Riassunto Economia 5/ed Begg per esame Economia Politica in IULM, Sintesi di Economia Politica. Libera università di lingue e comunicazione (IULM)
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Riassunto Economia 5/ed Begg per esame Economia Politica in IULM, Sintesi di Economia Politica. Libera università di lingue e comunicazione (IULM)

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Riassunto del libro "Economia" 5/ed McGraw-Hill Education di Begg, Vernasca, Fischer e Rudiger Dornbusch. Contiene i capitoli utili per l'esame di Economia Politica in IULM con la professoressa Angela Besana (cap 1, 3, 4...
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Andrea Panzeri – Economia Politica

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ECONOMIA POLITICA.

CAPITOLO 1 – LA SCIENZA ECONOMICA E L’ECONOMIA. Ogni collettività di persone deve risolvere tre problemi fondamentali della vita quotidiana: quali beni e servizi produrre, come produrli e per chi produrli. La scienza economica o economia studia i processi attraverso i quali le società contemporanee decidono che cosa, come e per chi produrre beni e servizi. I beni sono oggetti utili o produttivi, i servizi sono prestazioni consumate o utilizzate nel momento in cui vengono prodotte. L’oggetto di studio dell’economia è il comportamento umano nella prodizione, nello scambio e nell’uso di beni e servizi. Il problema economico di base è come risolvere il conflitto tra bisogni sostanzialmente illimitati di beni e servizi e risorse scarse disponibili per la loro produzione. Affrontando il cosa, come e per chi produrre, l’economia spiega in quale modo le risorse scarse di una società vengono allocate tra usi alternativi. Una risorsa è scarsa quando, a un prezzo pari a zero, la sua domanda eccede l’offerta. Le risorse o fattori produttivi in economia sono tangibili e intangibili (come reputazione e marca) e consentono di soddisfare i bisogni della società. La domanda eccede sempre l’offerta delle risorse, per questo sono definite scarse. Questo porta alla generazione di un mercato e determina un prezzo. L’economia viene definita come una scienza di statica comparata, in quanto vengono analizzate situazioni prima e post una mobilitazione, riflettendo mutazioni in un lasso temporale. L’economista analizza scelte sociali in relazione alle risorse scarse, al loro mercato, alle loro applicazioni, etc. I PREZZI DEL PETROLIO E LA CRISI DEL 2007. Prendendo come esempio il petrolio, l’aumento del suo prezzo porta a diverse conseguenze:

 induce il sistema economico a ripensare le tecnologie della produzione, limitando l’impiego di petrolio (come produrre)

 riduce la domanda di beni derivati dal petrolio, incoraggiando i consumi di beni sostituiti (cosa produrre)

 fa sì che l’economia mondiale produca per cartelli come l’OPEC e non per i Paesi importatori di petrolio (per chi produrre)

Le società riescono a reagire a bruschi aumenti del prezzo del petrolio solo nel lungo periodo quando riescono a contrarre il consumo del petrolio e a sostituirlo con altre risorse. Il lungo periodo pone la possibilità di una differenziazione delle scelte. Prendendo come secondo esempio la recente crisi internazionale iniziata nel 2007, notiamo come il “cosa produrre” abbia cambiato, generando la disoccupazione in tante industrie e ridistribuendo il reddito nazionale, la società (e l’economia). Le conseguenze sono state:

 la crisi ha cambiato gli stili di vita. L’offerta si è dovuta adeguare ad una domanda che non chiedeva più gli stessi beni. La domanda di beni di lusso e non essenziali è diminuita drasticamente (cosa produrre)

 la crisi ha cambiato le tecnologie della produzione. Molti profili professionali non sono stati più necessari e la disoccupazione è cresciuta (come produrre)

 I mercati dell’usato e degli sconti ha cominciato ad attrarre nuovi segmenti che si sono interessati al mercato immobiliare (per chi produrre)

La crisi finanziaria del 2007 si è scatenata negli Stati Uniti a causa dei prestiti sub-prime: pur di garantire il “sogno americano” di una casa di proprietà, sono stati concessi mutui a persone che non avevano un elevato standard di affidabilità nel mercato del credito. Il prezzo in crescita degli immobili sembrava poter limitare il rischio da parte dei creditori che potevano rivendere le case degli insolventi a prezzi elevati. L’aggregazione dei mutui in pacchetti obbligazionari, però, ha fatto crescere questo mercato a dismisura e, quando i sub- primer non sono stati più in grado di saldare i prestiti, il numero degli immobili all’asta era così elevato da farne svalutare il prezzo. Chi possedeva obbligazioni legate ai prestiti sub-prime iniziò ad avere enormi perdite. Queste perdite hanno portato al credit crunch, la riduzione del credito: le banche non prestavano più denaro interbancario. Tutto questo ha portato alle conseguenze sopra elencate. Per salvare le banche,

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gli Stati hanno visto esplodere il debito pubblico e la recessione, periodo nel quale la produzione di beni e servizi di un sistema economico diminuisce, si è trasformata in spending review (revisione della spesa). Con la crisi il PIL (Prodotto Interno Lordo) è diminuito. È diminuito tanto il PIL nominale quanto quello reale, cioè il valore nominale corretto in base al tasso di inflazione. PIL NOMINALE E REALE. Il PIL è il complesso dei beni e servizi prodotti, generalmente in un anno, all’interno di un sistema economico. Esso è un indicatore dei fattori produttivi interni al sistema economico. La dimensione interna viene definita secondo un confine geografico: la produzione di un’azienda tedesca che opera in Italia rientra nel PIL italiano, mentre il fatturato di un libero professionista italiano all’estero non vi rientra. C’è quindi indipendenza dalla nazionalità delle risorse. Il PIL si suddivide in nominale e reale. Il PIL nominale è riferito ai prezzi correnti, il valore di listino della merce. Il PIL reale tiene conto invece del potere d’acquisto della moneta. Solitamente il PIL nominale è sempre superiore a quello reale per un fenomeno economico, l’inflazione. L’inflazione è il tasso indicante l’aumento generalizzato dei prezzi (che riduce il potere d’acquisto).

PIL nominale – inflazione = PIL reale Il PIL reale è una serie storica che cambia nel tempo in quanto influenzata dalla fluttuazione del potere d’acquisto della moneta. Le differenze tra PIL nominale e reale non tengono conto di controvalori tra diverse valute monetarie. L’aumento dei prezzi non è sempre però negativo per un’economia. Un aumento dei prezzi, se trainato da un aumento dei consumi non è negativo. I cali dei consumi, invece, portano a cali dei prezzi che corrispondono a deflazioni. La deflazione risulta peggiore rispetto all’inflazione in quanto indica un’economia contratta. Va ricordato che un sistema economico non ha mai inflazione o deflazione zero. Il livello generale dei prezzi è un indicatore del livello medio dei prezzi dei beni e dei servizi di un sistema economico. Oggi molte economie in crisi sono caratterizzate da stagflazione, la combinazione di stagnazione dell’economia e di inflazione. LA SCARSITÀ DELLE RISORSE. La scarsità obbliga la scelta: se le risorse sono scarse, gli attori di un sistema economico devono fare delle scelte su come distribuirle tra produzioni alternative. Parlando di scarsità delle risorse bisogna tenere presenti due concetti:

 La frontiera delle possibilità produttive è la possibile rappresentazione del grande tema economico della scarsità

 Il costo opportunità è la quantità di un bene o servizio cui si deve rinunciare per avere un’unità addizionale di altro bene o servizio.

Il seguente modello è logico-concettuale.

Per ogni livello di produzione di un bene, la frontiera delle possibilità produttive mostra la massima quantità di un altro bene che il sistema economico è in grado di produrre. La curva rossa indica per ogni suo punto le

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quantità che vengono prodotte dal sistema economico ed è data da una combinazione produttiva. Il punto B per gli economisti è un punto inefficiente perché al di sotto della curva e indica che la capacità produttiva non è massimale. Il punto A, invece, è un progresso tecnologico non ancora raggiunto in grado di innalzare la frontiera delle possibilità produttive, irrealizzabile nel presente. Trasferendo risorse da un’attività produttiva all’altra, l’economia può accrescere la produzione di un bene solamente attraverso il sacrificio della produzione di un altro. Vi è un rapporto o tasso di scambio (trade off) tra diverse produzioni. La linea di frontiera è dunque data da una combinazione d’uso efficiente di tutte le risorse disponibili. La legge dei rendimenti decrescenti governa qualsiasi produzione economica. Dato che tutte le risorse sono limitate, aggiungere un fattore variabile a un fattore reale implica che una produzione può aumentare fino a un dato limite. Se si ha un ettaro di campo (fattore fisso) e si ha una squadra di cinque lavoratori (fattore variabile) per aumentare la produzione occorre aumentare il fattore variabile, ma occorre riconoscere che la produzione stessa potrà crescere fino a un certo punto oltre il quale si avrà una decrescita nel rendimento data dalla saturazione del fattore fisso. Ogni lavoratore addizionale, infatti, fa aumentare la produzione totale di un ammontare via via sempre minore di quello prodotto dai precedenti lavoratori addizionali. La legge dei rendimenti decrescenti determina anche la forma della frontiera delle possibilità produttive. Il concetto di scarsità sta nel fatto che le risorse non si auto-creano quindi un passaggio da A a B porta a dover rinunciare a una produzione per farne aumentare un’altra. Il Δ indica la differenza tra le produzioni. La frazione tra i Δ dei due fattori produttivi indica il costo opportunità.

La tabella e il grafico dimostrano come l’efficienza produttiva implica che l’aumento della produzione di un bene o servizio può essere realizzato solo con il sacrificio della produzione di altri beni o servizi. La scarsità delle risorse limita la possibilità di scelta delle società alle combinazioni produttive che si trovano su o entro la frontiera. Un’impresa ha un vantaggio comparato quando la produzione di un bene o servizio è caratterizzata da un costo opportunità inferiore rispetto ad altrui produzione. All’interno delle diverse combinazioni, solitamente è il mercato a regolare le scelte secondo cosa, come e per chi produrre. IL RUOLO DEL MERCATO. I mercati sono istituzioni che mettono in relazione acquirenti e venditori di beni e servizi. Un mercato può essere definito come un processo attraverso il quale le decisioni delle famiglie circa il consumo di beni e servizi diversi, delle imprese circa cosa e come produrre e vendere e dei lavoratori circa quanto e per chi lavorare sono rese compatibili attraverso aggiustamenti di prezzi. I prezzi di beni e servizi e delle risorse, infatti, si modificano continuamente in modo da garantire che le risorse scarse siano impiegate per produrre i beni e i servizi che la società richiede. Sono i prezzi a indirizzare la decisione di consumare, offrire ed accettare ed è la domanda che indirizza le risorse alla produzione. L’allocazione delle risorse scarse è cruciale per una società e può essere organizzata in modi diversi, a seconda del grado di intervento dello Stato:

Economia dirigistica: con un massiccio intervento dello Stato. L’autorità decide cosa, come e per chi produrre imponendo dettagliati criteri

Economia di libero mercato: dove domina la mano invisibile di Adam Smith. Nel libero mercato l’intervento dello Stato non è necessario in quanto l’operato (per fini personali) degli individui è regolato autonomamente nell’interesse della società da una “forza invisibile”. Questi mercati sono detti liberi. La mano invisibile è l’azione del libero mercato che, attraverso i prezzi, spinge gli individui, orientati al perseguimento di interessi privati, a compiere scelte economiche efficienti per la società

Economia mista: punto d’incontro tra i due estremi, dove il Governo ed il settore privato interagiscono. L’autorità controlla e corregge l’operato degli individui che perseguono l’interesse privato.

