Ragioneria (Riassunto del programma): esempi di esercizi non risolti, Esami di Ragioneria Generale E Applicata
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alessandroroma23088625 settembre 2013

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Ragioneria (Riassunto del programma): esempi di esercizi non risolti, Esami di Ragioneria Generale E Applicata

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TEORIA DI BILANCIO; REDDITO DI ESERCIZIO; BILANCIO DI ESERCIZIO; BILANCIO CONSOLIDATO; AMMINISTRATORE; EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA IN MATERIA DI REDAZIONE DEL BILANCIO; DECRETO LEGISLATIVO 38/2005; NORME DEL CODICE CIVILE...
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CAPITOLO PRIMO

RAGIONERIA

LA TEORIA DI BILANCIO

La teoria di bilancio studia il significato economico del reddito di esercizio e del capitale di

funzionamento.

Il problema principale della teoria di bilancio è quello di individuare criteri di valutazione, che

consentono di definire la competenza economica di costi e ricavi per singoli esercizi.

Un altro problema della teoria del bilancio consiste nel fatto che esistono molti soggetti interessati

ad avere informazioni sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria di un’impresa.

Tali soggetti hanno interessi informativi plurimi e spesso in conflitto tra di loro.

I principali soggetti sono:

1. gli investitori, che hanno due interessi:

la valutazione dell’operato degli amministratori;

la disponibilità di informazioni utili ad assumere decisioni di investimento. 2. i finanziatori, che hanno come obiettivo quello di acquisire informazioni per valutare il

merito di credito dell’impresa affidata o da affidare;

3. le autorità di regolazione nei settori regolati (come le autostrade), che hanno come interesse quello di acquisire informazioni in ordine al rendimento dei servizi regolati e gestiti dalla

società che redige il bilancio;

4. il fisco, che ha come interesse quello di acquisire informazioni sulla ricchezza prodotta per fini di tassazione.

Tutti questi soggetti sono chiamati con un unico termine, ossia ”stakeholders”.

IL REDDITO DI ESERCIZIO

Il reddito di esercizio è una quantità astratta variamente configurabile nel suo valore in funzione

delle ipotesi, delle astrazioni e delle congetture che si assumono quando si determina, in modo

diretto o indiretto, la competenza economica dei costi e dei ricavi in ragione di esercizio.

Il reddito di esercizio, in quanto quantità astratta, può assumere valori diversi in funzione delle

ipotesi effettuate in sede di loro misurazione e, quindi, per definizione, il reddito di esercizio non ha

un valore unico obiettivamente determinabile: per questo, non esiste il reddito di esercizio vero.

A fianco delle quantità astratte, troviamo le quantità misura, articolate in:

1. certe, come, ad esempio, il denaro in cassa; 2. stimate, come, ad esempio, i pezzi rimanenti in magazzino alla fine dell’anno.

Le quantità misura, certe e stimate, al contrario delle quantità astratte, come il reddito d’esercizio,

sono obiettivamente determinabili nel loro valore.

Il reddito di esercizio è dato dalla differenza tra i ricavi di diretta derivazione numeraria e i costi di

diretta derivazione numeraria, più il risultato delle scritture di assestamento:

”Reddito di esercizio = RicaviDDN – CostiDDN + Risultato delle scritture assestamento”.

I ricavi di diretta derivazione numeraria sono ricavi registrati in corso di esercizio, in conseguenza

di variazioni numerarie positive, certe o assimilate.

I costi di diretta derivazione numeraria, invece, sono costi registrati in corso di esercizio, in

conseguenza di variazioni numerarie negative, certe o assimilate.

Le scritture di assestamento, infine, comprendono le scritture di integrazione, le scritture di rettifica

e le scritture di ammortamento.

Le scritture di integrazione e le scritture di ammortamento riguardano i costi o i ricavi di

competenza economica di esercizio, mentre le scritture di rettifica riguardano i costi o i ricavi non

di competenza economica di esercizio.

Il reddito di esercizio si determina in funzione di criteri di valutazione degli elementi dell’attivo e

del passivo, i quali determinano le scelte in ordine alla competenza economica dei costi e dei ricavi.

Queste scelte sono funzione del fine o significato economico attribuito al bilancio.

IL BILANCIO DI ESERCIZIO

Il bilancio di esercizio può essere visto in due modi:

1. da un lato, come il documento principale col quale una società informa i terzi sul risultato economico di esercizio e sul proprio capitale di funzionamento;

2. dall’altro lato, invece, come il documento necessario per poter applicare norme del codice civile, rilevanti ai fini dell’organizzazione dei rapporti tra soci e tra questi e gli

amministratori.

Il bilancio di esercizio ha due funzioni:

1. la funzione informativa; 2. la funzione organizzativa, che serve .

Secondo la funzione informativa, sono molti i soggetti interessati a conoscere la situazione

economica patrimoniale e finanziaria di un’impresa. Tali soggetti hanno attese informativa diverse:

ciò significa che gli stakeholders sono soddisfatti dalla conoscenza di informazioni tra di loro

potenzialmente diverse e, a volte, in conflitto. Dunque, non esiste una configurazione di reddito che

possa soddisfare tutte le esigenze conoscitive degli stakeholders.

Dal punto di vista della funzione informativa, il bilancio è uno strumento passivo, che può al più

costituire una base informativa per la conoscenza della situazione economica, patrimoniale e

finanziaria di un’impresa.

Secondo la funzione organizzativa, invece, gli amministratori hanno interesse ad adottare politiche

di bilancio utili ad influenzare la gestione finanziaria della società e, in particolare, le politiche di

dividendo e di autofinanziamento.

Dal punto di vista della funzione organizzativa, il bilancio è uno strumento attivo di

comportamento, tramite il quale incidere sulle politiche finanziarie dell’impresa.

La funzione organizzativa consente l’applicazione di norme rilevanti per gli azionisti e per gli

amministratori.

Le norme fondamentali sono:

1. la distribuzione del dividendo, in funzione dell’utile conseguito e delle riserve disponibili; 2. l’acquisto di azioni proprie, nei limiti delle riserve disponibili e di altri vincoli non correlati

al bilancio;

3. l’emissione di prestiti obbligazionari, nei limiti della misura del netto patrimoniale, oltre che di altri vincoli.

Da queste norme fondamentali deriva che la politica di bilancio, ossia l’insieme di scelte che si

effettuano in sede di individuazione del risultato economico di periodo, influenza la politica dei

dividendi, di autofinanziamento e di finanziamento tramite ricorso al credito di un’impresa.

IL BILANCIO CONSOLIDATO

Il bilancio consolidato è il bilancio di un insieme di imprese appartenenti ad un gruppo, le quali

sono considerate come un tutt’uno.

In altre parole, è il bilancio del gruppo, dove occorre, nella sua dotazione, effettuare le rettifiche di

consolidamento, che consistono nell’adozione di principi di valutazione omogenei e di eliminazione

delle operazioni infragruppo e dei relativi utili interni, in quanto, in un bilancio consolidato, le

vendite effettuate all’interno del gruppo non vanno considerate, perché sono equiparate a semplici

spostamenti di risorse del gruppo, all’interno dello stesso bilancio consolidato.

L’AMMINISTRATORE

L’amministratore di una società ha due obiettivi:

1. salvaguardare l’esistenza o sopravvivenza della società; 2. conservare o mantenere il ruolo o controllo di governo.

Per salvaguardare la sopravvivenza della società, l’amministratore deve sostenere e finanziare gli

investimenti indispensabili, senza compromettere il livello del leverage, dato dal rapporto tra il

capitale di credito ”CC” e il capitale proprio ”CP” (o netto ”CN”).

Per il mantenimento del controllo della società, invece, l’amministratore deve distribuire agli

azionisti i dividendi congrui, che possono essere normale (se in linea con i dividendi correnti delle

altre aziende) oppure consueti (se in linea con i dividendi passati). In merito, il bilancio ordinario di

esercizio può rappresentare uno strumento attivo di gestione in mano agli amministratori.

EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA IN MATERIA DI REDAZIONE DEL BILANCIO

L’evoluzione della normativa, in materia di redazione del bilancio di esercizio, prevede:

1. una prima verifica delle norme in materia di bilancio intervenuta nel 1974; 2. la quarta direttiva CEE, dettata nel 1980; 3. il recepimento, nel 1991, della quarta direttiva CEE, tramite il decreto legislativo 127/91 di

modifica del codice civile;

4. l’emanazione, nel 2000, a livello di UE, di una comunicazione che illustra la strategia europea in materia di standardizzazione contabile;

5. il regolamento CE/1606/2002; 6. il recepimento, in Italia, delle opzioni previste dal regolamento CE/1606/2002, tramite il

decreto legislativo 38/2005.

Verifica delle norme in materia di bilancio intervenuta nel 1974

Con la prima verifica delle norme, il codice civile, in materia di redazione di bilancio volta ad

individuare il reddito distribuibile ai soci senza ledere l’integrità del capitale sociale considerato,

disciplina la garanzia per i terzi creditori della società. L’attenzione del legislatore, dunque, è rivolta

a tutelare i terzi creditori e a limitare la discrezionalità degli amministratori nella redazione del

bilancio.

La quarta direttiva CEE

La quarta direttiva CEE è stata emanata con l’obiettivo di armonizzare la disciplina in materia di

bilancio delle società in ambito CEE.

La quarta direttiva contiene norme ispirate all’individuazione di una configurazione di reddito

coerente con quelle del codice civile.

La quarta direttiva, inoltre, prevede numerose opzioni per la valutazione di attività e passività, ma,

con il recepimento della quarta direttiva tramite il decreto legislativo 127/91, in Italia vengono

scelte le opzioni valutative più vicine al sistema di regole vigenti in modo da non alterare il quadro

normativo di riferimento.

Il decreto legislativo 127/91, dunque, è di modifica del codice civile e nasce dall’esigenza pratica di

avvicinare il codice civile attuale ai principi contabili internazionali. Tuttavia, per evitare di

penalizzare tutte le imprese con l’adozione di regole di valutazione complesse, si è preferito

adottare alcune facoltà, in modo da consentire, a chi è interessato, di adottare criteri simili agli IAS,

mentre, per chi non è interessato all’uso di principi contabili internazionali, si è consentito il

mantenimento di criteri non troppo diversi da quelli attuali.

Comunicazione che illustra la strategia europea in materia di standardizzazione contabile

Per la comunicazione che illustra la strategia europea in materia di standardizzazione contabile,

l’interesse conoscitivo prioritario è quello degli investitori che operano sui mercati finanziari,

effettuando scelte d’investimento, per le quali l’informazione finanziaria risulta fondamentale.

