Riassunto e trattamento temi dal Griswold, Domande di esame di Sociologia. Università degli Studi di Palermo
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Riassunto e trattamento temi dal Griswold, Domande di esame di Sociologia. Università degli Studi di Palermo

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risposta a domande di esami su temi trattati nel libro sui processi culturali della Griswold
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1. Il concetto di cultura: teoria e modelli

Da quando l’uomo esiste ha sentito il bisogno di creare, di dare una forma al caso che lo circonda. O, forse, di rendere omaggio ad un’armonia che intuisce ma sconosce. Nel corso dei secoli l’uomo ha sempre prodotto cultura. Dalle veneri paleolitiche intagliate nella pietra al Big Mac, l’uomo si è sempre circondato di simboli e mosso all’interno di un sistema di credenze e valori. Cosa rientra nella definizione di cultura, però, è un concetto dibattuto e attuale. La cultura, secondo i sociologi, è l’insieme di norme, credenze, valori e simboli espressivi che caratterizzano una società. Esistono alcuni principi condivisi globalmente: essi hanno a che fare con l’essere umano in quanto specie; altri, invece, ne caratterizzano un determinato gruppo. Tra le diverse culture esistono modelli di comportamento molto distanti tra loro: se in Italia, ad esempio, urinare per strada è visto di cattivo occhio e sanzionato per legge, in Cina la cosa è tollerata, soprattutto nei bambini, e piuttosto comune. Se in alcuni paesi dell’Africa o del Sudamerica la pratica e la credenze relative alla stregoneria esistono e proliferano, in Italia è considerata dai più una sciocchezza, e chi la pratica è considerato un pazzo o un ciarlatano. Sono solo esempi per dire che la cultura si diffonde e attecchisce in modi diversissimi. L’approccio umanistico alla cultura, invece, sostiene che la cultura sia elitaria, “quanto di meglio è stato creato dall’uomo”. Esiste una distinzione tra cultura alta e cultura popolare, qualitativamente inferiore. In questo idealtipo essa è una creatura bellissima e fragile, da preservare, portata ad estraniarsi dalle dinamiche socioeconomiche. La cultura deve tendere alla perfezione, ricercare il sacro. Il quotidiano non compare, se non per accentuare lo straordinario: essa vive nell’eccezionalità del momento, nella scintilla divina dell’ispirazione. Questa concezione si è sviluppata nel periodo successivo alla prima industrializzazione: la “civiltà”, in quel periodo, veniva demonizzata come portatrice di disuguaglianze sociali e un tenore di vita più basso e materialistico. La cultura era un’ancora di salvezza, il polo positivo verso cui tendere. In questa fase storica, la seconda metà dell’’800, è collocabile il pensiero del pedagogo Matthew Arnold, figlio di questo tempo di profondi cambiamenti sociali. Egli vedeva nella cultura un grande potere curativo, capace di educare e riportare armonia nella società. Considerava la cultura come un mezzo e non un fine, un antidoto morale contro i mali della modernizzazione. La cultura è, per lui, un agente umanizzante. Dello stesso avviso era il sociologo tedesco Max Webber. Webber, indagandosi sul ruolo della scienza, si rese conto di come quest’ultima non riusciva a rispondere ai grandi interrogativi inerenti al significato delle azioni umane e di come fosse inadeguata a spiegarne i comportamenti. Per trovare un senso, secondo Webber, l’uomo deve rivolgersi al mondo delle idee. In una parola, alla cultura. Per l’approccio sociologico allo studio della cultura, invece, come dicevo, viviamo in un mondo sincretico, in cui i significati e i simboli si fondono e si confondono fino a creare dei confini indefiniti ma analizzabili. In questa nuova scuola di pensiero si inserisce il sociologo Peter Berger, che definisce la cultura come “la totalità dei prodotti dell’uomo”. La società stessa, secondo lui, è assimilabile nella cultura non materiale. Egli sostiene che, in un primo momento, gli esseri umani proiettano la loro individualità sul mondo esterno, ed egli chiama questa fase esternalizzazione. In seguito vivono queste proiezioni come fossero indipendenti , ovvero mettono in atto un processo di oggettivazione. Infine incorporano queste proiezioni nella loro coscienza psichica, quindi le interiorizzano. “L'uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto”, diceva l’antropologo Geertz. Secondo lui la cultura consiste proprio in queste ragnatele di significati, interpretabili e

classificabili, trasmessi storicamente. I significati sono incarnati in simboli secondo cui l’uomo comunica e si sviluppa. Questo è, secondo lui, cultura.