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SCIENZA ECONOMICA POSITIVA E NORMATIVA. La scienza economia si suddivide anche in positiva e normativa:

 L’economia positiva tratta di spiegazioni oggettive e scientifiche, che seguono un nesso causa-effetto. Ad esempio, se si impone una tassa sulla produzione di un bene il prezzo di quel bene tenderà ad aumentare. La sua finalità è la conoscenza in merito al funzionamento dell’organizzazione economica e la previsione delle reazioni a cambiamenti esogeni

 L’economia normativa propone soluzioni basate su giudizi di valore personali (come quello etico). Ad esempio si potrebbe proporre una tassa sulle sigarette per scoraggiarne il consumo.

MICRO E MACROECONOMIA. L’economia si scompone anche in Microeconomia e Macroeconomia:

 La Microeconomia: propone una trattazione dettagliata delle decisioni (scelte) individuali (della singola impresa o categoria di imprese) in merito a beni e servizi particolari. La teoria dell’equilibrio economico generale prova a studiare simultaneamente i mercati di tutti i beni e servizi particolari per spiegare i meccanismi che determinano il consumo, la produzione e lo scambio in un sistema economico in un dato istante. L’analisi particolareggiata della microeconomia porta ad ignorare le interazioni che tali aspetti hanno sul sistema economico nel suo complesso. Escludendo gli effetti indiretti la microeconomia appare un’analisi parziale

 La Macroeconomia: riguarda il sistema economico nel suo complesso e le interazioni che particolari eventi hanno sullo stesso. La macroeconomia semplifica i comportamenti individuali per semplificare l’analisi del sistema nella sua interezza. Analizzando gli effetti indiretti, i macroeconomisti non scompongono i beni di consumo ma li aggregano per studiarli unitamente. Uno dei possibili indicatori macroeconomici è il PIL che, come già affermato, indica il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti da un sistema economico in un periodo di tempo.

[APPROFONDIMENTO] LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO. Il tenore di vita delle persone dipende dalla soddisfazione di bisogni essenziali e non essenziali. Diverse famiglie hanno differenti livelli di reddito e diverse nazioni hanno differenti livelli di reddito. Il reddito nazionale è la somma dei redditi di tutti i suoi cittadini. La distribuzione del reddito è la ripartizione del reddito totale fra differenti gruppi o individui. Essa è strettamente collegata ai problemi legati al cosa, come e per chi produrre. Il reddito pro capite è un adeguato indicatore del tenore di vita delle persone in ogni gruppo di Paesi.Il sistema economico mondiale produce essenzialmente per il 9% della popolazione che vive nei Paesi ricchi e industrializzati. La produzione mondiale è di conseguenza orientata a beni e servizi lì consumati. Le differenze di reddito sono collegate al come i beni e i servizi vengono prodotti. Nei Paesi poveri vi è scarsità di fattori produttivi e vi sono condizioni meno favorevoli. Naturalmente, molti altri fattori si aggiungono nella differenza di reddito tra i diversi Paesi.

CAPITOLO 3 – LA DOMADA, L’OFFERTA E IL MERCATO. La quantità prodotta e scambiata e il prezzo di vendita di un bene o servizio sono determinati dall’interazione tra domanda degli acquirenti e offerta di venditori. Il mercato è un sistema di strumenti istituzionali, infrastrutture, regole e standard comportamentali, tramite il quale acquirenti e venditori entrano in contatto, al fine di scambiare beni o servizi. La caratteristica fondamentale dei mercati quella di determinare i prezzi in corrispondenza dei quali la disponibilità all’acquisto dei compratori eguaglia la disponibilità alla vendita degli offerenti. Prezzo e volume degli scambi non possono essere considerati separatamente LA DOMANDA, L’OFFERTA E L’EQUILIBRIO DI MERCATO. La domanda è la relazione inversa tra la quantità di un bene che i consumatori desiderano acquistare e il prezzo del bene.. L’offerta è, invece, la relazione diretta tra la quantità di un bene che i venditori sono disposti a vendere e il prezzo del bene.. Vendere e produrre implica il sostenimento di costi, quindi a partire

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da un prezzo minimo accettabile per i venditori, ogni aumento di prezzo è collegato a un aumento di quantità offerta. Domanda e offerta, dunque, non indicano una particolare quantità, bensì una relazione che definisce una quantità a un dato livello di prezzo. Occorre rilevare la distinzione tra domanda e quantità domandata: la domanda descrive il comportamento intenzionale o effettivo degli acquirenti a ogni valore del prezzo; la quantità domandata, invece, ha significato solo in riferimento a un particolare prezzo. La distinzione è analoga tra offerta e quantità offerta. La scheda di domanda o di offerta definisce la relazione tra prezzo e quantità domandata o offerta.

A parità di altre condizioni, la quantità domandata è tanto maggiore quanto più il prezzo è basso, mentre la quantità offerta è tanto maggiore quanto più il prezzo è elevato. Infatti, alcuni eventi abbassano la domanda diminuendo la quantità domandata a ogni ipotetico livello del prezzo, mentre altri eventi causano un aumento dell’offerta, ossia un incremento della quantità offerta a ogni ipotetico livello di prezzo. A un prezzo particolarmente basso, la quantità domandata eccede la quantità offerta, mentre a un prezzo significativamente elevato si verifica il contrario. A un certo prezzo intermedio, è possibile che la quantità domandata e la quantità offerta siano uguali: questo prezzo è detto prezzo di equilibrio. Il prezzo di equilibrio è quel prezzo per il quale la quantità domandata dagli acquirenti eguaglia la quantità offerta dai venditori (le quantità convergono). Questa quantità è detta quantità di equilibrio del mercato. A prezzi inferiori la quantità domandata eccede la quantità offerta, questa situazione è detta eccesso di domanda (letteralmente: eccesso di quantità domandata). All’opposto, a ogni prezzo superiore è la quantità offerta che eccede la quantità domandata. Ai venditori rimangono scorte indesiderate di prodotto non venduto e si parla di eccesso di offerta (letteralmente: eccesso di quantità offerta). Solo al prezzo di equilibrio il mercato è stabile e gli agenti economici sono in grado di acquistare o vendere ciò che desiderano. Il mercato tende ad autoregolarsi: in corrispondenza di prezzi correnti diversi da quello di equilibrio si procederà a cambiamenti al fine di ristabilirlo. Un eccesso di offerta porta, per esempio, a una riduzione dei prezzi, mentre un eccesso di domanda a un innalzamento dei prezzi. LA RAPPRESENTAZIONE DELL’EQUILIBRIO, LA SPESA TOTALE DEI CONSUMATORI, IL RICAVO TOTALE DEI PRODUTTORI E IL SURPLUS. La curva di domanda (DD) rappresenta graficamente la relazione inversa tra prezzo e quantità domandata, a parità di altre condizioni. La relazione è qui lineare e inversa (o negativa). Al diminuire del prezzo, la quantità domandata aumenta e viceversa. La curva di offerta (SS) mostra la relazione diretta tra prezzo e quantità offerta, a parità di altre condizioni. La relazione è qui lineare e diretta (o positiva). All’aumentare del prezzo, la quantità offerta aumenta e viceversa. Il mercato è in equilibrio in E, punto d’incontro tra la curva di domanda e la curva di offerta. In situazione di equilibrio, un prodotto viene acquistato e venduto in quantità Q0 al prezzo P0.

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A un prezzo di mercato inferiore al prezzo di equilibrio, la distanza orizzontale (FG) tra la curva di offerta e la curva di domanda rappresenta l’eccesso di domanda corrispondente al prezzo P’’ considerato. Viceversa, a un prezzo di mercato superiore al prezzo di equilibrio, la distanza orizzontale (AB) tra la curva di domanda e la curva di offerta rappresenta l’eccesso di offerta corrispondente al prezzo P’ considerato. Quando un mercato non è in equilibrio, la quantità scambiata è determinata dalla minore delle due disponibilità all’acquisto e alla vendita. A ogni prezzo diverso da P0, la quantità scambiata è pari alla minore tra la quantità domandata e la quantità offerta. Ora è possibile riconoscere la determinazione del prezzo. Nel punto di equilibrio la spesa totale dei consumatori e il ricavo totale dei produttori coincidono e sono pari al prodotto del prezzo di equilibrio per la quantità di equilibrio (dato dall’area del rettangolo P0EQ00). B è il prezzo di riserva per l’offerta dei produttori. Il prezzo minimo di offerta corrisponde (spesso) a quello di ingresso nel mercato. Il segmento BE indica il prezzo che i consumatori si aspettano dai produttori. Al di sopra di esso si ha il surplus dei produttori. A, invece, è il prezzo di riserva per la domanda, oltre il quale gli acquirenti non sono disposti a spendere. Nell’equilibrio di mercato E, l’area 0P0EQ0 corrisponde alla spesa

totale dei consumatori (o acquirenti) ed al ricavo totale dei produttori (o offerenti). Nell’equilibrio di mercato E l’area BP0E rappresenta il surplusdei produttori; l’area P0EA corrisponde al surplusdeiconsumatori. Il surplus dei produttori indica il ricavo aggiuntivo rispetto a quello determinato da prezzi inferiori a quello di equilibrio, mentre il surplus dei consumatori indica il risparmio rispetto alla spesa determinata da prezzi superiori a quello di equilibrio.

In equilibrio di mercato, se il mercato fosse indifferenziato e indiscriminato per il prezzo, tutti i consumatori acquisterebbero QE per il prezzo PE. In un mercato normale il segmento AE è percorso dalla discriminazione di prezzo in base alla segmentazione dei diversi consumatori. Se la discriminazione fosse perfetta, il surplus del mercato sarebbe la somma dei due triangoli. Queste riflessioni sono vere per variazioni “sulla” (o lungo la) domanda, non “della” domanda, per date condizioni che rimangono costanti e che comprendono:

 i prezzi dei beni correlati: un aumento del prezzo di un bene aumenta la domanda di sostituti (auto-metropolitana), ma riduce la domanda di complementi del bene stesso (benzina-auto)

 il reddito dei consumatori: all’aumentare del reddito aumenta la domanda di molti beni. Questo vale per i beni normali, mentre i beni inferiori sono caratterizzati da una domanda che diminuisce al crescere del reddito degli acquirenti perché possono essere sostituiti da beni di maggiore valore

 le preferenze dei consumatori Queste condizioni sono determinate dal fatto che all’economia interessa la legge di convenienza. Per tanto, variazioni di queste condizioni influenzano la posizione e lo spostamento della curva domanda.

