RIASSUNTO CAPITOLO 35 - "Principi di Economia" di Mankiw e Taylor, Sintesi di Macroeconomia. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
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RIASSUNTO CAPITOLO 35 - "Principi di Economia" di Mankiw e Taylor, Sintesi di Macroeconomia. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

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RIASSUNTO CAPITOLO 35 - "Principi di Economia" di Mankiw e Taylor, sesta edizione italiana dicembre 2015
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MACROECONOMIA CAP. 35 IL TRADE-OFF DI BREVE PERIODO TRA

INFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE

Il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione sono due indicatori dell’andamento dell’economia tenuti sotto controllo. Nel lungo periodo queste due variabili sono in larga misura indipendenti tra di loro ma nel breve periodo avviene il contrario.

La politica economica deve soddisfare il requisito della “coerenza temporale”. Se gli agenti economici fossero convinti che i responsabili della politica monetaria potrebbero modificare le proprie decisioni in futuro, tutte le decisioni di politica monetaria perderebbero di credibilità in quanto temporaneamente incoerenti. Di conseguenza la politica monetaria deve essere prerogative di Banche Centrali indipendenti che abbiano come obiettivo istituzionale la stabilità a lungo termine perché non può essere lasciata nelle mani di Ministri delle Finanze incapaci di impegnarsi credibilmente in obiettivi di bassa inflazione.

CURVA DI PHILLIPS

La curva di Phillips mostra la relazione di breve periodo tra inflazione e disoccupazione.

• Le sue origini

Nel 1958 A. W. Phillips pubblicò un articolo che lo rese famoso. L’articolo dimostrava l’esistenza di una relazione negativa tra il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione (negli anni in cui si registra un basso tasso di disoccupazione, l’inflazione tende ad essere elevata e viceversa). La conclusione di Phillips fu che due importanti variabili macroeconomiche erano tra loro correlate.

La sua scoperta era fondata su dati rilevati in Gran Bretagna ma i ricercatori furono rapidi nell’applicare le sue conclusioni anche ad altre esperienze nazionali.

Due anni dopo gli economisti Paul Samuelson e Robert Solow confermarono la relazione negativa tra disoccupazione e inflazione anche sui dati rilevati negli Stati Uniti. Secondo questi due economisti, tale relazione si istaurava perché la bassa disoccupazione è associata ad una elevata domanda aggregata la quale, a sua volta, genera una pressione verso l’alto sui salari e sui prezzi nell’economia.

Grafico pag. 647

Furono Samuelson e Solow i primi a battezzare la relazione tra inflazione e disoccupazione curva di Phillips.

• Domanda e offerta aggregata e curva di Phillips

Il modello di domanda e offerta aggregata offre una facile spiegazione dei possibili risultati descritti dalla curva di Phillips. Questa infatti si limita a mostrare le possibili combinazioni di inflazione e disoccupazione corrispondenti agli spostamenti di breve periodo della curva di domanda aggregata lungo la curva di offerta aggregata.

Infatti nel breve periodo un aumento della domanda aggregata sposta l’economia lungo la curva di Phillips verso una combinazione di minore disoccupazione e maggiore inflazione.

Grafico pag. 648 Il grafico mostra due possibili risultati ricorrendo al modello di domanda e offerta aggregata (parte a) e alla curva di Phillips (parte b). Quindi si possono confrontare i due possibili risultati per l’economia (punto a o punto b) sia in termini di produzione e livello dei prezzi, sia in termini di inflazione e disoccupazione.

Poiché agiscono sulla curva di domanda aggregata la politica monetaria e la politica fiscale possono far muovere l’economia lungo la curva di Phillips. In questo senso è lecito affermare che la curva di Phillips indica le possibili combinazioni di inflazione e disoccupazione cui possono attingere i responsabili della politica economica.

SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI PHILLIPS: IL RUOLO DELLE ASPETTATIVE La curva di Phillips sembra offrire ai governanti un insieme delle possibili combinazioni di disoccupazione e inflazione ma questo elenco rimane stabile nel tempo? Questa è una domanda che gli economisti si sono posti nel 1960.

