Introduzione all'archeologia medievale - Gelichi, Esami di Archeologia. Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano
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jekstain9130 settembre 2013

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Introduzione all'archeologia medievale - Gelichi, Esami di Archeologia. Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano

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Appunti di archeologia medievale. 28 pagine riassuntive in riferimento al testo d'esame di Sauro Gelichi che permettono di comprendere i punti fondamentali e l'attuale situazione dell'archeologia medievale.
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INTRODUZIONE ALL’ ARCHEOLOGIA MEDIEVALE

Storia e ricerca in Italia

Premessa: constatazione che tutto il settore archeologico, in particolar modo quello medievale (meglio post-classico), sta vivendo un momento poco felice.

I. Introduzione. Quale manuale per un’archeologia medievale italiana? : pochissimi manuali nella saggistica europea in quanto 1) difficile fare una sintesi in settori di ricerca così differenti nelle varie aree nazionali; 2) studiosi, intenti nella specializzazione, male informati sulle ricerche degli altri paesi; 3) tanti e tanto diversi sono i tipi di medioevo  volume di De Bouard non è vera e propria sintesi, ma percorso che si preoccupa di far riconoscere all’archeologia un ruolo tra discipline storiche (archeologia medievale francese e stratigrafia poco diffuse): obiettivo polemico è “storia dell’arte” e necessità di riconoscere alle fonti materiali una dignità pari a quelle scritte. In altri paesi, più maturi, abbiamo non volumi, ma manuali che riportano conoscenze sul medioevo scavato in quelle singole aree: in Inghilterra (che aveva prodotto solo volumi monografici) abbiamo Clarke (opera di impianto tradizionale in cui tratta chiese parrocchiali, monasteri e castelli; insediamenti rurali; città e commerci; manufatti e produzione), volumi dedicati all’archeologia delle città, delle fortificazioni, dei monasteri, della monarchia; situazione analoga in Irlanda e in Germania  tendenza della produzione scientifica nei paesi europei a muoversi verso sintesi di natura strettamente geografico – nazionale. Redman che vuole offrire quadro di studi su medioevo mediterraneo produce opera settoriale. Tentativi di rivedere processi storici – economici nelle società mediterranee in base a fonti materiali: rilettura della tesi degli anni Venti di Pirenne (basata su fonti numismatiche) da parte di Hodges e Whitehouse distruzione dell’unità mediterranea non causata dalle invasioni barbariche, ma avanzata dell’Islam nel nord Africa e Spagna che portò per prima volta a spostamento dell’asse principale da Mediterraneo a Europa continentale  archeologia descrive quadro diverso: crisi prima degli arabi, progressivo decadimento politico della vita urbana e degli scambi commerciali. Recentemente abbiamo archeologia di sintesi su Europa medievale dimostrante che quando ricerca è avanzata (Nord Europa), sono possibili nuove interpretazioni storiografiche. Saggistica archeologica sul Medioevo si muove secondo tre direttrici: 1) elaborazioni di sintesi generali su risultati nei vari settori per vasto pubblico; 2) approccio monografico; 3) strumento di mediazione verso problemi storici (temi storiografici analizzati alla luce dell’archeologia). Il presente volume segue prime due linee principali per dare approccio sistematico

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alla disciplina da parte dei novizi, offrendo un primo quadro organico sulla ricerca archeologica medievistica italiana (modello è Francovich).

2. Storia della ricerca archeologica postclassica:

2.1 Introduzione: il fatto che sia disciplina giovane rischia di diventare sorta di alibi e di rinuncia (adolescenza per Gelichi). La mancanza di tradizione offre vantaggio di fondare proprie basi epistemologiche, ma pesa su versante accademico, su ripartizione delle risorse e su opzioni di tutela. Statuto codificato nei primi anni Settanta e riconoscimento veloce: rivista Archeologia medievale (1974, sancisce presenza in ambito nazionale). Sarebbe errato considerare però come prime esperienze quelle degli anni Settanta.

2.2 La “palafitta barbarica” del Pigorini e la ricerca archeologica del medioevo nell’epoca del positivismo: studiosi emiliani (geologi e naturalisti) iniziano indagini sulle terremare dando vita a coinvolgente meccanismo di ricerca che crebbe rapidamente dovuto a tre fattori: 1) esempio degli scavi sistematici in Austria (necropoli dell’Età del ferro di Hallstatt) e nei laghi svizzeri; 2) concezioni positiviste che vedevano il culto della scienza come sinonimo di progresso, valore etico e affermazione sociale; 3) natura politica: negli studi di preistoria e protostoria si vedeva rinascita italiana (identità nazionale).

• Il paletnologo Luigi Pigorini nel 1865 scopre abitazioni palustri a Fontanellato (PR) attribuite ad Età del ferro, in realtà di epoca medievale: frammenti di ceramica lavorata al tornio, scorie di ferro, resti di recipienti in pietra ollare (roccia metamorfica alpina, cottura cibi, esportata da arco alpino in pianura padana; approfondimenti recenti grazie a ricerche etnografiche, mineralogiche, archeologiche) + abitazioni costruite sopra piano elevato, analogo ai terpen del Nord Europa che suggeriscono la loro costruzione con l’arrivo dei barbari  inconsapevolmente il Medioevo entra nel novero delle discipline archeologiche.

L’ Emilia – Romagna vede febbrile attività di naturalisti, geologi, archeologi, avvocati, sacerdoti interessati a popolazioni dell’Età del bronzo e del ferro, ma che documentano la continuità d’uso di un sito nel tempo (interesse per il medioevo esce raramente dal particolarismo):

• Il geologo Giuseppe Scarabelli nel 1887 pubblica scavi di una stazione dell’Età del bronzo nei pressi di Imola (BO) in cui descrive minuziosamente il sito (con attenzione per stratificazioni) illustrando anche necropoli di epoca medievale e relativi manufatti.

• Carlo Boni: nella pubblicazione di lavori su terramare modenese fa riferimenti a materiali medievali.

• Francesco Coppi: ritrovando stazione dell’Età del bronzo descrive cimitero medievale (datandolo con successione stratigrafica) e fasi strutturali più antiche della chiesa, oltre che contenuti delle tombe.

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• Gaetano Chierici: sacerdote, insegnate di filosofia e fondatore del Museo di Reggio Emilia in cui espose con criterio topografico i materiali di ogni periodo (anche di età longobarda); personalità scientifica tra le più alte del suo tempo; una delle prime sezioni di sito pluristratificato con strutture medievali.

• Giacomo Boni: nuovo modo di fare archeologia, applicando il metodo stratigrafico nello scavo; scopre cippo del Lapis Niger; ritrova Forum Ware; scavi antistanti alla Curia.

È proprio di alcuni studiosi a cavallo del secolo scorso la scoperta di inventari di beni mobili e immobili, come autonoma fonte d’informazione per ricostruire i modelli di vita antichi: descrizioni di case, castelli, botteghe, ospedali e relativi arredi pura elencazione, senza analizzare e relazionare la fonte con altre simili. Matura anche interesse per 1) culture allogene “archeologia “barbarica” muove primi passi grazie a italiani e stranieri; 2) ricerche intorno alla cristianità delle origini archeologia cristiana che viene però a coincidere con storia dell’arte (approccio disattento a stratificazioni, a contesti e a “cultura materiale”: pochi spunti formativi per l’archeologia medievale); 3) aspetti materiali delle culture bizantine nel meridione d’Italia (monografia di Paolo Orsi sulla fase bizantina della Sicilia). La rivista Notizie di scavi (1876) rivela interesse nascente per archeologia medievale: riporta cinquantina di articoli che riguardano contesti medievali, seppur concisi ed essenziali, in cui le tematiche non sono affatto varie (attenzione solo per archeologia “barbarica”, riferimenti a monete, iscrizioni, chiesa e villaggio bizantino, catacombe e necropoli) concezione che medioevo scavato come estrema appendice decadente dell’antichità e convinzioni che le fonti materiali non fossero necessarie e utili (solo fonti scritte) in quanto non davano certezze tra il VI e VII, quindi non sono fonti storiche accettabili.  mancata affermazione dell’archeologia medievale perché scarso è sia il dibattito metodologico sia lo spessore epistemologico.

2.3 Un articolo poco noto di Paolo Orsi e le origini dell’archeologia longobarda in Italia: esistenza di corredi in sepolture estranei alle culture autoctone: manufatti alloctoni e modelli culturali che rappresentano cesura con la civiltà romana infatti novità delle popolazioni germaniche.

• Articolo dell’Orsi del 1887 su due crocette auree si pone come prima seria trattazione di problema archeologico legato all’età delle migrazioni barbariche (Volkerwanderungszeit), in cui evince assenza di archeologia del medioevo dal ramo delle discipline storiche; auspica “perfetta ed intima conoscenza della vita così pubblica come privata”; mancanza di silloge di iscrizioni medievali; esigenza di conoscere la civiltà, la cultura, le produzioni artigianali più minute, rapporti mutui tra latini e barbari considerazioni che marcano ritardo culturale della scuola archeologica italiana.

