PROFILO LINGUISTICO CAMPANO, Appunti di Glottologia. Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (LUISS)
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PROFILO LINGUISTICO CAMPANO, Appunti di Glottologia. Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (LUISS)

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Glottologia - profilo campano
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Dialetti campani

Nel passato i dialetti della regione Campania venivano spesso identificati con il dialetto del capoluogo Napoli, il Napoletano.L'ipotesi che il dialetto urbano di Napoli si differenzi solo minimamente da quelli delle zone rurali della Campania non corrisponde più allo stato attuale delle ricerche. Il panorama dialettale campano è stato solo in parte linguisticamente documentato.

Diffusione

Rispetto alla parlata della provincia di Napoli,si possono distinguere sia come cadenza che come lessico varianti locali come i dialetti ischitani (l'Isola d'Ischia ne possiede ben 7), il dialetto avellinese (parlato in tutta la provincia tranne che nel Baianese e nel comune di Marzano di Nola, dove viene parlato il napoletano), il dialetto salernitano, il dialetto beneventano e il dialetto casertano: man mano che ci si avvicina al capoluogo regionale, i dialetti sfumano sempre più nel napoletano vero e proprio. Tant'è che, per quanto riguarda il dialetto casertano, sarebbe più corretto parlare di dialetto mondragonese o sessano, dai nomi delle città di Mondragone e di Sessa Aurunca (con le solite lievi differenze fra una località e l'altra), poiché nella città di Caserta, così come a Santa Maria Capua Vetere, Castel Volturno e Aversa, con tutti i rispettivi comuni limitrofi, si tende ad utilizzare ormai il napoletano, parlato sempre però col solito tono di voce basso e la solita pronuncia chiusa tipica di chi vive nella provincia (in contrasto con la pronuncia aperta tipicamente napoletana). C'è anche da dire però che le nuove generazioni cresciute a Castel Volturno ed Aversa parlano ormai napoletano in tutto e per tutto (con la tipica pronuncia aperta).

I dialetti campani (IV) secondo la carta dei dialetti d'Italia del Pellegrini

Situazione linguistica del Lazio meridionale: in rosa i dialetti mediani (romanesco, ciociaro), in magenta i dialetti meridionali (laziale meridionale, campano).[1]Dei dialetti campani fanno parte, con distinguo da fare località per località[2], molte parlate del sud pontino (ad esempio Formia, Fondi, Gaeta, Itri, Minturno[3]. e isole Pontine) e del basso frusinate, ampiamente studiato in Fonologia del dialetto di Sora di Clemente Merlo, fra i primi testi di linguistica e fonologia in Italia. Nella provincia di Caserta esistono poi altri tipi di dialetti che si discostano sia dal mondragonese, sia dal napoletano. Il dialetto marcianisano che si parla nella città di Marcianise, simile per certi versi al dialetto Torrese, altra parlata in uso nella provincia di Napoli, fra le località di Torre Annunziata e Pozzuoli. E poi, nella Terra dei Mazzoni, a fare da cuscinetto fra Castel Volturno e Aversa, è in uso un dialetto molto particolare, il dialetto casalese, parlato nei comuni di Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, Casapesenna, Villa Literno, Villa di Briano e Frignano, con alcune lievissime differenze di accento fra un comune e l'altro. Dialetti campani sono riscontrabili anche in aree periferiche di Abruzzo e Molise (Castel di Sangro e soprattutto Venafro confinante con la Campania); la cosa non dovrebbe sorprendere in quanto fino al 1927 queste aree erano parte della Campania nella provincia di Terra di Lavoro, di conseguenza hanno mantenuto tradizioni, costumi, usi e dialetti simili a quelli campani.

PROFILO LINGUISTICO CAMPANO

In una regione in cui in passato hanno abitato popolazioni diverse non sorprende di non trovare un unico dialetto campano. Si riconoscono tuttavia una serie di caratteri linguistici comuni, anche se in campania i confini linguistici non corrispondono ai confini amministrativi. Le caratteristiche linguistiche tipiche della campania si incontrano con dislocazione e concentrazioni diverse anche negli altri dialetti meridionali. Alcuni fenomeni si ritrovano tutti insieme in una gran parte del territorio campano:

Dittongo metafonetico

Chiusura metafonetica

Femminile plurale con rafforzamento sintattico

Genere neutro

Variazione consonantica

Suono indistinto finale

Nessuno di questi fenomeni è esclusivo della Campania, ma solo in Campania si trovano tutti insieme.

