Riassunto "Africa: la storia ritrovata" Calchi Novati, Valsecchi, Esami di Storia. Università di Firenze

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Riassunto "Africa: la storia ritrovata" Calchi Novati, Valsecchi, Esami di Storia. Università di Firenze

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Ottimo riassunto del libro di Gian Paolo Calchi Novati, Pierluigi Valsecchi. Fatto con cura e assolutamente completo in ogni capitolo. Voto conseguito: 30 su 30!
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SINTESI: “AFRICA: LA STORIA RITROVATA” CAP 1: I TEMPI DELLA STORIA FONTI SCRITTE E TRADIZIONE ORALE: Alla ricostruzione della storia dell’Africa fa ostacolo la scarsità delle fonti, soprattutto scritte. I primi documenti scritti appaiono solo con gli arabi, e si moltiplicano poi con l’incremento dei rapporti con l’Europa. Ma l’Africa è stata abitata da tempi immemorabili, almeno 6 millenni prima di cristo, in un ambiente ostile che ha permesso concentrazioni di popolazione nelle zone più ricche, anche se in misura minore degli altri continenti, e con ritmi di crescita molto pi lenti. Il sottopopolamento è stato un ostacolo al progresso, ritardando la formazione di elites ed istituzioni consolidate.

In mancanza della scrittura la trasmissione del sapere e della cultura si è affidata molto alla tradizione orale, anonima collettiva o affidata ad una casta specifica, spesso impegnata a raccontare una versione che mantenesse intatto lo status quo.

Tra le prime fonti scritte vi sono testi in greco e in latino, oltre alle traduzioni delle Sacre Scritture in Geez, rislaenti al V-VI secolo d.c. Con la diffusione dell’islam poi, l’arabo si propagò, favorendo una produzione scritta un po’ ovunque, grazie al Corano e ai resoconti di viaggiatori, Geografi e studiosi dei secoli successivi. Le fonti arabe ci permettono di conoscere la storia corrispondente al nostro medioevo della regione Sudanese, dove fiorirono tra X e XVI secolo i regni di Tekrur, Ghana, Mali e Songhay. Si deve invece a Jan Vansina, la ricostruzione del passato della meno accessibile fascia della foresta pluviale, la Guinea.

Si è soliti far risalire al XV secolo l’arrivo degli europei, con l’arrivo di personaggi come il geografo arabo al-Wazzan. Sono i missionari, i viaggiatori, i militari e i primi nuclei di europei stanziati sulle coste a far conoscere l’Africa al mondo, sottraendole però sempre di più la sua storia.

Con poche fonti scritte, la prevalenza dell’oralità, i pochi reperti archeologici scampati alla durezza dei fattori ambientali (anche per l’alta deperibilità dei materiali da costruzione), l’assenza di proprietà privata e di qualsiasi religione scritturale prima del XIX secolo, scrivere la storia dell’Africa è un compito arduo. Così, in una certa prospettiva razzista otto-novecentesca, tutte le manifestazioni della vita associata in Africa si collocano ad un ordine inferiore. Formulata per la prima volta da Seligman, l’”Ipotesi camitica” attribuisce tutti gli avvenimenti culturali rimarchevoli accaduti in Africa ad apporti esterni, o quantomeno non neri ed indigeni, ritenuti troppo primitivi. La storia dell’africa, si riduce così ad essere “la storia dei suoi invasori” (Coupland).

NOMI, LUOGHI E DATE: L’immagine dell’africa è fortemente condizionata dal rapporto diseguale stabilitosi con l’Europa nell’ottocento, che la pone in una condizione di conclamata inferiorità. (Africa come grande periferia dell’Europa). I nomi con cui le sue terre e le sue genti sono conosciute in Europa sono di origine straniera. (Africa è romano, Etiopia è greco, Sudan e Guinea sono Arabi). Oltre agli europei, anche gli arabi hanno affermato origini arabe delle realtà locali. E questo ribadisce l’impressione l’impressione di un continente che nella sua manifestazione esterna si è formato attraverso l’immagine e le parole degli altri. L’africa ha così dovuto affrontare un lungo e travagliato percorso per ristabilire la propria identità, cercando di raccordare la propria specificità con i processi di omologazione e assimilazione a cui è stata sottoposta.

Oltre ai nomi dei luoghi e dei popoli, anche le date dell’Africa sono da rivedere. Le fasi della sua storia non coincidono infatti con le periodizzazioni tipiche della storia europea, ed hanno diversi cicli di progresso e declino. A causa delle asprezze

dell’ambiente e delle distanze non sempre i processi simili si dispongono allo stesso modo e tempo. Lo stato si forma quando nelle società di lignaggio, qualcuno si impossessa del potere, devolvendo una parte delle ricchezze al mantenimento di un apparato coercitivo. I fenomeni di diversificazione di status e di specializzazione delle attività lavorative invece, si sviluppano nelle zone di passaggio o frontiera tra culture diverse, o grazie al commercio (che ha qui quella funzione accumulativa che non può avere una impraticabile agricoltura estensiva). Nel corso dei secoli poi la formazione dello stato africano è collegata all’incorporazione del continente nell’economia globale. La comunità politica fondata sulle istituzioni di parentela, ha di norma preceduto la nascita dello stato di diritto. E’ il gruppo, e non l’individuo, che definisce la società. L’introduzione della metallurgia aumentò la possibilità di addomesticare la natura e gli animali, seguendo direttrici e periodi differenti di diffusione nelle varie zone.

La metà centro-meridionale del continente è stata segnata indelebilmente dall’espansione dei Bantu, muovendo dagli odierni Nigeria e Camerun, fino alle coste dell’ocenao indiano e del SudAfrica, rimpiazzando o assimilando autoctoni, pigmei o altri gruppi nella propria cultura fatta di arte del ferro e agricoltura, in un processo durato parecchi secoli.

Lo storico Joseph Ki-Zerbo individua nel XVII secolo una faglia che indebolì irrimediabilmente l’africa: con la crescita delle economie di piantagione in America si crearono infatti le premesse per una gigantesca domanda di lavoro servile, che portò alla mercificazione dei neri, ma arricchì per altri versi gli intermediari africani e inserì il continente nelle reti commerciali dell’europa e dell’islam. La demografia ne uscì ancora sconvolta, anche a causa della bassa coesione sociale, del clima, delle carestie e delle epidemie.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO: Per come è avvenuta, l’esperienza coloniale in Africa ha escluso gli Africani dal proprio passato, costringendo le società africane in allegorie fuori dalla storia. Anche i nazionalisti della decolonizzazione, quasi negavano il passato di lunga durata: la storia, può essere infatti “Sovversiva” per i poteri costituiti. Inoltre, anche chi ha cercato in un primo momento di ricostruire la storiografia ufficiale dell’africa in buona fede, lo ha fatto seguendo le logiche europee, lasciandosi condizionare da esse. Per ridare all’Africa il suo passato, sono state così necessarie una vera e propria rivoluzione copernicana e una sorta di “Decolonizzazione della storia”.

Il colonialismo si era autoproposto come un sistema coerente a confronto della supposta anarchia e dispersione delle passate società africane, attraverso un processo di deculturazione. Ma il nazionalismo africano avrebbe consentito un recupero della storia, auspicato anche dalle nuove scuole storiografiche europee. L’autenticità dei valori negro-africani sarebbe anche sfociata in contro verità altrettanto assolute, come l’afrocentrismo. Importante era anche il tema del “Retaggio urbano”, secondo il quale i bianchi avrebbero negato l’appartenenza alla storia negra dell’egitto faraonico,

F 0 E 0privandoli di una parte importante della loro storia. (Garvey panafricanismo, Blyden F 0 E 0 Negritudine)

Dopo l’indipendenza, gli studiosi dedicarono un grande ed imprevisto interesse per l’africa, giustificando un approccio enciclopedico ad essa. Fu così che nacquero “The Cambridge History of Africa”, (una colossale opera in 8 volumi a cura di Fage ed Oliver, monumento della storiografia europea sull’africa) e “Histoire generale de l’Afrique”, la versione africana (per l’UNESCO) a cura di Joseph Kizerbo. La differenza tra le due imprese non è poi così netta,

L’IDEA DI AFRICA: Alla base dell’emancipazione dell’africa c’era l’esigenza di dimenticare. L atratta, la schiavitù, il razzismo, il colonialismo avevano umiliato l’africa fino ad escluderla dalla storia e dalla civiltà. Ciò condizionava anche la cognizione che gli africani avevano di se stessi, e quindi i loro progetti come individui o collettività. Eppure le relazioni tra europei ed africani furono all’inizio rispettose e feconde, come dimostrano alcuni scritti greci. Nel 500 poi, con il trattato di Tordesillas (1494), l’africa incominciava ad essere trattata come Res nullius, spartita tranquillamente dalle potenze cattoliche delle imprese geografiche (spagna e portogallo). Il rapporto tra i due continenti non era preordinato alla conquista. Un diffuso disprezzo per i neri nacque solo dopo il 1650 circa con l’inizio della tratta atlantica degli schiavi. L’immagine del nero si è deteriorata man mano che è cresciuto il suo valore come merce. Il viaggiatore europeo si trasforma in esploratore, e quindi in colonizzatore. Nascono le scienze della diversità (antropologia ed etnologia), l’africa diviene “Continente senza storia” (Hegel), o meglio diviene storica solo con la colonizzazione. L’Africa viene definitivamente marginalizzata. Con la tassonomia delle razze di Blumenbach poi, si da una sorta di giustificazione scientifica del razzismo, che si aggiungerà ai motivi di superiorità dei bianchi, oltre a quelli economici. L’africa divenne il continente del rifiuto, considerata aberrante per le sue pratiche primitive, in ritardo nella scala ideale di un progresso esclusivamente europeo. In un certo senso, l’africa viene inventata dall’europa, e sospinta verso un’alienazione che le farà cogliere se stesse attraverso categorie europee.

LA LUNGA DURATA: Solo un secolo fa ben pochi studiosi si sarebbero dedicati alla storia dell’africa precoloniale. Questo anche a causa dell’orientalismo, una dottrina che mirava a isolare l’oriente in una posizione statica e subalterna rispetto alla culutra universale, quella occidentale ed europea. Tale dottrina fu applicata anche all’africa e al medio oriente, cercando anche di assimilare l’altro nella cultura europea (come fecero francia, ma anche portogallo e italia). L’Africanistica divenne una branca dell’orientalismo. Solo di recente (vedi Herskovits nel 1962) che si cominciò a pretendere che gli studi africani si riscattassero, applicandosi di più e rompendo da ogni residuo di eurocentrismo. Ne discende una riscoperta del senso di appartenenza in termini etnici. Con la teroia del meticcia mento poi, Jean loup amselle arriva a postulare un sincretismo originario: una volta accertato che nella tradizione ci sono ormai irreversibili tracce di modernità, il cerchio si chiude ammettendo l’Africa a partecipare al congresso senza rinunciare a se stessa.

Finita l’emergenza dell’immediato post-indipendenza l’africa appare più disposta a collegarsi con una lunga durata della propria storia, anche se la dipendenza continua dall’europa continua in varie forme, e urge un ripensamento che aiuti a chiarire cosa significhi essere africano.

CAP 2: IMPIANTO DELLA SOCIETA’ E ORGANIZZAZIONE POLITICA IL QUADRO AMBIENTALE ED UMANO: l’Africa è una massa continentale spesso assai inospitale, estesa e molto compatta, senza mari interni, e con pochi laghi di rilievo (regione dei grandi laghi). Questi ultimi, insieme ai grandi fiumi (Nilo, Niger, Volta, Congo, Zambesi..) sono storicamente perni dell’insediamento umano. Lo sviluppo longitudinale del continente fa si che questi attraversi diverse fasce ambientali e climatiche, speculari tra nord e sud, con in mezzo l’equatore. La trasferibilità delle innovazioni è ostacolata appunto da questo fattore, che rende anche poco omogenea la distribuzione della popolazione. La bassa densità della stessa rende più costosa la realizzazione di infrastrutture, ostacolando l’integrazione tra i popoli.

