Riassunto Il giornalismo politico - Prignano , Esami di Politica Internazionale. Università degli Studi di Roma La Sapienza
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Riassunto Il giornalismo politico - Prignano , Esami di Politica Internazionale. Università degli Studi di Roma La Sapienza

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Riassunto completo e dettagliato del libro Il giornalismo politico di Prignano
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GIORNALISMO POLITICO, MARIO PRIGNANO

1. IL GIORNALISMO PARLAMENTARE --1600, Londra. I giornalisti, spinti dal vento delle novità, ingaggiano una dura battaglia col Parlamento, rivendicanDo il diritto di riferire liberamente il contenuto delle discussioni. Vincono ma, inizialmente, devono arrangiarsi a prendere appunti mentalmente, visto che per iscritto è proibito. Nel 1834 viene autorizzata una press gallery e grazie alla pubblicità dei lavori parlamentari la parola democrazia comincia ad assumere un significato pieno da chiunque sia in condizione di leggere un foglio di giornale. Viene così alla luce un nuovo protagonista dell’agone politico: l’opinione pubblica. --In sintonia con la grande maggioranza dei Paesi occidentali, l’Italia segue le orme della Gran Bretagna a partire dall’800 inoltrato. Nell’aula di Torino dove si riunivano i parlamentari, trova posto una tribuna per la stampa. Ma è situata troppo vicino agli scranni dei parlamentari e i rumori dei giornalisti disturbano i lavori. Ai parlamentari conviene sopportare l’intemperanza dei cronisti, perché con la pubblicazione dei loro articoli si sopperisce alle carenze dei resoconti interni. Nel 1878 viene riconosciuta la funzione degli stenografi.

--Nel 1918 nasce l’Associazione della stampa parlamentare, il sindacato incaricato di garantire le condizioni di lavoro degli iscritti e di regolamentare l’accesso alle istituzioni e alle fonti. I politici più influenti riescono a orientare gli articoli che li riguardano, versando un sussidio (“il fondo dei rettili”) a beneficio di chi li scrive. Sempre nel 1918 viene inaugurato Montecitorio, grazie al quale si ampliano gli spazi per i giornalisti. Nel 1926 il fascismo impone lo scioglimento dell’Asp, poi ricostituito tra il ’44 e il ’45. Nel 1971 fanno la loro comparsa le tessere pro-tempore per i giornalisti occasionali non iscritti e iniziano a poter far parte dei soci anche i giornalisti della stampa periodica e televisiva. Seguiranno i parlamentaristi dei nuovi media con la riforma del 2005.

2. LE FONTI DI CARTA --Alla voce “atti parlamentari” Camera e Senato producono una quantità sterminata di documenti, che rappresentano le fonti ufficiali per eccellenza. Parte integrante di ogni resoconto stenografico d’Aula sono i due allegati A e B. --Obiettivo principale dell’allegato A è informare circa i nuovi progetti di legge (proposte di legge alla Camera, disegni di legge al Senato). Notizie di prim’ordine possono nascondersi dietro la presentazione di una nuova proposta di legge, o il nome del suo primo firmatario, così come può esserci notizia se questo decide di ritirarsi (es. come avvenne con Cirielli che fu costretto a ritirare il provvedimento “salva-Previti”). --Quando operano in sede legislativa (alla Camera)/in sede deliberante (al Senato) i membri di una commissione parlamentare agiscono con i poteri del plenum dell’Aula e trattano materie su cui l’accordo tra maggioranza e opposizione può già darsi per scontato. Perché questo può essere giornalisticamente rilevante? Perché se maggioranza e opposizione sono d’accordo, l’esperienza insegna che o l’argomento non riveste alcun interesse o ne riveste uno enorme (es. benefici bipartisan a chi è al potere). Dal punto di vista di chi le propone sono operazioni di cui meno si sa e meglio è. La sede deliberante contribuisce a farle passare inosservate dal momento che l’attività delle commissioni attira molta meno curiosità, da parte dei cronisti, di quanta ne attiri l’attività dell’Aula. --Una prassi molto diffusa nel Parlamento suggerisce di inserire nella Finanziaria tutti quei provvedimenti che non si è riusciti a trasformare prima in legge. Così, ogni volta, la Finanziaria, si trasforma in un contenitore di micro e macro-provvedimenti spesso in contrastocon l’obiettivo che quella legge dovrebbe avere, cioè il rifinanziamento delle norme di spesa e l’indicazione delle entrate/ uscite per il bilancio dello Stato dell’anno a seguire. La difficoltà oggettiva del lavoro di indagine data dagli arzigogoli con cui la Finanziaria viene scritta, rende possibile la sua decifrazione solo da parte di pochissimi giornalisti veramente esperti.

