Esame di linguistica - Introduzione alla sociolinguistica, Cardona, Schemi riassuntivi di Linguistica Generale. Università degli Studi di Milano-Bicocca
karin_03
karin_03
Questo è un documento Store
messo in vendita da karin_03
e scaricabile solo a pagamento

Esame di linguistica - Introduzione alla sociolinguistica, Cardona, Schemi riassuntivi di Linguistica Generale. Università degli Studi di Milano-Bicocca

34 pagine
544Numero di visite
Descrizione
Appunti rielaborati dell'esame di linguistica. Testo di riferimento del corso: Introduzione alla sociolinguistica di Cardona Giorgio R.
9.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente karin_03: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima3 pagine / 34
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 34 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 34 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 34 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 34 totali
Scarica il documento

Introduzione alla sociolinguistica

Prima parte

Studio dei sistemi linguistici inteso come “sociolinguistica in senso stretto”, che  analizza le relazioni tra lingua e società allo scopo di comprendere la struttura  della lingua.  Nasce   negli   anni   ’60   come   tentativo   di   trovare   nuove   soluzioni   al   problema  dell’inserimento del mutamento linguistico nella comunità. Vi era riuscita solo la  dialettologia,   tra   ‘800   e   ‘900,   orientata   verso   l’analisi   dei   comportamenti  concreti linguistici delle comunità di parlanti.  _Negli anni ’70 Labov pubblica il saggio sulla centralizzazione di /ai/ e /au/ a  Martha’s Vineyard, un’isola di dimensioni ridotte situata a breve distanza dalle  coste   del   Massachussetts.   La   sua   ricerca   si   propone   di   cogliere   gli   aspetti  dinamici del sistema, invece che descrivere le caratteristiche “statiche”; cerca  inoltre di individuare ed esplicitare le correlazioni esistenti tra le variabili  linguistiche e quelle extralinguistiche. Nello stesso periodo Weinreich lavorava ai  Fondamenti empirici per una teoria del mutamento linguistico, saggio in cui vengono  disegnate le linee fondamentali del programma di ricerca della sociolinguistica nel  settore del mutamento linguistico, individuando alcune questioni importanti come il  problema dell’attuazione.  _James e Lesley Milroy   cercano di trovare risposte al problema dell’attuazione  verificando il potenziale del concetto di rete sociale. Il suo inserimento tra le  variabili   extralinguistiche   che   intervengono   sul   comportamento   linguistico   dei  parlanti determina un passo fondamentale nella comprensione delle dinamiche di  diffusione dell’innovazione. La scelta di una particolare variante viene ricondotta  al “senso di appartenenza” che lega il parlante al gruppo dei suoi interlocutori  abituali. La comparsa di varianti innovative per ciascuna variabile si correla  significativamente con il grado di inserimento dei singoli parlanti nelle reti  sociali locali. Vengono elaborati inoltre due ipotesi sul problema dell’attuazione:

• Le   innovazioni   penetrano   in   un   gruppo   per   mezzo   dei   parlanti   e   si  diffondono a seguito dell’azione da parte dei parlanti “centrali”;

• Il mutamento si avvia in corrispondenza all’allentarsi delle reti sociali  che legano i parlanti e con l’aumentare dei legami deboli. I dati a sostegno delle  ipotesi sono reperiti su due livelli complementari: microlivello dell’osservazione  sincronica di una varietà locale e macrolivello dell’evoluzione storica di interi  sistemi linguistici.  Fondamentale   rilevanza   della   dimensione   sociale   per   la   teoria   del   mutamento  linguistico.  Motivazione sociale di un mutamento fonetico­Labov.  Osservazione diretta di un mutamento fonetico nell’ambito della vita della comunità  nella quale si origina. Esso consiste in uno spostamento della posizione fonetica  dei primi elementi dei dittonghi /ai/ e /au/nella comunità di  Martha’s Vineyard.  Studiando frequenza e distribuzione delle varianti fonetiche nelle diverse aree,  fasce d’età…è possibile ricostruire la storia del mutamento.  Spiegazione del mutamento problematica:  Storia dei dittonghi centralizzati

Nell’inglese dei secoli XVI­XVII il primo elemento del dittongo /ai/ era una vocale  centrale media, e continuò ad essere così fino al XIX secolo. L’abbassamento di  /au/ si è verificato prima di quello di /ai/ . 

Studio di /ai/ e /au/  I residenti abituali realizzano prevalentemente un alto tasso di centralizzazione  di /ai/ e /au/. Per studiare questo tratto si è progettato un sistema di intervista  che   fornisse   diversi   esempi   nel   parlato   spontaneo,   in   quello   emotivamente  connotato, in quello sorvegliato e nello stile di lettura.  1. Questionario   lessicale   redatto   sulla   base   dei   marcatori   regionali   più  significativi sulla base delle carte del LANE, 2. Domande circa giudizi di valore volte a scoprire l’orientamento sociale  dell’informatore, in modo tale da ottenere risposte contenenti forme con /ai/ e  /au/, 3. Brano di lettura sottoposto agli informatori con il pretesto di verificare  la capacità di leggere una storia con naturalezza.  Sono state inoltre effettuate osservazioni nell’ambito di una grande quantità di  situazioni   occasionali.   Le   informazioni   sono   state   raccolte   nel   corso   di   69  interviste a parlanti nativi dell’isola in tre periodi differenti.  Rappresentano   poco   più   dell’1%   della   popolazione   e   costituiscono   un   campione  rappresentativo della comunità dei residenti nativi e dei gruppi che rivestono un  ruolo   nella   vita   sociale   e   nel   sistema   di   valori   dell’isola.   Sono   stati  rappresentati   i   principali   gruppi   occupazionali:   pesca,   agricoltura,   edilizia,  servizi, libere professioni, casalinghe e studenti, ed i tre principali gruppi  etnici: inglese, portoghese e indiano. I risultati riportano 3500 occorrenze di  /ai/ e 1500 occorrenze di /au/.  Scale di misurazione  È stata utilizzata nelle trascrizioni originali una scala di altezza del primo  elemento suddivisa in sei gradi, dalla forma standard del New England alla forma  pienamente centralizzata. Sono state inoltre utilizzate misurazioni strumentali  indipendenti, e realizzati spettrogrammi acustici relativi a 80 occorrenze di /ai/  come era stato pronunciato da 7 diversi parlanti di Martha’s Vineyard. Sono state  successivamente trasposte su una scala bi logaritmica, con ascissa e ordinata  corrispondenti alla prima e alla seconda formante(si ha così una buona separazione  dei 4 gradi di centralizzazione). La scala impressionistica ridotta mostra una  buona stratificazione in termini di parametrici fisici. (compatto vs.non­compatto).  Contesto linguistico  Influsso del contesto linguistico ­condizionamento fonetico 1. Contesto segmentale: influsso della consonante seguente ; vi sono una  serie   di   consonanti   che   sono   quindi   più   o   meno   favorevoli   alla  centralizzazione(+ostruenti,orali,occlusive,­nasali,sonoranti,fricative), 2. Consonante precedente  segue un modello differente, quasi inverso, ed ha  effetto minore; le parole favorite sono right, wife, night,light, nice, life,  house, out; 3. Fattori prosodici:l’accento aumenta il grado di centralizzazione per i  parlanti, ma non si tratta di una regola ovvia; 4. Influsso stilistico:maggior parte dei parlanti di area urbana possiede una 

varietà di stili di elocuzione che si alternano e che producono conteggi diversi  dei tratti fonologici, per i parlanti dell’isola non accade; perlopiù possiedono  infatti un unico stile; 5. Considerazioni   lessicali:  poche   parole   ottengono   percentuali   di  centralizzazione maggiori di quanto la loro forma fonetica o la loro posizione  prosodica potrebbe giustificare. 

Distribuzione per età e per periodo Il grado generale di centralizzazione per ciascun parlante è espresso dalla media  dei valori numerici relativi ai gradi di centralizzazione di ciascuna occorrenza  elencata nel diagramma. La centralizzazione mostra un incremento regolare con la  progressione delle fasce d’età con un picco nel gruppo 31­45 anni. Bloomfield  intende   dimostrare   che   questo   tipo   di   mutamento   è   autonomo   e   separato   dalla  fluttuazione normale delle forme non distintive, altamente variabili in qualsiasi  momento. Il punto di vista neogrammatico sostiene invece che tali cambiamenti  osservabili sono i risultati di una serie di prestiti, imitazioni e variazioni  casuali. Soltanto quando alle variazioni viene assegnato un significato sociale  esse saranno imitate e inizieranno a svolgere un ruolo nella lingua.  1. I dati mostrano una centralizzazione moderata di /ai/ per i 4 informatori  del ’33, di età compresa tra i 56 e gli 82. Se si confronta la loro performance con  un campione analogo, composto da parlanti attuali si può concludere che tra i due  momenti   storici   è   avvenuta   una   diminuzione   della   centralizzazione   prima   della  crescita attuale.  2. La questione di /au/ è decisiva; gli informatori del Lane hanno ottenuto  un indice medio che rasenta lo 0 mentre i nuovi rilevamenti mostrano una crescita  decisa nella sua centralizzazione.  Il tasso di centralizzazione per i parlanti molto anziani e quelli molto giovani è  minimo   e   dimostra   che   il   fattore   età   non   può   essere   totalmente   trascurato   e  trattarsi di un fattore secondario nella distribuzione per fasce d’età. 

Possibili spiegazioni per la crescita della centralizzazione  Centralizzazione:  variabile   dipendente   da   analizzare,   parallelismo   strutturale  di   /ai/   e   /au/.   Una   possibile   spiegazione   può   essere   trovata   studiando   la  configurazione dettagliata di questo mutamento fonetico rispetto alle forze di  natura sociale che agiscono sulla vita dell’isola. Dai grafici emerge che: la  centralizzazione ha una disomogenea distribuzione geografica, favorita nelle aree  rurali dell’isola alta piuttosto che nelle piccole aree urbane dell’isola bassa; le  tendenze occupazionali, con i pescatori in prima posizione e gli agricoltori in  ultima, più complessa invece la relazione con i differenti gruppi etnici. 