Metafonesi: particolare evoluzione delle vocali toniche. E’ un fenomeno per cui all’interno di un parola una vocale viene modificata da un’altra vocale con la caduta della vocale finale.Mentre in Italiano si cambiano le vocali finali per definire i verbi, i singolari e i plurali. Una morfologia basata sul cambiamento. Nel dialetto campano non è così. La vocale finale è sempre lo SHWA (VOCALE CENTRALE MEDIO ALTA) quindi la morfologia è azzerata, in questo modo noi non potremmo distinguere la persona singolare dal plurale, il maschile dal femminile..etc.. C’è quindi una centralizzazione

delle vocali finali. Le forme maschili sono sempre quelle che cambiano. Sono quelle derivate. La vocale tonica del femminile viene modificata.

Nei verbi accade lo stesso fenomeno di sostituzione. Qui cambia la seconda persona singolare.

( pendz - tu piendz)

Nel plurale accade in alcuni sostantivi. Per effetto della metafonesi avremo ad esempio.

( o per - i pjer)

QUESTO FENOMENO ACCADE IN QUESTE PERSONE PERCHE HANNO IN COMUNE QUALCOSA, OVVERO AVERE AVUTO IN ORIGINE UNA “i” O UNA “u” FINALI.

Rafforzamento sintattico: pronuncia rafforzata delle consonanti iniziali quando queste sono precedute da monosillabi o da alcune parole particolari. In genere sono tutte parole che avevano in latino una consonante finale.

“a” era “ad” “tre” era “tres” “è” era “est”

Quando la consonante della parola latina è venuta meno è rimasto questo rafforzamento sintattico. Anche nell’Italiano standard questo raddoppiamento c’è.Nei dialetti campani ci sono dei casi però dove c’è un rafforzamento ma non dovuti ad un raddoppiamento sintattico.

“di” bbjanka “kka”-“llOka”

Producono rafforzamento sintattico le seguenti forme:

· Le congiunzioni e, né

· La negazione nu

· Le preposizioni a, cu, pe

· Gli indefiniti ogne, quacche

· L’interrogativo che

· Accussì, cchiù, tre

· L’articolo neutro ‘o

· gli articoli femminili plurali e, i, le, li

Variazione consonantica: nel caso di alcune consonanti la pronuncia in posione forte è radicalemente diversa da quella in posizione debole:

ROTACISMO: r – dd in molti dialetti campani una “D” che si trova tra le due vocali diventa “r”, o se si trova ad inizio di parola davanti a vocale. (v- “D”-v “D”-v) E’ la parola latina che si è sviluppata in dialetto e non da quella italiana.

In posizione debole (senza raddoppiamento) “r” – In posizione forte (raddoppiamento) “dd”

e riente - tre ddiente

BETACISMO: v – bb nel passaggio dal dialetto al moderno si è creata una confusione fonetica tra la “b” e la “v”.

In posizione debole “v” – in posizione forte “bb”

Tu vuò - K bbuò

· GAMMACISMO: j – gg

In posizione debole – j- in posizione forte- gg

jamma – nu ggiamma

il femminile plurale: nei dialetti di area campana il rafforzamento sintattico assume una funzione grammaticale, perchè permettee di distinguere i femminili plurali. Nei femminili plurali la consonante è rafforzata non solo quando precede l’articolo, ma anche quando le forme sono precedute da aggettivi qualificativi o dimostrativi.Il rafforzamento sintattico permette di trasferire sull’articolo e sulla parte iniziale delle parole quell’informazione morfologica che dovrebbe essere veicolata dalla desinenza e dalle vocali finali.‘e figlie (i figli) – ‘e ffiglie (le figlie)

