Riassunto di Sociologia della Devianza, Barbagli Colombo Savona, Esami di Sociologia Della Devianza E Della Criminalità. Università di Firenze
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Riassunto di Sociologia della Devianza, Barbagli Colombo Savona, Esami di Sociologia Della Devianza E Della Criminalità. Università di Firenze

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Riassunto completo (58 pagine) del volume “Sociologia della devianza” di M. Barbagli, A. Colombo, E. Savona Esame: Sociologia della devianza e delle istituzioni ri-educative Professore: Andrea Spini UNIFI - Scuola deg...
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Riassunto “Sociologia della devianza”

di M. Barbagli – A. Colombo – E. Savona

Capitolo I: “Definizioni e teorie della devianza”“Devianza” è una parola che assume diversi significati all’interno della nostra società. Tuttavia, gli studiosi di scienze sociali, ci offrono due definizioni principali:

- La devianza comprende ogni comportamento considerato inaccettabile dalla maggioranza della gente, che provoca una risposta collettiva di carattere negativo.

- La devianza è un atto, una credenza o un tratto che viola le norme convenzionali della società e che determina una reazione negativa da parte della maggioranza delle persone.

Queste due definizioni sono a tratti simili e tratti assolutamente diverse.

● Simili perché per entrambe la devianza è qualcosa che nega un valore, una norma sociale…è in contrasto con un’aspettativa. ● Diverse perché:

- Per la prima, deviante può essere solo un comportamento (tipo: mangiare a tavola senza le posate, ruttare rumorosamente ad una festa, tradire il coniuge, rubare).

- Per la seconda, invece, può essere anche una credenza o un tratto di una persona (tipo: coloro che credono in un’altra fede religiosa oppure coloro che hanno delle “anomalie fisiche” come i nani, i ciechi, etc.) ► Norme e controllo sociale La nozione di devianza presuppone l’esistenza di un complesso di valori, di norme e di aspettative.

Gli studiosi definiscono:

VALORI: i fini ultimi dell’azione

NORME: le regole da seguire per realizzare un determinato valore, i mezzi che prescrivono o vietano dei comportamenti in vista di qualche fine (es: la norma che proibisce il furto discende dal valore della proprietà oppure la norma che condanna l’omicidio

discende dal valore della vita).

che si dividono in

- Prescrittive: le norme che impongono di compiere certe azioni - Proscrittive: le norme che vietano di fare certe azioni

[Attenzione: non confondere queste nozioni con quelle di norme e deviazione usate nella teoria statistica. Secondo tale teoria, per norma statistica si intende il valore centrale della distribuzione di alcune caratteristiche, per deviazione lo scostamento da tale valore. Normali vengono dunque detti gli atti più frequenti, devianti quelli meno frequenti. Un atto, una credenza o un tratto di una persona sono socialmente devianti non perché sono rari ma perché violano una norma sociale e sono disapprovati e condannati dalla maggior parte delle persone. Cosi, ad esempio, acquistare un libro al giorno o possedere 6 computer è statisticamente rato ma non per questo, viene considerato negativamente dagli altri. D’altra parte, gli atti di vandalismo e i furti sono comportamenti considerati devianti.]

In ogni società viene fatto ogni sforzo possibile per assicurare la conformità alle norme. Si parla di “controllo sociale” per definire i metodi usati per fare in modo che i membri di un gruppo rispettino le norme e le aspettative di questo gruppo. In ogni società il controllo sociale si realizza principalmente attraverso due processi: - Uno esterno (ricorso a punizioni e ricompense) - Uno interno (socializzazione primaria e secondaria) ■ Il processo INTERNO di controllo sociale: Quest’ultimo opera attraverso la socializzazione. Con questo termine si definisce il processo attraverso cui ogni società, per assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che vi entrano per la prima volta (es: neonati, immigrati) la sua cultura, cioè l’insieme di valori, di norme, di atteggiamenti, di aspettative, di linguaggi e di conoscenze di cui dispone. La socializzazione si distingue in:

- Socializzazione primaria: che avviene nei primi anni di vita del bambino e che è rivolta alla formazione delle competenze di base (La famiglia è la principale agenzia di socializzazione primaria)

- Socializzazione secondaria: che inizia quando una persona entra nella scuola e che mira alla formazione delle competenze specifiche necessarie per lo svolgimento dei vari ruoli sociali (La scuola, i mass media e le organizzazioni formali sono le agenzie di socializzazione secondaria)

Durante questo processo la persona riesce ad apprendere le innumerevoli norme della società, le fa proprie, le interiorizza e le trasforma in norme morali che da allora in poi guideranno la sua condotta. La socializzazione è un mezzo di straordinaria efficacia per assicurare un buon grado di conformità alle norme. Se la maggior parte della gente rispetta la maggior parte delle norme per la maggior parte del tempo non è perché teme di incorrere in sanzioni, ma perché ha interiorizzato queste norme e le considera giuste. Purtroppo però, alcune volte, per qualche motivo, il processo di socializzazione può fallire o non essere sufficiente. E allora entra in gioco il processo esterno di controllo sociale, attraverso il ricorso a punizioni e ricompense. ■ Il processo ESTERNO di controllo sociale: Le punizioni e le ricompense sono reazioni sociali alla devianza. - Le punizioni sono rivolte a scoraggiare atti, credenze o tratti devianti. - Le ricompense tendono invece ad incoraggiare l’adesione alle aspettative sociali. Entrambe possono essere informali e formali

- Formali: sono espressioni ufficiali e scritte o dello Stato o da altre organizzazioni: la scuola, la chiesa, l’impresa, l’associazione volontaria.

- Informali: sono reazioni non ufficiali e non scritte dei gruppi primari: la famiglia, gli amici, il vicinato.

FORMALI INFORMALI

RICOMPENSE

Attestato di stima Voto positivo Promozione

Aumento di stipendio

Sorriso Lode

Abbraccio Incoraggiamento

PUNIZIONI

Multa Richiamo scritto

Sospensione - Espulsione Arresto

Condanna Reclusione

Sguardo di disapprovazione Critiche

Botte (ai bambini) Disprezzo

Evitamento Isolamento

► Norme, devianza e criminalità Il sociologo americano William Graham Sumner ha distinto tre diversi tipi di norme: - Norme d’uso - Norme morali - Norme giuridiche - Norme d’uso: riguardano “le buone marniere”, i modi di vestire, di stare a tavola, di interagire con gli altri. Tutti si aspettano che noi seguiamo alcune di queste regole. Se non lo facciamo, le persone che ci circondano, reagiranno con sanzioni informali assai blande (es: se usciamo con due scarpe di colori diversi…gli altri ci prenderanno in giro, diranno che siamo bizzarri o matti). - Norme morali: violare le norme morali significa, per esempio, mentire, bestemmiare, tradire il proprio partner, uscire per strada completamente nudi. Alcune di queste norme possono diventare norme giuridiche (in uno Stato democratico questa decisione è presa dal Parlamento). - Norme giuridiche: prevedono sanzioni formali per chi le viola e vengono fatte rispettare da corpi specializzati di persone (la polizia, la magistratura). Vi sono diversi tipi di norme giuridiche:

- Quelle che regolano i rapporti tra privati (diritto privato) - Quelle che riguardano i rapporti tra cittadini e Stato (diritto pubblico interno) che si

dividono a loro volta in (diritto amministrativo, diritto finanziario, etc.)

DIFFERENZA TRA ILLECITO AMMINISTRATIVO E REATO

- ILLECITO AMMINISTRATIVO: un comportamento che viola gli obblighi imposti dalla legge nei confronti della pubblica amministrazione (es: pagare le tasse) e che comporta una sanzione pecuniaria. - REATO: viene definito reato un comportamento che viola una norma del codice penale e che comporta una sanzione penale: la multa, l’arresto, la reclusione. Solo una piccola parte degli atti devianti costituisce un reato.

(Es: se a tavola mangio senza posate o se tradisco il coniuge non violo il codice penale, ma solo le norme di uso (nel primo caso) o quelle morali (nel secondo) e dunque commetto un atto deviante, ma non un reato. ► Fino a che punto la devianza è relativa Emile Durkheim ci indica una concezione relativistica della devianza: la devianza è una qualità che deriva dalle risposte, dalle definizioni e dai significati attribuiti a certi atti/comportamenti dai membri di una collettività. Poiché le risposte della collettività possono variare considerevolmente nello spazio e nel tempo, un atto viene considerato deviante solo in riferimento al contesto socio-culturale in cui ha luogo. La devianza può essere considerata relativa in tre diversi sensi:

- La situazione: un comportamento può essere considerato deviante in una situazione ma non in un’altra del tutto diversa. [Es: un uomo e una donna possono avere rapporti sessuali in qualsiasi luogo privato (casa loro, albergo) ma non possono intrattenere rapporti sessuali in luoghi pubblici (per strada, sotto gli occhi di tutti).

- Il ruolo: un atto sarà giudicato deviante a seconda del ruolo di chi lo commette. (Es: l’omicidio è un reato grave, ma ci sono delle eccezioni. Per esempio, il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un dovere al proprio ufficio, ordina di far uso delle armi, non è punibile).

- Il paese e il periodo storico: un comportamento considerato deviante in un paese o in un determinato periodo storico può essere accettato o addirittura considerato positivamente in

un altro paese o in un altro periodo storico (Es: in Cina mangiare i cani è ritenuto un’abitudine adeguata, mentre in Europa questo è impensabile).

Molti studiosi sostengono addirittura che non esistono azioni intrinsecamente cattive e dunque meritevoli di punizione ma solo atti che sono illeciti perché proibiti. E’ tuttavia sbagliato pensare che tutte le norme sociali e tutte le forme di devianza siano relative. Nonostante siano cambiati i modi in cui percepiamo e giudichiamo alcuni comportamenti, esistono alcuni atti che vengono condannati sempre e dovunque:

- L’incesto tra madre/figlio, fra padre/figlia e fratello/sorella. - Il furto ai danni di una persona del proprio gruppo - Il ratto e lo stupro di una donna sposata - L’uccisione di un membro del proprio gruppo

► Credenze e tratti fisici devianti Come accennato precedentemente, per molti studiosi, devianti non sono solo gli atti ma anche le credenze e le “anomalie fisiche”. - Per quanto riguarda le credenze, si parla di devianza cognitiva quando una o più persone hanno convinzioni, idee, principi, concezioni della vita e del mondo che violano una regola o una norma e che vengono perciò considerate inaccettabili dalla maggioranza della gente. Per esempio:

- chi è ateo viola la norma che impone di credere in Dio - la famosa “caccia alle streghe”: condannate in quanto eretiche e nemiche della fede cattolica - chi crede negli Ufo, nella parapsicologia e nella chiaroveggenza

- Per quanto riguarda le “anomalie fisiche”, si distinguono due tipi:

1- Quei tratti che violano le norme estetiche riguardanti l’altezza, il peso, i lineamenti, il colore della pelle e dei capelli di una persona (es: nani, obesi, albini, coloro che hanno il naso deforme, il labbro leporino, vistose macchie/cicatrici)

2- Quei limiti nella capacità di camminare, vedere ed udire. (es: i paralitici, i ciechi ed i sordi). Oggi la situazione nei paesi occidentali è assai diversa. E’ difficile che le persone con anomalie fisiche siano demonizzate. L’atteggiamento prevalente verso di loro è di solito ambivalente…è un mix tra senso di superiorità, disprezzo, pietà e condiscendenza. Ma anche oggi, per coloro che hanno queste anomalie, l’interazione con gli altri è continuamente fonte di frustrazioni e di sofferenze.

► Stigmatizzazione e difesa dello stigma Nell’antica Grecia, la parola “stigma” era usata per indicare quei segni che venivano incisi con il coltello o impressi a fuoco nel corpo di una persona per rendere noto a tutti che questa era uno schiavo, un criminale o un traditore. Erving Goffman nel 1963 propone, nel suo famoso libro, una nuova definizione di stigma:“lo stigma è un attributo profondamente screditante che declassa chi lo ha, da una persona

“normale e completa” ad una persona “disonorata e segnata”.

Negli ultimi anni sono stati individuati quattro momenti ed aspetti del processo di stigmatizzazione:

1- Il primo consiste nello scegliere alcune differenze ritenute salienti fra le molte esistenti fra gli individui.

2- Il secondo si ha quando colleghiamo degli stereotipi negativi a queste etichette, attribuendo loro caratteristiche indesiderabili.

3- Il terzo ha luogo quando le etichette connotano una separazione fra “noi” e “loro”, quando cioè ci convinciamo che le persone stigmatizzate sono sostanzialmente diverse da noi.

4- Il quarto si verifica quando la persona stigmatizzata subisce una perdita di status ed è colpita da vari tipi di sanzione.

Ma come reagiscono i devianti che vengono a trovarsi in questa situazione?

Alcuni accettano la definizione che di loro danno gli altri, la fanno propria, la interiorizzano e finiscono per odiarsi e disprezzarsi. Ma in genere, le persone stigmatizzate cercano di non essere vittime passive di questo processo e si difendono in vario modo. Ecco alcune reazioni degli stigmatizzati:

- Alcuni nascondono gli atti, le idee o i tratti fisici che suscitano reazioni negative negli altri (es: gli eroinomani indossano maglie con maniche lunghe per coprire le braccia). Ma la possibilità di seguire questa strada dipende dalla natura dello stigma ed è molto maggiore per lo screditabile che per lo screditato. Il primo ha uno stigma che non è immediatamente visibile, che può dunque riuscire meglio a nasconderlo. Il secondo invece ha tratti che sono facilmente riconoscibili e percepibili, di immediato dominio pubblico e dunque non può far molto per nasconderli (in alcuni casi però vi sono anche delle eccezioni. Per esempio, alcune persone analfabete tengono in bella mostra penne o matite)

- Alcuni si difendono con le “tecniche di neutralizzazione” dal pericolo di far propria e di interiorizzare la definizione che di loro danno gli altri, convincendosi che vi sono buoni motivi per non rispettare una norma. Essi possono negare di essere responsabili della loro condizione o dei loro atti, riconducendo tutto a forze fuori del loro controllo (es: un borseggiatore può giustificarsi dicendo che proviene da una famiglia povera, e proprio per questo motivo, ruba!).

- Alcuni possono cercare sostegno e conforto fra coloro che si trovano nella loro stessa situazione (es: un omosessuale può unirsi a qualche associazione).

► L’organizzazione sociale della devianza

E’ evidente, dunque, che i devianti devono far fronte a numerosi problemi pratici. Per far fronte a tutti questi problemi, possono servirsi dell’aiuto di persone che si trovano nella loro stessa situazione, cioè di qualche forma di organizzazione sociale. L’organizzazione sociale dei devianti può assumere diverse forme. In base alle caratteristiche che presentano, si possono distinguere cinque forme di organizzazione sociale: i solitari, i colleghi, i pari, le squadre e le organizzazioni formali.

■ I solitari: sono coloro che, per risolvere i problemi, si basano solo sulle proprie forze e che non si servono dell’aiuto degli altri devianti né per ottenere risorse materiali/conoscitive, né per elaborare un’ideologia che giustifichi il loro comportamento, né tanto meno per sfuggire al controllo dei poliziotti/magistrati (es: coloro che si suicidano/o che commettono un omicidio, coloro che stuprano una donna, coloro che falsificano assegni, etc.).

■ I colleghi: sono coloro che commettono da soli i loro atti devianti, ma si ritrovano con altri devianti nel tempo libero e discutono di questioni di interesse comune (es: le prostitute da strada, i magnaccia, gli hackers). Essi, a differenza dei solitari, condividono una comune subcultura (cioè un insieme di valori, conoscenze, linguaggi, norme di comportamento, stili di vita, molto diverso da quelli del resto della società) che trasmettono a coloro che vogliono entrare a far parte del loro mondo. In comune essi hanno un gergo, un vocabolario di parole speciali e una prospettiva cognitiva (un insieme di schemi per interpretare le loro attività).

■ I pari: sono coloro che commettono gli atti devianti insieme, collaborando attivamente. I gruppi che creano sono caratterizzati da rapporti informali ed egualitari fra i componenti e dalla mancanza di una divisione del lavoro. Tali gruppi si occupano anche di reclutare e formare i nuovi arrivati, socializzandoli alla subcultura che i pari condividono e fornendo loro sostegno sociale (es:

le bande giovanili che si danno un nome o indossano indumenti simili tra loro, oppure coloro che fanno uso di sostanze stupefacenti).

■ Le squadre: sono coloro che operano attraverso una elaborata divisione del lavoro fra coloro che ne fanno parte. Questi non si limitano a commettere gli atti devianti insieme: lo fanno anche svolgendo ruoli specializzati e coordinati. Ciascuno ha un compito preciso, che richiede spesso competenze e conoscenze particolari e deve agire secondo un ordine e un ritmo prestabiliti, che tengano conto dell’azione degli altri e la facilitino. Di solito non superano i 10 componenti (es: i rapinatori delle banche, i borseggiatori, etc.).

■ Le organizzazioni formali: è sicuramente la forma di organizzazione dei devianti più complessa ed articolata. Non diversamente da quelle legittime (le grandi aziende, le amministrazioni statali, le forze armate) anche le organizzazioni formali di devianti mirano a raggiungere determinati fini coordinando l’attività dei loro componenti con un sistema di procedure e di norme (raramente scritte). I componenti sono in genere numerosi (possono essere centinaia) e cooperano a grande distanza l’uno dall’altro e per lunghi periodi di tempo. In questo tipo di organizzazione esiste una chiara divisione del lavoro e una struttura gerarchica nella quale ognuno occupa una posizione ben precisa ed ha un ruolo ben definito. Uno di questi ruoli è reclutare i nuovi componenti e sostituirli quando se ne vanno, per permettere all’organizzazione di restare in vita per lunghi periodi di tempo.

► Le teorie della devianza e della criminalità Nell’ultimo secolo, gli studiosi di scienze sociali hanno condotto migliaia di ricerche sulla devianza e hanno elaborato un gran numero di teorie per spiegare in modo rigoroso ed organico i fatti noti. Esse, tuttavia, sono assai diverse l’una dall’altra per molti aspetti. 1° Perché non si occupano delle stesse forme di devianza 2° Perché si pongono interrogativi diversi 3° Perché anche le teorie che muovono dallo stesso interrogativo seguono strade diverse e giungono a risposte diverse.

TEORIE DELLA DEVIANZA

E DELLA CRIMINALITÀ

SI ISPIRANO ALLA…

1- La teoria della disorganizzazione sociale 2- La teoria della tensione 3- La teoria del conflitto di culture 4- La teoria del controllo sociale 5- La teoria dell’autocontrollo 6- La teoria dell’etichettamento

Teoria o Scuola Positiva (Sorta dopo la metà dell’800)

Sostiene che uomini e donne commettono un reato non perché vogliono, ma perché sono spinti a farlo, perché agiscono per un impulso irresistibile, che può nascere da fattori biologici, psicologi o sociali. (Es: se rubo è per motivi genetici, o perché ho uno scarso autocontrollo, o perché mi sono formato in una subcultura delinquente, etc.)

7- La teoria della scelta razionale 8- La teoria delle attività abituali

Teoria o Scuola Classica (Sorta alla metà del 700, i suoi maggiori esponenti sono

Cesare Beccaria e Jeremy Bentham)

Considera uomini/donne come esseri dotati di libero arbitrio, razionali, calcolatori, edonistici, che agiscono seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e fuggendo il dolore. Data la loro natura, per gli esseri umani violare le norme è un fatto naturale, perché è una via rapida per ottenere quello che vogliono. I reati sono il risultato di una azione intenzionale. Per questo, per ridurre la criminalità è necessario convincere i cittadini che le pene per i reati sono superiori ai benefici che ne ricavano.

► Le spiegazioni biologiche Da quando esistono le scienze sociali, sono state elaborate molte teorie che riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. Spesso infatti, i criminali sono stati considerati individui profondamente diversi dagli altri, “anormali”, inferiori.

- La teoria di Cesare Lombroso (1835-1909): Uno dei primi studiosi che ha fornito una veste scientifica a questa tesi è stato Cesare Lombroso, uno psichiatra che per lungo tempo considerò la costituzione fisica come la più potente causa di criminalità. Particolare importanza egli attribuì al cranio. La sua teoria si basava sul concetto del criminale per nascita, “il delinquente nato” secondo cui l'origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi, simili cioè a quelle degli animali inferiori e dell’uomo primitivo (testa piccola, fronte sfuggente, etc.), che ne determinavano il comportamento socialmente deviante. Solo nell'ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione anche i fattori ambientali, educativi e sociali come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento criminale. La teoria di Lombroso venne criticata severamente e cadde ben presto in disgrazia.

- La teoria di William H. Sheldon (1940): Nonostante ciò, però, i tentativi di spiegare la criminalità con fattori biologici sono continuati. Uno dei più famosi è quello compiuto nel 1940 dallo psicologo americano William H. Sheldon, il quale sostenne che vi erano tre tipi fondamentali di costituzione fisica ai quali corrispondevano personalità diverse:

- Tipo Endomorfo: si caratterizza per un grande sviluppo dell'apparato digerente, soprattutto lo stomaco (endoderma), e facilmente ha una tendenza alla pinguedine, con un corpo morbido, ossa piccole, arti corti, muscoli sottosviluppati; il temperamento è detto viscerotonico, con una ricerca del comfort, del lusso e del piacere di mangiare. Risulta tollerante, socievole, allegro, solare, estroverso.

- Tipo Mesomorfo: ha un grande sviluppo dei muscoli e del sistema circolatorio (mesoderma). È correlato al temperamento somatotonico: coraggioso, energico, attivo, dinamico, prepotente, aggressivo, pronto ad assumersi rischi (Secondo Sheldon, gli individui mesomorfi hanno maggiori probabilità di diventare criminali)

- Tipo Ectomorfo: ha un grande sviluppo del sistema nervoso e del cervello (ectoderma) e la tendenza ad essere magro e longilineo. È correlata al temperamento cerebrotonico: ipersensibile, timido, introverso, nervoso, soffre di insonnia ed allergie. Preferisce l'intimità alla folla, appare spesso inibito.

Secondo Sheldon, in ciascuno di noi vi sono tratti di tutti e tre questi tipi. Ma ciò che rende una persona diversa dall’altra è che il peso di queste caratteristiche varia fortemente.

- La teoria sul numero dei cromosomi (Sindrome XYY) Negli ultimi anni, la teoria biologica è stata ripresa e riformulata su base nuove da alcuni studiosi. Essi hanno ricondotto la tendenza degli individui ad infrangere le norme ad alcune forme di anormalità genetica. Gli esseri umani hanno normalmente 46 cromosomi. Alcune persone, molto raramente, ne hanno 47. Secondo la “teoria della sindrome XYY” le persone con 47 cromosomi sono più “portate” a commettere reati di vario tipo rispetto alle “persone normali” (che hanno 46 cromosomi) se quello che hanno in più è quello Y (cioè quello ereditato dal padre). Se invece, quello in più è quello X (ereditato dalla madre) non succede nulla di rilevante. ► Teoria 1 - La teoria della disorganizzazione sociale

Una delle tesi di fondo di questa teoria è che la criminalità è una caratteristica non delle persone, ma dei gruppi a cui queste appartengono. Il primo a sostenere questa tesi fu il matematico/astronomo belga Adolphe Quetelet, che nel 1827, analizzando la distribuzione geografica dei reati in Francia, rilevò che vi erano notevoli differenze fra zone e che esse rimanevano stabili nel corso del tempo. Tuttavia, l’elaborazione della teoria della disorganizzazione sociale si deve alla “Scuola di Chicago”, un gruppo di studiosi del dipartimento di sociologia di quella università guidato da Robert E. Park ed Ernest W. Burgess. Nei primi anni del 900, questo gruppo condusse una serie di ricerche sulla città di Chicago (la cui popolazione era cresciuta notevolmente) per analizzare le conseguenze sociali di tre grandi processi: l’industrializzazione, l’urbanizzazione e l’immigrazione. Sulla base dei dati raccolti, divisero Chicago in cinque zone concentriche (Vedi schema zone p. 28) Il modello delle zone concentriche venne poi applicato da altri due sociologi, Clifford R. Shaw ed Henry D. McKay, allo studio della criminalità. Calcolando il tasso di delinquenza (cioè il rapporto fra il numero degli autori di reato residenti in un’area e il totale della popolazione di quell’area), essi videro che questo tasso raggiungeva il punto più alto nella zona di transizione e diminuiva man mano che si passava alle zone esterne. Rilevarono inoltre che le differenze nel tasso di delinquenza fra le varie zone erano rimaste praticamente immutate nell’ultimo quarantennio, nonostante la popolazione si fosse rinnovata e la sua composizione per gruppi etnici fosse cambiata. Tutto ciò faceva pensare che il tasso di delinquenza delle varie zone fosse dovuto non alle caratteristiche individuali di coloro che vi abitavano ma alla struttura sociale di queste ed in particolare al grado di integrazione e di organizzazione sociale. La criminalità era maggiore nelle aree più povere, più eterogenee dal punto di vista della composizione etnica e con una popolazione più mobile ed instabile. Tuttavia queste non erano le cause immediate della criminalità, ma la favorivano e basta. Secondo Shaw e McKay infatti, la causa principale era la disorganizzazione sociale, ovvero l’incapacità, da parte dei residenti in un quartiere, di convivere, di associarsi, di cooperare, l’assenza di forti legami formali ed informali. ► Teoria 2 - La teoria della tensione Emile Durkheim pensava che certe forme di devianza fossero in parte dovute all’anomia, cioè alla mancanza delle norme sociali, che regolano e limitano i comportamenti individuali. Secondo lui, quando questo avviene, l’individuo non sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non è giusto, etc. Settant’anni dopo, Robert Merton, per spiegare la devianza negli USA ha ripreso e riadattato questa idea sostenendo che la devianza è provocata dalle situazioni di anomia, che a loro volta nascono da un contrasto fra la struttura culturale e quella sociale. La prima definisce le mete verso le quali tendere ed i mezzi con i quali raggiungerle. La seconda consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi. Pur riprendendo da Durkheim il concetto di anomia, Merton lo definiva in modo assai diverso. - Durkheim si serviva del termine di anomia per indicare una mancanza di norme. Per lui, la presenza di norme impediva la devianza, mentre la loro mancanza la favoriva. - Per Merton invece l’anomia e la devianza nascono proprio dall’esistenza di norme forti, che entravano in contrasto con la struttura sociale. Ogni società definisce quali sono i mezzi consentiti per raggiungere una meta. Un esempio: Se la meta è : il successo economico → i mezzi saranno = lavoro, risparmio, istruzione, onestà

Merton notò però che nella società americana, si dava maggiore importanza al fine/meta che ai mezzi utilizzati per raggiungerla. In poche parole, una persona che diventa molto ricca con mezzi ambigui è più stimata di un povero lavoratore onesto! Il contrasto fra l’enorme importanza attribuita al successo finanziario e le opportunità effettive di raggiungerlo (date dalla struttura economica e sociale) provocano una situazione di tensione e di anomia per tutti, ma soprattutto per le persone delle classi sociali più basse/svantaggiate.

Dunque per Merton, una virtù cardinale americana, “l’ambizione”, promuove un vizio cardinale americano, “il comportamento deviante”. Per adattarsi ai valori culturali proposti nella situazione prodotta dal contrasto (mete/mezzi), gli individui possono scegliere cinque diverse forme di comportamento:

Conformità: consiste nell’accettazione sia delle mete culturali che dei mezzi previsti per raggiungerle.

Innovazione: sono coloro che aderiscono alle mete ma rifiutano i mezzi normativamente prescritti. E’ la strada scelta da coloro che rubano, imbrogliano o ingannano gli altri.

Ritualismo: è il modo di adattamento di chi abbandona le mete ma resta attaccato alle norme sui mezzi. E’ tipica di coloro che dicono: “vado sul scuro”, “non faccio il passo più lungo della gamba”, “mi accontento di quello che ho”.

Rinuncia: sono coloro che rinunciano sia ai fini che ai mezzi. E’ quella dei mendicanti, dei senza fissa dimora, dei tossicodipendenti.

Ribellione: consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro sostituzione con altre mete e altri mezzi.

La teoria di Merton è stata ripresa, discussa e riformulata innumerevoli volte da innumerevoli sociologi. I due più importanti contributi che hanno cercato di approfondire e di integrare tale teoria sono stati quelli di Albert Cohen (1955) e di Richard Cloward/Lloyd Ohlin (1960). Questi due studi pur avendo impostazioni diverse, si occupano entrambi della delinquenza, delle bande giovanili, riprendendo i concetti di anomia e tensione. - La teoria di Albert Cohen (1955)

Cohen condivide con Merton l’idea che l’origine della devianza sia strutturale e che i giovani delle classi sociali più basse siano sottoposti a tensioni più degli altri, ma ritiene che la fonte principale di questa tensione sia la difficoltà che essi incontrano di raggiungere non il successo economico, ma lo status, cioè la stima e la considerazione sociale. I problemi di questi giovani emergono quando iniziano ad andare a scuola. In famiglia, essi imparano ad avere un basso livello di aspirazioni e quando si trovano a scuola, dentro a queste istituzioni di classe media dominate da norme e valori completamente diversi, questi ragazzi si sentono abbandonati, disprezzati e scoraggiati. Nell’impossibilità di trovare stima e riconoscimento sociale nella scuola, alcuni di questi giovani la cercano fuori, fra i compagni che condividono i loro stessi valori, che hanno i loro stessi problemi…in quelle bande criminali che sono la negazione della cultura della classe media. - La teoria di Richard Cloward e Lloyd Ohlin (1960)

Questi due autori condividono in parte l’idea di Merton ma ritengono che non tutti quelli che lo vogliono possono dedicarsi con successo alle attività criminali. Anche le opportunità illecite sono distribuite in modo disadeguato fra i giovani delle classi svantaggiate. Da questo punto di vista le situazioni più diffuse sono tre:

Subcultura criminale → ci troviamo davanti ad una comunità integrata, ricca di “opportunità illecite”. Le bande giovanili funzionerebbero da apprendistato per i “giovani aspiranti criminali”. In questa subcultura operano, sono noti e rispettati, alcuni gangster professionisti.

Subcultura del conflitto → questa situazione si verifica quando in un quartiere mancano queste opportunità illecite. Qualunque banda si sviluppi all’interno di una tale comunità manifesta comportamenti incontrollati. L’obiettivo principale è ottenere rispetto attraverso violenze, danni alle proprietà, atti di vandalismo.

Subcultura della rinuncia → I giovani di questa subcultura vengono anche definiti “doppiamente falliti” perché non riescono né a farsi strada nel mondo criminale, né ad occupare una posizione di prestigio in una banda dedita ad attività violente. Il loro obiettivo è rinchiudersi in gruppi rinunciando ad ogni ambizione. Si dedicano esclusivamente ad

assumere droghe e le attività svolte hanno un unico scopo: ottenere soldi per procurarsi le sostanze stupefacenti.

►Teoria 3 - La teoria del conflitto di culture Secondo questa teoria, proposta dal sociologo americano Thorsten Sellin alla fine degli anni ’30, alcuni reati vengono commessi quando vi è un conflitto fra norme sociali, cioè quando «regole di condotta più o meno divergenti regolano la situazione di vita specifica nella quale può trovarsi un

individuo». - Nelle società semplici, culturalmente omogenee vi è una tendenza all’armonia e all’integrazione: le norme di condotta diventano leggi e godono di un consenso generale. - Nelle società moderne e complesse, invece, i conflitti fra le norme dei diversi gruppi diventano frequenti. Tali conflitti possono essere di due tipi:

- Primari: che avvengono fra due culture diverse. - Secondari: che avvengono all’interno della stessa cultura.

■ I conflitti primari emergono solitamente in tre situazioni: 1) quando codici diversi entrano in collisione alla frontiera di zone di culture contigue 2) quando un gruppo/un paese/una comunità ne conquista un altro e gli impone le proprie norme 3) quando i componenti di un gruppo emigrano in un altro che abbia norme di condotta molto diverse. (E finché questi migranti non avranno subito un processo di risocializzazione, finché non avranno abbandonato i valori e le forme di comportamento della società di partenza per fare

propri quelli della società di arrivo, il conflitto si ripresenterà).■ I conflitti secondari sono quelli che si verificano quando, con lo “sviluppo della civiltà”, cresce la differenziazione sociale e si moltiplicano le subculture. La teoria del conflitto di culture proposta da Sellin è stata utilizzata da diversi studiosi per spiegare alcune forme di criminalità degli immigrati (es: nomadi in Italia e in Europa). ►Teoria 4 - La teoria del controllo sociale La teoria del controllo sociale parte dal presupposto che l’uomo sia naturalmente portato più a violare che a rispettare le leggi. La grande domanda da cui partire non è dunque “perché alcune persone commettono reati?” ma bensì “perché la maggior parte delle persone non li commette?”. Vi sono diverse versioni della teoria del controllo sociale. La maggior parte di esse, presentate nella seconda metà del ‘900 da vari studiosi americani, si ispirano al padre fondatore della sociologia, Emile Durkheim, che sostenne che i bisogni e i desideri degli esseri umani sono illimitati e che, se non vengono regolati e controllati dalla società, possono produrre varie forme di devianza. In pratica, gli studiosi sostengono che gli esseri umani violano le norme quando mancano freni e controlli sociali che impediscono loro di farlo. Questi controlli sociali sono di vario tipo: - I controlli sociali esterni: sono le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare ed impedire i comportamenti devianti - I controlli sociali interni diretti: sono quelli che si manifestano nei sentimenti di imbarazzo, di colpa, di vergogna che prova chi trasgredisce una prescrizione sociale. - I controlli sociali interni indiretti: sono l’attaccamento psicologico ed emotivo sentito per gli altri ed il desiderio di non perdere la loro stima ed il loro affetto. La versione della teoria del controllo sociale che si è maggiormente imposta è quella presentata nel 1969 da Travis Hirschi, chiamata anche “bonding theory”.

Secondo questo studioso, solo i legami sociali riescono a bloccare ed a contenere l’inclinazione naturale degli esseri umani a violare le norme. I comportamenti criminali/devianti sono tanto più probabili se fra l’individuo e la società non vi è alcun legame o se questo è debole. I legami sociali presentano quattro dimensioni:

■ L’attaccamento agli altri (dimensione affettiva del legame sociale): Quanto più una persona è legata agli altri (famiglia, amici, insegnanti, colleghi, etc.) tanto più è difficile che compia delle azioni che essi disapprovano. ■ L’impegno nel perseguimento degli obiettivi convenzionali (dimensione materiale del legame

sociale): Si tratta delle energie che una persona ha investito per andare bene a scuola, per entrare in una buona università, per trovare un buon lavoro, etc. Quanto maggiori sono gli sforzi che un individuo ha compiuto in questo campo e quanto più significativi sono gli obiettivi che ha raggiunto, tanto più difficile è che egli rischi di perdere, violando le norme, tutto quanto ha accumulato. ■ Il coinvolgimento nelle attività convenzionali (dimensione temporale del legame sociale): Quanto maggiore è il tempo che una persona dedica allo studio, al lavoro, allo sport, tanto minore è quello che gli resta per compiere i reati. In altre parole, coloro che hanno pochi impegni sociali e molto tempo libero non organizzato, violano le norme più frequentemente degli altri. ■ Le credenze (dimensione morale del legame sociale): Quanto più una persona ha interiorizzato il codice morale convenzionale e considera legittime le norme sociali, tanto più difficile è che le violi. Secondo Travis Hirschi queste quattro dimensioni sono interrelate: cioè, se uno di questi elementi è forte, probabilmente saranno forti anche gli altri, mentre se uno di questi elementi è debole, prima o poi si indeboliranno anche tutti gli altri. - La teoria del controllo sociale o “bonding theory” proposta da Travis Hirschi è rivolta

soprattutto a spiegare il comportamento degli adolescenti. - Ma altri due studiosi americani, Robert Sampson e John Laub (1993), hanno utilizzato la teoria del controllo sociale per capire cosa avviene anche nelle altre fasi della vita degli individui. Secondo questi due autori, fra l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta vi sono delle continuità e delle discontinuità, cioè alcuni individui violano le leggi da giovani e tendono ad infrangerle anche da adulti; altri giovani invece cessano di essere devianti solo quando entrano nell’età adulta o viceversa. Secondo Sampson e Laub, tutto ciò dipende dai mutamenti nelle relazioni fra individuo e società, al formarsi di nuovi legami sociali ed alla rottura dei precedenti. ►Teoria 5 - La teoria dell’autocontrollo La teoria dell’autocontrollo viene proposta nel 1990 da Michael Gottfredson e Travis Hirschi. Essa si presenta come una teoria generale della devianza e non si occupa solo di alcuni reati, ma aspira a fornire una spiegazione di tutti (furti, rapine, spaccio, corruzione, reati dei colletti bianchi, comportamenti spericolati, forme di dipendenza dal fumo, dall’alcol e dalle sostanze stupefacenti, etc.) Nella loro teoria, Gottfredson e Hirschi hanno presentato la distinzione tra: ■ Crime/reato: è un fatto circoscritto, che presuppone un certo numero di condizioni necessarie: un’azione, un’occasione, dei beni, delle vittime (esempi di reati: una rapina, un borseggio, uno stupro, etc.). ■ Criminalità/delinquenza (o propensione/tendenza a violare la legge): si intende invece delle differenze relativamente stabili fra gli individui nella tendenza a commettere degli atti criminali.

Il reato è dunque un evento,

la delinquenza (o tendenza a commetterlo) è invece una caratteristica delle persone.

La distinzione sopracitata ci indica dunque che:

1- Non basta la delinquenza perché venga commesso un reato 2- Anche una persona con saldi principi morali può commettere un reato quando non corre

alcun rischio di essere scoperto Con questa distinzione,Gottfredson e Hirschi riescono a fornire una spiegazione adeguata a problemi che la teoria del controllo sociale lasciavano irrisolti. Quindi:

“Perché talvolta anche le persone con forti legami sociali violano le leggi?

Ciò dipende dalle opportunità e occasioni.

Se alcuni “bravi ragazzi” (che vanno bene a scuola, che sono legati ai genitori) possono rubare è perché si trovano in condizioni/situazioni particolarmente favorevoli, di fronte a tentazioni troppo forti per riuscire a resistere. La variabile chiave della teoria di Gottfredson e Hirschi è l’autocontrollo, che essi definiscono come “la tendenza ad evitare atti i cui costi a lungo termine sono superiori ai benefici immediati o a breve termine”. Le persone con un forte autocontrollo evitano gli atti che mettono a repentaglio le loro prospettive future per quanto grandi siano i benefici immediati che essi offrono. Le persone con scarso autocontrollo, al contrario, cedono alle lusinghe delle gratificazioni immediate (es: rapina: denaro senza lavoro, stupro: sesso senza corteggiamento) dimenticandosi i costi futuri (arresto, detenzione) che queste possono comportare.. L’autocontrollo presenta sei diverse dimensioni: - L’orientamento temporale verso il presente o futuro - La costanza nelle azioni - L’importanza assunta dall’attività intellettuale e fisica - La sensibilità ai bisogni degli altri - La capacità di tollerare le frustrazioni - L’atteggiamento nei confronti dei rischi Secondo i due autori, l’autocontrollo è una caratteristica individuale che non viene ereditata biologicamente, ma che è appresa nei primi dieci anni di vita. Fin da piccoli, gli individui hanno un forte desiderio di soddisfare immediatamente i propri desideri e dunque possiamo dire che si nasce e si resta per un po’ di tempo con un basso autocontrollo. Molti però imparano, nel corso del tempo, a controllare i propri impulsi ed a tener conto delle conseguenze di lungo periodo dei loro atti. Questo si verifica anche grazie alle sanzioni naturali, quelle cioè che seguono immediatamente un atto, senza l’attivo intervento degli altri (es: i bambini imparano che se si avvicinano troppo ai fornelli, si bruciano). Ma l’autocontrollo si acquisisce principalmente grazie a ciò che fanno e dicono le nostre principali figure di riferimento: i genitori e gli adulti che ci circondano. Quattro sono le condizioni necessarie perché si acquisisca in famiglia l’autocontrollo:

1) I genitori devono amare abbastanza i propri figli, cosi da investire il proprio tempo e le proprie energie a vigilare su di loro e sui loro atti/azioni

2) I genitori devono esercitare un controllo effettivo sui comportamenti dei figli 3) I genitori devono accorgersi immediatamente delle trasgressioni dei figli 4) I genitori devono punire i figli, facendo loro capire che ogni violazione delle norme sociali

ha un costo Basta che una di queste quattro condizioni non si verifichi perché il processo di acquisizione dell’autocontrollo non si compia o avvenga imperfettamente.

La teoria dell’autocontrollo è dunque diversa da quella del controllo sociale. Per la prima contano soprattutto i controlli interni, per la seconda quelli esterni. Per la prima, il periodo cruciale nella vita dell’individuo è l’infanzia, per la seconda è invece l’adolescenza. Vari studiosi hanno proposto di integrare le due teorie. Facendo cosi, le persone maggiormente a rischio sono quelle che hanno sia un ridotto autocontrollo sia dei legami deboli con parenti, amici, insegnanti, etc. ►Teoria 6 - La teoria dell’etichettamento Coloro che sostengono questa teoria, credono che per capire la devianza sia necessario tenere conto non solo della violazione ma anche della creazione e dell’applicazione delle norme, non solo dei criminali, ma anche del sistema giudiziario e delle altre forme di controllo sociale. Il reato non è altro che il prodotto dell’interazione fra coloro che creano e che fanno applicare le norme e coloro che invece le infrangono. - Precursore di questa teoria fu Frank Tannenbaum che, in un libro del 1938, descrisse il processo di “drammatizzazione del male”. A suo avviso, vi erano continui conflitti, nella definizione della situazione, fra i giovani, la popolazione e le autorità della città in cui vivevano. I giovani consideravano le trasgressioni che compivano (atti di vandalismo, piccoli furti) come semplici passatempi. La popolazione e le autorità giudicavano quei reati come vere e proprie forme di delinquenza.

↓ Con il passar del tempo, le posizioni delle due parti diventavano sempre più diverse/lontane. La popolazione e le autorità arrivarono a definire i ragazzi come cattivi, maleducati, delinquenti.

↓ I giovani arrivavano ad accettare ed a far propria l’immagine che di loro veniva data, arrivando a considerarsi dei veri delinquenti. - Queste tesi vennero riprese nel 1951 da Edwin Lemert, il quale considerava che fra coloro che commettono atti devianti e gli altri non vi sono differenze profonde né dal punto vista dei bisogni né da quello dei valori. Ne è prova il fatto che, nella nostra società, almeno una volta nella vita, ad un altissimo numero di persone capiti di violare una norma in modo più o meno grave. Un conto però è commettere un atto deviante (rubare, mentire, etc.) e un altro è suscitare per questo una reazione sociale e venire accusato di essere un deviante (un ladro, un bugiardo, etc.). Cruciale è da questo punto di vista la distinzione introdotta da Lemert, fra: ■ Devianza primaria: ci si riferisce a quelle violazioni che hanno agli occhi di colui che le compie un rilievo marginale e che vengono, di conseguenza, presto dimenticate. In pratica, colui che commette il reato non si considera un deviante e non viene visto come tale dagli altri. ■ Devianza secondaria: si ha quando l’atto di una persona suscita una reazione di condanna da parte degli altri, che lo considerano un deviante e questa persona riorganizza la propria personalità e comportamenti sulla base delle conseguenze prodotte dal suo atto. In pratica, la stigmatizzazione che l’ha colpito lo farà sentire sempre più isolato dal resto della società e questo lo spingerà ad entrare in contatto con il mondo deviante. - Ma fu fra il 1962 ed il 1966 che Howard Becker (assieme a John Kitzuse e Kai Erickson) presentarono la versione più matura della teoria dell’etichettamento. Secondo questi autori, il processo di creazione della devianza avviene quando le norme vengono prodotte e non quando vengono violate (come diceva Lemert). “I gruppi sociali creano la devianza stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza e applicando queste regole a persone particolari, che

etichettano come outsider”. Il deviante è uno cui l’etichetta è stata applicata con successo; il comportamento deviante è il comportamento cosi etichettato dalla gente. Il processo di etichettamento è prodotto dai pubblici (dalle audiences), cioè dalle che osservano e giudicano un’azione o una caratteristica di un individuo.

Esistono tre tipi di pubblico: - Il primo è costituito dalla società nel suo complesso - Il secondo è dato da agli altri significativi, dalle persone con le quali l’individuo interagisce

più frequentemente - Il terzo è formato dagli agenti del controllo sociale, dai poliziotti e dai magistrati.

►Teoria 7 - La teoria della scelta razionale Questa teoria è stata usata molte volte dagli economisti, nell’ultimo trentennio, per analizzare vari aspetti della vita sociale. Essi hanno sostenuto che, per capire la decisione di una persona di commettere un reato, è necessario considerarla in modo non dissimile da scelte quali continuare gli studi, comprare una casa o un’automobile, etc. Gli individui in pratica scelgono le alternative di azione che si aspettano diano loro maggiori benefici. Tra le molte teorie proposte, la più articolata è sicuramente quella dei due britannici. Derek B.

Cornish e Ronald V. Clarke (1986). Secondo la teoria della scelta razionale, i reati sono atti intenzionali e deliberati che le persone compiono per ricavarne dei vantaggi. Questi non consistono solo in denaro e in beni economici, ma anche in divertimento/piacere sessuale/prestigio/potere/etc. Per questa teoria non esistono insomma atti criminali gratuiti ed insensati. Ci verrebbe da chiederci:

Come è possibile che, per una gratificazione momentanea,

alcuni vengano arrestati e condannati a passare alcuni anni della loro vita in carcere?

SEMPLICE!

I sostenitori di questa teoria rispondono che quella degli esseri umani è una razionalità limitata, perché la loro capacità di ragionare, di prevedere e di pianificare hanno vincoli e limiti. E anche a chi commette una rapina, per esempio, può succedere di effettuare qualche errore e di trovarsi in carcere senza aver preso neppure un euro! Le scelte riguardanti le attività criminali possono essere distinte in due tipi: ■ Scelte inspirate alla “criminality”: sono decisioni di fondo e per periodi di tempo lunghi. Riguardano la carriera criminale, in tre fasi diverse. Cioè i soggetti si ritrovano a decidere se:

1. dedicarsi alle attività criminali ed iniziare a commettere reati per ottenere ciò che vogliono

2. intendono continuare a farlo per un determinato periodo di tempo 3. abbandonare queste attività

■ Scelte inspirate ai “crimes”: sono decisioni di minore portata rispetto alle prime. Riguardano i singoli reati: un borseggio, un furto, uno stupro, etc. Secondo questa teoria, ogni individuo valuterà sempre i vantaggi, i rischi e i costi prima di intraprendere una scelta (es: decidere se rubare o no – decidere il tipo di reato: borseggio o furto in appartamento - se sceglie il furto in appartamento, valuterà se scegliere un quartiere di classe media o alta – etc.). ►Teoria 8 - La teoria delle attività abituali I sostenitori della teoria delle attività abituali o “routine activity approach” sono partiti dalla critica di una impostazione assai comune nella spiegazione della devianza, che essi chiamano “pestilence fallacy”, cioè l’idea che al’origine di un male non possano esservi che altri mali e dunque che le principali cause della criminalità siano l’analfabetismo, la miseria, la disoccupazione e le diseguaglianze sociali.

Lawrence Cohen e Marcus Felson hanno ribaltato questa idea, proponendo la teoria delle attività abituali. Secondo questi autori, un reato si verifica quando vi è la convergenza, in un dato momento e in un dato luogo, di tre elementi:

- Un potenziale autore del reato Una persona disposta a commettere un determinato reato

- La mancanza di un guardiano Per guardiano si intende non un poliziotto, ma qualsiasi persona: amici, parenti, vicini, etc, ma anche un estraneo che con la sua sola presenza impedisce al potenziale autore di commettere il reato.

- Un obiettivo/bersaglio interessante Può essere un bene da prendere o una persona da attaccare. L’interesse di un bersaglio dipende da quattro elementi: visibilità, accessibilità, inerzia e valore.

1- Visibilità: è tutto ciò che ne facilita l’individuazione da parte di chi vuole appropiarsene.

2- Accessibilità: la facilità con cui l’oggetto può essere raggiunto dal potenziale autore del reato senza che questi venga visto e fermato.

3- Inerzia: è la resistenza che il soggetto oppone ad essere colpito/sottratto (es: la capacità difensiva della vittima durante uno stupro). L’inerzia riguarda inoltre le caratteristiche di tutto ciò che serve a proteggere un oggetto (quindi porte, finestre, serrature) e il peso, le dimensioni dell’oggetto/bersaglio e le difficoltà che vi sono a trasportarlo (infatti, per esempio, molto raramente viene rubata la lavatrice durante i furti in appartamento. Seppur molto costosa è difficile spostarla facilmente). 4- Valore: è dato dalla sua capacità di soddisfare i desideri/bisogni del potenziale autore del reato e può essere: simbolico, affettivo o materiale (in quest’ultimo caso, ciò che interessa al “criminale” è la quantità di denaro che ne può ricavare dai ricettatori, ossia coloro che acquistano beni rubati)

Se manca una di queste componenti l’atto criminale molto probabilmente non verrà commesso.

Questa teoria non si occupa delle motivazioni dei potenziali autori dei reati. Essa tuttavia si basa su due assunti:

- La decisione di commettere un reato nasce di solito da un confronto tra benefici e costi che questo può avere

- Tutti possono commettere un reato quando le tentazioni a farlo sono molto forti, cioè quando il bersaglio presenta un alto interesse (grande valore economico, alta visibilità ed accessibilità, bassa inerzia) e quando manca un guardiano ad impedirlo.

Contrariamente a quanto si pensa dunque, la criminalità non dipende SOLO da altri mali. Infatti, questa teoria sostiene che la quantità di reati commessi è collegata alla natura degli schemi quotidiani di interazione sociale. Se uno schema di interazione subisce delle modifiche, cambia anche il numero di reati. Le attività di routine mettono in contatto gli aggressori e le vittime creando una convergenza spaziotemporale di potenziali autori di reati, obiettivi designati e assenza di guardiani (es: l’aumento della mobilità della popolazione (es: quasi tutti gli individui partono per le vacanze) favorisce i furti in appartamento, perché allontana le vittime dalle proprie abitazioni).

Capitolo II: “Il suicidio” ► Definizione di suicidio

Oggi, nel linguaggio comune, per suicidio si intende l’atto con cui ci si dà la morte di propria volontà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci fornisce una definizione più estesa: “il suicidio è un atto con un esito fatale pianificato e realizzato dalla stessa persona deceduta con l’obiettivo di produrre i cambiamenti desiderati”. ► Le ricerche sul suicidio Gli studiosi usano diverse fonti e differenti metodi per studiare il suicidio. Se solo alcuni si servono della cosiddetta “autopsia psicologica” (cioè quando qualcuno si uccide, essi intervistano coloro che gli erano più vicini e raccolgono informazioni sulla sua vita) per studiare il fenomeno, la maggioranza di essi (quando è possibile) si serve delle statistiche ufficiali delle morti e calcolano i “tassi di suicidio” (cioè il rapporto fra queste morti in un determinato periodo di tempo, di solito un anno, su 100 mila persone residenti nella zona/città/regione/Stato in

cui questi eventi si sono verificati).

Quando le informazioni disponibili lo consentono, si calcolano spesso anche i “tassi specifici” per genere, età, stato civile o livello di istruzione, facendo il rapporto fra i suicidi con determinate caratteristiche socio-demografiche e la popolazione con le stesse caratteristiche. Nonostante la grande maggioranza delle ricerche si sia basata sui dati ufficiali e sui tassi di suicidio, alcuni studiosi hanno espresso dubbi su questi dati, sostenendo che non solo essi sottostimano il numero reale dei suicidi, ma che questa sottostima è selettiva, cioè varia nello spazio e nel tempo, perché dipende dall’efficienza dell’apparato di registrazione e dall’atteggiamento della popolazione nei confronti di questi eventi. Secondo questi critici in pratica è inutile cercare di capire dai tassi di suicidio perché e quanto ci si ammazza. Se il tasso di suicidio aumenta è solo perché l’apparato di registrazione è diventato più efficiente e non perché il grado di integrazione sociale sia diminuito. Se tale tasso è minore in un paese piuttosto che in un altro è perché nel primo i suicidi sono meno accettati e maggiore è la tendenza a nasconderli. In sostanza, gli studiosi sono arrivati alla conclusione che le statistiche ufficiali sottostimano in qualche modo il numero reale dei suicidi, ma che tale sottostima non è selettiva. Essa dipende infatti in gran parte da motivi tecnici (la difficoltà ad individuare la causa di alcune morti) e non dal giudizio morale della popolazione e dei funzionari dell’apparato di registrazione. ► La teoria e la tipologia di Durkheim La più famosa tipologia è quella proposta da Emile Durkheim. Essa ha natura eziologica, cioè riguarda le cause sociali delle morti volontarie. Queste cause sono due ed a ciascuna di esse sono riconducibili due diversi tipi di suicidio. CAUSA N. 1: L’integrazione sociale La causa è data dall’integrazione sociale, dalla quantità e dalla forza dei legami che uniscono un individuo ai vari gruppi (domestico, religioso, politico). Il tasso di suicidio è basso quando il grado di integrazione è equilibrato. Se non lo è, si creano due tipi di suicidi:

SUICIDIO EGOISTICO (in cui il tasso di suicidio aumenta perché c’è uno scarso grado di integrazione sociale), Si ha quando il legame che lega l’uomo alla propria vita si allenta perché si è allentato quello che lo lega alla società-

SUICIDIO ALTRUISTICO (in cui il tasso di suicidio aumenta perché c’è un eccessivo grado di integrazione sociale). Si ha quando l’individuo conta poco ed il suo gruppo molto, cioè quando “l’io non si appartiene ma si confonde con una cosa diversa da sé e il polo della condotta viene a trovarsi al di fuori, cioè in un gruppo di cui l’individuo è parte” (es: le donne indiane che si suicidano alla morte del marito)

CAUSA N. 2: Regolazione sociale

In ogni società vi sono norme che definiscono i diritti ed i doveri di coloro che occupano le varie posizioni sociali, che stabiliscono l’entità dei compensi che spettano a queste persone, etc. Il tasso di suicidio è basso quando la quantità della regolazione sociale è equilibrata. Se non lo è, anche qui, si creano due tipi diversi di suicidi:

SUICIDIO ANOMICO (il tasso di suicidio aumenta se la quantità della regolazione sociale è in difetto) Si ha nei momenti in cui le norme perdono significato e valore e la regolazione sociale si indebolisce.

SUICIDIO FATALISTICO (il tasso di suicidio aumenta se la quantità della regolazione sociale è in eccesso) Si verifica nei soggetti che hanno l’avvenire completamente chiuso, con passioni violentemente compromesse da una disciplina oppressiva.

Attenzione: La tipologia di Durkheim è stata criticata e modificata da molti studiosi, servendosi del concetto di “rete sociale” (cioè l’insieme di persone che un soggetto conosce e del tipo di relazioni che ha con

esse). Secondo questi autori, le probabilità che una persona si uccida sono tanto minori quanto più ampia e solida è la rete sociale di cui fa parte. ► Forme di organizzazione sociale Rispetto al livello di organizzazione necessario per la loro realizzazione, possiamo distinguere quattro diversi tipo di suicidio: ■ Individuale: non richiede quasi nessuna forma di organizzazione. Viene commesso da persone singole, che sono e si sentono sole e che da sole agiscono. Alcuni possono rivelare il loro stato d’animo o intenzioni ai familiari/amici ma non comunicano mai con persone nella loro stessa situazione. Non cercano aiuto o solidarietà per compiere il gesto. ■ Di coppia: viene commesso da due persone che decidono di togliersi la vita insieme e si organizzano per farlo. Si tratta spesso di coniugi/fidanzati/amanti eterosessuali o omosessuali che si uccidono per difendere la loro relazione da qualcuno (minaccia interna: tipo i genitori) o qualcosa (minaccia esterna: malattia) che minaccia di romperla. ■ Di gruppo: vengono commessi da un certo numero di persone, con finalità politiche o militari comuni, che si tolgono la vita in modi ed in luoghi simili, con l’obiettivo principale di uccidere dei nemici. (es: kamikaze dell’11 settembre 2001). Ovviamente, questo tipo di suicidio, richiede una complessa organizzazione e un buon addestramento di coloro che sono disposti a compierlo. ■ Di massa: avviene quando un certo numero di persone, unite spesso da una fede religiosa comune, si uccidono insieme. Anche questi suicidi, oltre ad una forte fede religiosa, richiedono una buona organizzazione, guidata da un leader carismatico. ► La scelta del mezzo I modi per uccidersi sono innumerevoli, ma recenti studi dimostrano che La scelta del mezzo per togliersi la vita dipende da strato sociale a strato sociale e varia nel tempo e nello spazio. (Es: Nel 2000, in Italia, il mezzo più usato per uccidersi è stato l’impiccagione. In Svezia invece è

stato l’avvelenamento. Negli Stati Uniti, al contrario, si è utilizzata una pistola/fucile).

La scelta del mezzo dipende quindi da numerosi fattori di natura sia psicologica, sia sociale: - La disponibilità del mezzo (es: come poter reperire un’arma da fuoco) - La familiarità che si ha con il mezzo

- Le capacità tecniche per usare il mezzo - Il significato simbolico che assume - Il dolore che può provocare (es: spararsi o uccidersi con il gas) - Il coraggio che richiede (es: buttarsi sotto un treno o da un palazzo) - Le deturpazioni che può provocare nel corpo (es: le conseguenze sul corpo se mi getto da un

palazzo o se mi uccido con il gas) Spesso, si ritiene che la scelta del mezzo sia una questione di scarsa importanza perché quando una persona ha deciso di uccidersi lo farà comunque. In realtà, numerose ricerche ci dimostrano che la chiusura dell’accesso ad alcuni mezzi letali costituisce un efficace sistema di prevenzione (es: negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone hanno accesso alle armi; in Italia no!) Dunque, una delle forme possibili di prevenzione (detta situazionale) consiste nel ridurre il numero di occasioni che possono facilitare il suicidio. ► La secolarizzazione del suicidio Il suicidio è un atto che meglio di molti altri mostra la validità della concezione relativistica della devianza. Esso è stato infatti definito, interpretato e giudicato in modo del tutto diverso a seconda delle società e dei periodi storici. Oggi, nei paesi occidentali, viene di solito spiegato con categorie psicologiche, economiche e sociali e suscita, oltre che sgomento, anche pena, pietà e compassione. Ma un tempo veniva attribuito alle forze diaboliche ed era duramente condannato. In Europa l’atteggiamento verso chi si uccideva divenne più severo e rigido dal quarto al quinto secolo. La concezione cristiana della morte volontaria si basava sull’idea che a condurre al suicidio fosse di solito la disperazione. Disperazione, intesa non come la pensiamo oggi, ma come sentimento che nasceva dalla convinzione di non poter più disporre della grazia e misericordia di Dio, di non poter più ottenere il suo perdono per i peccati commessi. (Es:

- Oggi, si pensa, che le persone si suicidano per disperazione: perché perdono il lavoro o la

famiglia.

- Nel Medioevo, si pensava, che le persone si suicidavano per disperazione: perché sanno di non

poter più disporre della grazia/protezione divina).

Le autorità civili e quelle religiose prendevano sanzioni molto gravi per il suicidio. Esse assimilavano coloro che si uccidevano agli omicidi, portavano i loro cadaveri in tribunale, li processavano e li facevano “morire”, per cosi dire, due volte! Nelle élite di alcuni paesi europei, l’atteggiamento nei confronti del suicidio cominciò a cambiare nella seconda metà del 700, iniziando a pensare che il suicidio fosse legato ad altri fattori come l’eredità, il clima, la follia, le disgrazie o ad una scelta morale. Iniziò cosi in tutti i paesi europei, seppur in momenti assai diversi, un processo di depenalizzazione del suicidio (cioè non venne più definito un reato). Il codice del diritto canonico smise nel 1983 di considerare autore di un delitto chi si toglieva la vita e di negargli la sepoltura ecclesiastica. ► Il suicidio nella società moderna Il suicidio è riconducibile a numerose variabili. Di seguito ne illustriamo sette di queste: il genere, lo stato civile, l’età, la religione, la classe sociale, il carcere ed i mezzi di comunicazione di massa. ■ Il genere Oggi, nel nostro paese, il tasso di suicidio maschile è da tre a cinque volte superiore a quello femminile. Nonostante questo, le donne però pensano e tentano di porre fine alla loro vita più spesso degli uomini. Dunque, perché i suicidi consumati sono più frequenti nella popolazione maschile e i tentati in

quella femminile?

Durkheim sosteneva che la donna si uccide meno dell’uomo perché non partecipa nella stessa misura alla vita collettiva. Oggi, in realtà, si ipotizza che le donne si uccidono meno rispetto agli uomini per:

-Processo di socializzazione: cioè di trasmissione e di apprendimento delle competenze specifiche richieste dall’esercizio dei vari ruoli sociali. (Fin da piccoli, i bambini imparano a dare maggiore importanza al coraggio fisico, al rischio, all’aggressività; mentre le bambine vengono indirizzate alla cura di se stesse e degli altri). - Integrazione sociale: le donne hanno una rete di relazioni (amicali e familiari) più ampia e solida degli uomini

■ Lo stato civile e i figliAlla metà dell’800, in Europa, le persone coniugate si uccidevano più raramente di quelle non sposate. Enrico Morselli, nel 1879, indica che “la società domestica è un potente preservativo contro il suicidio” perché attraverso il matrimonio, i due coniugi, riescono ad attenuare “le lotte durissime della vita mediante un mutuo appoggio”. Durkheim, vent’anni dopo, riprende la teoria di Morselli e sostiene che “la superiorità dello stato matrimoniale” era invece dovuta alla presenza dei figli. Più figli aveva una coppia, più densa era la famiglia e maggiore era il benessere/stato di salute dei suoi componenti. Nell’ultimo secolo, la relazione fra stato civile e rischio di suicidio non è cambiata. Recenti studi hanno dimostrato che in tutti i paesi del mondo, la morte volontaria è più frequente fra i coniugati che fra i non coniugati. Come spiegare dunque gli effetti benefici del matrimonio? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo rifarci ancora una volta, a Durkheim, il quale aveva individuato 2 cause principali: la regolamentazione e l’integrazione.

- La regolamentazione:il matrimonio regola, disciplina, modera, contiene e prescrive norme di comportamento per la vita quotidiana, per il lavoro, il tempo libero, l’alimentazione e il riposo. Impone di seguire degli orari, di mangiare in modo sano, di curarsi, di prendere sul serio i sintomi delle malattie, etc.

