Il Preromanticismo in Italia e in Europa, Appunti di Letteratura Italiana
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Il Preromanticismo in Italia e in Europa, Appunti di Letteratura Italiana

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Appunti di Letteratura Italiana sul Preromanticismo. Il Preromanticismo in Italia e in Europa. Riassunti sul Preromanticismo. Dispense di letteratura italiana.
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PREROMANTICISMO

Negli ultimi anni del ‘700, si sviluppa in Europa una nuova sensibilità, per molti aspetti opposta all’Illuminismo e che sembra anticipare atteggiamenti che saranno tipici del Romanticismo. Può senz’altro essere considerata una spia del disagio, della stanchezza che si comincia a provare nei confronti della concezione illuministica, troppo schematica, superficiale, incapace di penetrare i sentimenti più profondi dell’io. Sono tuttavia fermenti che mancano di una vera, precisa coscienza critica di contestazione. E’ assurdo quindi parlare di scuola Preromantica. La nuova letteratura è caratterizzata dall’esaltazione dell’individualità e del sentimento, dalla malinconia, dall’ansia di evadere dal presente verso mondi lontani e primitivi, dalla tristezza e dall’inquietudine, che si esprimono in visioni notturne lugubri, sepolcrali, in meditazioni meste sulla morte, e anche in una nuova visione della natura, che viene sentita come una forza primigenia, selvaggia e tuttavia consonante all’uomo. I maggiori esponenti del Preromanticismo in Francia sono Rousseau e Bernardin de Saint Pierre. Rousseau contrappone alla ragione l’esaltazione dello stato di natura, di un ambiente non civilizzato, di un ritorno alla spontaneità, alla freschezza. Alla riflessione razionale contrappone l’abbandono alla vita sentimentale, alla fantasia. Rousseau contesta l’agnosticismo, l’indifferentismo e proclama l’esigenza di un contatto più immediato, immanentistico con Dio, la cui esistenza ci è testimoniata dal sentimento, polemizzando così contro la religione positiva, che pretende di dimostrare l’esistenza di un creatore attraverso un procedimento razionale. Questa sensibilità è testimoniata soprattutto dalle “Confessioni”. In alcune pagine si scaglia contro i meschini, i mediocri che gli impediscono di spaziare nell’Empireo. In un’altra conia il termine “reverie”, dice cioè di sentire il bisogno di abbandonarsi al sogno, di avere un contatto immediato con la natura, integrazione dell’io. Rousseau rimane tuttavia un illuminista, ha fiducia nel futuro, è un ottimista, e poi non dimentichiamo che Rousseau fornisce all’Illuminismo alcuni dei suoi tratti caratterizzanti. L’opera principale di Bernardin de Saint Pierre è “Paolo e Virginia”. Quest’opera contribuì grandemente a diffondere il gusto dell’esotismo, che ebbe poi una parte importante nella narrativa e nella poesia romantica. Alla base c’è il bisogno di evadere dal presente verso mondi lontani. Bernardin de Saint Pierre è convinto che non la scienza, ma il sentimento porti a scoprire la verità, e che l’ignorante sappia vedere più del dotto. Ecco perché contrappone all’Era dei Lumi, l’esaltazione dei popoli primitivi, fanciulli. Dice in una pagina famosa, polemizzando contro gli Europei, contro i cosiddetti valori civili: «Voi Europei non sapete che cuore e natura sono inesauribili». In Germania, invece, il Preromanticismo è rappresentato dal filosofo Goffredo Herder e dal movimento dello Sturm und Drang. A Herder risale la distinzione tra poesia d’arte e poesia di natura. La poesia d’arte è filtrata attraverso tradizioni culturali, quindi il poeta d’arte è il dotto. Per poesia di natura intende, invece, la poesia spontanea, che nasce dal sentimento, popolare, primitiva. Naturalmente privilegia la seconda. Ed è Herder che parla per la prima volta di storicizzazione dell’opera d’arte. Egli mette in evidenza che ogni popolo, ogni epoca, ha sue particolari caratteristiche sociali, economiche, religiose, ha quindi anche una sua cultura, una propria arte. Non esiste dunque un modello esemplare di perfezione assoluta, ma esistono tante forme d’arte ( Berchet dirà: «Ogni popolo ha il suo bello» ). In definitiva, l’arte deve essere inserita nel contesto storico-sociale, e non deve essere considerata come qualcosa di statico, di assoluto, ma come qualcosa in fieri, che lievita. Lo Sturm und Drang, che vuol dire “tempesta e impeto”, prende il nome dal titolo di un dramma di Klinger del 1776. Questo movimento, ribellandosi all’Illuminismo, esalta la spontaneità naturale, il sentimento, la fantasia.