Storicamente, vi furono dal punto di vista climatico una lunga fase arida (tra 28 e 14 millenni prima di cristo), seguita da una fase eccezionalmente umida (tra 10 e 6 millenni prima di cristo). Nel sesto millennio a.c le comunità stanziate nel continente vivevano di caccia, raccolta e pesca e cominciano la conquista della grande area forestale centrafricana. Tra i seimila e i duemila anni a.c si diffondono gradualmente agricoltura ed allevamento. Poco prima del 3000 a.c nasce la civiltà faraonica, che imprime un rapido sviluppo alle tecniche cerealicole, della ceramica e della tessitura. Dal terzo millennio a.c inizia anche l’inaridimento del sahara, che spinge via le comunità in esso insediate verso sud ovest (Mauritania, Senegal, Lago Ciad), ma anche verso Kenya, Egitto, Etiopia e Sudan. La metallurgia ha uno sviluppo precoce, che però salta l’età del bronzo per passare direttamente a quella del ferro. Dal centro del continente verso sud cominciano a diffondersi le lingue bantu, che si differenziano tra i 3000 e i 1000 anni a.c., creando l’attuale distribuzione delle famiglie linguistiche. Procedendo da nord a sud, vediamo che a settentrione dominano il geez, l’arabo, l’antico egiziano e le lingue cuscitiche. La famiglia nilo-sahariana si distribuisce invece tra nord est del lago ciad, sahara, sudan meridionale, regione dei grandi laghi, uganda kenya e tanzania. A sud del sahara troviamo poi i 6 rami della grande famiglia Niger- Congo. (hausa, yoruba) . A sud ovest infine, sopravvive la famiglia Khoisan.

STATI E SOCIETA’ DELL’AFRICA OCCIDENTALE: Risalgono al X secolo d.c. le prime grandi entità politiche dell’africa occidentale sub sahariana, i cosiddetti regni o imperi sudanesi. (Sudan= a sud del sahara). La storia di questo periodo è coperta da una ricchissima documentazione araba. Il processo di formazione dello stato in queste aree è strettamente collegato allo sviluppo del commercio transahariano. La statualità compare forse nel I sec d.c. nel Tekrur (Senegal), ma il primo dei regni sudanesi è quello del Ghana. Collocato tra gli odierni Mali e Mauritania, questo sorge forse verso il V secolo dell’era cristiana. Dominato dal gruppo soninke, ma popolato da genti mande, il regno si regge su una monarchia matrilineare, che dispone una grande armata stabile, ed ha capitale nell’omonima città, identificata oggi con le rovine di Kumbi Saleh. Fondato sull’alleanza tra contadini pagani e un ceto di mercanti musulmani, il Ghana decade per invasione di berberi islamizzati (Gli Almoravidi), a partire dalla fine dell’XI secolo.

A sud, a partire dal XIII secolo, gruppi mande danno vita allo stato del Mali, il quale assume poi il controllo del regno Songhay, e quindi dello stesso Ghana. L’elite del potere si converte all’islam, mentre la maggioranza della popolazione rimane fedele alla religione locale. Le città più cosmopolite sono Gao (ex regno songhay) e Timbuktu, mentre il malinke è la lingua più parlata. Il declino avviene sotto la pressione dell’impero Songhay, che conserverà la supremazia della regione sudanese fino al 1591. Nel bacino del lago ciad invece, vi è la confederazione Kanem.

Il commercio continua intanto a svilupparsi, con l’ampliamento esponenziale delle linee di traffico e delle piste, che percorrono l’africa occidentale in tutta la sua latitudine. Lungo esse si stabiliscono mkolte comunità di mercanti (Wangara). Intanto nell’alto bacino del volta i gruppi mossi, agricoltori, si espandono verso il X secolo, dando vita a molte entità politiche. (Yatenga, Ouagadougou..). I gruppi hausa infine, danno origine nella nigeria del nord a 7 stati principali.

LA REGIONE NILOTICA, L’AFRICA ORIENTALE E IL CENTRO SUD DEL CONTINENTE: La valle del Nilo, in specie la Nubia, è un’area di produz. Aurifera e ferrosa e teatro di espansione egiziana già 2000 anni a.c. Qui nacque nel XI sec a.c il regno di Kush. Esso sopravvive spostandosi a sud, e verso il 500 la capitale viene spostata da Napata a Meroe, che assurge a notevole potenza, cristianizzandosi a partire dal III secolo. Tale civiltà sopravvive fino al XIV secolo, cedendo all’arabizzazione e all’islamizzazione degli arabi d’egitto. A sud del Sudan intanto. A metà secondo millennio, ha luogo l’epocale migrazione delle genti Iwo. Nella regione

etiopica invece, dopo l’arrivo di genti semitiche nel primo millennio a.c, che impongono il geez, si ha dal II secolo a.c lo sviluppo del regno di Axum. Egli adotta l’alfabeto etiopico e il cristianesimo, e sconfigge Meroe. In seguito alla presione arabo islamica il baricentroi del regno si sposta a sud, sotto la dinastia Zagwe. Verso la fine del XIII sec Amlak ripristina la dinastia salomonide, e stringe i rapporti tra monarchia e chiesa, dando il via al feudalesimo etiopico.

Le prime testimonianze di org. politiche in africa orientale e centrale sono invece assai più tarde, anche a causa dell’assenza di fonti documentarie. Tra VIII e X secolo vi sono sulla costa entità di lingua Bantu, che a partire dal secolo successivo conoscono un processo di espansione dei traffici commerciali e di islamizzazione, che da origine alla civiltà urbana costiera Swahili (lingua Kiswahili), con grandi centri come Kilwa, Mogadiscio, Mobasa o Zanzibar.

(leggi p. 56-7)

UNA VARIETA’ DI SOLUZIONI: Stati, regni, o forme di potere gerarchizzato non sono le sole organizz. Socio-politiche dell’africa sub sahariana. Molte regioni rimangono prive di stati o entità superiori al villaggio, con culture che fanno a meno del concetto di gerarchia verticistica. Anche laddove esistono ruoli o istituti, essi sono autorità deboli, volontaristiche o di continuazione del prestigio. Stati più o meno centralizzati convivono con altre realtà di potere debole, acefale e ad autorità diffusa. In certi casi, l’emergere di formazioni statali è funzionale solo a sfide esterne, al commercio o al controllo di risorse scarse e preziose. Ma in altri casi, l’a-statualità è altrettanto funzionale, come per le comunità incentrate sul pastoralismo (Iwo, Masai..). Insomma non ci sono regole generali, e si va dai grandi stati o imperi di tipo monarchico alle società acefale. Ma si tratta di modelli astratti, in quanto la realtà evidenzia innumerevoli situazioni intermedie. Va inoltre detto come le forme di civiltà “Alta” presenti in africa, vengano attribuite dagli studiosi ad apporti esterni (ipotesi camitica= i camiti, meticci tra genti caucasiche e della valle del nilo, avrebbero dato origine ai popoli cuscitici e nilotici, i quali avrebbero imposto ai neri la propria cultura politica), in una sorta di razzismo istituzionale.

Gli stati in Africa, si sono invece formati e trasformati in risposta a condizioni specifiche, generali come locali, esattamente come in ogni altra parte del mondo.

GERARCHIE E DIPENDENZA: Gran parte delle società africane costituiscono sistemi ordinati in base a gerarchie di rango, censo e status. Le stesse organizz. Della parentela sono costruzioni fortemente gerarchiche, volte a stabilire precise scale di primato tra le diverse discendenze che compongono lignaggi e clan. Ovviamente gli equilibri possono cambiare, e la storia lo dimostra.

Va detto che quasi tutte le società africane hanno conosciuto tipologie indigene di schiavitù, ben prima della tratta negriera. Qui la condizione dello schiavo partiva da un processo di de socializzazione spesso violento, che privava l’individuo della propria identità territoriale, familiare, di status. Ma poi la posizione dello schiavo si stabilizzava e spesso si assisteva a forme di integrazioni effettive. Inoltre, in contesto indigeno, la condizione di schiavo non era ereditabile. I figli degli schiavi entravano addirittura a far parte della famiglia del padrone. Lo schiavo è dunque solo uno dei livelli della gerarchia di dipendenza, che coinvolge praticamente l’intera popolazione in uno status denso di gravi implicazioni (es. sacrifici umani). E’ semmai difficile identificare, in epoca precoloniale, uno stato di libertà individuale come condizione diffusa o normale.

Esso spetta solo a una porzione minoritaria, rappresentata dai capilignaggio, dal capofamiglia, dagli anziani.

CITTA’, COMMERCIO E ALTRI FATTORI DI INTEGRAZIONE: Indici chiari delle dimensioni di molti stati africani sono senza dubbio i numerosi esempi di sviluppo urbanistico, spesso insospettabili per la loro grandezza.

Meroe sull’alto nilo, Axum negli altipiani etiopici settentrionali, Gao sulle sponde del niger, Timbuktu a nord dell’ansa del niger, Jenne tra il Niger e il bani Ife, kano e benin City in Nigeria, Kilwa sulla costa dell’oceano indiano, Grande Zimbabwe nell’africa australe continentale. Lo sviluppo di molte di queste grandi città è legato principalmente alla presenza di logiche di traffico commerciale sulla lunga distanza, o all’esistenza di entità politiche di una certa consistenza. Altri fattori di integrazione sono poi quelli religiosi, rapprsentati dalla diffusione dell’islam e del cristianesimo. Tuttavia molte parti del continente si muovono in contesti assai poco integrati, e permangono in certi casi anche dei vuoti di umanità (es: deserto). Lo sforzo di occupazione, colonizzazione e perpetuazione dello spazio e del corpo sociale è così impegnativo da far passare in secondo pieno i rapporti con l’esterno.

LA PENETRAZIONE ARABA E LA DIFFUSIONE DELL’ISLAM UNA FEDE UNIVERSALE: La penetrazione dell’islam in Africa è un processo lungo, con inizio nel VII sec d.C. (anno 639). La nuova religione era nata pochi anni prima, per la predicazione del profeta Maometto (570-632). Il principio dell’unicità di Dio (tawhid) e la comune sottomissione alla sua volontà (islam), fondarono una forte coesione tra le varie comunità arabe. L’islam, cronologicamente terzo tra le relig monoteiste, ebbe subito una rapida espansione in medio oriente. Maometto era arabo, così come la lingua di diffusione del messaggio islamico. Così benché la comunità dei fedeli (umma) non conosca frontiere, una nobiltà d’origine è riconosciuta agli arabi, tanto da alimentare nei secoli un’erronea equazione tra arabi e musulmani. In pochi decenni dalla sua comparsa, l'islam dilagò in tutte le direzioni, sospinta da moti di conquista militare solo nel nord africa, sotto il califfato Omayyade dal VII all'VIII secolo e poi dal califfato abbaside sino alla metà del XIII secolo. In Africa Nera, l'islam si è diffuso molto più tardi, come frutto del contatto mercantile sulle elites urbanizzate locali. Tuttavia, anche quando fu guerriera, la conquista islamica non fu mai un processo di conversione forzosa.

L'ISLAM DEI GUERRIERI IN AFRICA DEL NORD: Solo il nord Africa ha subito all'epoca, insieme all'islamizzazione, anche un processo di arabizzazione (trapianto di popolazioni arabe). La conquista territoriale avvenne a tappe, a danni dei bizantini e dei berberi: subito venne preso l'Egitto. Poi, ingrossato l'esercito con molti guerrieri berberi convertiti, si poté precedere verso ovest, arrivando nel 711 ad attraversare Gibilterra, per arrivare sulla penisola iberica. Tappe di questo cammino da est ad ovest furono appunto l'egitto e l'antica ifriqiya, nell'odierna tunisia, dove i musulmani fondarono il cairo e Qayrawan. Il processo di islamizzazione del nord si concluse solo alla fine del X secolo, anche se qualche comunità cristiana rimase fino al XII secolo. (ad oggi rimane solo la comunità copta, la più antica).

Le popolazioni nordafricane furono molto attratte da un corrente islamica puritana e rigorosa, con una concezione ultrademocratica del potere islamico, in contrapposizione al sunnismo e allo sciismo: il kharigismo. L'islam in generale rappresentò un fattore identitario, che saldò i legami tra i clan e portò alcune confederazioni berbere ad esprimere immensi imperi islamici. E' questo il caso dell'impero almoravide, che contribuì a fondare storicamente una coesione

marocchina ,favorì l'affermarsi in nord africa del sunnismo, e fondò la città di Marrakesh. A questo impero si sostituì poi quello almohade: per la prima volta una formazione statale berbera unificava tutto il maghreb, l'occidente arabo-islamico.