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Modifiche del prezzo del prodotto portano a spostamenti sulla domanda. Nelle modifiche del prezzo rientra anche l’aumento dell’IVA, in quanto l’IVA è un indice incorporato nel prezzo. Promozioni, attività di marketing, alterazioni del sistema economico portano, invece, spostamenti della domanda. Un’alterazione negativa (diminuzione) del prezzo dei beni sostituti porta a uno spostamento negativo della domanda. Viceversa, un aumento di un bene sostituto porta a uno spostamento positivo della domanda con un aumento della quantità

domandata per ogni livello di prezzo. Tutto questo è fatto secondo un’analisi di statica comparata: si ipotizza il cambiamento di una delle variabili assunte come date e se ne esaminano gli effetti sull’equilibrio del mercato. Essa è comparativa perché confronta il vecchio e il nuovo equilibrio ed è statica perché confronta solo le due successive condizioni di equilibrio. In ogni condizione di equilibrio, prezzo e quantità scambiata sono stabili. Le stesse riflessioni sono vere per variazioni“sulla” (o lungo la) offerta, non “della” offerta, per date condizioni che rimangono costanti e che comprendono:

 la tecnologia: una tecnologia più efficiente permette uno spostamento dell’offerta verso destra e verso il basso, ovvero consente di offrire, a parità di costo totale, una maggiore quantità di bene per ogni livello di prezzo, riducendo il costo medio e marginale del bene stesso. Con “progresso tecnologico” si intende ogni conoscenza che permette di ottenere in modo migliore prodotto dalle risorse disponibili

 i prezzi dei fattori produttivi: una riduzione dei prezzi dei fattori produttivi incentiva le imprese a offrire una maggiore quantità di prodotto a ogni livello di prezzo. Un aumento dei prezzi, invece, sposta la curva di offerta verso sinistra

 la regolamentazione pubblica: solitamente la regolamentazione pubblica contrae l’offerta (spostamento della curva di offerta verso sinistra).

Variazioni di queste condizioni influenzano la posizione e lo spostamento della curva di offerta.

I MERCATI LIBERI E I CONTROLLI SUI PREZZI. In un mercato libero e concorrenziale il prezzo è determinato esclusivamente dalla domanda e dell’offerta. L’intervento pubblico, però, può influire sulla domanda e/o offerta di un bene o servizio in un mercato. I

controlli sui prezzi sono regolamenti o leggi imposti dalla pubblica amministrazione o da altre autorità che impediscono l’aggiustamento dei prezzi che spinge i mercati verso l’equilibrio. Essi possono essere ricondotti a due categorie: la fissazione dei prezzi minimi e la fissazione dei prezzi massimi. Quest’ultima rende illegale la vendita da parte degli offerenti di un bene a un prezzo superiore al massimo fissato. Questo tipo di controllo viene introdotto solitamente per impedire che la scarsità di un bene provochi un eccessivo aumento del suo prezzo. L’aumento del prezzo sarebbe un meccanismo

autoregolante per risolvere l’allocazione di una scarsa disponibilità del bene e la fissazione di un prezzo massimo contiene il prezzo ma genera un eccesso di domanda pari ad AB. Questo eccesso di domanda può incentivare la nascita di fenomeni quali il mercato nero. La fissazione di un prezzo minimo superiore a quello

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di equilibrio porta ad an aumento della produzione, ma allo stesso livello di prezzo riduce la quantità di bene domandato. Ciò provoca un eccesso di offerta. Se il Governo vuole rendere efficace il suo provvedimento deve impegnarsi ad acquistare questo eccesso di offerta, altrimenti la regolamentazione va a discapito dei produttori. In un libero mercato, invece, lo strumento attraverso il quale viene presa la decisione inerente alla quantità da produrre di un bene o servizio è il prezzo di equilibrio. A parità di altre condizioni, quanto maggiore è la domanda di un bene, tanto maggiore è il suo prezzo di mercato e quindi la convenienza a produrlo. Tale bene

viene prodotto per tutti quei consumatori o acquirenti disposti a pagare almeno il suo prezzo di equilibrio sul mercato. La curva di offerta indica il prezzo minimo che occorre pagare ai produttori di un bene per indurli a produrre o vendere. Il prezzo massimo che gli acquirenti sono disposti a pagare o, come già detto, prezzo di riserva degli acquirenti deve essere sufficiente a incentivare i produttori a produrre o a vendere. Infatti, il prezzo minimo di vendita o prezzo di riserva dei venditori deve essere inferiore a quello degli acquirenti altrimenti non vi è convenienza nella vendita. Il grafico qui a fianco indica un bene che il mercato non incentiva a produrre.

CAPITOLO 4 – L’ELASTICITA’ DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA. La teoria economica fa riferimento al concetto di elasticità della domanda rispetto al prezzo per misurare la reattività della quantità domandata di un bene o servizio alle variazioni del suo prezzo. La conoscenza dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo è determinante per la soluzione di problemi economici come la fissazione del prezzo. Se, per esempio, la quantità domandata di un bene è poco reattiva al prezzo, la riduzione di quest’ultimo provoca una riduzione dell’incasso. Viceversa, un suo aumento innalza anche l’incasso. L’elasticità incrociata della domanda rispetto al prezzo misura la reattività della quantità domandata di un bene o servizio a variazioni del prezzo di altri beni o servizi. L’elasticità della domanda rispetto al reddito misura, invece, la reattività della quantità domandata di un bene a cambiamenti del reddito spendibile degli acquirenti. Beni caratterizzati da un’elevata elasticità della domanda rispetto al reddito prospettano, in un’economia in crescita, possibilità di espansione delle vendite più rilevanti rispetto ai beni con modesta elasticità. L’ELASTICITA’ DELLA DOMANDA RISPETTO AL PREZZO. La pendenza negativa della curva di domanda esprime una relazione inversa tra quantità domandata e prezzo. L’elasticità, però, è utile per capire quanto aumenta la richiesta di un bene in seguito a una riduzione di prezzo. L’elasticità della domanda rispetto al prezzo può essere calcolata come il rapporto tra la variazione della quantità domandata ΔQ e la variazione del prezzo che l’ha provocata ΔP, ossia un coefficiente numerico che rappresenta l’inverso della pendenza della curva di domanda (data da ΔP/ΔQ). Per evitare problemi di calcolo derivanti da diverse unità di misura si utilizzano variazioni percentuali. L’elasticità della domanda di un bene rispetto al prezzo si misura, quindi, attraverso un coefficiente numerico calcolato come rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo che l’ha provocata.

Se, per esempio, si verifica che un aumento dell’1% nel prezzo di un bene provoca una riduzione del 2% nella sua quantità domandata, il coefficiente di elasticità risulta essere -2. Il valore negativo del coefficiente è la conseguenza della relazione inversa tra prezzo e quantità domandata di un bene. Infatti, il segno negativo del coefficiente esprime solamente l’operare della legge della domanda (all’aumentare del prezzo diminuisce la quantità domandata). Invece, è il valore assoluto del coefficiente a qualificare come elastica o inelastica la domanda di un bene. Quanto più è elevato il valore assoluto del coefficiente, tanto più la domanda è elastica o reattiva al prezzo. Quanto più è basso il valore assoluto, tanto più inelastica o rigida al prezzo. Il valore del

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coefficiente di elasticità della domanda varia da punto a punto lungo la curva di domanda. Precisamente, è paria infinito in corrispondenza del prezzo di riserva degli acquirenti e diminuisce continuamente fino ad arrivare a zero in corrispondenza di P=0. Il coefficiente è uguale a 1 al prezzo corrispondente al punto medio della curva. In casi particolari il coefficiente è costante lungo la curva ed essa è detta isoelastica. Detto questo, la domanda di un bene o servizio è elastica con coefficiente (in valore assoluto) maggiore di 1, è inelastica o rigida se compresa tra 0 e 1 ed è anelastica se pari a 0.

E > 1  domanda elastica - 0 < E < 1  domanda inelastica o rigida - E = 0  domanda anelastica La determinante di fondo dell’elasticità o inelasticità della domanda è costituita dai gusti e dalle preferenze degli acquirenti. Tuttavia, un’altra fondamentale determinante è la possibilità dei consumatori di sostituire il bene con altri. Per fare un esempio, la domanda di sigarette Marlboro è più elastica al prezzo rispetto al prezzo della domanda di sigarette come categoria merceologica, perché nel primo caso i consumatori possono acquistare altre marche. In generale, quanto più specificatamente è definito un bene o servizio, tanto più elastica risulta essere la sua domanda a variazioni di prezzo. Alcune categorie merceologiche, come i combustibili o gli alimentari, tendono ad essere inelastiche al prezzo perché i consumatori non sono disposti a modificare radicalmente la struttura della loro spesa per consumi.

L’elasticità della domanda al prezzo determina la dimensione dell’incremento di prezzo necessario per eliminare un eccesso di domanda o della riduzione di prezzo necessaria per eliminare un eccesso di offerta. Se la domanda è inelastica (DD), fluttuazioni dell’offerta causano ampie oscillazioni del prezzo di equilibrio del mercato mentre la quantità scambiata varia di poco. Se invece la domanda è elastica (D’D’), le variazioni sul prezzo sono molto minori, ma le oscillazioni delle quantità scambiate sono ben più rilevanti.

L’ELASTICITA’ DELLA DOMANDA, LE VARIAZIONI DEL PREZZO E LE VARIAZIONI DELLA SPESA TOTALE DEI CONSUMATORI. La funzione e la curva di domanda permettono di calcolare, a ogni prezzo, la spesa che i consumatori sono disposti a sostenere per l’acquisto di un bene o servizio. La spesa è, quindi, semplicemente il prodotto del prezzo da pagare per la quantità che sono disposti ad acquistare.

Nell’esempio in tabella, quando il prezzo del bene è pari a 6,25€, la domanda ha un’elasticità pari a 1 e la spesa è massima. Questa constatazione consente di giungere a una conclusione di validità generale: la spesa degli acquirenti e quindi il ricavo totale dei venditori di un bene o servizio hanno il massimo valore in corrispondenza del prezzo della curva di domanda con elasticità unitaria al prezzo. La tabella qui sotto pone in forma generale l’esempio fatto sopra.