Il neutro: in campania esistono i nomi di genere neutro. Rappresentano delle innovazioni rispetto al latino e spesso sono neologismi più o meno recenti. Le parole che attualmente sono neutre del dialetto non sono interpretabili come residui o relitti, si tratta invece di una categoria ancora largamente produttiva.Sono neutri i nomi che designano: materiali, generi alimentari (considerati come insiemi), i nomi dei colori, infiniti sostantivi (o ppenzà), i nomi astratti.Sono nomi che si presentano solo al singolare. La caratteristica che permette di riconoscere i nomi neutri è il rafforzamento della consonante iniziale: ‘o ccafè, ‘o rrusso.L’articolo ‘o identico a quello maschile, deriva dal latino ILLUD, quindi possiamo dire che in un certo senso l D finale non si vede nella scrittura ma in un certo senso si fa ancora sentire nella pronuncia.La finale indistinta:la vocale finale può essere anche indebolita nella pronuncia in quanto non è più indispensabile veicolo di informazioni morfologiche, sostituite dalla centralizzazione della stessa. La grammatica napoletana è abbastanza complessa e distinta rispetto a quella italiana. Proviamo ad accennarne alcune regole esemplificative, confrontandole con le corrispondenti norme grammaticali in altre lingue, senza per questo sottendere necessariamente un rapporto di influenza o derivazione.

Sostantivi, aggettivi

Pronuncia identica nel singolare che nel plurale

A seguito dell'indebolimento della vocale finale, molti sostantivi hanno una pronuncia identica sia nel singolare che nel plurale: le due forme si distinguono grazie all'utilizzo del differente articolo, alla presenza o meno del rafforzamento sintattico, alla concordanza del verbo. Altri sostantivi hanno invece una forma distinta per il plurale, talvolta basata sulla mutazione della vocale tonica (per esempio 'o cartone diventa 'e cartune).

Mutazione della vocale tonica

La mutazione della vocale tonica serve anche ad ottenere il maschile di diversi aggettivi o sostantivi, per esempio rossa ("rossa") diventa russo, con mutazione della o in u (si noti la pronuncia indistinta della o e della a finale).

Genere neutro

Esiste il genere neutro; lo ritroviamo ad esempio negli aggettivi dimostrativi, e nella diversità di regole del neutro rispetto agli altri due generi in caso di raddoppiamento sintattico (ad esempio 'o niro può riferirsi ad una persona di colore di sesso maschile, 'o nniro, col raddoppiamento fonosintattico della n, è adoperato al neutro e si riferirà unicamente al colore nero generalmente inteso).

Aggettivo possessivo

L'aggettivo possessivo segue sempre il nome a cui si riferisce, per esempio 'o sole mio, ed in alcuni casi si lega per enclisi ad esso: ciò avviene con alcuni nomi di parentela al singolare quando il possessore sia di prima o seconda persona singolare, per esempio fràtemo, sòreta, ma 'o frate vuosto, 'a sora soja, etc.

Aggettivo possessivo e articoli indeterminativi

Come in altre lingue romanze e non, gli aggettivi possessivi non possono essere preceduti da articoli indeterminativi. Pertanto, si ricorrerà al partitivo n'amico d' 'o mio o n'amico a mme (francese un ami à moi, inglese a friend of mine, tedesco ein Freund von mir) per intendere un mio amico.

Verbi

Il verbo avere

Il corrispondente napoletano diretto del verbo avere (havé) è spesso usato come verbo ausiliare anche lì dove in italiano si utilizzerebbe essere, per esempio con i verbi riflessivi oppure con i verbi di movimento (haggio juto, haggio venuto).

Il verbo tenere

Similmente allo spagnolo il corrispondente napoletano del verbo tenere (tènere oppure tené) è usato, in luogo del corrispondente diretto di avere, in tutti i casi in cui indica possesso oppure una condizione come l'appetito, la sete, etc. Il verbo havé si usa solo come ausiliare per i tempi composti (haggio fatto), per la locuzione avere da (vedi appresso) e in locuzioni cristalizzate come hagge pacienza, have raggione, etc.