2. Quali sono i legami fra la cultura e la società?

Per parlare delle dinamiche che esistono tra cultura e società bisogna introdurre il concetto di oggetto culturale. Un oggetto culturale è un significato incorporato in una forma; è, cioè, una storia che, dopo essere stata inventata, raccontata e assimilata, esiste e viene socialmente accettata. Possiamo pensarlo come l’elemento minimo della cultura. Esso viene estrapolato da un contesto sociale più ampio per essere osservato e studiato. Se poniamo come esempio di cultura “la cultura siciliana” possiamo dire che il dialetto palermitano è un oggetto culturale di quella determinata cultura. E’ una parte che estrapoliamo da un contesto per poterla analizzare e poter studiare a sua volta il contesto di cui è parte. Il microcosmo all’interno del macrocosmo. Esistono delle relazioni che intercorrono tra oggetto culturale e società. Per semplificare questi passaggi si fa uso di un diamante culturale. Il diamante è formato da quattro elementi. Il primo è il creatore, che può essere un singolo individuo o una comunità, che è colui che plasma l’oggetto culturale, altro elemento del diamante culturale. Il creatore non opera nel nulla, ma attinge e viene corrisposto in un mondo sociale. Bisogni economici, politici e sociali in un dato posto e in un determinato periodo storico influenzano fortemente gli altri elementi del diamante culturale. Chi crea, crea per avere una corrispondenza, ovvero per un ricevitore, un pubblico attivo che veicola e plasma a sua volte i significati a seconda della propria individualità e del proprio rapporto con il mondo sociale. Come si intuisce, tutti gli elementi del diamante culturale sono strettamente connessi tra loro. Esso indica che esistono delle interconnessioni, ma non specifica quali: dice che creatori, mondo sociale, oggetto culturale e ricevitori sono connessi, ma non specifica le cause e gli effetti di tale unione. Tutti gli elementi hanno la stessa importanza ed esistono sullo stesso piano a latitudini diverse. Tutto ciò che ha una valenza simbolica, quindi, è oggetto culturale, e si fa portatore di significato. Per esempio, il giocatore francese di calcio Blaise Matuidi ha uno strano modo di esultare dopo una marcatura: un buffo balletto in cui apre le braccia e imita il battito di ali di un uccello. L’esultanza si chiama “Matuidi charo”: il termine charo deriva da “charognard”, avvoltoio, ed indica un ragazzo affamato, un ragazzo cresciuto in un quartiere povero della periferia francese, con voglia di riscatto sociale. Questo strano balletto è una tipica coreografia utilizzata in alcuni videoclip del rapper francese Niska. Niska e Matuidi condividono di fatto lo stesso retaggio culturale. In questo caso l’oggetto culturale, l’esultanza di Matuidi, si porta dietro tutto un retroterra di

significati storici e sociali che non si limitano a quello manifesto, ma ne nasconde altri impliciti più in profondità.

3. Il concetto di significato: a cosa serve il significato?

Cosa sarebbe un mondo senza modelli di comportamento, senza simboli? L’uomo sarebbe finalmente libero di esprimere se stesso, scevro da contaminazioni, o sprofonderebbe in un mondo senza una direzione, un mondo in cui il caos regna sovrano sopra ogni cosa? Ma, volendo indagare più in profondità ancora, un mondo senza fonti simboliche, un mondo senza società, è veramente possibile? Secondo le scienze sociali produrre significati, creare una rete di simboli e modelli cui aggrapparsi per non sprofondare nel caos, è intrinseco nell’uomo. E’ nella sua natura, nei suoi geni. Se lasciassi un bambino di un anno in una foresta a cavarsela da solo, il bambino morirebbe d’inedia, se non ucciso cadendo giù da un dirupo, o divorato da una bestia feroce. L’uomo, a differenza di altri animali, per sopravvivere ha bisogno di apprendere, di assimilare delle nozioni. La cultura non è un ornamento, ma una condizione necessaria per l’esistenza della specie umana, come diceva Geertz. Ma da dove derivano questi modelli di comportamento, questi simboli? Che relazione esiste tra significato e società? In sociologia esistono diverse interpretazioni. Alcuni affermano che il rapporto di contaminazione terra al cielo: ovvero, è la società che influenza la cultura. Altri dicono che il rapporto sia “dal cielo, alla terra”: è la società che si specchia nella cultura. Esistono poi posizioni intermedie che credono in una forma di interdipendenza reciproca. Platone, nel decimo libro della “Repubblica”, parla di un mondo non fisico, l’Iperuranio, dove risiedono tutte le idee e tutte le forme.

La realtà, secondo lui, è una forma preesistente. Nel celebre romanzo Fight Club il protagonista, Tyler Durden, ad un certo punto, in preda all’insonnia, afferma che: “tutto è la copia, di una copia, di una copia...”, e mi pare un ottimo modo per spiegare la faccenda. Secondo questa teoria, antenata della più attuale teoria del riflesso, viviamo in un mondo di apparenze, un mondo di significati derivati. Prendiamo come esempio un letto: Dio, in questa concezione, è il creatore assoluto, colui che produce l’idea di letto, la forma-letto. L’artigiano che lo realizza è un secondo creatore, produce l’apparenza-letto. Infine, il pittore che lo dipinge o lo scrittore che lo descrive, saranno implicati in un’altra forma di creazione, derivata. L’artista imita un mondo di idee da cui può attingere ma di cui non ha piena conoscenza. La buona arte, invece, non imita i modelli divini, ma partecipa ad essi. Aristotele, successivamente, rivalutò l’arte, dicendo che essa non imita il regno delle idee, ma gli universali della natura. Leggendo il mito della Caverna di Platone fa specie constatare quanto sia attuale. In questa allegoria, degli uomini sono stati incatenati in una caverna, immobilizzati: possono guardare soltanto davanti a loro stessi. Alle spalle, arde un fuoco. Tra i prigionieri e il fuoco c’è una strada rialzata in cui, sopra un muretto, altri uomini, liberi, trasportano varie cose: piante, oggetti, animali: forme. Se uno di questi uomini “liberi” parlasse, i prigionieri, che sono incatenati lì fin dall’infanzia e non conosco il mondo esterno, saranno portati a credere che le ombre che vedono proiettate sulle parete siano reali, e che siano esse a parlare. Se venissero liberati, questi uomini continuerebbero a credere che il mondo a cui siano abituati sia quello reale: “se nel pieno della notte un abile chirurgo riuscisse ad aprire gli occhi ad un cieco dalla nascita, come potrebbe fargli capire prima dell’alba la natura e l’esistenza del sole?” scriverà secoli dopo l’esoterista Elphias Levi. Ora, sarà che ho un’immaginazione parecchio fervida, ma quando su un mezzo pubblico vedo decine di persone osservare lo schermo di uno smartphone, totalmente assoggettati a quell’universo di forme e simboli indotti, non riesco a non farmi venire in mente Platone e la sua caverna.