• Curva di Phillips nel lungo periodo

Milton Friedman pubblicò un articolo nel quale sosteneva che ciò che la politica monetaria non può fare, se non per un breve lasso di tempo, è abbassare la disoccupazione aumentando l’inflazione.

Nello stesso periodo un altro economista, Edmund Phelps, pubblicò un altro articolo nel quale si negava l’esistenza di un trade-off di lungo periodo tra inflazione e disoccupazione.

Friedman e Phelps sviluppavano il proprio ragionamento fondandosi sui principi della macroeconomia classica. La teoria classica indica nella quantità di moneta la determinante primaria dell’inflazione e stabilisce anche che la crescita della moneta non ha effetti su variabili reali come la produzione e l’occupazione ma si limita ad agire proporzionalmente su tutti i prezzi e i salari nominali. Inoltre concludevano che non c’è ragione di ritenere che il

tasso di inflazione, nel lungo periodo, sia in qualche modo correlato con il tasso di disoccupazione.

Grafico pag. 650

In entrambi i casi (punto a o punto b) il tasso di disoccupazione tende verso il suo livello “normale” chiamato tasso naturale di disoccupazione.

N.B. Friedman e Phelps hanno usato l’aggettivo “naturale” per definire quel tasso di disoccupazione attorno al quale l’economia tende a gravitare nel lungo periodo. Questo non significa che il tasso naturale di disoccupazione corrisponda a quello socialmente desiderabile né che sia fisso nel tempo. Anche se la politica monetaria non può influenzare il tasso naturale di disoccupazione, altri tipi di provvedimenti possono farlo e cioè i governanti devono migliorare il funzionamento del mercato del lavoro.

Grafico pag. 651

Quindi la curva di Phillips di lungo periodo non è altro che un’espressione dell’idea classica di neutralità di moneta. Infatti abbiamo visto che graficamente la neutralità della moneta corrisponde ad una curva di offerta aggregata di lungo periodo verticale.

Ma perché si dovrebbe credere che i responsabili della politica economica si confrontino su una curva di Phillips verticale quando il mondo sembrava offrire le prove dell’esistenza di una curva con pendenza negativa?

Friedman e Phelps erano a conoscenza di queste obiezioni e trovarono delle argomentazioni valide. Essi affermavano che tale relazioni inversa è una caratteristica di breve periodo che non può essere utilizzata dai responsabili della politica economica come un campionario di possibili risultati di lungo periodo. In altre parole il governo può formulare una politica monetaria espansiva per ottenere un più basso livello di disoccupazione nel breve periodo ma alla fine il tasso di disoccupazione torna al suo livello naturale e il permanere di una politica monetaria espansiva induce esclusivamente un’accelerazione dell’inflazione.

Quindi i due economisti hanno applicato la medesima logica alla curva di Phillips: così come la curva di offerta aggregata ha pendenza positiva solo nel breve periodo il trade-off tra inflazione e disoccupazione vale solo nel breve periodo. Inoltre come la curva di offerta aggregata anche la curva di Phillips è verticale nel lungo periodo.

Per spiegare la diversa relazione tra inflazione e disoccupazione nel breve e nel lungo periodo Friedman e Phelps hanno introdotto nell’analisi una nuova variabile chiamata inflazione attesa. L’inflazione attesa misura le aspettative dei soggetti economici riguardo alla variazione del livello dei prezzi; dato che il livello atteso dei prezzi influenza i salari nominali l’inflazione attesa è uno dei fattori che determinano la posizione della curva di offerta aggregata di breve periodo.

• Curva di Phillips nel breve periodo

L’analisi di Friedman e Phelps può essere riassunta nella seguente espressione:

tasso di disoccupazione = tasso naturale di disoccupazione – a (inflazione effettiva – inflazione attesa)

nel breve periodo l’inflazione è data per cui un’inflazione più elevata implica una minore disoccupazione infatti la variabile a è un parametro che misura la sensibilità della disoccupazione all’inflazione inattesa. Nel lungo periodo tuttavia non c’è differenza tra inflazione attesa e inflazione effettiva quindi la disoccupazione tende al proprio livello naturale.

Questa espressione implica che la curva di Phillips di breve periodo non sia stabile infatti ciascuna curva riflette un particolare tasso di inflazione atteso.