• Carlo Cipolla mostra interesse per archeologia “barbarica”. • Attenzione verso la catalogazione e la raccolta dei reperti da parte dei musei

(Brescia, Pavia, Bergamo). • Primi sistematici scavi di necropoli dell’età delle migrazioni:

- Castel Trosino (AP, 1893) scavo pubblicato dal Mengarelli (1902): sito

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fortificato che apparteneva in età longobarda al duca di Spoleto in cui sono rivenute 238 sepolture (ricca sepoltura di cavaliere) e per 50 di esse fu ricostruito il corredo (ultimo venticinquennio del VI – 660). Necropoli a righe (tombe orientate est-ovest) con tombe in parte a fossa e in parte a cassone che possono essere divise in base a corredo (specie quelli femminili fanno pensare a precoce acculturazione), alla sequenza relativa, alle varianti di orientamento (gruppo centrale disposto intorno a piccolo edificio ad aula unica con abside semicircolare = chiesa di S. Stefano). - Nocera Umbra (TR, 1897) scavo pubblicato da Pasqui e Paribeni con attenzione al dettaglio anche per corredo: come per Castel Trosino, le sepolture riconosciute come appartenenti ai Longobardi; esplorate 168 tombe del tipo a fossa quasi sempre con bare in legno suddivise in quattro nuclei principali (ultimo venticinquennio del VI – seconda metà del VII). Nel 1975 von Hessen ritrova altre 41 tombe in una località vicino che segnalano il fatto che le sepolture di questo periodo sono ubicate in diverse aree intorno all’abitato. - Altre due scoperte più significative per archeologia longobarda scavate in Toscana: Fiesole (FI, 1909) 27 tombe (ad Ovest del Teatro Romano) disposte secondo allineamenti regolari (secondo perimetro dell’edificio templare romano) i cui corredi sono conservati e suddivisi secondo i contesti originari (ceramica di tradizione locale, coltelli, fibbie, aghi crinali). Arcisa (SI, 1913) panoramica dello scavo ambo i lati del viottolo che corre lungo la collina; diverse sepolture maschili (armi, cinture multiple in argento).

Studiosi italiani contribuiscono a crescita dell’archeologia longobarda solo con esplorazione e edizione di cimiteri.

• Nils Åberg: basandosi su reperti in metallo, definisce pertinenza dei materiali che si rinvenivano nelle sepolture che la critica aveva indifferentemente assegnato a Goti o Longobardi.

• S. Fuchs: categorie di manufatti presenti nelle tombe di età longobarda (crocette auree, fibule).

Anni precedenti a Grande Guerra, si definiscono modelli teorici e processi diagnostici che costituiranno assi portanti dell’archeologia medievale: territorio = razza  razza = tipo di corredo. Insegnamento insuperato nell’approccio filologico ai temi dell’archeologia: fondamenti basilari della disciplina vanno individuati nelle ricerche di questi studiosi. Archeologia longobarda come unico legame con Medioevo. La fase di ricostruzione dopo distruzioni belliche portò inaspettate scoperte che non incentivarono però compiute ricerche.

• Otto von Hessen e Volcher Bierbrauer, ottimi allievi di Werner, lavorarono negli anni Sessanta per una sistematica revisione dei principali nuclei o contesti cimiteriali di età gota o longobarda rinvenuti in Italia. Von Hessen oltre alla catalogazione, stampò volume dedicato alla ceramica longobarda, mentre Bierbrauer affrontò il problema dei ritrovamenti goti. unico obbiettivo è revisione di contesti funerari.

• Michelangelo Cagiano de Azavedo: cerca di modificare l’obbiettivo della ricerca archeologica medievale sul versante tematico città che vengono

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analizzate non solo nelle componenti urbanistiche che ne modificavano assetto tra tardo-antico e alto medioevo, ma anche negli aspetti strutturali e infrastrutturali (chiese, monasteri, residenze regie analizzate alla stessa stregua delle abitazioni della gente comune) studiare aspetti materiali indipendentemente dallo status sociale, giuridico o etnico.

2.4 La ceramologia: una disciplina a sé stante? : la ceramica rappresenta il “fossile guida” per l’archeologo. Eterogeneo stuolo di studiosi getta basi epistemologiche di questa inedita disciplina analizzando non solo tipologia, ma anche componenti di qualità nel materiale ceramico, trasformazioni artigianali, rapporti commerciali. Tre periodi scanditi da: fondazione a Faenza (RA) del Museo internazionale delle ceramiche nel 1913 (esposizione del patrimonio ceramico) e da articolo di Whitehouse su ceramica laziale (1967) + libro sulla ceramica medievale in Liguria di Mannoni (La ceramica medievale a Genova e in Liguria,1975). Il primo periodo è caratterizzato da lavori venati da sano municipalismo (priorità al momento attribuzionistico), basati sulle fonti scritte ed interessati al periodo aulico per la maiolica (faentina e urbinate), ovvero il Cinquecento allontanandosi a ritroso vengono meno fonti scritte e “pezzi” firmati con conseguenza che il periodo delle origini, ricondotto all’alveo mediterraneo, sia sconosciuto: Faenza (Malagola, Argnani) VS Cafaggiolo (FI) per la paternità della maiolica. Nel secondo periodo va ricordato Gaetano Ballardini, padre spirituale della ceramologia italiana che darà corpo a progetti e ricerche (autore di quattro volumi basilari per storia della ceramica postclassica): affronta origine delle tecniche del rivestimento vetrificato (tema nodale) [ già Argnani aveva cercato documenti per retrodatare l’origine prima del XV quando comparivano più antiche attestazioni scritte + Argnani elabora teoria “faentinocentrica”: al rivestimento stannifero si fosse arrivati prima attraverso semplice invetriatura e poi con ingobbio (rivestimento terroso bianco) inoltre anticipa la produzione dal XIV al Duecento basandosi su uno stemma di boccale: Ballardini scopre l’errore e posticipa la coppa ad un secolo dopo]. Per Ballardini si arriverebbe allo smalto stannifero (le cui origini risalgono per lo studioso al Duecento), più che per influenza esotica, per “lento perfezionamento della tecnica anteriore, come dimostra persistenza contemporanea di ingobbiatura e smaltatura sovente fuse insieme”. Si delineano tre principali raggruppamenti: umbro – laziale (Orvieto), toscano (Siena e Montalcino), emiliano – romagnolo (con a capo Faenza che viene ad essere non più promotrice, come voleva l’Argnani, ma caposaldo di specifica area geografica). Alla morte di Ballardini (1953) seguirono revisioni e correzioni al suo lavoro (Liverani, suo successore attento alla salvaguardia del patrimonio ceramico postclassico). Nel terzo periodo: David Whitehouse Forum Ware; nuova classificazione per materiali; rapportare il nostro quadro con conoscenze europee. Tiziano Mannoni  il suo testo, incentrato principalmente su classificazione tipologica è basilare per qualsiasi tipo di ricerca su ceramica medievale; obbiettivo che il materiale medievale sia studiato con metodo archeologico e non della storia dell’arte o dell’antiquariato; novità: non solo aspetti estetici e funzionali, ma, secondo approccio archeometrico,

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anche quelli tecnici dell’impasto, foggiatura, dei rivestimenti. Interessante è l’attenzione rivolta a scoprire “la loro funzione svolta nell’ambito della vita quotidiana”. Rilevati i rapporti di continuità e di discontinuità con la tradizione ceramistica romana. Studio dell’esperienze tecnologiche del mondo mediterraneo del tardo medioevo grazie ad accurata disamina della letteratura, analisi minero- petrografiche e chimiche (arc. globale). Oggi: nuovo impulso che viene da rinnovamento delle metodologie d’indagine, ridimensionamento delle tematiche tradizionali (iconografia, aspetto stilistico e formale delle illustrazioni).

2.5 Torcello e Castelseprio: due episodi isolati e l’archeologia medievale nel secondo dopoguerra: nella prima metà del secolo scorso l’archeologia italiana si era confrontata solo marginalmente con il modello scavato. L’alto medioevo barbarico è promosso dalla scuola tedesca; archeologia cristiana identifica con iconografia e aspetti stilistici delle espressioni artistiche ed architettoniche l’oggetto prioritario; studiosi di ceramiche postclassiche non interessati ad utilizzare strumenti di ricerca archeologica applicata al terreno per migliore contestualizzazione dei materiali; manufatti appartenenti alla quotidianità relegati a interesse episodico; archeologia monumentale vede la saltuaria salvaguardia di strutture murarie.  situazione analoga nel secondo dopoguerra in cui il medioevo era lasciato alla personale sensibilità degli architetti (salvaguardia monumenti e murature) e degli storici dell’arte (conservazione e tutela). In questo contesto si ricorda la figura di Nino Lamboglia che negli anni Trenta fu tra i primi a praticare le tecniche dell’archeologia stratigrafica di stampo wheeleriano. Anni Sessanta vedono primi progetti di scavo di rilevante interesse per alto medioevo italiano, di Gian Pietro Bognetti, che applicò metodiche d’indagine fino ad allora poco o male utilizzate (fotografia aerea, podologia, scavo stratigrafico): Torcello nella laguna veneziana e Castelseprio, castrum dell’area prealpina in provincia di Varese (ciclo di affreschi nella chiesa di S. Maria foris portas).

Torcello (1961): sede episcopale del VII secolo, residenza di un magister militum, emporion mega (IX). Lavori affidati dal Bognetti a èquipe di archeologi polacchi. Stratificazione archeologica caratterizzata da analisi fisico-chimiche degli oggetti (vetro), petrografico-mineralogica dei recipienti in ceramica e pietra, metallografia dei reperti, esami chimici delle malte e dei reperti osteologici umani. Scavo sottolinea centralità del sito già dall’epoca romana: bonifica nel I, area occupata fino ad epoca tardoantica quando fu abbandonata in seguito a calamità naturali, ripresa occupazionale a fine VI come sede vescovile (costruzione primi edifici di culto, battistero, impianto di lavorazione del vetro di cui restano tracce di forni, scorie e innumerevoli pezzi finiti), creazione di ampio spazio aperto con pavimentazione (da economia rurale ed artigianale a economia di scambio emporion mega di Costantino Porfirogenito), costruzione chiesa di Santa Fosca (X) e innovazioni a chiesa di S. Maria (inizio XI: campanile, necropoli). Nel lavoro dei polacchi si nota eccessiva schematizzazione e ridotta utilizzazione delle fonti materiali.

