Riassunto Economia della banca, Ruozi, 2011 capp. 1 - 18, Sintesi di Economia Degli Intermediari Finanziari. Università degli Studi di Catania
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Riassunto Economia della banca, Ruozi, 2011 capp. 1 - 18, Sintesi di Economia Degli Intermediari Finanziari. Università degli Studi di Catania

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Riassunto capp. 1 - 18 Ruozi economia della banca
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ECONOMIA DELLA BANCA (RUOZI)

CAPITOLO 1: L’ATTIVITA’ BANCARIA

1.1 Una definizione di banca Definizione di banca: azienda di produzione che svolge sistematicamente, istituzionalmente e a proprio rischio l’attività di intermediazione finanziaria, cioè un’attività di erogazione di risorse finanziarie a titolo di credito, utilizzando prevalentemente risorse finanziarie ottenute da terzi a titolo di debito e a titolo di capitale proprio. Caratteristiche:

• Netta prevalenza di debiti rispetto a mezzi propri • Intermediazione finanziaria: raccolta di mezzi finanziari dai settori in surplus di risorse e

impiego presso quelli in deficit • Funzione monetaria: quando raccolgono sistematicamente depositi a vista mettono a

disposizione strumenti di pagamento in quantità superiore alla moneta legale consentendo l’efficiente svolgimento delle transazioni.

• Le banche espletano un’ampia gamma di servizi finanziari senza natura di intermediazione e/o di pagamento (investimento del risparmio, consulenza finanziaria, assistenza all’emissione titoli, gestione dei rischi). Queste attività possono essere svolte in forme diverse in relazione al mix di funzioni messo in atto e alle modalità specifiche con cui vengono realizzate:

• Ampiezza degli orizzonti di scadenza delle operazioni di raccolta e impiego • Presenza e importanza dei servizi di pagamento e della funzione monetaria • Ampiezza e articolazione della gamma dei servizi diversi dall’intermediazione.

In sintesi sono 4 le funzioni svolte dalle banche attuali: 1. Mobilizzazione delle risorse finanziarie: raccolta delle disponibilità finanziarie che si formano

presso le famiglie e le imprese 2. Creditizia: trasferimento delle risorse finanziarie a titolo di credito, nella forma tecnica del

prestito 3. Monetaria: offerta di strumenti di pagamento alternativi rispetto alla moneta legale 4. Erogazione di servizi accessori diversi dall’intermediazione finanziaria

Fattore fiduciario L’intermediazione bancaria si basa sulla fiducia nella banca da parte:

• dei depositanti nei confronti della banca che si aspettano di poter rientrare nella disponibilità dei propri fondi nella scadenza stabilita o in qualsiasi momento. I depositanti non possono verificare l’affidabilità della banca per mancanza di informazioni. Quindi depositanti ed investitoti devono presumere o assumere come dato a priori la fiducia della banca

• Della banca nei confronti dei clienti finanziati, la quale si attende il rimborso puntuale del prestito. La banca ha tutte le informazioni per valutare l’affidabilità dei soggetti finanziati

Implicazioni: • Puro mandato fiduciario che viene confermato dal regolare funzionamento della banca • Possibilità di crisi di liquidità: poichè la banca utilizza i depositi per erogare prestiti, una

richiesta generalizzata di rimborso dei depositi metterà in difficoltà la banca • Questa avviene solo quando i depositanti non si fidano più della banca • Le banche intrattengono tra di loro molteplici e complessi rapporti: la sfiducia e la crisi di una

singola banca si può estendere alle altre Per tale motivo sono stati stabiliti un insieme di presidi pubblici per prevenire le crisi bancarie e tutelare la stabilità del sistema economico e mantenere la fiducia dei risparmiatori:

• Regolamentazione: Normativa complessa per disciplinare l’attività delle banche con vincoli e regole

• Vigilanza: Pubbliche autorità che supervisionano e controllano il sistema bancario.

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2.2 Le origini del sistema bancario moderno In Italia le principali componenti del sistema bancario hanno iniziato a prendere forma tre gli anni ’30 e la fine del XIX secolo, quando sono state istituite buona parte delle Casse di Risparmio e alcune delle maggiori banche. Dopo il crack del ’29 i sistemi bancari erano instabili, molte istituzioni sono fallite e vennero fatte importanti riforme. Italia, riforma bancaria del 1936:

• nazionalizzazione di alcune delle maggiori banche • separazione del sistema bancario da quello industriale • legislazione orientata alla tutela dei depositanti introducendo vincoli sia sulle scadenze che sulle

partecipazioni nelle imprese industriali detenibili dalle banche. Ciò è stato attuato in modo da evitare che i depositi venissero utilizzati per finanziare attività rischiose

• Costituzione di un doppio circuito di intermediazione: • aziende di credito ordinario: intermediazione a breve termine (raccolta di depositi ed erogazione

di prestiti a breve termine) • istituti di credito speciale: sostegno finanziario agli investimenti e prestiti a medio e lungo

termine • Rafforzamento dei poteri concessi alla BI (Banca d’Italia): politica monetaria (controllo della

liquidità del sistema) e vigilanza su tutto il sistema bancario. Il nostro sistema bancario ha assunto le seguenti caratteristiche:

• rilevante diffusione della proprietà pubblica, • limitazioni alle attività esercitabili dalle banche, • stabilità della complessiva struttura creditizia, • frammentazione delle strutture bancarie, in istituti di piccole dimensioni • scarsa apertura internazionale del sistema bancario

L’EVOLUZIONE DEL SISTEMA CREDITIZIO NEL QUADRO EUROPEO: CONCORRENZA E LIBERALIZZAZIONE Dopo il periodo del boom economico succeduto alla seconda guerra mondiale sono emersi nuovi eventi che hanno messo in evidenza l’obsolescenza del sistema bancario:

• Sviluppo scambi commerciali e transazioni finanziarie internazionali • Interrelazioni e legami sempre più stretti tra le diverse economie • Tecnologie informatiche • Diffusione di fenomeni innovativi

Con la nascita dell’UE fu evidente la necessità di integrare i sistemi bancari dei singoli stati e dall’altro lato la necessità di dare spazio all’iniziativa privata anche nel sistema bancario e finanziario: ■ Privatizzazioni: C’è stato un ventennio di privatizzazioni (Legge Amato 180/1990: consente alle

banche pubbliche la trasformazione in spa, dando vita alle fondazioni bancarie) e ■ Liberalizzazioni: 2° direttiva sulle banche 89/686/CEE del 1989 ha introdotto una nozione

comune di attività bancaria e ha ampliato la gamma dei servizi erogati ■ Concentrazione: acquisizioni e fusioni hanno portato alla nascita di grandi gruppi bancari e

finanziari internazionali. Il problema dell’ampiezza dei gruppi bancari si è manifestato con la crisi del 2007 negli USA L

■ la rivalutazione degli obiettivi di efficienza e la globalizzazione ha determinato uno scenario in cui il sistema bancario e finanziario ha contribuito ai processi di sviluppo economico.

IL TESTO UNICO DELLE LEGGI IN MATERIA BANCARIA E CREDITIZIA (d.lgs. 385/93) La precisa definizione a livello normativo di cosa sia l’attività bancaria consente di identificare i soggetti autorizzati a svolgerla. L’attività bancaria non va intesa come un concetto univoco, ma variabile nel tempo e nello spazio. La definizione di attività bancaria è andata via via ampliandosi, trovando una precisa definizione nelle Direttive europee, in particolare la Seconda direttiva.

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Testo unico: costituisce il recepimento italiano della Seconda Direttiva. L’attività bancaria è attività di raccolta del risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito. Ha carattere d’impresa e può essere esercitata solo dalle banche. La banche possono svolgere numerose attività: 1. Raccolta depositi o altri fondi con obbligo di restituzione 2. Operazioni di prestito 3. Leasing finanziario 4. Servizi di pagamento 5. Emissione e gestione mezzi di pagamento 6. Rilascio garanzie e impegni di firma 7. Operazioni per conto proprio o per conto della clientela 8. Partecipazioni alle emissioni di titoli e prestazioni di servizio connessi 9. Consulenza alle imprese 10. Intermediazione finanziaria del tipo money broking 11. Gestione o consulenza nella gestione dei patrimoni 12. Custodia e amministrazione valori mobiliari 13. Servizi di informazione commerciale 14. Locazione cassette di sicurezza 15. Altre attività. Due attività non possono essere effettuate dalla banca in modo diretto (ma indirettamente tramite società controllate):

• attività assicurativa • gestione collettiva del risparmio.

IL TESTO UNICO DELLA FINANZA L’attività bancaria ha risentito dei processi di innovazione finanziaria e di globalizzazione: l’attività finanziaria ha assunto man mano sempre più importanza tanto che è stato necessario un complesso coordinamento tra le numerose disposizioni esistenti. Il legislatore ha quindi deciso di riordinare e adeguare la normativa in materia di mercati finanziari e strumenti finanziari che ha recepito le norme contenute nella normativa comunitaria MiFid. Linee guida del d. lgs 58/98 e poi del d lgs. 164/2007:

• accrescere la tutela del risparmio, • stimoli al miglioramento dell’efficienza nell’organizzazione e nel funzionamento dei mercati e

nelle regole di corporate governance Riguardo l’attività bancario il TU della finanza definisce come servizi di investimento le seguenti attività aventi come oggetto strumenti finanziari:

• Negoziazione per conto proprio • Esecuzione degli ordini per conto dei clienti • Sottoscrizione e collocamento • Gestione di portafogli di investimento • Ricezione e trasmissione per conto degli investitori di ordini • Consulenza agli investimenti • Gestione di sistemi multilaterali di negoziazione

Il TUF è composto da 3 parti: 1. Disciplina degli intermediari finanziari: riformato il comparto del risparmio gestito. Istituzione

del gestore unico SGR autorizzato a esercitare congiuntamente sia l’attività di gestione del in monte risparmio (attività non esercitabile direttamente dalle banche) sia del gestore individuale di patrimoni.

2. Disciplina dei mercati: • tendenza verso una radicale riforma fondata sulla trasformazione da mercati amministrati da

istituzioni pubbliche a mercati gestiti da società di capitali private che offrono servizi di negoziazione a prezzi competitivi e che sono in grado di autoregolamentarsi. Tale autoregolamentazione però non deve andare contro i principi generali della supervisione, il cui

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rispetto continua ad essere verificato dagli organismi pubblici per tutelare i mercati e gli investitori

• trading venues: sono i canali di negoziazione. Sono di 3 tipologie: • mercati regolamentati costituiti dalle società di gestione, • sistemi multilaterali di negoziazione, piattaforme negoziali istituite da grandi banche • internalizzatori sistematici, intermediari che negoziano per conto proprio indipendentemente dai

mercati regolamentati e dai sistemi multilaterali di negoziazione 3. Disciplina degli emittenti di strumenti finanziari: obiettivi di maggiore apertura degli assetti

proprietari, di autonomia degli amministratori, di rafforzamento dell’organo di controllo, di tutela dei soci di minoranza e dei creditori. Norme sul reato di insider trading, disciplina le offerte pubbliche di acquisto, ruolo del collegio sindacale, sollecitazioni all’investimento, disciplina delle deleghe.