Interazione di schemi linguistici e sociali  Martha’s Vineyard è la più povera tra tutte le contee del Massachusetts, con il  reddito medio più basso, il numero più elevato di soggetti in condizioni di povertà  e con un alta percentuale di disoccupati pari all’8,3%. Negli anni ’60 la forza  lavoro   di   2000   persone   risiedenti   nell’isola   è   prevalentemente   impiegata   nel  settore dei servizi. Molti isolani lasciano le loro case durante i periodi estivi  per   affittarle   ai   turisti,   che   stanno   progressivamente   comprando   l’isola.   Uno  studio dimostra che l’alto tasso di centralizzazione è strettamente correlato ad 

espressioni di forte resistenza nei confronti dei turisti. La resistenza più forte  si registra a Chilmark. Le differenze fonetiche diventano più forti tanto quanto il  gruppo lotta per mantenere la propria identità. La centralizzazione raggiunge il  picco nell’isola alta a Chilmark presso i pescatori. È a Chilmark che risiede il  gruppo di antica origine inglese. Inoltre si osserva che la fascia 30­45 anni,  sottoposta alla pressione delle difficili condizioni sociali, presenta un picco e  la centralizzazione di /au/ ha superato quella di /ai/. Considerando gli studenti  della scuola media ci si rende conto che molti giovani appartenenti al gruppo delle  antiche famiglie non intende rimanere sull’isola, contrariamente a coloro che non  intendono farlo. Dalle analisi è emerso quindi che i giovani dell’isola bassa che  intendono   partire   per   costruirsi   una   carriera   presentano   una   centralizzazione  scarsa o nulla, mentre i giovani che abitano nell’isola alta e che dopo il college  vogliono tornare sull’isola hanno indici di centralizzazione considerevole. 

Centralizzazione fra gli altri gruppi etnici  Portoghesi: i primi immigranti portoghesi provenivano da un’isola con un’economia  molto simile e si integrarono senza problemi. I primi coloni avevano una forte  inclinazione per l’agricoltura e la pesca, ed erano scarsamente concentrati nei  settori industriali. Il parlato dei portoghesi di seconda generazione è privo di  una inflessione portoghese e del carattere dell’isola. I soggetti al di sopra dei  45 anni mostrano poca se non nulla centralizzazione. Mentre molti portoghesi di  3^generazione, tra 31­45 anni, mostrano un grado di centralizzazione molto alto,  poiché   essi   si   considerano   nativi   dell’isola.   Nelle   fasce   d’età   più   giovani  ugualmente vi è un uso assai regolare della centralizzazione. Potrebbe diventare  indicatore dell’etnia portoghese dell’isola. I giovani mostrano un alto tasso di  centralizzazione poiché si identificano con l’isola e con il suo stile di vita. Il  problema principale per il gruppo è stato quello di affermare il proprio status di  isolani nativi.  ­il gruppo di origini indiane è relativamente ristretto ed omogeneo. Per molti anni  gli indiani sono stati cittadini di “seconda classe” ed il risentimento nato è  ancora vivo. Essi mostrano un maggiore aumento della centralizzazione di /au/  specialmente  tra  i   giovani,  similmente  ai  portoghesi.   La  lingua  indiana   si  è  estinta da molte generazioni e gli indiani sono veramente parlanti tradizionali di  inglese. 

Significato sociale della centralizzazione  Il significato immediato è “nativo” di Martha’s Vineyard. I diversi gruppi hanno  dovuto reagire a sfide di diverso tipo che si ponevano al loro status di nativi.  L’improvviso incremento nella centralizzazione ha avuto inizio tra i pescatori di  Chilmark, il gruppo più compatto dell’isola, quello che più cocciutamente si oppone  alle   incursioni   dei   turisti.   L’effetto   della   differenziazione   nel   grado   di  centralizzazione   costituisce   un   risultato   diretto   di   questa   opposizione   di  valori(rimanere o abbandonare l’isola).  Il gruppo indiano invece da un lato prova risentimento per qualsiasi ostacolo che  venga posto alla sua partecipazione alla vita dell’isola, dall’altra però tende a  sottolineare la propria identità. 

il significato della centralizzazione rappresenta l’orientamento positivo verso  Martha’s   Vineyard   (negativo,   neutrale,   positivo).   Spiegazione   valida   della  distribuzione sociale dei dittonghi centralizzati.  ?in   che   modo   le   pressioni   e   gli   atteggiamenti   sociali   si   ripercuotono   sulle  strutture linguistiche  Particolari variabili linguistiche possono essere variate dalla tendenza generale  verso una postura articolatoria preferita, sotto l’influsso delle forze sociali.  Limiti  1. La variabile selezionata non è saliente; 2. Metodo di campionamento non rigoroso;debole nell’isola bassa, 3. Tecnica di intervista non controllata rigorosamente. Ad   ogni   modo   i   risultati   conseguiti   danno   conferma   della   correlazione   delle  configurazioni   sociali   con   la   configurazione   distribuzionale   di   una   variabile  linguistica.   Cap.2 il mutamento linguistico, la rete sociale e l’innovazione del parlante  (James e Lesley Milroy) Meccanismi sociali del mutamento linguistico. Vi sono due tipi di approcci allo  studio del mutamento linguistico: 1. studio di successivi “stati di lingua”, ricostruiti mediante applicazione  di tecniche comparative a dati storici necessariamente incompleti. Con inoltre  connessa la facoltà di stabilire quali processi di mutamento sia possibili e quali  no.  2. Specificare come le lingue passino da uno stato A ad uno stato B, sia  sotto il profilo dei processi sociali implicati nel passaggio sia in relazione agli  effetti di un determinato mutamento nella struttura linguistica.  Oggi appare chiaro che una variabilità di tipo strutturato e regolare caratterizza  il normale uso linguistico e rappresenta la chiave per comprendere i meccanismi del  mutamento. A livello fonologico, il mutamento sembra colpire in modo regolare  sottogruppi definiti di classi fonologiche, diffondendosi nella comunità a “onde  concentriche”, secondo modalità determinate da fattori extralinguistici come età,  sesso,   status   sociale   e   collocazione   geografica   del   parlante.   Eckert   mira   a  coniugare gli interessi della linguistica storica tradizionale con quelli della  sociolinguistica. Analizza inoltre le relazioni tra i mutamenti fonologici a lungo  termine che colpiscono intere classi di forme linguistiche e la competenza dei  parlanti coinvolti in un mutamento linguistico in atto. Caratterizza il mutamento  in termini di onde, che colpiscono una classe di parole per volta; le forme che  restano   indietro   nello   spostamento   sono   quelle   che   compaiono   nel   parlato   dei  soggetti   anziani.   Così   le   scelte   linguistiche   possono   essere   collocate   in   un  contesto più ampio, viste come riflessi di stati anteriori o successivi di un  sistema fonologico dinamico che si sovrappongono. Questo tipo di studi di micro  livello conferma le ipotesi di Weinreich, Labov, Herzog secondo cui le innovazioni  linguistiche si muovono sistematiche nello spazio, coinvolgendo anche la struttura  linguistica. Il compito di spiegare il mutamento deve essere ripartito in 5 aree  principali.  1. Vasto problema delle restrizioni universali sui mutamenti possibili 2. Problema della transizione che riguarda gli stati intermedi che si possono  osservare,   o   che   si   devono   postulare,   tra   due   forme   qualsiasi   di   una   lingua  definita per una comunità linguistica in tempi diversi. 

3. Problema dell’inserimento riguarda l’identificazione di schemi regolari  nei contesti linguistico ed extralinguistico del mutamento. Labov cita le proprie  ricerche a sostegno della generalizzazione secondo cui dove vi è un mutamento  fonetico   in   atto   le   variabili   linguistiche   mostrano   uno   schema   curvilineo   di  distribuzione. I gruppi innovativi sembrano collocati nella zona centrale della  gerarchia sociale mentre i parlanti giovani utilizzano un maggior numero di forme  innovative   rispetto   ai   parlanti   più   anziani.   La   differenziazione   del   parlato  secondo il genere spesso ha un ruolo importante nel mutamento linguistico. 4. Il problema della valutazione riguarda le risposte sociali al mutamento a  tutti   i   livelli   di   consapevolezza   dalla   discussione   esplicita   alle   reazioni  completamente   inaccessibili   all’introspezione.   Comprende   gli   atteggiamenti   nei  confronti   del   linguaggio.   Il   principale   contributo   di   Labov   ai   problemi  dell’inserimento e della valutazione è consistito in un modello generale della  collocazione  sociale  di  un’innovazione   linguistica  e   del   modo  in  cui  essa  si  diffonde nella comunità linguistica da un punto centrale in direzione degli strati  più alti e più bassi.  5. Problema dell’attuazione, individuato da Weinreich. Nonostante siano presentati separatamente i punti si sovrappongono.  Labov invece propone un tentativo per affrontare il problema dell’attuazione: 1.i parlanti che guidano il mutamento sono quelli che possiedono lo status più alto  all’interno delle comunità locali 2.tra le persone di pari status, i parlanti più avanzati sono le persone con il più  ampio numero di contatti locali nell’ambito del vicinato e che hanno in proporzione  il maggior numero di conoscenze al di fuori del vicinato.  Il mutamento linguistico e l’innovazione del parlante La metodologia della linguistica storia è sempre di tipo comparativo, con il fine  di   specificare   quali   siano   gli   universali   del   mutamento.   Nell’analisi  sociolinguistica   l’osservazione   del   mutamento   si   limita   a   comparazioni   basate  sull’età e sul sesso del parlante, sulla varietà stilistica e sull’appartenenza ad  un gruppo. Le differenze che esistono tra sociolinguistica e linguistica storica  dipendono dal fatto che il metodo sociolinguistico è radicato nel presente. Le  spiegazioni di matrice funzionalista non effettuano una distinzione preliminare tra  il   comportamento   del   parlante   da   una   parte   e   la   lingua   come   sistema   formale  dall’altra.   Le   spiegazioni   di   tipo   funzionale   non   si   occupano   del   problema  dell’attuazione; non spiegano perché un dato mutamento si sia realizzato in un  preciso momento e in una data lingua o dialetto. Per distanziarsi dalla tradizione  e affrontare il problema bisogna affermare che non sono le lingue a cambiare, ma  sono i parlanti che innovano. È nel lavoro dei sociolinguisti che si possono  osservare casi di mutamento di regola in atto. È possibile osservare parlanti che  variano nelle loro realizzazioni degli stessi items lessicali negli stessi contesti  fonologici, essi possiedono regole variabili. Per cui nel considerare la competenza  del   parlante   vi   sono   difficoltà   nello   specificare   che   cosa   sia   realmente   un  mutamento linguistico e come si realizzi. Bisogna perciò distinguere tra mutamento  linguistico da un lato e innovazione del parlante dall’altro. Le innovazioni del  parlante: 1. Possono non diffondersi al di là del parlante stesso, 2. Possono diffondersi in una comunità con la quale essi non hanno contatti e  poi a partire dalla stessa diffondesi successivamente in altre comunità per mezzo 