L’obiettivo della comunicazione, invece, è quello di favorire l’integrazione dei mercati finanziari

anche tramite l’introduzione dell’obbligo di adottare regole comuni per la redazione del bilancio.

L’UE, però, ha ritenuto le direttive contabili non idonee a raggiungere gli obiettivi dichiarati:

dunque, l’UE ha scelto, tra due sistemi esistenti di regole contabili (l’IAS/IFRS e il US GAAP), di

promuovere l’adozione degli US IFRS.

Il regolamento CE/1606/2002

Il regolamento CE/1606/2002 prevede l’obbligo di adozione dei principi IAS/IFRS omologati

dall’UE, per la redazione del bilancio consolidato delle società quotate su mercati regolamentati

dall’UE.

Il regolamento CE/1606/2002, inoltre, prevede la facoltà, per gli Stati membri, di prevedere

l’obbligo o la facoltà di redigere il bilancio di esercizio per le società quotate, e di redigere il

bilancio di esercizio o quello consolidato per le società non quotate, secondo gli IAS/IFRS

omologati.

Tutte queste società interessate sono favorevoli all’adozione dei principi IAS (International

Accounting Standards), in quanto ciò facilita la commercializzazione dei valori mobiliari, le fusioni,

le acquisizioni e le operazioni di finanziamento.

Per adottare un principio IAS, la sua applicazione:

1. deve comportare un’autentica ed equa visione della posizione finanziaria e delle prestazioni di un’impresa;

2. deve contribuire all’interesse pubblico europeo; 3. deve rispettare i criteri per quanto riguarda la qualità dell’informazione prevista.

IL DECRETO LEGISLATIVO 38/2005

Il decreto legislativo 38/2005 è composto dagli articoli 2, 3 e 4.

Articolo 2

1)L’articolo 2, nelle lettere ”a” e ”b”, parla delle società quotate sul mercato regolamentato italiano

o aventi strumenti finanziari diffusi, le quali hanno l’obbligo di redazione del bilancio consolidato

(redatto dalla società Capogruppo, consolidando le società partecipate, in modo tale da considerarle

come un’unica entità economica integrata nella capogruppo) e del bilancio di esercizio (redatto

dalla S.p.A. Capogruppo), secondo principi contabili internazionali omologati dall’UE.

2)L’articolo 2, nella lettera ”c”, parla delle banche e di enti finanziari, che hanno l’obbligo di

redazione del bilancio di esercizio e del bilancio consolidato secondo i principi IAS/IFRS.

3)L’articolo 2, nella lettera ”d”, parla di società assicurative, che hanno l’obbligo di redazione del

bilancio consolidato secondo gli IAS/IFRS, e l’obbligo di redazione del bilancio di esercizio

secondo le norme italiane del codice civile.

4)L’articolo 2, nella lettera ”e”, parla delle società incluse nel bilancio consolidato di società

quotate o aventi strumenti finanziari diffusi diversi da banche e assicurazioni, e quelle incluse nel

bilancio consolidato con il metodo del consolidamento integrale o proporzionale o con il metodo del

patrimonio netto: tutte queste società hanno la facoltà di redazione del bilancio di esercizio e

consolidato secondo i principi IAS/IFRS o secondo norme del codice civile.

5)L’articolo 2, nella lettera ”f”, parla delle società diverse dalle precedenti e che redigono il bilancio

consolidato, le quali hanno la facoltà di scelta tra gli IAS/IFRS e le norme del codice civile.

6)L’articolo 2, nella lettera ”g”, parla delle società diverse dalle precedenti e che non redigono il

bilancio consolidato, le quali hanno avuto l’obbligo di adozione delle norme del codice civile fino

all’emanazione di un decreto interministeriale, che ha dato la facoltà di applicare i principi

IAS/IFRS.

Le società che possono redigere il bilancio di esercizio in forma abbreviata, invece, sono trattate

dall’articolo 2435-bis del codice civile: queste società sono escluse dall’applicazione dei principi

internazionali e, quindi, sono obbligati a redigere il bilancio con le norme del codice civile.

Articolo 3 (Bilancio consolidato)

1)Le società di cui alle lettere a), b), c) e d) dell'articolo 2 redigono il bilancio consolidato in

conformità ai principi contabili internazionali, a partire dall'esercizio chiuso o in corso al 31

dicembre 2005.

2)Le società di cui alle lettere e) ed f) dell'articolo 2 hanno la facoltà di redigere il bilancio

consolidato in conformità ai principi contabili internazionali, a partire dall'esercizio chiuso o in

corso al 31 dicembre 2005.

3)La scelta effettuata in esercizio della facoltà prevista dal comma 2 non e' revocabile, salvo

circostanze eccezionali, adeguatamente illustrate nella nota integrativa, unitamente all'indicazione

degli effetti sulla rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria e del risultato

economico consolidati. In ogni caso, il bilancio relativo all'esercizio nel corso del quale e' deliberata

la revoca della scelta e' redatto in conformità ai principi contabili internazionali.

Articolo 4 (Bilancio di esercizio)

1)Le società di cui alle lettere a), b) e c) dell'articolo 2 redigono il bilancio di esercizio in

conformità ai principi contabili internazionali, a partire dall'esercizio chiuso o in corso al 31

dicembre 2006.

2)Le società di cui alle lettere a), b) e c) dell'articolo 2 hanno la facoltà di redigere il bilancio di

esercizio in conformità ai principi contabili internazionali, per l'esercizio chiuso o in corso al 31

dicembre 2005.

3)Le società di cui alla lettera d) dell'articolo 2, che emettono strumenti finanziari e che non

redigono il bilancio consolidato, redigono il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili

internazionali, a partire dall'esercizio chiuso o in corso al 31 dicembre 2006.

4)Le società di cui alla lettera e) dell'articolo 2 hanno la facoltà di redigere il bilancio di esercizio in

conformità ai principi contabili internazionali, a partire dall'esercizio chiuso o in corso al 31

dicembre 2005.

5)Le società di cui alla lettera f) e g) dell'articolo 2 incluse nel bilancio consolidato redatto hanno la

facoltà di redigere il bilancio di esercizio in conformità ai principi contabili internazionali, a partire

dall'esercizio chiuso o in corso al 31 dicembre 2005.

6)Le società di cui alla lettera g) dell'articolo 2 hanno la facoltà di redigere il bilancio di esercizio in

conformità ai principi contabili internazionali.

7)La scelta effettuata in esercizio delle facoltà previste dai commi 4, 5 e 6 non e' revocabile, salvo

che ricorrano circostanze eccezionali, adeguatamente illustrate nella nota integrativa, unitamente

all'indicazione degli effetti sulla rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria e del

risultato economico della società. In ogni caso, il bilancio relativo all'esercizio nel corso del quale e'

deliberata la revoca della scelta e' redatto in conformità ai principi contabili internazionali.

IL SISTEMA COMPLESSO

Un sistema complesso è un sistema in cui esistono:

1. società obbligate ad un’adozione degli IAS/IFRS; 2. società con la facoltà di adottare gli IAS/IFRS; 3. società escluse.

NORME DEL CODICE CIVILE E PRINCIPI ”IAS/IFRS” A CONFRONTO

Obiettivo:

Le norme del codice civile di redazione del bilancio hanno come obiettivo la tutela dei creditori

della società, realizzata mediante il costo storico dei beni e dei diritti, la prudenza nelle valutazioni

di bilancio e il calcolo del reddito prodotto dalla società.

Il principio della prudenza consiste nel valutare le voci di bilancio in modo da imputare al CE le

perdite presunte, ma non gli utili sperati, che sono frutto di operazioni in corso alla data del

bilancio, ossia operazioni iniziate e non ancora concluse. Da queste imputazioni al CE emerge la

figura del reddito prodotto dalla società.

L’obiettivo dei principi IAS, invece, è quello di tutelare gli investitori attuali e potenziali,

imponendo la redazione di un bilancio di esercizio che esponga il valore economico della società, al

fine di confrontare il patrimonio netto della stessa con il suo valore di borsa.

La tutela degli investitori attuali e potenziali viene realizzata mediante il fair value, la performance

potenziale e il reddito potenziale.

Il principio della performance potenziale comprende sia le perdite presunte che gli utili sperati che

potrebbero non manifestarsi negli esercizi futuri (esempi di utili sperati sono i contratti derivati a 5-

10 anni e le plusvalenze su operazioni di borsa). La performance aziendale è misurata dalla figura

del reddito potenziale.

Principi generali: I principi generali delle norme del codice civile e degli IAS/IFRS sono gerarchicamente

sovraordinati ai principi particolari, i quali, dunque, prevalgono sulle regole generali.

Per le norme del codice civile assume rilievo particolare il principio di prudenza delle stime, in base

al quale i fatti aziendali sono rappresentati tenendo conto della forma giuridica delle operazioni

effettuate (principio della prevalenza della forma sulla sostanza).

Per gli IAS/IFRS, invece, assume rilievo particolare il principio di competenza economica, secondo

il quale i fatti aziendali sono rappresentati facendo prevalere la sostanza economica della

transazione sulla forma giuridica della stessa (principio della prevalenza della sostanza sulla forma).

Principio della prevalenza della forma sulla sostanza: Nel principio della prevalenza della forma sulla sostanza, la rappresentazione delle operazioni in

bilancio avviene, in genere, in base al diritto di proprietà.

Principio della prevalenza della sostanza sulla forma: Nel principio della prevalenza della sostanza sulla forma, invece, l’iscrizione delle operazioni in

bilancio avviene in base alla sostanza economico-finanziarie delle operazioni stesse.

Conclusione: Dalle norme del codice civile, discende che il costo storico è il principio base delle valutazioni di

bilancio.

Dagli IAS/IFRS, invece, discende un’estesa applicazione del principio del cosiddetto valore equo o

”fair value”.

Il costo storico e il fair value: Con il principio del costo storico, i beni e i diritti sono iscritti nello SP in base al costo sostenuto per

la loro acquisizione o la loro produzione interna da parte della società.

Il fair value, invece, corrisponde al cosiddetto valore di mercato dei beni e dei diritti. Con tale

principio, ogni anno le società devono valutare i beni e i diritti, rilevando le eventuali plusvalenze o

minusvalenze sulle voci dello SP.

La valutazione annuale delle voci di SP vuole esporre all’investitore il valore corrente del

patrimonio della società, affinché il mercato possa assumere decisioni di investimento o

disinvestimento nelle azioni della società stessa.