ALTRI ASPETTI NORMATIVI CHE INTERESSANO L’ATTIVITA’ BANCARIA: TRASPARENZA CONTRATTUALE, ANTIRICICLAGGIO, NORME SULL’USURA E DISCIPLINA ANTI-TRUST ▲ NORMATIVA SULLA TRASPARENZA: finalizzata alla tutela delle controparti con cui le

banche operano e alla salvaguardia e promozione della concorrenza nei mercati finanziari. Norme che incidono sulla forma e sul contenuto dei contratti, sulla modulistica, sulle informazioni dei servizi bancari, sui costi e sui rischi. Mira a far si che il cliente sia efficacemente informato e possa effettuare scelte più consapevoli (documenti, fogli informativi, prospetti…).

▲ NORMATIVA ANTIRICICLAGGIO: restringere e limitare l’area entro la quale possono essere realizzate operazioni di riciclaggio. Dettagliate disposizioni sulle operazioni non consentite, le modalità di regolamento delle transazioni, identificazione delle controparti , controllo informatico delle operazioni

▲ NORME SULL’USURA: dal 1996 c’è un’apposita legge che ha eliminato il presupposto costituito dallo stato di bisogno della vittima e ha introdotto un tasso di interesse ( 1+1/2 TEGM tasso effettivo medio globale) il cui superamento indica automaticamente la fattispecie del delitto d’usura. Questo tasso è individuato partendo dalla rilevazione del Tasso Effettivo Globale Medio TEGM, ovvero il valore medio del tasso praticato da tutto il sistema bancario nel trimestre precedente, valore che viene aumentato della metà per individuare la sogli d’usura. Inoltre, è prevista la sanzione di nullità per il patto usurario

▲ NORMATIVA ANTITRUST: tutela le condizioni di competitività dei mercati. Le funzioni prima erano svolte dalla BI e successivamente trasferite all’autorità garante della concorrenza e del mercato.

CAPITOLO 2: LA VIGILANZA BANCARIA Il sistema finanziario è caratterizzato da una pervasiva attività di regolamentazione che, mediante un articolato sistema di regole e di controlli, ne influenza in modo significativo la struttura e

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conseguentemente il comportamento degli intermediari finanziari e le loro performance. È di tutta evidenza che le ragioni di questa particolare attenzione al sistema finanziario risiedono

• nel ruolo centrale che esso svolge nel sostegno allo sviluppo economico • con particolare riferimento all'attività bancaria, alla funzione monetaria dei depositi e alla natura

strettamente fiduciaria del rapporto che si instaura con i depositanti. Le banche, pertanto, sono imprese che esercitano la propria attività (raccolta di risparmio tra il pubblico e esercizio del credito) all'interno di una cornice normativa che definisce le modalità di costituzione di una nuova entità aziendale, le regole di gestione della stessa e le procedure per una sua eventuale uscita dal mercato.

2.1 L'architettura dei controlli sul sistema finanziario La recente crisi finanziaria e le numerose critiche mosse, a livello globale, nei confronti delle autorità di vigilanza per non aver saputo salvaguardare la stabilità del sistema finanziario, nonostante l'ampiezza e l'incisività degli strumenti a disposizione, pone tre rilevanti questioni:

• l'analisi costi-benefici dell'attività di vigilanza, in virtù della quale la sua intensità che dovrebbe essere calibrata sulla base di un criterio di proporzionalità fra benefici e costi regolamentari;

• l'orientamento al mercato, in virtù del quale, da un lato, è legittimo chiedere alla regolamentazione di non porre un freno all'innovazione di prodotto e di processo nel settore finanziario ma, dall'altro lato, non può essere ritenuta accettabile una normativa basata su interventi ex post realizzati soltanto dopo che siano emersi i problemi creati dall'innovazione. Il dibattito in corso tra una «regolamentazione per principi» e una «regolamentazione per norme dettagliate», sebbene abbia già compiuto passi importanti nella direzione di un confronto aperto e dialettico tra autorità di controllo e intermediari soggetti alla vigilanza, appare ancora legato a una visione gerarchica in base alla quale. la disciplina viene imposta al mercato e non condivisa con lo stesso;

• l'organizzazione della regolamentazione, che può seguire diversi modelli (vigilanza per soggetti, vigilanza per finalità o regolatore unico), dovrebbe essere il frutto di analisi sul più razionale assetto dei controlli più che di una stratificazione di scelte successive volte a salvaguardare rendite di posizione assunte dalle autorità di controllo esistenti.

Il Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, a conferma dell'importanza rivestita in ambito finanziario dalla regolamentazione si apre con la sezione dedicata alle Autorità creditizie. Vale la pena segnalare, sin da subito, che il sistema finanziario italiano è da sempre bancocentrico in ragione della rilevante quota di risorse finanziarie intermediate dal sistema bancario rispetto a quelle intermediate dagli intermediari non bancari e dai mercati mobiliari.

2.1.1 Le Autorità creditizie La Banca d'Italia ha il compito di:

• vigilanza sulle banche, sulle società di gestione del risparmio, sulle società d'investimento a capitale variabile, sulle società d'intermediazione mobiliare, sugli istituti di moneta elettronica e sugli intermediari finanziari iscritti nell'elenco speciale di cui all'art. 107 del Testo unico bancario.

• svolge anche compiti di tutela della trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni bancarie e finanziarie con l'obiettivo di favorire anche il miglioramento,

• emana regolamenti, • impartisce istruzioni aventi validità generale • adotta provvedimenti su casi specifici.

È opportuno puntualizzare due aspetti: ▲ Il primo riguarda l'esistenza di altre autorità che affiancano la Banca d'Italia nella conduzione

dell'attività di vigilanza sul sistema bancario e che rispetto a essa sono, almeno da un punto di vista normativo, sovraordinate.

• Il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR) Il CICR ha l'alta vigilanza in materia di credito e di tutela del risparmio

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• è attualmente composto dal Ministro dell'Economia e delle Finanze, che lo presiede, dal Ministro del commercio internazionale, dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, dal Ministro dello sviluppo economico, dal Ministro delle infrastrutture, dal Ministro dei trasporti e dal Ministro per le politiche comunitarie. Possono partecipare altri Ministri e presidenti di Autorità competenti

• Alle sedute partecipa il Governatore della Banca d'Italia. • Per l'esercizio delle sue funzioni, che sono molto ampie e che sono previste in vari articoli del

Testo unico bancario, il CICR si avvale della Banca d'Italia, che svolge quindi funzione di organo tecnico. Questo consente di comprendere per quale ragione si faccia generico riferimento alla Banca d'Italia quale autorità di vigilanza sul sistema bancario, senza distinguere tra il ruolo politico che il Testo unico bancario attribuisce al CICR e il ruolo tecnico che invece compete alla banca centrale.

• Il Ministro dell'Economia e delle Finanze, oltre a presiedere il CICR, ha delle competenze specifiche previste da vari articoli del Testo unico bancario.

• Inoltre, in caso di urgenza, il Ministro dell'Economia e delle Finanze sostituisce il CICR nello svolgimento delle funzioni a esso assegnate dalla normativa.

▲ Il secondo riguarda l'accentramento in capo alla banca centrale della responsabilità di vigilanza sulle banche, che non può essere data per scontata in quanto esistono numerose esperienze di paesi che hanno introdotto una netta separazione tra le due funzioni. Gli obiettivi della politica della vigilanza sono riconducibili alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all'efficienza e alla competitività del sistema finanziario

2.1.2 L'organizzazione dei controlli sul sistema finanziario L'evoluzione del sistema finanziario nel corso degli anni è stata caratterizzata da una crescente despecializzazione e globalizzazione, ossia dalla tendenza degli intermediari finanziari a organizzarsi in gruppi o conglomerati finanziari operanti in svariati settori (attività bancaria, attività assicurativa, trading, gestione di patrimoni, ecc.). Questa evoluzione, difficilmente arrestabile o reversibile, richiede un adeguamento dell'organizzazione dei controlli per evitare che nell'attività di un conglomerato finanziario rimangano zone d'ombra non soggette a vigilanza L'art. 7 del Testo unico bancario, coerentemente con questa impostazione, si preoccupa di prevedere che Banca d'Italia, CONSOB, COVIP e ISVAP collaborino tra loro e con le autorità dei paesi extracomunitari, anche mediante scambio di informazioni, al fine di agevolare le rispettive funzioni, senza poter opporre il segreto d'ufficio;

• La pluralità delle autorità di controllo citate dal Testo unico bancario (Banca d'Italia, CONSOB, COVIP, ISVAP) rende evidente come la scelta operata dal nostro legislatore sia andata in direzione diversa rispetto a quella adottata in altri contesti nazionali dove si è deciso di optare per il regolatore unico (Tab. 2.1) come Regno Unito e Germania.

• Il modello opposto della frammentazione delle funzioni di vigilanza tra più autorità di controllo impone, invece, la scelta di un criterio di allocazione delle responsabilità che può seguire:

1. PRIMO CRITERIO per soggetti: la classica tripartizione dei mercati (bancario, mobiliare e assicurativo). Tale criterio, detto anche per soggetti, è applicabile soltanto ove vi sia una chiara separazione tra attività finanziarie e intermediari che le banche possono svolgere. Avendo già avuto modo di richiamare la tendenza verso la despecializzazione degli intermediari finanziari è evidente che un simile criterio di organizzazione dei controlli è da considerarsi obsoleto.

2. SECONDO CRITERIO per finalità: si fonda, invece, sul principio che sia possibile distinguere le competenze in materia di sana e prudente gestione degli intermediari volte a garantire la stabilità da quelle in materia di trasparenza e di correttezza di comportamento degli intermediari e di tutela della concorrenza.

La proliferazione delle autorità di vigilanza istituite dal legislatore italiano fa si che in Italia attualmente esista un modello ibrido nel quale si intersecano elementi di vigilanza per soggetti assicurazioni e fondi

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pensione e elementi di distinzione per finalità fra Banca d'Italia, CONSOB e Autorità garante per la concorrenza e il mercato (o Antitrust). Vale inoltre la pena ricordare che un altro tema centrale in materia di articolazione dei controlli sul sistema finanziario riguarda l'accentramento in capo alla Banca centrale delle funzioni di politica monetaria e di politica della vigilanza. Stabilità monetaria e stabilità finanziaria sono due obiettivi sicuramente connessi ma anche esposti al rischio di reciproco condizionamento e sta pertanto prevalendo un orientamento verso l'attribuzione delle rispettive responsabilità in capo ad autorità specializzate: i progetti di riforma hanno indicato una linea di intervento che dovrebbe far diventare

• la Banca d'Italia il soggetto regolatore e vigilante unico in materia di stabilità degli operatori (bancari, assicurativi, finanziari),

• mentre CONSOB sarebbe il regolatore unico in materia di trasparenza e di informazione al mercato (comprendendo, quindi, anche l'offerta dei prodotti assicurativi e pensionistici).

• ISVAP e COVIP sarebbero soppresse e le loro attuali competenze sarebbero ripartite tra Banca d'Italia

• Anche il CICR verrebbe soppresso, per essere sostituito presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze da un Comitato per la stabilità finanziaria, anche al fine di consentire l'esercizio dell'alta vigilanza sul sistema finanziario.