Grafico pag. 653

Secondo Friedman e Phelps è pericoloso considerare la curva di Phillips come il campo delle possibili opzioni a disposizione dei responsabili della politica economica e quindi giungono alla conclusione che il trade-off tra disoccupazione e inflazione sia solo temporaneo.

Questa visione del tasso di disoccupazione che tende al proprio livello naturale indipendentemente dal tasso di inflazione viene chiamata ipotesi del tasso naturale.

Grafico pag. 654

Prendiamo in esame i dati che Friedman e Phelps avevano a disposizione nel 1968. Questi dati tracciano una curva di Phillips quasi perfetta: al crescere dell’inflazione, nell’intervallo di tempo considerato, la disoccupazione diminuisce. Infatti i dati rilevati sembravano confermare la relazione inversa tra inflazione e disoccupazione.

Grafico pag. 656

A partire dagli anni 1960 il governo degli Stati Uniti promosse politiche di espansione della domanda aggregata di beni e servizi. Questa espansione venne perseguita in parte attraverso gli strumenti della politica fiscale e in parte con gli strumenti della politica monetaria. Ne risultò una inflazione elevata ma come avevano previsto Friedman e Phleps la disoccupazione non rimase bassa. Il grafico infatti mostra la serie storica dei dati sull’inflazione e la disoccupazione dal 1961 al 1973. Inoltre nel 1973 le autorità di politica economica si resero conto ancora una volta che Friedman e Phelps avevano ragione infatti nel lungo periodo non esiste un trade-off tra inflazione e disoccupazione.

SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI PHILLIPS: IL RUOLO DEGLI SHOCK DELL’OFFERTA

Nel breve volgere di qualche mese tuttavia l’attenzione degli economisti si concentrò su una nuova spiegazione degli spostamenti della curva di Phillips di breve periodo: gli shock di offerta aggregata.

Questa volta lo stimolo per nuove analisi e ricerche venne da un gruppo di sceicchi arabi. Nel 1974 l’OPEC, il cartello esportatore di petrolio, iniziò ad esercitare il proprio potere di mercato come cartello mondiale nel mercato del petrolio greggio facendo lievitare i profitti dei proprio membri. Un forte aumento del prezzo del petrolio nel mercato mondiale è un esempio di shock dell’offerta.

Uno shock dell’offerta è un evento che influenza direttamente i costi di produzione delle imprese e di conseguenza i prezzi dei loro prodotti. Uno shock dell’offerta sposta la curva di offerta aggregata dell’economia e, in conseguenza, la curva di Phillips.

Grafico pag.657

Come mostra la parte a, la riduzione dell’offerta è rappresentata graficamente da uno spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata. Nella nuova condizione di equilibrio il livello dei prezzi aumenta e il prodotto diminuisce quindi il risultato è la stagflazione. Questo spostamento dell’offerta aggregata è associato ad un simile spostamento della curva di Phillips di breve periodo (parte b). Dato che le imprese hanno bisogno di un minor numero di lavoratori a fronte di un minor volume di produzione, il numero degli occupati diminuisce e il tasso di disoccupazione aumenta e dato che il livello dei prezzi è aumentato il tasso di inflazione è più elevato quindi lo spostamento della curva di offerta aggregata provoca un aumento sia dell’inflazione sia della disoccupazione e il trade-off di breve periodo si sposta verso destra.

A questo punto i governi si trovano a dover effettuare una difficile scelta tra combattere l’inflazione o la disoccupazione. Se frenano la domanda aggregata nel tentativo di contenere l’inflazione danno uno stimolo ulteriore alla disoccupazione e viceversa quindi bisogna porsi la domanda se lo spostamento della curva di Phillips è temporaneo o permanente e la risposta dipende da come ciascun individuo aggiusta le proprie aspettative sull’inflazione. Se viene considerato temporaneo e l’inflazione attesa non cambia, la curva di Phillips torna abbastanza rapidamente alla propria posizione originaria mentre se viene considerato permanente l’inflazione attesa aumenta e la curva di Phillips si stabilizza nella sua nuova posizione.