di un altro innovatore che ha legami con entrambe le comunità.  L’innovatore   linguistico   non   può   essere   identificato   facilmente:   è  un’idealizzazione. Mutamento linguistico e innovazione del parlante non coincidono;  alcune   innovazioni   possono   non   essere   accettate   dalla   comunità   e   non   possono  condurre così a un mutamento.  Prove del mutamento vocali /a/ e / / nell’inglese di Irlanda ε Paragonando   lo   spazio   di   variazione   che   caratterizza   le   vocali   nella   varietà  d’inglese di Belfast con le descrizioni della received pronounciation emerge che  molte di esse hanno uno spazio fonetico di realizzazione vasto. Le realizzazioni di  /a/ spaziano da  /  / e oltre. ε Uno spazio di variazione così ampio per due vocali  continue   determina   una   sovrapposizione   per   cui   molte   realizzazioni   di  ε  assomigliano    a /a/ e viceversa. Si è verificato un innalzamento di   .  ε I dati  forniscono una base per esaminare i processi di mutamento poiché suggeriscono che  tanto le varianti più alte che quelle più basse sono innovative o che la direzione  del   mutamento   consiste   tanto   nell’innalzamento   quanto   nell’abbassamento   di   .ε   L’esame della documentazione storica suggerisce che la direzione del mutamento è  orientata verso l’innalzamento. La distribuzione oggi riscontrabile a Belfast è  diversa rispetto al passato; nel parlato conservativo della classe operaia le  varianti basse sono mantenute in contesti “brevi”, come avveniva nel XIX sec, nei  contesti lunghi le realizzazioni basse sono state quasi interamente sostituite  dalle realizzazioni medie di  ε I parlanti dotati di maggior prestigio sociale e  meno conservativi utilizzano meno realizzazioni basse anche in contesti brevi.  Negli   ultimi   100   anni   le   realizzazioni   medie   si   sono   diffuse   a   spese   delle  realizzazioni basse. Nei primi anni del ‘900 si può assumere il caso di Belfast  come   esempio   di   mutamento   linguistico   nell’ambito   di   una   comunità   in   rapida  crescita. Ora le varianti medie lunghe di   ε sono associate agli attuali dialetti  scozzesi dell’Ulster e sono caratteristiche dei dialetti scozzesi centrali moderni  in generale. L’evidenza storica e geografica ci suggeriscono che le realizzazioni  basse di /   /stanno dando spazio alle realizzazioni medie lunghe caratteristicheε   dello scozzese attuale. Questo mutamento conferisce prestigio a Belfast poiché sono  i gruppi sociali più prestigiosi che tendono ad adottarlo ed è il gruppo più  “avanzato” ad introdurlo nelle comunità del centro­città. Per quanto riguarda il  mutamento di /a/ si registra una posteriorizzazione. Se è evidente un mutamento in  atto in direzione delle varianti posteriori di /a/, sono i parlanti di sesso  maschile a guidarlo, mentre le donne sono alla testa del cambiamento verso / ε  /innalzata.   Questo   mutamento   ha   una   datazione   recente   come   emerge   dalla  documentazione storica. La posteriorizzazione di /a/incontra resistenza da parte  dei parlanti nello stile accurato dell’intervista, mentre l’innalzamento di /   /èε   più probabile nello stile accurato. I dati dimostrano inoltre che la regola di  posteriorizzazione   si   diffonde   geograficamente   dalla   zona   orientale   a   quella  occidentale di Belfast. Entrambi i fenomeni sono relativamente recenti a Belfast e  sono caratteristici dello scozzese moderno. Queste due vocali appaiono in fase di  allontanamento reciproco piuttosto che di avvicinamento nello spazio fonetico.  Struttura della rete sociale e innovazione del parlante  Un’ulteriore variabile è apparsa influire sulla probabilità che un parlante sia  linguisticamente innovativo nella scelta delle varianti vocaliche: si tratta del  grado di integrazione del parlante nel punto di massima densità della sua rete di  rapporti sociali. Sembra che tanto più stretti sono i legami di un individuo con la 

rete della comunità locale tanto più sono le probabilità che egli si avvicini alle  norme della varietà locale. L’allentarsi di tale struttura a rete è associata al  mutamento   linguistico;   inoltre   la   variabile   rete   deve   essere   considerata   in  relazione alla variabile sesso del parlante. Le realizzazioni stesse prima citate  sono   influenzate   dalla   variabile   di   genere.   Nel   centro­città   di   basso   status  sociale le varianti innalzate di /   /sono associati alle donne e allo stile diε   elocuzione curato. Le varianti di /a/ invece sono associate agli uomini ed ad uno  stile spontaneo adatti all’interazione tra pari. Essa è particolarmente sensibile  alla variazione che dipende dalla struttura della rete del parlante, nelle donne la  scelta invece si correla più strettamente con la rete personale. Per i parlanti di  sesso femminile /a/ funziona come una marca di rete in misura maggiore di quanto  avvenga per gli uomini. Vi è inoltre una correlazione nei punteggi che segnalano  l’inserimento   nella   rete   dei   parlanti   di   sesso   maschile   e   la   scelta   della  realizzazione di /   /. Alle varianti relativamente basse si associa un livelloε   alto di integrazione nella comunità. In entrambi i casi il mutamento sembra essere  portato avanti dalle persone per le quali la vocale ha meno significatività in  quanto marca di rete. Sono le persone del centro ad essere i principali innovatori  nell’ambito delle loro comunità. La struttura della rete sociale è implicata nei  processi di mutamento linguistico in due modi: 1. una rete molto densa può essere vista come una forza conservativa che  resiste alle pressioni verso il mutamento provenienti dall’esterno. 2. Un’analisi sociolinguistica dettagliata dell’innalzamento di /   / e dellaε   posteriorizzazione   di   /a/   suggerisce   che   i   parlanti   dialettali   associati   più  fortemente   con   l’innovazione   sono   quelli   per   i   quali   la   vocale   ha   meno  significatività.  Trattando con gruppi coesi e territorialmente definiti è possibile trattare le reti  personali come se raffigurassero gruppi uniti. Negli Usa il mutamento linguistico  sembra originarsi e diffondersi a partire da un punto di quest’area centrale della  scala sociale, mai dal gruppo sociale più alto o da quello più basso.  Legami deboli e innovazioni Granovetter vede il legami “deboli” tra individui come collegamenti importanti tra  i   microgruppi   e   la   società   intesa   nel   senso   più   ampio.   I   legami   molteplici  verrebbero classificati come relativamente forti. La nozione di molteplicità ha  rappresentato una base importante delle misurazioni della forza delle reti negli  studi sulla zona centrale di Belfast. La maggior parte dei modelli a rete si  applica a gruppi piccoli e ben definiti, all’interno dei quali vengono contratti  numerosi legami forti. I legami deboli tra gruppi quindi creano ponti con i quali  si   trasmettono   informazioni   e   influssi   e   connettono   inoltre   membri   di   gruppi  diversi con maggiore probabilità rispetto ai legami forti, che sono concentrati  all’interno di particolari gruppi. Non tutti i legami deboli funzionano come ponti  tra gruppi, tutti i ponti devono essere rappresentati da legami deboli. Un ponte è  l’unica strada attraverso la quale l’informazione passa da A a B o da qualunque  contatto di A a un qualunque contatto di B. Nessun legame forte può costituire un  ponte. I legami deboli tra gruppi, rivestono un ruolo cruciale nella trasmissione  delle innovazioni da un gruppo ad un altro.  ­è probabile che i legami deboli siano più numerosi di quelli forti;

­attraverso i legami deboli è possibile raggiungere molti più individui che non  mediante legami forti; l’informazione scambiata nell’ambito dei legami forti tende  a non essere innovativa.  Una struttura a rete densa non sopravvivrà ad un cambiamento  di sede e quindi la  mobilità sociale o geografica favorisce la formazione di legami deboli.  Distinzione tra innovatori e primi attuatori di un’innovazione. Innovatori sono  marginali ai fini dell’adozione dell’innovazione da parte del gruppo, mentre i  primi attuatori sono membri centrali del gruppo che intrattengono legami forti con  esso   e   si   conformano   alle   sue   norme.   Dopo   l’adozione   delle   figure  centrali,l’innovazione   si   diffonde   dall’interno   verso   l’esterno   con   velocità  crescente. Gli innovatori sono persone debolmente legate al gruppo, con molti  legami   deboli   con   altri   gruppi.   Un’innovazione   vincente   ha   bisogno   di   essere  valutata positivamente in modo esplicito e implicito. Un vasto numero di persone  dovrà essere esposto all’innovazione e dovrà adottarla nella fase iniziale, poiché  possa diffondersi con successo.  Secondo il modello tracciato da Labov, le persone descritte sono i primi attuatori  e non gli innovatori, ossia persone dotate di alto prestigio che coltivano un vasto  numero di legami sia all’interno che all’esterno del piccolo gruppo locale.  Esempio di micro livello  Le giovani donne di Clonard rovesciano gli schemi generalmente attesi, infatti  l’incidenza della posteriorizzazione di /a/ tra le giovani donne è più alta che nei  gruppi femminili più anziani o più giovani e di quanto non sia tra i maschi più  giovani nell’area di Clonard. Le barriere sociali inibiscono i contatti tra le  comunità del ceto operaio ed il conflitto tra comunità a Belfast ha rafforzato tali  barriere. Oltre ad ottenere percentuali alte nella posteriorizzazione di /a/, le  ragazze di Clonard ottengono punteggi elevati sulla Scala di Forza della Rete; esse  assomigliano di più ai primi attuatori piuttosto che agli innovatori in senso  stretto. A Belfast vi sono pochi legami forti, quali quelli di parentela, amicizia  o lavoro, soprattutto tra una parte e l’altra del confine etnico­religioso. Vi sono  molti legami deboli tra cattolici e protestanti di Belfast ovest e protestanti di  Belfast est ed ovest. Le ragazze di Clonard che lavoravano nel grande magazzino  sarebbero   in   una   posizione   estremamente   favorevole   per   adottare   innovazioni  trasmesse da persone situate ai margini della loro rete, le quali, forniscono poi  legami deboli con altre comunità. Il problema sorge soltanto se assumiamo che siano  i legami forti ad essere coinvolti nella diffusione delle innovazioni, e prendendo  in considerazione la variabile, associata ad un ristretto numero di items lessicali  e della grande instabilità che si registra presso tutti i parlanti. Inoltre vi è  difficoltà  nello  spiegare  come  i   giovani  che   vivono  nelle  comunità  chiuse  di  Ballymacarrett, Clonard e Hammer e i cui contatti con l’estero siano molto tenui,  siano giunti ad un consenso intercomunitario circa il valore sociale da assegnare  alle due varianti della variabile (pull). I loro genitori invece che instauravano  più liberamente amicizie al di là dei confini religiosi e comunitari mostrano una  notevole variazione sia nell’uso che nella valutazione della variabile. Il problema  della variabile si dissolve se accettiamo che i legami deboli costituiscono il  canale normale per la diffusione delle innovazioni.  Esempio di macrolivello  Alcune lingue sono cambiate più radicalmente di altre. Una comparazione delle  condizioni sociali e culturali caratterizzanti i periodi di mutamento lento e 