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Osservando la tabella, si capisce perché, per esempio, i produttori aventi un bene alimentare con domanda inelastica ottengono maggiori ricavi da un cattivo raccolto piuttosto che da un raccolto abbondante. Una contrazione dell’offerta, infatti, provoca un rilevante aumento del prezzo e una piccola contrazione della quantità domandata. In presenza di una domanda inelastica, i venditori nel loro insieme traggono vantaggio da una riduzione dell’offerta. Tuttavia, se il fenomeno fosse individuale non generalizzato, gli effetti sarebbero irrilevanti sul mercato e il produttore dal cattivo raccolto vedrebbe (ovviamente) ridurre i suoi ricavi. Questo esempio introduce l’errore di composizione. L’errore di composizione consiste nel pensare che ciò che vale per un individuo valga per tutti gli individui considerati come insieme e viceversa. ELASTICITA’ DELLA DOMANDA NEL BREVE E LUNGO PERIODO. L’elasticità della domanda al prezzo si modifica allorché gli acquirenti hanno la possibilità di modificare degli elementi che vincolano la loro capacità di reagire a variazioni dei prezzi dei beni. Nel breve periodo, gli acquirenti sono costretti a modificare lo stile di vita se non vogliono adeguarsi alle oscillazioni dei prezzi, mentre nel lungo periodo risulta più semplice cambiare abitudini di consumo. L’elasticità della domanda è, quindi, normalmente minore nel breve periodo che nel lungo periodo. Con “lungo” periodo si identifica il lasso temporale necessario per consentire agli agenti economici il completo aggiustamento a un cambiamento dei prezzi. L’ELASTICITA’ INCROCIATA DELLA DOMANDA AL PREZZO. L’elasticità diretta della domanda rispetto al prezzo misura la reattività degli acquirenti di un bene a variazioni del suo prezzo, a parità di altre determinanti. Per misurare la reattività della domanda del bene K a variazioni del prezzo di un altro bene J si ricorre al calcolo del coefficiente di elasticità incrociata della domanda- prezzo. Il coefficiente di elasticità incrociata della domanda del bene K rispetto al prezzo del bene J si calcola attraverso il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata di K e una piccola variazione percentuale del prezzo di J. Questo coefficiente può avere segno positivo o negativo. Il segno è positivo (/negativo) se una variazione positiva (/negativa) del prezzo del bene J provoca una variazione positiva (/negativa) della quantità domandata del bene K. La concordanza dei segni delle due variazioni determina un segno positivo del coefficiente, che si verifica se K e J sono beni sostituti. Il coefficiente ha segno negativo, ossia i segni delle due variazioni sono discordi, quando i beni K e J sono complementari. Un aumento del prezzo della benzina riduce la quantità domandata di auto quindi il coefficiente è negativo. Come già detto nel capitolo 3, un aumento del reddito porta a un aumento della quantità domandata. Gli incrementi però differiscono a seconda dei beni. La composizione dei panieri di consumo può essere rilevato attraverso le modificazioni delle quote di bilancio di specifici tipi o categorie di beni e servizi nella spesa dei consumatori. La quota di bilancio di un bene (o di una categoria) è il peso percentuale di questo bene nella spesa totale dei consumatori. L’influenza delle variazioni di reddito sulla domanda di beni può essere misurata attraverso il coefficiente di elasticità della domanda rispetto al reddito. Esso si calcola attraverso il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata del bene o servizio e la corrispondente variazione percentuale del reddito che l’ha provocata. Questo coefficiente distingue i già citati beni normali, con elasticità positiva, dai beni inferiori, con elasticità negativa. Un bene necessario ha un’elasticità domanda-reddito positiva, ma minore di 1. Influenze sul reddito variano positivamente, ma di poco la sua quantità domandata. Un bene di lusso o superiore è caratterizzato, invece, da un’elasticità positiva e maggiore di 1, data da una maggiore variazione percentuale della quantità domandata rispetto a quella del reddito. Un bene inferiore o povero ha, naturalmente, elasticità negativa. Una variazione superiore a 1 in valore assoluto porta a un aumento della quota di bilancio rispetto alla spesa totale. Un fattore esogeno che può modificare l’elasticità della domanda è, per esempio, la pubblicità. Dorfman-Steiner suggerisce un possibile collegamento tra forma di mercato e investimento pubblicitario. L’investimento in pubblicità è maggiore dove l’elasticità della domanda è maggiore per renderla maggiormente inelastica (attraverso il fenomeno della falsa differenziazione). Per determinare la spesa

ottimale da investire in pubblicità si ricorre alla formula di Dorfman-Steiner. Essa indica che la spesa in pubblicità deve essere uguale al prodotto tra i ricavi totali e il rapporto tra l’elasticità della domanda-pubblicità e l’elasticità della domanda-prezzo.

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LA DOMANDA E L’INFLAZIONE. Quando cambiano simultaneamente tutti i prezzi e i redditi, la definizione e la corretta misurazione di coefficienti di elasticità implicano l’impossibilità di analizzare separatamente l’effetto di ogni variabile incidente sulla quantità domandata. Quando le tre variabili (effetto della variazione di prezzo del bene, prezzo di altri beni, reddito) agiscono simultaneamente, la somma dei tre effetti è nulla. L’ELASTICITA’ DELL’OFFERTA.

L’elasticità dell’offerta di un bene rispetto al suo prezzo si misura attraverso un coefficiente calcolato come rapporto tra la variazione percentuale della quantità offerta e la variazione percentuale del

prezzo che l’ha provocata. Poiché la relazione è diretta, il coefficiente di elasticità dell’offerta al prezzo è normalmente di segno positivo. Quanto più è elastica l’offerta, tanto maggiore è la variazione percentuale della quantità offerta provocata da una piccola variazione percentuale del prezzo. la reattività dell’offerta alle variazioni di prezzo è maggiore nel lungo periodo a causa di vincoli di produzione non facilmente risolvibili nel breve periodo. Un’offerta infinitamente elastica porta a variazioni infinite di quantità a piccole variazioni di prezzo. Un’offerta anelastica non vede modifiche di quantità offerta. Inoltre, quanto più è rigida l’offerta, tanto più rilevante è l’aumento del prezzo provocato da un aumento della domanda. In caso di offerta anelastica, l’aumento di domanda provoca esclusivamente un aumento del prezzo. Nel caso di offerta infinitamente elastica, l’aumento della domanda provoca solo un aumento di quantità scambiata. [APPROFONDIMENTO] CHI PAGA REALMENTE LE IMPOSTE? I Governi intervengono nell’allocazione delle risorse di una collettività attraverso il prelievo fiscale e la spesa pubblica. Il sistema fiscale incide profondamente sul funzionamento di un’economia mista e ha profondi effetti sul modo in cui una società impiega le proprie risorse scarse. Le imposte specifiche prevedono un dato prelievo per unità di prodotto. L’effetto di questa imposta dipende dalla pendenza della curva di domanda e di offerta. Le imposte ad valorem, invece, sono commisurate in percentuale al valore di un bene o servizio. Una tipica imposta ad valorem è l’IVA. Le imposte ad valorem, espresse in percentuale, sono collegate all’elasticità della domanda e dell’offerta. L’incidenza effettiva o il carico dell’imposta dipende dall’inclinazione relativa delle curve di domanda e offerta. Essa definisce chi e in che misura paga effettivamente l’imposta. Se DD è ripida (primo indizio di scarsa elasticità della domanda) mentre SS è quasi piatta (offerta molto elastica), l’imposta ricade prevalentemente sui consumatori. Nel caso contrario, con domanda elastica e offerta inelastica, l’imposta rimane in gran parte a carico dei produttori. Si segua questo esempio: in seguito all’introduzione dell’imposta a carico dei produttori, la curva di offerta si sposta verso l’alto di un ammontare pari a 0,50 euro. Infatti, i produttori saranno disposti, dopo l’introduzione dell’imposta, a offrire le stesse quantità di sigarette solo se il prezzo che incassano per pacchetto sarà pari a quello pre-imposta più 0,50 euro. Nella figura A, la curva di domanda DD è ripida e la curva di offerta SS è piatta. L’imposta ricade in gran parte sui consumatori. Il nuovo prezzo di equilibrio P1 è pari a 1,45 euro. I consumatori pagano 1,45 euro per ogni pacchetto, mentre i produttori ricavano un prezzo di 0,95 euro al netto dell’imposta di 0,50 euro. Il 90% dell’imposta (45 centesimi su 50) è pagato dai consumatori, la cui domanda è poco reattiva alle variazioni di prezzo. I produttori pagano di fatto solo il 10% (5 centesimi su 50) dell’imposta, che viene per il 90% trasferita sui consumatori attraverso l’aumento del prezzo.Nella figura B, con una domanda DD piatta e un’offerta SS ripida, il 90% dell’imposta (45 centesimi su 50) grava sui produttori. Il prezzo di equilibrio post-imposta è

infatti 1,05 euro: i consumatori pagano questo prezzo, ma il prezzo netto per i produttori è solo di 0,55 euro. Nel caso B, la domanda è reattiva al prezzo, cosicché il trasferimento dell’imposta sui consumatori attraverso l’aumento del prezzo provoca rilevanti contrazioni di quantità domandata.

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CAPITOLO 5 – LA TEORIA DELLA SCELTA DEL CONSUMATORE E DELLA DOMANDA. La struttura del modello che prova a spiegare quali comportamenti individuali sottostanno alla curva di domanda è basata su quattro aspetti che caratterizzano il consumatore e il mercato in cui compie le sue scelte: 1. il reddito disponibile del consumatore 2. i prezzi ai quali i beni possono essere acquistati 3. le preferenze del consumatore in merito a panieri diversi di beni consumabili 4. l’obiettivo del consumatore, identificato nell’ottenimento della massima soddisfazione o utilità. Considerati congiuntamente, il reddito disponibile e i prezzi di mercato dei beni definiscono il vincolo di bilancio del consumatore. Il vincolo di bilancio di un consumatore è quindi l’insieme dei panieri di beni e servizi che quest’ultimo è in grado di acquistare.

La tabella permette anche di ricavare il tasso di scambio tra i due beni. Il tasso di scambio si basa sul fatto che un aumento di un bene implica necessariamente una rinuncia a una certa quantità dell’altro bene e viceversa. Il tasso di scambio è determinato dal prezzo relativo dei due beni. Il vincolo di bilancio di un consumatore può essere rappresentato attraverso una retta detta linea di bilancio. I panieri A e F sono detti panieri d’angolo, ossia rappresentano le combinazioni massime acquistabili composte solo da uno dei due beni. I punti intermedi lungo la linea rappresentano i panieri composti. La pendenza della linea di bilancio rappresenta il tasso di scambio o prezzo relativo tra i due beni. In generale, la pendenza è data dal rapporto tra il prezzo del bene rappresentato sull’asse orizzontale e il prezzo del bene rappresentato sull’asse verticale, con segno meno (- Px/Py). Ogni punto al di sopra della linea di bilancio rappresenta un paniere non acquistabile, mentre quelli al di sotto rappresentano panieri acquistabili con una spesa inferiore al reddito disponibile. Il vincolo e la linea di bilancio sintetizzano il potere di acquisto di un consumatore. A questo punto, passando all’analisi delle preferenze del consumatore, occorre fare tre ipotesi: 1. che il consumatore sia in grado di ordinare qualunque paniere di beni in base alla sua utilità o

dichiarandolo preferibile, indifferente o non preferibile rispetto ad un altro (teoria dell’utilità ordinale). 2. che l’ordine di preferibilità dichiarato dal consumatore sia sempre coerente (coerenza e transitività delle

preferenze) 3. che il consumatore sia insaziabile, ossia abbia bisogni non soggetti a saturazione e quindi preferisca il più

al meno (caratteristica della non sazietà).