Con la conquista islamica, il nord africa era entrato a far parte del dar al-islam (l'insieme delle terre governate da musulmani), e più in generale dell'area culturale del mondo arabo. Per altri versi, le coste furono anche coinvolte da sempre nei traffici economici dell'europa meridionale, favorendo lo sviluppo di una lingua franca comune alle due sponde. Un reticolo di vie carovaniere metteva inoltre in contatto le coste con l'africa nera, con traffici all'epoca ancor più lucrosi di quelli col mediterraneo.

L'ISLM DEI MERCANTI IN AFRICA ORIENTALE: L'islam non si limitò a penetrare via terra, ma lo fece anche via mare, attraverso l'oceano indiano, percorso dai mercanti arabi. Si fondavano piccole colonie mercantili islamiche, che interagivano con i bantu neri della costa, che venivano attratti dal raffinato sistema islamico.

I primi insediamenti sulla costa somala (mogadiscio, Merca..) sono del IX-X secolo. Seguirono secoli di incremento dei traffici e fondazione di nuovi insediamenti (Zanzibar, Mombasa), fino all'arrivo del portoghese Vasc da Gama nel 1498. Insieme alla nuova fede, si radicarono anche la lingua, la scrittura e la cultura araba. Inoltre i musulamani ebbero un certo margine di iniziativa politica lasciatogli dai bantu, e così crearono piccoli stati islamici sulla costa. Nacque qui la società Swhaili, la cui lingua (di ceppo bantu ma con molte parole arabe) è ancora la più diffusa in africa orientale.

Tra 400 e 500 però arrivarono i portoghesi, che presero rapidamente il controllo dell'oceano indiano, e cercarono di penetrare poi in Africa, scambiando l'oro con armi da fuoco e merci americane (mais, patata..). Intanto la roccaforte etiopica del cristianesimo veniva sempre più minacciata dai popoli delle terre basse islamiche. Dopo un secolo di controllo portoghese sulla costa swhaili infine, inglesi ed olandesi giunsero a contrastarne la supremazia.

L'ISLAM ATTRAVERSA IL SAHARA: L'islam che varcò i mari affrontò anche quel mare interno africano che è il sahara. Già dal VII secolo, gli arabi tentarono di inserirsi nei flussi transahariani, come mercanti. La via più difficile fu quella egiziana:risalendo il nilo i musulmani incontrarono la resistenza dei regni cristiani di nubia, che tardarono l'islamizzazione e l'arabizzazione dell'area sudanese nilotica. Ad occidente invece, la creazione del vasto impero Fatimide (X secolo), favorì l'aumento del commercio, nonché l'avvento dell'islam.

Di fatto quindi, nel periodo islamico, crebbe sensibilmente il volume degli scambi transahariani, che diffusero anche nuove influenze culturali provenienti dal nord. Tra 800 e 1300 i musulmani srinsero alleanze politiche con le elites locali (Ghana, Mali, Songhay, Hausa), che andarono lentamente islamizzandosi. La gran parte della popolazione invece, non si convertì.Sul piano del culto, l'islam si indigenizzò di più dove l'autonomia politica e sociale della comunità era più forte. In generale, la diffusione dell'islam fu un motivo di integrazione tra nord e sud dell'africa, nonché un fattore di adesione al progresso politico economico e sociale.

POTERE E ISTITUZIONI: Ovunque si sia propagato, l'islam ha favorito la creazione di comunità molto ampie, rendendo possibile il superamento di antiche rivalità tra clan e gruppi sociali. Ciò ha favorito anche il consolidamento del potere e la forazione di articolati tessuti istituzionali. , attraverso l'affermarsi di un autorevole ceto religioso, della quale legittimazione necessitavano gli assetti politici.

Ma scomparso Maometto nel 632, i musulmani si ritrovarono ben presto senza una guida spirituale e temporale. Come risposta a questa esigenza nacque l'istituzione del califfato, che in quanto priva di fondamento coranico, suscitò aspre polemiche. Si

delineò così la frattura tra i sunniti ortodossi, e i gruppi custodi della tradizione, ovvero i Kharigiti (che credono in una successione a Maometto per elezione) e gli sciiti (che credono ad una successione all'interno della famiglia del profeta). I primi successori del profeta furono i 4 califfi “ben guidati”, suoi compagni di vita. Alla loro morte si impose il primo califfato dinastico, quello omayyade, che restò al potere sino al 750 e stabilì la capitale a Damasco. Dal 750 al 1258 fu invece la volta della dinastia degli Abbasidi, discendenti dello zio di maometto, che regnarono da Baghdad in modo efficiente e dando un notevole impulso al sapere e alle arti. Il loro impero raggiunse dimensioni tali da costringerli ad affidarsi sempre più all'autorità di condottieri e governatori militari sul territorio.

Alla prova dei secoli, l'utopia califfale dovette cedere il passo allo stato patrimoniale dei sultani.

Nonostante l'unicità della umma, la società islamica fu in realtà estremamente frammentata, tanto che è necessario parlare di società islamiche. Così se le istituzioni politiche dell'africa del nord sono parenti strette di quelle sorte nel Mashreq, quelle della costa swahili e dell'area sudanese presentano notevoli tratti di originalità. Dall'egitto all'area tuisina e marocchina, l'islam da una spinta per la fioritura di nuove formazioni statali ed imperi, o per la loro riorganizzazione. Gli imperi musulamani hanno assunto nel tempo caratteri diversi tra di loro, impedendo una rigida categorizzazione. Il cosmopolitismo ne è stato un carattere ricorrente, con un particolare rilievo nell'impero ottomano (fondato nel XIV secolo dal turco Osman, da cui l'aggettivo ottomano). Una fattispecie tipicamente islamica, fu l'utilizzo di schiavi per scopi militari, adottata per rispondere alle crescenti esigenze belliche. Si formò inoltre un ceto di schiavi bianchi impiegati nell'amministrazione, nell'esercito e nello stato, i mamemlucchi, che divennero una componente importantissima del quadro militare. Questi schiavi potevano emanciparsi, fino a diventare ufficiali, funzionari o addirittura ministri. (ci fu anche una parentesi governativa in Egitto fino al 1517).

Gli ottomani costituirono in Nord Africa delle province, a capo delle quali posero governatori militari, i bey, (con compiti di amm locale e di riscossione delle imposte), che in alcuni casi riuscirono ad imporre nel tempo una propria successione dinastica. Questi erano affiancati dal ceto religioso musulmano, gli ulama, che si occupava anche di istruzione, sanità, opere pubbliche e giustizia religiosa. Questi potentati nordafricani acquisirono nel tempo un'ampia autonomia, pur riconoscendo l'autorità ottomana. (vedi dinastia husaynita in tunisia, ch regnò fino al 1957). Il marocco fu l'unico territorio a sfuggire al controllo ottomano. Le popolazioni berbere invece, rimasero comunque una componente fondamentale della società. Negli stati sudanesi il potere rimase nelle mani di elites nere, con le quali i musulmani si limitarono ad allearsi.

La presenza islamica nell'entroterra africano rimase così a lungo frammentaria e limitatata, anche a causa del nuovo slancio cristano di matrice portoghese nell'area (XVI secolo).

I JIHAD NELLA REGIONE SUDANESE: leggi da p. 94 a 96

I RAPPORTI CON L'EUROPA TRA XV E XVIII SECOLO E LA TRATTA NEGRIERA

SCELTE DI PERIODIZZAZIONE: I rapporti con l'europa si collocano normalmente dal 1444, anno della prima nave portoghese in senegal, fino alla parabola discendente della tratta negriera che, toccato l'apice nel primo 700, declina durante la seconda metà del secolo, e nel primo 800 viene messa fuorilegge dai paesi europei che l'avevano praticata.

L'arrivo degli europei costituisce sicuramente una svolta nella storia di alcune aree africane. Ma si tratta in fondo di porzioni marginali rispetto all'insieme delle società africane, specie in relazione alla quasi totale assenza all'interno del continente. La presenza europea dunque, territorialmente e numericamente molto contenuta, è solo uno dei fattori della storia africana. Tra 400 e 800 l'africa viene inserita nel nuovo grande sistema economico mondiale e inoltre, con il commercio degli schiavi, ha dato un contributo umano fondamentale alla definizione del quadro demografico, culturale ed economico dell'America.

ORO E SCHIAVI: Dalla fine del XV secolo i portoghesi stabiliscono basi ed insediamenti commerciali. Non si tratta di centri con cospicue comunità di espatriati residenti. La sopravvivenza di queste basi dipende dal favore della popolazione locale. Dal XVII secolo anche Olanda, Francia, Danimarca ed Inghilterra mantengono presidi stabili sulle coste africane. In particolare gli Olandesi fanno tramontare l'egemonia del portogallo sulle vie di traffico nell'atlantico meridionale e nell'oceano indiano, dando vita a fenomeni di meticciato biologico e culturale.

L'interesse per l'oro africano (costa d'oro, mozambico, golfo di guinea) predomina nella fase quattro-cinquecentesca, mentre dal seicento gli schiavi cominciano a diventare la merce più richiesta. L'interesse europeo per l'africa rmane fino al XIX secolo prettamente economico (serbatoio di materie prime), con l'importante eccezione dell'attività missionaria cristiana. Per quanto riguarda la tratta negriera, le due principali direttrici sono quella orientale verso il golfo persico e il subcontinente indiano (per rifornire medio oriente ed impero ottomano), e quella transatlantica (per rifornire le piantagioni americane, in primis quelle di canna da zucchero in brasile e nei caraibi). La tratta negriera era giustificata dalla scarsità di manodopera indigena in america, e dal bassissimo prezzo d'acquisto di schiavi (soprattutto maschi adulti)sul mercato africano, vantaggioso anche considerando le spese di trasporto. Dal XVIII secolo, rientrato il boom dello zucchero, gli schiavi verranno impiegati per la produzione cotoniera e le attività minerarie.

Sempre riguardo alla tratta, va detto che nel corso del XVI secolo nascono compagnie di navigazione che si specializzano proprio in questo traffico (Royal african company, compagnia delle indie occidentali). I loro interlocutori erano intermediari africani, che raccoglievano gli schiavi in cambio di manufatti acquistati in Europa (Armi da fuoco, tabacco, tessuti, utensili. Con il boom della richiesta nel seicento i prezzi degli schiavi cominciano a salire, così da mutare la domanda verso un maggior equilibrio tra uomini e donne, per favorire la riproduzione in loco. Questo accresce la stabilizzazione delle comunità di neri in america, e determina una riduzione della domanda di schiavi verso la fine del 700. Questa diminuzione, interagendo con i nuovi movimenti abolizionisti di matrice cristiana umanistica ed illuministica, e con la perdita delle colonie americane, contribuisce al graduale spegnimento della tratta. Tutti i maggiori paesi aboliscono formalmente la schiavitù tra la fine del 700 e la prima metà dell'800. Tuttavia il traffico transatlantico verso il brasile, cuba e gli stati uniti, perdura fino agli anni 80 del XIX secolo.

Gli schiavi sono un prodotto della guerra, della politica, o addirittura una forma di tributo. Lo stato e la società africana sono i beneficiari primi dell'apporto di nuova servitù, che vanno a integrare o aumentare i ranghi delle elites del posto, mentre le eccedenze sono vendute. Questo dato deve essere tenuto bene in considerazione nel

valutare l'impatto della tratta sull'africa subsahriana. Se è vero che si ha un generale impoverimento della società nel suo complesso, è anche vero che alcune regioni - quelle dei gruppi dirigenti – si arricchiscono a discapito di altre (dalle quali provengono gli schiavi). Questo si può notare anche dal notevole squilibrio nella densità di popolazione, che permane ancora oggi. Il commercio degli schiavi infatti, se non ha inciso sulla crescita complessiva della popolazione nera, l'ha sicuramente ritardata o bloccata per circa due secoli.