2.2 La vigilanza sulle banche Il Testo unico bancario, dopo aver identificato le autorità creditizie e gli obiettivi che le stesse devono perseguire, delinea il ciclo di vita di una banca, partendo dalla sua costituzione e operatività, per poi passare alle regole che le banche devono rispettare nell'ordinario funzionamento e ai controlli cui devono sottostare, per giungere infine alla disciplina di una eventuale situazione di crisi. Ogni fase della vita di una banca è pertanto scandita dal rispetto delle regole previste dalla normativa. Il riferimento alle regole è importante per due ragioni: ■ In primo luogo, in Italia è presente una vigilanza orientata alla definizione di regole dettagliate,,

rispetto ad altri paesi dove ci si concentra sull'effettivo raggiungimento degli obiettivi piuttosto che sul pedissequo rispetto della normativa.

■ In secondo luogo perché l'esistenza delle regole, più o meno pervasive, toglie discrezionalità all'azione delle autorità di vigilanza, garantendo trasparenza ed equità di trattamento tra soggetti vigilati. Questa impostazione, che oggi appare scontata, è stata in realtà conquistata nel corso del tempo con il progressivo passaggio

• da una vigilanza strutturale, all'interno di un quadro che prevedeva il frequente ricorso all'autorizzazione da parte delle autorità di controllo,

• a una vigilanza prudenziale, che definisce le regole del gioco all'interno delle quali il banchiere è libero di esprimere il proprio disegno imprenditoriale. È stato infatti il Testo unico bancario a sancire la natura imprenditoriale dell'attività bancaria, che la precedente legge bancaria del 1936, rimasta in vigore sino al 1993, considerava funzione di pubblico interesse.

2.2.1 La vigilanza strutturale e i controlli all'entrata La nozione di vigilanza strutturale evoca un'attività di controllo finalizzata al presidio della struttura del mercato

• sia con riferimento al contenuto dell'attività bancaria in senso stretto e delle altre attività direttamente esercitabili dalle banche (cap 1)

• sia con riferimento ai soggetti che possono costituire una nuova azienda bancaria. Con riferimento alla concessione dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività bancaria, la Banca d'Italia procede con l'iscrizione all'albo di un nuovo operatore nazionale ed alle succursali delle banche comunitarie stabilite nel territorio della Repubblica (in virtù del cosiddetto «passaporto europeo» che consente a una banca che ha ottenuto l'autorizzazione in uno dei paesi dell'Unione Europea di insediarsi negli altri paesi membri continuando a rimanere soggetta alla vigilanza e alle regole del paese d'origine)

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ove ricorrano le seguenti condizioni (accertate per via notarile): 1. sia adottata la forma di società per azioni o di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata; 2. la sede legale e la direzione generale siano situate nel territorio della Repubblica, 3. il capitale versato sia di ammontare non inferiore a quello determinato dalla Banca d’Italia, che attualmente è di

- 6,3 milioni di euro per le banche società per azioni e per le banche popolari - 2 milioni di euro per le banche di credito cooperativo;

4. venga presentato un programma concernente l'attività iniziale, unitamente all'atto costitutivo e allo statuto. Secondo la BI il contenuto minimale che il programma di attività (si tratta di un vero e proprio business plan) deve convincere i potenziali investitori e l’autorità di vigilanza e deve contenere:

• i settori di intervento, le operazioni e i servizi che la banca intende svolgere nell'ambito delle attività previste dal Testo unico bancario, specificando le aree economiche e territoriali di intervento e la tipologia di clientela cui la banca intende rivolgersi sia nell'attività di raccolta· (mercato al dettaglio, all'ingrosso, interbancario, ecc.) sia in quella di impiego (finanziamento alle famiglie, alle imprese, ecc.);

• la struttura tecnica, organizzativa e territoriale, nonché il sistema dei controlli interni • le caratteristiche del sistema informativo che la banca utilizzerà per tenere sotto controllo la

propria situazione tecnica e per effettuare le segnalazioni di vigilanza. Il programma di attività deve essere inoltre accompagnato da una relazione tecnica contenente i bilanci previsionali dei primi tre esercizi da cui risultino in particolare:

• investimenti per improntare la struttura tecnico-organizzativa • dimensioni operative da raggiungere • risultati economici attesi

5. i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo abbiano i requisiti di professionalità e di onorabilità previsti dal Testo unico bancario. 6. i partecipanti al capitale abbiano i requisiti di onorabilità previsti dal TUB e sussistano i presupposti per il rilascio dell’autorizzazione. La partecipazione al capitale delle banche non è libera ma è sottoposta a un preciso regime autorizzativo. ▲ di recente rimosso un vincolo che aveva caratterizzato la regolamentazione italiana a partire

dalla legge bancaria del 1936 concernente la cosiddetta separatezza «a monte». Tale principio mirava a evitare ai soggetti che svolgono in misura rilevante attività di impresa in settori diversi da quello bancario e finanziario di poter avere partecipazioni superiori al 15 per cento del capitale delle banche o, comunque, comportanti il controllo delle stesse. Allo stato attuale, pertanto, anche soggetti industriali possono acquisire il controllo di una banca, fermo restando il rispetto delle altre regole previste per il rilascio delle autorizzazioni da parte della Banca d'Italia.

• In linea generale per le banche costituite in forma di società per azioni, le partecipazioni superiori al 5 per cento del capitale della banca con diritto di voto o, comunque, le partecipazioni che comportano il controllo della banca stessa sono soggette ad autorizzazione preventiva della Banca d'Italia

• Un discorso a parte meritano le banche costituite in forma di società cooperativa a responsabilità limitata, siano esse banche popolari o banche di credito cooperativo. E’ prevista la regola in base alla quale nessuno può detenere azioni in misura eccedente lo 0,50 per cento del capitale sociale.

• le banche di credito cooperativo, in particolare, devono destinare almeno il 70 per cento degli utili netti annuali a riserva legale. In tali banche, il cui numero di soci non può essere inferiore a 200, nessun socio può possedere azioni il cui valore nominale complessivo superi 50.000 euro. Capitale minimo di 2 milioni di euro. Sono banche con basso rischio e con limitata azione territoriale

SCELTA DELLA FORMA GIURIDICA La scelta relativa alla forma societaria dipende essenzialmente dai seguenti elementi:

• la dimensione del capitale della banca; 8

• il numero dei suoi soci; • il grado di concentrazione del capitale nell'ambito della compagine sociale; • gli obiettivi della compagine sociale.

In sintesi, ■ quando la dimensione del capitale della banca è elevata, il numero dei soci è relativamente

limitato, il grado di concentrazione del capitale è piuttosto elevato e l'obiettivo dell'azienda è innanzitutto il perseguimento del profitto, la struttura che storicamente sembra più adatta è quella della società per azioni.

■ Quando il capitale della banca è invece relativamente limitato, il numero dei soci elevato, la concentrazione del capitale molto bassa e l'obiettivo dell'impresa è la mutualità, lo svolgimento dell'attività bancaria in ambito essenzialmente locale e comunque orientato a operatori economici di piccole dimensioni e il perseguimento del profitto non ha un'intensità cosi alta come nel caso precedente, la formula cooperativa sembra più adatta. Tale forma non è oggi usata come nel passato per il fatto che è difficile creare una compagine di almeno 200 soci e perché gli oneri gestionali sono complessi

TRASFORMAZIONE GIURIDICA Il tema della forma giuridica assume rilevanza non soltanto in sede di richiesta di autorizzazione ma anche per le banche che sono già presenti nel mercato, che per motivi straordinari attinenti alla vita aziendale, dovessero decidere di effettuare una trasformazione societaria. ▲ Un possibile caso è quello di banche popolari che decidono di trasformarsi in società per azioni.

Ciò è tipicamente accaduto in due circostanze: • In primo luogo, quando esse, trovandosi in difficoltà, hanno cercato un partner disponibile a

rilevarne il capitale, ad apportare le risorse finanziarie e ad assumere la gestione per riequilibrare le condizioni operative.

• In secondo luogo, quando decidendo di entrare in un gruppo bancario guidato da un'altra banca, si è effettuata l'operazione mediante la cessione delle proprie azioni (o parte dei diritti di opzione in caso di aumento di capitale) a tale banca capogruppo o a una società dello stesso gruppo.

In entrambi i casi, infatti, la banca o il gruppo bancario che intervengono nell'operazione vogliono assumere il ruolo dell'azionista di maggioranza. Se la banca in cui si interviene mantenesse la veste cooperativa, il programma d'intervento non sarebbe invece possibile. Si è infatti già visto che nessun socio di una banca popolare può detenere più dello 0,50 per cento del capitale e, in ogni caso, ciascun socio ha diritto a un voto quale che sia il numero delle azioni che possiede (cosiddetto «Voto capitario»): quindi nessun singolo socio è in grado di controllare autonomamente le decisioni dell'assemblea. Per raggiungere l'obiettivo è necessario che, la banca popolare assuma la veste giuridica della società per azioni. ▲ Anche nel caso delle banche di credito cooperativo già operanti sul mercato da diverso tempo, si

può porre il problema della trasformazione della forma giuridica. Di solito, esse non scelgono la formula della società per azioni. Non è invece infrequente il caso di banche di credito cooperativo che decidono di trasformarsi in banche popolari, ciò che non cambia la forma giuridica (ambedue sono società cooperative per azioni a responsabilità limitata), pur modificando le relative regole del gioco. In particolare, dovrebbe essere ormai noto che la formula della banca popolare consente maggiori e migliori possibilità operative, ciò che normalmente è richiesto alle banche di credito cooperativo che raggiungono dimensioni non trascurabili e che vogliono estendere la propria compagine sociale, ampliare il campo d'azione anche al di fuori di quest'ultimo, ampliare la zona territoriale di attività, rendere più facilmente negoziabili le azioni, remunerare i soci in misura maggiore.

ALTRE REGOLE DI VIGILANZA ♦ Tornando alle regole di vigilanza strutturale è importante considerare che la natura di azienda

divisa tipica della banca, in quanto operante mediante una rete di sportelli distribuiti sul territorio, potrebbe essere fortemente vincolata ove non ci fosse libertà di insediamento delle succursali nelle aree territoriali coerenti con il proprio disegno imprenditoriale. Agli inizi degli

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anni Novanta del secolo scorso, è venuto meno il cosiddetto «piano sportelli» con il quale era la Banca d'Italia a indicare le aree del paese nel quale era possibile insediare una nuova filiale e pertanto attualmente le banche - con l'eccezione delle banche di credito cooperativo che hanno una competenza territoriale limitata – possono stabilire liberamente ipropri sportelli nel territorio della Repubblica Italiana e in quello degli altri stati comunitari. La Banca d'Italia conserva l'autorità di vietare lo stabilimento di una nuova succursale per motivi attinenti all'adeguatezza delle strutture organizzative o della situazione finanziaria, economica e patrimoniale della banca.