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Castelseprio (1962): sito fortificato dell’Italia settentrionale in epoca tardoantica e nel primo alto medioevo (poderosa cinta muraria), affreschi di Santa Maria foris portas, resti di alcune fondazioni religiose. Esplorazione di una serie di edifici con fondazione in ciottoli e alzato in legno (opus gallicum) estraneo ai saperi locali e coincide con arrivo dei Longobardi.

Gli studiosi polacchi introdussero metodologie di scavo poco praticate dagli archeologi italiani e il riconoscimento di una specificità del dato materiale (sia sul versante culturale che naturalistico).2.6 I “villaggi abbandonati”: un tema storiografico e l’archeologia medievale: i deserted villages sono definita da Thompson come la “prua della nave” per l’archeologia medievale.

• Inghilterra: dal 1952 opera il Deserted Medieval Research Group nato da confluenza di archeologia, storiografia e geografia storica. Nel 1954 esce il volume di Beresford, una sintesi sul fenomeno degli abbandoni nelle campagne, che privilegia però le fonti storiche (compaiono però foto aeree ed archeologia). Gli scavi aumentano con fondazione della Society for Medieval Archeology (1956) e pubblicazione, nell’anno successivo, della prima rivista di archeologia medievale. L’archeologia del lost villages si inserisce in una tradizione di studi già radicata e con fisionomia ben definita (interesse “antiquario” predisposto ad approccio di carattere globale).

• Francia: come per Inghilterra, se non in misura maggiore, il problema dei villaggi abbandonati è determinante per affermazione e sviluppo di archeologia medievale. Affermazione di questa disciplina nata, verso metà degli anni Sessanta, da scavi in alcuni villaggi abbandonati di collaborazione franco- polacca (presenza dei polacchi garantiva esperienza): il metodo stratigrafico adottato è quello wheeleriano; l’archeologia è finalizzata a studio di forme e cause abbandoni con un approccio complessivo rivolto alla storia e alle vicende degli insediamenti rurali in tutte le loro componenti e aspetti. Pesez scrive che la ricerca sull’abbandono informa meno sulla morte che sulla vita dei villaggi.

• Italia: la ricerca delle sedi abbandonate vede presenti specialisti (geografi, archeologi, storici, glottologi, urbanisti). Fare storia dei villaggi abbandonati come storia e geografia del popolamento significava anche lavorare nella storia delle culture materiali (studio non fine a sé stesso ma volto ad affrontare storia dell’insediamento) lettura storica o geografica dei “modi di abitare” non può prescindere dall’archeologia (= interpretazione dei manufatti e resti lasciati dall’uomo nel suolo = storia della civiltà nel contesto ambientale)  storia del popolamento rurale, degli insediamenti (abbandonati e non) ben si congiungono con interesse per storia della “cultura materiale”, in quegli anni sempre più crescente.

2.7 Il futuro dell’archeologia medievale: l’archeologia medievale maturata in questo clima (interesse per villaggi abbandonati; dibattito su finalità, obbiettivi e

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metodi distinti; scavo stratigrafico) si inserisce nel dibattito storiografico. La disciplina è intesa come raccolta di informazioni mediante sistematico recupero di testimonianze materiali della cultura postclassica (l’aggettivo “medievale” raccoglie istanza europea, culture dell’antico regime) ed essa ha come scopo la ricostruzione della storia delle società postclassiche attraverso gli aspetti materiali (derivati da attività di produzione, distribuzione e consumo connesse al processo storico) esplicitato da primi numeri della rivista Archeologia medievale. Si vede, dopo spinta iniziale, un approccio episodico al tema dei villaggi abbandonati a favore delle tematiche legate all’incastellamento. Le tecniche dello scavo stratigrafico esportate dalle campagne alla città danno vita all’archeologia urbana. È recente inoltre archeologia della produzione (legata in particolare a risorse metallurgiche + vetro e ceramica) affrontata non solo come storia delle tecnologie, ma conoscenza degli sviluppi socio – economici delle comunità preindustriali. Archeologia globale (T. Mannoni).

3. Verso una definizione disciplinare

3.1 Archeologia medievale e architettura: si parla di archeologia dell’architettura (o dell’edilizia) dai primi anni Sessanta (Mannoni) che vede come obbiettivo quello di ricostruire sequenze tipologiche delle murature medievali (decodificazione stratigrafica delle varie componenti murarie per poi costruire sequenza relativa cronologica delle tipologie murarie individuate). Importante è tener presente ruolo dell’ambiente socio-economico sul costruito, dando giusto rilievo a prospettiva sincronica. Queste ricerche proponendo una prima lettura interpretativa delle strutture murarie individuano strumenti diagnostici (stratigrafia che innesca confronto immediato con restauro architettonico) e i modelli conoscitivi (produzione e analisi socio-antropologica del costruito) che saranno alla base dell’archeologia-restauro dei monumenti. Harris propone la costruzione della sequenza stratigrafica e relativo diagramma, applicabili ad elevati di aree geografiche diverse; anche Parenti presenta una codificazione (USM) che vede necessità di adattare ai rigidi schemi codificati da Harris la specificità del costruito. Progressi portati da Brogiolo che propose realizzazione di strumenti ricognitivi finalizzati ad evidenziare immediatamente i rapporti stratigrafico-strutturali tra le varie componenti dell’edifico, necessariamente gerarchizzate (già nell’UMS): - CA (complesso architettonico) = aggregazione di più corpi fabbrica per intervento pianificato o processo spontaneo - CF (corpo di fabbrica) = unità edilizie distinguibili per caratteristiche architettoniche - PG (prospetti generali) = quattro per ogni corpo di fabbrica individuato + prospetti particolari (elementi murari interni) - UF (unità funzionali) = aggregazione di divisori che articolano interno in ambienti, definiti anche da SO (superfici orizzontali come pavimenti e soffitti) - EA (elemento architettonico) = valore prevalentemente strutturale o decorativo

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Due critiche mosse agli strumenti di analisi murarie: 1) dei geopedologi verso Harris, accusato di aver trascurato i fattori di trasformazione (es. il degrado anche per gli alzati che è forma di attività di trasformazione postdeposizionale di una superficie, esposta o meno, che può avvenire per mutamenti chimico-fisici, agenti atmosferici o antropici); 2) i dissesti statici di un edificio (differenti equilibri statici modificatisi nel tempo) non sono oggetto d’interesse. Tra primi obbiettivi dell’archeologia dell’edilizia è quello di costruire sequenze tipologiche di murature per ambiti subregionali individuazione degli indicatori cronologici (soprattutto quelli diretti) dell’edilizia storica: 1) mensiocrologia dei mattoni datazione in base alla misura: percentuale di minerali argillosi presenti nella terra variano anche nella stessa cava, temperatura non uniforme nella fornace, formazione in cassette di legno media ponderata di valori che riproduce curva gaussiana. Realizzata per Liguria e confrontata, con diminuzione di misure in altre aree geografiche. 2) cronotipologia dei mattoni sequenze date da rilevamenti di aspetti morfologici e tecnici di manufatti prodotti in serie, come aperture o architravi (dunque edificio di complessa e prolungata formazione). Elaborazione del Gabrielli di modello che prevede cronologia assoluta (indagine delle aperture di un’intera area che propongono datazioni in archi cronologici definiti, e cronologia relativa (indagine di aperture di un solo edificio e quindi informazioni sulla vicenda costruttiva in base a concordanze e discordanze tra le aperture stesse): a) individuazione degli indicatori di aperture basandosi su caratteristiche tecnico-formali; b) analisi degli indicatori rilevati (25) con particolare riferimento a direzione dei giunti negli archi acuti, posizione dei centri dei giunti in relazione alla corda, lavorazione, finitura e posa in opera, numero dei cunei…; c) eliminazione degli indicatori inutilizzabili o inaffidabili; d) integrazione di queste informazioni con indicatori estranei a cronologia relativa (macrostratigrafia, fonti archivistiche o iconografiche…). L’affinamento degli strumenti analitici, in grado di fornire seriazioni cronologiche, contribuirono a revisione dei modelli interpretativi sia per spiegare le trasformazioni documentabili sui manufatti architettonici, sia per ricostruire processi storici (culturali, sociali, economici) che stanno alla base di tali trasformazioni. Brogiolo vede nel controllo del ciclo produttivo la chiave di lettura per i modelli edilizi altomedievali edilizia degradata di epoca gota-longobarda indica basso controllo da parte di società mutata, le cui condizioni economiche innescano il riutilizzo e scarsa specializzazione artigianale (eccetto per maestranze itineranti; storia architettonica altomedievale è pendolo oscillante tra massimo e minimo grado di specializzazione). Oltre a ciclo produttivo è presupposta esistenza di “ambiente tecnico” all’interno di ogni comunità, che costituiva insieme dei saperi collettivi (es. 1 Rocca San Silvestro, LI per tecniche costruttive: si passa da muri irregolari del X dati dalle conoscenze tecniche degli abitanti, a muri regolari affidati a maestranze alloctone a fine XI e infine a muri di metà XIII in cui sapere tecnico degli abitanti è influenzato da maestranze itineranti del secolo precedente + pietre squadrate di riuso e buona calce.

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es. 2 Segesta, TP: villaggio arabo caratterizzato da estrema varietà di tecniche impiegate che presuppone la circolazione di un sapere empirico legato ad un processo costruttivo essenziale e poco specializzato soggetto a rielaborazione e trasmissione interne edifici abitativi fabbricati direttamente da singoli gruppi familiari). Nell’alto medioevo si hanno dunque tecniche edilizie poco complesse e autosufficienti derivanti da strutture sociali poco complesse (come comunità di villaggi) che vedranno evoluzione con società cittadina tardomedievale. La seconda metà degli anni Settanta vede istaurarsi rapporto tra archeologia e restauro dei monumenti (contributo di Francovich) problema del restauro viene fortemente vincolato all’approccio archeologico, anche se quest’ultimo era sentito come intervento sul sepolto (e non metodo stratigrafico anche per elevato). Problema non solo epistemologico, ma anche forti componenti politco-istituzionali: la tutela è frammentata (archeologica, architettonica, artistica)!!! Oggi si procede verso un’attenzione degli architetti verso l’archeologia rapporto architetto-archeologo.

3.2 Archeologia medievale e istituzioni: metà anni Settanta la disciplina si sta diffondendo e sente il bisogno non solo di mettere a fuoco i contenuti scientifici, ma anche definire in quali spazi istituzionali dovesse collocarsi 1) ambito accademico (formazione e ricerca): crescente interesse da parte delle università; concorso per 4 archeologi medievisti nelle Soprintendenze (1979) che dimostra che il ministero riconosceva di fatto esistenza di un patrimonio archeologico postclassico da tutelare e che, per fare ciò, ci si dovesse rivolgere a figure professionali specializzate. 2) tutela (conservazione e valorizzazione): Francovich riscontra assenza di specialisti alle Soprintendenze; necessità di spostare attenzione dall’esclusivo campo monumentale a variegato complesso di fonti; tutela anche per patrimonio minore e disperso nel territorio. L’ingresso del medioevo aveva indubbiamente portato nel novero delle discipline archeologiche ulteriore disagio per le pratiche di tutela. Problema della creazione di un albo professionale degli archeologi. I depositi postclassici non vengono più distrutti sistematicamente, ma attività di salvaguardia è ancora divisa in istituti diversi in cui spesso le finalità non coincidono Medioevo può e deve essere tutelato anche sul piano archeologico (legge del 1939 che non fornisce però strumenti efficaci per attuare una tutela preventiva). Oggi di assiste a tendenza poco incoraggiante per il medioevo, cioè la totale scomparsa di specialisti nel settore (nei bandi degli ultimi concorsi per funzionari archeologi alle Soprintendenze).

4. L’archeologia medievale in Italia: un bilancio

4.1 Archeologia medievale e storia delle città: arc. med. fa suo ingresso nelle città nei primi anni Ottanta con realizzazione delle prime carte di rischio archeologico e con estesa attività di ricerca (soprattutto al Nord che aveva visto maggior

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urbanizzazione altomedievale). L’archeologia utilizzata per storia urbana è concetto già degli anni Cinquanta (storici, Pirenne, Violante): lo spostamento da temi giuridico-istituzionali ad aspetti di natura economica fornisce opportunità per richiamo alle fonti materiali (ma si utilizza ancora solo numismatica). Momento innovativo con intervento di Bognetti in incontro di Spoleto (1958) dedicato alle città dove fornisce orientamenti specifici nella ricerca sul campo, individuando nodi problematici nello sviluppo degli abitati altomedievali: crescita discontinua dei depositi, disposizione disomogenea delle aree interne alle città, natura degli edifici abitativi, il sorgere di nuovi poli di aggregazione la ricostruzione della città, sebbene ipotetica, va configurandosi. Fine anni Sessanta ci si dedica alla topografia urbana (Fasoli per Bologna; Belli Barsali per Lucca; Cagiano de Azavedo serie di lavori in cui si occupa di configurazione urbanistica, architettonica, strutturale della città + contributi all’edilizia abitativa studiata nello sviluppo planimetrico, nei rapporti topografici e nelle caratteristiche materiali e costruttive). Nonostante ciò i riferimenti sono ancora le fonti scritte e problema è ridotto al dualismo romani – barbari.

4.1.1 Archeologia urbana e archeologia in città: la casualità degli scavi nei centri storici porta a parlare di “archeologia in città” piuttosto che arc. urbana. Con introduzione non si ha pratica diffusa dell’archeologia urbana, ma questa attività si configura all’interno di un’archeologia che restava di emergenza e salvataggio necessità di addivenire a strumenti di controllo, pianificazione e prevenzione (modello anglosassone): carte archeologiche di rischio che funzionano solo nei paesi con sistema di programmazione territoriale integrato (non essendo caso italiano, le carte restano tali e archeologia di nuovo lasciata all’emergenza e alla casualità). Grandi città: Mi, Bs, Ve, Ro.

4.1.2 Il dibattito negli ultimi quindici anni: gli scavi di Brescia e di Verona: questi scavi costituirono la base per un tentativo di modellizazione basato finalmente su base archeologica.

• Brescia (Brogiolo, 1983): indagata in due grandi scavi 1) via Alberto Mario e 2) Santa Giulia che rivelano un processo di precoce destrutturazione rilevabile nel collasso delle importazioni archeologicamente riconoscibili (ceramica) e crisi dell’edilizia; aumento degli spazi vuoti usati come orti e pascolo, crescita dei depositi urbani frutto del collasso del sistema fognario e diffuse discariche di rifiuti; configurazione frammentata ad isole.

• Verona (La Rocca, 1986): intervento nell’area del Tribunale e zone adiacenti si muove verso identificazione di elementi di continuità e persistenza (es. dei tracciati stradali) e spiegare aspetti di degrado come fattori circoscritti (crescita in verticale della città) o conseguenza di diversa disposizione dell’insediamento (dark earth) o di selezionata scelta (sepolture in città); fenomeno del riuso di materiale edilizio indica vitalità costruttiva (addensamento insediativo lungo le strade che testimonia loro funzionamento). Crisi tra VI e VII.

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Le città di cui si è studiato lo sviluppo, la struttura topografica, urbanistica ed architettonica sono quelle altomedievali.

4.1.3 Le città del centro Italia, l’esempio della Crypta Balbi e gli scavi di Napoli: • Toscana: Lucca (Belli Barsali) e Pisa grazie ad interventi d’emergenza,

Firenze, Pistoia. • Liguria: Genova (Collina di Castello) e Savona. • Roma: grandi scavi come quelli nei Fori e progetto della Crypta Balbi (1981),

noto per la novità del metodo adottato, per ampiezza area indagata, per velocità delle pubblicazioni, per qualità dei risultati promosso nell’ambito del recupero archeologico di monumenti antichi: si trattava di importare tecniche del metodo stratigrafico (finora usate solo in ambito extraurbano) all’interno di città con continuità di vita. L’area coincideva in età antica con monumento pubblico fatto erigere da Balbo nel 13 a.C. (cripta e teatro) come tramandano fonti scritte e archeologiche ben documentata è l’esedra della Crypta; importante la seriazione cronotipologica delle ceramiche rivestite bassomedievali; resti di un balneum, impianto di calcare e officine metallurgiche riferibili all’area contigua (complesso ecclesiastico); ritrovamento di grande discarica del VII (reperti ceramici, monete e sigilli plumbei, oggetti in ferro di una officina vicina). In epoca carolingia paesaggio è parcellizzato in nuclei insediativi di carattere ecclesiastico, abitativo e produttivo (presenza di pochi complessi) nel XI c’è ampliamento per favorire ricongiungimento dei vari nuclei + espansione Nord.

• Meridione: Otranto in Puglia; in Campania abbiamo scavi a Salerno e a Napoli ( secondo Paul Arthur lo sviluppo di questa città, benché di area bizantina, non si discosta da linee di tendenza osservate negli insediamenti urbani longobardi dell’Italia settentrionale: vaste aree coltivate, dark earth, scarsa incidenza della ceramica a vetrina pesante nel IX e X).

4.2 Castelli, incastellamento e storia del popolamento rurale: i castelli grazie al Romanticismo sono immagine per antonomasia del medioevo. Il Settia sostiene che l’impianto di abitati fortificati nei secoli centrali del medioevo europeo è uno di quei “fenomeni globalizzanti” che ben si prestano a ricostruzione del passato. Tre principali filoni di ricerca nella nostra penisola: 1) analisi e studio dei castelli edificati in epoca tardoantica ed altomedievale; 2) tema dell’ “incastellamento” (diffuso in Italia centrale; ricerche di Tourbet); 3) formazione dei castelli in Sicilia (islamizzata).

4.2.1 La terminologia delle fonti: fonti latine e greche della tarda antichità tramandano castrum / castellum e κάστρον /καστέλλιον ad indicare centri fortificati diversi dalle città, non solo per le proporzioni minori (derivano da terminologia militare che col tempo identificheranno anche strutture civili fortificate). Altri termini connessi: turris, partizioni dello stesso apparato difensivo.

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4.2.2 Le ricerche archeologiche sui castelli tardoantichi e del primo alto medioevo: Toubert sostiene che importanza istituzionale e numerica dei castelli sia stata esagerata da storiografia inizio secolo (caccia al castello bizantino – longobardo retrodatando talune fortificazioni a quel periodo) oppure, al contrario, atteggiamento che sminuisce il rilievo degli insediamenti fortificati sorti in alcune aree tra IV e VI. Variegata tipologia di castelli in Italia settentrionale, databili tra epoca gota e periodo longobardo.

• Ibligo – Invillino e il modello friulano: il colle Santino identificato con il castrum Ibligine ricordato da Paolo Diacono (rifugio dall’assalto degli Avari nel 610) è stato oggetto di scavo da parte dell’Università di Monaco. Nel punto più largo del colle si trova spianata adatta ad insediamento scoperte strutture e fasi insediative suddivisibili in tre periodi: 1) tra piena e tarda età imperiale (I-IV) c’è fase iniziale d’insediamento, con due-tre complessi edilizi in muratura; 2) seconda metà IV – prima metà V vede rinnovamento non delle strutture, ma della base economica (lavorazione di ferro e vetro, aumento prodotti d’importazione anche di lusso); 3) V –seconda metà del VII è fase dei rifacimenti anche di carattere strutturale: distruzione e sostituzione degli edifici precedenti con numerose case ed ambienti per attività artigianali, con nuove tecniche (alzato in legno su zoccolo di pietre a secco di forma rettangolare) + due torri periodo della presenza longobarda, ma lo scavo non ne testimonia alcuna traccia. Bierbrauer sostiene che insediamento non nasce con scopi militari né di protezione della popolazione (prime e uniche tracce di difesa solo nel terzo periodo prese dal comes Italiae). La sequenza storico – insediativa di questo castello per Bierbrauer è modello generale anche per insediamento tardoantico del Friuli e finitime zone del Trentino (Sabiona BZ, sede vescovile priva di difese). Lo scopo del Bierbrauer è mitigare militarizzazione del territorio da parte dei Longobardi, ma suo modello rischia di attribuire la realizzazione dei sistemi difensivi allo stretto ambito civile.

• Monte Barro: un insediamento della guerra greco – gotica (1986): castello tramandato da erudita tradizione milanese (insediamento militare e di rifugio). Scavo mette in luce alcune torri, grande edificio e cinta muraria + cappella di epoca tardomedievale. Sopra l’Eremo identificati tratti di fortificazione rinascimentale; sulla cima (922 m) frammenti di coppi e resti di strutture fanno ipotizzare esistenza di torre; nei pressi dell’Eremo (750 m) scoperti parti di cinta e torre con accesso; zona di insediamento collocata prima dell’Eremo nei piani di Barra dove è stato scavato grande edificio composto da tre corpi di fabbrica su due piani che davano su cortile mentre quarto lato chiuso da muro (ala ovest distrutta da collassamento terreno; ala est suddivisa in otto campate suddivise poi da framezzati lignei dove la presenza di focolari suggerisce funzione abitativa; ala nord presenta vano centrale, con scala esterna per accesso al primo piano, pavimentato con malta e pareti dipinte, mentre inferiore era cantina per derrate alimentari). Breve vita per questo insediamento (fine V – prima metà VI), abbandonato per incendio. Il Grande Edificio costituisce un unicum per Lombardia (residenza di un funzionario

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pubblico: monumentalità, ricco arredo, manufatti di certo pregio come vetri). L’abitato invece composto da serie di edifici a due piani costruiti con buona tecnica e senza materiali di reimpiego.

• I castelli bizantini della Liguria: villaggio di Filattiera (MC), riconosciuto nel κάστρονΣορεών menzionato da Giorgio Ciprio, storico del VIIsono state aperte tre aree di scavo (davanti e interno a chiesa di San Giorgio, interno alla torre) che hanno rivelato come i livelli dei due alzati più antichi siano del XI- XII (periodo signorile) il sito si è rivelato come castello di epoca feudale, ma ipotesi che esistesse in questa zona una fortificazione di età bizantina (identificata con il κάστρονΣορεών) è confermata. Dalla chiesa si è passati ad indagare l’antica pieve di S. Stefano: lunga trincea; apertura due fossati paralleli e realizzazione di aggere (sistema difensivo rudimentale). Queste fortificazioni se attribuibili ad età bizantina, non sono modello tipologico estendibile al resto della Liguria di VI – VII secolo. “Castellaro” di Zignano (SP): fase più antica, costituita da recinto con torre centrale, datata ad età bizantina. Perti (SV), castrum, sito fortificato nel ponente ligure di cui si conservano ancora due cinte murarie (un tratto est-ovest si conclude verso valle con torre con monofore di tipologia tardoromana, si apre anche porta di accesso al castello; altro tratto nord-sud costituito da due cortine rettilinee con torri rettangolari aperte). Messe in luce strutture abitative addossate a cortina muraria e numerosi reperti del VII, sorprendenti per qualità, quantità e provenienza (anfore africane e mediorientali, sigillate chiare, vetri, lucerne, manufatti d’osso) che indicano centro approvvigionato via mare dalle terre bizantine secondo diretta iniziativa pubblica. Stessa situazione nelle tipologie edilizie delle fortificazioni che richiamano a tecniche e tipologie alloctone.

• Da castrum a civitas: l’evoluzione dei castelli in età longobarda: indipendentemente da loro origine, alcuni castra tardoantichi vengono qualificati in età longobarda come civitates (Monselice, Sirmione, Garda) concentrazione di popolazione favorita dalle dimensioni + esser divenuti sedi privilegiate dell’insediamento longobardo. Elementi caratterizzanti sono elemento difensivo isolato dal resto dell’abitato, formazione di sobborghi all’esterno della cinta difensiva. Monselice (PD) è castrum di origine bizantina, occupato dai longobardi agli inizi del VII estensione dell’insediamento dalla sommità del colle ove sorgeva il castello, al pedemonte dove, accanto a fondazioni religiose, si sviluppò abitato. Stessa cosa accadde per Castelseprio (VA)dove i dati archeologici mostrano addensarsi di case nel castrum e, successivamente, ampliamento dell’abitato anche all’esterno. Si delinea nuova classe di potere che si autorappresenta fondando, ad esempio, chiese (S. Maria foris portas, datata da analisi termoluminescenza a fine VIII - inizio IX). Il fenomeno dei castra – civitates originato nel periodo longobardo venne riassorbito nell’età carolingia dal riemergere, nella centralità insediativa, delle città di antica formazione.

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4.2.3 L’incastellamento dell’Italia centrale e il problema della rioccupazione delle alture: è del ’73 il volume di Tourbet dedicato all’analisi delle strutture del Lazio meridionale e della Sabina, in cui propose originale interpretazione su fenomeno dell’incastellamento (sottoposto poi al vaglio critico dalla ricerca storiografica) visto come frutto di controllo razionale della crescita demografica da parte della signoria fondiaria: i castelli come strumento per ricostruzione degli assetti fondiari. L’incastellamento toubertiano presenta caratteristiche essenziali: - i castelli occupano siti nuovi - i castelli fanno scomparire l’abitato sparso, divenendo luoghi egemoni di ripartizioni territoriali - nei nuovi centri si sviluppa “urbanesimo paesano” caratterizzato dall’edilizia in pietra e crescita demografica Questo modello fu criticato in quanto indagini produssero esiti diversi non solo tra macroregioni (area padana), ma anche all’interno di aree geografiche più ristrette incastellamento (X- XII) quindi non solo accentramento di insediamento, ma anche territorializzazione giuridica e riorganizzazione dell’habitat. Il modello toubertiano messo in discussione soprattutto su piano archeologico (Francovich, Wickham): in alcune zone si vede accentramento dell’habitat già nel VII-VIII secolo dove si vede la rioccupazione dei siti di altura e la parte sommitale dei rilievi

• Scarlino e Montarrenti: il modello “toubertiano” a confronto: negli anni Sessanta Elio Conti attraverso studio analitico di fonti scritte, topografiche e toponomastiche aveva identificato nella formazione del castello il lento processo di sviluppo dell’azienda fondiaria medievale (curtis). - Scarlino (GR): significativo esempio di insediamento fortificato il cui nucleo costitutivo è formato da curtis (come si rileva da documentazione scritta e archeologica) insediamento stabile in età altomedievale (edifici in legno e chiesa). Strutture difensive tra tardo X e XII processo di incastellamento avviene nell’ambito di villaggio già esistente. Documenta precoce rioccupazione della sommità ed è esempio, sul modello contiano, di curtis trasformata in castrum. - Montarrenti (SI): caso analogo a Scarlino; ristrutturazione medievale del sito caratterizzata da forte gerarchizzazione degli spazi (parte signorile in alto; villaggio in basso disposto a ferro di cavallo). In questo caso si è meno certi che il nucleo generatore del futuro castello sia stato una curtis (come per Scarlino).

• Un castello minerario: Rocca San Silvestro (LI): villaggio che costituisce esempio più vicino a modello “toubertiano” (sviluppo infatti nel X-XI) e anche esempio di castello signorile fondato per sfruttamento minerario e attività metallurgica (indagare attività produttiva della comunità rurale). È un insediamento fortificato abbandonato: il villaggio è circondato dalla cortina muraria, ancora ben conservata; sul lato meridionale della cinta si apriva porta da cui si dipartiva strada principale che, costeggiata da case, portava alla cappella. Gerarchizzazione distributiva: sulla sommità sorgeva il cassero

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(modesta torre di guardia e piccolo recinto in muratura) e residenza signorile con grande cisterna d’acqua (+ spazi aperti ed edifici abitativi del personale); al di sotto si ergeva la cappella (edificio ad aula unica, di forma trapezoidale con abside semicircolare; tetto a capriate a doppio spiovente; due porte; luce garantita da croce lucifera in facciata e due strette monofore, una nel catino e l’altra su parete dx) con antistante cimitero circondato da recinto in pietra (200 individui senza cassa + due tombe in muratura lungo facciata della chiesa con diverse inumazioni, forse della famiglia signorile parti metalliche del vestiario indica usanza di seppellire morti con proprio abbigliamento). Intorno all’area sommitale si sviluppava il borgo, il vero e proprio villaggio dislocato lungo via principale (sorgono ventina di case a uno o due piani, costruiti in pietra e con tetti a doppio spiovente provvisti di travature in legno); la viabilità minore sviluppata tra casa e casa mediante viottoli. Fuori da cinta è stato identificato un forno per la produzione del vetro. Altra area produttiva per fusione del rame e del piombo e per forgia ubicata nel castello (incerto Francovich se intero ciclo produttivo fosse svolto all’interno del castello oppure se ci fosse esportazione verso zecche)  tutti luoghi di dipendenza signorile (Della Gherardesca cui si deve incastellamento; visdomini Della Rocca nel XII che trasformano anche nell’edilizia). Il sito vede lo spopolamento nel XIII: interesse signorile rivolto a miniere sarde, crisi, arretratezza tecnologica. - Rocchette Pannocchieschi (GR): insediamento meno esteso rispetto al precedente ma analoga gerarchia; il villaggio è probabilmente espressione di processo d’incastellamento voluto dai signori Pannocchieschi.

4.2.4 I castelli della Sicilia: in seguito a studio di città antiche (Entella, Segesta, Monte Jato) questi insediamenti abbandonati in epoca tardo romana sono ripopolati nel XII o in qualche caso prima. - Rocca di Entella (PA): individuate tracce di abitato e di necropoli islamica; sorge imponente complesso architettonico quadrangolare organizzato su due piani, con torrione d’accesso, due cortili successivi, una cisterna (inizialmente scopo difensivo poi trasformato in zona residenziale come testimonia hammam). Al centro, con Monte Jato, delle rivolte antifedericiane. - Monte Jato (PA): esplorato da missione svizzera per fasi classiche da cui sono emersi però anche cospicui resti dell’abitato islamico (case organizzate intorno a cortile secondo edilizia musulmana; edifici in pietra coperti con tegole e pavimenti in terra battuta). Insediamento fortificato abbandonato verso metà del XIII secolo. - Segesta (TP): abitato medievale abbandonato nel VI e rioccupato agli inizi del XI quando comunità musulmana costruisce villaggio e piccola moschea; successiva è costruzione di chiesa e dimora nella parte alta da parte di feudatario cristiano rivitalizzazione dell’abitato (popolazione mista di cristiani e musulmani) e realizzazione di complesso fortificato. Abbandonato verso metà del Duecento e non più rioccupato.

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Castelli tutti ubicati nell’area occidentale dell’isola vedono rilevanza politica inizio XIII. Accentramento su alture (avviato già dal X) si diffonde nella seconda metà del XII (clima di insicurezza durante regno di Federico II).

4.3 Archeologia e storia della mentalità: le necropoli: archeologia delle sepolture praticata principalmente in rapporto alla presenza o assenza di corredo (tendendo questo a scomparire dalla tarda età imperiale l’interesse per necropoli scema) attenzione torna a farsi vigile con presenza di corredi o sepolture abbigliate, talvolta con ricchi manufatti, per l’età gota e longobarda. Interesse esclusivo per corredo (una delle componenti del costume funerario) spinge ai margini lo studio dei cimiteri posteriori al VII: poche solo le necropoli di epoca gota e longobarda scavate integralmente, ancora meno quelle medievali e postmedievali. La prassi di seppellire intorno agli edifici di culto (dal VII) ha comportato, con restauro degli edifici, la distruzione sistematica dei cimiteri. Le necropoli si presentano come aree ad alta densità di inumazioni dove più recenti tagliano le più antiche e difficoltà nel riconoscerne i limiti (se assente cassa in muratura). Necessità di affiancare archeologi ed antropologi (per lettura in situ dei resti scheletrici) è via obbligata.

4.3.1 Ad sanctos apud ecclesiam: la trasformazione tra tardoantico e alto medioevo: i Romani seppellivano fuori dall’abitato e rispettavano la singolarità dell’inumazione (contrassegnati da segnacoli o stele funerarie). Con affermazione della religione cristiana si formano appositi nuclei cimiteriali extraurbani legati e cresciuti spesso intorno a tombe di martiri o santi venerati (sepolture ad sanctos) che favoriscono il sorgere di luoghi di culto i corredi e inumazione abbigliata scompare o si semplifica; decisiva è la posizione della sepoltura (gerarchizzazione della morte e differenziazioni sociali) insieme a trattamento dei corpi (imbalsamazione), presenza del vestito, struttura tombale, materiali costruttivi particolari, eventuali decorazioni. [In alcune aree si assiste alla continuità delle pratiche del pasto funebre post mortem come nella penisola iberica, Africa e Sardegna prevedono strutture sopra e intorno alla tomba]. Sempre tra IV e VII vediamo anche il fenomeno delle tombe in città incentivato dal sorgere delle chiese episcopali + nella fasi tardoantiche e del primo altomedioevo, in città sono frequenti piccoli cimiteri o tombe isolate (es. Bs nella curtis regia) ciò testimonia una certa vitalità insediativa nelle aree in cui sono impiantate.

4.3.2 Le influenze culturali alloctone: arrivo delle popolazioni barbariche (Goti e poi Longobardi) segna cambiamenti nel costume funerario: adozione della sepoltura abbigliata e del corredo. Lettura archeologica orientata soprattutto all’analisi dei manufatti ma che non possono essere considerati di per sé indice di eticità. Importante è il collegamento tra qualità del corredo e status sociale: bisogna anche tenere presente che oggetti sono componenti simboliche per indicare esempio sesso, età, condizioni e luogo in cui morte è avvenuta (scopribile non solo attraverso abbigliamento, posizione, oggetti, ma anche da cura prestata nel rituale di

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seppellimento, costruzione sepoltura e trattamento corpo). Necessità di dare un taglio etno-antropologico (come quello di Jørgesen nello studio di Nocera Umbra e Castel Trosino). Anomalia delle sepolture gote e longobarde è stato fenomeno di non lunga durata (normalizzazione ecclesiastica) e difforme a seconda dell’area geografica i modelli funerari si modificano precocemente.

4.3.3 Verso la formazione dei cimiteri medievali: con VII Chiesa normalizza principi di sepoltura esercitando giurisdizione e privilegio (cimiteri presso edifici ecclesiastici, in particolar modo le pievi, urbane e rurali, dipendenti dall’autorità vescovile che esercita diritto di sepoltura. Dall’età carolingia le pievi assumeranno monopolio delle deposizioni funebri). Nascono cimiteri dentro e intorno alle chiese plebane: le tombe sono semplici fosse scavate (inumati talvolta all’interno di bare lignee, non più abbigliati e senza corredo) si accentua sia fenomeno della perdita dell’identità della sepoltura (segnacoli sub divo deperibili, iscrizioni quasi assenti) sia orientamento canonico. La densità delle inumazioni segnala area piuttosto limitata (corpi precedenti intercettati e rimossi). Non mancano tuttavia sepolture con cassa costruita (in pietra o laterizi) oppure scavate nella roccia; utilizzo di sarcofagi antichi di reimpiego o sepoltura abbigliata per alti ranghi sociali oppure costruzione di cappelle private. L’uso del defunto abbigliato torna a farsi comune nel tardo medioevo (XIII secolo aumentano elementi dell’abbigliamento segnalati), insieme ad oggetti di carattere devozionale (conchiglie pecten e ampolle da pellegrino per chi era stato a San Giacomo di Compostella; monete come obolo Carontis). L’apparire degli Ordini mendicanti comportò a mutamento di utilizzo dei cimiteri cittadini: le sedi messe a disposizione dai vari Ordini attrassero i ceti cittadini emergenti (spazi interni e intorno ad edifici di culto). 4.4 I grandi complessi monastici: i monasteri nel medioevo hanno rappresentato centri di cultura e di potere, nuclei generatori e formatori dell’abitato. Nell’architettura monastica il medioevo vede uno dei suoi più alti momenti creativi (sebbene restano soltanto tardive testimonianze, riferiti più ai beni patrimoniali del cenobio piuttosto che alla configurazione architettonica e planimetrica).

4.4.1 San Salvatore a Brescia: fondato da duca Desiderio nel 753 per concessione di Astolfo di area appartenente al fisco regio. 1) Panazza (1958) lavora sull’interno della chiesa e su corpi di fabbrica adiacenti: vengono alla luce i resti di domus romana; 2) scavo di emergenza nell’area dell’Ortaglia che mise in luce resti di altra domus, fornace per calce altomedievale e sepolture con corredo (VI-VII); 3) Brogiolo (1980): circa il 40% del complesso monastico altomedievale viene sottoposto ad indagine archeologica. L’area che ospiterà edifici monastici costituiva in epoca romana un’unica insula occupata da unica grande domus (ricca abitazione a due piani, pavimenti in mosaico e decorazioni parietali) trasformazione nella tarda antichità (semplici battuti sui pavimenti, tramezzature lignee per frazionarla in più nuclei famigliari) + incendio (metà VI) nuove abitazioni sorgono sopra i depositi di incendio, spesso sulle

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livellazioni delle macerie: 1) case con zoccolo in muratura spesso delimitate da muri dell’edificio romano; 2) due capanne seminterrate completamente in legno con pozzetti (ripostiglio) e recinto aperti (analogie con costruzioni dell’Europa centrale) + sepolture infantili a cassa; 3) capanna in legno con zoccolo in muratura a secco + ripristino della strada realizzata con acciottolato (frammenti di laterizi irregolari) + numerose sepolture  questi edifici separati da spazi vuoti si inseriscono nel reticolo urbanistico d’impianto antico. L’abbondante presenza di ceramica di tipo “longobardo” permette datazione al VII dei resti di queste strutture, connesse alla curtis regia all’interno della quale vivevano persone di diversa condizione sociale ed etnia. Le tracce di attività artigianali riconducibile a due fornaci scavate nell’area del Capitolium bresciano. Lo sviluppo architettonico: insula  edificio di culto a T (seconda metà VII) [confronto con tre corpi di fabbrica e pozzo-cisterna]  chiesa a tre navate di San Salvatore (753. ricca di decorazioni in stucco e di affreschi; area cimiteriale del monastero nel chiostro centrale, senza corredo; ipocausto maestranze specializzare itineranti). Problematica resta interpretazione del nucleo chiesa + edificio residenziale prima della realizzazione del monastero: questi edifici probabilmente avevano funzione civile (periodo turbolento di rivolte da parte dei nobili bresciani).

4.4.2 San Vincenzo al Volturno: il cenobio sorge ad Isernia (Molise), fondato da tre monaci a fine VII – inizio VIII in luogo selvaggio e boscoso ripristinano una chiesa e un oratorio già esistenti (santuario di epoca sannita del IV a.C. e villa tardoromana con due chiese con funzione cimiteriale una trasformata nella chiesa di San Vincenzo Maggiore; resti di torre usati come cimitero). San Vincenzo nasce da iniziativa privata per il controllo di importanti aree di confine. Scenario di scontro tra monaci fedeli al duca di Benevento e quelli favorevoli ai nuovi dominatori d’oltralpe franchizzazione del monastero = massimo splendore con abate Giosuè che erige grande chiesa (edificata su grande podio, triabsidata, atrio il modello è S. Pietro di Roma. Centro del nuovo monastero: officine di vetro e metalli preziosi) e, grazie a continue donazioni, c’è ampliamento del monastero e costruzione di 4 chiese (trasformazioni: trasferimento del centro del cenobio ai margine dell’antico insediamento. San Vincenzo Minore trasformato in aula a due piani) lento declino a metà IX che termina con distruzione dei Saraceni nel 881 ritorno dei monaci nel X per riorganizzazione di terre e cenobio in seguito a disordini locali nel XI si costruì monastero più in basso, in zona difendibile. Intervento archeologico della Scuola Britannica di Roma in quello che è stato nella prima metà del IX uno dei monasteri più importanti d’Europa.

4.5 Archeologia delle chiese: da molto l’edilizia ecclesiastica, soprattutto delle origini, è oggetto di studio e di analisi da parte degli archeologi primo approccio per capire come si fosse organizzato cristianesimo nella fase iniziale, studio della struttura, degli arredi liturgici, dei pavimenti musivi e delle pitture. Intervento

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dell’arc. med. dovuto a minaccia di alcune strutture ecclesiastiche. Brogiolo si è chiesto quali potenzialità offrissero le stratificazioni degli edifici di culto le informazioni derivabili da edificio di culto sono essenzialmente quattro:

1. sequenza architettonica: rilevabile sia attraverso scavo stratigrafico sia mediante lo studio delle murature superstiti. Ciò permette di costruire la cronologia delle fasi strutturali. La sequenza architettonica può essere usata nella storia dell’architettura religiosa, delle tecniche costruttive di determinato territorio e delle variazioni nella liturgia.

2. sequenza delle sepolture: a partire dal VIII diventa quasi esclusiva la sepoltura presso edifici ecclesiastici studio del costume funerario delle popolazioni medievali, documentazione dello spazio e relativa gerarchizzazione, identità delle tipologie sepolcrali.

3. sequenza dei materiali: lo scavo nelle chiese risulta impegno difficoltoso (chiese sono tenute pulite, pochi reperti se non quelli connessi a liturgia o ad arredo) materiali rivenuti possono provenire da rialzamenti delle quote d’uso. Esigenza di tenere presente anche il ritrovamento di monete.

4. sequenza dell’insediamento (se presente): rapporto tra edificio di culto e insediamento non è una coincidenza (chiese rurali molto lontane da villaggi). Chiese possono sorgere su precedenti insediamenti (se verificabile la consequenzialità cronologica il problema della chiesa può essere esteso alle altre strutture) o viceversa (insediamento si sviluppo intorno a chiesa con edifici abitativi connessi o come attività artigianali che producono oggetti liturgici, come campane).

L’applicazione delle metodologie archeologiche nello scavo di edifici di culto resta una strada obbligata (anche se l’archeologia delle chiese risente troppo di una ricerca casuale e parcellizzata e, inoltre, poche pubblicazioni).

4.5.1 San Michele di Trino (VC): esempio di trasformazione di sito romano in insediamento fortificato e poi sede plebana (esistenza di chiesa battesimale attestata da elenco più antico delle chiese vercellesi). Nel 1980 l’interno viene scavato integralmente mettendo in luce complessa stratificazione (fasi più antiche risalenti a tarda romanità): area interessata da necropoli, chiesa ricostruita per due volte (nel X- XI e nel XII con progressiva diminuzione delle inumazioni). All’esterno le indagini hanno rivelato esteso insediamento fortificato, nucleo generatore del complesso ecclesiastico, probabilmente originariamente era una mansio (= stazione di posta lungo importante percorso viario, funzionante ancora in epoca tardoantica V-VI), circondata da recinto in funzione fino al XIII. Tra VII e VIII area occupata da abitato composto da edifici orientati con alzato ligneo e fondazione di ciottoli distruzione tra X e XI riprende vigore: attività metallurgica, produzione del vetro, allevamento e smercio della carne, concia delle pelli e lavorazione del corno e dell’osso (tutto controllato dal potere signorile).

4.5.2 Santa Maria foris portas: edificio di culto famoso per sue pitture, che sorge poco distante da castrum altomedievale di Castelseprio. In scavi degli anni Ottanta

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furono indagati quasi completamento sia interno (pavimentazione in opus sectile di cruste bianche e nere, triangolari, rettangolari e esagonali collocate su malta cimentizia poggiante a sua volta su vespaio di laterizi) sia la parte circostante rinvenuti pochissimi reperti (ceramica grezza e pietra ollare) per datazione si è ricorso ad analisi alla termoluminescenza e C14: età carolingia in cui venne commissionato l’edificio da membro della famiglia dei Leonini periodo in cui alte gerarchie della nobiltà si autorappresentano con consolidamento patrimoniale ed edificazione di cappelle private (tra le tombe scoperta una in muratura contenete cassa lignea e indumento decorato di filo d’oro). Fossato di difesa in prossimità della chiesa.

4.5.3 San Lorenzo di Altavilla Silentina (SA): esempio di edificio di culto, costruito su area non precedentemente insediata, connesso con insediamento di carattere sparso. Vicende indagate con scavo fine anni Settanta hanno ricostruito storia architettonica dell’edificio, i cambiamenti di natura liturgica, utilizzo come cimitero, rifunzionalizzazione nel XI dopo abbandono. Originariamente complesso di due chiese (una battesimale: vasca battesimale con scarico a dispersione), ambiente porticato e cimitero (sepolture orientate canonicamente, provviste di corredo o oggetti di abbigliamento). Prima costruzione di fine VI rimase in funzione per i due secoli successivi. Per archeologi edificio ecclesiastico abbandonato già in età altomedievale e rioccupato nel XI con sfruttamento agricolo delle zone limitrofe (grosse buche circolari piene di rifiuti che inizialmente fungevano da raccolta di prodotti agricoli, forse grano), costruzione di strutture murarie per ricovero di animali o per proteggere il raccolto.

4.6 Archeologia dell’edilizia residenziale e delle strutture abitative: lo studio di questa tematica è lontano da sintesi, causa le diversificazioni regionali e le variazioni nel corso dei secoli. Le città attuali hanno spesso patina medievale, frutto di rivisitazione ottocentesca l’incidenza del sopravvissuto è in molti casi elevata, mentre la documentazione archeologica per l’altomedioevo è modesta (solo casi eccezionali di case conservate in elevato; informazione solo di edifici legati a complesso monastico o dell’èlite aristocratica; edilizia rurale quasi sconosciuta). Due periodi per il fenomeno: 1) età altomedievale (VI – IX sec.) che vede dissoluzione di diffusa edilizia residenziale a livello medio-alto (III-VI sec.); 2) età medievale (post X sec.) in cui si assiste in tutta la penisola a ripresa del costruito in materiale nuovo e difficilmente deperibile (mattone e pietra). Nell’analisi dell’edilizia dei secoli centrali del med. si discutono 3 aspetti: 1) tipologia delle strutture: edilizia residenziale a sviluppo estensivo (prima fase imperiale; Nord) viene abbandonata dal III secolo in cui si hanno strutture abitative più modeste, più povere per impiego di materiali e meno complesse si parla di possibile influenza esterna (“capanna barbarica” del Pigorini), come ad esempio alcune capanne rinvenute a Castelseprio databili al periodo longobardo. Nel Settanta vengono scavate due case altomedievali nel Foro di Luni (SP) di modeste dimensioni (monovano) e con intelaiatura di pali lignei verticali (pavimentazione in terra