GLI EFFETTI DEL COMMERCIO DEGLI SCHIAVI SULL'AGRICOLTURA FORESTALE: IL CASO DEL MONDO AKAN

La tratta concorre a trasformare le istituzioni e l'economia dell'africa. Si ha infatti un generale processo di affermazione dell'economia atlantica, che soppianta l'antico sistema dei rapporti economici mediterranei. Ciò ha effetti interessanti sul mondo Akan (compreso tra ghana e costa d'avorio). Si ha infatti, tra XV e XVI secolo, un passaggio a un'economia forestale basata su caccia e raccolta a una basata su un'agricoltura volta a soddisfare le esigenze di comunità in rapida crescita numerica a causa dell'espansione delle aree coltivabili a discapito della foresta. Inoltre dalle bande o compagnie si passa al matrilignaggio e al matriclan esogamico. Si importano molti schiavi, in cambio di oro estratto localmente. La rete mercantile akani si sfalda progressivamente, anche a causa della ridefinizione del rapporto tra città e campagna, a favore della seconda e dell'afferamzione di nuovi imperi, con i loro gruppi mercantili emergenti. Si apre una fase imperiale agraria, che si afferma dala seconda metà del 600 anche attraverso una vera e propria rivoluzione militare, che passa per la creazione di eserciti di massa stabili, addestrati e dotati di armi da fuoco. La conquista militare determina un aumento dei prigionieri di guerra, prontamente rivenduti agli europei della costa.

PANORAMICA CONTINENTALE: Il XV secolo vede nell'ansa del niger il graduale rimpiazzo del mali con l'impero Songhay che, sotto la guida di Sonni Ali, riconquista Gao, imponendosi in tutto il sudan occidentale con una organizzazione centralistica e filo-islamica. Il dominio permane fino al 1591, anno del'invasione marocchina. A cavallo tra XVI e XVII secolo il Bornu è la potenza egemone del sudan centrale fino agli inizi dell'ottocento. Nella parte orientale della valle del niger si espande invece la confederazione dei gruppi nomadi Tuareg. Intanto i gruppi di etnia fulani si espandono in tutta l'africa occidentale (Futa Jalon, futa Toro, regione hausa...), divenendo i maggiori sostenitori del riformismo islamico . Procedendo verso oriente i due grandi regni pagani dei bamabara di kaarta e segu prendono il posto del mali, mentre il songhay è ridotto a un piccolo territorio a valle di gao. A sud della grande ansa del niger, il gruppo degli stati mossi conserva la propria indipendenza. Dopo la distruzione dello Yatenga nel XV secolo ad opea del songhay, il primato passa a Ouagadougou fino al XIX secolo. A est del niger reggono invece le città-stato hausa. A sud della fascia saheliana nascono nuove entità politiche, connesse al nuovo sistema di traffici auriferi e schiavisti: nelle regioni forestali della costa d'oro si afferma a fine XVII secolo l'Asante, che diviene il principale interlocutore degli europei nella regione. Vicino al delta oceanico del niger troviamo invece il regno del Benin, una potente monarchia sacra dotata di un'articolata amministrazione civile e militare, che rimarrà indipendente fino a fine 800. A nord est del benin lo stato yoruba di Oyo è il principale potere della regione. Il Dahomey nasce nel XVI secolo per scissione dal regno di Allada, e per alcuni decenni è il maggior esportatore di schiavi nel golfo di guinea.

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LA COMPLESSITA' DI UN RAPPORTO: Per quanto abbastanza periferici, piccoli gruppi di europei hanno vissuto in africa per diversi secoli prima della colonizzazione, influenzando e venendo influenzati dai popoli locali. Quello tra africani ed europei è infatti una rapporto di lunghissima durata, connotato storicamente da una condizione di normalità: npon c'è infatti lo shock della scperta che separa le civiltà meso- americane dagli spagnoli. I portoghesi sano dell'esistenza dei neri e viceversa, e questo porta fino a seicento inoltrato ad un rapporto quasi alla pari. L'unico fondamentale elemento di distinzione tra i due gruppi è la diversa collocazione religiosa. In sostanza però, si ha una generale dimestichezza tra i due mondi, da tenere in considerazione nell'analizzare il rapporto tra di essi nella lunga durata, senza focalizzarsi troppo su elementi drammatici come la tratta negriera.

Questi piccoli gruppi di europei si inseriscono col tempo nella società locale, dando luogo ad una realtà oggettiva di intreccio e meticciamento biologico/culturale.

Tuttavia la grande trasformazione culturale che avviene in europa tra sei e settecento muta profondamente la percezione dell'altro da parte degli europei. L'Africano passerà gradualmente ad essere definito come incivile. Tra sette e ottocento questo processo si completa, ponendo l'africano come un essere vicino allo stato di natura, separato incolmabilmente dall'uomo civilizzato. Sarà questa concezione la principale giustificazione ideologica e politica della conquista e della colonizzazione dell'africa.

L'OTTOCENTO: I FATTORI ESTERNI E LE TRANSIZIONI INTERROTTE UN'INDIPENDENZA PRESERVATA: Anche se per quasi tutto il XIX secolo la maggioranza degli stati dell'africa subsahariana sono liberi, è di uso comune definire questo periodo come “Secolo precoloniale”, seguendo la generale tendenza a leggere la storia dell'africa come una sorta di lungo preludio alla colonizzazione, trascurando il peso dei fattori interni, che restano invece predominanti. Fino agli anni 70 dell'800 infatti, la presenza europea è decisamente marginale, e si tratta comunque di forme di controllo con giurisdiione spesso molto limitata. In questi anni, il completo dominio dell'europa sul continente non era nemmeno immaginabile.

FINE DELLA TRATTA E NUOVI EQUILIBRI SOCIOPOLITICI: L'Africa di quest'epocaè caratterizzata da una grande differenziazione regionale e locale. Manca un'omogeneità di fondo tra i tipi di cultura politica, mentre il riferimento a sistemi religiosi universlistici (islam e cristianesimo) è circoscritto solo ad alcune aree.

Tuttavia proprio nell'ottocento vi sono una serie di dinamiche che agiscono profondamente sull'assetto della società dell'africa subsahriana. Verso la fine del secolo infatti, dopo la conferenza di berlino (1884-5) che tratta l'africa come un res nullius a causa del permanere al suo interno della schiavitù, il commercio degli schiavi viene progressivamente sostituito dal “commercio lecito”, ossia dall'esportazione di materie prime ?olio di palma, cotone, arachidi, gomma, avorio, pelli..). L'abolizione ha effetti indubbi sul piano demografico, anche se difficili da quantificare. Sul piano degli assetti sociali, l'affermarsi del commercio lecito diffonde il controllo della ricchezza, che diviene meno monopolio del gruppo dirigente e più disponibili per le vecchie e nuove classi mercantili. Sul piano politico non vi sono subito sovvertimenti rivoluzionari causati dalla fine della tratta, anche perchè le oligarchie militari erano già ampiamente oligarchie commerciali.. In generale, si assiste ad un allargamento della base sociale del gruppo dirigente (cooptazione o sostituzione), mentre e gerarchie di dipendenza rimangono saldamente in piedi. (Il califfato di Sokoto è una delle maggiori realtà schiavistiche del globo).

RETI COMMERCIALI E DINAMICHE DI INTEGRAZIONE ECONOMICA E CULTURALE: L'800 è il secolo in cui si saldano i 3 grandi sistemi commerciali dell'atlantico, del mediterraneo e dell'oceano indiano. Il processo avviene nella regione del bacino del congo, e ha vaste ripercussioni d'ordine socio-economico: innanzitutto si accelera il processo di integrazione economica del continente. Inoltre si affermano nuovi status acquisiti, in concorrenza con gli antichi status di nascita. Infine si accelera la diffusione di specifici tratti comportamentali e linguistici unificanti.

Nel corso del secolo le attività commerciali europee aumentano esponenzialmente, ma restano comunque periferiche rispetto all'agricoltura, ancora principale attività della massa africana. La popolazione rimane essenzialmente rurale, poiché l'urbanizzazione è un fenomeno ancora ridotto a livello continentale, anche se significativo in africa occidentale. Un'area importate di cambiamento è quella religiosa, che vede un'eccezionale espansione musulmana, che fa dell'islam la fede principale almeno in africa occidentale e nella valle del nilo ed è comunque consistente anche in oriente e nel bacino congolese. Questa espansione da il via anche ad una ristrutturazione delle entità politiche, e alla costruzione di nuovi stati. Il cristianesimo conosce invece una notevole diffusione dopo la metà del secolo, anche se in misura minore poiché è quasi ovunque di primo trapianto. (a parte etiopia, nubia e mozambico). In molte regioni è testimoniata anche la diffusione di forme di religiosità indigene

IL RAFFORZAMENTO DELLO STATO: Nell'800 si ha un notevole rafforzamento delle entità politiche, nonché una notevole estensione della loro capacità di controllo del territorio. Nella regione sudanese abbiamo una ristrutturazione radicale del quadro politico, a causa del riformismo islamico di Sidi Mokhtar al-Kunti. La riforma si diffonde lungo l'alto niger, percorre il macino e il futa jalon, rivitalizza lo stato Bundu, e raggiunge le città stato hausa, dove da vita ad una Jihad da cui esce vincitrice, con la creazione del califfato di Sokoto.

La riforma raggiunge poi il camerun e il centrafrica, mentre scendendo lungo il niger da luogo ad un vasto processo di islamizzazione, soprattutto del mondo yoruba. Intanto un altro dotto fulani dà vita poco dopo al 1815 ad un altro califfato nel Macina, con capitale a Hamdallahi. Solo in parte riconducibile al filone dei costruttori di regni islamici è la figura di Samori Touré, mercante dyula che tra 1874 e 1894 fonda due entità imperiali tra guinea e mali meridionale (capitale kankan) e tra costa d'avorio e Ghana. Qui il ricorso all'islam pare strumentale a trovare un elemento unificante per la vastità dei gruppi sottomessi. Nell'alto bacino del volta resistono i regni mossi. Il crollo del potere Oyo comporta l'islamizzazione del nord del mondo Yoruba, creano una duratura frontiera religiosa tra nord nigeriano musulmano e sud tradizionalista/ cristiano. L'Asante completa nell'800 il proprio impero nel bacino del volta ad est e del bandama ad ovest, ed è di gran lunga la maggiore e meglio organizzata entità politica dell'africa forestale.

Per quanto riguarda il nord-est del continente l'egitto si espande nell'alto bacino del nilo, mentre l'etiopia si arrocca negli altipiani del corno d'africa attorno ala dinastia salomonide. La regione dei grandi laghi vede stati fortemente accentrati ed islamici come il Buganda e il Bunyoro (ODIERNA UGANDA). Poco a sud il Ruanda assume pressochè i contorni odierni. Sulla costa swahili la dinastia dell'Oman Ibn Sultan costruisce un impero che dura però solo fino alla metà del secolo, con l'arrivo degli europei. Nelle regioni forestali congolesi si costituiscono vasti domini personali mercantili. Msiri fonda il regno del Katanga nel 1856. Tippu tib, figlio di un mercante arabo e una donna swahili, giunge a controllare tutto il congo orientale. Più a sud ad inizio 800 viene costituita la colonia inglese del Capo di buona speranza, nel quadro delle guerre napoleoniche. In africa australe la più poderosa entità politica indigena è invece il regno Zulu, che ssi espande sotto Shaka, che vara riforme radicali come la

leva di massa, e forgia un'identità comune basata sull'istituzione monarchicae la diffusione di un'unica lingua, Il regno verrà sconfitto dagli inglesi nel 1879.

Tutti questi sistemi politici forti, non devono far dimenticare che accanto ad essi continuano ad esistere ampie aree prive di istituzioni centralizzate, con sistemi ad autorità debole o diffusa. (Gli ibo ad occidente, bariba in Dahomey, i Gur nella costa d'avorio, i nuer e i dinka nell'alto bacino del nilo)

CAMBIAMENTO E POLITICHE DI RIFORMA: L'800 è anche il secolo in cui molti stati africani cercano di completare la propria modernizzazione. Si tratta della volontà di accedere a nuove tecnologie e a nuovi metodi di accumulo delle risorse, che investono il settore minerario e l'agricoltura di piantagione. M è anche una trasformazione culturale, che favorisce un cambiamento religioso, nonchè l'alfabetizzazione e l'istruzione. Si tratta di storie complesse, ognuna a sé stante.

Nella costa d'oro tra i 60 e i 70 si sviluppa la confederazione Fante: è un governo di capi istruiti che rappresentano la borghesia commerciale, che avvia la creazione di un esercito nazionale, di un sistema scolastico e altre innovazioni, in un connubio tra tradizione ed elementi europei con forme di rappresentanza assembleare in stile britannico.