- L’integrazione:il matrimonio integra, immette in reti sociali che possono essere al tempo stesso solide e flessibili, capaci di reggere alle prove più difficili e di reagire rapidamente. Chi è sposato riceve vari tipi di sostegno da queste reti:

1- Sostegno cognitivo: si concretizza nell’aiuto a definire cosa sta succedendo, ad interpretare gli eventi spiacevoli e problematici, le situazioni ambigue e le intenzioni di coloro che sono esterni all’ambiente domestico: colleghi, rivali, competitori.

2- Sostegno emotivo: si manifesta con la simpatia, il calore affettivo, la fiducia e le premure.

3- Sostegno materiale: consiste nel dare denaro, comprare cibi e vestiti, nel cucinare e nell’allevare i figli.

Secondo Durkheim, gli uomini traggono dal matrimonio più benefici rispetto alle donne: in genere i mariti ricevono dalle mogli più cure, più affetto, più attenzione di quanto non siano in grado di dare.

■ L’età Il suicidio è rarissimo prima dei quindici anni e dopo di allora cresce con l’età (vecchiaia), indipendentemente dal genere. Anche in passato, gli anziani si toglievano la vita più spesso dei giovani. Queste differenze sono riconducibili a due fattori:

- Stato di salute psico-fisica degli individui: lo stato di salute degli anziani peggiora con l’età e fa crescere il rischio di suicidio (es: sono malato, sono vecchio..meglio farla finita!).

- Grado di integrazione sociale: gli anziani tendono a diminuire le loro interazioni con la società soprattutto dopo la pensione o dopo esser rimasti vedovi.

Negli ultimi quarant’anni vi sono stati tuttavia importanti mutamenti. Dal 1960 in molti paesi occidentali, il tasso di suicidio dei giovani (15-24 anni) è aumentato, soprattutto fra i maschi. Le cause di questo cambiamento sono:

- Perdita di significati: dovuta al processo di secolarizzazione, cioè al declino dell’importanza della religione nella società e nella vita dei giovani;

- Depressione: molti giovani occidentali soffrono di depressione e altri disturbi psichici che fanno crescere il rischio di suicidio;

- Poca integrazione sociale: i suicidi aumentano perché fra i giovani è diminuito il capitale sociale (cioè la struttura di relazioni fra persone, capace di favorire la cooperazione, la reciprocità e la fiducia fra i membri di una data società). Tali relazioni possono essere ascritte (come quelle familiari) o acquisite nel corso della vita (come quelle di amicizia, di lavoro, etc.)

Altri studiosi invece hanno individuato un’altra causa: le trasformazioni avvenute nella stabilità della famiglia di origine (es: separazioni e divorzi).

■ La religione Secondo Durkheim, la religione riduce il tasso di suicidio, perché svolge una funzione di regolazione sociale. Vi sono però delle differenze rilevanti fra le varie confessioni. Nell’800:

- I protestanti avevano il tasso di suicidio più alto - I cattolici avevano un discreto tasso di suicidi - Gli ebrei avevano un tasso di suicidio bassissimo

Nonostante tutte e tre vietassero il suicidio, la differenza stava nel diverso grado di integrazione sociale della chiesa. Quindi:

- I protestanti = pochissima integrazione sociale - I cattolici = media integrazione sociale - Gli ebrei = forte integrazione sociale

Nell’ultimo secolo, molti studiosi hanno affrontato questa questione, arrivando a conclusioni in parte diverse da quelle di Durkheim. - Alcuni hanno sostenuto che la relazione fra religione e suicidio era spuria, cioè dovuta ad una terza variabile: il livello di sviluppo economico. Secondo questi autori, se i protestanti avevano un elevato tasso di suicidi, non era perché la loro chiesa era poco integrata ma bensì perché, dal punto di vista economico, le loro regioni erano le più sviluppate. - Altri studiosi hanno invece avanzato l’ipotesi che la terza variabile sia la stabilità coniugale e che se i protestanti si uccidono più spesso dei cattolici è perché i loro matrimoni finiscono più frequentemente con il divorzio. Ma che l’appartenenza religiosa possa influire sul rischio di morte volontaria è stato dimostrato

con l’islamismo. Infatti, è stato dimostrato che l’islamismo scoraggia il suicidio non tanto perché lo

condanna, ma perché è una religione che, vincolando i fedeli a rituali di preghiera quotidiani, li

integra nella comunità.

■ La classe sociale

Nel 1879, Enrico Morselli, aveva osservato che i contadini ed i minatori si uccidevano meno spesso rispetto a tutti gli altri. Il rischio di morte volontaria, infatti, aumentava se aumentava la classe sociale (quindi i ricchi si uccidevano di più ed i poveri di meno!). Durkheim, vent’anni dopo, riprendendo l’idea di Morselli, aggiunse: “la miseria, quando dura per molto tempo e diventa un’abitudine, protegge dal suicidio”. La situazione è tuttavia cambiata nel corso del Novecento. Attualmente infatti, il rischio di suicidio è maggiore nelle classi sociali più svantaggiate e con più bassi livelli di istruzione. Ciò è provocato dalle difficoltà finanziarie, dalla disoccupazione e dal consumo di alcool (che aumenta il rischio di conflitti domestici/divorzi)

■ Il carcere

Da sempre, il carcere è il luogo in cui si commettono più suicidi. In Italia, nel 2001, il tasso di suicidio era di 124 su 100 mila presenti, il livello più alto registrato negli ultimi dodici anni; nel nostro paese ci si uccide ben quindici volte più che fuori. Ma perché in carcere ci si uccide molto più spesso rispetto a fuori? Le spiegazioni fornite dagli studiosi sono due. 1) La prima spiegazione: è che la popolazione detenuta ha alcune caratteristiche che la rendono maggiormente a rischio di morte volontaria. Infatti, molti detenuti, sono tossicodipendenti o soffrono di depressione e altri disturbi psichici; tutte condizioni che aumentano il rischio di suicidio. 2) La seconda spiegazione: è che l’ambiente degli istituti penitenziari che spinge a togliersi la vita. Tali istituti vengono definiti da Goffman come istituzioni totali, perché esercitano un controllo pervasivo e continuo sui comportamenti di coloro che ne fanno parte, riducendo al massimo la loro libertà. Il carcere strappa le persone alla famiglia, cancella vecchie abitudini, manda in frantumi l’idea che si ha del mondo, produce sfiducia negli altri ed in se stessi, causa depressione. E dunque può spingere qualcuno a togliersi la vita. Attualmente, alcune ricerche hanno dimostrato che i suicidi sono più numerosi nelle carceri dove esiste un forte sovraffollamento (spazio ridotto + interazioni non desiderate + vita stressante = possibili suicidi) Tuttavia, il tasso di suicidio dipende anche dai detenuti e dai modi in cui essi reagiscono al carcere:

1- Il primo è costituito da quelli che hanno basse capacità di resistenza e limitate capacità di coping, cioè di controllo degli eventi considerati particolarmente difficili.

2- Il secondo è costituito dai malati di mente, che soffrono di un acuto senso di perdita del controllo di sé.

3- Il terzo è costituito dai condannati all’ergastolo o a lunghissime pene detentive

■ I media e l’effetto Werther Dal 1774, anno in cui Goethe pubblicò “I dolori del giovane Werther”, si dà credito al fatto che la pubblicazione da parte dei media di casi di suicidio possa influenzare il comportamento del grande pubblico. Durkheim citò alcuni fatti a favore della tesi che il suicidio potesse comunicarsi per contagio da una persona all’altra. Negli ultimi venti anni le ricerche hanno confermato che i mass-media possono avere un effetto Werther; anche se il reale effetto sulla mente delle persone dipende molto dallo spazio che viene dedicato ai casi di suicidio e al modo in cui se ne parla. ► Differenze fra paesi Il tasso di suicidio varia fortemente a seconda dei paesi. Di seguito cinque gruppi di paesi con i livelli più alti e bassi: - Tasso di suicidio molto basso: Azerbaigian, Armenia, Filippine e paesi arabi - Tasso di suicidio basso: Spagna, Portogallo, Grecia, Italia, Albania, Israele, Regno Unito e molti paesi dell’America Latina - Tasso di suicidio medio-basso: Germania, Olanda, Svezia, Stati Uniti, Canada, Australia e India - Tasso di suicidio alto: Austria, Belgio, Francia, Danimarca, Finlandia, Giappone e Sri Lanka - Tasso di suicidio molto alto: Slovenia, Ungheria, Russia, Estonia, Lettonia e Lituania. Queste variazioni (da paese a paese) dipendono da tre importanti fattori: - Dalla forza delle relazioni domestiche (ci si uccide meno nei paesi in cui ci sono pochi divorzi) - Dalla religione (tasso di suicidio basso nelle popolazioni di origine musulmana) - Dal sistema di valori (quanto più severo è tale sistema nei confronti di chi si toglie la vita, tanto più difficile è che i cittadini di quel paese si uccidano)

Suicidi altruistici

I suicidi altruistici o istituzionali vengono cosi chiamati perché commessi più per dovere che per diritto e perché approvati dalla comunità di appartenenza. Esempi di suicidi altruistici:

- “I suicidi delle vedove indiane”: fin dai tempi di Marco Polo, quando un uomo moriva la vedova aveva il dovere di seguirlo, immolandosi, ed era chiamata “sati”(sposa virtuosa, casta e fedele). - “I suicidi altruistici in Giappone”:

1. Hara-kiri, forme di morte volontaria seguita dai samurai per salvaguardare il proprio onore o come cordoglio per la morte del signore. 2. Kamikaze (vento divino), i piloti giapponesi che durante le seconda guerra mondiale si gettarono, con i propri caccia armati di bombe, contro le portaerei americane con l’obiettivo di arrecare il massimo danno al nemico con la propria morte. Oggi vengono comunemente chiamati così anche i giovani terroristi arabi.

- “I suicidi altruistici nelle Filippine”:

1. Juramentado, praticato dalla tribù islamiche delle Filippine meridionali che condannano il suicidio per motivi privati ma che, allo stesso tempo, pretendono dalla persona che vuol mettere fine alla propria vita che questi vada in luogo frequentato da cristiani e che ne uccida quanti più possibile, sicuro che i sopravvissuti lo ammazzeranno. - “I suicidi altruistici delle donne cinesi”:

Le statistiche pubblicate negli anni Novanta dimostrano che le popolazioni nelle campagne avevano un tasso di suicidio molto più alto che nelle città. Inoltre, le donne in Cina si uccidono molto più degli uomini: è un caso unico nella storia presente e passata.