ATTIVITÀ NON LEGISLATIVA --L’allegato B è quello che contiene i cosiddetti “atti di sindacato ispettivo”: interrogazioni e interpellanze parlamentari. Sono usate dall’opposizione per tentare di mettere in difficoltà il governo, ma altrettanto spesso vengono sfruttate dai parlamentari della maggioranza per portare alla ribalta problemi di portata minore che interessano soltanto il proprio collegio elettorale, nella speranza che almeno i quotidiani locali diano un po’ di pubblicità alla vicenda. Contenute nell’allegato B sono pure le

mozioni parlamentari, atti votati dall’Aula che impegnano il governo a comportarsi in un determinato modo a proposito di un certo problema. Possono rivestire un grande peso se vengono proposti e votati su problematiche di grande impatto (es. politica estera, emergenze economiche). --Nell’attività non legislativa del Parlamento rientra anche la facoltà di istituire commissioni d’inchiesta, dotate degli stessi poteri dell’autorità giudiziaria, su materie di pubblico interesse. Senza la necessità di creare un organismo ad hoc, ognuna delle 14 commissioni parlamentari permanenti può decidere di condurre indaginiconoscitive su argomenti di propria competenza. La differenza rispetto alle commissioni d’inchiesta sta nel fatto che ci si limita a documenti noncoperti dalsegreto di Stato.

DOSSIER E BOLLETTINI --Poco conosciuti dagli stessi parlamentari e poco sfruttati dai giornalisti, sono una quantità sterminata di dossier concepiti con l’obiettivo di sostenere l’attività legislativa fornendo materiale di studio e documentazione, suddiviso per materie. Partendo da un progetto di legge o da un atto del governo sottoposto al parere del Parlamento, lo analizzano dal punto di vista della normativa in vigore, dell’impatto che avrebbe sulla legislazione, delle misure già attive all’estero in quel particolare campo. Scartabellare quei dossier può voler dire imbattersi in clamorose stroncature di leggi poi approvate col massimo consenso e con grande eco sulla stampa. --Il bollettino degli organi collegiali è un fascicolo che di solito non supera la ventina di pagine e dove sono condensati i resoconti delle riunioni del collegio dei questori nonché di quelle dell’ufficio di presidenza. Il bollettino viene però spesso pubblicato con parecchi mesi di ritardo rispetto alla data delle riunioni, quando molti degli argomenti discussi e delle decisioni adottate hanno ormai perso di attualità. Inoltre il bollettino continua a non essere reperibile online ed è caratterizzato da un’estrema dose di vaghezza che rende, quasi sempre, necessario interpellare il questore per capirne di più.