L'Asante affina le procedure di governo in molte province, e introduce la scrittura, aprendo anche ad educazione e cristianesimo, che viene però bloccato per la portata sovversiva del messaggio cristiano in termini di gerarchie stabilite. Dopo la bruciante sconfitta patita dagli inglesi nel 1874, Mensa Bonsu avvia anche una modernizzazione militare. Inoltre vengono stipulati accordi con imprese europee per l'estrazione aurifera, lo sfruttamento forestale, la realizzazione di infrastrutture e l'inaugurazione di scuole professionali.

Tuttavia la politica dispotica e personalistica di Bonsu porta alla ribellione di alcune province e alla crisi dell'impero.

L'Etiopia conosce sotto Kassa prima, con Giovanni IV e sotto Menelik II poi, un processo di espansione imperiale che raggiunge l'equilibrio tra monarchia, chiesa copta e aristocrazie provinciali. Vengono colpiti i feudatari centralizzando il potere, si impone la riduzione numerica del clero, si porta l'etiopia ai confini attuali, si sposta la capitale ad Addis Abeba, si attuano riforme militari, amministrative, finanziarie e nel settore delle comunicazioni, volte a rafforzare la posizione internazionale dell'etiopia.

Nel sudan nilotico si ha negli anni 20 un'espansione militare da parte dell'egitto di Muhammad Ali, che modernizza lo stato e recluta manodopera coatta travolgendo le istituzioni indigene, provocando un tracollo demografico e l'alienazione dei gruppi locali nei confronti del potere egiziano. Sotto la pressione di op.pubblica europea e missionari cristiani Ismail (nipote di ali), nel 1877 è costreto a nominare il generale inglese Gordon governatore del sudan, con il compito di stroncare lo schiavismo. Verrà poi nel 1881 l'inizio dell'agitazione a sfondo nazionalista guidata da Arabi pascià.

Le politiche di riforma e modernizzazione messe in atto dai diversi stati quasi mai toccano le basi dei sistemi di egemonia sociale ed ideologica all'interno delle società africane. Permane dunque un sostanziale ordine strutturale di disuguaglianza tra governanti e sudditi, e poco cambiano le condizioni di status, individuale e di gruppo. Certo, il processo di concentrazione del potere e di costruzione dello stato ha l'effetto di diminuire drasticamente il libero esercizio della violenza da parte di poteri minori (Es sacrifici umani). Il potere di “prendere la vita” è sempre più esclusiva del sovrano. Diminuisce quindi la violenza privata, ma nel complesso aumenta quella al centro della società politica.

Sul piano sociale si impongono classi che, come i mercanti e altri, controllano risorse, dipendenti e schiavi. Tuttavia i vertici mantengono la capacità di limitare la riproduzione della ricchezza individuale: il sovrano è in via di diritto erede dei beni di tutti i suoi sudditi. Quasi ovunque queste manifestazioni di supremazia non vengono messe in discussione, se non quando intervengano fattori religiosi. Infine, gran parte degli stati africani dell'ottocento sono multietnici, e quasi mai sono monoetnici.

SCRITTURA, RELIGIONE, INNOVAZIONI CULTURALI: L'Africa subsahariana del'800 conosce un'avanzata di elementi culturali non del tutto nuovi,ma ancora poco diffusi. La scrittura è di questi il principale e con essa, la possibilità di acquisire conoscenze specifiche. Essa si diffonde in connessione alle attività commerciali, e all'espansione delle “religioni del libro”. Si ha infatti una ripresa del cristianesimo nelle regioni dove era già insediato (Etiopia ed egitto), nonché un rilancio dell'evangelizzazione all'interno e in africa orientale ed occidentale, con implicazione sovversive rispetto all'impianto ideologico e sociale dominante, con la presenza di istituzioni educative e la diffusione della contestazione di alcuni costumi come la poliginia. (Es: costa d'oro). Nel corso del secolo si sviluppa un vigoroso clero africano, specialmente protestante, e si moltiplicano le chiese etiopiste, che valorizzano l'apporto specifico al messaggio cristiano delle popolazioni nere.

LA SPARTIZIONE DEL CONTINENTE: CAUSE E MODALITA' UNA FASE DI PASSAGGIO: Il colonialismo è un fenomeno complesso, che si è manifestato in epoche diverse e con diverse finalità. Con riguardo all'africa moderna, è il processo che si è sviluppato nell'ottocento quando l'europa, sotto l'impulso del nazionalismo e del capitalismo, ha proceduto all'occupazione sistematica del continente. La pretesa di civilizzazione passava in secondo piano, e si puntava al controllo del territorio e allo sfruttamento delle risorse. Semmai la superiorità presunta della civiltà europea, fu usata come diritto morale ad agire in Africa. E così, insieme all'imperialismo, il razzismo divenne un ingrediente della cultura europea. Un proto- spartizione dell'africa si era manifestata già dal seicento, ma ancora a metà XIX secolo non si aveva un sistema di dominazione “coloniale”. L'Europa si limitava ad intervenire negli scambi, con dosaggi mirati solo a soddisfare i propri interessi economici a costi contenuti. La fine della tratta, rappresentò una sterzata per le due parti. Alla schiavitù subentrano altri progetti di sfruttamento, basati sul traffico lecito delle risorse africane (Gomma, Legname, avorio, arachide, olio di palma). Ma non era solo questione di produzione: servivano, oltre a nuovi prodotti, nuovi intermediari e nuovi modi di governare.

In Africa, d'altro canto, erano in crescita nuove elites politiche che cercavano di imitare gli europei per condurre le società locali alla sicurezza e al progresso, anche collaborando con gli stessi colonizzatori. L'accresciuta mobilità sociale dovuta all'aumento dei commerci aveva minato le istituzioni tradizionali, e si stava cercando dall'interno di superare la dispersione del potere politico. Ma le differenze ancora enormi tra le due culture, come quelle nel tema della proprietà privata, finirono per rendere vani gli sforzi di adattamento delle varie formazioni statali africane alle novità.

IL RUOLO DELLE COMPAGNIE COMMERCIALI: IL COLONIALISMO INFORMALE: Per molto tempo l'Africa esistette strategicamente nell'ottica degli europei solo per le sue regioni costiere. Cominciando dal XV-XVI secolo al portogallo, subentrarono poi l'olanda (che fondò una base al capo di buona speranza nel 1652), la Francia (senegal nel seicento e poi Algeria nel 1830I e Inghilterra (Costa d'Oro, Gambia, Sierra Leone). L'africa era inizialmente trascurabile nei piani delle grandi potenze, che pensavano più ad asia ed india (soprattutto dopo l'apertura del canale di Suez nel 1869). L'Africa

occidentale era oscurata dall'egitto: il nilo sembrava più importante dell'atlantico. Le mosse di avvicinamento coloniale si mimetizzarono dietro l'impegno contro il commercio degli schiavi. Non molto diversa era la situazione nelle regioni orientali. Solo in Africa meridionale il colonialismo aveva costruito degli avamposti solidi. (Capo di buona speranza, sud africa). In questa prima fase la storia coloniale mancava una penetrazione all'interno, e la storia coloniale si nutrì di imprese di dettaglio di viaggiatori, commercianti ed avventurieri. Verso la metà del XIX secolo si moltiplicarono i trattati e i rapporti con i sovrani locali, abusando delle condizioni di inferiorità degli interlocutori. Finchè possibile, l'esercizio della giurisdizione europea in africa restò affidato alle ompagnie a Carta (Chartered, compagnie commerciali), basandosi su un'autorità spesso pretesa o fittizia, legalmente dubbia nel diritto internazionale. Col il passaggio al commercio lecito tuttavia, questa strategia ri rivelava sempre meno adatta: la “civilizzazione a scopo di lucro” era un processo gravoso, non attuabile dai privati delle compagnie. Fu così che l'inghilterra vittoriana si convertì alla conquista diretta. Non era più tempo di imperi informali, anche sotto la spinta dei commercianti/missionari/esploratori/militari/funzionari europei che erano già sul posto.

L'avanzata del colonialismo bloccò sul nascere i presupposti per una riorganizzazione autonoma degli stati Africani. Fu soprattutto nell'africa occidentale che la tensione maggiore, concludendosi sempre con la vittoria del colonialismo, mentre nella fascia sahelo-sudanese la penetrazione europea si dovette confrontare con gli effetti della rinascenza islamica.

IMPERIALISMO E COLONIALISMO NELLA TEORIA E NELLA PRATICA: Colonialismo deriva dal latino Colonia, un insediamento romano in terra di nuova conquista. Di esso si può parlare solo intorno al 1880. la conoscenza stessa dell'africa infatti, specie di quella nera, era limitata.

Le idee del mercantilismo instaurarono col tempo relazioni commerciali esclusive con le metropoli, anche prima del passaggio della sovranità. La Francia, fu la prima a persuadersi dei vantaggi del “patto coloniale”: le colonie dovevano produrre solo per le metropoli, e consumare solo i suoi prodotti.

Ma come si spiega il repentino mutamento d'indirizzo che si manifesta ovunque a fine XIX secolo? Le rivalità infraeuropee, in primis quella tra francia e inghilterra, sono una causa dello scramble. Altre cause sono le crisi istituzionali all'interno dell'africa stessa, il presunto dovere morale di civilizzazione dei continenti arretrati da parte degli europei, e soprattutto le cause economiche: è infatti l'evoluzione del capitalismo 8con la caduta della rendita) che stimola l'europa a cercare altrove altri sbocchi, risorse e mercati(“Imperialismo come fase suprema del capitalismo” Lenin). Tuttavia un modello esclusivamente economicistico da solo non spiegherebbe la spartizione avvenuta tra 1880 e 1900. Infatti gli investimenti di capitali fatti in Africa dalle potenze europee sono nettamente inferiori a quelli svolti in altri paesi come la Cina e la Turchia. Tra i protagonisti dello scramble inoltre, non tutti avevano capitali eccedenti da collocare in africa (vedi italia). Dunque non c'era solo una ratio economica: la filantropia, la scienza (profilassi malaria), la religione, perfino l'arte, congiurano a favore dell'imperialismo. La “cultura dell'impero” incontrò opposizioni assai limitate.

Giustificata in parti eguali da povertà e ricchezza, l'emigrazione degli europei diventa uno strumento di conquista, esaltato da conservatori (Rhodes) e socialisti (Saint- simon). Alcune delle colonie avrebbero dovuto essere popolate in massa da settlers dalla madrepatria. Ma poi prevalsero i possedimenti coloniali in cui le metropoli si limitarono all'opera essenziale di amministrazione e sfruttamento economico.

Il ricordo alla via imperiale da parte delle potenze europee è dunque la via maestra per rimediare all'instabilità in Africa come nelle altre aree preindustriali del mondo.

AVVIO DELLO SCRAMBLE FOR AFRICA: L'avvio dello scramble iniziò nel 1876, e si completò in sostanza verso la fine degli 80, con un'ultima impennata nel 1895-6. Il cardine è il 1885, anno di chiusura del congreso di Berlino.L'accelerazione del colonialismo si deve a personaggi come Jules Ferry, Cecil Rhodes, Francesco Crispi, personalmente convinti della missione espansionistica.

Il rush della spartizione prese il via come una sfida tra Gran Bretgna e Francia con l'interferenza tedesca.(Con l'impresa d'Egitto nel 1882 era ormai evidente che il regno unito rinunciava al non-colonialismo, regolando la questione del canale di Suez nel 1888 con la convenzione di Costantinopoli). Un ruolo del tutto destabilizzante toccò a Leopoldo II del belgio, che agiva a titolo personale inizialmente con scopi filantropici (crociata contro la schiavitù), ma poi con evidenti obiettivi politici (Regno del congo). La Francia si prese Senegal, Tunisia. La germania stipulà protettorati in Camerun e togo, e occupò il tanganika e la namibia. La gran Bretagna dopo l'egitto, sarebbe poi emersa come la superpotenza africana e mondiale, tenendo conto che il suo impero cpriva circa un terzo del globo.

LA DIPLOMAZIA DEL COLONIALISMO: LA CONFERENZA DI BERLINO: Al centro di questa fase turbolenta s pone la conferenza di berlino: essa però si limitò a stabilire quali dovessero essere le modalità della futura occupazione e per il resto si dedicò a ancire il principio del libero scambio nei bacini del congo e del niger. I capi politici africani non furono nemmeno presi in considerazione come partecipanti alla riunione. Si cercò di cooptare potenze protzioistiche come francia e portogallo verso il libero scambio, stabilendo nel contempo delle sfere di influenza esclusive. Il congresso si aprì il 15 novembre 1884 e si chiuse il 26 febbraio 1885, con una luce verde per la spartizione dell'africa. Malgrado qua e là la presenza di vaghi intenti morali, dai 38 articoli che compongono l'atto finale del congresso uscì rafforzato un sistema che beneficiava le potenze europee e sfruttava più che proteggere gli africani.