4. Cultura e mondo sociale nella sociologia Marxiana

L’approccio di Marx alla sociologia è sicuramente di tipo materialista. Marx, in gioventù, apprese le teorie di Hegel sullo Spirito del Mondo: in questa concezione, l’idealismo è il principio cardine della storia e il suo motore trainante. Secondo Hegel esistono forze inconciliabili, ancestrali, che, scontrandosi, generano sintesi. E’ così che la società avanza. Marx invertì il paradigma, affermando che le leggi e la cultura sono prodotti della realtà materiale e non viceversa. Più che forze ancestrali la storia è un susseguirsi di lotte di classe di natura politica. Il rapporto che esiste tra cultura e società è quello “dalla terra al cielo”, e non viceversa. Il proletariato è la classe universale, esistente in ogni periodo storico: nell’esigenza di

liberarsi dal giogo del capitalismo egli vede il desiderio intrinseco dell’uomo di emanciparsi da ogni forma di sfruttamento. Egli chiamò questa teoria “materialismo storico”. “L’homo faber”, l’uomo produttore, è colui che porta avanti la storia. Le leggi, le religioni, la politica sono sovrastrutture imposte: l’uomo, contro la sua volontà, è immerso in un sistema di forze produttive materiali di cui è principalmente il ricevitore. Egli produce, ma come un automa, come una macchina. La coscienza sociale è quindi determinata e corrisponde ai processi economici e di sostentamento della specie. Le idee dominanti sono sempre quelle della classe dominante: le trasformazioni sono sociali sono dunque figlie delle contraddizioni della vita materiale e per studiarle bisogna analizzarle in quest’ottica. Estendendo il discorso, l’individualità di un attore sociale, nel mondo capitalistico, non è determinata soltanto da ciò che crea, ma anche e sopratutto da ciò che consuma. Basti ascoltare una canzone rap, o guardare un film: un pacco di sigarette non sarà “un pacco di sigarette”, ma un pacco di “Marlboro” o “un pacco di Gitanes”. Celebre è la predilezione per il cognac francese “Hennessy” da parte rapper americano Tupac, ad esempio, tant’è che ne ha scritto una canzone. L’esprimere una preferenza per un marchio piuttosto che per un altro indica uno slittamento dai valori di produzione a quelli di consumo.

5. L’approccio funzionalista

Il funzionalismo è una teoria sociologica che si è diffusa a partire dagli anni ’40 del ‘900.

Secondo l’approccio funzionalista allo studio della cultura le società umane esprimono necessità concrete. Le istituzioni sociali: famiglia, scuola, lavoro, chiesa, etc... nascono per soddisfare questi bisogni. I capricci metafisici, l’esigenze spirituali, ad esempio, propri dell’uomo, vengono soddisfatti dalla religione; così come le necessità di creare un individuo inserito in un mondo di leggi e regole viene espletata, tra le altre cose, dalla famiglia prima e dalla scuola poi. Queste istituzioni fanno parte di un sistema, di una società, che vive di reciprochi rapporti funzionali, in un rapporto di sinergia. Ogni livello sociale riflette ogni altro livello. Esiste dunque per il funzionalismo un equilibro, un’armonia, raggiungibile quando ognuno di queste istituzioni sociali collabora nel giusto modo e nella giusta misura all’interno di una società. Una società in cui ciò non avviene sarà una società disfunzionale, piena di problemi e tensioni sociali. Di rilevanza storica sono gli studi del sociologo statunitense Merton. Egli credeva esistessero motivazioni inconsce nelle azioni manifeste di alcuni individui, non intenzionali ma in grado di dare una reale spiegazione alla loro fenomenologia. E’ il caso della danza della pioggia di alcune tribù native dell’America o dell’Africa. Essa non si spiega con l’intento esplicito di far piovere ma è piuttosto un rituale di aggregazione. Danzando assieme gli uomini di queste tribù dimenticano le loro vicissitudini, si sentono parte di un gruppo sociale, in fratellanza. La danza della pioggia è un momento di condivisione di valori, un momento di coesione, un atto non quotidiano ritualistico in cui è nascosto il divino. Ed è da azioni come queste che quelle tribù si sentono coinvolte in modelli di comportamento e credenze che fondano la loro cultura di riferimento. La cultura, quindi, non rispecchia la società in maniera univoca. Il proliferare ai nostri giorni di prodotti audiovisivi sensazionalistici, in cui violenza, sesso, crimine, fantascienza sono i temi principali, non rispecchiano in alcun modo il quotidiano dell’utente medio. Esse hanno la funzione di intrattenere, di far dimenticare la monotonia dell’esistenza di molti attori sociali. Altre volte fanno della critica sociale sottolineando e ingigantendo aspetti negativi della società da cui attingono e a cui si riferiscono. Lo specchio della “teoria del riflesso” nell’approccio funzionalista è come lo specchio di alcuni luna-park: la cultura ingigantisce dei dettagli, ne deforma degli altri, altri ancora li sminuisce fino a farli scomparire. L’attore sociale si riconosce però dentro di esso.