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Prese queste ipotesi come vere e prendendo come riferimento il paniere H della figura, i panieri come T della regione dominante sono sicuramente preferiti ad H, mentre quelli come S nella regione dominata sono sicuramente non preferiti ad H. L ed M dipendono dai gusti del consumatore. Per definire più rigorosamente le preferenze di un consumatore, è necessario ricorrere al concetto di tasso marginale di sostituzione tra due beni dato dalla formula |ΔQy/ΔQx|. Esso è il rapporto nel quale un consumatore è disposto a rinunciare a una certa quantità di un bene in cambio di un’unità addizionale dell’altro senza che questa sostituzione modifichi la sua utilità. Questo tasso è alla base di un ragionamento di buon senso comune che costituisce un principio logico molto generale, tale da poter essere assunto come postulato di base circa le preferenze dei consumatori. Questo postulato è detto ipotesi del tasso marginale di sostituzione decrescente. Le preferenze dei consumatori mostrano un tasso di sostituzione decrescente se, in condizioni di utilità totale costante, il consumatore è disposto a sacrificare quantità via via minori di un bene in cambio di un’unità addizionale di un altro bene. Poiché il consumatore preferisce consumare di più piuttosto che di meno, i panieri su una curva d’indifferenza più in alto rispetto all’origine sono preferiti a quelli più in basso. Una curva d’indifferenza rappresenta i panieri di beni e servizi che un consumatore considera indifferenti e ai quali attribuisce un’identica utilità (i beni sono considerati come sostituibili tra loro). La concavità verso l’alto delle curve d’indifferenza dipende dall’andamento decrescente del tasso marginale di sostituzione tra i due beni. Le curve d’indifferenza non possono logicamente intersecarsi perché violerebbero almeno uno dei tre principi presi in ipotesi. Attraverso le mappe d’indifferenza è possibile rappresentare le preferenze di ogni singolo consumatore. Tra i panieri possibili, il paniere ottimo è il punto in cui la pendenza della linea di bilancio e della curva d’indifferenza a essa tangente coincidono, ovvero è il paniere in corrispondenza del quale il tasso di scambio (o prezzo relativo) dei due beni è uguale al loro tasso marginale di sostituzione. Il paniere ottimo, di norma, si trova sulla curva d’indifferenza più alta che il consumatore è in grado di raggiungere (ecco perché il paniere C è preferito ad A, B, E ed F).

Come reagisce un consumatore a cambiamenti del suo reddito? Un aumento del reddito monetario provoca uno spostamento parallelo della linea di bilancio. Il potere d’acquisto o reddito reale del consumatore è aumentato e, poiché i prezzi dei prodotti non sono cambiati, la pendenza della linea di bilancio non cambia. Il nuovo paniere ottimo, dunque, sarà composto da una maggiore quantità di entrambi i beni. Tuttavia, l’incremento percentuale della quantità acquistata dei due beni varia a seconda dell’elasticità della domanda rispetto al reddito che il consumatore ha rispetto ai due beni. Il sentiero di espansione reddito-domanda è una curva i cui punti rappresentano i panieri ottimi (quindi domandabili o consumabili) per il consumatore a ogni possibile livello di reddito. Si consideri, inoltre, che una riduzione del prezzo di uno dei due beni del paniere ha come effetto l’aumento del potere d’acquisto rispetto allo stesso vincolo di bilancio. L’effetto di sostituzione è il cambiamento nella quantità domandata di un bene attribuibile esclusivamente al cambiamento del

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suo prezzo relativo. L’effetto di reddito è il cambiamento nella quantità domandata di un bene attribuibile alla variazione di reddito reale provocata dal cambiamento del prezzo relativo del bene. I due effetti possono agire contemporaneamente e, in concomitanza ad una diminuzione del prezzo di un bene e l’aumento del reddito, spostare il paniere ottimo prima da O a D e poi da D a O’. DALLE CURVE DI DOMANDA INDIVIDUALI ALLA CURVA DI DOMANDA DI MERCATO. Le figure indicano la reazione di un consumatore al cambiamento del prezzo di un bene normale e la derivazione grafica della curva di domanda individuale del consumatore relativamente al bene il cui prezzo varia. La curva che unisce i panieri ottimi in corrispondenza di vari livelli di prezzo è detta sentiero di espansione prezzo-domanda o sentiero prezzo-consumo. Nel caso di un bene normale il sentiero ha pendenza positiva e determina una curva di domanda individuale con pendenza negativa come DDi. La domanda di mercato è la somma orizzontale delle domande individuali di tutti gli acquirenti che operano nel mercato di un bene o servizio. La domanda di mercato si ottiene sommando, a ogni possibile prezzo di un bene, la quantità che ogni singolo acquirente è disposto ad acquistare a quel prezzo.

IL TRASFERIMENTO DI REDDITO E I TRASFERIMENTI DI BENI E SERVIZI. Un trasferimento di reddito è un pagamento in moneta che integra il reddito monetario del beneficiario senza che quest’ultimo fornisca una contropartita. Un trasferimento di beni o servizi è invece l’erogazione gratuita a un beneficiario di beni o servizi reali o di titoli spendibili esclusivamente per l’acquisto di specifici beni o servizi. Il trasferimento di reddito monetario consente ai beneficiari di spendere come meglio credono il maggior potere d’acquisto. Il trasferimento di beni può limitare le possibilità di scelta: l’utilità che ne traggono, infatti, può essere minore di quella che ne trarrebbero in caso di trasferimento di reddito di pari valore. La possibilità deriva dalle preferenze del consumatore. LA SCELTA INTERTEMPORALE. Finora si è trattato di un consumatore che sceglie nel presente in base a un vincolo dato da possibilità attuali di spesa. Nella realtà, però, le scelte sono intertemporali poiché viene valutata l’utilità presente e futura. Nel modello di scelta intertemporale il consumatore sceglie tra consumo corrente e consumo futuro. I ragionamenti fatti valgono anche per confronti intertemporali. Il tasso marginale di preferenza intertemporale misura quanto il consumatore è disposto a rinunciare in termini di consumo futuro a favore del consumo presente e viceversa. Il vincolo di bilancio intertemporale rappresenta come il consumatore ripartisce le sue possibilità di spesa tra panieri di consumo presente e consumo futuro, data una determinata somma a disposizione. Il paniere ottimo intertemporale corrisponde alla combinazione per la quale il prezzo relativo e il tasso marginale di preferenza intertemporale si eguagliano. Il consumatore massimizza l’utilità ripartendo la somma a disposizione tra impiego presente (liquidità) e futuro.

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CAPITOLO 6 – INTRODUZIONE ALLA TEORIA DELL’OFFERTA. Per ogni livello di produzione o output, un’impresa deve essere in grado di valutare il costo e il ricavo ottenibile dalle vendite. La domanda determina il prezzo al quale è possibile vendere un dato volume di prodotto e quindi il ricavo ottenibile dall’impresa. il profitto è la differenza tra ricavo e costo totale. L’ipotesi base della teoria dell’offerta è che l’impresa abbia come obiettivo l’ottenimento del massimo profitto, cioè la differenza massima tra ricavo totale e costo totale. Confrontando i ricavi e i costi totali associati a ogni possibile volume di produzione e vendita, l’impresa può scegliere il livello di produzione che le garantisce il massimo profitto. IL SETTORE E LE STRUTTURE DI MERCATO. Un settore è l’insieme delle imprese che producono uno stesso prodotto e che quindi operano come offerenti in uno stesso mercato. La produzione di un settore è la somma delle produzioni delle imprese che lo compongono. La struttura del mercato è l’insieme dei caratteri della domanda e dell’offerta del mercato stesso, caratteri che influenzano il comportamento dei consumatori e le performance dei venditori. Fino agli anni ’30, l’economia classificava la struttura dei mercati in base al numero e alla dimensione dei venditori e degli acquirenti. La moderna teoria dei mercati proporne una classificazione basata sui caratteri strutturali di domanda e offerta. Questi caratteri possono essere identificati da:

 le condizioni di entrata e uscita

 il grado di concentrazione

 la differenziazione o differenziabilità del prodotto

 il grado di trasparenza informativa. Le strutture di mercato sono riconducibili a tipologie comprese tra due forme estreme del tutto teoriche: la concorrenza perfetta e il monopolio perfetto. Le forme intermedie, quindi reali, sono, perciò, dette di concorrenza imperfetta. Il mercato di concorrenza perfetta è caratterizzato da assoluta libertà di entrata e di uscita, frammentazione della domanda e dell’offerta tra molti piccoli acquirenti e venditori, omogeneità (assenza di differenziazione) del bene o servizio scambiato e perfetta trasparenza. Ogni agente di mercato operante in concorrenza perfetta è consapevole dell’irrilevanza delle sue decisioni rispetto al prezzo e alla quantità scambiata e considera il prezzo di equilibrio del mercato come un dato indipendente dalle sue scelte. Le imprese non competono qui attraverso il prezzo, ma subiscono il prezzo che si forma sul mercato attraverso l’interazione fra domanda e offerta e competono attraverso la quantità. Il mercato di monopolio perfetto è, invece, caratterizzato da insormontabili barriere all’entrata di nuovi concorrenti e assoluta libertà di uscita, concentrazione dell’offerta in un’unica impresa e frammentazione della domanda, assenza di sostituti del bene o servizio offerto e perfetta trasparenza. Nel monopolio perfetto si presuppone che non solo l’offerta sia concentrata in un’unica impresa, ma che quest’ultima sia anche protetta da barriere (giuridiche, tecnologiche ed economiche) insormontabili per nuovi e potenziali concorrenti e che il suo prodotto non abbia alcun sostituto. LA FORMA GIURIDICO-ORGANIZZATIVA DELL’IMPRESA. La forma giuridico-organizzativa dell’impresa può essere ricondotta a tre tipologie fondamentali: l’impresa individuale, la società di persone e la società di capitali. Le prime due forme sono quelle più diffuse e caratterizzanti le piccole e medie imprese. L’ultima, invece, è tipica delle grandi o grandissime imprese. L’impresa individuale è un’impresa la cui proprietà e gestione fanno capo a un’unica persona fisica. Il titolare è personalmente e illimitatamente responsabile delle eventuali perdite dell’impresa. Una società di persone è un’impresa la cui proprietà fa capo a due o più persone fisiche che hanno diritto alla spartizione del profitto e sono illimitatamente e solidalmente responsabili di eventuali perdite. Non è detto che tutti i soci partecipino attivamente alla gestione, taluni apportano solo capitale finanziario o altre risorse in cambio di una quota di profitto. Data la responsabilità illimitata, per coprire i debiti si può anche attingere al patrimonio personale dei soci. Le imprese che richiedono ingenti investimenti iniziali o hanno la necessità di crescere senza aumentare il numero di soci e/o dei loro apporti ricorrono alla società di capitali. Una società di capitali

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è un’organizzazione la cui proprietà è distribuita tra soci, apportatori di capitale, che hanno diritto alla ripartizione del profitto in proporzione alla quota di capitale apportata. La responsabilità del socio è limitata alla quota di capitale apportata. Se la proprietà non è concentrata in pochi azionisti bensì distribuita tra molti azionisti che possono vendere o acquistare quote azionarie nel mercato finanziario e nessuno ha una quota dominante, l’impresa ha la forma della società di capitale a proprietà diffusa (public company). I proprietari- azionisti, che hanno acquistato azioni al prezzo corrente di mercato, ricevono reddito dai dividenti (pagati in proporzione alla quota di parte sociale) derivanti dal profitto non reinvestito e attraverso i guadagni di capitale derivanti dall’aumento del valore dei titoli azionari della società. Gli azionisti-proprietari di una società di capitali hanno una responsabilità limitata,ossia possono al più subire una perdita pari al reddito speso per acquistare le azioni della società. Le società di capitali sono gestite da consigli di amministrazione (CdA) che decidono per l’impresa. LE RILEVAZIONI CONTABILI DELL’IMPRESA. Le imprese registrano due insiemi di rilevazioni contabili: il flusso e le variabili stock (o fondo). I flussi sono variabili la cui dimensione è necessariamente riferita a un definito periodo di tempo. Gli stock o fondi sono variabili misurabili in riferimento a un istante o a una data. Il volume di produzione e i ricavi derivanti dalle vendite sono variabili di flusso e richiedono la precisazione del periodo temporale di riferimento. Il numero di dipendenti e il valore dell’attività patrimoniale sono invece esempi di stock, la loro dimensione può essere riferita a un preciso istante (al 31 dicembre 2016). Le imprese registrano, in riferimento a ogni anno o frazione di anno (trimestre, semestre), le fondamentali variabili di flusso relative alla loro attività (ricavi, costi e profitti) in un prospetto o schema contabile denominato conto profitti e perdite o conto economico e le fondamentali variabili stock (attività e passività) in un prospetto contabile denominato stato patrimoniale, riferito alla data finale del periodo gestionale di riferimento. I due prospetti sono evidentemente collegati. LE VARIABILI FLUSSO: IL CONTO PROFITTI E PERDITE. Il ricavo totale (RT) di un’impresa è il valore monetario totale delle entrate derivanti dalla vendita di beni e servizi in un dato periodo di tempo, per esempio, in un anno. Il costo totale (CT) di un’impresa è il valore monetario delle spese che essa sostiene per produrre e vendere i beni e servizi in un dato periodo di tempo. Il profitto totale (Π) è la differenza tra il ricavo e il costo totale dell’impresa in un dato periodo di tempo.

Quindi: Π = RT – CT

Dal punto di vista economico ricavi e costi devono essere calcolati in base al periodo di competenza e non a quello di effettiva realizzazione. La distinzione tra ricavi e costi economici riferiti al periodo di competenza e incassi e pagamenti effettuati è alla base dell’importante distinzione tra profitto economico e prospetto del flusso di cassa. Il flusso di cassa (cash flow) di un’impresa è l’ammontare netto di liquidità effettivamente incassata in un periodo di tempo, ossia la differenza tra incassi e pagamenti effettuati nel periodo. Nel conto profitti e perdite non sono di norma inclusi i costi figurativi (ovvero i costi che non danno luogo a esborsi monetari) delle risorse. Il profitto economico è quindi dato dal profitto contabile al netto dei costi figurativi calcolati con il criterio del costo opportunità. Un’impresa può realizzare un elevato profitto economico e un modesto flusso di cassa se l’incasso effettivo delle vendite effettuate è differito nel tempo, mentre i costi sono sostenuti immediatamente. In questo caso ad essere significativo sarebbe solamente il profitto contabile. Il capitale fisico di un’impresa è costituito dagli impianti, dalle macchine e dagli immobili utilizzati per la produzione e la vendita, ovvero da bei durevoli o attività fisiche di proprietà dell’impresa. Nel calcolo del profitto di un’impresa relativo a un periodo di tempo il costo del capitale fisico appare come costo d’uso e non come costo d’acquisto. Il costo d’uso del capitale fisico è detto deprezzamento del capitale ed indica la sua perdita di valore derivante dal suo uso produttivo in un dato periodo. Questo espediente economico permette di ripartire il costo totale di acquisizione del capitale tra gli anni di vita produttiva di quest’ultimo. Le scorte sono stock di beni che l’impresa costituisce per far fronte a vendite future. Se da una produzione di 1 milione di auto la FIAT si ritrova con 50 000 auto invendute, esse vanno ad aumentare lo stock di scorte dell’anno. Ai fini del calcolo del profitto economico, il costo totale di produzione deve riguardare solo le

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950 000 auto prodotte e vendute nell’anno. Il flusso di cassa, invece, risente della produzione di 1 milione di vetture, tuttavia parte di queste spese può essere considerata finalizzata alla costituzione di scorte che alimentano il flusso di cassa di periodi futuri, senza ulteriori esborsi. Le imprese solitamente ricorrono al prestito di capitale finanziario da parte di istituzioni creditizie per far fronte alle spese di start-up e/o di espansione. Gli interessi passivi pagati per la disponibilità di capitale finanziario sono una componente di costo della gestione dell’impresa e devono essere aggiunti agli altri costi nella valutazione del profitto economico. LE VARIABILI STOCK: LO STATO PATRIMONIALE. Mentre il conto profitti e perdite sintetizza i flussi di ricavi (incassi) e costi (spese) dell’impresa in un determinato periodo, lo stato patrimoniale è un prospetto contabile o conto che registra gli stock di attività e passività realizzati dall’impresa a una certa data come risultato di tutta la gestione passata. Le attività sono costituite dal patrimonio della società mentre le passività sono, in senso generale, i suoi debiti (tra essi figurano, infatti, anche il capitale netto che è una forma di debito verso gli azionisti e gli accantonamenti che sono spese che dovranno essere sostenute in futuro). Il capitale netto è il saldo positivo tra le attività e le passività. Come anticipato, il capitale netto compare sotto le passività, non per far quadrare il bilancio (attività – passività = 0), ma in quanto forma di debito verso gli azionisti. È come se il capitale netto fosse considerato di proprietà degli azionisti e non dell’impresa. Il profitto economico di un’impresa, al netto dell’imposta sul reddito delle società, può essere destinato ai dividendi o essere reinvestito. Esso viene definito profitto reinvestito o autofinanziamento proprio. Esso incide sullo stato patrimoniale della società. Se viene trattenuto come liquidità o utilizzato per acquisto di capitale fisico, il profitto reinvestito accresce le attività. Se, invece, viene utilizzato per ridurre le passività, aumenta comunque il capitale netto.

IL COSTO-OPPORTUNITA’ E IL COSTO CONTABILE. Gli economisti definiscono il costo d’uso di una risorsa non come il pagamento effettivamente sostenuto per la sua acquisizione, ma attraverso il costo opportunità. Il costo opportunità dell’uso di una risorsa è la stima o il valore (rendimento) del migliore impiego alternativo (alla quale si è rinunciato). Quantitativamente, il costo opportunità è il valore della migliore alternativa tralasciata. Anche il costo del capitale deve essere valutato con il criterio del costo opportunità. Esso incentiva gli individui a svolgere le attività più convenienti per loro e per la collettività. Il profitto economico risultante dopo la deduzione dai ricavi di un’impresa di tutti i costi opportunità delle risorse impiegate è detto extra-profitto. L’extra-profitto di un’impresa è il profitto economico che i proprietari ricavano in eccedenza dal rendimento che avrebbero potuto ottenere con un impiego alternativo delle proprie risorse (per esempio avendo depositato quella somma di denaro in banca). Sono gli extra-profitti e non i profitti contabili a indicare la convenienza all’allocazione delle risorse in un’impresa e quindi a incentivare la riallocazione delle risorse tra imprese diverse. La teoria economica

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ipotizza che le decisioni delle imprese inseguano il massimo profitto. Occorre però fare una distinzione almeno nella separazione tra proprietà e controllo dell’impresa. Benché gli azionisti aspirino a ottenere il massimo profitto, gli amministratori perseguono obiettivi diversi come la crescita dell’impresa. IL FINANZIAMENTO E IL CONTROLLO DELL’IMPRESA. La finanza aziendale si occupa del reperimento di capitale finanziario da parte delle imprese attraverso fonti o canali diversi, come il profitto non distribuito ai proprietari e azionisti, l’emissione di nuove azioni e/o obbligazioni, l’accensione di prestiti. Prevalentemente il finanziamento delle imprese è esterno, basato sull’emissione e vendita di azioni e obbligazioni sul mercato finanziario. Nell’UE, però, il canale principale è ancora interno, cioè rappresentato da apporti di azionisti e soci, soprattutto tramite finanziamenti a lungo termine da parte di intermediari. La differenza tra i due sistemi di finanziamento sta nel grado di controllo. Il controllo dell’impresa è esercitato dal soggetto individuale o collettivo che assume le decisioni strategiche in differenti situazioni ambientali. Nel finanziamento interno, i rappresentanti dei finanziamenti che siedono nei CdA possono influire sulle decisioni. Nel finanziamento esterno, le banche e le altre istituzioni finanziarie svolgono un ruolo molto meno significativo nella gestione delle imprese. Nelle grandi società di capitali, soprattutto nelle public companies, la separazione tra proprietà e controllo dell’impresa solleva un problema di relazione tra principale (la proprietà) e agenti (il management). Questi ultimi potrebbero, infatti, agire nel proprio interesse e non in quello degli azionisti, aumentando il rischio di scalate ostili. Si configura quindi un problema principale-agente. Il timore delle stesse scalate ostili, però, è un deterrente all’allontanamento della massimizzazione del profitto. È per questo, per esempio, che le riorganizzazioni aziendali in nome di una maggiore efficienza sono lunghe e complesse, perché incidono nel breve sul profitto aumentando il rischio. LA SCELTA DEL VOLUME DI PRODUZIONE DI UN’IMPRESA. Il problema dell’impresa è la scelta della quantità di prodotto che le prospetta il massimo profitto. La variazione del volume di produzione incide sia sui costi di produzione sia sui ricavi derivanti dalla sua vendita. Costi di produzione e ricavi di vendita interagiscono, insieme alla struttura del mercato e all’andamento della domanda, nel determinare il volume di produzione e di offerta che garantisce all’impresa il massimo profitto. Con l’obiettivo della massimizzazione del profitto, un’impresa deve produrre la quantità di output che ha deciso di offrire sul mercato al minimo costo totale. Un’impresa deve quindi conoscere il costo totale minimo

al quale può produrre e vendere ogni possibile volume di produzione e di offerta. Il costo totale si divide in costo fisso e costo variabile. Il costo fisso è il costo a cui l’impresa deve far fronte per essere sul mercato indipendentemente dal volume di produzione. In aggiunta, l’impresa ha un costo variabile che cresce al crescere della produzione e rappresenta la somma dei costi opportunità di tutte le risorse utilizzate per la produzione. Il grafico mostra la curva del costo totale di produzione indicante, per ogni realizzabile volume di produzione, il costo totale minimo al quale è tecnicamente possibile realizzare la produzione. L’andamento della curva di costo totale di produzione è sempre crescente, ma la sua pendenza positiva è variabile. Oltre ai costi,

l’impresa deve conoscere le informazioni relative ai ricavi per valutare i profitti realizzabili. Esse si deducono dalla funzione di domanda del bene che l’impresa offre sul mercato. L’impresa cerca sempre di soddisfare l’itera domanda che il mercato o la nicchia di mercato manifesta. Il ricavo totale è ottenuto moltiplicando il prezzo di vendita per la quantità domandata relativa. Il profitto totale è il risultato della corrispondenza della differenza tra ricavo totale e costo totale per ogni volume di produzione e vendita. La ricerca del massimo profitto economico non coincide con quella del massimo ricavo. Il volume di produzione corrispondente alla massima differenza tra ricavi totali e costi totali, ovvero al massimo profitto totale, è quello che l’impresa decide di realizzare e vendere.