Elabora una nuova concezione della poesia, che trova la sua ragione d’essere nel sentimento, sentimento che non deve essere contenuto, soffocato, filtrato, ma deve esplodere, distruggendo la norma, la sintassi. Teorizza la figura dell’artista come genio spontaneamente creativo che non ha bisogno della mediazione delle regole, del genio asociale, solitario, che tuttavia gode della sua solitudine, la considera un titolo di merito, anche se lo fa soffrire ( anzi dice Chateaubriand: «Un animo sensibile deve soffrire di più» ). Con lo Sturm und Drang si afferma un nuovo ideale di bellezza, che esclude l’armonia, e che comporta invece il tempestoso, l’irregolare, la ricerca dell’indefinito, il mistero. Privilegia infatti la notte e prende il nome di sublime ( Kant: «Il giorno è bello, la notte è sublime» ). In Inghilterra abbiamo la poesia sepolcrale, i cui esponenti principali sono Edward Young e Thomas Gray e la poesia ossianica. Di Young vanno ricordate soprattutto “Le notti”, dominate da un paesaggio cupo e misterioso e dalla chiara volontà di contestare gli schemi, le tradizioni, i modelli. Sono in tutto 9 libri: il primo contiene riflessioni sulla notte, mentre i successivi sette si indirizzano, con un tono tra il riflessivo e il polemico, ad un libertino di nome Lorenzo, richiamandolo ai valori della morale e della religione. Il nono libro, “La consolazione”, è percorso dalla visione dell’eternità e della morte e ha come sfondo la contemplazione notturna del cielo. Tra gli episodi più ammirati vi è la descrizione del funerale, nel cuore delle tenebre, di una giovane donna, Narcissa, morta di tisi. Di Thomas Gray va invece ricordata l’”Elegia sopra un cimitero campestre”, in cui Gray medita sul destino di coloro che giacciono sepolti in un cimitero di campagna. La povertà e l’ignoranza ha impedito a questi morti la gloria terrena; tuttavia, chiedono ai vivi il conforto di una lacrima e di un ricordo. Per sé il poeta chiede un epitaffio molto semplice. Le parole scolpite sulla sua tomba dovranno dire che è stato umile e povero, ma sincero di cuore e che la malinconia lo volle per sé. Gray testimonia qui la vacuità, la tristezza, l’angoscia della vita umana, angoscia cui è contrapposta la serenità della morte. Lo stesso Foscolo, scrivendo all’abbate Guillon, disse di aver preso spunto da quest’elegia, con una sostanziale differenza però: Gray, dice Foscolo, scrive da filosofo, medita sulla morte; Foscolo, invece, scrive da impegnato, da politico, scrive perché intende animare l’emulazione civile degli italiani. Ossian fu un leggendario eroe e bardo scozzese. Figlio di un mitico cacciatore-guerriero della mitologia irlandese, perde il figlio ucciso a tradimento; divenuto cieco, disperato, canta le vicende della sua famiglia e quelle dei Caledoniani. Da questi canti primitivi, in lingua gaelica, James Macpherson trasse una libera traduzione con ampi rifacimenti. L’opera dello scrittore scozzese, nonostante le polemiche sorte ai suoi tempi intorno all’autenticità dei testi originali, ebbe un immenso successo e contribuì a diffondere il gusto del cupo, del malinconico ( cimiteri abbandonati, notti tempestose, paesaggi nordici ). I canti di Ossian furono tradotti in Italia da Melchiorre Cesarotti. Anche in Italia i letterati italiani non restano insensibili a questi fermenti. Vittorio Alfieri, con il gusto dell’orrido, del malinconico, con la dimensione del genio, è l’esponente più significativo. Il fenomeno più originale del Preromanticismo italiano è peraltro rappresentato dall’opera dei traduttori, che cercano di conciliare le novità del linguaggio dei preromantici inglesi e tedeschi con i modi della lingua poetica di origine petrarchesca. Fra tutti i traduttori spicca appunto il Cesarotti e non dobbiamo dimenticare Aurelio Bertola, che scrive un saggio sulla letteratura tedesca e Alessandro Verri, autore delle “Notti romane”, in cui rievoca i fantasmi degli Scipioni.

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