QUESTORI E BILANCI INTERNI --A inizio legislatura vengono eletti deputati e senatori questori, ai quali è demandata la gestione dei fondi a disposizione del Senato e il buon andamento dell’amministrazione della Camera. Si occupano, ad esempio, di gare d’appalto, di concorsi per l’assunzione del personale, di acquisto di beni mobili e immobili, della gestione di benefit spettanti ai parlamentari. Ancora oggi, sarebbe coraggioso sostenere che l’accesso ai conti del Parlamento sia del tutto libero e trasparente. --Ad essere giornalisticamente ghiotto è il bilancio interno di Camera e Senato. Chi ha pazienza e cognizione della materia può verificare come l’ammontare delle spese effettuate superi quasi sempre le previsioni oppure, paragonando questi documenti a quelli analoghi degli altri Parlamenti, scoprire che i nostri eletti sono tra quelli che se la passano meglio in Europa. Quali sono le voci più interessanti? Quelle che riguardano stipendi e indennità di deputati e senatori, quelle che riguardano la spesa enormemente lievitata in questi anni destinata agli immobili, le curiosità (es. ristorazione, noleggio auto, attrezzature elettroniche). Dal 2007 c’è anche stata una svolta, con Giorgio Napolitano, in fatto di trasparenza dei conti del Quirinale, fino ad allora avvolti da una coltre di nebbia. Si è scoperto, ad esempio, che vi sono 987 dipendenti della presidenza della Repubblica (più 108 che lavorano negli uffici di diretta collaborazione), che vi sono 1086 unità tra personale militare e forze dell’ordine e che la spesa complessiva ammonta a 235 milioni di euro. La pubblicità di queste informazioni ha reso possibile inchieste giornalistiche prima difficilissime da realizzare o anche solo da tentare.

3. LE FONTI IN CARNE ED OSSA --Tra gli articoli della Costituzione che un giornalista parlamentare dovrebbe conoscere bene ci sono il 67, il 68 e il 69. 1) Il 67 afferma che il parlamentare «esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato, ovvero nel pieno diritto di modificare le opinioni e quindi il partito per il quale è stato eletto. Questa norma fu introdotta quando era ancora troppo fresco il ricordo del regime fascista ma, ad oggi, sessant’anni dopo, rappresenta la bestia nera di chi vede nel ribaltone il peggiore dei mali. 2) L’articolo 68 prevede che, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, la magistratura non possa sottoporli a misure restrittive della libertà personale «salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna». A giugno del 2003 il celebre “lodo Schifani” provò a stabilire che le 5 più alte cariche dello Stato non potessero subire alcun processo a loro carico per tutta la durata del mandato ma la Corte costituzionale la demolì dichiarando illegittimo il provvedimento, facendo tornare processabile

Berlusconi. 3) L’articolo 69 dice che «i membri del Parlamento ricevono un’ indennità stabilita dalla legge». 13.000€ netti mensili che sono anche il frutto di una riduzione delle indennità previste precedentemente, a seguito di una campagna condotta all’insegna dello slogan «tagliamo i costi della politica».

SISTEMA ELETTORALE --Il 13 maggio 2001 la Casa delle libertà guidata da Silvio Berlusconi vince contro l’Ulivo capitanato da Francesco Rutelli. La vittoria è talmente netta che si favorisce una situazione di predominio della maggioranza che nel corso dei 5 anni successivi si manifesta attraverso una preponderanza dell’iniziativa politica del governo quasi senza precedenti. Ad agevolare questo stato di cose contribuisce la legge elettorale in senso maggioritario fondata su collegi uninominali anziché su liste di partito, dunque tendente a privilegiare il valore della coalizione rispetto a quello delle singole formazioni, e parallelamente, l’autorità del leader dell’alleanza rispetto a quella dei segretari di partito. Smaltita la sbornia della grande vittoria, senatori e deputati della maggioranza di centrodestra iniziano a considerare il Parlamento con un leggificio e se stessi come meri spingibottone. Questo porterà trenta parlamentari a cambiare casacca. --Varata la nuova legge elettorale proporzionale, i parlamentari la salutano come possibilità di riscossa del singolo rispetto al partito e dei singoli leder di partito rispetto al capo della coalizione. Chi si trova spiazzato è il centrosinistra, o meglio il suo leader: Romano Prodi, che proprio da un’investitura popolare tipicamente figlia della legge maggioritarie (le primarie) aveva ricevuto legittimazione nell’autunno 2005 come candidato premier. Prodi si ritrova a dover fronteggiare la forza e la visibilità conferite alle formazioni politiche e ai rispettivi leader dal nuovo sistema proporzionale. --Nel maggio 2006, nato l’esecutivo, la richiesta di visibilità fino a quel momento appannaggio dei partiti si allarga ai ministri, che si cimentano in dichiarazioni intempestive. Nel frattempo, alcune grane costringono alle dimissioni l’esecutivo nel febbraio 2007: in tema di politica estera, l’ampliamento della base militare americana di Vicenza e il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan; in tema di politica interna, l’autocontestazione operata da alcuni esponenti comunisti della maggioranza scesi in piazza a manifestare contro l’accordo governo-sindacati sul Welfare. --Le dimissioni non sono del tutto imputabili alla nuova legge elettorale ma non può essere nemmeno un caso se, durante la campagna elettorale del 2006, Romano Prodi abbia ripetutamente affermato di rimpiangere la legge elettorale maggioritaria.