6. Il contributo di Max Weber (studio della cultura)

Max Weber, vissuto tra la fine dell’ottocento e l’inizio del ‘900, fu uno dei maggiori precursori della moderna sociologia. Egli studiò, tra le altre cose, le relazioni che intrercorrono tra religione e società. In particolare, nel suo capolavoro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, egli indaga la relazione esistente tra il consolidarsi dello spirito capitalistico in occidente e l’etica del protestantesimo di confessione calvinista. Secondo lo studioso il calvinismo fu una condizione preesistente necessaria al consolidarsi del capitalismo. L’etica del capitalismo impone di trovare una soddisfazione di carattere spirituale nel lavoro. Concetti così severi come la predestinazione- Dio ha già deciso il destino di tutti gli uomini- e la vocazione –Dio ha chiamato ogni individuo ad adempiere al proprio compito- crearono negli uomini del tempo un sentimento di solitudine e di ricerca di approvazione divina, colmato dall’agire lavorativo, divenuto etico. Tutto era fatto nella grazia di Dio, “ad maiorem Dei gloriam”. L’uomo viveva pieno di calcoli morali, vedendo nel profitto derivato dal lavoro un motivo di soddisfazione in sé; egli pratica quella che Weber chiama l’ “ascesi intramondana”. Il guadagno che deriva dal duro lavoro non è importante, è solo un effetto collaterale. Si assisteva quindi ad un accrescimento di capitale, disponibile per investimenti futuri, e all’installarsi di una forte etica positiva verso il duro lavoro come pensiero dominante. La riforma protestante causò, così, per un processo di eterogenesi dei fini –conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali- il diffondersi del capitalismo, o meglio di uno “spirito del capitalismo” che ha portato il modello capitalista moderno a diffondersi e proliferare nei secoli successivi fino a dominare l’organizzazione politica ed economica della moderna civiltà. “Iddio nun è trino ma quattrino” sostiene con ironia un tipico detto romano per sottolineare l’importanza del “Dio denaro” nel nostro mondo capitalista. Tornando a Weber, egli afferma dunque che l’agire sociale riflette i significati culturali. L’uomo, “l’homo faber” citando Marx, persegue i propri bisogni e interessi materiali; ma, contemporaneamente, le loro idee, la loro cultura, plasmano precisamente i modi in cui questi interessi vengono perseguiti. Nella celebre metafora dello scambista ferroviario egli paragona le concezioni del mondo, create dalle idee, a scambisti ferroviari che azionano i binari lungo i quali le dinamiche degli interessi dell’uomo si muovono.

7. Ann Swilder e lo studio della cultura

Ciò che è evidente alla moderna sociologia è che esiste una corrispondenza reciproca tra cultura e società, ma che queste connessioni sono piuttosto lente, frammentarie e a volte incoerenti. I vecchi modelli sociologici sono stati messi in discussione: si critica una certa tendenza all’onniscienza da parte al vecchio approccio alla cultura, un sistema troppo rigido di corrisponde che non corrisponda alla realtà. La moderna sociologia preferisce un approccio di osservazione ad uno di significazione: i sociologici devono guardare ai comportamenti umani non come psicoanalisti, ma come puri osservatori. Gli esseri umani non sono sempre guidati dalla propria cultura in modo certo come suggerisce Weber, le persone si comportano i modi contradditori e sorprendenti. Cultura e società sono quindi in mutevole corrispondenza, sì, ma in modi a volte palesi, a volte nascosti, a volte coerenti, a volte incoerenti. Non tutto è classificabile in un sistema di rigide regole. Secondo la sociologa Ann Swilder, più che scambisti ferroviari- nella celebre metafora di Weber, egli paragona le “concezioni del mondo”, create dalle idee, a scambisti ferroviari che azionano i binari lungo i quali le dinamiche degli interessi dell’uomo si muovono- le culture assomigliano più a cassette degli attrezzi: l’uomo è dotato di fondamenti logici che sottendono varie linee d’azione da utilizzare in diversi contesti. Questi fondamenti e queste linee d’azioni non sono coerenti l’uno con l’altro, ma possono essere anche ideologicamente all’opposto: l’individuo non vive però queste come contraddizioni, dato che usa ideologie diverse in situazioni diverse. Nel film documentario del 1963 “Comizi d’amore”, ad esempio, Pier Paolo Pasolini, uno dei più influenti pensatori del ‘900 italiano, gira l’Italia intervistando gente d’ogni tipo, età ed estrazione sociale su questioni quali la sessualità, il costume e la morale. Pasolini restituisce uno spaccato d’Italia in profondo cambiamento, in cui molti individui si contraddicono tra una risposta e l’altra, anche se interrogati su questioni strettamente connesse tra loro. La stessa Swilder ha dimostrato come gli americani di classe media possono esprimere, a seconda del contesto, sia il l’ideale romantico dell’amore, sia un’ideologia basata su fini più utilitaristici: le persone usano entrambi i concetti senza sentirsi in contraddizione.

8. Durkheim e le rappresentazioni collettive

Il sociologo francese Emile Durkheim, uno dei padri fondatori della moderna sociologia, credeva che l’individuo fosse inserito in una rete di rappresentazioni psichiche collettive sovraindividuali. Se in passato i membri di una determinata società erano integrati in un sistema di credenze omogeneo, ciò che Durkheim chiama solidarietà meccanica –gli uomini, a quei tempi, avevano vite simili: facevano gli stessi lavori, seguivano la stessa religione, avevano paura e si entusiasmavano per le stesse cose-, in tempi più recenti la società ha creato degli individui molto diversi tra loro. Com’è possibile che tali individui così diversi tra loro vivano e cooperino nella stessa società? Durkheim teorizzò che l’uomo sente il bisogno di fare degli scambi e chiamò questo bisogno “solidarietà organica”: come gli organi che si scambiano sostanze all’interno del corpo umano per sostentarlo, così esiste un organismo sociale che si nutre degli scambi tra i suoi componenti. Egli credeva che ogni società necessita di un qualche tipo di rappresentazione collettiva, un collante in grado di far sentire i loro membri uniti e parte di qualcosa. Tutti gli oggetti culturali, secondo lui, sono rappresentazioni collettive, in grado di rappresentare l’esperienza sociale. Concetti astratti come lo spazio e il tempo sono convenzioni socialmente accettate all’interno di una coscienza collettiva dominante. Uno delle più antiche forme di rappresentazione collettiva la trovò nella religione. Durkheim, nel suo “Le forme elementari della vita religiosa” analizzò il totemismo per cogliere gli elementi cardine che costituiscono un pensiero religioso. Egli partì da un postulato squisitamente funzionalista: un’istituzione umana così importante come quella religiosa non poteva nascere dall’errore o dalla superstizione. Essa risponde a profondi bisogni umani. L’uomo ha bisogno del sacro, dello straordinario, da contrapporsi al mondo profano dell’ordinario. La società fa sorgere nell’individuo il senso del divino con il timore e le inibizioni che esercita, e lo soddisfa tramite credenze e riti, ricompensandoci con una sorta di sostegno morale.

Nelle religioni totemiche da lui analizzate, ad esempio, esistono delle cerimonie rituali, chiamate corroboree, in cui la gente vive momenti di esaltazione, stati di “effervescenza collettiva” provocati da danze sfrenate, libertà sessuale, sostanze psicotrope: essi, in balia dei sensi, erano rapiti da quelle sensazioni. La loro vita ordinaria, invece, fatta di pure azioni di sostentamento, era da considerarsi monotona e fiacca. Gli aborigeni quindi vivevano queste fasi come totalmente scisse l’una dall’altra: la realtà del sacro, il corroboree, e la realtà del profano, la vita di tutti i giorni. Essi erano portati a collegare l’esaltazione provata durante il corroboree al Totem, esposto durante le cerimonia: il totem diventa così rappresentazione collettiva. I totem erano raffigurati come animali, che davano anche il nome alla tribù. Il totem dunque, oltre ad essere un simbolo divino, rappresenta anche la stessa società: il suggestivo potere morale che viene esercitato dal totem è in realtà il potere stesso della società. I gruppi sociali hanno bisogno di rappresentare se stessi e per faro usano da sempre simboli, riti, modelli, miti che esulano l’individuo e sfociano in una coscienza collettiva: è come se l’uomo si fosse sintonizzato in un determinato stato percettivo e lo autodeterminasse costantemente attuandone le regole che si è predeterminato.

11. L’interazionismo simbolico: concetti essenziali

Secondo l’approccio interazionista gli uomini interpretano i simboli per definire il proprio ruolo all’interno della società. Esiste un “altro generalizzato” a cui l’individuo si relaziona in ogni fase della sua vita. In questo sistema simbolico, spesso verbale, di corrispondenze, l’uomo forma la propria individualità attraverso il giudizio dell’altro generalizzato, della collettività sociale. Le azioni sociali sono quindi sempre dettato dal contesto, dallo sguardo giudicatore della collettività. L’altro, però, è uno specchio del sé. Gli individui vivono in un grande palcoscenico di cui sono contemporaneamente attori e spettatori. L’individuo recita a copione, ed il copione è estrapolato dal sistema di simboli, credenze, in un parola, di oggetti culturali, che hanno assunto come dati sin dall’infanzia. I modelli di comportamento dell’uomo non sono innati, ma sono creati dall’interazione tra individui. Recitare è, in un certo modo, un meccanismo di sopravvivenza. Un unguento sociale, un lubrificante naturale che la società usa per sostentarsi. Gli attori sociali si riconoscono in dei ruoli, e li portano avanti per un intera esistenza: maestra, liberale, cognato, tossico, rapinatore: gli attori, una volta assunto un ruolo, si comporteranno come la società si aspetta che ci si comporti in quel ruolo. Gli individui però, in quanto esseri incoerenti,

saranno pronti a contraddire il proprio status sociale a seconda di un determinato contesto che lo richiede. Interessante a tal proposito è lo studio del sociologo statunitense Mead sul gioco dei bambini. In una prima fase il bambino è nello stadio del gioco libero, in cui il bambino impara ad assumere il ruolo di un’altra persona, in una relazione a due. In una fase successiva il bambino inserisce delle regole nel gioco ed impara ad assumere una svariata moltitudine di ruoli, così come fa l’uomo nella recita sociale. L’uomo quindi “diventa” qualcosa non per un talento innato, ma costruisce la propria identità attraverso la relazione, le richieste e l’approvazione degli altri.