quelli di mutamento veloce dovrebbero farl luce sulla motivazione sociale dei  mutamenti. Sono state proposte diverse spiegazioni ai mutamenti linguistici su  vasta scala: teorie di substrato, prestito lessicale, sintattico e fonologico…negli  ultimi   decenni   si   è   data   molta   attenzione   alla   pidginizzazione   e   alla  creolizzazione. Il mutamento linguistico è lento se le popolazioni interessate sono  ben   consolidate   e   legate   da   vincoli   forti,   mentre   è   rapido   se   presso   tali  popolazioni esistono legami deboli. L’inglese è mutato radicalmente dal XII sec,  mentre l’islandese mantiene un sistema flessivo completo per caso, n, genere…e il  mutamento fonologico si è limitato a due fusioni di basso rendimento funzionale.  L’inglese è passato da una lingua ad alto tasso di flessione ad una scarsamente  flessa,   con   mutamenti   fonologici,   nell’ordine   dei   costituenti   e   parziali  rilessificazioni.  Islandese: una delle motivazioni della sua conservazione è l’isolamento geografico,  in aggiunta alla grande importanza pratica annessa al mantenimento di forti reti di  parentele   e   di   amicizie   su   lunghe   distanza   e   attraverso   più   generazioni.   La  struttura sociale informale inoltre imponeva norme linguistiche ai suoi membri, di  qui il fatto che la lingua dimostri scarsa variazione o mutamento, nonostante gli  ostacoli rappresentati dalla distanza e dalla natura del suolo.  Inglese:  la prima fase della storia inglese è una un susseguirsi di incursioni.  Sembra poi essersi verificato un mutamento rapido nelle aree in cui le forti reti  prima esistenti si sono lacerate e si è reso possibile l’influsso attraverso legami  deboli. Inoltre la stratificazione creò distanza sociale tra i diversi settori  della popolazione. L’ultimo elemento che causò la rottura dei legami forti e dello  sviluppo dei legami deboli fu la crescita del prestigio e della popolazione della  città di Londra.  Si possono assumere i casi di conquista e colonizzazione come tipi rilevanti di  situazioni con legami deboli per il fatto che a tali situazioni si associa spesso  un mutamento rapido. Per generalizzare si intende ogni situazione in cui i contatti  tra le persone conducono alla costituzione di numerosi legami deboli, tra cui anche  immigrazione   pacifica   di   popolazioni   che   parlino   altre   lingue   e   al   contatto  commerciale e culturale continuo.  Conclusione  La sociolinguistica attuale è fortemente orientata verso un approccio “sistematico”  ed ha spesso mancato di distinguere tra il comportamento linguistico dei parlanti e  l’effetto   di   tale   comportamento   sul   sistema   linguistico.   Operando   poi   una  distinzione   tra   innovatori   e   primi   attuatori,   si   inserisce   la   difficoltà  nell’osservare la fase di introduzione di un’innovazione in una comunità, primo  stadio di un mutamento linguistico. Una singola innovazione può innescare una serie  di   mutamenti   nell’ambito   di   un   mutamento   a   catena   che   può   essere   spiegato  analizzando i principi organizzativi interni soggiacenti al sistema linguistico. Un  prospetto del mutamento linguistico dovrebbe quindi : ­deve   specificare   le   restrizioni   psicolinguistiche   e   linguistiche   limitano   la  classe di candidati all’innovazione, ­deve spiegare la modalità regolare e ordinata con la quale le innovazioni vincenti  si   diffondono   nel   sistema   così   da   essere   percepite   come   esempi   di   mutamento  linguistico. 

Seconda parte 

I saggi di Gumperz e Auer mostrano un percorso di ricerca e di approfondimento che  ha assunto come oggetto prioritario di indagine il rapporto tra l’uso linguistico  abituale   e   il   contesto   d’impiego.   Permettono   di   valutare   lo   sviluppo   e  l’arricchimento della nozione di contesto nel settore di studi sociolinguistici  dedicato all’analisi degli aspetti conversazionali del bilinguismo. Il contributo  di Gumperz sviluppa una prospettiva integrata a cui concorrono strumenti e metodi  dì indagine della linguistica e della sociologia del linguaggio con l’obiettivo di  stabilire la natura delle preferenze interpretativa che il parlante adotta in  qualità di decodificatore e negoziatore dell’atto linguistico. Il contesto diventa  sede del sapere sociale e lo sfondo su cui si innestano le scelte linguistiche e  paralinguistiche. L’etnografia della comunicazione viene presentata da Gumperz come  il modello fondamentale per lo studio e la descrizione degli strumenti per parlare.  Coinvolge   direttamente   due   discipline:   linguistica   e   antropologia,   nella   loro  prospettiva strutturale­funzionalista, secondo cui il comportamento verbale sarebbe  sempre e comunque analizzabile in entità discrete. La pragmatica linguistica invece  si   occupa   degli   effetti   che   il   contesto   e   il   sapere   sociale   producono  sull’interpretazione del messaggio. La comunicazione perciò è concepita come il  risultato di uno sforzo cooperativo e costituisce l’esempio minimo di un’attività  naturalmente organizzata, l’esito di un processo di “collaborazione nel produrre un  copione, in cui il contributo è condizionato da ciò che gli altri possono fare e da  ciò che il pubblico può approvare”.  Il saggio di Auer invece è dedicato al tema degli enunciati in sequenza in rapporto  con la commutazione di codice e con riguardo all’enunciato che segue un altro  enunciato. Egli discute i modelli di analisi della commutazione precedentemente  seguiti e ne dichiara il superamento: ­modello funzionale, per cui il tipo di attività linguistica determina l’uso di una  lingua o l’altra; ­modello tassonomico, con cui si arriva alla costruzione di una tipologia dei loci  privilegiati per l’alternanza senza precisarne l’andamento direzionale. L’adozione  di   una   prospettiva   interpretativa   permette   di   formulare   una   teoria   della  contestualizzazione   in   cui  rientrano   a  pieno  diritto   tutte   le  attività   che  i  parlanti usano per interagire con il contesto e che servono per interpretare un  enunciato.  Cap.3 il sapere socioculturale nell’inferenza conversazionale di Gumperz  Per inferenza conversazionale si intende il processo dell’interpretazione situato o  legato al contesto per mezzo del quale i partecipanti ad una conversazione valutano  le intenzioni degli altri e sul quale basano le proprie risposte. L’inferenza  conversazionale è parte integrante dell’atto stesso di conversare. Le conoscenze  grammaticali   sono   soltanto   uno   dei   fattori   coinvolti   nel   processo   di  interpretazione. Gli assunti circa le relazioni di ruolo e status variano nel corso  della conversazione, e sono segnalati dal parlante stesso.  Influsso dei fattori sociali nella conversazione  Principali tradizioni di ricerca sui fattori sociali nel parlato:  1. Etnografia   della   comunicazione,   Hymes   1962.   Un   obiettivo   esplicito   di  questo   filone   di   ricerca   è   “colmare   lo   spazio   vuoto   tra   ciò   che   si   include  nell’etnografia e ciò che si include di solito nella grammatica”.tra gli strumenti  per   parlare   più   importanti   troviamo:   “repertorio   linguistico”(il   comportamento  linguistico di una comunità è descritto nei termini delle varietà, dei dialetti, o 

degli stili usati all’interno di una particolare popolazione socialmente definita e  delle restrizioni che governano la scelta tra di essi), “generi”(vari tipi di  elaborazione artistica cui la lingua è soggetta, come miti, componimenti epici…),  “atti   linguistici”prevalenti   in   un   gruppo   particolare   e   “cornici”­frames,   che  funzionano come istruzioni su come interpretare una sequenza. Essi sono immersi  nella realtà e correlati a norme culturali nella realizzazione dei singoli eventi  linguistici(sequenza di atti verbali legati nel tempo e nello spazio, e realizzati  da attori nell’ambito di un particolare gruppo sociale). Per la descrizione di  questi   eventi   l’etnografo   si   avvale   dei   metodi   di   matrice   antropologica,  dell’intervista,   dell’osservazione   partecipe   nella   raccolta   dell’informazione  sociale, e usa l’analisi grammaticale nell’individuazione dei dati linguistici. La  teoria   sociologica   che   soggiace   all’etnografia   della   comunicazione   è   di   tipo  strutturale­funzionalista,  nella  misura  in  cui  suggerisce  che  il  comportamento  verbale possa essere descritto in termini di sistemi discreti, formati da variabili  separate dal punto di vista analitico.  2. Pragmatica linguistica, che studia l’effetto del contesto e del sapere  sociale sull’interpretazione del messaggio; è nata dall’interesse per la teoria  linguistica astratta. Grice si interessa al significato nella misura in cui esso  riflette l’intento comunicativo dei partecipanti alla conversazione. Gli studiosi  di pragmatica si rivolgono a ciò che Searle definisce “significato del parlante”,  invece che al significato dell’enunciato”. Gli studiosi convergono sul fatto che  l’identificazione di atti linguistici specifici implichi sempre presupposizioni  riguardanti tanto il sapere grammaticale che quello sociale. Anche le differenze  lessicali   non   investono   semplicemente   l’interpretazione   della   frase,   ma   anche  importanti implicazioni per l’inferenza conversazionale, che è anche una questione  di capacità di produrre una risposta appropriata, seguendo linee di progressione  tematica   che   prendono   la   forma   di   relazioni   linguisticamente   e   culturalmente  sancite tra enunciati. La ricerca in questo settore si è concentrata soprattutto su  singole frasi o su brevi sequenza di enunciati piuttosto che sulla conversazione.  Viene sottolineata l’abilità individuale nella pianificazione, piuttosto che il  modo in cui i piani vengono modificati e condizionati da ciò che può essere  spiegato all’interno di un particolare contesto culturale.  3. Etnometologia,   che   si   occupa   dell’analisi   sociologica   dell’interazione  verbale, è stata la prima ad aver considerato la conversazione come tentativo di  cooperazione. Il sapere sociale non può essere descritto in categorie astratte, ma  si rivela piuttosto nel processo stesso di interazione, ossia sono gli stessi  parlanti a creare il loro mondo sociale attraverso il modo con cui si comportano.  Garfinkel sostiene che la sociologia dovrebbe concentrarsi sulla descrizione dei  meccanismi mediante i quali ciò si realizza in quelle che egli definisce “attività  naturalmente organizzate”, piuttosto che nell’ambito di esperimenti pianificati. Il  lavoro   svolto   dagli   etnometologi     recentemente   nel   settore   dell’analisi  conversazionale ha dimostrato che tutti i tipi di parlato casuale sono governati da  regole e che i meccanismi soggiacenti alla coordinazione operata dal parlante  possono essere studiati empiricamente esaminando le strategie ricorrenti. Molte  delle scoperte sono state di fondamentale importanza per lo studio dell’inferenza  conversazionale.   Gli   stessi   principi   sono   diversi   rispetti   alle   regole   della  grammatica. Sacks parla di “massima” per suggerire che le interpretazioni assumono  la   forma   di   preferenze,   più   che   di   regole   obbligatorie.   Una   volta   scelta   e 

accettata una determinata interpretazione, si tende alla coerenza, cioè a mantenere  la stessa strategia interpretativa. Le interpretazioni quindi vengono negoziate  piuttosto che trasmesse unilateralmente.  Teoria dell’inferenza conversazionale  Gli etnometologi hanno cercato di costruire una teoria che tratti la conversazione  come uno sforzo cooperativo, soggetto a condizionamenti sistematici. Tutte e tre le  teorie   mostrano   limiti   e   vi   è   quindi   la   necessità   di   costruire   una   teoria  dell’inferenza   più   funzionale(   es.aereo,   biglietti   per   favore­metafora   del  bus/conducente di pullman indiano che richiede la moneta esatta ma viene percepito  come una scortesia).  I tratti soprasegmentali e altre caratteristiche superficiali del parlato sono  fondamentali   per   comprendere   la   natura   dell’interazione.   Essi   aggiungono  sottolineature espressive alle frasi e sono genericamente indipendenti dalla lingua  presa   in   considerazione.   Considerando   l’inferenza   conversazionale,   si   può  aggiungere che i tratti paralinguistici e intonativi svolgono un ruolo importante  nell’identificazione delle cornici interpretative. Questa identificazione di scambi  conversazionali   costituisce   il   processo   fondamentale   di   contestualizzazione,  attraverso il quale i parlanti valutano il significato del messaggio e gli schemi  di sequenze in relazione agli aspetti della struttura superficiale del messaggio,  detti   “segnali   di   contestualizzazione”,   cioè   qualsiasi   aspetto   della   forma  superficiale di un enunciato che, confrontato con il contenuto del messaggio, possa  essere   funzionale   nella   segnalazione   delle   cornici   interpretative.   Gli   indizi  prosodici(intonazione   e   accento­creazione   e   organizzazione   di   gruppi   tonali,  collocazione  dell’elemento   tonico­selezione  di  una  delle  sillabe  accentate   che  costituisca  il   nucleo(problema   di  prativa   culturalmente  specifica,   porzione  di  messaggio   nuova   rispetto   a   ciò   che   può   essere   assunto   come   condiviso)   e  melodia,direzione   del   cambiamento   intonativo­si   riferisce   agli   abbassamenti   e  innalzamenti   di   intonazione   associati   al   contrasto   intontivo   tra   domande   e  risposte)   e   paralinguistici(tono,   registro   vocale,   ritmo,   intensità,   tempo…)  funzionano nella segnalazione delle cornici interpretative. Ogni frase, per poter  essere compresa, deve avere una qualche forma di raggruppamento intonativo, di  collocazione del nucleo e di melodia. È pero possibile utilizzare la prosodia per  sottolineare informazioni inattese, allo scopo di suggerire inferenze indirette.  L’uso   di   un   tono   alto   ascendente   o   discendente   dove   è   atteso   un   tono   basso  ascendente o discendente può servire a segnare un’enfasi particolare.  Solo grazie  alla   contrastività   possiamo   analizzare   gli   enunciati   in   modo   da   stabilire  l’importanza relativa delle diverse unità di informazione nei messaggi di una certa  lunghezza. I segnali paralinguistici sono lo strumento primario per riconoscere  diversi gradi di formalità del parlato e dei gradi coinvolgimento dei parlanti, per  segnalare cambiamenti di argomento e distinguere tra digressioni e parti principali  dell’argomentazione.   Variazioni  di   tono   e  contrastività  assolvono  una  funzione  fondamentale   nella   segnalazione   della   contrastività.   I   processi   di   inferenza  coinvolgono così diversi elementi distinti. Vi è la percezione di indizi prosodici  e paralinguistici e il problema di interpretarli. La natura linguistica dei segnali  di contestualizzazione è tale che essi sono in interpretabili a prescindere dalle  situazioni concrete. Una spiegazione semplicistica potrebbe definirlo un processo  di   collegamento   tra   contenuto   della   frase   e   segnali   di   contestualizzazione   a  condurre   all’identificazione   di   eventi   linguistici   culturalmente   specifici.   Le 

attività linguistiche non sono elencabili ma rappresentano comunque gli strumenti  mediante i quali il sapere sociale è immagazzinato sotto forma di restrizioni  sull’azione e sull’interpretazione possibile.  4. Studi   sul   comportamento   non   verbali,   concentrati   sulla   “sincronia  conversazionale”.   Gli   studiosi   hanno   da   tempo   individuato   i   duplici   ruoli  dell’essere parlante e ascoltatore in una conversazione e hanno affermato che il  mantenimento della conversazione dipende in modo cruciale dall’abilità del parlante  e dell’ascoltatore di stabilire uno scambio ritmico di segnali relativi a ciascuno  di questi due ruoli, mediante gli sguardi, la postura, cenni di assenso del capo…la  capacità di stabilire e mantenere questo ritmo è correlata al background etnico e  comunicativo dei partecipanti. In conclusione, se l’inferenza conversazionale è una  funzione   dell’identificazione   delle   attività   linguistiche   e   se   le   stesse   sono  segnalate da segnali linguistici culturalmente specifici allora la capacità di  mantenere,   controllare   e   valutare   la   conversazione   è   funzione   del   background  comunicativo ed etnico.  Conclusione  Può sembrare che i segnali di contestualizzazione sono fenomeni di  superficie, ma l’analisi sistematica di tali fenomeni può porre le fondamenta per  la   ricerca   di   strategie   che   consentono   di   penetrare   all’interno   di   processi  simbolici   di   interpretazione   altrimenti   inaccessibili.   Da   un   punto   di   vista  pratico, lo studio dell’inferenza conversazionale può portare ad una spiegazione  dei problemi endemici più seri che affliggono i rapporti pubblici e privati nella  nostra società. 

Cap.4 la pragmatica della commutazione di codice: un approccio sequenziale di  Auer  Sia lo psicolinguista che il generativista trattano il bilinguismo come una facoltà  che è sostanzialmente nascosta all’interno del cranio ed è quindi invisibile. In  prospettiva   conversazionali   sta,   il   bilinguismo   si   realizza   soprattutto   negli  scambi interattivi tra i membri di una comunità linguistica bilingue. Il compito  del linguistica è ricostruire i processi sociali di dimostrazione ed assegnazione  del bilinguismo. È quindi necessaria una teoria dell’alternanza conversazionale di  codice   che   sia   applicabile   ad   una   vasta   gamma   di   fenomeni   conversazionali,  classificati   come   “commutazione   di   codice”,   “selezione   di   lingua   “,  transfert/inserto e a comunità bilingui estremamente diverse tra loro. Qualsiasi  teoria dell’alternanza conversazionale del codice è destinata al fallimento se non  tiene   conto   del   fatto   che   il   significato   dell’alternanza   di   codice   dipende  essenzialmente dal suo “contesto sequenziale”. La sequenzialità dell’alternanza di  codice fa riferimento sia agli enunciati che precedono, sia a quelli che seguono.  L’alternanza   di   codice   (commutazione   di   codice­transfer)   è   definita   come   una  relazione   di   giustapposizione   continua   di   sistemi   semiotici,   in   modo   che   i  riceventi appropriati del segno complesso che ne risulta siano nella posizione di  poter interpretare questa giustapposizione come tale. Una transizione graduale dal  dialetto allo standard è un evento importante che funziona però in maniera diversa  dall’alternanza   di   codice   e   non   va   fatta   confusione.   Il   requisito   della  giustapposizione dei sistemi semiotici esclude la possibilità che i mutamenti di un  singolo parametro possano essere analizzati come alternanza di codice. Il più  importante tra tutti i criteri è quello della realtà interpretativa di questo  fenomeno.   Bisogna   però   tracciare   una   distinzione   tra   i   fenomeni   di   contatto 

classificati come tali dal linguista, e fenomeni di contatto percepiti e usati come  tali dai partecipanti bilingui stessi.  Teorie sulla pragmatica dell’alternanza di codice  1. alcune   attività   conversazionali   determinano   l’uso   di   una   lingua   o  dell’altra in funzione del tipo di attività(es.spagnolo, chiacchiere informali,  inglese, transazioni d’affari). Fishman individua delle correlazioni sistematiche  tra ciò che egli chiama “eventi linguistici” e “scelta di lingua” per analizzare le  commutazioni di codice. Prima bisogna analizzare se una varietà viene utilizzata in  particolari tipi di atto o evento comunicativo, mentre l’altra tende ad essere  usata in altri. L’alternanza di codice dipende quindi dalla giustapposizione di due  attività associate a lingue diverse. Nelle società moderne bilingui, la relazione  tra lingue ed attività linguistiche non è affatto priva di ambiguità; infatti molte  attività linguistiche non sono legate ad una lingua particolare, la correlazione  non è mai così forte da consentirci di prevedere la scelta della lingua stessa, se  non in modo probabilistico. Tuttavia il semplice fatto di giustapporre due codici  può   avere di per sé un valore di segnale, indipendentemente dalla direzione  dell’alternanza di codice.  2. In questa prospettiva il problema non è capire quali attività verbali  siano associate ad una lingua, ma piuttosto in quali attività i parlanti bilingui  tendono a commutare da una lingua a un’altra. Ad esempio, non è infrequente che  l’alternanza di codice occorra in casi in cui la lingua della citazione e la lingua  presumibilmente   usata   dal   parlante   originale   divergono(   alternanza   può   avere  funzione di creare contrasto tra il contesto conversazionale della citazione e il  discorso riportato. Nelle comunità bilingui vi sono dei contesti conversazionali in  cui la commutazione è particolarmente frequente: discorso riportato, cambiamento  nella   costellazione   dei   partecipanti(selezione   del   destinatario),   parentesi   o  commenti   a   parte,   reiterazioni(traduzioni   approssimative   nell’altra   lingua),  cambiamento   del   tipo   di   attività,   cambiamento   di   tema,   scherzi,   giochi   di  parole,tropicalizzazione, struttura tema/rema. Tuttavia questa classificazione è  problematica per alcuni motivi:  a) Le   categorie   conversazionali   utilizzate   per   l’analisi   sono   spesso   mal  definite; ciò che manca è un’appropriata definizione delle categorie utilizzate  nella teoria dell’interazione. b) Le   tipologia   dell’alternanza   di   codice   confondono   spesso   strutture  conversazionali, forme linguistiche e funzioni dell’alternanza di codice.  c) Gli elenchi dei contesti conversazionali dell’alternanza di codice o le  tipologie di funzioni possono fornirci un’indicazione iniziale su ciò che sta  succedendo. Ma vi sono le ragioni per dubitare che questi elenchi possono condurre  verso una teoria dell’alternanza di codice. d) L’elenco dei contesti implica che questo fenomeno deve avere lo stesso  status conversazionale in entrambe le direzioni, cioè dalla lingua A alla lingua B  e viceversa.  Per determinare chiaramente il significato conversazionale di un caso di alternanza  spesso dobbiamo essere a conoscenza delle preferenze per una lingua o l’altra che  caratterizzano i parlanti o dobbiamo conoscere le norme della comunità riguardo  quel particolare tipo di interazione. (Sebba e Wootton mostrano in un esempio in  cui l’analisi sequenziale dell’alternanza di codice garantisce un’attribuzione di  significati  o   funzioni  conversazionali   alle   varietà  coinvolte;  alternanza   come 

preferenza   linguistica   in   particolari   coppie   di   interlocutori;   commutazione  dall’ungherese   al   tedesco   occorre   con   regolarità   in   una   certe   posizione  sequenziale, viene utilizzata come culmine nel crescendo di una lite). Nel secondo  approccio è la giustapposizione tra le due lingue a costituire il significato  conversazionale dell’alternanza mentre la direzione è irrilevante.  Sequenzialità dell’alternanza di codice  Se si interpreta l’alternanza di codice come un segnale di contestualizzazione non  è altro che uno dei numerosi espedienti, tra i quali l’intonazione, il ritmo, la  gestualità…utilizzati   nella   produzione   e   nell’interpretazione   della   lingua.   La  contestualizzazione comprende tutte quelle attività dei partecipanti che rendono  rilevanti/mantengono/modificano/cancellano alcuni aspetti del contesto. I segnali  di contestualizzazione: non hanno un significato referenziale, ma devono essere  determinati mediante un processo di inferenza; il modo in cui il processo di  inferenza conduce all’interpretazione contestuale è duplice: per contrasto o per  potenziale semantico intrinseco. Nel primo caso stabiliscono dei contrasti, nel  secondo caso può essere naturale, ad esempio nella correlazione tra la diminuzione  della frequenza fondamentale, da un lato e pausa o fine dall’altro, che può essere  utilizzata per segnalare la chiusura di un’unità(fine di un turno)o può essere  convenzionalizzato(caso   di   alternanza   di   codice).   Inoltre   spesso   i   segnali   di  contestualizzazione si accumulano, ad esempio una ridondanza di codificazione che  reca vantaggi sul piano internazionale. L’interpretazione dell’alternanza di codice  come segnale di contestualizzazione è legata agli schemi sequenziali di scelta di  lingua. Ve ne sono 4: 

1. commutazione di codice conversazionale proto tipica. Si stabilisce  una lingua di interazione A, il parlante I commuta verso la lingua B e  questa   scelta   viene   accettata   dal   parlante   2   come   nuova   lingua   di  interazione.  2. Il parlante I usa solo una lingua, il parlante 2 ne usa un’altra.  Dopo una fase di scelta divergente, un partecipante, 2, accetta la lingua  dell'altro   e   la   sequenza   continua   con   la   lingua   A   come   lingua   di  interazione(negoziazione   di   lingua).   Questo   tipo   rileva   qualcosa   a  proposito delle preferenze del parlante per una lingua o un’altra. Questa  commutazione permette ai partecipanti di valutare ed essere valutati. Con  la commutazione correlata alla preferenza, un parlante può semplicemente  tentare di evitare la lingua nella quale si sente insicuro, usando quella  in cui possiede una competenza maggiore. 

Si osserva spesso che i parlanti bilingui mantengono aperte la scelta di codice  mediante la commutazione tra lingue nell’ambito di un turno, perciò è impossibile  decidere   se   la   lingua   base   sia   A   o   B.   il   destinatario   di   un   simile   turno  conversazionale può proseguire secondo questa modalità o scegliere la lingua che  ritiene opportuna o preferita. L’alterna può occorre poi all’interno del turno di  un   parlante   senza   influire   in   nessun   modo   sulla   scelta   della   lingua  dell’interazione. Di solito accade a causa della presenza di una parola o di  un’altra   struttura   in   lingua   B  inserite   in  una  cornice  di  lingua  A(transfer,  particolare tipo di alternanza).  Alternanza di codice e negoziazione linguistica  Le questioni di scelta e negoziazione di lingua per un episodio sono confinate  nell’ambito della descrizione etnografica. Si prendano in esempio i temi della 

negoziazione di lingua e della commutazione di codice come opzione non marcata.  Nella negoziazione sembra che la scelta della lingua sia determinata da parametri  istituzionali. Nell’ambito della situazione definita da questi parametri possono  capitare   deviazioni   dalla   lingua   attesa   o   non   marcata,   motivate   da   ragioni  stilistiche, la negoziazione di codice non trova collocazione in questo quadro.  Questo approccio presenta almeno 2 problemi teorici. Presso molte comunità bilingui  i  fattori  situazionali  sotto  specificano   la  scelta  di  lingua:  ci  sono  alcune  situazioni in cui la scelta di lingua è aperta. In secondo luogo ci sono molti casi  in cui la situazione non è definita in modo chiaro. Ai co­partecipanti spetta non  solo il compito di trovare una lingua di interazione, ma anche quello di definire  la situazione scegliendo una lingua. I processi di negoziazione linguistica in  quanto dovuti a situazioni non definite o a scelte linguistiche non determinate,  rientrano nello studio dell’analisi della conversazione e possono essere analizzati  secondo tali principi. È  Importante sottolineare che le preferenze per una lingua  o un’altra, siano motivate politicamente, socialmente o soggettivamente, sono rese  visibili   nelle   sequenze   conversazionali   della   negoziazione   di   lingua   e   quindi  essere sottoposte ad analisi sequenziale. Nella negoziazione bilingue del codice,  la pressione verso l’adeguamento alla scelta linguistica dei compartecipanti, che  si esercita nei turni, o nelle componenti dei turni, legati ad un alto grado di  coesione ai turni precedenti, è maggiore rispetto a quello che si esercita nei turn  di apertura o nelle loro componenti se hanno un basso grado di coesione con il  turno precedente. Preferenza e negoziazione linguistica entrano in gioco anche  nella commutazione di codice come scelta non marcata. La frequente alternanza  conversazionale di codice può essere utilizzata per creare ambiguità strategica o  perché il parlante desidera rendere saliente nello scambio più di una identità  sociale.   In   un   altro   caso   l’alternanza   tra   tre   lingue(inglese,swahili   e  lwidakho)non è casuale: sembra chiaro che il parlante la utilizza per strutturare  il proprio turno, e per creare contrasti, strutture se/allora…,riformulazioni per  conferire enfasi ad un’affermazione…Il fatto di lasciare aperte la scelta del  codice non esclude la possibilità di utilizzare l’alternanza di codice per scopi  collegati al discorso.  In   conclusione,   in   una   data   comunità   bilingue,   i   modelli   conversazionali  dell’alternanza e il significato locale attribuito ad un caso di alternanza in un  particolare contesto varieranno in funzione dello status dei codici nel repertorio  della comunità.  Parte terza  “sociologia   del   linguaggio”:   si   occupa   dei   rapporti   tra   società   e   sistemi  linguistici globalmente intesi. I temi privilegiati della ricerca, da Ferguson a  Fishman, tornano ad essere particolarmente importanti nelle condizioni storiche e  politiche di flussi migratori collettivi attuali e della conseguente ricomposizione  dell’assetto socio demografico e sociolinguistico in vaste aree territoriali dalla  posizione indubbiamente strategica.  a) Tema del contatto asimmetrico tra le lingue, b) Tema del mantenimento, della perdita o della sostituzione di lingua, c) I temi dell’educazione e della pianificazione linguistica.

Con Breton e McConnell riteniamo che i sociolinguisti possano e debbano scendere sul  campo dell’impegno e della partecipazione a fianco di scienziati che provengono da  altri campi del sapere per contribuire in maniera determinante alla risoluzione dei 

problemi sociali che situazioni di reale scompenso razziale, linguistico e culturale  producono nelle comunità miste e nello scontro tra diversità.  Nel primo saggio Breton afferma che spetta ai sociologi del linguaggio promuovere  politiche   linguistiche   a   salvaguardia   delle   specificità   locali   nell’era   della  globalizzazione.

a) Le politiche linguistiche ideate e attuate dai governi dei singoli  Stati   sono   sempre   guidate   da   logiche   di   potere   che   puntano  all’omogeneizzazione dei “mercati linguistici”; favoriscono la lingua del  gruppo etnico più forte.  b) Le   lingue   sono   una   delle   componenti   fondamentali   dell’identità  individuale e collettiva. Sostenere che l’assimilazione linguistica delle  minoranze ottimizza la funzionalità dei circuiti comunicativi significa  sottovalutare   pericolosamente   il   rischio   di   perdita   irreversibile   per  intere porzioni del sapere umano. È quindi nell’interesse generale che i  sistemi linguistici locali siano mantenuti vitali e che ne sia garantita e  protetta l’autonomia e i processi di sviluppo e crescita in condizioni  “ecocompatibili”. 

Il  programma di ricerca proposto da McConnell è basato su una sorta di manifesto  programmatico,   ossia   rifondare   la   sociolinguistica   per   dare   vita   a   una   nuova  disciplina, “sociolinguistica su scala globale”.  1. Discende direttamente dalla tradizione della sociologia del linguaggio e  si avvale del contributo derivante dall’etnografia della comunicazione, 2. Comprende   il   sottosettore   specifico   delle   strategie   di   pianificazione  linguistica intesa come corpus planning e status planning.  3. Mira   alla   costituzione   di   una   banca   dati   strutturata   secondo   criteri  qualitativi e quantitativi, 4. Adotta   un   modello   contestuale   di   contatto   linguistico,   che   pone   a  confronto il tasso di vitalità linguistica “interna”con le pressioni “contestuali”  che influiscono sull’utilità funzionale delle singole lingue. 

Cap.5   Le dinamiche delle comunità etnolinguistiche come fattore centrale  nella politica e nella pianificazione linguistica di Breton  La lingua è molto più di un semplice mezzo di comunicazione, è l’espressione di una  particolare comunità linguistica ed è portatrice della sua esperienza, della sua  visione del mondo, del suo sistema di valori estetici ed etici. Ogni lingua è  legata ad una porzione del genere umano e la sostituzione o la diffusione di una  lingua esprime un aumento o una diminuzione dell’influenza delle relative comunità  di parlanti. La decisione di promuovere o usare una lingua in un Paese non è una  questione tecnica che si limita alla valutazione dei costi e della facilità di  realizzazione. È sempre dettata dalla volontà di alcuni gruppi o classi sociali,  che aspirano ad estendere e a rafforzare la lingua che usano a spese dalla lingua  degli altri. Politica e pianificazione linguistica sono sinonimi tra loro e la  pianificazione non è altro che la pianificazione e sviluppo di una cultura invece  di un’altra, sia la cultura dominante che prevale su quella dominata, sia la  cultura emergente che prevale su quella più vecchia e declinante. Nel corso dei  secoli e dei millenni, il fattore determinante per il successo delle lingue è stato  il   sostegno   che   si   sono   conquistate   da   parte   di   Stati,   masse,   popolazioni   e  istituzioni culturali, ossia il loro successo è dipeso da sistemi sociopolitici. 