GIORNALISTA E POLITICO: IL PiÙ CLASSICO DO UT DES --Guido Gili evidenzia 4 fattori principali in base ai quali una fonte può essere considerata utile per i media: la sua collocazione nella struttura di potere; la sua produttività; la semplicità e la rapidità con cui vi si può accedere; la sua affinità culturale ed ideologica col giornale. Il rapporto che intercorre tra politico e giornalista si fonda sul più classico do ut des. --Quel che interessa il giornalista è una sola cosa: notizie. Possibilmente di prima mano e nonufficiali: meglio ancora se riservate e in contrasto con la versione degli uffici stampa. Questo perché le decisioni più importanti spesso vengono prese nell’ombra, lontano dai riflettori. 3 sono le forme attraverso cui può esprimersi l’utilità del politico: 1) quando consente al giornalista l’accesso a fatti di rilievo ancora sconosciuti; 2) quando rivela al cronista l’interpretazione giusta da dare ad un comunicato/ad una decisione apparentemente innocua (es. quando un messaggio politico ambiguo è decifrabile solo da chi ne è destinatario); 3) quando viene intervistato, per comunicare qualcosa di nuovo ai lettori. --Quel che cerca il politico è facilmente intuibile: visibilità. Una citazione, una foto, un’intervista da pubblicare in un’altra sezione del giornale così che nessuno possa accostare lo scoop alla fonte che ha consentito di realizzarlo. La famosa marchetta. Ogni cronista sa che le fonti più sono informate più vanno coltivate. Ma alla domanda «fino a che punto?» non esiste una sola risposta. Quella richiesta di visibilità interpella direttamente la coscienza del giornalista, il suo stile, i valori su cui fonda il suo rapporto col lettore. Chi risarcirà quel lettore, privato di una notizia solo perché sgradita alla fonte che ha convinto il giornalista a non pubblicarla? --Qualunque cronista parlamentare con un po’ di esperienza e di amore per la professione sa che ogni cena, ogni conversazione sul calcio, ogni caffè preso in compagnia può produrre materia per i suoi articoli. Al contempo, il politico stesso è portato a sfruttare tutte le occasioni possibili per avere all’esterno quella visibilità dalla quale dipende tanta parte del suo presente e soprattutto del suo futuro di rappresentazione nelle istituzioni. Potrebbe addirittura fingersi di essere informato per sperare in qualche

forma di riconoscenza. Il rischio corso dal giornalista, in questo caso, è speculare a quello che corre il politico quando chiede al cronista di non dare pubblicità a ciò che gli ha appena riferito.

