Riassunto- Crisi del 1929 e New Deal, Sintesi di Storia Contemporanea
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Riassunto- Crisi del 1929 e New Deal, Sintesi di Storia Contemporanea

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Riassunto- Crisi del 1929 e New Deal
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Gli Stati Uniti e la crisi del ‘29 La Grande Guerra aveva dato una forte scossa agli equilibri delle potenze mondiali, con il passaggio di consegna di Paese egemone da Londra e Parigi a New York. Difatti, dopo la guerra gli Usa avevano concesso prestiti ai loro alleati (in particolare alla Germania) ed erano divenuti i maggiori esportatori di capitali e produttori di 1/3 dell’intera produzione mondiale, con il dollaro che era diventato la nuova moneta forte dell’economia mondiale. Mentre in Europa si subivano le gravissime conseguenze del 1° conflitto mondiale, negli USA il sistema economico conobbe una grande prosperità, rafforzata anche dalla nascita della cosiddetta teoria taylorista-fordista, che rivoluzionò l’organizzazione del lavoro e contribuì all’aumento della domanda dei beni di consumo e alla nascita del consumo di masso. L’ingegnere Taylor e il famoso imprenditore automobilistico Ford fissarono ad 8 ore la giornata lavorativa degli operai, che per anni avevano rivendicato questo diritto, stabilirono un salario giornaliero di 5 dollari (cifra considerevole all’epoca) e soprattutto introdussero il sistema della catena di montaggio, dove ogni operaio aveva una mansione diversa nel ciclo di produzione. Ovviamente questo nuovo ordine industriale mise al centro il consumatore, che non era più d’élite, ma di massa (gli stessi operai dell’industria), attivando così la crescita del volume di affari e il reddito nazionale. Gli USA diventarono così i primi esportatori di capitali e di merci, conoscendo un boom industriale che portò la produzione statunitense a rappresentare nel triennio ’26-’29 quasi il 43% della produzione mondiale (partendo da un 35% del 1913). Conseguenza di ciò fu l’euforia speculativa dei nuovi azionisti, che incoraggiati dall’ottimismo del governo federale americano comprarono azioni per rivenderle ad un prezzo più alto, nelle speranza che le vendite e l’aumento del valore delle azioni avrebbe dato loro ragione. Si verificò ben presto, però, una crisi di sovrapproduzione, vale a dire che la domanda non commisurata all’offerta: si produceva più di quanto il mercato potesse smaltire. Gli Usa avevano ovviato a ciò con l’aumento delle esportazioni all’estero; fra economia americana ed europea si venne così a creare uno stretto rapporto di interdipendenza: gli Usa finanziavano la ripresa europea, e l’Europa alimentava lo sviluppo degli Usa importandone i prodotti. Nel 1928 però molti capitali americani furono usati in operazioni speculative a Wall Street; subito l’Europa ne risentì le conseguenze e fece calare l’indice delle esportazioni americane. Nel 1929 si assistette al martedì nero della borsa di Wall Street, il famoso 24 ottobre 1929 del crollo della borsa di New York. Gli azionisti cominciarono a liquidare i pacchetti per recuperare i guadagni finora ottenuti.Questa corsa alle vendite provocò una precipitosa caduta del valore dei titoli che impoverì molti e in particolare, i ceti più abbienti. Le banche fallirono, portando a fondo con sé numerosissime imprese. I salari diminuirono più del 50%, i disoccupati superarono il 24% della popolazione, la produzione industriale calò quasi del 50%. L’allora presidente Hoover rispose adottando una politica deflazionistica, riducendo i prestiti verso l’estero e aumentando il protezionismo. Fra il 1929 e il 1932 il valore del commercio mondiale diminuì del 60% e in Europa si registrò una forte incapacità di generare un’adeguata domanda di merci, assistendo così all’aumento spropositato dei prezzi e alla perdita di valore di merci e di valuta. La crisi aveva svelato il carattere effimero del boom economico, quando i prezzi delle azioni erano cresciuti in maniera spettacolare a causa della speculazione, che permetteva ai piccoli e grandi investitori di rivendere i titoli ad un prezzo più alto di quello d’acquisto. L’intero sistema economico mondiale implode.