Oggi le scelte linguistiche non dipendono da valori, interessi e potenzialità di  natura linguistica, ma obbediscono ad un potere politico controllato da particolari  soggetti.  Nella maggior parte dei casi ci si trova a scegliere quale multilinguismo per quale  scopo. Transizionale per un’assimilazione graduale o come assetto permanente di una  società multiculturale?la maggior parte degli Stati ha evitato il multilinguismo o  accettato perlopiù in una prospettiva puramente transizionale.  Il   lento   progresso   della   politica   linguistica   può   essere   sintetizzato   nella  competizione tra due modelli principali di politica linguistica:

1. stato   monoetnico   e   monolingue,   comparso   nell’età   moderna,   dallo  Stato­nazione   panetnico   allo   stato   regionale   egemonico.   Parliamo   di  nazioni originariamente comunità etniche, con un’unica lingua comune, che  aspiravano a creare uno stato che coprisse la loro area linguistica. Lo  schema di base può essere riassunto in “una lingua, una nazione, uno  Stato”,   che   conduce   con   la   creazione   di   Stati   monoetnici   a   politiche  monolingui. Questo processo ritrae la fondamentale tendenza di qualunque  comunità linguistica ad unirsi, conseguire piena sovranità e promuovere la  propria   lingua   come   il   simbolo   trascendente   della   propria   permanente  esistenza.  2. stato multietnico, multilingue, o multinazionale. 

L’unità dello Stato­nazione può incontrare delle difficoltà nelle zone di confine.  Gli Stati­nazione, dal momento della loro unificazione, hanno combattuto per secoli  in difesa della supremazia della lingua di Stato su comunità etnolinguistiche  geograficamente marginali, che sono state trattate come ostacoli all’unità e quindi  condannate alla scomparsa o considerate come non­esistenti. Questa politica ha  avuto notevole successo contro le piccole comunità linguistiche isolate, anche  quando possedevano una ricca tradizione letteraria. Ovunque la politica linguistica  è equivalsa ad una pulizia culturale, e l’assimilazione ufficiale è stata l’unica  possibilità rimasta alle popolazioni minoritarie.  Gli europei hanno portato nelle loro colonizzazioni questo modello di politica  linguistica, dove la lingua della madrepatria aveva diritto di precedenza rispetto  alle lingue indigene. Nonostante ciò la conquista spagnola e portoghese riconobbe  alcune lingue generali selezionate, come il fichu, i tedeschi usarono i pidgin, i  belgi alcune lingue veicolari. Anche se questi adattamenti vennero usati per tenere  lontane   le   popolazioni   native   dall’amministrazione,   con   lingue   ad   hoc   per  l’esercizio dell’autorità.  I risultati delle politiche monolingui di unificazione hanno lasciato due tipi di  stato: ­melting pot, nelle Americhe, che trasforma l’originale lingua coloniale nel solo  strumento di assimilazione per nativi e per i flussi di immigrati europei: inglese  negli Usa, lo spagnolo nell’America latina e il portoghese in Brasile. Così ogni  Stato   americano  ha   adottato  una   politica  monolingue  che  gli  ha   consentito  di  mantenere la propria unità culturale.  ­stati anetici: stati territoriali non etnici che hanno mantenuto intatti i confini  assegnati loro dalle convenzioni, confini che non hanno mai rispettato effettive  aree etnolinguistiche. La fedeltà etnolinguistica è denunciata come comportamento  tribale che mette a repentaglio l’unità nazionale fondata sulla lingua ufficiale  straniera neutra, come inglese, francese e portoghese. La maggior parte di questi 

stati­nazione vede la lingua autoctona sovrastata nell’uso dalla vecchia lingua  coloniale, nonostante sia riconosciuta come lingua nazionale. La pianificazione  linguistica ha successo nella promozione dell’uso di alcune lingue africane rare a  livello   primario   e   secondario   nella   prospettiva   transazionale   di   accesso   alla  lingua internazionale di più ampia comunicazione. Lo stato endoglottico di matrice  europea, ha dato origine allo stato­nazione esoglottico africano.  Stato   endoglottico   asiatico   :  interessa   perlopiù   l’Asia   settentrionale,   dove  Corea, Giappone e Mongolia non hanno minoranze autoctone e sono esempi storici di  stati­nazione   puri.   Gli   stati   continentali   del   Sud­est   asiatico(Vietnam,  Cambogia…)sono   fondati   su   un   unico   nucleo   etnolinguistico,   ma   hanno   numerose  minoranze.   Anche   Indonesia   e   Filippine   tendono   ad   apparire   come   stati­nazione  monolingui. Ad eccezione di Cina e India, tutti gli altri stati asiatici sono  monolingui.  La tradizione degli antichi imperi orientali, da quello persiano, ellenico, cinese,  fino all’impero ottomano, ultimo in ordine cronologico, si è fondata su una certa  tolleranza   nei   confronti   delle   molteplicità   culturali   e   linguistiche   delle  popolazioni sottomesse, potendo usare ovunque la propria lingua. Questo sistema è  perdurato fino al ‘900 quando è collassato con l’impero ottomano. Uguale destino  hanno avuto l’impero austriaco e quello russo.   ­Nel XV secolo nasce il primo stato multilingue, la Confederazione svizzera, dai  cantoni di lingua tedesca ai versanti italiano e francese delle Alpi. Per la prima  volta   libere   comunità   si   univano   nella   volontà   di   custodire   le   diversità  linguistiche, senza creare danno all’unione. Lo stato confederale è trilingue e  l’intero territorio è suddiviso in aree strettamente monolingui, in cui ogni lingua  è sovrana ed è utilizzata a titolo esclusivo in tutte le circostanze. La Svizzera è  stata per molto tempo l’unico esempio di Stato davvero multilingue. Tale esperienza  non è stata capita per molti anni ed è stata assunta raramente come modello. Solo  la Finlandia, dopo la conquista nel ’18 dell’indipendenza è diventata un esempio di  coabitazione pacifica.  La strada verso il pluralismo riguarda non solo Stati bi­multietnici ma anche stati  monolingui tradizionali. La pianificazione linguistica è un affare regionale e la  posizione relativa della lingua nazionale di Stato rispetto alla lingua della  regione/comunità   è   oggetto   di   un   accordo   tra   il   potere   centrale   e   i   poteri  periferici. (GB, gallese e gaelico, Spagna, catalano,basco e galiziano, Francia,  sette lingue regionali come materie di studio scolastico, Italia, piena autonomia  del Sud Tirolo).   Gli Stati­nazione sono giunti ad ammettere che ci si deve  preoccupare delle popolazioni autoctone in quanto tali e che il monopolio della  lingua di Stato non risentirà negativamente dell’emergere delle culture regionali.  Il modello svizzero può essere d’aiuto, specie sul piano locale.  ­L’India rappresenta il secondo modello operativo di multilinguismo con 18 lingue  ufficiali   attuali   e   con   32   stati/unioni   territoriali   a   carattere   linguistico,  liberi di decidere la propria politica linguistica. Le controversie linguistiche  che ne sono conseguite hanno dimostrato che non   è possibile consolidare alcun  ordinamento   linguistico   senza   il   consenso   delle   popolazioni   coinvolte   e   che  l’equilibrio stabilitosi dipende dal fatto che nessuna comunità si è trovata nella  posizione di sottomettere linguisticamente le minoranze senza un dibattito pubblico  democratico. 

  ­modello multinazionale marxista­leninista: lo stato multinazionale di matrice  marxista­leninista   si   è   rivelato   tuttavia   un   fallimento   politico.   Alla   fine  dell’800 scoppiò un dibattito tra i partiti socialisti, nutrito da rivendicazioni  linguistiche delle etnie presenti all’interno dell’impero zarista e dell’impero  asburgico.   I marxisti russi e austriaci focalizzarono le loro posizioni sulla  necessità   di   concedere   autonomia   ai   popoli.   I   bolscevichi,guidati   da   Lenin,  insistevano sull’autonomia territoriale, mentre i marxisti austriaci rivendicavano  l’autonomia culturale personale. La caduta dei due imperi condusse al frazionamento  dell’impero austro­ungarico in Stati­nazione diversi. Il mantenimento dei territori  della maggior parte dell’ex impero russo fu reso possibile da un completo cambio di  atteggiamento e stile da parte del potere centrale sovietico. Furono garantiti il  riconoscimento all’esistenza per tutte le nazionalità su base etnica,la concessione  di patrie autonome e la possibilità di sviluppare le proprie lingue e culture. La  Russia sovietica divenne la culla del nuovo stato multinazionale e il laboratorio  di   pianificazione   linguistica   più   importante   di   sempre.   Cosi     40   lingue  neografizzate  sono andate ad aggiungersi alle 49 già dotate di una tradizione di  standardizzazione e altre 50 lingue straniere.  Motivi   del   fallimento:   la   politica   linguistica   nazionale   adottata   è   stata  fallimentare quanto il suo sistema politico­economico. L’esperienza sovietica si è  dimostrata completamente incapace di mantenere unite le diverse popolazioni; ciò è  dipeso dal fatto che in questo settore culturale come in altri, l’intera struttura  fu   edificata   con   strumenti   autoritari   e   non   democratici.   La   delimitazione  territoriale delle aree nazionali fu decisa definitivamente a Mosca senza alcun  tipo di indagine. La maggior parte dei territori non corrispondeva alle rispettive  aree   linguistiche.   Il   russo   rimase   l’unica   lingua   dell’esercito,  dell’amministrazione   dello   Stato,   dell’educazione   superiore   e   dell’avanzamento  sociale, e anche nelle unità autonome, il potere effettivo all’interno del partito,  della polizia, rimase in mano russa.  Il rumeno fu ribattezzato moldavo e lo stesso tipo di differenziazione artificiale  fu tentato allo scopo di distinguere il tagico dal persiano. Queste lingue e  nazionalità artificiali sovietiche avrebbero dovuto essere isolate da quelle di  qualsiasi   altra   popolazione   straniera,   assomigliando   invece   a   tutte   le   altre  incluse nell’URSS, fino ad arrivare progressivamente verso il russo, nel corso di  un ambiguo processo  di avvicinamento tra popolazioni, l’equivalente del melting­ pot americano. Tutto l’apparato linguistico sovietico fu concepito come sistema di  transizione per meglio integrare l’intera popolazione all’interno della nazione  russa egemone. La progressiva russificazione linguistica fu il primo passo verso la  russificazione   etnica.   Il   nuovo   impero   utilizzava   le   lingue   minoritarie   come  transazionali verso il russo.  Il modello dello Stato multinazionale sovietico è stato esportato raramente anche  in Paesi con regime comunista. L’unico regime comunista europeo ad introdurre  federalismo e multi nazionalità secondo le disposizioni russe fu la Iugoslavia, con  6 repubbliche per i 5 popoli jugoslavi con 3 lingue diverse.  Questo sistema, uno  dei più liberali nell’uso linguistico libero nelle scuole, tra i più autoritari  nella rigidità dell’ordinamento territoriale, è collassato. Il motivo è che le  libertà   linguistiche   e   il   federalismo   apparente   erano   solo   una   copertura   al  perdurare della dominazione della popolazione maggioritaria, i serbi, che manteneva 

il controllo assoluto del capitale e dei livelli più alti dell’amministrazione  dello Stato.  ­Stato unitario multinazionale cinese: di matrice marxista­leninista, riconosce la  differenziazione della popolazione in molte nazionalità. Vi sono all’interno del  tessuto   territoriale   amministrativo,   molte   prefetture,   regioni   e   distretti   di  “autonomia   nazionale”.   I   confini   geografici   di   tale   unità   territoriali  corrispondono   raramente   alle   aree   etniche   concrete.   Nell’ambito   della  pianificazione   linguistica   si   è   voluto   dare   un   sistema   grafico   alle   lingue  minoritarie non scritte e successivamente razionalizzare i sistemi di scrittura  esistenti. L’unica lingua insegnata nelle scuole è il cinese, mentre le altre  lingue minoritarie sono raramente materie di studio. Lo scopo e il risultato della  pianificazione linguistica è ancora una volta condurre tutti all’uso della lingua  dominante, ossia del cinese, alla sinizzazione. La politica linguistica si occupa  di diverse categorie di lingue più o meno sviluppate, poche di ampia comunicazione,  circa 80 lingue nazionali, ed un numero analogo di lingue regionali o autoctone  emergenti e infine centinaia e migliaia di lingue native. Se consideriamo il fatto  che ogni lingua è legata a una cultura e merita di essere preservata, gli scopi  della politica e della pianificazione linguistica appaiono diversi da quello sopra  citato. La Conferenza di Rio ha promosso l’idea della difesa della biodiversità  della cultura umana. 