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IL COSTO MARGINALE E IL RICAVO MARGINALE. La determinazione del volume di produzione e vendita che prospetta il massimo profitto può essere risolto con un approccio diverso. Si può ipotizzare che l’impresa decida unità per unità la convenienza a produrre e vendere. Questo approccio, che analizza l’effetto della produzione di ogni unità addizionale sul profitto dell’impresa, è incentrato sul calcolo del costo marginale e del ricavo marginale. Il costo marginale (MC) è la variazione del costo totale conseguente alla produzione di una unità addizionale di prodotto. Il ricavo marginale (MR) è la variazione del ricavo totale conseguente alla produzione e alla vendita di una unità addizionale di prodotto. L’andamento del costo marginale è collegato all’andamento del costo totale. Il costo marginale di produzione ha un andamento a U, ossia è inizialmente elevato, diminuisce fino a un valore minimo e poi ricresce. Il suo andamento dipende da quello del costo totale e, quindi, dalle condizioni tecniche in cui si realizza la produzione. A bassi livelli di produzione l’impresa deve acquistare, per ogni unità addizionale di produzione, risorse variabili la cui produttività è crescente. Quando la produzione raggiunge un livello corrispondente alla piena ed efficiente utilizzazione delle risorse fisse disponibili, ogni unità addizionale di produzione richiede un’acquisizione di quantità crescenti di risorse variabili la cui produttività è via via minore. Anche il ricavo totale e quello marginale dipendono dalla funzione di domanda del prodotto che l’impresa cerca di soddisfare nella sua interezza. Il ricavo totale, generalmente, cresce al crescere della quantità venduta. Il ricavo marginale, tuttavia, è via via minore perché, per vendere un’unità in più, l’impresa deve ridurre il prezzo. Quando la curva di domanda dell’impresa è inclinata negativamente, il ricavo marginale decresce continuamente per due ragioni: 1. ogni unità addizionale può essere venduta solo a un prezzo più basso di quelle precedenti 2. le riduzioni di prezzo necessarie per vendere unità addizionali riducono in modo sempre più rilevante il

ricavo totale ottenibile dalle unità inframarginali.

Il confronto tra costo e ricavo marginale consente di determinare il volume di produzione e di vendite che massimizza il profitto totale dell’impresa. Se il ricavo marginale è maggiore al costo marginale, la produzione e la vendita di un’unità addizionale accresce il profitto e, quindi, l’impresa ha convenienza a produrre e vendere. Quando il ricavo marginale diventa inferiore al costo marginale non c’è più convenienza a produrre e vendere in quanto si avrebbe una perdita di profitto. La quantità ottima da produrre e vendere è quindi determinata dall’uguaglianza tra costo marginale e ricavo marginale. Come si nota nella figura, il volume di produzione e di vendita ottimale per l’impresa è Q*, in corrispondenza dell’uguaglianza tra costo marginale e ricavo marginale, oltre che di un ricavo marginale decrescente e di un costo marginale crescente. Qui si trova il massimo profitto totale realizzabile. Viceversa, l’impresa otterrebbe il minimo profitto e non il massimo. In corrispondenza di volumi di produzione inferiori a Q* come Q1, l’impresa ha convenienza ad aumentare la produzione per sfruttare un maggior ricavo marginale, aumentare i profitti e ridurre le perdite. In corrispondenza di volumi di produzione maggiori a Q* come Q2, l’impresa ha convenienza a ridurre la produzione a causa del costo marginale che eccede il ricavo marginale. In corrispondenza di Q*, l’impresa deve verificare la convenienza a produrre: il prezzo al quale vende deve essere maggiore del costo

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medio variabile di produzione, ovvero il costo per unità di prodotto dei fattori variabili della produzione. Può, peraltro, accadere che producendo in Q*, l’impresa abbia profitti negativi a causa dei costi fissi. In questo caso la convenienza risiede nel cessare la produzione. Il massimo profitto risiede nella combinazione in cui la differenza tra ricavo totale e costo totale è massima e quella in cui la differenza tra MR e MC è minima.

Quantità prodotta

Ricavo Totale

Ricavo Marginale

Costo Totale

Costo Marginale

Differenza tra RT e CT = Π

Differenza tra MR e MC

Scelta dell’impresa

0 0 - 10 - -10 0 Aumentare

1 21 21 25 15 -4 6 Aumentare

2 40 19 36 11 4 8 Aumentare

3 57 17 44 8 13 9 Aumentare

4 72 15 51 7 21 8 Aumentare

5 85 13 59 8 26 5 Aumentare

6 96 11 69 10 27 1 Max Profit

7 105 9 81 12 24 -3 Ridurre

8 112 7 95 14 17 -7 Ridurre

9 117 5 111 16 6 -11 Ridurre

10 120 3 129 18 -9 -15 Ridurre

GLI EFFETTI SULL’OFFERTA. Se l’impresa si trova a dover fronteggiare un aumento dei costi variabili (per esempio delle materie prime) il costo marginale corrispondente a ogni ipotetico livello di produzione subisce un aumento e, quindi, la curva del costo marginale si sposta verso l’alto da MC a MC’. Un aumento del costo marginale riduce la quantità offerta da un’impresa da Q* a Q*1. Se si verifica un aumento della domanda il ricavo marginale ottenibile dalla vendita aumenta. A ogni livello di produzione e vendita, il prezzo e il ricavo marginale sono maggiori. L’aumento della domanda provoca uno spostamento verso l’alto della curva del ricavo marginale da MR a MR’, incentivando l’impresa ad aumentare la produzione da Q* a Q*2, espandendo la quantità offerta.

CAPITOLO 7 – LA TEORIA DELL’OFFFERTA: TECNOLOGIA E COSTI. Un fattore di produzione o input è un bene o servizio utilizzato per l’ottenimento di un prodotto o output. I fattori produttivi necessari per l’ottenimento di un prodotto dipendono dalla tecnologia. La funzione di produzione è una relazione che definisce la massima quantità di prodotto tecnicamente ottenibile con ogni dato insieme o combinazione di fattori produttivi. Una combinazione di fattori produttivi è tecnicamente inefficiente se esiste un’altra combinazione che, per la produzione di uno stesso volume di prodotto, utilizza minore quantità di almeno un input. La funzione di produzione è, quindi, l’insieme di tutte le combinazioni tecnicamente efficienti per realizzare un determinato prodotto. Essa rappresenta quindi una tecnologia produttiva. Le combinazioni tecnicamente efficienti caratterizzate da uno stesso rapporto di utilizzo dei fattori identificano una tecnica di produzione. Per gli economisti, il progresso tecnico è un’invenzione o una

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forma di organizzazione produttiva che consente di ottenere uno stesso volume di produzione con un minore impiego di uno o più fattori produttivi a parità d’impiego di altri.

I COSTI E LA SCELTA DELLA TECNICA DI PRODUZIONE. La funzione di produzione collega quantità di fattori produttivi a volumi massimi di produzione. Per passare di valutazioni di efficienza tecnica (espressa dalla funzione di produzione) a valutazioni di efficienza economica (espresse dall’andamento dei costi) occorre considerare i prezzi dei fattori di produzione. La scelta economicamente efficiente è, ovviamente, quella che consente di produrre il volume scelto al minimo costo totale. Capitale e lavoro sono due fattori produttivi. Una tecnica di produzione caratterizzata da un elevato rapporto tra capitale e lavoro è detta ad alta intensità di capitale. Per contro, una tecnica caratterizzata da un elevato rapporto tra lavoro e capitale è detta ad alta intensità di lavoro. Un aumento del prezzo di un fattore produttivo necessario provoca uno spostamento verso l’alto, quindi un aumento, della curva di costo totale e può portare a ripensare il rapporto di intensità tra i fattori di produzione. I COSTI TOTALI, MEDI E MARGINALI DI LUNGO PERIODO. L’espansione della produzione può essere incentivata dall’aumento della domanda e, quindi, dal ricavo ottenibile, ma l’impresa può incontrare ostacoli per attuarla. Nel breve termine, l’impresa può, per esempio, ricorrere al lavoro straordinario ma, a lungo termine, dovrà necessariamente assumere nuovi lavoratori. Il lungo periodo è il tempo necessario per consentire all’impresa di modificare tutti i fattori produttivi in relazione ai cambiamenti esogeni. Nel breve periodo l’impresa può, invece, modificare solo alcuni fattori di produzione in reazione ai cambiamenti esogeni. I costi di lungo periodo di un’impresa sono i costi di produzione relativi a una situazione tecnico-produttiva e a un orizzonte temporale nei quali l’impresa è in grado di realizzare cambiamenti di tutti i fattori produttivi. Il costo totale di lungo periodo (LTC) è il costo minimo di produzione corrispondente a ogni ipotetica quantità di prodotto nell’ipotesi in cui l’impresa possa modificare tutti i fattori e scelga, per ogni volume di produzione, la tecnica e la combinazione di fattori economicamente efficienti. Il valore del costo totale di produzione rappresentato è il minimo costo totale a cui è possibile produrre. Poiché nel lungo periodo è possibile anche uscire dal mercato, in corrispondenza di una produzione nulla il costo totale diventa pari a zero. Il costo marginale di lungo periodo (LMC) è la variazione del costo totale di lungo periodo (LTC) conseguente a un incremento della produzione di un’unità. Al crescere della quantità prodotta, LTC cresce necessariamente in quanto aumenta la quantità di fattori produttivi necessari e i suoi relativi costi. Tuttavia, i costi totali al crescere della produzione possono aumentare in modo più o meno rilevante a seconda che la tecnologia favorisca la grande o la piccola dimensione dell’impresa. Per analizzare i vantaggi e gli svantaggi della grande/piccola dimensione dell’impresa occorre considerare l’andamento del costo medio o costo unitario di produzione. Il costo medio di lungo periodo (LAC) di produzione di un bene o servizio è il rapporto tra costo totale e quantità prodotta in condizioni di lungo periodo. Come si deduce, l’andamento di LMC e LAC dipendono da LTC. ECONOMIE E DISECONOMIE DI SCALA. La produzione in condizioni di lungo periodo di un bene o servizio è caratterizzata da economie di scala quando, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di lungo periodo (LAC) diminuisce. Se invece, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di lungo periodo aumenta, la produzione del bene o servizio è contraddistinta da diseconomie di scala. Se al variare della produzione LAC rimane costante, la produzione si può definire caratterizzata da rendimenti costanti di scala. In queste definizioni, la parola “scala” è

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sinonimo di “dimensione della capacità produttiva” o “dimensione del processo produttivo” espressa in termini di quantità prodotta. I processi reali, comunque, non sono caratterizzati di norma da continue e indefinite economie o diseconomie di scala. In un andamento a U caratterizzato da economie e successive diseconomie di scala, la dimensione della capacità produttiva corrispondente al minimo costo medio di lungo periodo è detta scala efficiente di produzione (ES) del bene. In presenza di rendimenti costanti di scala tra due diverse quantità di produzione, queste ultime rappresentano rispettivamente la scala minima e la scala massima efficiente. Queste curve sono date a prezzi dei fattori produttivi attribuiti e stabili. Cambiamenti dei costi portano a spostamenti della curva dei costi.