2.2.2 La vigilanza prudenziale e l'adeguatezza patrimoniale Si è già avuto modo di ricordare che l'abbandono di un approccio discrezionale nell'esercizio dell'attività di vigilanza ha portato ad affiancare le regole di vigilanza strutturale con quelle di vigilanza prudenziale con l'obiettivo di definire le regole del gioco all'interno delle quali dispiegare la propria imprenditorialità. Non a caso il Testo unico bancario nel titolo III dedicato all'attività di vigilanza prevede:

• accanto alla vigilanza informativa (in virtù della quale la Banca d'Italia riceve su base continuativa dalle banche tutta una serie di informazioni, quali le cosiddette segnalazioni periodiche e i bilanci)

• e alla vigilanza ispettiva (in virtù della quale la Banca d'Italia procede periodicamente o con interventi mirati a ispezionare il corretto funzionamento dei soggetti vigilati),

• la vigilanza regolamentare mediante la quale la Banca d'Italia, in conformità con le deliberazioni del CICR, emana disposizioni di carattere generale aventi a oggetto:

• l'adeguatezza patrimoniale; • il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni; • le partecipazioni detenibili; • l'organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni.

E’ facoltà riconosciuta alla Banca d'Italia di: a. convocare gli amministratori, i sindaci e i dirigenti delle banche per esaminare la situazione delle stesse; b. ordinare la convocazione degli organi collegiali delle banche, fissandone l'ordine del giorno, e proporre l'assunzione di determinate decisioni; c. procedere direttamente alla convocazione degli organi collegiali delle banche quando gli organi competenti non abbiano ottemperato a quanto previsto dal precedente punto b).

BASILEA 1 Sono state in altri termini definite delle regole, che in gran parte ruotano attorno alla nozione fondamentale di adeguatezza del patrimonio delle banche, il cui rispetto dovrebbe garantire una gestione sufficientemente sana e prudente (da cui la definizione di vigilanza prudenziale) da tutelare in modo adeguato i creditori e in particolare i depositanti. Le norme di vigilanza prudenziale note come Basilea 1 introdotte nel 1988 dal Comitato di Basilea – organismo internazionale istituito dalle banche centrali dei paesi più industrializzati (G10) con l'intento di armonizzare a livello sovranazionale le regole di vigilanza - erano rappresentate dalla definizione di alcuni coefficienti patrimoniali minimi obbligatori. Tra di essi, quello di gran lunga più importante, è stato per molti anni il cosiddetto «coefficiente di solvibilità», in base al quale

• il patrimonio di vigilanza delle banche doveva essere almeno pari all' 8 per cento del complesso delle attività ponderate in relazione ai rischi di perdita per inadempimento dei debitori (rischio creditizio).

• i crediti venivano ripartiti in alcune classi in base al loro rischio teorico e a ognuna di esse veniva attribuita una ponderazione crescente in funzione del rischio di credito che andava dallo 0 per cento per finanziamenti concessi a Stati sovrani caratterizzati da alto livello di affidabilità, sino al 100 per cento per i normali crediti alle imprese non assistiti da garanzie e al 200 per cento per i crediti oggetto di procedure contenziose.

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Sebbene siano innegabili i meriti derivanti dall'introduzione del coefficiente di solvibilità, che per la prima volta ha legato l'entità dei rischi assunti dalle banche alla relativa dotazione di patrimonio, sono nel tempo emersi i limiti. Il percorso di riforma del sistema dei coefficienti patrimoniali è stato lungo e laborioso in quanto si è cercato, da un lato, di estendere le fattispecie di rischio soggette a specifica regolamentazione e, dall'altro lato, di accogliere i modelli sviluppati autonomamente dalle banche per il controllo dei rischi a fini gestionali. BASILEA 2 La nuova struttura della regolamentazione prudenziale (la cosiddetta Basilea 2) entrata in Italia in vigore nel 2007 si basa su «tre pilastri» o pillar (Fig, 3.1).

1. Il primo pilastro introduce un requisito patrimoniale per fronteggiare i rischi tipici dell'attività bancaria e finanziaria (di credito, di mercato e operativi).

2. Il secondo pilastro (controllo prudenziale) richiede alle banche di dotarsi di una strategia e di un processo di controllo dell'adeguatezza patrimoniale, attuale e prospettica, in relazione ai rischi assunti da parte dell’Autorità di vigilanza

3. Il terzo pilastro introduce obblighi di trasparenza informativa verso il pubblico riguardanti l'adeguatezza patrimoniale, l'esposizione ai rischi e le caratteristiche generali dei relativi sistemi di gestione e controllo.

• In attuazione del principio di proporzionalità, la regolamentazione tiene conto delle diversità degli intermediari in termini di dimensioni, complessità e altre caratteristiche

• La regolamentazione si ispira a un criterio di gradualità e di proporzionalità: ciascun intermediario, anche in modo differenziato per ciascuna tipologia di rischio, può articolare nel tempo l'accesso a metodologie e processi progressivamente più avanzati; le banche di più piccole dimensioni e meno innovative hanno optato per l'adozione dei modelli standardizzati, mentre le banche di maggiori dimensioni, hanno deciso di utilizzarli anche a fini prudenziali.

• Un ruolo fondamentale nella gestione e nel controllo dei rischi è assegnato agli organi di governo societario. A questi si richiede, tra l'altro, di individuare gli orientamenti strategici e le politiche di gestione del rischio, verificarne nel continuo l'efficacia e l'efficienza, definire i compiti e le responsabilità delle varie funzioni e strutture aziendali, assicurare, più in generale, l'adeguato presidio di tutti i rischi cui la banca può essere esposta.

• Si è già avuto modo di ricordare che l'elemento di grande novità consiste nella facoltà concessa alle banche di utilizzare ai fini del calcolo dell'adeguatezza patrimoniale i propri modelli interni. Al fine di evitare comportamenti opportunistici degli operatori che potrebbero sottostimare irischi e quindi anche il capitale necessario per fronteggiarli, non soltanto è necessario che la Banca d'Italia ne autorizzi preventivamente l'utilizzo, ma è anche importante che, ai fini del loro riconoscimento a fini prudenziali, le banche utilizzino effettivamente tali modelli nella gestionale aziendale (use test).

PATRIMONIO DI VIGILANZA È possibile sintetizzare il contenuto del nuovo impianto regolamentare, che si ricorda essere quello finalizzato alla definizione di un requisito patrimoniale per fronteggiare i rischi tipici dell'attività bancaria e finanziaria con la seguente formulazione:

PV > o = 8% * RWA + Krm + Kro Dove:

• PV è il patrimonio a fini di vigilanza; • RWA sono le cosiddette attività ponderate per il rischio di credito o risk weighted assets; • Krm è il requisito patrimoniale conteggiato sui rischi di mercato e di controparte; • Kro è il requisito patrimoniale conteggiato sui rischi operativi. • Il requisito patrimoniale complessivo, adottando un approccio a blocchi, è pertanto uguale alla

somma algebrica dei requisiti patrimoniali delle singole tipologie di rischio considerate Il patrimonio di vigilanza, che costituisce una nozione distinta rispetto al patrimonio contabile, è il primo presidio a fronte dei rischi connessi con l'attività bancaria e il principale parametro di riferimento per gli istituti prudenziali e per le valutazioni dell'Autorità di vigilanza.

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La disciplina detta le modalità di determinazione di questo aggregato distinguendo al suo interno diverse componenti: il patrimonio di base o Tier 1 e il patrimonio supplementare o Tier 2.

• Per quanto concerne la valutazione del rischio di credito e la definizione quindi dei coefficienti di ponderazione per la quantificazione dei RWA, la normativa ha previsto due metodi di calcolo del requisito:

• il metodo Standardizzato, che rappresenta un'evoluzione del sistema derivante dall'Accordo sul Capitale del 1988 (Basilea 1). Il metodo standardizzato prevede una· struttura simile a quella dello storico coefficiente di solvibilità, ma presenta una maggiore sensibilità e analiticità grazie alla maggiore segmentazione dei portafogli di esposizioni e l'utilizzo dei rating espressi da agenzie specializzate a tal fine riconosciute dalle Autorità di vigilanza

• il metodo dei rating interni (Internal Rating Based, IRB), a sua volta suddiviso in un IRB di base e un IRB avanzato: le ponderazioni di rischio sono funzione delle valutazioni che le banche effettuano internamente sui debitori (o, in taluni casi, sulle operazioni);

• Nell'approccio IRB di base la banca deve calcolare soltanto la probability of default dovendo ricorrere per gli altri parametri a valori standardizzati definiti dalle Autorità di vigilanza.

• nell'approccio avanzato la banca deve pervenire a un sistema di misurazione del rischio in grado di incorporare non soltanto la probabilità di insolvenza (probability of default o PD), che costituisce la classica manifestazione del rischio di credito, ma anche l'entità della perdita in caso di insolvenza (loss given default o LGD), l'esposizione debitoria al momento dell'insolvenza texposure at default o EAD), la scadenza del finanziamento (Maturity o M) e il grado di concentrazione del portafoglio.

• Accanto alla misurazione del rischio di credito, la normativa prevede norme finalizzate a evitare un'eccessiva concentrazione del portafoglio prestiti. Attualmente la materia è stata disciplinata prevedendo un limite globale per i cosiddetti «grandi rischi», cioè gli affidamenti di importo pari o superiore al 10 per cento del patrimonio, pari a otto volte quest'ultimo. Inoltre ciascuna posizione di rischio deve rispettare un limite individuale pari al 25 per cento del patrimonio di vigilanza.

• anche le altre componenti di rischio contribuiscono a determinare la dotazione minima di patrimonio della banca.

• Il rischio di controparte ossia la possibilità che la controparte di una transazione avente a oggetto strumenti finanziari risulti inadempiente prima del regolamento della stessa viene spesso considerato una particolare fattispecie del rischio di credito.

• Con riferimento ai rischi di mercato, il requisito patrimoniale è volto a fronteggiare le perdite che possono derivare dall'operatività sui mercati riguardanti gli strumenti finanziari, le valute e le merci. La normativa identifica e disciplina il trattamento delle varie tipologie di rischio (rischi di posizione, regolamento e concentrazione) con riferimento al portafoglio di negoziazione, detto anche trading book, e all'intero bilancio della banca per quanto riguarda in particolare il rischio di cambio. La metodologia standardizzata adotta un approccio building block per il calcolo del requisito, che è pari alla somma algebrica delle coperture patrimoniali definite per le singole fattispecie di rischio.

• La regolamentazione prevede, infine, un requisito patrimoniale specifico a fronte del rischio operativo ossia alle perdite economiche che possono essere generate in seguito a errori, frodi o mancato adempimento di prestazioni o da gravi avarie dei sistemi informativi o eventi come incendi e altre calamità.