PARALLELISMO POLITICO --Paolo Mancini individua vari tipi di rapporto tra giornalista e politico. Ai due poli opposti ci sono quello squisitamente professionale e quello di amico/confidente, basato sull’assoluta complicità nemmeno velata, che confonde il piano professionale con quello amicale: succede così che politico e giornalista frequentino gli stessi ambienti extra-lavoro, intreccino le proprie vite pubbliche e private. Si parla in questo senso di “parallelismopolitico” rispetto alla condivisione di vedute dettata da comuni appartenenze politico-ideologiche, tali per cui l’atteggiamento benevolo del giornalista viene, per così dire, elargito gratis. Al parallelismo, che implica il procedere fianco e fianco, viene accostato anche un altro concetto: quello della “convergenza politica”, in cui le due posizioni si toccano addirittura (es. a qualche settimana dalle elezioni del 2006 Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, si schiera apertamente a favore di Romano Prodi rispetto a Silvio Berlusconi; es. quando il Messaggero mise un prima pagina un gigantesco “NO” il giorno del referendum sul divorzio). --Nonostante l’ampliamento del numero dei lettori, l’informazione politica italiana è rimasta sempre di tipo orizzontale (ovvero diretta per lo più agli stessi attori e protagonisti di cui si tratta negli articolo) anziché verticale, cioè destinata a creare un ponte tra chi è idealmente sopra o sotto, cioè fuori dalla politica. Paolo Mancini e Daniel Hallin affermano che non si tratti di un caso, bensì di un ben collaudato modello di giornalismo che chiamano mediterraneo o pluralista-polarizzato, riconoscibile per il pubblico elitario, la bassa diffusione dei quotidiani e la propensione dell’intera categoria a caratterizzarsi ideologicamente. A questo modello viene contrapposto quello liberale o nord- atlantico, tipico della Gran Bretagna o degli States, caratterizzato da elevataautonomia, alta professionalizzazione e spiccato senso della legalità della categoria dei giornalisti.

4. FERRI E TRUCCHI DEL MESTIERE --Una buonacapacità mnemonica, per chi scrive di politica, rappresenta un requisito che spesso può diventare determinante per la redazione di un articolo. Molte volte, infatti, il giornalista si trova nelle condizioni di non poter prendere appunti a causa dell’informalità della situazione (es. tirare fuori il taccuino intimorirebbe l’interlocutore). Si ritrova così costretto a far ricorso alla sua capacità di memorizzare quel che sta sentendo, contando sullo scarso senso della notizia che spesso contraddistingue gran parte dei politici che quindi, se stimolati senza fretta, possono andare avanti a parlare di cose giornalisticamente rilevanti a volte senza averne la piena consapevolezza. Il suggerimento è quello di organizzarli in un sistema coerente, perché si ricorda bene solo ciò che ha un senso definitivo, ordinato e gerarchizzato. INTERVISTA --Prima di fare un’intervista o scambiare due battute con un politico, è innanzitutto bene essere preparati. Non solo sull’argomento di cui parleremo col politico. Preparati sulla posizione che lui esprimerà al riguardo, sulla posizione dei suoi avversari, sulle obiezioni che questi gli muoverebbero se fossero al nostro posto. Ma soprattutto preparati su ciò che si presuppone debba venire a galla da chi – un direttore o un vicedirettore – quella intervista l’ha voluta. È bene annotarsi le domande, tra cui dovrà esservene almeno unacentrale, a cui puntare senza fretta e anche facendo giri larghi. --Tra le strategie più efficaci c’è quella di non far intendere all’intervistato che quel che ha appena detto ci interessa moltissimo. Il registratore è sicuramente utile perché serve ad evitare di scrivere inesattezze e, di fronte ad eventuali contestazioni, fornisce la prova inconfutabile che ci si è attenuti alle parole pronunciate dall’intervistato. Tuttavia, mentre per le interviste telefoniche è da consigliare, per quelle fatte di persona ritrovarsi davanti all’oggetto elettronico può far venire in mente quegli interrogatori polizieschi. Un tentativo recente di vivacizzare l’intervista è quella del “colloquio”: le domande e le risposte si fondono in un pezzo più discorsivo in cui grandi firme mettono del proprio, rendendo lo scambio più godibile. --I politici adorano le interviste perché le considerano un canale diretto attraverso cui rivolgersi ai lettori o ai colleghi di partito. Ovviamente, ciò che interessa al politico non sempre coincide con ciò che interessa al giornalista, cioè al suo lettore. Nel caso estremo di una totale inconciliabilità tra visioni opposti sui contenuti del pezzo, il giornalista potrebbe decidere di trasformare in notizia proprio il tentativo dell’intervistato di parlare d’altro, smascherandone tutto l’imbarazzo, l’irritazione e, al limite, la voglia di sottrarsi al confronto con la stampa.

--Non sembrerà casuale l’esistenza di una vasta gamma di tecniche elusive che il politico, esperto di dialettica, è sempre pronto ad usare per mettersi al riparo da una possibile brutta figura. Quello più usato è di sottolineare il senso profondo della questione posta finendo per tacere sull’argomento in sé. Un altro sistema che va per la maggiore è quello della battuta, che oltre a depistare la domanda, fa felice il giornalista che può dare colore al pezzo. Il politico, poi, può decidere di rispondere solo parzialmente, o attaccare l’intervistatore contestando le premesse su cui ha fondato la domanda o può ripetere una risposta già data. Altro vizio capitale dei nostri politici è quello per cui molto difficilmente replicano con un o con un no a domande che non richiederebbero altre forme di risposta.

BRUCIARE UNA FONTE, CONFERMARE UNA NOTIZIA --Così come avviene in natura, anche una fonte giornalistica si secca, ovvero smarrisce quelle condizioni che prima le consentiva di svolgere al meglio il suo ruolo. Ma se questa può considerarsi una causa oggettiva, in tutti gli altri casi si tratta di una scelta soggettiva, maturata da una delle due parti. Una delle attenzioni particolari che un giornalista può riservare alla sua fonte politica è l’anonimato. Ma c’è un caso in cui al giornalista conviene comunque citare la fonte: se ne vale davvero la pena. Quando magari il politico che ha procurato lo scoop non è una fonte abituale o non ricopre una posizione di rilievo. Più ampio sarà il divario tra il peso giornalistico della notizia e il peso politico della fonte, più alta sarà la probabilità che il giornalista decida che è il caso di bruciare la fonte citandola contro la sua volontà. Ma c’è anche un caso in cui, per quanto autorevole e di peso, valga comunque bruciare la fonte: è il caso rappresentato dalla notizia-bomba, quella che può rovesciare una maggioranza o far cadere un governo: in questo caso, non c’è potere contrattuale che tenga. --Quando si viene a conoscenza di una notizia (es. una decisione annunciata dal Premier in riunione del Consiglio dei ministri), specie se riservata, è poi fondamentale cercare conferme presso altre fonti, magari aggiungendo particolari che diano completezza e senso giornalistico al tutto. Giova poco interpellare direttamente chi è più coinvolto nell’evento, il cui interesse sarà quello di minimizzare il tutto, se non addirittura negarlo. Si può tentare coi testimoni oculari, magari, ma se anche questi sfuggono o sviano, l’operazione da fare è sforzarsi di scoprire chi ha incontrato o con chi ha parlato al telefono (e qui l’ufficio stampa svolge un ruolo di grande aiuto). Se anche questa mossa non riesce, come ultima chance il cronista può chiedere aiuto al politico all’oscuro di tutto che però accetta di informarsi sfruttando la sua posizione e le sue conoscenze interne al partito. LAVORARE IN POOL --Alle armi affilate degli uffici stampa, la categoria dei giornalisti ha deciso di schierarne in campo delle sue. Tipo quella di lavorare in pool. Chiedere ad un solo quotidiano di correggere o smentire del tutto una notizia vera è un’operazione relativamente facile. Chiederlo a due o tre diventa difficile poiché la pubblicazione contemporanea su diverse testate vale di per sé come una conferma incrociata di quel che si è scritto. È dunque un misto tra orgoglio di categoria e tentativo di evitare fastidiose diatribe col politico di turno quello che a volte spinge alcuni giornalisti a coalizzarsi fino a decidere di riportare la stessa indiscrezione. Il lavoro in pool diventa qualcosa di necessario se dettato dall’esigenza di far fronte a quella che da sempre rappresenta una cattiva abitudine della stragrande maggioranza dei politici italiani: negare oltre ogni evidenza quelle notizie che possono danneggiarli. --Il lavoro in pool è divenuto una pratica a cui far ricorso anche al di fuori dei casi in cui può servire ad evitare smentite. Paolo Mancini parla di un «processo di omologazione» per cui ci si confronterebbe a fine giornata tra giornalisti per verificare e completare le notizie raccolte. Un’abitudine che coinvolge, però, maggiormente chi lavora nelle agenzie di stampa. L’uniformità dei contenuti nelle testate esiste ma dipende soprattutto dalla paura di prendere “buchi”, per cui a volte una notizia viene pubblicata non perché imperdibile ma perché si pensa che il giorno dopo comparirà in bella evidenza sulla testata concorrente.