Vi sono tre possibili cause di economie di scala: 1. l’indivisibilità di alcuni fattori produttivi. Per operare sul mercato un’impresa deve disporre di una

quantità minima di fattori indivisibili, indipendentemente dal suo volume di produzione e di offerta. La necessità di acquisire risorse indivisibili implica il sostenimento di costi fissi che non variano. Per di più, al crescere del volume di produzione i costi fissi dei fattori indivisibili si ripartiscono su un volume crescente di unità prodotte riducendo il costo medio e dando vita ad economie di scala. Se, però, l’impresa si espande al di là della capacità produttiva dei fattori indivisibili essa ha necessità di acquisirne di nuovi aumentando i costi fissi e i costi medi ed esaurendo le economie di scala.

2. La specializzazione o divisione del lavoro all’interno dell’impresa. All’aumentare della dimensione dell’impresa, risulta conveniente specializzare i lavoratori facendogli acquisire esperienza ed efficienza. Celeberrimo è l’esempio della “fabbrica degli spilli” di Adam Smith.

3. Il vantaggio derivante dall’impiego di particolari impianti definito “regola dei due terzi”. L’ingegneria meccanica assume che il costo di costruzione di uno stabilimento o di un impianto aumenta solo di 2/3 rispetto all’aumento della capacità produttiva. Questa regola ha base di natura fisica: il costo dei serbatoi è collegato alla loro superficie, mentre la loro capacità è collegata al volume e il rapporto tra le due dimensioni è 2/3.

Di contro, la principale causa di diseconomie di scala è costituita dai crescenti costi di controllo e coordinamento che accompagnano la crescita della dimensione e della complessità organizzativa dell’impresa dette diseconomie manageriali di scala. Una seconda fonte di diseconomia è rappresentata dalla dimensione territoriale o geografica dell’attività dell’impresa. Al crescere della dimensione dell’impresa, aumenta la dimensione geografica del suo mercato e quindi l’incidenza dei costi di trasporto dei prodotti. La forma della curva di costo medio di lungo periodo dipende, quindi, dalla persistenza delle economie di scala al crescere delle capacità produttive e dall’operare delle diseconomie di scala allorché la capacità produttiva supera la scala massima efficiente di produzione. COSTO MEDIO E COSTO MARGINALE. Quando il costo marginale (LMC) è inferiore al costo medio (LAC), il costo medio è decrescente e viceversa. Quando il costo marginale (LMC) è uguale al costo medio, LAC è al suo valore minimo. Quando il costo marginale di un’unità addizionale eccede il costo medio delle unità precedenti, il costo medio aumenta. Se LMC è uguale al costo medio delle unità precedenti, LAC non cambia. La relazione tra LMC e LAC è di natura logico-matematica e vale anche per il breve periodo. Graficamente, le due curve s’intersecano nel punto di valore minimo della curva di costo medio.

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LA SCELTA DEL VOLUME OTTIMO DI PRODUZIONE NEL LUNGO PERIODO. Come affermato nel capitolo precedente, il volume ottimo di produzione è quello corrispondente all’uguaglianza tra costo e ricavo marginale, in presenza di una pendenza della curva del costo marginale maggiore di quella del ricavo marginale. Il profitto totale dell’impresa qui dato dal profitto per unità moltiplicato per il numero totale di unità prodotte. Quindi, il profitto economico totale è positivo solo se è positivo il profitto per unità produttiva. Il profitto per unità produttiva è dato semplicemente dalla differenza tra ricavo medio (o prezzo unitario) e costo medio. Quindi, per valutare la

convenienza alla produzione nel lungo periodo, occorre verificare se, in corrispondenza di Q1 il prezzo di vendita eccede il costo medio. Il volume ottimo di produzione nel lungo periodo è quindi quello che, identificate le condizioni marginalistiche massimizzanti il profitto (LMC = MR), permette di avere P > LAC. I COSTI DI BREVE PERIODO E I RENDIMENTI DECRESCENTI DEI FATTORI VARIABILI.

In condizioni di breve periodo un’impresa non è in grado di adattarsi completamente a cambiamenti esogeni (di domanda, di tecnologia, di prezzi dei fattori produttivi, etc). Nel breve periodo, l’impresa è vincolata da uno o più fattori fissi di produzione. Un fattore fisso di produzione è una risorsa tecnicamente necessaria per l’ottenimento di un prodotto la cui quantità disponibile è data. Un fattore variabile di produzione è una risorsa disponibile in quantità adattabile al volume di produzione da realizzare. Il vincolo dei fattori fissi comporta la necessità di sostenere costi fissi. I costi fissi sono costi che non dipendono dal volume di produzione che l’impresa decide di realizzare, ma dalla quantità di fattori fissi di cui l’impresa dispone. I costi variabili sono invece costi che dipendono dal volume di produzione. I costi fissi, dunque, devono essere sostenuti anche se l’impresa decide di sospendere la produzione. La variazione del costo totale di breve periodo (STC), ovvero del solo costo variabile (SVC), in seguito all’incremento di un’unità prodotta dà il costo marginale di breve periodo (SMC). L’andamento della curva dei costi variabili (SVC) determina la forma e l’andamento sia della curva dei costi totali (STC) sia del costo marginale di breve periodo (SMC). La forma della curva di SMC ha la stessa forma a U di quella del costo marginale di lungo periodo (SMC), ma dipende da fattori diversi.

La figura qui sopra mostra la variazione di produzione realizzabile attraverso incrementi successivi di un fattore variabile impiegato con una quantità fissa di un altro fattore tecnicamente necessario. Il prodotto marginale (MP), ovvero la produttività marginale di un fattore variabile, è la variazione di prodotto totale ottenuta in seguito all’utilizzo di un’unità addizionale del fattore variabile, a parità di utilizzo di tutti gli altri fattori tecnicamente necessari. Fintanto che il livello di produzione e di impiego del fattore variabile non esauriscono la capacità produttiva del fattore fisso, la produttività marginale del fattore variabile aumenta.

Una volta raggiunta la quantità di fattore variabile che consente di utilizzare pienamente ed efficientemente il fattore fisso, la produttività marginale del fattore variabile decresce continuamente al crescere della quantità utilizzata di quest’ultimo. In questa situazione opera la legge dei rendimenti decrescenti dei fattori variabili. La legge dei rendimenti decrescenti afferma che la produttività marginale di un fattore variabile, utilizzato in quantità crescente in

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combinazione con uno o più fattori fissi, tende a diminuire continuamente allorché si superi la piena ed efficiente utilizzazione dei fattori fissi disponibili. La natura della legge è tecnologica. Al crescere della quantità impiegato di fattore variabile, la produzione totale aumenta ma i suoi incrementi sono via via minori fino a che la quantità di fattore variabile si allontana da quella che consente un utilizzo efficiente del fattore fisso. La produttività marginale di un fattore variabile decresce più velocemente del prodotto medio del fattore stesso. Se aumenta la quantità di fattori fissi utilizzati, la curva della produttività marginale subisce uno spostamento verso l’alto. I COSTI DI BREVE PERIODO. Nel breve periodo, al crescere della quantità prodotta i costi marginali prima decrescono e poi crescono continuamente. Per tanto, il costo marginale di breve periodo (SMC) è decrescente fintanto che la produttività marginale del lavoro è crescente. Il costo marginale di breve periodo (SMC) è l’incremento di costo totale conseguente alla produzione di un’unità addizionale di prodotto in condizioni tecniche di breve periodo, ovvero in presenza di uno o più fattori produttivi fissi. Quando nella produzione di un bene comincia ad operare la legge dei rendimenti decrescenti, il costo marginale comincia a crescere. Occorrono, infatti, quantità crescenti di fattori variabili per produrre unità addizionali di prodotto. Il costo medio fisso di breve periodo (SAFC) esprime il costo per unità di prodotto dei fattori fissi ed è calcolato dividendo il costo fisso totale (SFC) per la quantità prodotta. Il costo medio variabile di breve periodo (SAVC) rappresenta il costo per unità di prodotto dei fattori variabili ed è calcolato dividendo il costo variabile totale (SVC) per la quantità prodotta. Il costo medio totale di breve periodo (SATC) indica il costo per unità di prodotto dei fattori fissi e variabili: quindi, è ottenuto dividendo il costo totale di breve periodo (STC) per la quantità prodotta.

Dunque, SATC = SAFC + SAVC

Legenda: A = average (medio); M = marginal (marginale); S = short (breve periodo); L = long (lungo periodo); V = variable (variabile); F = fixed (fisso); T = total (totale) Guardando la figura, per volumi di produzione inferiori a D, il costo marginale è inferiore al costo medio e quindi quest’ultimo decresce. Il contrario avviene per volumi di produzione a destra del punto D. Poiché i

costi fissi non cambiano al variare della produzione, i costi marginali dipendono esclusivamente dai costi variabili. Quindi, l’andamento delle curve SAVC e SMC rifletto il solito collegamento tra una variabile media e una marginale. L’andamento della curva del costo medio fisso (SAFC) è continuamente decrescente al crescere della quantità prodotta. Questo perché SAFC è uguale a SFC/Q. Se nel lungo periodo tutti i costi possono essere assimilati a quelli variabili, nel breve periodo occorre distinguere costi fissi e variabili.

LA SCELTA DEL VOLUME OTTIMO DI PRODUZIONE NEL BREVE PERIODO. Si tenga come riferimento l’immagine qui sopra. Per ottenere il massimo profitto nel breve periodo, l’impresa deve in primo luogo scegliere il volume di produzione Q1 in corrispondenza del quale il costo marginale di breve periodo (SMC) uguaglia il ricavo marginale (MR) e in presenza di una curva del costo marginale con pendenza maggiore di quella del ricavo marginale. In secondo luogo, l’impresa deve valutare la convenienza a produrre o a sospendere la produzione. Il profitto positivo si ottiene se il prezzo di vendita P1 è maggiore di SATC1. Se il prezzo è compreso tra SATC1 e SAVC1 l’impresa produce in perdita ma ha comunque convenienza a produrre minimizzando le perdite. Se P1 < SAVC1 l’impresa ha convenienza a sospendere sostenendo una perdita pari ai costi fissi. Quindi, la decisione produttiva ottimale di un’impresa che opera nel breve periodo in un mercato imperfettamente concorrenziale è quella di produrre la quantità il cui costo marginale di breve periodo (SMC) uguaglia il ricavo marginale (MR) e in corrispondenza del quale la curva SMC ha pendenza maggiore della curva MR, purché il prezzo di vendita sia almeno pari al costo medio variabile (SAVC).

Esaustivo
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