LA CONQUISTA TRA RESISTENZA E COLLABORAZIONE: Non sempre l'occupazione fu indolore, ed ovunque possibile gli africani difesero l'indipendenza e l'autorità costituita. Nelle sue varie manifestazioni, la “Resistenza primaria” dell'ancien regime africano si profila spesso come un'ipotesi alternativa di politica. Alla testa del movimento si posero autocrazie o oligarchie civili, militari e religiose che difendevano anzitutto il proprio potere e , di riflesso, la continuità di certe visioni dela società. Comunque, i tentativi non ebbero successo.

In molti casi l'occupazione fu il prodotto di trattative e compromessi, ma spesso furono necessarie anche vere e proprie guerre (Asante, sudan e benin per la GB, Guinea di samori toure sconfitta solo dopo 25 anni, macina e Madagascar per la FR.) Lo squilibrio sul piano militare fu il fattore determinante delle varie sconfitte degli africani, che compensava di gran lunga l'inferiorità numerica e gli inconvenienti logistici che dovettero affrontare gli europei. Caso unico di sconfitta europea fu l'umiliazione inflitta dall'etiopia di menelik II agli italiani di oreste baratieri, nel marzo 1896 ad Adua.

Fenomeno a sé furono le ribellioni post conquista, provocate dalla durezza della repressione, dei tributi, del reclutamento coatto, dall'alienazione delle terre o dal semplice ricordo della libertà perduta. (Rivolte in Rhodesia del sud, Maji maij in Tanganika, a sud ovest rivolta degli herero).

Antitetica a quella della resistenza primaria la prospettiva dei “collaboratori”, ceti con un'istruzione o specialità tecniche e professionali che erano meglio disposti a sopportare l'intrusione e il dominio. Risolutivo in particolare per gli europei fu l'aiuto degli intermediari commerciali. Essi sapevano che la resistenza aramata non sarebbe

servita, e preferivana cercare di partecipare dall'interno al sistema coloniale, il quale credevano sinceramente portatore di progresso e libertà.

Una volta impiantata l'amministrazione coloniale gli europei ebbero bisogno di collaboratori nella gestione degli affari statali: funzionari, interpreti, soldati.

IL COLONIALISMO IN ATTO: Gli accordi franco-inglese e anglo-tedesco del 1890, e quello anglo-portogese del 1891, furono passaggi importanti dello scramble: l'Ighilterra, che aveva annesso il kenya nel 1886, ottenne nel 1990 l'uganda. Il 1898 fu l'anno risolutiva per la competizione franco-britannica (Per egitto, sudan e valle del niger) in africa, la linea di penetrazione della francia da ovest ad est s scontrò con quella inglese da nord a sud presso Fashoda, nell'alta valle del nilo, ma la sproprorzione delle forze, convinse i francesi a desistere. La Francia ottenne di collegare il dahomey con il bacino del niger, fornendo continuità ale suo colonie dell'africa occidentale, ma dovette rinunciare per sempre alla regione del delta.

In conclusione la Francia ebbe tra AOF ed AEF, Senegal, Niger, Ciad, Mauritania, Guinea, Costa D'Avorio, Dahomey, gabon, medio congo e Madagscar. L'inghilterra ebbe Costa D'Oro, Nigeria, Uganda, Kenya, e alla fine della 1 G.M. Il tanganika, completando di fatto l'asse dal capo al cairo. Il portogallo si ritagliò l'angola, il mozambico e alcuni possedimenti nell'africa occidentale. L'Italia si limitò all'eritrea e alla somalia. Il Belgio avocò a sé nel 1908 l'amministrazione del congo. Olandesi, danesi e scandinavi furono tagliati fuori. Rstò formalmente fuori dallo scramble la Liberia, fondata da ex schiavi americani e costituita in repubblica indipendente nel 1847. Le annessioni degli ultimi territori norafricani dell'impero ottomano avvennero subito prima la grande guerra. Nel 1912 la francia si assicurò il protettorato sul marocco. L'italia si impadronì della libia nello stesso anno.

Diverse regioni furono sottomesse effettivamente solo dopo molto tempo dalla proclamazione formale della colonia, e in molti casi l'amm. Coloniale non riuscì mai ad insediarsi del tutto.

POLITICA, SOCIETA' ED ECONOMIA NELL'EPOCA COLONIALE CESURE E CONTINUITA': La presenza europea nell'africa subsahriana, risale alla fine del XV secolo, ma è una presenza commerciale, non politica. L'Africa continua per lungo tempo ad essere governata dagli africani, con la sola eccezione del capo di buona speranza. In Questo senso, lo scramble di fine 800 è un fenomeno rivoluzionario nel rapporto tra africa ed europa.

Il dominio coloniale rappresenta una parentesi temporale assai circoscritta per gran parte dell''africa subsahriana: dalle due alle tre genrazioni, tra i 50 e gli 80 anni. In molte regioni inoltre, la reale comparsa di strutture politico-amministrative coloniali si verifica solo ben dentro al XX secolo (Guinea spagnola, angola, mozambico, sudan anglo-egiziano). Il colonialismo non fu nemmeno un fenomeno unico, perchè ci furono più colonialismi, opera di più potenze europee, con progetti diversi e con reazioni diverse da parte degli africani. Molte ricostruzioni storiche hanno sottolineato gli effetti epocali dell'esp. Coloniale. Questi sono innegabili, ma non bisogna esagerare l'assolutezza di questa cesura, sottovalutando il peso e la portata degli elementi di continuità, sviati dalla chiave interpretativa semplicistica che contrppone la “tradizione” indigena alla modernità europea. I mutamenti provocati da colonialismo infatti, si innesitano in un sistema che li assorbe e li metabolizza gradualmente, e li integra nell'ambiente fisico e culturale. Ad evidenziare la continuità si consideri anzitutto che la composizione demografica del continente rmane immutata o varia in modo marginale. I tentativi riusciti di trapianto in colonia di popolazioni esterne

(Kenya, Algeria, Angola, Eritrea, namibia..) non riguardano che numeri limitati di persone.

Il dominio europeo nel suo insieme non incide significativamente sul quadro umano del continente, e nemmeno a livello di paesaggio. Il colonialismo rimane un episodio di conquista a scopo di sfruttamento delle risorse naturali e di prestigio imperiale (porti, basi, vie postazioni strategiche), che non può essere visto come un momento di rottura assoluta tra ciò che lo precede e ciò lo segue.

RISTRUTTURAZIONE POLITICO TERRITORIALE E QUESTIONE DELL'AUTORITA': Se si considera invece solo il quadro territoriale dell'africa subsahariana coloniale, la cesura col passato appare nettissima. Sono ancora riconoscibili nelle loro frontiere Etiopia e libia, ma in generale i nuovi confini non corrispondono se non in rari casi a limiti politici già esistenti. L'inserimento coloniale modifica grandemente anche gli assetti politico-istituzionali, ma non li sostituisce completamente con nuove istituzioni. Subito dopo la conquista si hanno fenomeni di anarchismo, propiziati dall'improvviso vuoto istituzionale creatosi. Vi è poi il rpocesso di “pacificazione”, che stabilizza il ontrollo europeo effettivo sul territorio. Il superamento di queste fasi conglittuali avviene a cavallo tra 800 e 900, con politich di ricomposizione e ristrutturazione della società e delle gerarchie locali. La regola generale vede un profondo rimescolamento del quadro politico-istituzionale preesistente, e un sostanziale indebolimento delle strutture di potere indigeno. L'autorità politica ed economica passa sostanzialmente agli europei, anche laddove i poteri locali rimangono in carica come collaboratori. Si ha una essa in discussione della giurisdizione delle corti indigene e dell'autorita del capo, attraverso la possibilità di ricorrere in apello al giudice coloniale. Il degrado del prestigio dei capi indigeni è drammatico, anche per via dela loro compromissione con gli ingranaggi della macchina di potere coloniale. La perdita della sovranità investe le basi stesse di legittimazione e consenso delle precedenti gerarchie di autorità.

L'AMMINISTRAZIONE DELLE SOCIETA' COLONIZZATE: Per tutta la prima metà del 900 la gestione amministrativa locale costituisce un problema centrale per i poteri metropolitani, nel cercare un equilibrio tra costi e gravami di gestione e ottenimento del consenso o della non conflittualità da parte degli africani, nonché del perseguimento del profitto. Le potenze coloniali devono infatti giustificare di fronte all'opinione pubblica in patria le spese. Le risposte date a queste esigenze sono varie e diverse. Le più signifative e rappresentative sono quella francese e quella inglese, che hanno avuto il predominio territoriale e demografico. L'assimilazione di stampo francese e l'amministrazione indiretta di stampo inglese sono i due estremi di uno specchio di soluzioni intermedie molto numeroso.

La Francia praticò in linea di massima na politica centralizzata e uniforme secondo il principio dell'assimilazione, figlia del retaggio della rivoluzione del 1789. Nei suoi territori ci fu così meno discriminazione razziale, ma più fatica da parte degli africani a mantenere la propria identità.In presenza di istituzioni statali ben radicate come in Tunisia e Marocco, la francia scelse inoltre la strada del protettorato.

L'inghilterra contrappose un sistema più pragmatico e realista: per tener conto delle diversità apllicò ove possibile l'amm. Indiretta, impiegando le autorità tradizionali sotto la giurisdizione di un governatore che rappresentava la corona e garnativa l'unità del sistema. Tuttavia il consevatorismo istituzionale inglese portò comunque con sé forme di segregazione culturale e di discriminazione razziale, tanto che ovunque la gran bretagna evitò il meticciato.

La Germania restò fedele al cliché del conquistatore: gli indigeni furono trattati come materiale umano. Le politiche di belgio portogallo ed Italia si inseriscono invece nel filone del governo diretto, avendo più poveri da esportare, e ponendo solo europei

nell'amministrazione. (Il congo belga con una piramide gerarchica che aveva però alla base dei capi africani, il portogallo con il “Lusotropicalismo”, che diede vita ad un vasto meticciato, distinguendo però tra civilizzati, assimilati e indigenati.)

Va detto che il colonialismo francese è un colonialismo di reazione, che occupa terrirori più per prevenire l'occupazione da parte di altre potenze che per effettive necessità economiche. Un colonialismo quindi prettamente politico e militare, anche per far fronte ale dure resistenze di forti entità statuali islamizzate nei bacini del sengal e del niger. A livello amministrativo il territorio africano venne suddiviso in cercles, subdivisions e cantons, con vasto impiego di personale europeo, mentre il personale indigeno prevale a livello di cantone. I francesi mirano a creare un gruppo dirgente locale, selezionandolo in base al grado di emancipazione e distacco rispetto alla cultura politica indigena. Le istituzioni precoloniali sono tollerate, ma in un'ottica di dominio contingente, che le vede destinate a scomparire. Ma è pur vero che nonostante questa teoria, la reale pratica politica della francia conosce tutta una serie di aggiustamenti e compromessi anche macroscopici (es: circolare ponty nel 1909, che raccomanda di divdere i cantoni seguendo un criterio di coincidenza con realtà etnico- linguistiche), per rispondere in maniera pragmatica alle diverse situazioni.

Il sistema dell'indirect rule, applicato soprattutto In nigeria ed uganda, si sintetizza in una frase del vicere d'egitto Lord Cromer: “noi non governiamo i popoli assoggettati, governiamo solo coloro che li governano.”

L'opera di Frederick Lugard “The dual mandate in british tropical africa”, è il manifesto di tale sistema. I monarchi ed i capi indigeni possono amministrare i propri territori e i propri sudditi per conto dello stato coloniale. Questo vale in generale per tutti i i domini inglesi, con alcune eccezioni. (Costa d'oro, l'indirect rule fu imposta solo nel 1925 dopo un lungo periodo di meticciamento istituzionale). Ma il governo indiretto è concepito su una data idea di organizzaizone statuale (dominio imperiale) e di cultura politica (quella del colonizzatore). Non è perciò propenso ad accettare un'autorità meno verticistica e più diffusa come quella africana. Non sono contemplati sistemi acefali: dove i capi non esistono, essi vengono creati. Il colonialismo segna dunque se non la fine, certamente il confinamento estremo delle aree di a-statualità in quasi tutta l'africa subsahriana.

