teorici democratici. Una simile idee egualitaria anima anche Hollinghurst. È difficile però stabilire come la scena sessuale descritta mostri il tipo di pari considerazione per le necessità dei corpi che sottende la tradizione democratica. Le distinzioni di classe e rango sono onnipresenti, persino nella prosa che cerca di escluderle. Il narratore è cosciente delle differenze raziali che tende ad associare a stereotipi relativi alla dimensione dei genitali. Non sono le “mollette da ciclista e i montgomery” che contrassegnano le classi della piccola borghesia, anche quando non sono in vista. Tutti i genitali descritti sono stereotipati, nessuno di essi è personalizzato. La questione che si pone allora è come si connette tutto questo all’accento posto sulla fungibilità? Mohr direbbe che non c’è nessuna connessione. Rimane il dubbio che possa esserci qualche relazione fra lo spirito di fungibilità e la focalizzazione su questi aspetti superficiali di razza, classe, dimensione del pene, che deumanizzano e trasformano le persone in potenziali strumenti. In assenza di qualunque storia narrativa con la persona, il desiderio come può riguardare qualcosa che non sia incidentale, e come si può fare qualche cosa che vada oltre l’uso del corpo dell’altro come uno strumento per soddisfare propri desideri? Forse significa solo che le persone non vengono trattate come fungibili, e che se venissero trattate più pienamente come fungibili le cose andrebbero meglio. Ma la preoccupazione è che in uno scenario che negasse qualunque accesso a quelle caratteristiche delle persone che sono al cuore di una reale parità democratica degli individui, sia difficile immaginare come le cose potrebbero essere diverse. Questa non è un’argomentazione definitiva per dimostrare che l’ideale di Mohr è fallimentare. La connessione tra fungibilità e strumentalità è approssimativa e casuale, non concettuale. È una preoccupazione che verrebbe condivisa da MacKinnon e Dworkin con Lorde e Lawrence: si può trattare qualcuno con il rispetto e l’attenzione richiesti dalla democrazia se si fa sesso con lui nello spirito anonimo della descrizione di Hollinghurst? L’ultimo brano è quello più sinistro e che descrive più chiaramente una strumentalizzazione delle persone riprovevole. Il trattare i rispettivi sposi come pregiati mobili antichi è un modo con cui negare il loro status umano e affermare il loro diritto all’uso permanente di questi corpi. Quest’uso comporta la negazione dell’autonomia e della soggettività. Trattarli come mobili è dire che non dobbiamo domandarci se provino dolore. Possiamo guardarli e trascurare le richieste che fanno. Gli sposi sono resi inerti, moralmente ed emotivamente, in un certo senso fungibili. Troviamo ogni voce nel nostro elenco a eccezione della violabilità fisica. Questo fa capire che la deumanizzazione e l’oggettualizzazione delle persone possono assumere varie forme. Non è ovvio che il nucleo di tale oggettualizzazione sia sessuale, o che il motore principale sia l’educazione erotica degli uomini e delle donne. Mill dice che l’educazione nella sua società insegna la lezione della dominazione e dell’uso, ma non c’è da condannare solo l’educazione sessuale. Dobbiamo capire che può esserci un’oggettualizzazione moralmente maligna senza che ci sia alcuna particolare relazione al sesso o a ruoli di genere. Maggie e Adam hanno acquisito l’atteggiamento che è loro proprio diventando ricchi collezionisti. Il loro atteggiamento ha qualche conseguenza per il sesso, ma ha radici altrove, in una passione per il denaro e per altre cose. Tutte le cose vengono viste come se avessero un cartellino del prezzo attaccato, come essenzialmente controllabili e utilizzabili, a patto di essere abbastanza ricchi. L’unico fine è l’opulenza. La scettica incursione del narratore mette in rilievo che ciò che vediamo qui sono “attestazioni concrete” di “una rara capacità d’acquisto”. Questo complica la questione. Sembra possibile che in molti casi una pregressa deformazione degli approcci alle cose e alle persone si insinui nel desiderio e lo avveleni.

CONCLUSIONI

Torniamo alle 7 forme di oggettualizzazione per fare una sintesi. Kant, MacKinnon e Dworkin hanno ragione nell’intuire che il trattamento strumentale degli esseri umani sia sempre moralmente problematico; se si verifica in un contesto più ampio di considerazione per l’umanità, è una forma centrale di ciò che è moralmente riprovevole. È una caratteristica comune della vita sessuale, soprattutto in connessione con il trattamento maschile delle donne. In quanto tale è legato ad altre forme di oggettualizzazione, soprattutto alla negazione dell’autonomia, della soggettività e a varie violazioni. In alcune forme è connesso alla fungibilità e al possesso o al quasi possesso la nozione di “mercificazione”. Non sembra esserci altra voce dell’elenco che si possa considerare sempre moralmente riprovevole. La negazione dell’autonomia e la negazione della soggettività sono eccepibili se persistono in una relazione adulta, ma quando sono fasi che fanno parte di una relazione caratterizzata dal mutuo rispetto possono essere appropriate o meravigliose nel modo suggerito da

Lawrence. In modo correlato a volte può essere magnifico trattare l’altra persona come inerte. Trattare come fungibile è sospetto quando la persona che riceve tale trattamento viene da un gruppo che è stato mercificato e usato come uno strumento o un premio; questi problemi non si pongono fra persone socialmente pari, sebbene non sia chiaro se sorgano problemi diversi. Abbiamo alcuni motivi per dubitare delle affermazioni di Kant secondo il quale la forma malefica dell’uso è intrinseca al desiderio e all’attività sessuale. Abbiamo motivi per spostare la tesi di MacKinnon e Dworkin, secondo cui la gerarchia sociale è alla base della deformazione del desiderio; Lorde e Lawrence mostrano che la deformazione è più complicata di così, operando non solo con la pornografia ma anche con il puritanesimo e la repressione dell’esperienza erotica femminile. In questo senso sarebbe plausibile dire che un certo tipo di attenzione oggettualizzante ad alcune parti del corpo è un elemento importante per correggere la deformazione e promuovere una parità erotica genuina. Dobbiamo ammettere che non sappiamo quanto sia centrale il desiderio sessuale in questi problemi di oggettualizzazione e mercificazione in confronto alle norme e alle ragioni economiche che costituiscono il desiderio della nostra cultura.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali