Riassunto Il nemico dell'uomo nuovo - Benadusi , Appunti di Storia Sociale. Università degli Studi di Genova
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Riassunto Il nemico dell'uomo nuovo - Benadusi , Appunti di Storia Sociale. Università degli Studi di Genova

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"Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista". Questo file contiene il riassunto in 11 pagine del saggio di Lorenzo Benadusi sulla storia dell'omosessualità dalla fine del XIX secolo ...
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L. Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista. Il saggio è uno studio sull'omosessualità dalla fine del XIX sec. al Ventennio fascista quando lo stereotipo maschile dell'uomo virile tocca il suo culmine. Gli studi sulla mascolinità e poi sull'omosessualità si sono sviluppati prima in Inghilterra, Germania e Francia grazie al dibattito sul genere. In Italia si sono sviluppati più lentamente a causa della dimensione politica della ricerca storica e della riluttanza a servirsi di ricerche compiute da altre discipline. In Italia hanno dato un forte impulso all'interesse per la mascolinità: il movimento femminista e gli studi sulla storia della sessualità di Michel Foucault. Il Ventennio rappresenta il punto culminante dell'evoluzione del concetto di virilità che si era iniziato a sviluppare alla fine dell'Ottocento. La storia dell'omosessualità sotto il fascismo serve a comprendere meglio la dimensione totalitaria del regime, il suo livello di razzismo, il grado di ingerenza politica nella sfera privata, il rapporto tra morale tradizionale e morale fascista.

1) La formazione dell'italiano virile. Lo stereotipo maschile fascista affonda le sue radici nei movimenti avanguardistici di fine '800 inizio '900, soprattutto il nazionalismo. Futuristi, nazionalisti, dannunziani, sindacalisti rivoluzionari proponevano, seppur con delle differenze, un'immagine dell'uomo basata sull'esaltazione della virilità intesa come la perfetta armonia tra un corpo vigoroso e forte e uno spirito energico e volitivo. Le caratteristiche dell'uomo nuovo dovevano essere: la virilità, la forza fisica, l'atletismo, l'energia, il coraggio, l'eroismo, l'aggressività, la brutalità, la capacità di autocontrollo degli istinti. Queste caratteristiche si sviluppavano attraverso l'attività sportiva e la guerra. L'esaltazione della virilità aveva come conseguenza il disprezzo per la vita contemplativa e oziosa tipica dei borghesi. Questi movimenti di avanguardia furono infatti movimenti generazionali che contestavano la vita e la morale borghesi e la società liberale e promuovevano un'immagine dell'uomo giovane, forte, energico e desideroso di cambiamento. Il mito della giovinezza connessa alla virilità sarà ripreso dall'ideologia fascista. Futuristi e nazionalisti avevano un atteggiamento diverso di fronte alla sessualità e all'omosessualità. I primi erano desiderosi di sperimentare ogni forma di piacere e di contestare i tabù sociali e quindi non disprezzavano gli omosessuali, se non quando questi mostravano atteggiamenti effemminati o privi di coraggio e temperamento energico. I nazionalisti invece ritenevano l'autocontrollo degli istinti una caratteristica essenziale della virilità e per loro la sessualità era subordinata alle esigenze dello Stato: l'unico scopo del sesso era la procreazione di figli per la patria. L'esaltazione della mascolinità rendeva il nazionalismo misogino e ostile agli omosessuali considerati esseri psichicamente e fisiologicamente inferiori. Come i fascisti in seguito, i nazionalisti usavano la mascolinità

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come metro di giudizio delle persone: chi non si conformava al modello di uomo nuovo era considerato nemico e veniva denigrato. Il fascismo integrò in sé le varie sfumature date alla mascolinità dall' inizio del secolo e cercò di affermare questo modello di uomo nuovo presso la massa. Il fascismo segnò l'apice di questo modello di uomo giovane e virile tanto che l'intolleranza verso il diverso arrivò al culmine e sfociò nel razzismo.