Il principio del fair value deve essere applicato a tutte le voci del bilancio, tra le quali: le

immobilizzazioni materiali e immateriali; le attività e le passività finanziarie.

La principale differenza tra il principio del costo storico e il principio del fair value riguarda

l’iscrizione in bilancio e la valutazione delle immobilizzazioni:

1. nel principio del costo storico, le immobilizzazioni sono soggetti ad un regime prudenziale e devono sempre formare oggetto di ammortamento;

2. nel principio del fair value, invece, le immobilizzazioni possono essere specifiche o generiche, a vita utile definita o indefinita: le immobilizzazioni immateriali a vita utile

definito devono essere ammortizzati, mentre quelle a vita utile indefinita devono essere

annualmente assoggettati a test di perdita di valore.

ARTICOLO 6 DEL 1938

L’articolo 6 del 1938 pone dei vincoli alle plusvalenze da fair value, che possono essere distribuite

nel CE o nello SP: quelle distribuite nel CE sono liberamente distribuibili, mentre quelle distribuite

nello SP non sono distribuibili.

Le plusvalenze da fair value del CE sono: le partecipazioni, gli strumenti finanziari di negoziazione,

l’operatività in cambi, l’operatività di copertura e gli strumenti finanziari derivati.

Gli strumenti finanziari di negoziazione

Gli strumenti finanziari di negoziazione includono le partecipazioni, i titoli di debito, le

obbligazioni, i titoli di stato, i crediti di altre aziende, strumenti finanziari derivati (futures, swaps,

etc.), ecc.

Per quanti riguarda i crediti, dopo il loro acquisto, gli strumenti finanziari di negoziazione

provvedono poi alla rivendita di tali crediti, con scopo speculativo: dunque, gli strumenti finanziari

di negoziazione sono strumenti comprati per poi essere venduti a scopo speculativo.

L’operatività in cambi

L’operatività in cambi, invece, riguarda, il più delle volte, i cambi di crediti o debiti. Ad esempio,

supponiamo che il credito iniziale a nostra disposizione sia pari a 100.000$; se, all’1/12, il cambio

del credito è ”1$:1,2€”, allora, in quella data, il nostro nuovo credito sarà pari a ”1,2 * 100.000 =

120.000$”.

S.P. C.E.

Credito 100.000$ Ricavo 100.000$

(1/12) (1/12)

Credito 120.000€ Differenza cambio

20.000€

Le plusvalenze ottenute (ossia la differenza di cambio: nel nostro esempio sarà pari a 20.000$),

sono distribuibili, perché attribuite al CE.

L'operatività sui cambi comporta un elevato livello di rischio e non è adeguata a tutti gli investitori.

Una variazione di prezzo relativamente modesta, infatti, può generare perdite o profitti consistenti.

E' pertanto possibile perdere un importo maggiore del deposito iniziale: pertanto, prima di aprire un

conto, si raccomanda di accertarsi di aver compreso a fondo i rischi associati all'operatività sui

cambi.

Gli strumenti finanziari derivati

Gli strumenti finanziari derivati, infine, sono valutabili al fair value e hanno un valore che deriva

dal valore di un elemento sottostante.

I derivati sono strumenti il cui valore dipende dal valore di altre più fondamentali variabili

sottostanti:

1. azioni; 2. valute; 3. obbligazioni; 4. tassi di interesse; 5. merci; 6. altri derivati.

Gli strumenti finanziari derivati possono essere caratterizzati da una complessità e da una rischiosità

molto elevata e un investimento in essi può comportare l'intera perdita del capitale investito.

ARTICOLO 2423 DEL CODICE CIVILE

L’articolo 2423 del codice civile dice che gli amministratori devono redigere il bilancio di esercizio,

che, per le norme italiane, è costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla nota

integrativa, mentre, per i principi IAS, il bilancio di esercizio è costituito anche dal rendiconto

finanziario e dal proseguo delle variazioni delle voci di patrimonio netto (I comma).

Il bilancio deve essere redatto in modo chiaro e deve rappresentare in modo corretto e veritiero la

situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società (II comma).

Se la rappresentazione del bilancio non è corretta e vera, si devono fornire le indicazioni

complementari necessarie allo scopo (III comma).

Se l’applicazione di una disposizione o di un qualsiasi principio IAS è incompatibile con il fine del

bilancio o dei principi internazionali, bisogna disapplicare la disposizione o la norma IAS (IV

comma).

La nota integrativa del bilancio deve motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla

situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società. Gli amministratori, invece, devono

chiedersi il perché c’è stata la deroga e quali effetti può portare alla società (V comma).

IL FRAMEWORK

I principi IAS hanno emanato una Framework, non omologata dall’UE e secondo la quale il

bilancio serve ad un’ampia gamma di utilizzatori, per assumere decisioni economiche.

Allo scopo di fornire una guida per la comprensione e l’applicazione dei principi contabili

internazionali, è stato predisposto il Framework, ossia una raccolta di regole generali per la corretta

interpretazione dei principi.

Il Framework riprende come temi, la competenza economica delle poste rilevate e la prospettiva di

funzionamento dell’azienda (continuità aziendale); inoltre specifica le caratteristiche qualitative che

l’informazioneresa in bilancio dovrebbe presentare, ossia:

1. significatività; 2. comprensibilità; 3. attendibilità; 4. prudenza; 5. neutralità.

Le condizioni ed i criteri per l’iscrizione delle attività e passività nello stato patrimoniale sono

dettati nel Framework.

Il paragrafo 53 del Frameworkprevede che il beneficio economico futuro compreso in un’attività è

il potenziale contributo, diretto o indiretto, ai flussi finanziari e mezzi equivalenti che affluiranno

all’impresa.

Il paragrafo 57 precisa che molte attività, per esempio crediti e immobili, sono associate a diritti

legali, tra cui il diritto di proprietà.

Per contro il Framework, al paragrafo 35, prevede, con riferimento alla prevalenza della sostanza

sulla forma, che “un'impresa può cedere un'attività a terzi in maniera tale che dagli atti appaia che la

proprietà del bene sia trasferita alla controparte. In tali situazioni, la rilevazione di una vendita non

rappresenterebbe fedelmente l'operazione avvenuta”.

Pertanto, l’iscrizione o la non iscrizione di un’attività deve sempre tenere conto dei principi generali

dettati nel Framework, tra i quali particolare importanza assume quello della prevalenza della

sostanza sulla forma, che ricorre in tutti i principi contabili internazionali.

Con riferimento alle passività, il Framework, paragrafi da 60 a 64, detta alcuni principi. In

particolare, una caratteristica essenziale di una passività è costituita dalla circostanza che l’impresa

abbia una obbligazione attuale e non un semplice impegno futuro. Alcune passività possono essere

valutate soltanto con l’uso di un notevole grado di stima e costituiscono accantonamenti. Tuttavia,

quando un accantonamento comporta una obbligazione attuale e soddisfa il resto della definizione,

costituisce una passività anche se l’importo deve essere stimato. È il caso, per esempio, degli

accantonamenti per pagamenti che devono essere effettuati in base a garanzie esistenti e

accantonamenti per coprire indennità pensionistiche.

ARTICOLO 2423-bis DEL CODICE CIVILE

L’articolo 2423-bis del codice civile dice che, nella redazione del bilancio devono essere osservati

sei principi (I comma):

1. la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza, continuazione dell’attività e la funzione economica dell’attivo e del passivo: la prudenza è la più importante perché

riguarda tutti i criteri di valutazione che il codice prescrive; la continuazione dell’attività,

invece, ci deve essere perché altrimenti i criteri di valutazione cambiano.

2. si possono indicare solo gli utili realizzati alla chiusura dell’esercizio: gli utili o, meglio, i ricavi sono realizzati quando si forma il credito, ossia quando c’è un atto di scambio con un

terzo (ad esempio, nella vendita, il ricavo si realizza quando si completa la transazione, ossia

quando avviene la consegna della cosa venduta).

3. si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendentemente dalla data dell’incasso o del pagamento: secondo il codice civile, i ricavi

sono di competenza dell’esercizio solo se realizzati, mentre i costi sono di competenza

dell’esercizio solo se maturati; secondo i principi IAS, invece, sia i costi che i ricavi sono di

competenza dell’esercizio se maturano.

4. si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell’esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura dell’esercizio.

5. gli elementi eterogenei ricompresi nelle singole voci devono essere valutati separatamente e non in massa: ad esempio, considerando le rimanenze di magazzino, queste possono essere

composte da quattro elementi, che vanno valutati separatamente e che sono: le materie

prime, i semilavorati, i prodotti finiti e le merci.

S.P. Magazzino COSTO VALORE MERCATO

- materie prime 100 120

- semilavorati 100 100

- prodotti finiti 100 80

- merci 100 100

Le rimanenze di magazzino, in bilancio valgono 380 perché:

materie prime 100 +

semilavorati 100 +

prodotti finiti 80 +

merci 100 =

380

6. i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro, nel senso che, una volta scelto un criterio, devo continuare l’esercizio applicando quel criterio e, quindi,

non posso per nessun motivo cambiarlo, perché, se in uno stesso esercizio utilizzo più

criteri, avrò differenti valori finali.

In casi eccezionali, la nota integrativa deve motivare il cambio di criterio e deve indicarne

l’influenza sulla situazione patrimoniale, finanziaria ed economica (II comma).

IAS 17-LEASING

Lo IAS 17 definisce il leasing come un contratto per mezzo del quale il locatore trasferisce al

locatario, in cambio di un pagamento o di una serie di pagamenti (rate), il diritto all’utilizzo di un

bene per un periodo di tempo stabilito. Inoltre, lo IAS 17 definisce, tra le operazioni di leasing

finanziario, quelle nelle quali tutti i rischi e i benefici derivanti dalla proprietà del bene sono

trasferiti al locatario: i rischi possono includere le perdite derivanti da capacità inutilizzata, da

obsolescenza tecnologica e da variazioni nel rendimento; i benefici, invece, possono essere

rappresentati dal redditizio utilizzo atteso durante la vita economica del bene e da utili connessi alla

rivalutazione o al realizzo del valore residuo.

Infine, lo IAS 17 prevede che la classificazione di un contratto di leasing tra finanziario ed

operativo deve essere fatta all’inizio del leasing stesso.

Il locatario

Lo IAS 17 prevede, per il locatario, che all’inizio della decorrenza del leasing, la rilevazione

iniziale con riferimento ai beni oggetto di leasing, delle relative attività e passività nel proprio SP,

sia effettuata al loro fair value o, se inferiore, al valore attuale dei pagamenti minimi dovuti,

determinato utilizzando il tasso d’interesse implicito del leasing.

I beni rilevati in bilancio devono essere ammortizzati, secondo le regole previste dagli IAS 16 e 38:

nella determinazione dell’ammortamento si deve considerare, se non c’è certezza che il locatario

acquisterà la proprietà del bene al termine del leasing, il periodo più breve tra la vita utile del bene e

la durata del contratto.

I canoni di leasing finanziario non devono essere iscritti interamente nel CE, ma devono essere

suddivisi tra quote di capitale rimborsato e quote di interessi.

Il locatore

Il locatore, con l’eliminazione contabile del bene locato, deve rilevare, nel proprio SP, un credito

pari all’investimento netto nell’operazione di leasing, considerando anche eventuali costi diretti

iniziali sostenuti per la vendita e il perfezionamento del contratto.

Successivamente, il locatore rileverà le rate incassate dei canoni del contratto, suddividendole in

quota capitale e quota interessi: la quota capitale andrà a ridurre l’importo del credito, mentre la

quota interessi sarà imputata a CE tra i proventi finanziari.

Leasing operativo

Il leasing operativo si caratterizza dal fatto che i rischi e i benefici derivanti dalla proprietà del bene

locato non sono trasferiti in mano al locatario.

Per i contratti di leasing operativo, il trattamento previsto dallo IAS 17 è simile a quello dei principi

nazionali.

Il locatario rileva i canoni a CE come costo ripartito per quote costanti durante la vigenza del

contratto o con altro metodo sistematico, rappresentativo della modalità di ripartizione nel tempo

del beneficio per il locatario.

Il locatore, invece, iscrive, nell’attivo dello SP, il bene concesso in leasing operativo e provvede poi

all’ammortamento secondo le normali regole applicabili al bene oggetto del contratto.

Nel CE, il locatore rileva:

1. il ricavo relativo al leasing operativo per quote costanti o con altro metodo sistematico; 2. il costo relativo all’ammortamento del bene iscritto nell’attivo, in conformità agli IAS 16 e

38;

3. gli altri costi derivanti dal leasing operativo; 4. l’eventuale svalutazione del costo per perdite di valore (IAS 36).

Leasing finanziario

In sede di prima applicazione, si possono presentare due situazioni:

1. contratti di leasing finanziario in corso di operatività; 2. beni riscattati a seguito del completamento di leasing finanziario, ancora in uso.

Per entrambe le situazioni, il locatario deve iscrivere, tra le attività, il bene oggetto del contratto

attraverso:

1. la determinazione del fair value del bene all’inizio del contratto o, se inferiore, il valore attuale dei pagamenti minimi dovuti per il leasing;

2. il calcolo degli ammortamenti cumulati, alla data di passaggio agli IFRS, su tale valore; 3. eventuali rettifiche di valore necessarie prima della data di transizione; 4. svalutazioni previste dallo IAS 36 e in presenza di perdita di valore.

Inoltre, nel caso di contratti di leasing finanziario in corso di operatività, occorre iscrivere l’importo

del debito residuo alla data di passaggio agli IFRS, che deve essere determinato:

1. identificando il debito implicito ad inizio del contratto; 2. riducendo tale debito delle quote di capitale rimborsato.

ARTICOLO 2426 (I COMMA) DEL CODICE CIVILE

L’articolo 2426 del codice civile riguarda i criteri particolari di valutazione delle immobilizzazioni

materiali (ad esempio, i terreni, i fabbricati, gli impianti e i macchinari), che trovano la loro

regolamentazione nel I comma, punti 1, 2 e 3, che rappresenta la normativa vigente e che attiene a

tre profili:

1. dell’iscrizione; 2. dell’ammortamento (ripartizione del costo di un bene a fecondità ripetuta per il periodo di

sua vita utile);

3. della svalutazione.

L’iscrizione

Per quanto riguarda l’iscrizione, il criterio base della valutazione delle immobilizzazioni materiali è

il criterio del costo storico, ossia le immobilizzazioni materiali si iscrivono al costo d’acquisto e al

costo di produzione, a seconda che siano state acquistate da terze economie o autoprodotte.

Il costo d’acquisto è rappresentato dal prezzo d’acquisto, più gli oneri accessori (ad esempio, i dazi

doganali, le spese di trasporto e di collaudo, gli oneri notarili, ecc.).

Per i costi di produzione, la norma del codice civile si limita a dire che il costo di produzione

comprende i costi diretti e indiretti, ragionevolmente imputabili.

Il costo di produzione può essere rappresentato dal costo primo (costo materie prime + manodopera

diretta utilizzata per la costruzione del bene), dal costo industriale (costo primo + costi indiretti

industriali) o dal costo complessivo (costo industriale + spese amministrative imputabili + spese di

ricerca e sviluppo imputabili + oneri finanziari imputabili).

L’ammortamento

Per quanto riguarda l’ammortamento, invece, dobbiamo distinguere, prima di tutto, tra beni a vita

utile indefinita (per i quali non si effettuano gli ammortamenti) e beni a vita utile definita (per i

quali la valutazione implica un processo di ammortamento).

Esempi di beni a vita utile indefinita sono i terreni e i fabbricati civili, mentre esempi di beni a vita

utile definita sono i macchinari, gli impianti e i fabbricati industriali.

Il processo di ammortamento per i beni a vita utile definita deve essere sistematico e deve riferirsi al

periodo di vita economica utile del bene. Essere sistematico significa che l’ammortamento deve

essere effettuato sulla base di un piano definito al momento dell’acquisizione del bene e che può

essere a quote costanti, crescenti, decrescenti o variabili in funzione di parametri predefiniti.

Il periodo di durata del piano di ammortamento deve essere pari al minore tra il periodo di usura

fisica del bene e il periodo di obsolescenza tecnologica.

Il piano di ammortamento non è immutabile, in quanto le quote di ammortamento possono essere

modificate in un esercizio, quando ne ricorrano motivi che andranno illustrati in Nota Integrativa.

La svalutazione

Per quanto riguarda, infine, la svalutazione, l’immobilizzazione materiale che, alla data di chiusura

dell’esercizio, presenta un valore durevole inferiore al valore contabile netto, deve essere iscritta a

tale minor valore, che, però, non può essere mantenuto se vengono meno le ragioni della

svalutazione. Dunque, se il valore durevole è minore del valore contabile netto, ne consegue una

svalutazione, mentre, se vengono meno le ragioni della svalutazione, allora si ha la procedura di

ripristino del costo ammortizzato.

Il valore durevole è il maggiore tra il valore d’uso e il prezzo netto di vendita, mentre il valore

contabile netto è la differenza tra il costo e gli ammortamenti cumulati.

Il prezzo netto di vendita è il fair value o valore equo del bene al netto dei costi di vendita, mentre il

valore d’uso è il valore dell’immobilizzazione materiale per l’impresa, determinato attualizzando

flussi di cassa che l’immobilizzazione consente di realizzare per l’impresa.

La differenza tra il valore d’uso e il valore contabile netto rappresenta la misura della svalutazione

dell’immobilizzazione materiale, che si riflette sul valore ammortizzato.

Alla fine di un esercizio, se è venuta meno la ragione della svalutazione, occorre ripristinare il

valore di costo ammortizzato. L’importo del ripristino di valore è dato dalla differenza tra il valore

della svalutazione e la somma dei differenziali di ammortamento non effettuati.

Dopo aver ripristinato il costo ammortizzato, occorre rideterminare la quota di ammortamento, data

dal rapporto tra il valore contabile netto e il valore degli anni residui.

IMMOBILIZZAZIONI MATERIALI SECONDO IL PROGETTO DI RIFORMA

La valutazione delle immobilizzazioni materiali secondo il progetto di riforma del codice civile può

essere fatta con due criteri alternativi:

1. il metodo del costo ammortizzato, che consiste nell’iscrizione, nell’ammortamento, e nella svalutazione;

2. il metodo del costo rideterminato, applicabile ad immobilizzazioni materiali per le quali il fair value possa essere attendibilmente determinato.

METODO DEL COSTO AMMORTIZZATO

Il metodo del costo ammortizzato si articola in tre momenti:

1. l’iscrizione (come codice civile); 2. l’ammortamento (come codice civile attuale); 3. la svalutazione (come codice civile attuale).

METODO DEL COSTO RIDETERMINATO

Il metodo del costo rideterminato si articola in quattro momenti:

1. l’iscrizione (come codice civile); 2. l’ammortamento (piano e vita economica utile come codice civile attuale); 3. la rivalutazione; 4. la svalutazione (come codice civile attuale).

L’iscrizione

Per quanto riguarda l’iscrizione, il criterio base della valutazione delle immobilizzazioni materiali è

il criterio del costo storico, ossia le immobilizzazioni materiali si iscrivono al costo d’acquisto

(prezzo d’acquisto + oneri accessori) e al costo di produzione (costi diretti + costi indiretti), a

seconda che siano state acquistate da terze economie o autoprodotte.

Il costo di produzione può essere rappresentato dal costo primo (costo materie prime + manodopera

diretta utilizzata per la costruzione del bene), dal costo industriale (costo primo + costi indiretti

industriali) o dal costo complessivo (costo industriale + spese amministrative imputabili + spese di

ricerca e sviluppo imputabili + oneri finanziari imputabili).

L’ammortamento

Il processo di ammortamento deve essere sistematico e deve riferirsi al periodo di vita economica

utile del bene. Essere sistematico significa che l’ammortamento deve essere effettuato sulla base di

un piano definito al momento dell’acquisizione del bene e che può essere a quote costanti, crescenti,

decrescenti o variabili in funzione di parametri predefiniti.

Il periodo di durata del piano di ammortamento deve essere pari al minore tra il periodo di usura

fisica del bene e il periodo di obsolescenza tecnologica.

La rivalutazione

La rivalutazione viene iscritta nella riserva di rivalutazione, che non è distribuibile se non in misura

del valore recuperato.

Il recupero del valore si realizza mediante:

1. la vendita dell’immobilizzazione; 2. l’ammortamento dell’immobilizzazione.

Alla riserva di rivalutazione, si imputa la svalutazione, fino a concorrenza del loro importo.

La svalutazione

Per quanto riguarda la svalutazione, l’immobilizzazione materiale che, alla data di chiusura

dell’esercizio, presenta un valore durevole inferiore al valore contabile netto, deve essere iscritta a

tale minor valore, che, però, non può essere mantenuto se vengono meno le ragioni della

svalutazione. Dunque, se il valore durevole è minore del valore contabile netto, ne consegue una

svalutazione, mentre, se vengono meno le ragioni della svalutazione, allora si ha la procedura di

ripristino del costo ammortizzato.

Dopo aver ripristinato il costo ammortizzato, occorre rideterminare la quota di ammortamento, data

dal rapporto tra il valore contabile netto e il valore degli anni residui.

ECCEZIONE DELLA PROPOSTA DI RIFORMA DEL CODICE CIVILE

La valutazione delle immobilizzazioni materiali secondo il progetto di riforma del codice civile è

diversa per i terreni e i fabbricati destinati ad investimento immobiliare, i quali si valutano con il

criterio del valore equo (con rivalutazione e svalutazione imputati al CE).

Dunque, i tre momenti di tale criterio sono:

1. l’iscrizione; 2. la rivalutazione; 3. la svalutazione.

IAS 16, 36 E 40

Gli immobili, gli impianti, i macchinari e le attrezzature (che sono beni strumentali) sono

disciplinati dai principi contabili internazionali IAS 16 e IAS 36 (per la parte della svalutazione di

attività).

Per tali principi, abbiamo due metodi:

1. il metodo del costo ammortizzato; 2. il metodo del costo rideterminato.

Gli investitori immobiliari, invece, sono disciplinati dallo IAS 40, per il quale ci sono due metodi di

valutazione di tali investimenti:

1. il metodo del fair value, con effetti imputati al CE; 2. il metodo del costo ammortizzato.

IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI

Le immobilizzazioni immateriali si distinguono in:

1. beni immateriali (brevetti, licenze, diritti d’autore, marchi, ecc.); 2. oneri pluriennali (spese di impianto e ampliamento, spese di ricerca e sviluppo e le spese di

pubblicità);

3. avviamenti.

NORME DEL CODICE CIVILE

Beni immateriali

Il criterio di valutazione per i beni immateriali, secondo le norme del codice civile, è il metodo del

costo, disciplinato dall’articolo 2426, punti 1, 2 e 3, del codice civile.

L’iscrizione dei beni immateriali è effettuata al costo d’acquisto (prezzo d’acquisto + oneri

accessori) o al costo di produzione (costi diretti + indiretti), a seconda se acquistati da terze

economie o se prodotti internamente: dunque, l’iscrizione dei beni immateriali è lo stesso delle

immobilizzazioni materiali.

Anche le regole di ammortamento dei beni immateriali sono le stesse delle immobilizzazioni

materiali, ossia:

1. l’ammortamento va fatto con un piano sistematico; 2. occorre stimare la vita economica utile del bene, per definire la durata del piano; 3. le quote di ammortamento possono essere costanti, crescenti, decrescenti o variabili secondo

un criterio predefinito.

La svalutazione dei beni immateriali, infine, va applicata secondo la regola tipica delle

immobilizzazioni materiali, ossia quando il valore durevole è inferiore al valore contabile netto,

dove il valore durevole è il maggiore tra il valore d’uso e il prezzo netto di vendita.

Oneri pluriennali

Le spese di impianto sono gli oneri per la costituzione della società e per gli studi di fattibilità

dell’iniziativa economica.

Le spese di ampliamento, invece, sono gli oneri analoghi a quelli di impianto, ma sostenuti in epoca

successiva alla costituzione, in presenza di significativi ampliamenti dell’attività d’impresa.

Le spese di ricerca e sviluppo, invece, sono gli oneri sostenuti per ricerca applicata o sviluppo di

nuovi prodotti o processi produttivi, che abbiano la probabilità di poter essere economicamente

utilizzati in futuro.

Tutti i tipi di oneri pluriennali, secondo le norme del codice civile, sono iscrivibili nello SP se

hanno utilità pluriennale e vi sia il consenso, dell’organo di controllo, alla loro iscrizione nell’attivo.

Gli oneri pluriennali, poi, devono essere ammortizzati entro 5 esercizi: esiste, dunque, un limite

fissato per legge alla durata del piano di ammortamento.

Questo limite si giustifica alla luce del principio generale di prudenza, che regola le valutazioni di

bilancio.

Per gli oneri pluriennali, infine, abbiamo una limitazione alla distribuzione dei dividendi, ossia non

possono essere distribuiti utili se non residuano riserve disponibili, utili a coprire gli oneri

pluriennali ancora non ammortizzati.

Avviamento

Secondo le norme del codice civile, nel linguaggio giuridico, l’avviamento è la capacità

dell’impresa di produrre reddito: un’azienda è, dunque, avviata se è capace di creare reddito.

Nel linguaggio economico e aziendale, invece, l’avviamento misura la capacità dell’azienda di

produrre sovraredditi, ovvero redditi superiori a quelli che remunererebbero il capitale

dell’imprenditore in misura equa: in questo modo, si produrrebbe profitto.

L’avviamento si ha quando il reddito è superiore alla remunerazione del capitale:

”reddito > i * CN”

dove ”i” è il tasso di remunerazione del capitale, mentre ”CN” è il capitale investito

dall’imprenditore.

L’avviamento può essere iscritto nell’attivo dello SP se acquisito a titolo oneroso e se c’è il

consenso dell’organo di controllo.

L’avviamento, inoltre, deve essere ammortizzato entro 5 esercizio, ma si può derogare a questo

limite temporale, se si dimostra che l’avviamento presenta una vita economica utile maggiore di 5

anni e se ne dà adeguata informativa nella Nota Integrativa del bilancio.

L’avviamento, infine, deve essere svalutato se il valore durevole è inferiore al valore contabile

netto, dove il valore durevole è rappresentato dal valore d’uso.

Il valore dell’avviamento è dato dal rapporto tra il sovrareddito (”ricavi – i * CN”) e il tasso di

congrua remunerazione ”i”.

PROPOSTA DI RIFORMA DEL CODICE CIVILE

Beni immateriali

I criteri di valutazione per i beni immateriali, secondo la proposta di riforma del codice civile, sono:

1. il metodo del costo (iscrizione, ammortamento e svalutazione); 2. il metodo del costo rideterminato, se il fair value del bene immateriale può essere

determinato in modo attendibile.

Secondo i due metodi:

1. l’iscrizione dei beni immateriali è effettuata al costo d’acquisto (prezzo d’acquisto + oneri accessori) o al costo di produzione (costi diretti + indiretti), a seconda se acquistati da terze

economie o se prodotti internamente;

2. l’ammortamento va fatto con un piano sistematico e deve riferirsi al periodo di vita economica utile del bene immateriale, per definire la durata del piano;

3. la svalutazione dei beni immateriali, infine, va applicata quando il valore durevole è inferiore al valore contabile netto, dove il valore durevole è il maggiore tra il valore d’uso e

il prezzo netto di vendita.

Secondo il metodo del costo rideterminato, il bene immateriale può essere anche rivalutato, con

effetti imputati ad una specifica riserva del patrimonio netto.

Oneri pluriennali

Le spese di impianto sono gli oneri per la costituzione della società e per gli studi di fattibilità

dell’iniziativa economica.

Le spese di ampliamento, invece, sono gli oneri analoghi a quelli di impianto, ma sostenuti in epoca

successiva alla costituzione, in presenza di significativi ampliamenti dell’attività d’impresa.

Le spese di ricerca e sviluppo, invece, sono gli oneri sostenuti per ricerca applicata o sviluppo di

nuovi prodotti o processi produttivi, che abbiano la probabilità di poter essere economicamente

utilizzati in futuro.

Tra tutti i tipi di oneri pluriennali, sono iscrivibili nello SP le sole spese di sviluppo, se hanno utilità

pluriennale e vi sia il consenso, dell’organo di controllo, alla loro iscrizione nell’attivo.

Tutti gli oneri pluriennali, invece, devono essere ammortizzati entro 5 esercizi e sono soggetti ad

una limitazione alla distribuzione di utili, se non residuano riserve disponibili, adatti a coprire gli

oneri pluriennali ancora non ammortizzati.

Avviamento

Nel linguaggio giuridico, l’avviamento è la capacità dell’impresa di produrre reddito: un’azienda è,

dunque, avviata se è capace di creare reddito.

Nel linguaggio economico e aziendale, invece, l’avviamento misura la capacità dell’azienda di

produrre sovraredditi, ovvero redditi superiori a quelli che remunererebbero il capitale

dell’imprenditore in misura equa: in questo modo, si produrrebbe profitto.

L’avviamento si ha quando il reddito è superiore alla remunerazione del capitale:

”reddito > i * CN”

dove ”i” è il tasso di remunerazione del capitale, mentre ”CN” è il capitale investito

dall’imprenditore.

L’avviamento può essere iscritto nell’attivo dello SP se acquisito a titolo oneroso e se c’è il

consenso dell’organo di controllo.

L’avviamento, inoltre, deve essere ammortizzato entro 5 esercizio, ma si può derogare a questo

limite temporale, se si dimostra che l’avviamento presenta una vita economica utile maggiore di 5

anni e se ne dà adeguata informativa nella Nota Integrativa del bilancio.

L’avviamento, infine, deve essere svalutato se il valore durevole è inferiore al valore contabile

netto, dove il valore durevole è rappresentato dal valore d’uso.

PRINCIPI CONTABILI INTERNAZIONALI (IAS 38 e 36)

Le immobilizzazioni immateriali (beni immateriali, oneri pluriennali e avviamento) sono

disciplinati dallo IAS 38 (in materia di attività immateriale) e dallo IAS 36 (in materia di

svalutazione delle immobilizzazioni).

Beni immateriali

Per i beni immateriali, i criteri previsti dai principi contabili internazionali sono due:

1. il metodo del costo (iscrizione, ammortamento e svalutazione); 2. il metodo del costo rideterminato (iscrizione, ammortamento, rivalutazione e svalutazione),

applicabile solo se il bene immateriale è venduto su un mercato attivo, nel quale si formino

prezzi di scambio.

Secondo i due metodi:

1. l’iscrizione dei beni immateriali è effettuata al costo d’acquisto (prezzo d’acquisto + oneri accessori) o al costo di produzione (costi diretti + indiretti);

2. l’ammortamento va fatto con un piano sistematico e deve riferirsi al periodo di vita economica utile del bene immateriale, per definire la durata del piano;

3. la svalutazione dei beni immateriali, infine, va applicata quando il valore durevole è inferiore al valore contabile netto, dove il valore durevole è il maggiore tra il valore d’uso e

il prezzo netto di vendita.

Secondo il metodo del costo rideterminato, il bene immateriale può essere anche rivalutato, con

effetti imputati ad una specifica riserva del patrimonio netto.

Oneri pluriennali

Tra tutti i tipi di oneri pluriennali, sono presi in considerazione solo le spese di sviluppo, la cui

iscrivibilità è soggetta a condizioni molto rigidi, volte ad avere ragionevole certezza dei benefici

economici futuri, che potranno derivare dalle innovazioni di prodotto o di processo.

Il metodo di valutazione previsto dai principi contabili internazionali per gli oneri pluriennali è il

metodo del costo (iscrizione, ammortamento e svalutazione).

Avviamento

L’avviamento può essere iscritto nell’attivo dello SP se acquisito a titolo oneroso e se c’è il

consenso dell’organo di controllo.

L’avviamento internamente generato non può essere contabilizzato.

Il metodo di valutazione previsto dai principi contabili internazionali per l’avviamento, prevede

solo l’iscrizione e la svalutazione, mentre non prevede le condizioni per l’ammortamento, in quanto

l’avviamento è un’attività immateriale a vita indefinita.

LE RIMANENZE

Le rimanenze sono definite come beni:

1. posseduti per la vendita nel normale svolgimento dell’attività; 2. impiegati nei processi produttivi per la vendita; 3. sotto forma di materiali o forniture di beni nel processo di produzione o nella prestazione

di servizi.

Le rimanenze sono i prodotti finiti, le merci, i semilavorati e le materie prime.

Per le norme del codice civile, le rimanenze si valutano al minor valore tra il costo e il valore di

realizzazione desumibile dall’andamento di mercato.

Il costo può essere d’acquisto (prezzo d’acquisto + oneri accessori) o di produzione (costi diretti +

indiretti): tali costi si determinano con regole analoghe a quelli utilizzabili per la determinazione dei

costi delle immobilizzazioni materiali, dovendo, peraltro, escludere la possibilità di capitalizzare

costi di distribuzione.

Il valore di realizzo, invece, è il prezzo al quale si prevede di vendere le rimanenze, diminuito dei

costi diretti di vendita.

Secondo gli IAS, quando il valore netto di realizzo risulta inferiore al costo è necessario procedere

ad una svalutazione delle rimanenze.

In ogni esercizio successivo si deve procedere ad una nuova valutazione del valore netto di realizzo

e nel caso di un recupero del valore, la precedente svalutazione deve essere annullata (nei limiti in

cui il nuovo valore iscritto sia il minore tra il costo e il valore netto di realizzo rivisto); lo storno

della svalutazione deve essere rilevato nel calcolo della variazione delle rimanenze nell’esercizio in

cui lo storno è avvenuto.

BENI FUNGIBILI IN RIMANENZA

Per determinare il costo dei beni fungibili in rimanenza, è possibile far riferimento a tre tecniche

(che simulano tre diverse ipotesi di scarico del magazzino):

1. LIFO (Last In First out)  l’ultima partita entrata è la prima partita ad uscire; 2. FIFO (First In First out)  la prima partita entrata è anche la prima partita ad uscire; 3. CMP (Costo Medio Ponderato).

La proposta di riforma del codice civile e lo IAS 2 adottano lo stesso criterio di valutazione delle

rimanenze, con la sola precisazione che la tecnica LIFO per la determinazione del costo dei beni

fungibili non è consentita.

STRUMENTI FINANZIARI

Nell’ordinamento giuridico italiano esistono diverse norme che trattano gli strumenti finanziari, ma,

ai fini del bilancio, la definizione che ci interessa si trova nell’articolo 2427-bis, che richiama la

definizione contenuta nei principi contabili internazionali (IAS) e, in particolare, nello IAS 32, per

il quale, è uno strumento finanziario, qualunque contatto che dà origine ad un’attività finanziaria per

un’impresa, ad uno strumento rappresentativo del capitale di un’altra impresa o ad una passività

finanziaria.

Non sono, invece, strumenti finanziari, le immobilizzazioni materiali e immateriali (che non danno

un diritto a ricevere disponibilità liquide, ma solo l’opportunità di vantaggi economici), le

rimanenze e le imposte.

Attività finanziarie

Per attività finanziarie si intendono le disponibilità liquide (cassa e assegni bancari), il diritto a

ricevere disponibilità liquide o un’altra attività finanziaria (crediti di natura finanziaria e

commerciali) e gli strumenti rappresentativi del capitale di un’altra impresa (titoli e partecipazioni).

Le attività finanziarie vengono suddivise in quattro categorie (attività al fair valuerilevato a conto

economico, attività possedute fino alla scadenza, finanziamenti e crediti e attività disponibili per la

vendita).

Strumento rappresentativo del capitale di un’altra impresa

Per strumento rappresentativo del capitale di un’altra impresa, invece, si intende la partecipazione

ideale alle attività finanziarie dell’impresa, una volta dedotte le passività finanziarie.

Passività finanziarie

Per passività finanziaria, infine, si intende l’obbligo a consegnare disponibilità liquide o un’attività

finanziaria.

Esempi di passività finanziarie sono i debiti commerciali, i debiti finanziari, le obbligazioni, il

capitale sociale e altri titoli emessi).

Le passività finanziarie possono essere:

1. passività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE; 2. altre passività finanziarie.

Le passività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE

Nelle passività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE sono classificate le passività destinate

ad essere vendute.

La loro iscrizione avviene al fair value e le valutazioni successive avvengono sempre al fair value,

con imputazione a CE.

Le altre passività finanziarie

Le altre passività finanziarie, invece:

1. sono iscritte al fair value e agli oneri accessori; 2. le loro valutazioni successive avvengono al costo ammortizzato, calcolato con il metodo

dell’interesse effettivo: ciò significa che, in bilancio, si evidenzieranno, non solo gli interessi

passivi pagati, ma anche i proventi o gli oneri derivanti dalla differenza tra valore iniziale e

valore finale dello strumento;

3. sono soggette a svalutazioni, in presenza di evidenze oggettive, volte a segnalare il minor valore dello strumento e che traggono origine da fonti interne o da fonti esterne al soggetto

emittente (lo strumento);

4. sono soggette a riprese di valore nel limite del costo ammortizzato, quando vengono meno le ragioni che hanno indotto a svalutare le altre passività finanziarie.

LA RILEVAZIONE INIZIALE DEGLI STRUMENTI FINANZIARI

La rilevazione iniziale di uno strumento finanziario nello stato patrimoniale deve avvenire quando

l’impresa diviene parte nelle clausole contrattuali dello strumento.

La rilevazione iniziale di uno strumento finanziario deve avvenire per un importo che corrisponde al

suo fair value: per i contratti stipulati a condizione di mercato, il fair valuedello strumento equivale

al costo sostenuto per l’acquisto.

LA VALUTAZIONE SUCCESSIVA DEGLI STRUMENTI FINANZIARI

Successivamente alla rilevazione iniziale gli strumenti finanziari devono essere valutati utilizzando

il criterio del costo ammortizzato o il criterio del fair value.

Costo ammortizzato

Il costo ammortizzato di un’attività o passività finanziaria è l’ammontare a cui l’attività/passività è

valutata alla rilevazione iniziale al netto dei rimborsi di capitale, accresciuto o diminuito

dell’ammortamento complessivo, attraverso il metodo dell’interesse effettivo, di qualsiasi

differenza tra il valore iniziale e quello a scadenza, e al netto di qualsiasi svalutazione a seguito di

una riduzione di valore o di insolvenza.

Il tasso di interesse effettivo è il tasso che sconta all’origine i futuri flussi finanziari contrattuali

all’ammontare netto dell’attività o passività finanziaria. Il calcolo deve comprendere anche i costi

esterni ed i proventi direttamente attribuiti in sede di iscrizione iniziale dello strumento finanziario.

Devono essere valutati con il criterio del costo ammortizzato gli strumenti finanziari classificati

nelle categorie ”Posseduti sino alla scadenza”, ”Finanziamenti e Crediti” e ”Altre passività

finanziarie”.

Fair Value

Il Fair valueè il corrispettivo al quale un’attività potrebbe essere scambiata o una passività estinta,

in una libera transazione fra parti consapevoli e disponibili.

Devono essere valutati al fair valuegli strumenti finanziari classificati nelle categorie ”Attività al

fair valuerilevato a conto economico”e ”Disponibili per la vendita”.

Riduzione di valore (Impairment)

Ad ogni chiusura di bilancio l’impresa deve verificare per ogni attività finanziaria, ad esclusione di

quelle classificate nella categoria ”Attività al fair valuerilevato a conto economico”, se esistono

oggettive evidenze che possono far ritenere non pienamente recuperabile il valore contabile

dell’attività finanziaria.

LA CANCELLAZIONE DEGLI STRUMENTI FINANZIARI

Un’impresa deve cancellare un’attività finanziaria dal proprio bilancio quando trasferisce il diritto

contrattuale di ricevere i flussi finanziari relativi all’attività finanziaria.

Quando un’impresa trasferisce un’attività finanziaria, deve valutare fino a che punto mantiene i

rischi e i benefici connessi alla proprietà dell’attività finanziaria.

ALTRI STRUMENTI FINANZIARI

Gli altri strumenti finanziari sono classificati in funzione della loro destinazione nella gestione

dell’impresa.

Con riguardo alle attività finanziarie, distinguiamo:

1. partecipazioni minoritarie (titoli, crediti); 2. disponibilità liquide.

Abbiamo quattro categorie di altri strumenti finanziari:

1. le attività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE, tra cui quelle destinate a frequenti vendite, come le partecipazioni minoritarie, i titoli e i crediti finanziari destinati alla vendita

in tempi brevi;

2. gli investimenti posseduti fino alla scadenza; 3. finanziamenti e crediti non detenuti per negoziazioni, come i crediti commerciali, i depositi

bancari, i finanziamenti e gli strumenti non quotati caratterizzati da pagamenti fissi o

determinabili;

4. tutti gli strumenti finanziari non classificati nelle altre categorie, come, ad esempio, le attività finanziarie disponibili per la vendita, dove possono essere iscritte partecipazioni

minoritarie, titoli, ecc.

Le attività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE

L’iscrizione delle attività finanziarie valutate al fair value rilevato a CE avviene al fair value, che, di

solito, è pari al prezzo di scambio iniziale.

Le loro valutazioni successive, invece, avvengono sempre al fair value, solo che gli incrementi o i

decrementi di valore sono imputati direttamente a CE.