9. Il sistema dell’industria culturale: Paul Hirsh

Alcuni sociologi in tempi recenti hanno analizzato il modo in cui un oggetto viene prodotto viene inserita nel mercato globale. Paul Hirsh sviluppò uno schema interpretativo che spiegava le vari fasi del processo di produzione di un articolo culturale di massa. Alla base di questo processo c’è l’individuo-creatore: lo scrittore, il musicista, il talento che in questo sistema volutamente radicale viene considerato un sottoinsieme tecnico che produce l’imput al resto del sistema. I creatori, all’interno della società, sono sempre in eccedenza

rispetto ai prodotti che vengono realmente immessi nel mercato, per competere all’attenzione del pubblico. Gli artisti si affidano ad un secondo sottoinsieme detto manageriale (agenti, organizzatori d’ogni specie, case editrici, etichette, case discografiche) per portare il loro lavoro all’attenzione dei media. Queste organizzazioni contano di “agenti di confine”: operatori culturali come talent scout o curatori editoriali in cerca di prodotti potenzialmente di successo. I media, invece, saranno il sottosistema istituzionale. Dagli stessi media il prodotto verrà inserito nei circuiti di fruizione del grande pubblico. Il prodotto arriva ai consumatori. I consumatori danno il loro feedback sul prodotto, spesso suggestionati dalle recensioni e dalla pubblicità che gli stessi media riservano all’articolo culturale attraverso altri agenti di confine come disc-jokey, recensori, presentatori, e questo feedback è misurato delle vendite del prodotto e degli articoli correlati ad esso. Le organizzazioni produttive a questo punto interpretano i feedback, l’efficacia dell’articolo culturale e delle loro strategie promozionali, per inserirli in un quadro di implicazioni future. Il modello di Hirsh è applicabile non soltanto a prodotti culturali popolari, ma anche ad oggetti culturali più “alti” e si può estendere anche a società non industrializzate. L’industria culturale utilizza diverse tecniche per promuovere un prodotto senza sottostare per forza al volere dei mass media. E’ l’esempio della collana di libri Harmony: pubblicando soltanto un genere di prodotto (libri a carattere sentimentale) la casa editrice non avrà bisogno di pubblicizzare ogni uscita, il consumatore sa cosa aspettarsi. O, ancora, il nuovo film di un autore molto affermato,verrà visto al di là delle critiche positive o negative sul film. “Il nuovo film di Woody Allen” è una pubblicità sufficiente a richiamare il pubblico nelle sale. Curioso è il fenomeno del guerrilla-marketing. Celebre è la storia di ThisMan, una trovata dell’italiano Andrea Natella. La storia, fittizia, racconta che in un ospedale psichiatrico di New

10. La costruzione culturale dei problemi sociali

Partiamo da un presupposto: come asseriva il sociologo William Thomas, “se la gente definisce una situazione come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”. In quest’ottica, i problemi sociali sono un prodotto della cultura, e come tali sono equiparabili ad oggetti culturali. Il porre l’attenzione o meno su un determinato problema influisce grandemente sulla diffusione o sulla stigmatizzazione di quello stesso problema. Ma se la cultura può porre l’attenzione su un problema, esso può al tempo stesso, con gli stessi mezzi, crearlo. Un approccio strutturalista alla questione direbbe che l’esistenza di un problema è connessa alla sua soluzione. In Italia, ad esempio, durante gli anni ’70, fu messa in atto quella che dai politologi fu chiamata “strategia della tensione.” Secondo questa teoria, avvalorata da molte testimonianze, le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984 sono riconducibili ad un disegno atto a destabilizzare il paese, provocare terrore, isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana. I fatti, in questo caso gli attentati terroristici, si trasformano in oggetti culturali tramite un processo di significazione posticcio. Ciò è possibile grazie ad un retroterra culturale fertile in quel periodo a causa delle forti tensioni sociali e le contestazioni del ’68: l’oggetto culturale “problema sociale” viene riconosciuto come vero in un sistema ben definito di idee e credenze e ne sono una sorta di adattamento. Se questo è un esempio circoscritto a quel determinato periodo storico ci sono problemi sociali come quelli della povertà o dell’immigrazione che hanno corsi e ricorsi storici. E’ attualità la questione immigrazione in Europa, pilotata a mestiere dai mass media e dalla classe politica, che ha portato diversi governi populisti e di destra ad avere consensi tra la gente e poter governare. Questi periodi di forte dibattito pubblico e di tensioni sociali portano l’opinione pubblica, dunque, a creare dei “frame”, ovvero degli schemi interpretativi, delle cornici, connessi tra loro su più livelli, a cui il pubblico può attenersi. Questi frame devono muovere il pubblico ad una risposta sia cognitiva sia emotiva, portarlo alla costruzione di un movimento sociale. Essi devono creare un’identità collettiva forte e autodeterminata. Oggetti culturali artistici, che proliferano in periodi di caos e tensione, spesso servono a scuotere le coscienze degli individui sociali. Nel bene e nel male, dunque, i media sono un mezzo potentissimo di cristallizzazione di una coscienza collettiva nelle singole coscienze individuali.

12. Significati semplici e significati complessi

Tutto sommato, una cultura è un modello di significati che è durato nel tempo. Il significato (o il senso) si riferisce alla capacità dell’oggetto di suggerire o indicare qualcos’altro. In realtà possiamo identificare due tipi di significato: semplice e complesso. Il significato semplice denota una corrispondenza biunivoca (segno). Ad esempio in algebra esprimiamo un tipo di significato quando parliamo dei segni e di ciò che rappresentano. Il significato complesso su trova invece nei segni tipicamente chiamati simboli. Invece di rappresentare un singolo referente, i simboli evocano una varietà di significati, alcuni dei quali possono essere ambigui. I simboli evocano emozioni forti e possono spesso unire o disgregare i gruppi sociali.

Poiché è complessa, la cultura è fatta di significati complessi e non semplici. Per capire la cultura noi dobbiamo essere capaci di sbrogliare queste reti intricate di significati, dobbiamo essere in grado di analizzare la relazione che può esistere tra un simbolo e le cose come sono esattamente. Questa relazione può essere personale e individuale, ma la sociologia della cultura è alla ricerca di significati sociali. Nel diamante culturale, ciò che connette gli oggetti culturali ai mondi sociali è proprio il significato (linea verticale).

13. La produzione delle idee

Seppure nell’intenzione di un creatore e di chiunque collabori alla realizzazione di un oggetto culturale c’è il tentativo di dare un significato ultimo a questa creazione, l’oggetto culturale deve fare i conti con i ricevitori. I ricevitori sono portatori di significato, e non semplici fruitori passivi. Non è possibile creare a tavolino dei successi –nonostante negli ultimi tempi i produttori seriali siano sempre più bravi a rispondere alle esigenze del pubblico- perché la risposta dei ricevitori non è mai la stessa e non è sempre influenzabile allo stesso modo. Ma non bisogna considerare l’individuo solo come un essere dotato di raziocinio o come una mente individuale formata da esperienze uniche: tra questi due estremi esiste una mente sociale, una prospettiva di gruppo che ci indirizza su come trasformare i simboli a cui siamo esposti in significati. Gli oggetti culturali quindi non possiedono in sé un significato univoco, quindi, ma sono soggetti alla cultura dominante. Un caso che ha fatto discutere negli ultimi giorni è quello di una serie di spot creati dal famoso brand di stilisti italiani Dolce e Gabbana. In tre piccoli spot che servivano a pubblicizzare una mostra in territorio cinese, una ragazza asiatica, abbigliata e circondata da oggetti culturali legati alla cultura cinese, mangiava con delle bacchette dei tipici prodotti culinari italiani. La ragazza, indirizzata da una voce maschile, è in palese difficoltà nel mangiare la pizza o il cannolo con le bacchette. Nell’intenzione di chi ha concepito gli spot la cosa doveva essere divertente e creare una connessione tra due culture distanti tra loro. Bene, non è stato così. Lo spot ha indignato l’opinione pubblica cinese ed è stato tacciato di razzismo. E’ stato subito cancellato, non prima però di fare grossi danni economici e di immagine per il brand. Molti sono i motivi che hanno fatto arrabbiare la Cina. La Cina dipinta da Dolce e Gabbana è secondo alcuni, una Cina caricaturale, antica, stereotipata. Il modo di utilizzare le bacchette così, poi, come “un’arma” che aggredisce il cibo, è ritenuto offensivo nella comunità cinese. Altri accusano gli stilisti di aver scelto intenzionalmente una brutta modella: il concetto di bellezza tra europei e cinesi è diverso. La donna cinese ritratta è una parodia della donna cinese, una figura femminile che non esiste più, e che mette in imbarazzo l’immagine della nazione cinese nel mondo. Le vendite del brand in Cina in questi giorni sono crollate, e questo ci da la misura di quanta importanza abbia il rispetto della propria cultura nella società cinese. Casi di incomprensione culturale come questo ci mostrano come i creatori di un articolo culturale non possono sapere a priori quale sarà la risposta di pubblico. Inoltre ci mostra di come esista una forte coesione di pensiero in una data società.

14. L’impatto culturale di internet

Il progredire di mezzi tecnologici ha mutato profondamente il modo di comunicare delle persone. Internet ci permette di raggiungere un numero elevatissimo di persone, a grandi distanze, in tempo reale. Ciò ha creato la possibilità di esprimere idee, sensazioni, di condividere dei contribuiti con un’intimità che nel secolo passato era possibile soltanto in una rapporto diretto, faccia a faccia. Questa possibilità ha anche in un certo modo democratizzato la cultura in termini spaziali e temporali: tutto è sempre disponibile in qualsiasi momento e per chiunque. Internet non ha però cambiato le pratiche culturali, ma le ha incrementate, portandole su una scala maggiore. Le persone continuano a fare le stesse cose che facevano prima, ma in modo più diretto ed efficiente. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un’egemonia dei mezzi di comunicazioni digitali. Sempre più persone usano internet, sempre per più tempo, e per compiere delle azioni sempre più diversificate (studio, lavoro, svago, aggiornarsi). Le rete è diventata la società più significativa nell’era di Internet. Viviamo in una sorta di villaggio globale, interconnesso, in cui siamo contemporaneamente uniti e frammentati. Internet ha reso il mondo ambiguo, dai contorni indefiniti, liquidi. Ciò che emerge è un individualismo sfrenato, una comunità che esiste soltanto come modello di interazione. L’apparire, nell’era della connessione, si è trasformato in un valore consumistico. Ma è un apparire che muta in continuazione, così come i desideri degli individui. Le persone passano da un consumo all’altro, in una bulimia senza scopo. Come dice il sociologo Bauman, parlando della sua teoria della modernità liquida, “la convinzione è che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”. La cultura postmderna è una cultura superficiale, un gioco di specchi che non fa che riflettere superfici: la profondità è stata sostituita da superfici multiple. La cultura è frammentaria, effimera, discontinua.

15. Il ruolo della riflessività

Un certo approccio alla sociologia dipinge l’individuo come un “homo sociologicus”: un uomo fortemente inserito in strutture dominanti, schiavo dei modelli imposti, impegnato a corrispondere alle aspettative sociali sulla sua persona. In quest’ottica olistica l’individuo è depersonalizzato, ipersocializzato, ed è poco incline a riflettere su stesso. Essere nato e vissuto in un determinato ambiente porta poi l'individuo a inserirsi più naturalmente all'interno di una specifica classe sociale. Un approccio diverso, individualista, sottolinea come l’uomo possieda un grande margine d’azione entro cui muoversi: gli individui non sono determinati dall’esterno. Gli attori sociali sono chiamati continuamente a prendere decisioni, a fare delle scelte, cosa che lo porta a ponderare, dunque a riflettere. Il mondo circostante, quindi, la struttura, non è immodificabile, ma può subire lente ma radicali mutazioni dovute a l'agentività (agency) degli attori sociali, ovvero la facoltà di far accadere cose, di modifcare la realtà, di esercitare un potere causale sul mondo. La riflessività nasce e ha il compito di intervenire nella mediazione di questa distanza tra struttura e azione individuale. La si può definire un processo analitico tra la dimensione micro e la dimensione macro. L’individuo riflette con se stesso, elabora dei percorsi di vita in relazione alle dimensioni

oggettive del mondo in cui vive, trasformano queste dimensioni in vincoli o facilitazioni a seconda dell’orientamento riflessivo che lo caratterizza. Esistono dunque diversi tipi di riflessività, cioè di modi in cui il soggetto dialoga con sé stesso a partire dai contesti in cui è inserito. La sociologa inglese Margaret Archer parla di tre differente forma di individualità che caratterizzano gli individui: i riflessivi comunicativi, che dipendono molto affettivamente dagli altri e che quindi presentano una scarsa attitudine alla mobilità sociale, in quanto preferiscono continuare a sperimentare l’approvazione degli altri nel contesto di vita che si sono costruiti; i riflessivi autonomi, poco disposti a subire l'influenza degli altri, alla continua ricerca di posizioni sociali di potere per elevarsi dal proprio contesto sociale; e i metariflessivi, che esercitano una continua critica e insoddisfazione verso l'esistente si muovono in continuazione da una posizione all’altra, pur rimanendo in ambienti sociali simili La riflessività di un individuo può cambiare e un riflessivo autonomo, ad esempio, può diventare un riflessivo comunicativo, o viceversa, per le più svariate cause che possono comprendere motivazioni di carattere utilitaristico, sentimentale o spirituale.

16. Capitale sociale e senso civico

Gli esseri umani per vivere in società hanno bisogno di condividere una serie di norme, un corpus di regole non scritte che facilitano la vita in comunità. Questo insieme di comportamenti, credenze, appartenenze è chiamato in sociologia Capitale sociale. Se da un lato certi sociologi credono che questo insieme di risorse sia un patrimonio della società, altri credono che sia un bagaglio utile all’individuo. Quello che è certo è che esiste un rapporto di corrispondenza tra l’approccio microsociologico e l’approccio macrosociologico alla questione, ed è dunque utile analizzare il particolare per studiare i comportamenti delle masse, e viceversa. La condivisione di queste norme è quindi fondamentale affinché una società funzioni correttamente. Il capitale sociale scaturisce nell’interazione tra le persone: si può forse dire che esso esista non nelle persone, ma “tra” le persone. Attraverso il capitale di relazioni si rendono disponibili risorse cognitive e normative: la coltivazione dei legami personali non è quindi solo giusta, ma utile. Si può quindi parlare di beni relazionali: le comunità che operano in sinergia avranno una produttività più diffusa di quelle che operano con individui in isolamento. Esistono dei dati interessanti che ci mostrano che lì dove il senso civico è alto, la qualità della vita è maggiore. Putman, ad esempio, sottolinea come nella società americana negli ultimi anni ci sia un declino nella quantità di capitale sociale a favore di attività sempre più individualistiche. Nonostante il villaggio globale di internet ci porta a vivere in grandi comunità, lo spazio sociale di cui ci si sente responsabili è diminuito: il fenomeno associativo è un aumentato di dimensioni, ma è qualitativamente peggiorato, si è distorto. In comunità geograficamente isolate, come in un certo modo può essere la Sicilia, possono esistere norme sociali che spingono verso il basso, reti di sostegno contrapposte alla società civile. Cose come il clientelismo, lo scarso senso di fiducia nelle istituzioni, generano valori distorti. La forza di comunità può anche avere quindi effetti negativi e causare immobilismo e incapacità di evolversi, un diffuso, malato, conformismo.

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