SVILUPPI ECONOMICI E SOCIALI: Nell'epoca coloniale la popolazione africana conobbe una crescita complessiva dopo un calo iniziale. Pare tuttavia assodato che le vicende coloniali abbano inciso in maniera negativa sui processi di crecita demografica dell'800, soprattutto in africa equatoriale e a sud ovest, dove agli effetti della conquista si aggiunsero la dureza del clima e le malattie a provocare veri e propri salassi demografici.

Con il consolidamento delle colonie e la fine dei conflitti le condizioni generali migliorarono gradualmente, specie dopo la prima guerra mondiale, con lo sviluppo dell'agricoltura commerciale ed il miglioramento dei servizi sanitari. Tuttavia la polazione indigena tende ad essere emarginata rispetto alle aree produttive migliori, o costretta a spostare i propri insediamenti. La modificazione della distribuzione della popolazione si accompagna anche alla creazione di nuove infrastruttire dello stato coloniale. (Es: la ferrovia mombasa-piantagione porta alla fondazione di Nairobi). Strade e ferrovie sono la maglia urbana del sistema coloniale, predisposte alle operazioni militari e al commercio. L'urbanizzazione coloniale è un fenomeno complesso: la città è la sede del potere coloniale, la vetrina del progresso. Si deve al colonialismo se le metropoli africane vanno risosizionandosi dall'entroterra verso le coste. Con le nuove vie di comunicazione si ha uno sviluppo abissale in afr. Occidentale rispetto alle limitate realtà inediative ed economiche di pochi lustri prima.

(vedi espansione dakar e Addis abeba). Le città dell'africa orientale sono più spesso di origine rcente, mentre la geografia urbana dell'interno è completamente nuova.

Complessivamente si può dire che lo sviluppo urbano coloniale rappresenti un processo nuovo e rivoluzionario in gran parte dell'africa orientale, centrale e meridionale, mentre è più in linea con l'urbanizzazione locale in africa occidentale, con lo sviluppo dei centri antichi meglio colocati sulle rotte commerciali. Le città hanno costituito il luogo della sintesi tra tradizione e modernità.

Con il colonialismo si completa il processo di integrazione dell'economia africana a quella mondiale, con l'introduzione del capitalismo, dell'economia monetaria, del fenomeno della monocultura, di nuove forme di status sociale (Es gruppi salariati/ lavoro dipedente). Lo sviluppo coloniale è legato alla madrepatria, in quanto l'economia della colonia era un'appendice di quella della metropoli: le risorse locali vanno infatti ad alimentare un settore di produzione situato fuori dal continente, mentre il fabbisogno interno è soddisfatto da importazioni sempre dalla madrepatria.

PROCESSI CULTURALI E NUOVI GRUPPI DIRIGENTI: Con l colonialismo l'africa si immerge nella cultura occidentale. Il tempo diviene quello scandito dal calendario gregoriano la scrittura diviene lo strumento primo di promozione individuale per chi non controlli ricchezza. Le lingue dei dominatori divengono quelle ufficiali, accanto o a discapito di quelle africane. (francese, portghese, inglese). Si ha una certa difffusione dell'istruzione scolastica sul modello europeo (prime università--> Fourah Bay College nel 1876 in Sierra leone), anche se in misura molto ridotta. Gli istruiti avranno poi un ruolo decisivo nelle fasi di ritorno all'indipendenza. L'islam prosegue la sua diffusione secondo direttrici già assestate, mentre il cristianesimo fa registrare una crescita veramente prodigiosa. Ciò nonotante, per tutta l'epoca coloniale, la religione tradizionale africana resta viva e presente nel panorama sociale di tutto il continente. (leggi p.229-230-231)

IL COLONIALISMO ITALIANO DAL MEDITERRANEO AL MAR ROSSO: Al pari delle altre potenze, l'italia ha partecipato all'ccupazione in africa. Ma il suo colonialismo è venuto in ritardo, e ha avuto proprorzioni più ridotte. Questo ha consentito all'italia, dopo la fine dell'era coloniale, di recuperare più prontamente una relazione di collaborazione, con i paesi africani indipendenti. L'Italia dunque, non è passata per i travagli della decolonizzazione. Diffusa è inoltre la tendenza ad autoassolversi, addebitando le suo colpe al fascismo.

Le terre mediterranee sembravano alla portata italiana, ma gli interessi pesanti di fra e ingh fecero si che il nostr paese dovesse accontentarsi di una prelazione sulla libia conquistata poi nel 1911. Facendo parte della triplice alleanza l'italia mise momentaneamente da parte la questione dell'irredentismo,rispetto alle ambizioni nel mediterraneo, dove poteva avvalersi anche del tacito appoggio della gran bretagna, che preferiva lasciare a noi qualcosa piuttosto che all'acerrima nemica francese. A spingere per il colonialismo, oltre al ministro Mancini, contribuirono gli avventuriosi e gli studiosi (Soietà geografica italiana), oltre agli appetiti economici della Marina mercantile, dell'industria cantieristica e dell'industria bellica. Nel blocco di pressione si inserirono inoltre i savoia e i missionari cattolici.

Ma le motivazioni economiche erano deboli: l'italia non aveva capitali in eccesso da ricollocare e i flussi economici con le sue colonie furono sempre scarsi. Ne risulta un colonialismo improvvisato, per emulazione, o al massimo di tipo demografico, spinto anche dal mito dell'impero erede dell'antica Roma. La sinistra storica però, allora al

governo, non aveva in simpatia la politica di conquista (vedi politica delle mani nette di cairoli), poiché poteva distrarre il paese dalla causa dell'irredentismo. L'Italia inoltre aveva da poco realizzato l'unità, ed era ragionevolemente preoccupata di non tirbare una situazione ancora instabile e poco integrata. Tuttavia, la generlizzazione del fenomeno coloniale a praticamente tutte le potenze europee convinse il mondo politico a dare il suo assenso all'espansione oltremare. Al congresso di Berlino, l'italia partecipò però con un ruolo del tutto secondario, tanto più che era stata esclusa in un primo momento dagli invitati, e ammessa solo su sua esplicita richiesta.

I PRIMI POSSEDIMENTI: L'italia aveva molti agganci e tradizioni coloniali ante litteram: le repubbliche marinare, le iniziative in levante e nord africa, i grandi navigatori ed esploratori.

L'insediamento in Africa Orientale iniziò nel 1869 con l'instaurazione ad Assab (città portuale dell'eritrea) di una linea di comunicazione diretta tra mediterraneo e mar rosso, attraverso il canale di suez. Tale instaurazione fu messa in atto dalla compagnia Rubattino, alla quale subetrò nel 1882 lo stato italiano, che diede inizio al colonialismo ufficiale. Tutt'attorno ad assab si fondò la colonia primigenia, l'eritrea (proclamata il 1 gennaio 1890), attraverso un'operazione militare anche violenta, resa possibile, dalla tacita acquiescenza dell'inghilterra.

L'altra direttrice di espansione fu la regione costiera del corno d'africa. No avendo di fronte potestà unitarie, l'italia procedette territorio per territorio, arrivando nel 1905 a prendere ufficilamente il controllo della somalia, proclamata nel 1908 con capitale a Mogadiscio. La posta più ambita comunque, era l'etiopia, la quale a metà 800 era impegnata in un'opera di ricentralizzazione del potere sotto l'impulso di menelik, che aveva spostato la capitale ad Addis Abeba. Si arrivò allo scontro in base ad una lettura discussa dell'art.17 del trattato di Uccialli firmato con Menelik II nel 1889: l'Italia, annche a causa degli aiuti francesi all'etipia, fu umiliata ad adua ed in altre battaglie, chiudendo la sua avventura coloniale in epoca crispina, e causando un'onta insopportabile fino alla rivincita fascista nel 1935. Tuttavia per alcuni anni in italia, nessuno volle più sentir parlare di colonialismo.

GLI ANNI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE: L'attività coloniale riprese in pieno XX secolo, alla fine della fase della pacificazione. Promotore della ripresa fu Ferdinando Martini, artefice nel 1905 del Congresso dell'asmara (Capitale eritrea), dal quale nacque l'Istituto coloniale italiano (ICI, 1906). Grazie alla crisi marocchina l'italia ebbe un incentivo a far valere la sua prelazione su tripolitania e cirenaica, conquistati nel 1912 con il trattato di Losanna. Tale conquista segnò un salto di qualità nell'azione coloniale italiana, che subito dopo fondò un ministero apposito, e nel patto di Londra del 1915 fece inserire un pacchetto di rivendicazioni. Tuttavia i risultati delle trattative in sede di pace a Versailles nel 1919 furono deludenti: l'italia dovette accontentarsi di rettifiche minori alle frontiere libiche e della concessione dell'oltregiuba

LA FONDAZIONE DELL'IMPERO: A conferma dei ritardi del colonialismo italiano, l'occupazione efettiva dei possedimenti in Africa ebbe luogo tra le due guerre, con la trasformazione dei brandelli coloniali in un impero, quando il colonialismo su scala mondiale era ormai in regresso.

Il regime costituito da Mussolini raccolse e coordinò nazionalismo, razzismo, esaltazione della forza, illusione di trovare terre in abbondanza e imperialismo sociale. L'iniziativa del regime di dispeigò pressochè su tutti i fronti. L'Oltregiuba fu effettivamente ammessa nel 1925, la conquista della libia completata (Anche se con gran fatica, e con una sovranità limitata di fatto a Tripoli, Bengasi e a poche altre città, dove le nostre guarnigioni vivevano quasi in stato d'assedio), e la vendetta sull'Etiopia attuata, portando alla proclamazione dell'impero.

La libia fu organizzata per essere una colonia di popolamento: furono istituiti enti di colonizzazione, con un massiccio trasferimento di italiani nelle terre migliori ed un ingente programma di lavori pubblici, econdo una compiuta politica di assimilazione. Negli anni venti fu completata la ricomposizione della somalia italiana, che aveva lo statuto di colonia dal 1908, la quale fornì attraverso una sua frontiera istabile (l'ogaden), il pretesto per alzare la tensione con l'Etiopia. Il negus Haile selassie portò il caso davanti alla società delle nazioni, che però diede prova di grande ipocrisia, condannando l'italia solo a fatto ampiamente compiuto, con sanzioni peraltro poco significative. Nelle nuove condizioni una seconda Adua non era possibile, con il supporto di 400 mila soldati, dell'intera nazione e l'uso clandestino di gas tossici, passando sopra alle norme internazionali. L'esercito italiano di Badoglio entrò ad addis Abeba il 5 maggio 1936, il 9 maggio dal balcne di piazza venezia il duce proclamò la fondazione dell'impero.

Ma la presenza italiana in etiopia durò solo 5 anni, con un controllo del territorio peraltro sempre precario. L'impero fu comunque riunito e ribattezzato come Africa orientale italiana (AOI). Esso aveva 12 mln di abitanti, e godette di una politica di sviluppo e modernizzazione notevole, con risultati oggettivamente rilevanti. Quello italiano fu sempre un colonialismo autoritario, specultaivo, senza forme di partecipazione o istituzioni intermedie, che puntava a fare delle colonie altrettante estensioni oltremare dell'Italia. In pratica però, si sarebbe seguita una politica indigena volta alla separazione, se non alla segregazione, con il divieto delle unioni miste nel 1937 e le leggi razziali nel 1938. Come sbocco dell'emigrazione, le colonie furono una delusione. La colonizzazione agraria invece, ondeggiò tra modello demografico e capitalista, e ci si orientò verso aziende di stato con capitali pubblici di dimensioni via via sempre più vaste, tendendo a fare dei lavoratori immigrati italiani non solo gli attori ma anche i guardiani dell'impresa coloniale, attraverso l'abrgazione del diritto terriero consuetudinario. Questa decisione provocò malcontento e resistente attive della società rurale africana, che ostacolarono gli obiettivi delle riforme coloniali. La resa economica fu un fiasco anche a causa della sarsità delle risorse, con la mancanza di fonti di energia e di ricchezze minerarie (scatolone di sabbia). Sul fronte scolastico agli africani era consentito l'accesso solo fino alla quarta elelmentare, in istituti tenuti quasi tutti dai missionari cristiani. La discriminazione razziale nell'impiego e nell'educazione ritardò la formazione di elites culturali.