Capitolo 3: “Le sostanze legali e illegali”► Sostanze, droghe, dipendenza e tolleranza: le definizioni Per droga si intende: “ogni sostanza dotata di azione farmacologica psicoattiva, la cui assunzione provoca alterazioni dell'umore e dell'attività mentale (Organizzazione Mondiale della Sanità)”. Le sostanze psicoattive si dividono, sulla base degli effetti esercitati sul sistema nervoso, in:

Droghe che deprimono il sistema nervoso centrale, come l'alcol-solventi-ipnosedativi-etc. • Droghe che stimolano il sistema nervoso centrale, come il crack-caffeina-nicotina-

amfetamine-etc. • Droghe che riducono il dolore, come la morfina-eroina-metadone • Droghe che alterano la funzione percettiva (chiamate “droghe psichedeliche/allucinogene),

come la cannabis-ecstasy-etc. Questa classificazione però non separa le sostanze legali (es: caffeina) da quelle illegali (es: amfetamine). Ecco perché è opportuno introdurre un'ulteriore distinzione che tenga conto della liceità o meno del consumo e del motivo per cui vengono consumate: Droghe legali strumentali: sono quelle sostanze prescritte dai medici (es:tranquillanti) DROGHE LEGALIDroghe legali ricreative:

sono quelle sostanze che difficilmente vengono definite come droghe nel senso comune (es: alcol e tabacco) Droghe illegali strumentali: sono quelle sostanze che vengono generalmente usate dagli sportivi per migliorare le proprie prestazioni (es: doping) DROGHE ILLEGALI Droghe illegali ricreative: sono quelle sostanze a cui generalmente si fa riferimento con il termine “droga”. (Le droghe illegali ricreative più diffuse sono sicuramente:

Cannabis indica Cocaina Gli oppiacei Le amfetamine)

Tra le caratteristiche di alcune di queste sostanze vanno segnalate: la dipendenza e la tolleranza. - La dipendenza: è il modello di comportamento compulsivo di ricerca e assunzione di droghe che si sostituisce a molte altre attività. Essa può essere:

1. Dipendenza fisica: in cui la mancanza della droga (ovvero l'astinenza) genera malessere fisico 2. Dipendenza psicologica: in cui il consumatore è spinto a cercare la droga dal bisogno di ripetere l'esperienza piacevole.

- La tolleranza: si intende il fenomeno per il quale gli effetti dell'assunzione tendono a decrescere nel corso del tempo costringendo il consumatore ad aumentare le dosi di sostanza per raggiungere lo stesso effetto. ► La diffusione del consumo Il consumo di sostanze stupefacenti non è un fatto recente; alcune di queste sostanze erano consumate molto prima della fine della seconda guerra mondiale, ma sicuramente possiamo dire che il concetto di “assumere droghe” aveva un significato assai diverso rispetto a quello di oggi. In passato infatti, l'uso delle droghe era prevalentemente terapeutico (quindi strumentale). L'uso contro culturale e ricreativo esisteva ma sera marginale rispetto a quello terapeutico, ed era comunque limitato a cerchie ristrette di letterati, artisti, bohemien, etc. A quell'epoca, mancava dunque la tendenza dei consumatori ad associarsi in conseguenza dell'adozione di una particolare condotta di vita, mancava quindi una subcultura della droga. Anche i consumatori/tossicodipendenti avevano caratteristiche diverse: erano più spesso adulti che giovani ed erano più spesso donne che uomini. Il consumo ricreativo/di massa/subculturale è un fenomeno relativamente recente che si è sviluppato tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70. Ma anche dopo l'inizio dell'epoca della diffusione del consumo di massa non dobbiamo ritenere che questo sia cresciuto in modo continuo e progressivo. I livelli di consumo di droghe variano molto a seconda della sostanza. ► Le caratteristiche dei consumatori La probabilità che un individuo provi o faccia uso di droga dipende da almeno 5 fattori:

■ Genere Tutte le ricerche confermano che la percentuale di consumatori è inferiore tra le donne che fra gli uomini e che le prime iniziano più tardi, consumano meno e meno spesso. Inoltre, di solito, gli

uomini iniziano a consumare sostanze stupefacenti con il gruppo di pari mentre le donne iniziano con il proprio partner o con la famiglia (nel caso dell'alcol).

■ Età L'età è un fattore che influenza il consumo di droghe ma quest'influenza varia a a seconda del tipo di sostanze: legali o illegali. - Nel caso delle sostanze legali il consumo comincia verso i 10-15 anni (alcol) - Nel caso delle sostanze illegali, invece, il consumo inizia soprattutto nel periodo dell'adolescenza. Quindi, l'età in cui si provano le sostanze per la prima volta varia a seconda della sostanza e in genere cresce all'aumentare della pericolosità percepita (es: l'età a cui si inizia a fumare le sigarette è inferiore rispetto a quella in cui si inizia a far uso di cocaina). Tuttavia esistono dei fattori che possono favorire l'interruzione del consumo di stupefacenti: 1. Assunzione di ruoli adulti 2. Meccanismi di controllo: come il lavoro, relazioni affettive stabili, ruolo di genitore

Generazione di appartenenzaI cambiamenti nell’uso delle droghe sono dovuti anche ai mutamenti generazionali. Nel momento in cui il consumo diventa un fenomeno sub culturale, ossia legato alla formazione di gruppi di consumatori che condividono oltre al consumo anche uno stile di vita, esso sarà fortemente influenzato dalle variazioni di questi stili di vita. Fino alla fine degli anni Settanta il consumo di droghe fu legato alla cultura underground in cui confluirono il messaggio della contestazione americana alla guerra nel Vietnam, la nuova sinistra italiana, l’apertura verso stili di vita alternativi. Si sviluppa in questo periodo anche una opposizione concettuale tra:

DROGHE BUONE DROGHE CATTIVE Hashish, marijuana, Lsd: erano considerate coerenti con il bisogno di apertura della mente e di socialità/espansione.

Anfetamina, eroina, cocaina: erano considerate autodistruttive e coerenti con una condotta di vita disimpegnata e apatica.

■ Caratteristiche dei precedenti consumi

Alcuni studiosi sostengono che le carriere dei consumatori seguono delle sequenze ben precise, in cui una tappa non può essere raggiunta se prima non si è passati per gli step intermedi. Di solito, l'uso di droghe lecite precede quello delle droghe illecite. Tra queste tappe, Kandel ne individua 4, dette anche le “quattro fasi del coinvolgimento nel consumo di sostanze”: Fase A: inizia il consumo di birra o vino Fase B: inizia il consumo di sigarette o superalcolici Fase C: inizia il consumo di marijuana o cannabis Fase D: inizia il consumo di droghe illecite/pesanti (per le donne questa fase prevede il consumo di psicofarmaci anziché droghe illecite/pesanti) La sequenza è gerarchica e sovente chi si trova in una certa tappa quasi sicuramente è passato per le precedenti. I sostenitori delle “escalation theory o stepping-stone theory” sono convinti che chi transita da una tappa debba necessariamente passare alla successiva. Altri studi dimostrano invece che questo non è sempre vero dato data che spesso nel passaggio da una tappa all’altra il numero dei consumatori decresce.

■ Luogo di residenza La variabile territoriale influenza il consumo di droghe, che risultata essere più elevato nelle grandi città e negli hinterland che non nei piccoli centri. Uno studio condotto su 12 paesi dell’UE ha confermato la relazione tra urbanizzazione e consumo ma anche dimostrato che le differenze sono più forti per le droghe pesanti che non per i derivati della cannabis (anche se a partire dagli anni Novanta questa tendenza sembra essere superata)

► I mercati e la loro organizzazione A partire dagli anni 70 sono stati molti gli studi che hanno cercato di analizzare l'organizzazione dello spaccio. La struttura ricorrente in molti paesi europei e negli Stati Uniti è la seguente: - I produttori: coltivatori di droghe naturali o sintetiche, imprenditori proprietari di impianti per la raffinazione di droghe. - Importatori: acquistano direttamente dai produttori per portare sui mercati locali quantità superiori ai 10 kg di merce. - Grossisti: acquistano dagli importatori quantitativi da 2/3 kg fino a 10 kg (per questo motivi sono anche conosciuti come “Kilo-connection”) e la suddividono in pacchetti inferiori a un kg per la rivendita ai distributori intermedi. - Distributori intermedi: che a loro volta rivendono pacchetti da circa un etto agli “spacciatori a peso” o “da appartamento”. - Spacciatori a peso o “da appartamento”: questi ultimi riforniscono di lotti da circa 10 grammi l’uno gli spacciatori da strada o direttamente ai consumatori o agli spacciatori-consumatori. Gli spacciatori da strada (l’unico strato visibile), a loro volta, si dividono in tre categorie: - gli spacciatori da strada, propriamente detti - i network dealers, acquistano partite di droga per rivenderle direttamente a membri di circoli privati - i fornitori di gruppo, raccolgono denaro all’interno di cerchie amicali per l’acquisto collettivo di droga Di solito, i luoghi ideali per lo spaccio ed il reclutamento di nuovi clienti sono: parchi, esterno/parcheggio dei locali, case abbandonate, etc. ► Le politiche di controllo Alcune ricerche archeologiche hanno dimostrato che prima ancora dell’uso del metallo, le più antiche civiltà consumavano droga (es: masticavano le foglie di coca). Ciò sta a significare che l’uso della droga è sempre stato socialmente e culturalmente approvato e definito. La società ha sempre dettato le regole relative all'uso di sostanze stupefacenti: quali droghe potevano essere usate e quali no, con quale frequenza, in quali circostanze, etc. I casi più frequenti in cui la società ha dettato limiti ben precisi sono sicuramente: l'alcol e le droghe.

ALCOL Tranne per alcune società che si sono prefissate di limitarne il consumo o di proibirlo del tutto, in tutte le altre il consumo di alcol rientra nelle pratiche quotidiane, legato ad attività rituali o alimentari. - Nei “paesi a cultura asciutta”, le attività del bere e del lavorare sono tenute separate, così pure anche dai pasti; ed esistono delle situazioni in cui è lecito bere e altre dove bere è illegale. In questi paesi il bere è un’attività straordinaria e le bevande utilizzate son o quasi sempre i superalcolici (es: nei paesi anglosassoni) - “Nei paesi a cultura bagnata”, invece, la bevanda centrale è il vino; l’abuso può essere frequente ma più raramente smodato. In entrambi questi tipi di paesi il consumo di alcol non è vietato ma in ogni caso è sottomesso a forme di controllo. Nei primi, il controllo è formale e con forti spinte repressive; nei secondi i controlli sono più informali e basati sulla tradizione.

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