Grafico pag. 658

Mostra l’andamento dell’inflazione e della disoccupazione negli Stati Uniti nel 1979

IL COSTO DELLA RIDUZIONE DELL’INFLAZIONE

Nell’ottobre del 1979, mentre l’OPEC procurava uno shock negativo dell’offerta a tutti i sistemi economici del mondo per la seconda volta, il presidente della FED, Volcker, decise che era tempo di prendere in mano la situazione perseguendo una politica di disinflazione che consisteva in una riduzione progressiva del tasso di inflazione attraverso il controllo della quantità di moneta. Ma quale sarebbe stato il prezzo da pagare nel breve periodo?

Grafico pag. 659

Mostra alcuni effetti di tale politica. Quando la banca centrale rallenta il tasso di crescita della moneta, provoca una contrazione della domanda aggregata. La caduta della domanda aggregata, a sua volta, riduce la quantità di beni e servizi che le imprese producono e vendono. Ad una caduta della produzione corrisponde una caduta della disoccupazione. Con il passare del tempo gli individui capiscono che i prezzi si muovono più lentamente e rivedono le proprie aspettative di inflazione. Di conseguenza la curva di Phillips si sposta verso sinistra e l’economia si sposta nel nuovo equilibrio, l’inflazione è più bassa e la disoccupazione è tornata al suo tasso naturale.

Quindi se un sistema economico vuole ridurre l’inflazione, deve essere anche disposto a subire un periodo di forte disoccupazione e di bassa produzione. Il prezzo da pagare dipende dalla pendenza della curva di Phillips e dalla rapidità con la quale le aspettative sull’inflazione si aggiustano alla nuova politica monetaria.

E’ stato stimato il costo della riduzione dell’inflazione in un valore statistico chiamato tasso di sacrificio che indica il numero di punti percentuali di reddito annuale persi per ridurre di 1 punto percentuale l’inflazione. Una stima tipica è 5 e questo starebbe ad indicare che per ridurre l’inflazione di 1 punto percentuale è necessario rinunciare a 5 punti percentuali di produzione.

Intanto un gruppo di economisti stava portando a termine una rivoluzione intellettuale che avrebbe messo in discussione la nozione consolidata di tasso di sacrificio. Di questo gruppo facevano parte Robert Lucas, Thomas Sargent e Robert Barro. La loro rivoluzione si basava si un nuovo approccio alla teoria e alla politica economica chiamata delle aspettative razionali. Secondo questa teoria gli individui, nel fare previsioni per il futuro, utilizzano in maniera ottimale tutte le informazioni di cui dispongono, incluse quelle sulle politiche perseguite dal governo. Questi teorici affermavano che, quando cambia la politica economica, gli individui aggiustano in conseguenza le loro aspettative di inflazione. Le stime del tasso di sacrificio non avevano tenuto conto dell’effetto diretto delle decisioni di politica economica sulle aspettative e quindi tali stime erano, secondo questa teoria, riferimenti inaffidabili per la politica economica. Quindi secondo loro il tasso di sacrificio sarebbe potuto essere molto più contenuto di quanto abitualmente stimato.

Grafico pag. 661

Mostra l’andamento dei dati sull’inflazione e la disoccupazione tra il 1979 e il 1987. Volcker riuscì a ridurre l’inflazione grazie alla politica monetaria solo al prezzo di un aumento della disoccupazione.

Dopo l’inflazione generata dall’OPEC negli anno 1970 e la disinflazione di Volcker del 1980 gli Stati Uniti vissero un periodo di fluttuazioni piuttosto moderate del tasso di inflazione e disoccupazione.

Grafico pag. 662

Mostra i dati relativi alle due variabili nel periodo dal 1984 al 2004, periodo chiamato “era Greenspan” dal nome dell’uomo che dal 1987 ha sostituito Volcker.

Il periodo iniziò con uno shock positivo dell’offerta. Nella seconda parte degli anni 1990 prevalse una tendenza positiva con l’inflazione prossima allo zero e la disoccupazione in calo. La congiuntura spinse più di un osservatore a ritenere che il tasso naturale di disoccupazione fosse diminuito. Nel 2001 l’economia degli Stati Uniti è caduta in una fase recessiva ma una combinazione di politica monetaria e fiscale espansiva ha fatto sì che la recessione volgesse al termine e già dall’inizio del 2005 la disoccupazione era tornata ad un livello che la maggior parte delle stime fa corrispondere al tasso naturale.

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