PORTAVOCE --Il portavoce in Italia non è né carne né pesce. Non è il semplice portaborse che accompagna il principale per lo più ignorando le faccende che lo riguardano. Né è colui che del parlamentare è autorizzato a conoscere ogni minimo inconfessabile segreto professionale godendo della sua piena fiducia. Il principio dell’informalità su cui si basa il rapporto giornalista-politico tende a tagliare fuori la figura del portavoce, costituendo un unicum rispetto agli ambienti delle altre democrazia occidentali. Da noi resiste un’antica, inestirpabile diffidenza verso ogni sguardo proveniente dall’esterno, percepito

quasi sempre come una possibile fonte di minaccia. Da qui il radicarsi di una cultura della riservatezza e del segreto che proprio nella politica dà il meglio di sé. --Il portavoce ideale è una persona che: gode di totale fiducia da parte del politico per cui lavora, conoscendoogni dettaglio della sua giornata; sappia trasformarsi in cronista per entrare in possesso di quelle informazioni che il politico, per scarso senso della notizia, stava per dare in pasto alla stampa. Il migliore dei portavoce possibili sa trovare il giusto mezzo tra ciò che può dire e ciò che va assolutamente taciuto. Sa a chi dirlo e come dirlo, di chi può fidarsi e di chi no.

5. GIORNALISMO E GIORNALISTI AUTOREFERENZIALI --Nel corso dei decenni è successo che il giornalista è entrato così tanto nel tessuto della politica che non può considerarsi una coincidenza il fatto che la sua categoria sia diventata una delle più rappresentate in Parlamento. La politica, in Italia, la si costruisce quasi mai nei modi e nei luoghi in cui ci aspetteremmo che venisse costruita, il tutto con la partecipazione tutt’altro che remissiva della categoria giornalistica (es. Giulio Andreotti battezzò Porta a Porta di Bruno Vespa come «la terza camera del Parlamento»). Con tutte le conseguenze che ne derivano. In primis, il linguaggio, un linguaggio per iniziati che, oltre a dare per scontate molte informazioni di partenza che forse il lettore non conosce, vede quasi sempre doppi significati e messaggi indiretti anche dietro la frase più lineare e innocente. In secundis, l’autoreferenzialità, tipica di quei giornalisti convinti di aver creato o fatto cadere governi, creato o spezzato carriere di primi ministri. Una fetta di giornalisti che considera se stessa direttamente come motore di molte delle scelte che vengono compiute dai governanti. Un tipo di attenzione morbosa verso il microcosmo dei politici, unita ad una componente di vanità intrinseca alla categoria dei giornalisti, incoraggia in questi ultimi un sentimento di autostima che di solito li rende poco propensi a considerare l’ipotesi di errori o abbagli nei propri articoli.

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