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battuta): l’analisi con C14 data le abitazioni nel periodo antecedente le conquiste longobarde di Rotari (metà VII), quando Luni era sotto dominazione bizantina influenza germanica non può essere rivendicata è tradizione povera di aree periferiche e rurali, riemersa in epoca postromana. Nello scavo di San Salvatore (BS) Brogiolo individua abitazione simili al tipo gepidico (grubenhaus) diffuso nell’Europa altomedievale.  siamo ben lontani da costruire modelli!!! 2) materia prima impiegata: recenti ricerche hanno dimostrato come materie usate nell’altomedioevo (legno, argille, frasche…) fossero le stesse usate in epoca romana e non solo in ambito rurale (anche tecnica del pisé) come testimoniano anche indirettamente alcuni documenti. Anche edilizia completamente in legno con travi orizzontali poggianti direttamente su terreno non è sconosciuta prima del medioevo (abitazioni etrusche). Le strutture sono rettangolari la cui intelaiatura poggiava su travi orizzontali poste o sul terreno o in cavità scavate: questo tipo di edilizia, tra i più diffusi, si trova anche in ambito urbano (sia in città di nuova fondazione sia di continuità di vita). Es. Ferrara e Fidenza.  nelle tecnologie edilizie si dimostra elevata specializzazione medievale nella lavorazione del legno. 3) forme del riuso (IV-V e VII): il recupero di materiale edilizio per essere impiegato in opere di muratura (fenomeno noto e diffuso con valenze ideologiche; produzione laterizia ridotta nel medioevo, solo per tegole da copertura; recupero anche di altri materiali: es. mura in selenite di Bologna; case e strutture pubbliche romane costituirono cave inesauribili) oppure il riadattamento di edifici più antichi per ricavare strutture abitative (uso di pietre e mattoni circoscritto a pochi edifici, prevalentemente ecclesiastici; recupero di antichi ruderi per ricavarne edifici attraverso processi di disgregazione parcellizzazione tramite tramezzi lignei risalenti ad epoca tardoantica). In alcuni casi si assiste a recupero monumentale di edifici abitativi di lusso. Ripresa dell’edilizia residenziale prevalentemente in pietra / mattone è del X secolo in ambito urbano e poi diffusa in contesti rurali (eccezioni geografiche: pianura padana vede ancora impiego di tecniche del legno): centro Italia vede impiego di edilizia in pietra a partire dal X-XI per villaggi rurali fortificati periodo in cui si diffondono nuovi modelli edilizi come torri e casetorri. L’edilizia civile della città toscana (Pisa) potrebbe considerarsi una proposta di tipologizzazione.

4.7 Archeologia della produzione e dei manufatti: fare archeologia della produzione non significa occuparsi solo di storia delle tecniche, ma studiare anche meccanismi sociali ed economici all’interno del quale il ciclo produttivo si inserisce. Ultimi anni interessati a estrazione mineraria e attività metallurgica (archeometallurgia). Si indagano di conseguenza anche gli impianti per fabbricazione (laterizi e calce), le strutture per realizzazione dei materiali deperibili (cuoio e tessuti), filatoi, concerie.

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4.7.1 La ceramica: indistruttibilità dei cocci. Lo studio delle ceramiche non solo per rilevare economie antiche o valutare rapporti commerciali, ma anche per stabilire datazioni, gradi di tecnologia e status socio-economico.

• Le sequenze subregionali: dopo Whitehouse e Mannoni, nessun lavoro che delinea storia della ceramica in ambite regionali. NORD: sintesi parziale del ’84 (Brogiolo, Gelichi) su trasformazioni tipologiche tra VI e XIII adozione dopo tarda antichità di alcune classi: invetriate. CENTRO: nel VIII-XI sono documentate ceramica grezza, produzioni invetriate, depurate dipinte di rosso. Dell’VIII sono anche anfore africane in associazione a ceramica nuda depurata di produzione locale. SUD: forte continuità con produzione di epoca romana. Inizio VI vede decorazioni parziali sulle ceramiche verniciate che sostituiscono il rivestimento totale (minore standardizzazione legata anche al minor numero di botteghe artigianali). Inizio IX si vede maggior ricchezza decorativa e migliori tecniche di rifinitura (anche per recipienti domestici) sviluppo connesso al rinnovamento di epoca carolingia (introduzione invetriatura) che vede però a fine secolo standardizzazione (riduzione forme, impasto migliore, pareti sottili). Minor decorazione controbilanciata da incremento produttivo. Caso a parte per ceramica longobarda, fenomeno circoscritto temporalmente (VI-VII sec.) e geograficamente (Nord della penisola): von Hessen scrive monografia (1968) cottura in ambiente riducente, pareti sottili, lucidate quasi sempre a stralucido e decorate sia a punzonatura sia ad incisione; botteghe nel territorio bresciano (2 fornaci a impianto verticale del Capitolium) e nell’area vicino a Torino; uso funerario. Diffusione e caratterizzazioni subregionali sono sufficientemente noti (dubbi su fase iniziale di produzione): ceramiche sia invetriate sia smaltate a tre colori (rosso, verde, bruno); problema su prime produzioni invetriate in doppia cottura con decorazioni policrome del Meridione (Spiral Ware); contributo di Whitehouse sul problema delle cronologie che data prime smaltate rinascimentali italiane. Oggi la ricerca indaga su caratteristiche tipologiche e scansione cronologica delle ingobbiate venete.

• La ceramica a vetrina pesante: è una ceramica caratterizzata da una spessa invetriatura piombifera in una sola cottura: es. la Forum Ware (collocata in epoca altomedievale). La CVP compare in epoca tardoantica, dopo il III come emerge da contesti al nord (dal IV, per quanto presente nella penisola, si sviluppa soprattutto a settentrione surrogato delle sigillate chiare da mensa, raramente importate): c’è uno iato tra importazione da Asia Minore e produzione locale. A Roma la CVP, non prodotta dopo VI, torna presente verso l’VIII: i tipi più antichi, in forme chiuse, caratterizzati da spessa vetrina uniforme solo all’esterno (verde, giallo-marrone) e decorazioni applicate (es. pasticche, pinoli…) o incise reintroduzione di tecniche in ambito romano attraverso la mediazione bizantina. Nella produzione romana si vede poi progressiva semplificazione degli elementi decorativi e riduzione della vetrina = CVS (ceramica a vetrina sparsa). A Nord la CVP sembra diffusa dal IX solo nella fascia orientale: produzione a

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Ravenna; rinvenimento di CVP e CVS a Venezia e Ferrara; boccali di CVS allo stato frammentario da villaggio bolognese. Per quanto CVP e CVS sono unico tipo di ceramica con vetrina al piombo fabbricata e diffusa nell’altomedioevo in quasi tutta la penisola, solo i tipi romani sono al momento ben noti e studiati.

• Gli aspetti della produzione: conoscenza ancora limitata, infatti nessuna bottega artigiana o complesso produttivo è stato indagato nella penisola (fornaci scavate e studiate sono poche unità) quindi l’organizzazione delle botteghe nota grazie a documentazione scritta che riporta però, non essendo anteriore al XII, la fase evoluta di produzione in cui trasformazioni tecnologiche erano già compiute: documenti riportano una conduzione familiare, con pochi lavoranti, strutturate in pochi ambienti, spesso connesse all’abitazione (solo verso fine XV compaiono complessi produttivi più articolati). Fornaci più antiche rinvenute sono quelle di Bs (VII sec.); stesso periodo per quelle di Otranto (ceramica comune e anfore); come villaggio abruzzese in provincia di Pescara; altro impianto di fine IX scavato in provincia di Viterbo (ceramica senza rivestimento depurata prodotta in un insediamento aperto, con edifici di culto e battistero, annesso probabilmente alla domusculta papale di Capracorum); fornace del XI individuata negli scavi di San Vincenzo al Volturno (camera circolare, d =1 m, tegole, unico condotto, usata due volte); altre fornaci identificate e scavate in Sicilia.

• Il problema delle trasmissioni tecnologiche nel tardo medioevo: problema per quanto riguarda i modi attraverso i quali si giunse a produrre maiolica nella penisola. Alcune ceramiche smaltate in Siria – Palestina e a Corinto associate a maioliche prodotti nel sud Italia: Waagè sosteneva che le ceramiche medio orientali erano prototipi per prime maioliche italiane Ballardini classifica le ceramiche rivenute come prodotti italiani importati nei siti crociati) nel ’67 finalmente Whitehouse chiarì che queste maioliche erano state fabbricate nel sud Italia. Esse erano decorate con più di due colori (verde, bruno, giallo, rosso e blu), contrariamente a come si usava al centro-nord (verde e bruno + blu dal XIV) ceramiche smaltate policrome del sud del XIII = PROTOMAIOLICHE - ceramica smaltata a due colori del nord = MAIOLICA ARCAICA  quale relazione? Blake ipotizzò un’origine comune e diversificazione. Whitehouse supponeva l’introduzione della “maiolica arcaica” dall’esterno (attraverso porti tirrenici, come Pisa), quindi un’origine poligenetica per i due tipi: protomaiolica sviluppata nel Duecento al Sud influenzata da ceramiche nord africane; “maiolica arcaica” fabbricata al Nord verso metà XI avendo diversi prototipi (Pavia). Altra interpretazione capisce che problema deve essere affrontato globalmente e non per singola classe di ceramica (come maioliche) + non trascurare la componente tecnologica + impatto che tecniche avevano scaturito sugli apparati produttivi. Recenti scoperte hanno permesso conoscenza di aspetti ulteriori sulle fasi produttive iniziali delle ceramiche rivestite del Nord Italia:

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