2.2.3 La vigilanza protettiva e la gestione delle crisi Il Testo unico bancario dedica un'intera sezione alla disciplina delle crisi 'bancarie, dove vengono previste le procedure (amministrazione straordinaria e liquidazione coatta amministrativa) da attivare nel caso in cui i presidi definiti dalla vigilanza prudenziale non siano stati sufficienti a evitare il dissesto o sia stata pregiudicata la sana e prudente gestione della banca. L'insieme degli interventi che possono essere attivati in queste circostanze prende il nome di vigilanza protettiva,

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• minimizzare le esternalità negative che si potrebbero verificare in caso di insolvenza di una banca

• proteggere i depositanti. • tutte le banche (ad eccezione delle banche di credito cooperativo e con regole specifiche per le

succursali di banche estere comunitarie ed extracomunitarie) devono obbligatoriamente aderire al Fondo interbancario di tutela dei depositanti, che sostituendosi almeno parzialmente alla banca in crisi nel rimborso dei depositanti, consente di rafforzare la fiducia nei confronti della solvibilità delle banche

2.2.4 La fair play regulation Gli strumenti di fair play regulation sono riconducibili all'esigenza di garantire un'adeguata trasparenza del mercato dei servizi finanziari. Gli strumenti predisposti a tale scopo sono di diversa natura e riguardano,

• gli obblighi informativi nei confronti della clientela • le norme di comportamento da tenere nei confronti della stessa. • l'obbligo di pubblicizzare in ogni locale aperto al pubblico i tassi di interesse, i prezzi e ogni

altra condizione economica e di inviare, con cadenza almeno annuale delle comunicazioni alla clientela in merito allo svolgimento del rapporto e a eventuali modifiche delle condizioni contrattuali.

• disciplina dei conflitti di interesse. Il conflitto di interessi sorge ogni volta che gli interessi del cliente sono in contrapposizione con quelli della banca o con quelli di un altro cliente dotato di un potere contrattuale più forte. Esempi tipici di queste situazioni si riscontrano soprattutto nell'esercizio dei servizi di investimento.

2.2.5 La vigilanza informativa La vigilanza informativa si realizza, attraverso la richiesta di determinate informazioni e specialmente attraverso l'imposizione di determinate tecniche di fornitura di tali informazioni. La Banca d'Italia in questo modo può non solo condizionare l'organizzazione amministrativa e contabile delle banche, ma può anche orientarle decisamente in un senso o nell'altro.

• Nel passato, per esempio, allorché la Banca d'Italia impose alle banche, entro limiti temporali ben precisi, di non fornire più dati su supporti cartacei bensi su supporti magnetici, obbligò queste ad accelerare i processi di informatizzazione dei loro apparati

• Quando impose un modello standard per la predisposizione del conto economico che non era ancora previsto da nessun provvedimento normativo e quando in contemporanea impose anche l'obbligo di presentare, insieme allo stato patrimoniale e al conto economico classici, dei documenti specifici per l'attività in titoli e in cambi, diede un contributo essenziale alla trasparenza e alla chiarezza dei bilanci e forni alle stesse banche strumenti assai utili per una gestione più accorta e più consapevole.

• Più recentemente, le informazioni che la Banca d'Italia ha imposto in materia di rischi dell'attività bancaria hanno reso le banche più sensibili a questi problemi, le hanno obbligate a sviluppare idonei modelli operativi e, una volta in possesso dei dati da fornire all'organo di vigilanza, le hanno messe nella condizione di imparare a usare tali dati per fini gestionali. Senza l'intervento dell'organo in questione dette banche sarebbero arrivate a percepire il problema probabilmente molto più tardi e qualche rischio,

2.2.6 La vigilanza ispettiva La vigilanza ispettiva si realizza in virtù del potere di effettuare ispezioni presso le banche sottoposte a vigilanza. In effetti esiste presso la banca centrale uno speciale corpo di ispettori che, su ordine del Governatore, si recano presso le banche sia in via ordinaria sia in via straordinaria.

• In via ordinaria, le banche italiane sono ispezionate grosso modo ogni decennio. • In via straordinaria, esse sono invece ispezionate quando si verificano fatti particolarmente

preoccupanti o quando la vigilanza informativa mette in evidenza situazioni che è bene

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approfondire. Le ispezioni possono anche essere finalizzate a conoscere e controllare fatti specifici. Esse sono abbastanza frequenti, per esempio, quando entra in vigore una nuova normativa su aspetti particolarmente significativi dell'attività bancaria e si vuole quindi controllare come essa è stata applicata, quali conseguenze ha provocato la sua applicazione e quali difficoltà ha incontrato.

2.3 Le prospettive di riforma della vigilanza La crisi finanziaria internazionale che abbiamo vissuto negli ultimi anni ha rimesso in discussione molte delle scelte effettuate in materia di regolamentazione dei sistemi finanziari inserendo nelle agende dei governi e delle altre istituzioni (Comitato di Basilea e Commissione europea) il tema della riforma della vigilanza sia in termini di assetto dei controlli sia di strumenti di vigilanza.

• Quanto al primo punto le linee di intervento adottate o proposte, vanno nella direzione della riorganizzazione delle responsabilità tra le attuali autorità di vigilanza e, in alcuni casi, della creazione di nuovi organismi. A livello comunitario le linee di riforma approvate hanno previsto la creazione di un nuovo organismo di vigilanza macroprudenziale (European Systemic Risk Board), che nelle intenzioni del legislatore dovrà identificare tempestivamente vulnerabilità e rischi per la stabilità finanziaria e raccomandare politiche per contenerli e l'istituzione di tre autorità di controllo distinte per mercati (bancario, mobiliare e assicurativo) con funzioni di coordinamento delle politiche di vigilanza nazionale.

• Con riferimento all'affinamento degli strumenti di vigilanza, il Comitato di Basilea ha pubblicato nel dicembre del 2009 un rapporto nel quale si prende atto di alcune lacune emerse nel sistema a tre pilastri precedentemente descritto e si identificano alcune linee di azione che dovrebbero garantire un rafforzamento della stabilità del sistema finanziario sia a livello di singole istituzioni sia a livello sistemico. Il documento identifica i seguenti punti critici:

• un miglioramento della qualità, della coerenza e della trasparenza del patrimonio di vigilanza. L'orientamento del Comitato di Basilea è quello di accrescere all'interno del capitale primario (Tier 1) il peso degli elementi patrimoniali di maggiore qualità, in quanto liberamente utilizzabili per la copertura delle perdite eventualmente registrate dalle banche;

• un rafforzamento della copertura dei rischi all'interno dcl complessivo sistema dei controlli. In particolare, il Comitato di Basilea intende migliorare l'analisi del rischio con riferimento al portafoglio di negoziazione (cosiddetto trading book), alle operazioni di cartolarizzazione e alla quantificazione del rischio di controparte derivante da alcuni tipologie di operazioni (derivati, pronti contro termine e via dicendo). Il rafforzamento della vigilanza su questi aspetti dovrebbe incrementare la dotazione patrimoniale richiesta e, conseguentemente, la solvibilità delle banche.

• l'introduzione di un nuovo coefficiente denominato leverage ratio. L'esigenza di tale nuovo coefficiente ha l'evidente obiettivo di evitare aggiramenti della normativa che consentano di incrementare le esposizioni di rischio mediante investimenti in attività che, da un punto di vista regolamentare, ricevono un trattamento privilegiato rispetto al loro rischio effettivo.

• l'introduzione di una serie di misure in grado di creare un cuscinetto di capitale durante i periodi di espansione economica da utilizzare nei periodi di crisi. Durante le recessioni, l'aumento della percezione del rischio porta a minori concessioni di finanziamento in ragione della maggiore richiesta di capitale a esse connessa. La creazione di un sistema anticiclico basato su tecniche previsionali delle perdite attese dovrebbe contribuire a una maggiore stabilità, riducendo invece che amplificando gli shock economici e finanziari;

• l'introduzione di un sistema di coefficienti focalizzati sul controllo della liquidità delle banche sia a brevissimo termine (30 giorni) sia a più lungo termine. L'incapacità di far fronte ai propri impegni può infatti minare anche la stabilità di banche solvibili ma illiquide con effetti destabilizzanti per tutto il sistema.

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CAP 3 L’ORGANIZZAZIONE Le problematiche organizzative delle banche sono strettamente interconnesse con l'ampiezza della gamma cli attività prescelta. La valutazione di ampliare lo spettro di operatività o, viceversa, di focalizzare l'operatività su limitate attività influenza la scelta della struttura organizzativa formale della banca e quindi innanzitutto l'alternativa tra

• la costituzione di un unico soggetto destinato a svolgere tutte le attività che la banca ha deciso di svolgere

• o, in alternativa, una struttura più complessa, come quella del gruppo bancario, composta da più unità, ciascuna delle quali delegata a svolgere solo una o alcune delle attività che il soggetto economico ha deciso di svolgere.

3.1 Diversificazione e specializzazione dell'attività bancaria Le banche, di fronte alle possibilità operative offerte dal Testo unico bancario, devono elaborare la scelta delle attività da svolgere e la relativa forma organizzativa da adottare:

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• oggi le banche che superano determinate soglie dimensionali presentano un'ampiezza della gamma di attività diversificata e ciò per una pluralità di motivazioni legate prevalentemente a fattori concorrenziali e alla necessità di garantire alla clientela una molteplicità di prodotti:

• tendono a essere presenti in tutte le aree di attività dell'intermediazione finanziaria, ossia in quella creditizia, in quella mobiliare e in quella assicurativa

• ad avere un portafoglio prodotti piuttosto diversificato e su misura per i differenti segmenti di clientela target.

• Di converso, le banche che prediligono la specializzazione dell'attività, sono solitamente banche di piccola dimensione che, per la loro specificità della clientela servita, i mercati di riferimento e le risorse umane si concentrano sull'attività creditizia tradizionale, con una limitata gamma di prodotti e specifici segmenti di clientela serviti (come si dirà in seguito si tratta di clientela tipicamente retail).

3.2 Scelta delle aree di business e forma organizzativa da adottare Le scelte di diversificazione e di specializzazione hanno un'influenza sulla valutazione della struttura formale della banca. Pertanto il management bancario dovrà definire in quali aree di business operare. Alle banche è consentito di adottare alternativamente due strutture: 1. quella della banca cosiddetta universale, che svolge direttamente tutte le attività che ha deciso di svolgere, con alcuni limiti per determinate tipologie di attività il cui esercizio diretto non è consentito dalla regolamentazione; 2. quella del gruppo bancario, in presenza a del quale vi è invece una società capogruppo (che può essere variamente strutturata, secondo quanto si dirà fra poco) che si avvale dell'operato di più società controllate, specializzate in una o più attività.

3.2.1 Il gruppo bancario e la banca universale: struttura e caratteristiche Il Testo unico ha stabilito con precisione le caratteristiche del gruppo bancario, che può essere composto alternativamente:

a. da una banca capogruppo e dalle società bancarie, finanziarie e strumentali da questa controllate. Le società strumentali all'interno di un gruppo bancario sono le società che esercitano, in via esclusiva o prevalente, le attività che hanno carattere ausiliario all'attività delle altre società del gruppo (gestione degli immobili o produzione di servizi informatici); la capogruppo ha responsabilità in caso di crisi delle controllate

b. da una società finanziaria capogruppo e dalle società bancarie, finanziarie e strumentali da questa controllate, quando nell'ambito del gruppo abbia rilevanza la componente bancaria La capogruppo ha responsabilità in caso di crisi delle controllate

Precisazioni: • Il Testo unico precisa che per società finanziarie devono intendersi quelle che esercitano, in via

esclusiva o prevalente: a. l'attività di assunzione di partecipazioni b. una o più attività fra quelle comprese fra i numeri 2 e 12 dell'elenco delle attività tipiche della banca (attività cosiddette «ammesse al mutuo riconoscimento») e di cui si è già detto nel capitolo 1; c. altre attività previste ai sensi del numero 15 dello stesso elenco.