Gli investimenti posseduti fino alla scadenza

Gli investimenti posseduti fino alla scadenza sono attività finanziarie che la società intende e ha la

capacità di possedere, fino alla scadenza: intende in quanto ha la volontà, fin dall’origine; ha la

capacità, invece, in quanto è nelle condizioni economiche di poter aspettare la scadenza dello

strumento.

Tali attività finanziarie sono caratterizzate da una scadenza determinata e da pagamenti fissi o

determinabili: ad esempio, i titoli di debito, cioè le obbligazioni dei titoli di stato e titoli simili.

La loro iscrizione avviene al fair value, solo che, non essendo destinati alla vendita immediata, si

aggiungono, a quello che è il prezzo iniziale, gli oneri accessori di diretta imputazione.

Il criterio di valutazione usato per gli investimenti posseduti fino alla scadenza si chiama costo

ammortizzato, calcolato utilizzando il metodo dell’interesse effettivo.

Il costo ammortizzato consente di ripartire la differenza tra valore iniziale e valore di rimborso,

lungo la durata del contratto.

In altre parole, il costo ammortizzato è il mezzo per ripartire tale differenza per competenza e,

quindi, distribuire per competenza il rendimento effettivo dello strumento, lungo la durata del

contratto.

L’interesse effettivo è il tasso che eguaglia il valore iniziale dell’attività al valore attuale dei flussi

finanziari dello strumento. L’interesse effettivo è uguale a quello nominale quando il prezzo di

sottoscrizione è uguale al prezzo di rimborso, mentre, nel caso in cui il prezzo di sottoscrizione è

maggiore o minore del prezzo di rimborso, l’interesse effettivo sarà diverso da quello nominale e,

perciò, ci sarà bisogno di ripartire questa differenza lungo la durata del contratto.

La formula da utilizzare in questo caso è:

n CFi

Valore attività finanziaria = ∑

i = 1

(1 + TIR) i

dove ”CFi” sono i flussi finanziari, che vanno attualizzati tramite il denominatore.

Se l’interesse effettivo è maggiore dell’interesse nominale (che si calcola sul valore finale, ossia sul

valore nominale dello strumento), oltre a ricevere l’interesse nominale ogni anno, la società avrà

anche un beneficio dal differenziale tra il minor prezzo di sottoscrizione e il maggior prezzo di

rimborso.

Il provento sarà pari alla differenza tra il tasso effettivo di rendimento e l’interesse nominale, dove

il tasso effettivo di rendimento, a sua volta, è dato dal prodotto tra il prezzo di sottoscrizione e

l’interesse effettivo.

Il provento di competenza dell’esercizio, invece, è il prodotto tra l’interesse effettivo e un valore

dato dalla somma tra il prezzo di sottoscrizione e il provento dell’anno precedente.

Infine, il valore da iscrivere nei titoli, sarà pari alla differenza tra il provento di competenza

d’esercizio e l’interesse nominale (in percentuale).

Le svalutazioni degli investimenti posseduti fino alla scadenza, occorrono in presenza di evidenze

oggettive, volte a segnalare il minor valore dello strumento.

Le evidenze oggettive traggono origine da fonti interne (ad esempio, quella che segnala un

peggioramento delle condizioni economico/patrimoniali dell’emittente, con rischio di suo

fallimento) o da fonti esterne al soggetto emittente (lo strumento). Un esempio di fonte esterna è da

rintracciare nel peggioramento della situazione di mercato in cui opera il soggetto emittente, e che è

tale da poterlo mettere in difficoltà.

Le riprese di valore, invece, sono fatte nel limite del costo ammortizzato e occorrono quando

vengono meno le ragioni che hanno indotto a svalutare gli investimenti posseduti fino alla scadenza.

I finanziamenti e i crediti non detenuti per negoziazioni

I criteri di valutazione dei finanziamenti e dei crediti non detenuti per negoziazioni sono analoghi

agli investimenti posseduti fino alla scadenza:

1. la loro iscrizione avviene al fair value e agli oneri accessori di diretta imputazione; 2. successivamente, si applica il costo ammortizzato, calcolato con il metodo dell’interesse

effettivo;

3. la loro svalutazione si realizza in presenza di evidenze oggettive, volte a segnalare il minor valore dello strumento e che traggono origine da fonti interne o da fonti esterne al soggetto

emittente (lo strumento);

4. la ripresa di valore è fatta nel limite del costo ammortizzato e occorrono quando vengono meno le ragioni che hanno indotto a svalutare i finanziamenti e i crediti non detenuti per

negoziazioni.

Gli strumenti finanziari non classificati nelle altre categorie

Gli strumenti finanziari non classificati nelle altre categorie sono di natura residuale, la loro

iscrizione avviene al fair value e agli oneri accessori di diretta imputazione, e, negli esercizi

successivi, la loro valutazione avviene sempre al fair value, con contropartita una riserva di

patrimonio netto.

CRITERIO DI VALUTAZIONE DELLE PARTECIPAZIONI (ARTICOLO 2426)

Le partecipazioni rappresentano un coinvolgimento nel capitale di un’altra impresa. I benefici che si

possono avere dalla partecipazione al capitale di un’altra impresa, possono consistere nei dividendi,

nell’incremento di valore delle partecipazioni o in altri benefici derivanti dalla capacità di influire

sulla gestione dell’altro soggetto.

Le partecipazioni hanno, nel codice civile, una classificazione volta a distinguere tra attivo

circolante e immobilizzazioni finanziarie (articolo 2424-bis) e che avviene in funzione della loro

destinazione.

Se si tratta di elementi patrimoniali destinati ad essere utilizzati durevolmente, le partecipazioni

devono essere iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie, mentre, se si tratta di elementi

patrimoniali destinati ad essere venduti anche se non subito, le partecipazioni devono essere iscritte

nell’attivo circolante.

La classificazione delle partecipazioni si basa su una decisione degli amministratori. Tuttavia, il

codice civile introduce una presunzione semplice, che, tutto ciò che costituisce una partecipazione

di controllo o di collegamento, sia una immobilizzazione finanziaria, e come tale vada classificata e,

successivamente, valutata.

Nulla impedisce che una stessa partecipazione sia in parte classificata nelle immobilizzazioni

finanziarie e in parte nell’attivo circolante.

In questo caso:

1. l’iscrizione delle partecipazioni avviene al prezzo d’acquisto e agli oneri accessori; 2. la successiva valutazione della partecipazione avviene al minore tra il costo e il valore di

realizzazione desumibile dal mercato, il quale si determina considerando l’andamento dei

prezzi di mercato in un arco temporale significativo e le condizioni economico/patrimoniali

della partecipata.

LE IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE

Le immobilizzazioni finanziarie possono essere:

1. le partecipazioni di controllo; 2. le partecipazioni di collegamento; 3. altre partecipazioni.

Ai fini valutativi delle partecipate gli IAS/IFRS distinguono fra bilancio individuale e bilancio

separato.

Il bilancio individuale è quello predisposto da un’impresa non tenuta alla redazione del bilancio

consolidato, mentre il bilancio separato è il bilancio di una capogruppo che presenta il proprio

bilancio oltre a quello consolidato.

Il bilancio separato è, quindi, il bilancio presentato da una controllante, da una partecipante in una

società collegata o da una partecipante in un’entità a controllo congiunto.

Le partecipazioni di controllo

Le partecipazioni di controllo sono trattate nell’articolo 2359 ai comma I e II, e possono essere:

1. a controllo di fatto; 2. a controllo contrattuale; 3. a controllo di diritto.

Vi è controllo di fatto quando il controllante, pur non detenendo il 50% delle azioni, può esercitare

un’influenza dominante sull’assemblea della società (ad esempio, la FIAT).

Si ha controllo contrattuale, invece, quando esso deriva dall’esistenza di tipologie contrattuali tali

da permettere di esercitare un’influenza dominante sulla società (ad esempio, il franchising

BENETTON).

Si ha, infine, controllo di diritto quando il partecipante detiene più della metà dei voti

nell’assemblea ordinaria del partecipato e, quindi, ha il controllo sulla gestione (ad esempio, le

autostrade).

Per le partecipazioni di controllo sono previsti due criteri di valutazione alternativi:

1. il criterio del costo; 2. il criterio del patrimonio netto.

Le partecipazioni di collegamento

Le partecipazioni di collegamento sono trattate nell’articolo 2359 al comma III, ed hanno

un’influenza notevole, che si presume nel caso in cui il partecipante delega più del 20% del capitale

del partecipato, se la partecipazione non è quotata, e più del 10% se, invece, è quotata.

Anche per le partecipazioni di collegamento sono previsti due criteri di valutazione alternativi:

1. il criterio del costo; 2. il criterio del patrimonio netto.

Altre partecipazioni

Le altre partecipazioni sono quelle in cui il partecipante, per la non equità delle azioni possedute,

non può esercitare nessuna influenza.

Esempi di altre partecipazioni sono le partecipazioni minoritarie, che sono valutate solo con il

metodo del costo.

IL CRITERIO DEL COSTO

Il metodo del costo è appropriato nel caso in cui la partecipazione è considerata un bene posseduto

per i dividendi che può generare e, quindi, per misurare le performance finanziarie

dell’investimento.

Le fasi in cui si articola il criterio del costo riguardano:

1. l’iscrizione; 2. la valutazione (svalutazione + ripresa di valore); 3. la vendita.

L’iscrizione

L’iscrizione del costo avviene al prezzo pagato per l’acquisto e agli oneri accessori, ossia quelli di

diretta imputazione, come le commissioni bancarie, i bolli, le spese di intermediazione e, a volte,

alcune specifiche consulenze connesse all’acquisto di tali partecipazioni.

La svalutazione

La svalutazione, invece, si fa in presenza di perdite durevoli di valore. Siccome si è a fronte di una

perdita di valore, ci sono due problemi:

1. il primo riguarda la determinazione di ciò che è durevole rispetto a ciò che è temporaneo; 2. il secondo, invece, riguarda la misurazione della perdita ai fini della svalutazione.

Per il primo aspetto, una perdita è durevole quando ci sono a fronte di essa ragioni economiche di

carattere strutturale. Ai fini della loro individuazione occorre esaminare i fattori interni o esterni che

le hanno generate. I fattori interni sono, ad esempio, l’obsolescenza e la presenza di eccessivi costi

fissi in una situazione di declino dei ricavi; i fattori esterni, invece, sono, ad esempio, le crisi di

mercato e i problemi di fornitura.