La crisi in Europa La crisi finanziaria indebolì dapprima la Germania (debitrice degli USA), la quale registrava in quegli anni picchi di 6 milioni di disoccupati non ricevendo più credito dagli USA si rifiutò di corrispondere alla Francia l’indennità di guerra che a quest’ultima spettava, alimentando così un circolo vizioso del tutto negativo.

Anche la Gran Bretagna dovette fronteggiare questa profonda crisi. Nel 1931 la Banca d’Inghilterra sospese la convertibilità in oro della sterlina, che ne esce svalutata. Il presidente laburista Mac Donald attuò un programma che prevedeva un drastico taglio del sussidio ai disoccupati, osteggiato ovviamente dalle Trade Unions (sindacati). Mac Donald abbandonò quindi l’usuale politica liberista britannica, optando per un deciso intervento statale in materia del controllo del credito, di protezionismo, di sussidi, di lavori pubblici e di aiuti alla produzione. La Russia, grazie a due piani economici quinquennali che aumentarono l’industrializzazione, non conobbe la crisi. Anzi le masse operaie, con il sistema a cottimo, aumentarono la loro produttività e diedero vita al fenomeno dello stacanovismo. Nel 1929-37 la produzione industriale aumentò e l’Urss divenne una grande potenza industriale.

Roosevelt e il “New Deal” In seguito a nuove elezione presidenziali nel novembre 1932, sale al potere il democratico Franklin Delano Roosevelt, anche grazie al rapporto che riesce ad instaurare con le masse infondendo loro speranza e coraggio. Nei primi mesi del suo governo (i famosi “cento giorni”), Roosevelt ricorse subito alla cosiddetta politica del New Deal (“nuovo corso” o “nuovo patto”), che consisteva in una politica economica basata su un forte intervento dello Stato nel settore finanziario e sociale. Il New Deal prevedeva l’attuazione di alcune riforme per risollevare il Paese dalla condizione di crisi:

• Svalutazione del dollaro per rilanciare le esportazioni • Aumento dell’inflazione e della liquidità • Ristrutturazione del sistema creditizio

• Aumento dei sussidi di disoccupazione e concessione di prestiti • Avviamento di una riforma bancaria • Limitazione della sovrapproduzione agricola (Agricultural Adjustment Act)

• Imposizione di un codice di comportamento per evitare la concorrenza • La costruzione di una diga in Tennessee per la fornitura di energia idroelettrica

Visto il parziale fallimento dei primi provvedimenti, Roosevelt decise di intensificare la politica riformatrice, attuando un vastissimo programma di lavori pubblici, che rese possibile l’ammodernamento delle infrastrutture e l’impiego di otto milioni di lavoratori e riconoscendo ai lavoratori la libertà di organizzazione sindacale, il diritto di sciopero e la contrattazione collettiva. Con il New Deal, Roosevelt attua anche una grande campagna d’opinione pubblica verso i ceti popolari, un allargamento dell’esecutivo, una promozione del risanamento economico e la creazione di una solida base sociale. Malgrado ciò, i risultati non furono soddisfacenti e questa politica statale non riuscì ad arginare la crisi, che scomparirà solo con l’avvicinamento del secondo conflitto mondiale e il conseguente riarmo delle potenze mondiali.

Il nuovo ruolo dello Stato Nel 1936 l’economista inglese John Keynes offrì una teorizzazione delle trasformazioni in corso. Egli confutò alcune proposizioni fondamentali della teoria economica classica e sosteneva che lo Stato doveva sostituirsi ai privati, i quali non seppero riportare l’equilibrio. Nacque così la tesi del deficit spending, che vedeva nel deficit di bilancio e non nel pareggio di bilancio l’unica possibilità di ripresa, nella convinzione che la crescita successiva avrebbe permesso di recuperare il deficit stesso. Difatti, ciò avrebbe comportato l’aumento della domanda e il raggiungimento della piena occupazione. Keynes era molto critico nei confronti delle politiche deflazionistiche, che riducendo il potere d’acquisto dei privati, non facevano altro che aggravare la situazione.

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