• una società finanziaria può essere considerata capogruppo di un gruppo bancario, è necessario che nell'insieme delle società da essa controllate abbiano rilevanza determinante quelle che esercitano attività bancaria, finanziaria e strumentale (quando la somma degli attivi delle società esercenti attività diversa da quella bancaria, finanziaria e strumentale controllate dalla capogruppo non ecceda il 15 per cento del totale degli attivi della capogruppo e delle società controllate)

• Un gruppo avente come capogruppo una società finanziaria è a sua volta considerato «creditizio» se la somma degli attivi delle banche e delle loro controllate bancarie, finanziarie e strumentali è almeno pari al 50 per cento dell'attivo globale del gruppo.

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• Per comprendere la nozione di gruppo bancario è necessario specificare che, ai sensi dell'articolo 2359 del Codice civile, citato anche in sede di Testo unico, sono considerate società controllate:

• le società in cui un'altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria;

• le società in cui un'altra società dispone di voti sufficienti per esercitare un'influenza dominante nell'assemblea ordinaria;

• le società che sono sotto influenza dominante di un'altra società, in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa.

Il Testo unico precisa che il controllo si considera esistente nella forma dell'influenza dominante, salvo prova contraria, allorché ricorra una delle seguenti situazioni:

• esistenza di un soggetto che, in base ad accordi con altri soci, ha il diritto di nominare o revocare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione oppure dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria;

• possesso di una partecipazione idonea a consentire la nomina o la revoca della maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione;

• sussistenza di rapporti, anche tra soci, di carattere finanziario e organizzativo idonei a conseguire uno dei seguenti effetti: la trasmissione degli utili o delle perdite; il coordinamento della gestione dell'impresa con quella di altre imprese ai fini del perseguimento di uno scopo comune; l'attribuzione di poteri maggiori rispetto a quelli derivanti dalle azioni o dalle quote possedute; l'attribuzione a soggetti diversi da quelli legittimati in base all'assetto proprietario di poteri nella scelta degli amministratori e dei dirigenti;

• assoggettamento a direzione comune, in base alla composizione degli organi amministrativi o per altri concordanti elementi.

Il modello di banca universale si caratterizza per uno svolgimento diretto delle attività che il soggetto economico valuta di svolgere:

• A differenza del gruppo bancario, la banca universale non può svolgere direttamente l'attività assicurativa e la gestione collettiva del risparmio

• Di conseguenza, la banca che opta per il modello di banca universale, ha un potenziale di diversificazione minore rispetto al gruppo bancario.

3.2.2 La scelta della forma organizzativa adeguata Vantaggi della formula della banca universale:

• più semplice, più lineare e forse anche più economica, perché evita costi eccessivi rispetto ai gruppi bancari che hanno diversi CdA, Collegi sindacale, Direzioni

• unico centro decisionale Svantaggi della formula della banca universale, calata nel contesto italiano, nel quale sopravvive una radicata tradizione di banche tradizionali:

• limitatezza nel passaggio dalla cultura della banca tradizionale ad operatività limitata alla richiesta di esercizio di numerose e nuove attività richieste dal mercato, tipica della banca universale

• La realtà del sistema bancario italiano ha del resto già dimostrato in più di un'occasione che diverse banche, dopo aver deciso di accorpare le attività prima svolte attraverso società specializzate, stanno affrontando problemi non trascurabili. La struttura bancaria tradizionale sta infatti prevalendo su quella innovativa e la sta in un qualche modo schiacciando, tanto che alcune di tali banche stanno già pensando di scorporare nuovamente le attività non tradizionali, ritornando di fatto alla formula organizzativa del gruppo bancario.

• La principale difficoltà che si incontra nel passaggio dalla banca tradizionale a quella universale è connessa soprattutto al diverso orizzonte temporale con il quale si deve operare nelle due strutture:

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• Come si è visto in precedenza, la banca italiana nella sua struttura tradizionale è stata per molto tempo costretta a operare nel breve termine, penalizzando soprattutto l’attività di impresa che si serve di crediti nel medio-lungo termine

• La banca universale non ha più confini temporali e può proporre prestiti a medio e lungo termine e può spingersi fino all’assunzione di partecipazioni azionarie

• L’orizzonte temporale dell'analisi e lo stesso rischio che si assume finanziando in modo diverso le imprese cambiano radicalmente rispetto all'approccio tradizionale: questo cambiamento richiede competenze professionali e cultura assai diverse da quelle che in genere possiedono le banche italiane .

Le obiettive difficoltà insite nella trasformazione delle banche tradizionali in banche universali hanno in molti casi consigliato la formula organizzativa del gruppo bancario. Anche in questo caso, beninteso, la politica del gruppo nel suo complesso assume caratteri diversi da quelli della singola banca tradizionale:

• I vertici del gruppo devono infatti avere una visione a tutto campo dei problemi, ciò che implica la conoscenza di tutte le attività svolte nell'ambito del gruppo stesso e la disponibilità delle professionalità e delle competenze necessarie per affrontarli.

• la base del successo del gruppo risiede nel saper combinare le citate caratteristiche generalistiche dei vertici con quelle specialistiche delle varie unità operative di cui il gruppo si compone.

• Il problema più complesso diventa quello del coordinamento di tali unità operative e del loro utilizzo congiunto nelle relazioni con i singoli clienti.

• Non va inoltre trascurato il già citato problema dei costi di struttura, che può essere almeno parzialmente risolto affidando alla capogruppo o a qualche altra unità individuata nell'ambito del gruppo lo svolgimento di alcune funzioni «di servizio», che possono essere esercitate a favore di tutte le unità dello stesso gruppo, evitando inutili duplicazioni da singole unità che lavorano al servizio di tutto il gruppo.

La distinzione fra banca universale e gruppo bancario fatta in precedenza, nella pratica, risulta spesso molto sfumata. La banca universale pura è infatti una struttura che trova spazio quasi unicamente nella teoria:

• le banche che hanno deciso di svolgere direttamente tutte le attività consentite dal Testo unico si trovano infatti a possedere società controllate cui affidano compiti specifici di natura finanziaria e strumentale. È questo il caso particolare delle attività di carattere finanziario, per le quali come già è stato detto vi è il divieto allo svolgimento diretto da parte di una banca.

• Si osservano inoltre casi di banche che più assomigliano alla formula organizzativa della banca universale e che malgrado ciò si avvalgono di partecipate di varia natura, le quali svolgono attività che richiedono particolari specializzazioni in termini di competenze, di capacità imprenditoriali e in un certo senso anche di visibilità sul mercato. Può essere questo, per esempio, il caso:

• delle società finanziarie specializzate nelle attività di factoring e/o di leasing e/o di erogazione di crediti al consumo;

• delle società di intermediazione mobiliare (note come SIM), • delle società di gestione del risparmio (note come SGR), che operano in via esclusiva, nel

comparto della gestione collettiva di patrimoni mobiliari, Quanto appena detto ribadisce un concetto cui si è già accennato: anche nelle scelte di cui si è appena parlato: è difficile fare affermazioni precise e valide in linea generale. Nei limiti di quanto concesso dalla normativa vigente, che comunque offre ampi margini di scelta, ogni banca adotta semplicemente la struttura organizzativa che ritiene più adatta alle proprie esigenze. La scelta è invece praticamente obbligata per le banche di piccole dimensioni, che non possono essere banche universali né possono costituirsi in gruppo bancario.

• Esse non possono assumere la veste di banche universali per diversi motivi: essenzialmente perché non presentano volumi di lavoro sufficienti a raggiungere i livelli minimi che rendono

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economico l'utilizzo delle risorse specialistiche necessarie per svolgere le diverse attività che compongono la gamma del portafoglio prodotti caratterizzante la banca universale.

• Le banche in esame non possono infine darsi la veste del gruppo bancario per motivi sostanzialmente analoghi a quelli appena visti a proposito della banca universale, cioè legati alla scarsità dei volumi produttivi potenziali

Le banche di piccola dimensione, in genere, adottano allora una struttura organizzativa che prevede lo svolgimento in proprio di un certo numero di attività (quelle più tradizionali e più semplici dal punto di vista tecnico), avvalendosi insieme ad altre banche di società partecipate (per quote molto modeste e in taluni casi del tutto simboliche), specializzate nelle singole attività non svolte in proprio.

• si pone del resto un problema definito come «make or buy», consistente cioè nel decidere se per determinate attività e per determinati prodotti sia meglio svolgere una produzione diretta oppure predisporsi all'acquisto da produttori esterni.

• le banche possiedono tutte, una rete di sportelli. Gli sportelli bancari rappresentano il canale distributivo di gran lunga più importante per la vendita dei prodotti e dei servizi finanziari nel nostro paese. Le banche, anche quelle più piccole, hanno dunque una forza distributiva molto forte, che viene sfruttata dalle banche più grandi: sono infatti sempre più frequenti gli accordi in base ai quali le banche più piccole distribuiscono i prodotti servizi delle banche più grandi. Queste ultime riescono cosi a realizzare in proprio più o meno importanti economie di scala, utilizzando opportunamente le proprie strutture produttive senza bisogno di investimenti aggiuntivi nelle reti distributive.

A distanza di quasi venti anni dal momento in cui anche le banche italiane hanno potuto adottare la formula della banca universale e prescindendo per il momento dalla formula organizzativa da esse utilizzata per realizzarla, si può fare un primo bilancio

• aumento delle dimensioni realizzate attraverso linee interne e mediante fusioni e acquisizioni è • sostanziale diversificazione dell'attività produttiva e distributiva, con l'adozione di mix variabili

da banca a banca, ma comunque molto variegati. • Quasi tutte le banche italiane, a prescindere dalla loro forma giuridica e dalle loro dimensioni,

sono entrate in settori produttivi e distributivi per esse nuovi • sono sorte numerose nuove banche. Si tratta della constatazione che le banche non sono più,

come è stato per molti decenni, all'incirca tutte uguali e questo è vero anche per quelle che hanno deciso di adottare la formula della banca universale: il mix produttivo e distributivo delle banche di questo genere è variegato.

• hanno assunto la veste di banca anche società di intermediazione mobiliare, società finanziarie, società di leasing, società di factoring, intermediari specializzati nel credito al consumo e nel credito immobiliare e cosi via.

Si può dire che la suddivisione del sistema bancario italiano in due grandi comparti è utile all'economia reale:

• da una lato si è avuta una tendenza verso la specializzazione ha caratterizzato del resto anche le banche che hanno scelto di puntare sull'attività di intermediazione finanziaria basata sui mercati mobiliari. Le banche di questa categoria hanno generalmente grandi dimensioni che hanno raggiunto in seguito a più o meno importanti processi di acquisizione e fusione.

• Dall’altro lato vi sono banche che, viceversa, hanno puntato su quella tradizionale basata sulla raccolta di denaro fra il pubblico e sul relativo investimento in prestiti alla clientela e specialmente alle imprese, con specifico riferimento a quelle di piccola e media dimensione. Sono le banche più legate al territorio, molto legate alla tradizione, alla funzione storica dello sportello, al ruolo del direttore di filiale e cosi via.