2) La scoperta dell'omosessualità. In epoca positivista si sviluppò un interesse per lo studio dell'omosessualità e di tutto quello che era considerato perversione sessuale. Questo grazie alla nascita della sessuologia come scienza e al processo di emancipazione femminile che sembrava generare una mascolinizzazione della donna e una crisi della mascolinità. L'omosessualità era vista come una malattia da curare e prevenire, da fatto privato diveniva un fenomeno pubblico che poteva essere pericoloso per la società. Da peccato religioso diventava un fenomeno scientifico. Gli scienziati però si chiedevano se parlare dell'omosessualità e studiarla potesse legittimarla e favorirne la diffusione anziché fermarla. Non si poteva comunque ignorarla perché era sempre più diffusa. Nel corso dell'800 vennero così pubblicati molti studi sull'omosessualità e su tutti i comportamenti sessuali considerati devianti. Ciò favorì una riflessione sul problema dell'identità sessuale. Gli studi scientifici però erano influenzati fortemente dall'antropologia criminale e in particolare dalla teoria della degenerazione di Lombroso per cui l'omosessualità era considerata frutto di una degenerazione della specie umana. Tutte le teorie sull'omosessualità dell'epoca partivano quindi dal presupposto che gli omosessuali fossero dei malati e degli anormali, colpevoli di attentato contro la procreazione della specie e perturbatori dell'equilibrio naturale. Omofobia e misoginia servivano a proteggere l'identità maschile minacciata dall'industrializzazione, dalla modernità e dalla nascita del femminismo, che mettevano in discussione l'egemonia dell'uomo nella società, e a evitare l'indebolimento della virilità. La guerra mondiale, con i suoi traumi e i suoi ordigni potenti, il nuovo protagonismo della donna, la società di massa con il benessere, i comfort, i nuovi stimoli e tentazioni, la meccanizzazione della vita quotidiana e del lavoro, avevano infiacchito l'immagine dell'uomo forte e virile e ridotto le differenze di genere, indebolendo il predominio maschile nella società. Tutto questo comportava la necessità di rigenerare la figura dell'uomo attraverso una rivalutazione del corpo,la lotta all'omosessualità e alla confusione dei ruoli di genere. È quello che farà il fascismo: virilizzare il corpo e lo spirito degli italiani per prevenire la decadenza e il calo demografico e creare un popolo forte. Ritornando a Lombroso, il suo intento era quello di individuare i tratti fisici e comportamentali caratteristici dell'omosessuale in modo da creare degli stereotipi che dimostrassero quali erano i comportamenti accettabili e rispettabili e rientranti nella norma e

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quali invece erano sintomi di devianza. La scienza così legittimava il razzismo e i pregiudizi omofobi e creava i presupposti per l'emarginazione dell'omosessuale. George Mosse ci illumina sul legame tra sessualità e razzismo: secondo lui l'omofobia è sorta a causa della mentalità borghese dell'800 ostile alla confusione tra i sessi, alla messa in discussione della superiorità maschile e permeata dal concetto di rispettabilità. Mai come sotto il fascismo la sessualità assunse una connotazione politica: per il regime la sessualità era campo di competenza del governo e non della scienza e l'omosessualità era un problema nazionale. Il regime continuò a considerarla una malattia al pari di tutti i comportamenti sessuali non finalizzati alla procreazione e quindi non funzionali al suo disegno demografico. Il fascismo voleva rimascolinizzare l'uomo, farlo tornare forte e virile, in grado di conquistare, dominare e procreare per fare grande la patria. Inevitabilmente la sessualità degli italiani era affar suo. Il fascismo esercitò forti pressioni sulla ricerca scientifica in ambito sessuale per indirizzarla ai fini dell'ideologia. Gli scienziati che si occuparono di omosessualità durante il Ventennio ne ricercavano l'origine (organicista o psichica) e i modi per curarla. La teoria che ebbe più successo fu quello endocrinologica per cui l'omosessualità era frutto di una disfunzione del sistema ormonale (quindi prevalse la teoria organicista). Per correggere tale disfunzione si pensò di somministrare degli ormoni. Altri studiosi arrivarono addirittura a praticare l'innesto di testicoli per correggere l'inversione. La teoria psicoanalitica, invece, non ebbe molto successo. Era molto più conciliante e tollerante perché pensava che in tutti gli uomini agissero le stesse componenti sessuali, compresa la tendenza alla perversione, che spesso potevano creare nevrosi e sofferenze per l'impossibilità di manifestarsi liberamente. Questa tesi ovviamente non piaceva molto al fascismo e quindi non si diffuse molto in Italia. Inoltre qui prevaleva l'indirizzo giuridico- criminalistico della sessuologia di matrice lombrosiana. Gli psichiatri erano interessati a studiare il carattere congenito o acquisito dell'omosessualità per stabilire il grado di responsabilità dell'individuo: nel primo caso l'omosessualità era una patologia, nel secondo un vizio. C'erano poi altre teorie più moderne (oltre alla psicoanalisi) che consideravano l'omosessuale al pari dell'eterosessuale dal punto di vista intellettivo e morale. Nel 1921 nasce la "Società italiana per lo studio delle questioni sessuali" e il suo organo di stampa, la rivista "Rassegna degli studi sessuali", fondate entrambe da Aldo Mieli, scienziato livornese, ebreo e filo socialista. La Rassegna era aperta alla libera discussione su tematiche sessuali, compresa l'omosessualità, lasciando spazio ai diversi punti di vista e alle tesi più disparate e contrastanti. Secondo il suo fondatore solo attraverso lo studio e il dibattito scientifici si potevano combattere i pregiudizi sull'omosessualità. La rivista voleva quindi coinvolgere nel dibattito l'intera opinione pubblica e aveva perciò un intento istruttivo. La novità principale di Mieli era il fatto di ritenere l'omosessualità un fenomeno assolutamente

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normale. Mieli si scagliò quindi contro la morale dell'epoca e contro il suo concetto di normalità. Un altro studioso che scrisse sulla Rassegna, Proteus, biologo, attaccò il concetto di normalità e la mescolanza tra ricerca scientifica e giudizio morale. Per lui era la biologia a doversi occupare della sessualità, non la morale. Infatti egli svincolando il sesso dalla procreazione, andando contro la morale religiosa, dimostrava che l'omosessualità era un fenomeno del tutto naturale. Affermando che la morale non è scienza e che non esiste una morale universale, Proteus sostenne la possibilità per ognuno di sviluppare la propria personalità senza seguire modelli sociali imposti, ma solo nel rispetto della libertà altrui. Le idee di questi studiosi mal si conciliavano con l'ideologia fascista che subordinava l'individuo agli interessi nazionali e nel suo intento totalitario uniformava comportamenti e stili di vita. Edward Carpenter: l'omosessualità è una forma di amore. Mieli collaborò con movimento tedeschi per la tutela dei diritti degli omosessuali e la Società partecipò a molti convegni internazionali sul tema, divenendo un modello per le società di altri paesi. Con l'ascesa del fascismo la rivista cambiò nome e indirizzo: abbracciò sempre di più l'ideologia fascista e i suoi discorsi trattarono di crescita demografica e di eugenetica e lodò la sua politica assistenziale e sanitaria. Mieli si trasferì in Francia per motivi finanziari e, con lo scoppio della guerra, in quanto ebreo e omosessuale, emigrò a Buenos Aires. Dopo la sua fuga dall'Italia, la sua opera fu portata avanti da Edoardo Tito, un editore romano, che alla fine degli anni '20, pubblicò la collana "La biblioteca dei curiosi" dove si scrivevano anche molti libri sull'omosessualità e il cui scopo era diffondere la conoscenza sulle tematiche sessuali presso il vasto pubblico. La Rassegna e la Biblioteca furono esempi delle pressioni esercitate dal regime per piegare la scienza ai propri scopi.

3) La sodomia tra peccato e reato. La Chiesa e il regime fascista condividevano molti valori: - funzione procreatrice del sesso - superiorità dell'uomo sulla donna - ostilità verso l'emancipazione femminile - centralità della famiglia e del matrimonio - amore per la disciplina e l'autocontrollo. Questa comunione di contenuti fece sì che il regime delegasse alla Chiesa il compito di controllare la condotta sessuale degli italiani, mediante gli strumenti della confessione e delle penitenze. Il clero si servì del contributo degli studi scientifici più recenti. Per la Chiesa l'omosessualità era un peccato, un comportamento immorale da condannare e un delitto da reprimere per legge. Il diritto canonico, infatti, prevedeva il reato di sodomia.

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Anche lo Stato fascista si attrezzò per combattere i comportamenti sessuali devianti. In quasi tutti gli stati pre-unitari l'omosessualità non era un reato. Con la nascita del nuovo stato unitario, la convinzione di una diversità razziale tra italiani settentrionali e italiani meridionali, aveva portato i Savoia a decidere di criminalizzare l'omosessualità solo al Nord e non al Sud. Nel 1889 il codice Zanardelli depenalizzava l'omosessualità su tutto il territorio nazionale. Lo Stato liberale difendeva la sfera privata dall'ingerenza dello Stato e separava la legge dalla morale. Era la Chiesa a doversi occupare della morale e della condotta sessuale delle persone, non lo Stato. La depenalizzazione era sicuramente un fatto positivo, ma faceva calare il silenzio sull'argomento. Era una sorta di tacito accordo tra Stato e omosessuali. L'intento dello Stato fascista di virilizzare la nazione mal di accordava con il codice Zanardelli. Il progetto preliminare del Codice penale Rocco del 1927, mirato a riformare i costumi, puniva con la reclusione l'omosessualità solo nel caso in cui la coppia avesse dato pubblico scandalo e la condanna era maggiore se le azioni erano compiute abitualmente o a fini di lucro o da un maggiorenne su un minorenne consenziente (art. 528). Nel 1928 questo articolo venne abolito: penalizzare l'omosessualità significava indebolire l'immagine all'estero di un'Italia forte e virile. Tacere completamente sull'argomento era considerato il miglior modo per reprimerla. Inoltre nei paesi in cui era criminalizzata, l'omosessualità non era scomparsa, anzi aveva alimentato un movimento per la tutela dei diritti degli omosessuali. La strategia dell'occultamento già precedentemente adottata continuava a prevalere. Per punire gli omosessuali vennero utilizzati altri articoli del codice: il 527 sulle offese al pudore, quello sul reato di corruzione del minore e, nel caso di rapporti non consensuali, quello sui reati di violenza sessuale. Inoltre l'omosessualità si riteneva non fosse così diffusa in Italia da giustificare l'introduzione di un nuovo articolo. Il Codice Rocco entrò in vigore nel 1931 senza il reato di omosessualità, ma con un dibattito ancora acceso tra i sostenitori della criminalizzazione dell'omosessualità e chi riteneva meglio ignorare questo vizio. L'omosessualità era vista dal regime come un fattore di dissoluzione della famiglia, di ostacolo allo sviluppo demografico del paese, di minaccia per l'integrità e la salute della razza, andava contro lo stereotipo dell’uomo fascista e ed era un'offesa alla morale e al buon costume. Chi ostacolava la procreazione era nemico dello Stato fascista che aveva fatto dell'incremento demografico un dogma al quale doveva conformarsi il comportamento sessuale dell'intera nazione. La strategia del silenzio era la migliore arma per reprimere l'omosessualità. L'intervento giuridico poteva essere sostituito con la demonizzazione verbale e la valorizzazione costante della virilità, ma anche attraverso un controllo sociale attuato mediante nuovi mezzi repressivi.

4) La repressione della pederastia. Nonostante la mancanza di un articolo sul reato di omosessualità, la repressione di questo

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vizio era fondamentale per la rigenerazione degli italiani e della società. L'Italia era uno stato totalitario: l'individuo era subordinato agli interessi dello Stato. In uno Stato totalitario ed etico, dove è lo Stato che detta la morale, c'è un controllo ferreo sulla sfera privata compresa quella sessuale. La vita dell'individuo doveva uniformarsi alle direttive del regime. Per ottenere ciò gli strumenti erano tre: 1) educazione; 2) propaganda; 3) repressione. L'omosessuale nello Stato fascista turbava l'equilibrio nazionale perché: 1) violava il canone di virilità maschile; 2) veniva meno al dovere della procreazione; 3) minava la coesione interna confondendo i ruoli sessuali; 4) ledeva il prestigio nazionale e l'immagine virile del popolo italiano con atti ritenuti perversi universalmente; 5) minava l'integrità della razza mettendo a repentaglio l'istituto della famiglia e diffondendo il vizio (soprattutto tra i giovani). La repressione fascista dell'omosessualità avveniva attraverso: confino, carcere e manicomio (istituzioni totali). Il confino di polizia: al confino erano mandati tutti coloro che erano anche solo sospettati di condurre attività o di tenere comportamenti e stili di vita lesivi per il regime e contro gli interessi nazionali. Il provvedimento era piuttosto arbitrario perché molto generico. L'uso del confino fu però dosato per non allarmare la popolazione e per sminuire la consistenza dell'antifascismo. Sotto lo Stato liberale gli omosessuali erano costretti al domicilio coatto. Con il fascismo la repressione si fece più dura. Tra le misure di polizia, però, il confino era la misura estrema. Prima si procedeva con l'ammonizione e la diffida e si esercitava su di loro una pressione psicologica non indifferente: spesso venivano interrogati in questura e passavano dei giorni in carcere. Il confino era riservato ai pederasti "incorreggibili" ovvero coloro che si riteneva non potessero in alcun modo abbandonare questo vizio. Per loro era prevista la pena massima, anche se poi nella maggioranza dei casi interveniva la clemenza del duce. La maggior parte dei confinati erano persone povere, con una vita alle spalle di stenti e difficoltà, spesso analfabeti, che facevano lavori umili e saltuari, non sposati e scarsamente interessati alla politica. Il regime era più tollerante verso chi nascondeva la propria natura omosessuale proprio perché si cercava di dare meno visibilità possibile alla repressione dell'omosessualità, per non allarmare troppo la popolazione e per nascondere il “problema”. La repressione di polizia colpiva soprattutto gli omosessuali passivi, perché la passività era considerata una caratteristica femminile, oppure chi ostentava comportamenti femminili o che praticava la prostituzione. L'omosessuale riceveva pressioni anche nel privato da parte della famiglia, del prete, del medico che tentavano di rieducarlo e di risanarlo. Oltre alle misure di polizia si aggiungevano poi l'emarginazione sociale, la derisione pubblica, la perdita del lavoro, il pestaggio. Questo dimostra come la mancanza di una legge che criminalizzasse l'omosessualità non significava una vita migliore per il pederasta.L'arresto del pederasta avveniva sulla base di vociferazioni e supposizioni, seguiva poi

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l'interrogatorio e la visita medica rettale considerata la prova oggettiva della sua omosessualità. Le accuse erano quelle di oltraggio al pudore e alla moralità pubblica o di adescamento al libertinaggio. La polizia cercava sempre di accertarsi se si trovava di fronte a una malattia o a un vizio perché nel primo caso la persona sarebbe stata internata in una casa di cura o manicomio, nel secondo invece sarebbe stata arrestata o mandata al confino. In ogni caso si riteneva che un minimo di responsabilità da parte del pederasta ci fosse sempre. Negli interrogatori i pederasti si difendevano parlando della loro omosessualità come di un vizio, di un errore di gioventù, come di una caduta in tentazione affermando di poter guarire. L'accusa di pederastia gravava sulla dignità e rispettabilità della famiglia e anche sul suo sostentamento economico. Dopo il confino la vita del pederasta non era più quella di prima perché faticava a trovare un lavoro e la polizia continuava a controllarlo. L'unico modo per l'omosessuale per vivere in pace era nascondere la sua vera natura sessuale e isolarsi insieme ai suoi simili in spazi riservati, in luoghi appositi per soli uomini, tra cui le case di prostituzione maschile. L'emarginazione impedì il formarsi di un movimento di rivendicazione dei propri diritti. Inoltre gli stessi pederasti faticavano ad accettare se stessi e introiettavano il giudizio morale di condanna. A Catania la repressione fu molto dura poiché vi era una cospicua comunità di prostituti omosessuali. Il caso di Catania è esemplare: l'ostilità della popolazione e la paura della repressione poliziesca spingeva gli omosessuali a vivere la loro identità in clandestinità, costringendoli a incontrarsi in locali o luoghi appositi. La morale sessuale repressiva nei confronti delle donne era una giustificazione per l'uomo eterosessuale che soddisfaceva i suoi bisogni di maschio su un altro uomo e favoriva la prostituzione. Il rapporto tra un pederasta e un etero era visto solo come un rapporto sessuale e non sentimentale, necessario al vero maschio per appagare i suoi istinti virili. Non era quindi l'omosessualità a essere punita, ma la passività sessuale del maschio. Non era l'amore tra due uomini a essere proibito, ma la confusione tra i due sessi. Venezia e Firenze erano due mete di turismo omosessuale. A Venezia c'era una vera e propria organizzazione della prostituzione maschile che coinvolgeva anche uomini italiani illustri e anche stranieri come clienti, che venivano poi anche derubati, ma nessuno denunciava i fatti.

5) Pazzi o criminali. La prostituzione minorile maschile all'epoca era molto diffusa. Le cause principali erano la povertà e la miseria che spingevano molti giovani a intraprendere questa strada per sopravvivere. La condanna morale dell'omosessualità favoriva la prostituzione sia dal lato dei prostituti che dal lato dei clienti: entrambi costretti a manifestare la loro reale identità sessuale in clandestinità, non potevano che farlo nell'ambito di un'organizzazione che sfruttava questo loro desiderio a fini di lucro. Il clima di condanna morale ed emarginazione favoriva quindi la prostituzione e anche il crimine come mezzo di sopravvivenza. I clienti, infatti, venivano spesso derubati e ricattati. Gli atti di delinquenza rafforzavano l'idea, già

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sostenuta da Lombroso, che l'omosessuale fosse un criminale perché condivideva con il criminale alcuni tratti fisici e psicologici. La polizia fascista risentiva dell'influsso lombrosiano per cui esistevano persone antropologicamente portate al crimine che quindi andavano fermate prima che commettessero reati. Tra questi vi erano gli omosessuali. La preoccupazione per la prostituzione maschile e i crimini che vi ruotavano intorno da parte del regime era dettata dalla volontà di nascondere tutto ciò che riguardava l'omosessualità. Al contrario di quella maschile, infatti, la prostituzione femminile era legale e regolamentata. Il carcere: il carcere poteva essere un potenziale fattore di diffusione della pederastia a causa dell'astinenza sessuale. Era chiamata "pederastia di compenso". Il regime condusse un'indagine sulla diffusione della pederastia nelle carceri. Il colpevole di ciò era ritenuto il pederasta passivo che quindi veniva individuato attraverso una visita medica e il riconoscimento di segni esteriori e veniva segregato in celle separate. I pederasti erano poi divisi in due gruppi: i costituzionali, affetti da pederastia per natura, e gli occasionali, la cui omosessualità era dovuta all'ambiente carcerario e non era congenita. I primi una volta individuati venivano detenuti in istituti speciali per minorati fisici o psichici o in sezioni separate del carcere. In questo modo si distruggeva definitivamente la loro reputazione e si cancellava la loro dignità di uomini. Ai secondi sarebbe bastata una punizione severa e una volta tornati in libertà avrebbero abbandonato il vizio. Poi c'erano gli "sbarbatelli" coloro che, per giovane età e aspetto efebico, erano vittime dei detenuti più anziani che compivano su di loro violenze e soprusi sessuali. I direttori dei penitenziari pensarono così di aumentare la sorveglianza. La migliore soluzione restava comunque l'isolamento anche solo notturno. Altre soluzioni erano quelle di tenerli costantemente impegnati in attività fisiche, di educarli dal punto di vista sessuale e sui precetti religiosi, morali e patriottici. Altri ritenevano più efficace un trattamento psichico. Il manicomio: i manicomi avevano una funzione di segregazione, terapia, difesa sociale, rieducazione e formazione di un sapere clinico. Il manicomio divenne un mezzo di supporto del regime e uno strumento per escludere i diversi. Più che luogo di cura di questa malattia morale divenne sempre di più un mezzo di repressione degli "irrecuperabili". Durante il Ventennio l'uso del manicomio, infatti, fu intensificato. I mezzi per curare l'indole perversa di questi devianti sessuali andavano dall'ipnosi, al rapporto sessuale forzato con prostitute sotto l'effetto di alcool, a costante contatto con donne. Alcuni proponevano la sterilizzazione o castrazione, già praticata altrove ma mai in Italia, perché si pensava che l'omosessualità fosse una degenerazione ereditaria. Più successo in Italia ebbe la "terapia morale" consistente nel generare impulsi sessuali "normali" e un senso di disgusto verso l'omosessualità attraverso un'opera educativa sugli effetti negativi dei rapporti contro natura. Lo scopo era quello di normalizzare questi individui.

6) L'uso politico dell'omosessualità. Durante il fascismo il ricorso all'accusa di omosessualità era frequente per nascondere motivi

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politici. L'accusa di pederastia era usata per colpire persone politicamente scomode: l'impossibilità di confronto tra idee lasciava spazio alla diffamazione e allo scontro sulla condotta morale dell'avversario politico. Questo creava un clima di sospetto in cui tutti spiavano ed erano spiati. Mussolini controllava sempre tutto e tutti: una condotta morale privata scorretta poteva diventare un reato politico. Ecco come l'omosessualità diventava un'arma usare contro i propri nemici politici. Inoltre Mussolini disseminava discordie e generava competizione tra i gerarchi del partito ergendosi ad arbitro delle loro liti proprio per rafforzare il suo potere ed evitare il consolidarsi di poteri egemoni. Le accuse di pederastia erano rivolte in segreto se si trattava di personaggi importanti per non ledere l'immagine del regime. Se invece il personaggio era minore, venivano rese pubbliche per dar prova dell'efficace capacità di repressione del regime. Possibili pene erano: espulsione dal partito, allontanamento da cariche pubbliche e il confino. Mussolini era tollerante verso le abitudini sessuali dei suoi collaboratori perché poteva poi farne uso pubblico per ricattarli, rovinarli, eliminarli politicamente. L'atteggiamento verso la pederastia era comunque arbitrario: a seconda dei casi si decideva cosa fare. Pur di salvaguardare la reputazione del regime e l'immagine dei suoi esponenti, si era disposti a chiudere un occhio e a tollerare comportamenti moralmente inaccettabili. Chi raccoglieva le informazioni era l'OVRA. Nei suoi dossier ampio spazio era dedicato alle abitudini sessuali e allo stile di vita dell'indagato. La polizia si serviva di spie omosessuali che conoscevano meglio gli ambienti omosessuali ritenuti covi di antifascisti: preoccupazioni di natura politica e non morale. Per gli omosessuali fare gli informatori dava dei vantaggi. Il caso più famoso di uso politico dell'accusa di omosessualità riguarda il principe Umberto (II) di Savoia: molte fonti attestano la presenza di un dossier su Umberto nelle carte che Mussolini si portò via in fuga verso la Svizzera. Gli sarebbero servite per delegittimare la monarchia e vendicarsi del tradimento subito nel '43. Il dossier su Umberto è utile per capire i rapporti tra monarchia e regime: Mussolini aveva sempre mal sopportato la presenza del re e aspettava il momento buono per liquidarlo. Umberto poi era ostile al regime, anche se solo in privato lo dimostrava, e la moglie Maria José conduceva attività antifascista. Il dossier su Umberto serviva quindi a invitare Umberto a moderare i suoi atteggiamenti e a liquidare la monarchia proclamando la Repubblica. Anche dentro il Pnf l'accusa di pederastia fu usata politicamente per far fuori un avversario. Ne è esempio la vicenda di Turati (segretario del partito) che finì addirittura al confino. Gli esempi che Benadusi fornisce ci fanno capire come la calunnia fosse l’arma politica numero 1 e come la virilità fosse una componente ideologica fondamentale del fascismo, tanto è vero che bastava l’accusa di pederastia per rovinare una carriera politica. Il cambio della guardia nelle gerarchie politiche avveniva allontanando il politico troppo influente dopo una campagna diffamatoria. Le inchieste interne al Pnf (doc. perduti) e le Corti di disciplina servivano a valutare la condotta morale dei membri del partito. Costoro potevano essere espulsi, ma anche ripescati in un secondo momento. Le Corti decidevano le

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misure legali da prendere. Ricorda: la repressione era rivolta di più contro persone di basso strato sociale che esercitavano la prostituzione; più riguardo verso ricchi borghesi e persone influenti soprattutto deputati e senatori.

7) Rispettabilità borghese e morale fascista. Il fascismo non puniva in realtà l' omosessuale, ma colui che non rispettava il canone di virilità, misurabile dall'aspetto esteriore, e che quindi teneva atteggiamenti femminili (consolidando un'immagine della donna come essere inferiore). Erano quindi gli effemminati, i prostituti, i travestiti e gli omosessuali passivi a essere perseguitati. In parole povere: se eri omosessuale, l'importante era non darlo a vedere! Si dava importanza all'atteggiamento esteriore e non all'identità sessuale. Così si spiega l'oscillazione del regime tra repressione e non curanza dell'omosessualità. Da ciò si deduce come per il fascismo l'omosessualità fosse solo assenza di virilità. Per il fascismo l'omosessualità non fu allora un problema razziale (come per il nazismo), ma sociale. Tanto è vero che non si arrivò mai all'eliminazione fisica o alla sterilizzazione, come in Germania, ma si procedette a reprimerla solo quando ebbe visibilità pubblica e sfociò in atteggiamenti effemminati contro la morale e lo stereotipo maschile.

La strategia che il regime adottò fu l'occultamento: non si doveva parlare di omosessualità, non si introdusse una specifica legge su questo reato, la repressione doveva avvenire in segreto. Tutto ciò per non allarmare il popolo italiano su tale questione e per diffondere il vizio. Solo in casi eccezionali la repressione diventava di dominio pubblico: doveva servire da monito e manifestare la capacità repressiva del regime. La persecuzione era evitabile solo nascondendo il proprio orientamento sessuale e mostrando nella vita pubblica un atteggiamento conforme allo stereotipo maschile fascista. Era attraverso il comportamento e l'aspetto esteriori che si dimostrava la propria adesione al regime e la propria natura di uomo nuovo. L'omosessualità e tutte le alte trasgressioni, potevano esprimersi, ma in segreto, celata dietro una condotta pubblica rispettabile,rispettando le apparenze. Per nascondere l'omosessualità il regime metteva in atto anche una censura su tutto il mondo della cultura: dalla stampa alla pubblicità, dalle opere letterarie a quelle artistiche e teatrali. Era vietato parlare di argomenti sessuali e quindi anche di omosessualità, di delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Il tutto rientrava in un piano di moralizzazione e rigenerazione dei costumi e dei valori. Però c'era un forte contrasto tra i valori promossi dalla propaganda e la realtà concreta: il regime predicava un puritanesimo esasperato e un'etica sessuale rigida alle masse e poi permetteva ai personaggi ricchi e influenti di godere di una più ampia libertà sessuale (doppia morale).

Ai fini del progetto totalitario, la sfera privata e sessuale doveva conformarsi all’ideologia fascista: ciò dovette scontrarsi con il canone di rispettabilità borghese basato sul senso di privacy. La rispettabilità borghese si scontrò con la morale fascista. Il modello di virilità

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fascista portava al disprezzo dell’omosessualità, ma il canone di rispettabilità borghese, per cui la politica non poteva invadere la vita privata, era un ostacolo alla realizzazione piena dell’uomo nuovo. La strategia dell’occultamento era dovuta anche alla persistenza nella società della mentalità borghese. Durante l’intero Ventennio, quindi, permase una tensione forte tra mentalità borghese conservatrice e progetto totalitario, tra tradizione e modernità, tra rispetto dei valori tradizionali e creazione di nuovi. Mussolini fece di tutto per combattere la mentalità borghese. Il borghese era l’antieroe, triste, frustrato, molliccio, annoiato. Il fascista era eroico, forte e virile e pronto a uniformare l’intera sua vita ai nuovi ideali politici. In riferimento all’omosessualità, il fascismo espresse una posizione ambigua a cavallo tra tradizione e modernità, tra mentalità borghese e morale fascista. Il suo atteggiamento verso l’omosessualità fu condizionato dal retaggio culturale cattolico e borghese attento a salvaguardare le apparenze (rispettabilità borghese) per evitare scandali e turbamenti all’opinione pubblica e ostile all’ingerenza dello Stato nella sfera privata. Ciò era però di ostacolo alla realizzazione dell’uomo nuovo (morale fascista). Il regime difendeva i valori tradizionali per paura di un cambiamento incontrollato e di disordini. La morale sessuale tradizionale cattolica era troppo radicata nell’animo degli italiani: il fascismo, nell’affermare la sua morale sessuale, subordinata alle esigenze dello Stato, doveva quindi stare molto attento. Mussolini cercò, infatti, di conciliare morale cattolica e morale fascista per quanto possibile e di non entrare in conflitto con il Vaticano. Stato e Chiesa così collaborarono nel controllo e nella direzione della vita morale degli italiani e il regime non si oppose quasi mai alla linea cattolica. Il regime delegò alla Chiesa l’educazione sessuale e si riservò il compito della repressione. Chiesa e Stato condividevano molti valori, ma la Chiesa non tollerava l’ingerenza statale nella sfera privata e sessuale e rifiutava la subordinazione della vita alle esigenze dello Stato. Tutto ciò fa capire come l’ostilità fascista verso l’omosessualità fosse di natura politica e non morale: l’omosessualità non era un peccato, ma un vizio molto nocivo per il progetto di creazione dell’uomo nuovo. Come il borghese, l’omosessuale era il nemico dell’uomo nuovo. Il progetto totalitario fascista, che ostacolò le persone nella loro vita privata, è fallito, a causa anche dell’avvento della guerra. Ha contribuito, però, a radicare nell’animo degli italiani il pregiudizio omofobico.

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