Somiglianze con lo spagnolo

Come nello spagnolo, il verbo essere si traduce napoletano con due verbi: stà' (stare) per descrivere uno stato temporaneo e èsse negli altri casi.

Stongo malato (Sono malato, spagnolo: estoy malado)

Altre somiglianze con lo spagnolo sono rappresentate dal fatto che, nella coniugazione al presente indicativo la radice verbale talvolta è variabile (ad es. tu duorme ma isso dorme) e dall'esistenza dell'accusativo personale retto dalla preposizione a come nella frase aggio visto a Pascale (qui il complemento oggetto è introdotto, a differenza dell'italiano, dalla preposizione a perché ci si riferisce ad una persona, però si dice semplicemente, riferendosi ad una cosa, haggio visto nu chiuovo: "ho visto un chiodo").

Il verbo avere

In luogo del verbo dovere si usa la locuzione avere da (haggio 'a fa, ha dda vení). Essa ha subìto numerose varianti ed accorciamenti nei vari usi locali (ad esempio heggia invece di haggio 'a, hamma, hemma o addirittura himma in sostituzione di havimmo 'a etc.). Come in tante altre lingue, esistono omofoni di significato differente (il suono e, pronunciato chiuso, può riferirsi alla congiunzione coordinativa identica in italiano, alla preposizione semplice di, all'articolo plurale gli oppure le, ai pronomi personali li oppure le, alla forma contratta della seconda presona singolare dell'indicativo del verbo avere e, in alcune varianti della lingua, può perfino indicare tu devi: tu hê 'a).

Fonetica

i iniziale

Le parole che iniziano con una i semivocalica (sovente trascritta come j) cioè con una i seguìta da un'altra vocale, talvolta aggiungono al principio della parola il suono ggh- se sono sottoposte a raddoppiamento sintattico (per es. quando seguono l'avverbio nun, davanti all'articolo femminile plurale, con la preposizione pe, etc.). Un'applicazione di questa regola è il plurale di a' jurnata: e' gghiurnate ("le giornate").

Pronuncia forte e debole

Come in inglese alcune parole hanno due distinte pronunce: una forte e una debole, e ad esse corrisponde una diversa enfasi del termine: in generale in napoletano la prima pronuncia si differenzia dalla seconda per l'emissione ben marcata della vocale finale, in luogo dell'abituale suono indistinto in fine di parola di cui si è parlato sopra. In questi casi si pronuncia una u finale per la forma maschile, una a finale per quella femminile ed una i finale per le forme plurali maschili o femminili che siano. La pronuncia forte si utilizza (ed è obbligatoria) soprattutto in casi ben specifici: per es. con alcuni aggettivi se posti prima del sostantivo a cui si riferiscono, mentre sarebbe errato adoperarla se l'aggettivo segue il nome (un paio di esempi per chiarire: nu bellu guaglione, "un bel ragazzo" - in questo caso poiché l'aggettivo precede il nome ed è tra quelli per cui esiste una pronuncia forte, essa è obbligatoria, per cui la u finale andrà pronunciata ben distintamente; se però avessimo detto nu guaglione bello le vocali poste in finale di parola avrebbero avuto il suono indistinto della pronuncia debole abituale).

Coniugazione del verbo

I verbi presentano, come in altre lingue romanze, autonome desinenze per i vari tempi verbali: ad es. il verbo campà al presente si coniugherà ie campo, al passato remoto ie campaje, al passato prossimo ie haggio campato, al futuro ie camparraggio (ma questa forma tende ad essere sempre meno utilizzata e sostituita dal presente o dalla circonlocuzione avere da). Il condizionale presente (ie camparrïa) nell'uso contemporaneo è sostituito dal congiuntivo imperfetto (ie campasse). Sono poi da citare diversi verbi irregolari, soprattutto al presente indicativo ed al participio passato, mentre - a differenza dell'italiano - non esistono passati remoti irregolari (per es. il latino fecit - "fece" - diventa in napoletano regolarmente facètte

Ciao Gessica! mi fa piacere il tuo interesse x qst documento! :D
Ciao Mamoroso, questo docuemnto è spaziale. Non studio questa materia, ma anche solo da leggere ne vale la pena! Grazie...
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