Fra di esse può infatti essere instaurato un interessante collegamento, che consenta alle banche di prossimità di sviluppare la loro attività di concessione del credito anche nel caso, assai probabile, in cui avessero difficoltà nel reperire sul mercato le risorse finanziarie all'uopo necessarie e che consenta alla banche specializzate nell'intermediazione mobiliare di incrementare la propria attività sottoscrivendo titoli emessi dalle banche della prima categoria (cartolarizzazione dei prestiti in essere presso le

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imprese la forma migliore per il proprio finanziamento) e le loro esigenze potranno essere soddisfatte solo se le grandi banche sottoscriveranno i relativi titoli.

3.3 Le strategie nel retail, nel corporate e nel private banking Come si è posto in evidenza in precedenza, la banca è un'impresa diversificata in quanto può operare con una gamma di prodotti piuttosto ampia da destinare a segmenti di clientela aventi caratteristiche sociali ed economico-finanziarie differenti. In funzione dei segmenti di clientela prescelti, le banche utilizzano determinate leve del marketing per soddisfare al meglio le esigenze manifestate dalla clientela e definire determinate strategia di business. Si è soliti segmentare la clientela in tre tipologie: la clientela retail, quella corporate, quella private. I tre segmenti di clientela sono caratterizzati da combinazioni prodotti/mercati differenti e identificano delle macroaree di attività distinte denominate

retail banking, corporate banking private banking. • A questi tre segmenti di clientela, è possibile aggiungerne un altro, denominato institutional

banking, che si rivolge a clientela istituzionale costituita da pubblica amministrazione, enti governativi, intermediari finanziari e istituzioni senza scopo di lucro.

▲ L'attività di retail banking si sostanzia nella raccolta di fondi, nell'offerta di servizi di pagamento e nell'esercizio del credito nei confronti di una clientela rappresentata essenzialmente da famiglie e imprese di piccole dimensioni, in contrapposizione a quella di wholesale banking (raccolta fondi di grande entità e per clienti di grandi dimensioni)

• Le banche locali che sostengono imprese e famiglie trovano nell'attività di retail banking il business prevalente.

• Ma nel corso degli ultimi anni anche banche di dimensioni più elevate, per effetto della progressiva riduzione dei margini dell'attività di intermediazione svolta nei confronti di clientela di rango più elevato, hanno riscoperto nella raccolta al dettaglio una fonte stabile e relativamente a basso costo di risorse utili per finanziare l'attività di impiego. Il retail banking inoltre offre interessanti prospettive di reddito dal lato degli impieghi (prestiti personali e credito al consumo) e dello sviluppo dei servizi di pagamento, in grado di sopperire al calo della redditività del segmento corporate, caratterizzatosi nel corso degli ultimi anni da un incremento del livello dei rischi e da una riduzione dei margini economici.

• L'ingresso nel comparto retail anche delle banche di maggiori dimensioni ha notevolmente incrementato la pressione competitiva nel settore, rendendo ancora più rilevanti le scelte strategiche dei diversi operatori. Tradizionalmente le banche operanti nel comparto retail hanno puntato all'efficienza e all'economicità dell'offerta e ciò in conseguenza delle caratteristiche del segmento di clientela target costituito da un mercato di massa rappresentato, come detto, da clienti piccoli e numerosi.

• Vicinanza della banca al cliente una maggiore capillarità della rete territoriale: l'elevata incidenza dei costi operativi della rete territoriale di una banca ha portato in tempi recenti allo sviluppo di canali di distribuzione alternativi e complementari allo sportello bancario, come gli «sportelli leggeri», dotati di ridotto personale, gli sportelli automatici (automated teller machines ATM), i canali telefonici e telematici (home banking e internet banking) e il canale dei promotori finanziari o dei family banker

• Un terzo fattore di successo competitivo nel comparto retail è rappresentato dalle relazioni di natura fiduciaria che la banca, attraverso essenzialmente il suo personale di front office (personale in stretto contatto con la clientela}, cerca di instaurare con la clientela al fine di fidelizzarla.

▲ II corporate banking attiene all'offerta, da parte delle banche, di servizi creditizi e finanziari per le imprese che presentano dei fabbisogni più complessi. In particolare, ci si riferisce a un'offerta combinata di una serie di servizi, tra cui:

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• gestione della liquidità (cash management), • offerta di credito a breve e mediolungo termine (corporate lending), • servizi di finanziamento attraverso l'emissione e il collocamento di .1 titoli azionari e

obbligazionari tlnvestmetu banking in senso stretto), • consulenze (corporale financei, servizi relativi all'organizzazione di · 1 • servizi di acquisizione di partecipazioni nel capitale azionario di imprese di natura non

finanziaria (merchant banking o private equiry), • servizi di gestione dei rischi delle imprese clienti (risk management). • Si tratta di un'area di affari particolarmente ampia che attraversa oggi una fase di profonda

trasformazione per via di pressioni competitive che operano sia dal lato della domanda (si richiedono meno costi e più consulenze) sia dal lato dell'offerta (pressioni competitive in alcuni comparti del segmento imprese potenzialmente più redditizi per le banche, che riduce i margini dell'attività di intermediazione) delle banche.

• Lo scenario appena descritto impone alle banche radicali cambiamenti strategici e culturali che si sostanziano essenzialmente in un orientamento alle relazioni di clientela di lungo periodo: la costruzione di relazioni privilegiate e stabili con la clientela consente alla banca di raggiungere gli obiettivi reddituali e di abbinare sempre più nuovi servizi ai prodotti che già la clientela utilizza (cross-selling). Gli intermediari che seguono un orientamento teso alla massimizzazione della relazione con il cliente adottano un approccio relazionale (relationship approach) che si contrappone all'approccio transazionale (transactional approach), basato quest'ultimo sulla massimizzazione nel breve periodo dei ricavi di vendita di ogni prodotto-servizio.

▲ L'area di attività del private banking attiene all'offerta, da parte delle banche o degli intermediari finanziari autorizzati, di servizi di investimento, di pianificazione e consulenza finanziaria e fiscale al segmento della clientela privata che dispone di ingenti patrimoni e/o di cospicui flussi di reddito. • Si tratta di un segmento di clientela esigente perché particolarmente attento sia al

rendimento sia alla qualità del servizio. • Per via delle caratteristiche tipiche della clientela, rappresentano dei fattori critici di

successo nel comparto del private banking la professionalità, la competenza e l'attitudine a gestire relazioni personalizzate del gestore della relazione (private banker). Il private banker ha essenzialmente il compito di gestire la relazione con il cliente, mirando a instaurare con lo stesso un rapporto di natura fiduciaria che porti alla fidelizzazione del cliente.

• Si tratta, quindi, di un ruolo commerciale particolarmente critico in quanto la banca mira a mantenere la relazione con il cliente in un orizzonte temporale particolarmente lungo (anche superiore ai venti anni).

• A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, l'aumento della concorrenza ha spinto gli operatori del settore a investire nel marketing e nella gestione del personale (formazione, selezione e sistemi di incentivazione)

3.4 L'articolazione territoriale e la politica degli sportelli in banca La rete territoriale di una banca svolge un'indispensabile funzione di contatto con il pubblico sia nella fase della raccolta delle risorse finanziarie sia nella fase di finanziamento:

• istruzione delle domande di prestito, • valutazione dell'affidabilità del richiedente credito, • erogazione del prestito • gestione ordinaria del rapporto creditizio.

Le unità territoriali che svolgono le operazioni elencate sono denominate «sportelli». La loro distribuzione geografica configura la cosiddetta «articolazione territoriale» della banca. Le scelte delle banche in tema di articolazione territoriale, oltre che da aspetti organizzativi e gestionali, sono sempre state fortemente condizionate dalla regolamentazione imposta dalle autorità di vigilanza.

• Le banche possono infatti decidere in piena autonomia l'apertura di nuove dipendenze. 21

• le autorità di vigilanza si riservano la possibilità di esprimere un giudizio ostativo circa i nuovi insediamenti, in modo da evitare che le banche pongano in essere politiche espansive non compatibili con le proprie situazioni aziendali.

All'interno dei margini di autonomia concessi dalla normativa le banche, nel definire la politica di articolazione territoriale, devono affrontare due principali ordini di problemi: ▲ la scelta delle aree dove insediare gli sportelli: le scelte di localizzazione debbano tendere a

minimizzare i cosiddetti costi di trasferimento che gravano sulla clientela, ovvero costi sopportati dal cliente per recarsi presso gli sportelli della banca. Quanto detto consente di concludere che, in linea generale, le banche tendono a costituire le proprie unità operative in luoghi che offrono elevate possibilità di contatto con il pubblico. In questa logica si spiega la tendenza a privilegiare le località a elevata intensità di movimento di persone e i centri economicamente pià sviluppati.

▲ la definizione dei compiti da attribuire agli sportelli : si rileva la formazione di vere e proprie gerarchie che indicano il diverso grado di importanza attribuito alle unità operative periferiche. Si può affermare che le diverse tipologie di unità periferiche possono essere classificate sulla base di due elementi principali: l'ampiezza della gamma dei servizi offerti; il grado di autonomia decisionale e operativa dello sportello rispetto agli organismi della sede centrale. In questo senso, i punti operativi delle banche sono riconducibili a quattro categorie principali:

1. quelli caratterizzati da un'ampia gamma di servizi offerti e da un'ampia autonomia operativa e decisionale. Rientrano normalmente in questo ambito gli sportelli di grandi dimensioni,

2. quelli che, pur caratterizzati da un'ampia autonomia decisionale, offrono una gamma di servizi limitata, come è il caso degli sportelli destinati a soddisfare le esigenze di particolari segmenti di clientela quali le famiglie dotate di consistenti patrimoni e di alti redditi (private banking) o le imprese di maggiori dimensioni (corporate banking).

3. quelli caratterizzati da una gamma di servizi ampia, ma da un limitato grado di autonomia. Accade quando, pur offrendo tutti i principali servizi della banca, essi devono fare riferimento, per ciò che concerne le più importanti decisioni, agli uffici della sede centrale oppure a sportelli di grado gerarchico superiore;

4. i punti operativi caratterizzati contemporaneamente da una limitata gamma di servizi e da una limitata autonomia, come gli sportelli aziendali (che operano solo all'interno di imprese o enti) o gli sportelli automatici ATM automated teller machines.

Relativamente alla dimensione e al grado di funzionalità del singolo sportello, è interessante ricordare una tendenza recente nell'ambito delle politiche distributive delle banche, che ha riguardato la predisposizione dei cosiddetti «sportelli leggeri», caratterizzati da:

• piccola dimensione • un'operatività limitata alle operazioni elementari, quali per esempio i servizi di pagamento

e in certi casi la negoziazione di strumenti finanziari. • funge di fatto da distributore dei prodotti-servizi della banca. • Il principale motivo che giustifica, dal punto di vista delle strategie distributive, l'apertura di

sportel1i leggeri è quello di fare leva sul cosiddetto effetto localizzazione, tipico delle famiglie che considerano la vicinanza alla propria abitazione come primo elemento per selezionare la banca presso cui aprire il conto corrente.