Questi fattori sono indicativi di cause che, se non si prevede di rimuoverle a breve termine,

impongono di dover svalutare le partecipazioni.

Quanto all’entità delle perdite e, quindi, alla sua misurazione, utili punti di riferimento sono dati dai

prezzi dei titoli quotati per un arco di tempo significativo, dal valore del patrimonio netto contabile

della partecipata e dalla possibile stima del valore economico della partecipata.

La ripresa di valore

La ripresa di valore, ossia il ripristino del valore nel limite del costo originario d’iscrizione, occorre

quando vengono meno le ragioni che hanno indotto a svalutare la partecipazione. Il valore

economico è la somma attualizzata di tutti i possibili ricavi futuri.

IL CRITERIO DEL PATRIMONIO NETTO

Il criterio del patrimonio netto nasce dall’affermazione che, nel caso di partecipazioni di controllo e

di collegamento, la partecipante possa influire sulla gestione e, quindi, abbia un coinvolgimento nei

risultati e nella consistenza patrimoniale della partecipata.

In altri termini, il metodo del patrimonio netto è un criterio volto a riflettere, per competenza, la

variazione del patrimonio netto della partecipata per la quota di competenza.

Il valore di iscrizione è, di solito, dato dal costo, mentre, tale valutazione, successivamente, è

modificata sulla base delle variazioni del patrimonio netto della partecipata, di proprietà della

partecipante, salvo opportune modifiche.

La funzione del metodo del patrimonio netto è quella di realizzare un allineamento del valore di

iscrizione alla corrispondente quota di patrimonio netto, salvo opportune modifiche.

Poiché il metodo del patrimonio netto vuole allineare il valore iscritto sotto la voce di

”partecipazione”, ne consegue che anche il valore iscritto nell’attivo deve in proporzione diminuire.

Avendo già rilevato l’utile da dividendo nell’esercizio precedente, ne consegue che, in tale

esercizio, non ci sarà nessun provento, ma sarà rilevato un aumento di cassa, a fronte della

riduzione di valore della partecipazione.

In altri termini, il metodo del patrimonio netto mira ad allineare il valore della partecipazione alla

corrispondente quota di patrimonio netto della partecipata: ciò vuol dire che, se abbiamo una

partecipazione di A in B al 100% avremo:

Anno X X + 1 X + 2

PATRIMONIO NETTO DEL BILANCIO DI ‘B’ 100 120 110

VALORE PATRIMONIALE DEL BILANCIO DI ‘A’ 100 120 110

Se, invece, la partecipazione di A in B fosse stata del 50%, avremo:

Anno X X + 1 X + 2

PATRIMONIO NETTO DEL BILANCIO DI ‘B’ 100 120 110

VALORE PATRIMONIALE DEL BILANCIO DI ‘A’ 50 60 55

Con il metodo del patrimonio netto, il valore della partecipazione è dato dalla corrispondente

frazione di patrimonio netto della partecipata, dopo opportune modifiche, le quali sono quelle che si

apportano in un bilancio consolidato: ad esempio, le rettifiche di consolidamento, che consistono

nell’adozione di principi di valutazione omogenei e di eliminazione delle operazioni infragruppo e

dei relativi utili interni).

Principi omogenei vuol dire che si utilizzano gli stessi criteri per tutte le imprese del gruppo: ad

esempio, per la determinazione del costo delle rimanenze, utilizzerò un unico metodo, che può

essere il LIFO, il FIFO o il CMP (Costo Medio Ponderato).

Poiché il metodo del patrimonio netto vuole produrre gli stessi effetti di un consolidato in termini di

misurazione dei risultati di esercizio, occorre apportare analoghe rettifiche: è per questo motivo che

il metodo del patrimonio netto realizza un consolidamento sintetico.

I TITOLI

I titoli sono rappresentati da prestiti obbligazionari, da titoli di stato e altri titoli.

Ai fini del bilancio, i titoli sono classificati in base alla loro destinazione e, quindi, in:

1. immobilizzazioni finanziarie, se l’investimento è duraturo; 2. nell’attivo circolante, se sono destinati alla vendita, anche se non subito.

In immobilizzazioni finanziarie, i titoli sono valutati con il metodo del costo e, quindi, con regole

analoghe a quelle delle partecipazioni:

1. la loro iscrizione avviene al prezzo d’acquisto e agli oneri accessori; 2. la loro svalutazione si fa in presenza di perdite durevoli di valore. In questo caso, ci sono

due problemi: la determinazione di ciò che è durevole rispetto a ciò che è temporaneo e la

misurazione della perdita.

Una perdita è durevole quando ci sono a fronte di essa ragioni economiche di carattere

strutturale.

Per la misurazione delle perdite, invece, utili punti di riferimento sono dati dai prezzi dei

titoli quotati per un arco di tempo significativo, dal valore del patrimonio netto contabile

della partecipata e dalla possibile stima del valore economico della partecipata.

3. la ripresa di valore occorre quando vengono meno le ragioni che hanno indotto a svalutare il titolo.

In attivo circolante, invece, i titoli sono valutati al minimo tra il costo e il valore di realizzazione

desumibile dal mercato, il quale si determina considerando l’andamento del mercato del titolo e le

condizioni economiche dell’emittente.

I titoli sono, di solito, beni fungibili, che si valutano con criteri di determinazione del costo

analoghe alle rimanenze, ossia con il metodo LIFO, il metodo FIFO o il metodo CMP (Costo Medio

Ponderato).

I CREDITI

I crediti sono trattati nel codice civile dagli articoli 2424 e 2425 (in tema di schema di bilancio),

2426 (in tema di valutazione), 2427 e 2427-bis (in tema di Nota Integrativa).

In base alla loro origine, i crediti si distinguono in:

1. crediti finanziari, che nascono a seguito di prestiti o finanziamenti (ad esempio, i mutui); 2. crediti commerciali, che nascono a seguito della vendita di beni o servizi.

Un credito è un diritto ad esigere una somma di denaro ad una certa data di scadenza.

Criterio di valutazione

Il criterio di valutazione per i crediti è quello del valore di presumibile realizzazione, che significa

che il valore nominale d’iscrizione va ridotto dalle eventuali perdite dovute all’incapacità del

debitore di pagare la somma pattuita.

Rischi

I rischi possono essere, ai fini della valutazione, di diversa natura e riguardano:

1. il rischio paese, derivante dalla situazione in cui si trova il paese del debitore; 2. il rischio di credito, derivante dalla crisi economica del debitore e, quindi, di un suo

fallimento;

3. il rischio di liquidità, derivante dall’incapacità del debitore di pagare la somma pattuita nei termini convenuti.

DISPONIBILITA’ LIQUIDE

Le disponibilità liquide sono trattate negli articoli 2424 (in tema di SP) e 2426 (in tema di

valutazione).

Esempi di disponibilità liquide sono la cassa (denaro e valori bollati), gli assegni e i depositi bancari

e postali.

Il criterio di valutazione adottato per le disponibilità liquide è quello del valore di presumibile

realizzazione, ossia il criterio di valore dei crediti, in quanto costituiscono dei diritti ad esigere

somme di denaro.

I DEBITI

I debiti sono trattati nel codice civile negli articoli 2424 (in tema di SP) e 2425 (in tema di CE).

Il debito è un’obbligazione a pagare una certa somma ad una determinata scadenza.

A seconda dell’origine, abbiamo:

1. debiti commerciali, che traggono origine dall’acquisto di beni e servizi; 2. debiti di finanziamento, che traggono origine dai prestiti.

Criterio di valutazione

Il criterio di valutazione per i debiti è quello del valore di estinzione, cioè il valore nominale del

debito.

Mentre nel codice civile vengono richiamati solo, ai fini dell’informativa Nota Integrativa, le

relazioni sulla gestione dei debiti, ai fini della valutazione del bilancio, invece, i debiti hanno una

disciplina separata diversa da strumento a strumento.

Negli IAS, i debiti hanno una disciplina unica sia ai fini della valutazione che ai fini

dell’informativa: ai fini della valutazione, la fonte normativa è lo IAS 39; ai fini dell’informativa,

invece, la fonte normativa è l’IFRS 7. In tema di rappresentazione in bilancio dei debiti, infine, la

fonte normativa è lo IAS 32.

Negli IAS, l’unico strumento che può avere una disciplina distinta, sono le partecipazioni di

controllo e di collegamento, trattate dagli IAS 27 e 28.

Partecipazioni di controllo (IAS 27)

Secondo lo IAS 27, una partecipazione si dice di controllo quando la controllante ha il potere di

determinare le scelte gestionali, sia perché ha oltre il 50% delle azioni sia perché può nominare la

maggior parte degli amministratori oppure perché ha un diritto contrattuale o di Statuto.

Partecipazioni di collegamento (IAS 28)

Secondo lo IAS 28, una partecipazione si dice di collegamento quando la società ha un’influenza

notevole nei confronti dell’altro soggetto. Nel bilancio di esercizio della capogruppo, tali

partecipazioni possono essere valutate o al costo o al fair value.

Il costo si compone degli stessi momenti logici visti nel codice civile:

1. l’iscrizione avviene al prezzo d’acquisto e agli oneri accessori; 2. la svalutazione si realizza quando, negli esercizi successivi, ci sono perdite di valore, ma, a

differenza del codice civile, gli IAS rilevano sia le perdite durevoli sia quelle temporanee;

3. il ripristino di valore nel limite del costo occorre quando vengono meno le perdite durevoli e temporanee.

Il fair value, invece, è il prezzo di scambio in una libera transazione tra parti consapevoli e

indipendenti: libera transazione significa che le parti non sono obbligate, ma solo motivate ad

effettuare lo scambio; parti consapevoli, invece, significa che si tratta di parti adeguatamente

informate; parti indipendenti, infine, significa che sono parti che non hanno rapporti tra loro in

grado di incidere sul prezzo finale.

Con il fair value si fa riferimento al prezzo del mercato attivo, dove, per mercato attivo, si intende

un mercato liquido in cui sono presenti prodotti omogenei, c’è una continua disponibilità di

acquirenti e venditori e c’è un prezzo pubblico, cioè facilmente conoscibile da tutti.

In mancanza di un mercato attivo, invece, si usano altri criteri, volti a stimare quello che potrebbe

essere il valore corrente dell’attività finanziaria. Con tali criteri, si fa riferimento:

1. alle recenti transazioni, se significative; 2. al prezzo di strumenti finanziari simili, quotati sul mercato attivo; 3. a modelli valutativi, che stimano tale valore, muovendo da parametri desunti dal mercato.

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