LA PERDITA DELLE COLONIE: Tutti i possedimenti italiani andarono perduti nel corso della seconda guerra mondiale, sotto l'offensiva degli essercit alleati, per la maggior parte inglesi. L'Africa orientale fu persa nel 1941 e la Libia nel 1943. L'etiopia divenne indipndente nel 1941, mentre gli altri paesi furono ripartiti

(fai sul libro da p.258 a p.264)

ORIGINI E SVILUPPO DEL NAZIONALISMO VECCHIA E NUOVA STATUALITA': Il colonialismo stabilì una nuova mappa geopolitica dell'africa, senza tenere in alcu conto la processualità politica precedente. Al posto della miriade di entità politiche prima dello scramble, il colonialismo

procedette a costruire poche decine di possedimenti, retti da sistemi di governo europeo che, con poche rettifiche, saranno i fu0turi stati indipendenti. La lista delleentità statali scomparse, o dei sovrani e capi africani uccisi o imprigionati (arabi pascià, samori touré) sarebbe lunghissima.

I confini delle singole colonie non rispecchiavano i contorni delle compagini politiche preesistenti, ma anzi spesso le smembravano. I confini tracciati, non erano neppure stabili. Ciò che sopravvisse delle oligarchie precoloniali fu solo il senso di identità etnica e politica, che però non fu sufficiente a contenere l'avanzata europea, ne a contrapporgli un'alternativa istituzionale efficace. La resistenza primaria durò a lungo, e fu poi musa ispiratrice dei valori dei nazionalisti che ricostruirono gli stati indipendenti, che erano però in larga parte provenienti dal ceto dei collaboratori del colonialismo. (“Il nazionalismo africano fu uno dei sottoprodotti del nazionalismo”). La leadership dei movimenti anticoloniali sarà assunta dalle piccole borghesie burocratiche, cresciute all'ombra dele strutture di potere coloniale.

IL MITO DELL'ETIOPIA E IL CASO DELLA LIBERIA: Soltanto Liberi ed etiopia conservarono l'indipendenza durante il periodo coloniale. In entrambi i casi l'org, politica era centralistica e faceva ricorso a forme di clientelismo ed assimilizione per controllare il resto del paese. Ma mentre il governo etiopico era di tipo indigeno, quello della liberia era di ascendenza occidentale.

La premessa della decolonizzazione doveva essere il riscatto morale dei neri, ovunque si trovassero. Anche in questa propsettiva etiopia e Liberia spettava un compito speciale, come antica “Madre nera” e come riprova che la schiavitù poteva essere sconfitta. La liberia in particolare teneva alta la torcia della libertà. Un'analoga funzione di raccolta degli schiavi liberati fu assegnata alla Sierra leone, scelta da londra nel 1787 per reinsediare gli ex schiavi inglesi e canadesi. Per le avanguardie afroamericane la liberia e la sierra leone erano le nuove gerusalemme.

La Liberia tecnicamente nacque come colonia dell'American colonization society (ACS), che la fondò nel 1822. Nel 1847 divenne ufficialmente una repubblica indipendente, con capitale a Monrovia. Il governo apparteneva ad una minoranza di americano-liberiani di cultura occidentale, lingua inglese, proprietà privata e cristianesimo. I creoli della sierra leone erano perciò molto più africani per cultura dei neri di monrovia, e furono loro a fonare nel 1876 il Fourah Bay college, la prima universitò africana. La liberia era dipinta come una nuova etiopia per la nuova africa. Etiopia che era seconda per prestigio solo all'egitto, e che ai primordi dell'africanismo veniva evocata come sinonimo di africa, africano e nero. (I”l culto dell'etiopismo è stata forse la prima battaglia per la riscoperta della personalità africana”). Di fatto l'etopismo può essere considerato un atto politico in termini religiosi, tanto più che il clero etiope credeva in chiese indipendenti ed autosufficenti pr gli africani. Sotto la spinta dei campioni del panafricanismo marcus garvey e W: Du Bois si cominciò ad elaborare un discorso politico in grado di legare il passato con il futuro, precendendo il nazionalismo africano. L'Obiettivo degli intellettuali di questa generazioe era di affrancare gli africani e i neri dalla loro soggezione all'occidente, diffondendo una teoria di africanità sulla base di idee, strumenti e pratiche derivanti però dall'occidente stesso.

Ma l'autonomia degli stati che avrebbero dovuto illuminare il continente oscurato era estremamente fragile. La liberia e gli altri insediamenti avevano una democrazia seriamente zoppicante, che distingueva in tema di diritti tra ex schiavi venuti dall'america ed indigeni, così poco “liberati” da rivolgersi addirittura alle potenze europee per chiedere aiuto., in un rapporto di ostilità tra creoli e nativi. Già intorno al 1875 le ilusioni di gloria della prima liberia erano svanite, con un governo che Blyden definiva in mano ad una coalizione di uomini venali ed insensibili alle necessità del

paese. La liberia non fu così invitata al congresso di berlino del 1884, malgrado le pretese di indipendenza, la repubblica era percepita come una colonia di fatto di inghilterra o stati uniti.

PANAFRICANISMO E NEGRITUDINE: Le condizioni di spezzettamento e manomissione in cui versava il continente non erano propizie alla diffusione del nazionalismo nell'accezione convnzionale. Risolutivo fu così il contributo delle diaspore nere, in particolare co il panafricanismo e la negritudine, che si rivolgevanoa tutti gli africani e ai neri delmondo, in un nazionalismo privo di nazioni. Le finalità sono orientate alla libertà, alle rivendicazioni d'indipendenza e a recupero dell'identità negata. Gamal Afgani, progenitore del fondamentalismo islamico, costituì un riferimento per il risveglio nazionale di musulamani d'asia e d'africa. Marcus garvey è il fautore del “ritorno” dei neri in Africa. Con il suo nazionalismo a sfondo razziale si spinse fino a lambire a sua volta una forma di razzismo. Fondò la Universal negro improvment association (UNIA).

Più attento alle questioni politiche fu William Du Bois, secondo il quale la liberazione era un processo culturale e sociale, prima che razziale. Egli organizzò una serie di congressi Panafricani in diverse città europee,nei quali si parlava di diritti, di istruzione, di sanità e non di indipendenza. Con il congresso di manchester del 1945 il compito della diaspora poté dirsi concluso, e la parola passò ai nazionalisti africani.

Se il panafricanismo si colloca in una dimensione prettamente politica, nella negritudine prevale l'elemento culturale. Essa, elaborata soprattutto da intellettuali francofoni, agisce sulla considerazione che i neri hanno di sé e della propria civiltà, cercando di risvegliare una indipendenza culturale che non può non presuppore una emancipazione politica. Come afferma Senghor, presidente del senegal dal 1960 al 1980, la negritudine punta a riammetere i neri, finalmente indipndenti e sicuri di sé, nella civiltà universale.

Panafricanismo e negritudine furono accusati dal movimento antiimperialista di porre troppa enfasi sulle divisioni etniche e razziali, isolando gli africani ed i neri dagli altri popoli impegnati contro il colonialismo, a vantaggio dele elites dominanti.

GLI EFFETTI DELLE DUE GUERRE MONDIALI: Per tutto il periodo coloniale l'africa restò ai margini della scena internazionale. Tuttavia essa non mancò di subire i contraccolpi delle guerre mondiali, dei progressi tecnologici, delle crisi economiche.

Durante la prima guerra mondiale l'africa fu duplicamente convolta come sede dello scontro (specie nei possedimenti tedeschi) tra le potenze europee e come rifornitrice di soldati per i campi di battaglia. Ciò provocò una tremenda penuria di cibo, nonché alcune devastanti epidemie (come l'influenza spagnola). Si valuta che complessivamente allo sforzo bellico parteciparono circa 500 mila africani, che ebbero una prima occasione per confrontarsi con la realtà europea, ed incrinare il mito dell'invincibilità dell'uomo bianco.

Intanto il colonialismo non era più in sintonia con gli equilibri che si andavano delineano sul piano internazionale (principio di autodeterminazione dei popoli contenuto nei 14 punti di wilson e azione della sinistra mondiale contro il capitalismo e l'imperialismo). La guerra inoltre, sancì la scomparsa dell'impero ottomano, che pose fine al lungo dominio turco sul mondo arabo. Ma il principio di autodeterminazione aveva un senso in europa, e un altro de tutto diverso al di fuori di essa. Infatti le colonie tedesche espropriate gurono semplicemete riassegnate alle potenze vincitrici, tramite l'isituto del “mandato”. La società delle nazioni si occupò di amminstrare o far amministrare i terriotri prima che cadessero nell'anarchia. Anche se i paesi africani non videro mutato il proprio status coloniale, con la prima guerra mondiale ha fine convenzionalmente l'età dell'imperialismo. Il principio di autodterminazione non era

stato applicato, ma il dado era stato tratto. Alcuni movimenti politici nacquero e se ne impossessarono , spalleggiati anche da un'opposizione al colonialismo anche europea (liberali, umanitaria, anticapitalistica).

Nel 1927 si tenne a Bruxelles il primo congresso afro-asiatico della storia, sui temi dell'indipendenza e dell'emancipazione.

Di fronte a questa tensione crescente, gli europei cercarono di rimediare aumentando l'impegno nell'amministrazione coloniale, attraverso nuove infrastrutture e un allargamento della base industriale, oltre ad una fioritura dell'agrocoltura capitalistica. Tra le due guerre l'africa conobbeinoltre una crescita demografica dovuta al calo della mortalità infantile. La società africana si diversificò, attraverso l'immigrazione e l'istruzione, fonti di ibridazione e mobilità sociale.

Lo sviluppo economico e sociale, fecero da incentivo al fermento politico, soprattutto anticolonialista. L'amministrazione reagì cercando di fomentare identità tribali, o tenend separate le elites urbane sovversive da quelle rurali, per diminuirne le capacità di mobilitazione. Ma i primi partiti politici africani potevano contare anche sull'op. Pubblica europea.

I primi partiti videro la luce a inizio XX secolo a sud del sahara, sia nella versione di congresso, che di consiglio o partito. Quello più antico è l'african national congress, fondato in sudafrica nel 1912. Vi sono poi il national congress of british west africa di casey hayford, e vari altri partiti (rassemblement democratique africain), soprattutto in africa occidentale. Dall'estero intanto personaggi come Nkrumah, Azikiwe e Jomo Kenyatta tornano in possesso di un vasto patrimonio ideologico.

Nacquero anche i primi sindacati, nel trasporto, la p.a. E tra i minatori.

Verso il 1930 infatti la liberia fu bersaglio di investigazioni internazionali da parte della società delle nazioni, a causa della corruzione dilagante e dell'esportazione di forza lavoro in condiizione di semischiavitù. Tuttavia essa fu difesa, in un impeto di solidarietà panafricana, così come l'etiopia dall'aggressione fascista del 1935.

La seconda guerra mondialecompletò il rpocesso iniziato con la prima. Il principio dell'autodetereminazione dei popoli fu riaffermato nella carta atlantica redatta da churchill e roosevelt nel 1941, e sottoscritta anche dall'URSS. Il mito della supremazia del bianco era caduto. Anche l'Africa imboccò la strada dell'indipendenza.

PROCESSO DI DECOLONIZZAZIONE E INDIPENDENZA UN EVENTO DI PORTATA GENERALE: La decolonizzazione ha avuto una dimensione globale, ed ha proceduto in modo pressochè simultaneo in tutti i continenti, incoraggiata dai mutamenti economici e politici post 2^a g.m. La guerra ebbe come primo effetto di cancellare dall'africa i possedimenti dell'Italia. Ma la realizzazione piena e completa dei principi della carta delle nazioni unite e delle dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ,adottata dall'assemblea generale dell'onu nel 1948, fu ostacolata o impedita dalla guerra fredda. Il conflitto est-ovest trovò nel terzo mondo il luogo dela competizione tra due ideologie,

la fine degli imperi coloniali non impedisce la prosecuzione di un apparato di controllo mediante strumenti inforormali come aiuti, influenza culturale, o presenza di forze e basi militari sul territorio.

Con le indipendenze si moltiplicava il numero dei soggetti attivi sulla ribalta internazionale. L'europa aveva cessato di essere il centro del mondo. I paesi membri

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