Estendendo tale aspetto, alcune banche hanno inoltre di recente progettato e attuato una politica distributiva per via telematica: si parla in questo caso di remotebanking. Nel caso del remote banking, il contatto banca-cliente avviene: • per via telefonica, su linea fissa o mobile (phone banking), attraverso i call center; • via internet (internet banking). Caratteristiche:

• L'aspetto veramente distintivo della politica distributiva in esame sta nel fatto che la banca non si limita a essere disponibile telefonicamente per la richiesta di informazioni, ma con il remote banking il cliente può anche concludere le operazioni desiderate: dare ordini di

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pagamento, comprare e vendere titoli azionari, sottoscrivere quote di fondi comuni di investimento.

• costi più bassi per ogni singolo servizio, • maggiori comodità e rapidità. • Per rendersi conto sin da ora della possibile portata del fenomeno internet sull'industria

bancaria dei paesi avanzati (e in questo l'Italia non fa eccezione), è sufficiente osservare la presenza di alcune autentiche «banche telematiche», senza alcuna rete di sportelli e quindi senza alcun contatto fisico e materiale con il cliente.

• Mentre alcune banche del tipo in esame nascono da esperienze imprenditoriali autonome, altre sono invece sorte su iniziativa di banche tradizionali. Il problema strategico più significativo che emerge in una situazione di questo tipo è ovviamente quello della concorrenza che la banca telematica può portare alla banca tradizionale.

Un canale distributivo che ha riscosso un discreto successo negli ultimi anni è rappresentato dal negozio finanziario, che si differenzia dai tradizionali sportelli bancari sia per una maggiore focalizzazione verso la clientela privata sia per l'innovativa struttura proprietaria e tecnologica che normalmente caratterizza questo canale:

• intorno a un negozio finanziario, di cui è tipicamente titolare un promotore finanziario, gravitano più promotori e più negozi della medesima area intorno a una filiale che funge da hub.

• I negozi finanziari, quando aperti da banche specializzate nel settore del risparmio gestito, prendono il nome di investment center, all'interno dei quali la clientela trova sia il presidio consulenziale sia le attrezzature tecnologiche necessarie per operare direttamente sui mercati. Tali canali di vendita vengono normalmente aperti, con la formula del franchising

3.5 Strategia e organizzazione delle piccole banche Le banche di dimensione minore si caratterizzano per strutture organizzative più snelle, in ragione della minore complessità gestionale, del ridotto numero di aree di affari in cui sono presenti, della tendenziale specializzazione del processo di produzione e del minore livello di sofisticazione delle combinazioni tecnico-produttive:

• La priorità strategica per una banca di minore dimensione è quella di specializzarsi nelle aree di attività nelle quali detiene un vantaggio competitivo.

• Sebbene nel corso degli ultimi anni, infatti, sia negli Stati Uniti che in Europa, il processo di concentrazione bancaria si sia notevolmente intensificato, ciò non ha comportato la scomparsa delle banche di dimensione minore, le quali hanno continuato a operare nel territorio di riferimento, focalizzando l'attività sui servizi bancari tradizionali e cercando il contatto con il cliente e con il contesto ambientale locale: • raccolta del risparmio familiare a livello locale essenzialmente attraverso forme tecniche di

raccolta diretta • esercizio del credito alla clientela retail, costituita soprattutto da piccoli operatori

economici e da piccole e medie imprese localizzate nella zona di azione territoriale. • Una banca di minore dimensione può orientare la propria gestione verso uno specifico segmento

di clientela, un determinato prodotto o servizio finanziario, una predefinita area geografica o, ancora, un unico canale distributivo. Il livello di specializzazione potrà assumere una diversa connotazione a seconda che la banca decida di specializzarsi in uno o più ambiti delineati (segmenti di clientela, prodotti e servizi offerti, aree geografiche, canali distributivi). In relazione agli obiettivi strategici che esse si prefiggono di raggiungere, possono variare sia l'assetto istituzionale che l'articolazione organizzativa. Tra le differenti opzioni strategiche, le banche minori possono optare:

• per la formula della banca specializzata: le banche decidono di sacrificare parte della propria autonomia gestionale, entrando quindi a far parte, in qualità di società controllate, di gruppi bancari polifunzionali oppure si strutturano in sistemi a rete:

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• beneficiano delle potenziali sinergie con gli altri intermediari del gruppo e sfruttano l'identità locale attraverso la specializzazione essenzialmente nella fase della distribuzione.

• Conservano l'autonomia giuridica ma perdono di fatto l'indipendenza strategica e operativa, divenendo dei presidi strategici strumentali al raggiungimento cli specifici segmenti di mercato.

• per la formula della banca specializzata, conservando la piena autonomia e indipendenza strategica e gestionale (prima opzione); • autonomia e indipendenza strategica e gestionale della banca, • livello di specializzazione operativa piuttosto elevato

Alle banche di minore dimensione che decidono di preservare la propria indipendenza gestionale e operativa non entrando a far parte di gruppi bancari, però, non sono necessariamente preclusi i vantaggi derivanti dalle sinergie tipiche di un intermediario diversificato. Infatti anche una piccola banca, con una spiccata dimensione locale e che si rivolga a un determinato target di clientela, può sviluppare, attraverso accordi di collaborazione o di partnership con altri intermediari finanziari (scelte di buy), un'offerta integrata e completa di prodotti e servizi finanziari e utilizzare altresi un approccio multicanale. Tale strategia consente alle banche indipendenti di minori dimensioni di attuare strategie di sistematica collaborazione che danno vita a sistemi organizzati a rete, ossia a network, il cui esempio tipico è rappresentato in Italia dalle banche di credito cooperativo. Il sistema a rete si struttura su tre livelli:

1. Primo livello: organismi centrali, che definiscono le strategie e governano la produzione 2. Secondo livello: federazioni locali, che forniscono servizi amministrativi, operativi e di

consulenza 3. Terzo livello: Singole BCC, che si specializzano nella fase della distribuzione a contatto con

la propria clientela di riferimento, affidando in outsourcing altre funzioni a intermediari specializzati.

La maggior parte delle banche minori italiane che persegue la via della specializzazione produttiva adotta una struttura organizzativa di tipo funzionale.

• Una struttura organizzativa di tipo funzionale si caratterizza, infatti, per l'allocazione delle responsabilità di direzione gestionale per fasi o funzioni del processo produttivo e per un marcato accentramento dei poteri di indirizzo strategico, coordinamento e controllo in capo alla Direzione Generale (Tab. 3.2).

• gli uffici direzionali deputati al controllo delle varie funzioni della produzione sono tutti di primo livello, vale a dire direttamente dipendenti dalla Direzione Generale.

• Nell'ambito di tali categorie di banche, la gestione della funzione creditizia assume particolare rilievo. Tale funzione è generalmente accentrata nell'ambito dell'Ufficio Fidi alla diretta dipendenza della Direzione Generale cui sono demandate tutte le scelte in tema di selezione, valutazione e monitoraggio degli affidamenti e di determinazione delle forme tecniche dei prestiti erogati. Al crescere della dimensione della banca e all'aumentare dei volumi intermediari dalle varie filiali, possono verificarsi fenomeni di decentramento territoriale della funzione creditizia e la Direzione Generale tende a delegare, per ragioni di efficienza, alcune mansioni di governo del processo produttivo ad appositi uffici direzionali, elevando di conseguenza il livello di complessità della struttura organizzativa.

3.6.Strategia e organizzazione dei grandi gruppi bancari A differenza delle piccole banche, nei grandi gruppi bancari le problematiche relative alle scelte strategiche e alla definizione degli assetti organizzativi sono di gran lunga più complesse. Il processo di diversificazione di tali realtà tende all'interno del gruppo complessivo a soddisfare con un'ampia gamma di prodotti tutti i segmenti di clientela. A seguito della crescita dimensionale e della diversificazione produttiva, una banca è destinata ad adottare modelli organizzativi di tipo divisionale per arca geografica, per prodotto o per segmento di mercato. I modelli organizzativi di tipo divisionale sono dunque particolarmente indicati per i grandi gruppi bancari, in quanto si fondano su una profonda attività di segmentazione dell'attività della banca,

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utile per intermediari diversificati e sono in grado di supportare processi di crescita interna e/o esterna. La struttura organizzativa di tipo divisionale è particolarmente indicata per quelle banche la cui attività si caratterizza per un ampio grado di diversificazione:

• Le divisioni sono delle unità organizzative, collocate all'interno di un'unita organizzativa più complessa, rappresentata dal gruppo nel suo insieme, dotate di una certa autonomia per quanto concerne gli ambiti di propria competenza, che possono essere rappresentati dai mercati di riferimento, dai prodotti offerti o dai segmenti di mercato serviti.

• le problematiche gestionali derivanti dalla diversificazione produttiva sono gestite attraverso un elevato livello di decentramento organizzativo e una significativa autonomia gestionale attribuita alle singole divisioni della banca.

• Il modello divisionale garantisce quindi una maggiore flessibilità alla gestione dei singoli business, in quanto organizzati secondo modelli che meglio rispondono alle logiche competitive dello specifico settore.

• con il modello divisionale, la gestione delle singole combinazioni produttive è assegnata alle divisioni, che sono unità relativamente autonome e che assumono la responsabilità della gestione operativa e dei relativi risultati economici, mentre la responsabilità di indirizzo strategico unitario e di controllo resta in capo alla direzione generale e ai vertici societari della banca.

• In questo modello organizzativo la definizione delle singole divisioni può essere condotta secondo differenti criteri che identificano le seguenti macrotipologie di modelli divisionali:

• modelli divisionali per aree geografiche, • modelli divisionali per prodotti, • modelli divisionali per segmenti di clientela o di mercato

CAP 4 LA RACCOLTA NELL’ECONOMIA DELLA BANCA

L'esercizio della funzione di intermediazione creditizia presuppone che la banca disponga di risorse finanziarie adeguate sia quantitativamente sia qualitativamente. Il management deve:

• organizzare la politica della raccolta, il che significa essenzialmente fissare obiettivi in termini di tasso di sviluppo, di composizione e di costo della raccolta, oltre che di instaurazione di stabili relazioni di clientela,

• predisporre gli strumenti necessari per realizzare tali obiettivi • istituire un sistema di controllo per la verifica continua della performance effettiva di tali

strumenti, anche per riformulare eventualmente gli obiettivi iniziali allorché ci fossero divari troppo forti fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.

4.1 La politica di raccolta Per politica di raccolta si intende l'insieme coordinato delle diverse azioni intraprese dalla banca allo scopo di ottenere il volume e la composizione di risorse finanziarie idonee allo svolgimento della propria funzione creditizia in condizioni di equilibrio gestionale.

• In senso lato, politica di raccolta è sinonimo di gestione del passivo: l'acquisizione di risorse finanziarie a qualsiasi titolo (capitale di debito o capitale proprio), da qualsiasi fonte (raccolta retail e raccolta all'ingrosso) e su qualsiasi mercato (interno o internazionale), costituisce attività di raccolta ed è quindi oggetto della politica di raccolta.

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