Cap. 6 La sociolinguistica su scala globale di McConnell  Si   tratta   della   tradizione   della   sociologia   del   linguaggio,   che   si   avvale  dell’approccio descrittivo­comparativo, che si fonda sull’uso linguistico da parte  di gruppi umani, e di quello descrittivo­analitico, che si fonda invece su una  banca dati strutturata che consente numerose analisi multivariate, riguardanti le  proprietà connaturate o acquisite delle lingue. Vi è una classificazione tipologica  sia delle lingue che dei gruppi sociali. È importante strutturare l’approccio  analitico   mettendo   a   punto   nuovi   strumenti   analitici   e   altri   costrutti   di  riferimento: modello illustrato di uso linguistico, che ha consentito di elaborare  diversi tipi di tassi di vitalità per le lingue e di un modello generalmente valido  delle forze contestuali e vitali e della loro definizione che ci ha consentito di  lavorare con analisi multivariate. Perciò la pianificazione linguistica può essere  intesa come una sub disciplina della sociolinguistica su scala globale, in cui si  colloca   la   pianificazione   dello   status   delle   lingue,   che   si   riferisce  specificamente ai loro ruoli o scopi nella società e quindi alla loro importanza  relativa.  Il ruolo della lingua nella società è chiaramente un ruolo funzionale  che deve necessariamente essere contestualizzato dal punto di vista istituzionale e  geografico.   Per   variabilità   linguistica   poi   si   intende   la   variabile   dell’uso  interno, che riflette la forza “interna”della presenza di una lingua. I tassi di  vitalità costituiscono un utile strumento per comparazioni specifiche e per analisi  multivariate di carattere più globale.  Basi storiche della sociolinguistica su scala globale 1. scuola   della   sociologia   del   linguaggio   di   Fishman:  l’universo   della  sociologia del linguaggio si divide in due parti: la sociologia descrittiva delle  lingue e la sociologia dinamica delle lingue. La parte descrittiva si interessa  alla   descrizione   dell’organizzazione   sociale   accettata   dell’uso   linguistico  nell’ambito   di   una   comunità   linguistica   e   mira   a   portare   alla   luce   le   norme 

dell’uso linguistico. La parte dinamica cerca di rispondere alla domanda circa la  spiegazione al variare della velocità del cambiamento nell’organizzazione sociale e  nel   comportamento   nei   confronti   della   lingua.   Entrambi   gli   orientamenti   sono  sbilanciati   verso   la   macrosfera   e   la   lingua   risulta   con   chiarezza   il   loro  principale oggetti di studio.  2. scuola   della   linguistica   sociale   di   Hymes:  approccio   culturale   e  comunicativo   e   non   prettamente   linguistico,   che   da’   maggiore   importanza  all’etnografia e alla comunicazione. I tre scopi della sociolinguistica sono: ­il sociale e il linguistico(problemi sociali e l’uso linguistico, analogamente  all’approccio della sociologia del linguaggio di Fishman); ­linguistica socialmente realistica, come nell’approccio Laboviano; ­linguistica   socialmente   costituita(immersione   della   forma   linguistica   nella  funzione sociale).  L’approccio di Hymes è di ampio respiro poiché   sembra coprire la macro e la  microsfera ed include il significato contestuale e quello referenziale. La lingua  costituisce solo una parte di un più ampio universo comunicativo. Il suo approccio  di Hymes in chiave di etnografia della comunicazione è stato adottato anche da  altri studiosi quali Gumperz, e Saville­Troike.  La pianificazione linguistica può essere vista o definita da diverse prospettive,  anche   su   scala   globale,   in   quanto   orientata   in   senso   linguistico   sociale   o  politico. Vi possono essere quindi diversi orientamenti:  a) linguistico,   definizione   di   Kloss:   “lingua   per   sviluppo”;   le   lingue  appartenenti a questa categoria sono riconosciute tali perché sono state conformate  o   ri­formate,   plasmate   o   ri­plasmate   per   far   sì   che   divenissero   strumenti  standardizzati di espressione letteraria. La sua definizione enfatizza gli scopi  inerenti   alla   costituzione  di  un   corpus  linguistico  e  considera  la  lingua  in  termini di standardizzazione. La pianificazione linguistica è orientata allo scopo  per quel che riguarda la forma della lingua che dovrebbe anche essere un riflesso  della sua funzione.  b) Sociale, definizione di Fishman: la pianificazione linguistica rimane la  sede più autorevole di allocazione delle risorse per il raggiungimento degli scopi  che pertengono allo status e ai corpora di una lingua.  La sua definizione menziona sia gli obiettivi connessi allo status, sia quelli  connessi al corpus.  c) Politico,   definizione   di   Abou:   l’oggetto   di   qualsiasi   cambiamento  linguistico pianificato è la riduzione della competizione tra le lingue, nonché la  strutturazione razionale della loro coesistenza in seno ad una società. La sua  definizione allude alla risoluzione dei problemi di tipo politico e sottolinea  un’allocazione funzionale di tutte le lingue.  Haugen ha proprosto il proprio modello di pianificazione linguistica “a quattro  stadi”: selezione, codificazione, elaborazione e attuazione. Il modello ciclico,  con la propria conformazione, intende avere una struttura dinamica, che distingue  tra la fase di corpus e la fase di status della pianificazione linguistica e che  includa fasi intermedie. Fondamentale per i 4 stadi periferici è un quinto stadio,  al centro, riguardante la politica, che agisce come punto di riferimento per gli  altri stadi. Esso contiene una strategia e un processo di monitoraggio che equivale  ad un’operazione di feedback e di valutazione per ogni stadio del processo ciclico.  La sociolinguistica su scala globale e la tradizione descrittiva 

Essa   si   avvale   sia   dell’approccio   descrittivo­comparativo   che   di   quello  descrittivo­analitico.  Nella tradizione descrittiva sono disponibili due tipi di materiale:  ­materiale aneddotico, storico, relativo ai singoli casi, ­materiale tipologico più strutturato, nominale o statistico, che può portare a  stabilire relazioni di natura comparativa e contrastiva concernenti le lingue e le  loro funzioni sociali.  La ricerca tipologica ha costituito una parte della sociologia del linguaggio, con  nomi come Kloss, Ferguson, Stewart e Rustow. La tradizione comparativo­descrittiva  copre la sociologia descrittiva del linguaggio, che aspira a descrivere la norma  sociale   dell’uso   linguistico   in   una   comunità   linguistica.   La   sociologia   del  linguaggio va al di là della norma sociale, fino ad includere il comportamento  individuale.  Vi  è   un  orientamento  di   micro   livello   verso   il   singolo   parlante  piuttosto che un orientamento di macrolivello verso la norma sociale funzionale. Il  micro   orientamento  può  essere  assai  utile  per  un’indagine  a   campione  su   reti  sociali e comunità poco estese.  Fishman ha fortemente sottolineato la nozione di dominio, non soltanto per il suo  valore estrinseco, ma perché si tratta di un costrutto capace tanto di distinguere,  quanto di correlare il comportamento individuale al comportamento richiesto dalla  norma sociale. La tradizione della sociologia del linguaggio è una buona base sulla  quale costruire una sociolinguistica su scala globale.  Tradizione quantitativa   Secondo approccio, descrittivo­analitico. Negli anni ’60, con la rapida evoluzione  nelle scienze del linguaggio, la tradizione quantitativa ha cominciato a rivelarsi  in tutta la sua importanza, tanto da diffondersi trasversalmente presso molte  scuole   e   tradizioni   del   pensiero   linguistico.   Una   volta   stabilito   un   legame  concettuale e statistico tra lingue e variazione sociale, le porte erano aperte  all’ingresso di influssi provenienti dalla tradizione quantitativa. Sono quindi  comparsi   nuovi   tipi   di   metalinguistica,   quali   la   sociolinguistica,   la  psicolinguistica, la demo linguistica e la geolinguistica. La sociolinguistica ha  continuato  la   tradizione  quantitativa   sociologica,  attraverso   l’uso   di  criteri  basati   sulla   classe   sociale   e   mediante   una   combinazione   della   tradizione  sociologica e di quella psicologica. Sia la tradizione della linguistica sociale,  che la tradizione della sociologia del linguaggio sono state fortemente influenzate  dal paradigma quantitativo­analitico. A Fishman va riconosciuto il merito di essere  stato uno dei pochi ad aver tentato di descrivere e spiegare la funzione e il  comportamento linguistico in relazione alla lingua. A confronto degli studi di  micro livello, quelli macro sono sempre stati in svantaggio dal punto di vista  della base di dati, perché si tratta di fenomeni immensi, complessi e costosi da  documentare.  Una nuova cornice concettuale  Bisogna   stabilire   quale   tipo   di   ricerca   può   essere   messa   in   atto   dalla  sociolinguistica su scala globale, per superare l’attuale fase di stallo della  sociolinguistica in generale e della sociologia del linguaggio in particolare, per  sviluppare ulteriormente la connessione tra macro e micro livello. Un tentativo di  ristrutturazione è scaturito dalla scuola psicolinguistica, dove si è tentato di  valutare il comportamento di gruppo in termini di forza percepita, cioè sulla base  del modo in cui i membri del gruppo percepivano la propria forza e quella dei 

gruppi vicini. Questa forza percepita è stata chiamata vitalità etnolinguistica e  rappresenta   una   valutazione   soggettiva   della   coesione,   della   distintività   e  dell’attività di un gruppo. Gli studiosi indagano su quali siano le variabilità  strutturali   che   hanno   maggiori   probabilità   di   influire   sulla   vitalità  etnolinguistica, e la risposta si costituisce come una “tassonomia di variabili  strutturali”,   che   si   articolano   in   3   gruppi   principali:   status,   demografia   e  supporto istituzionale. Giles e gli altri studiosi hanno proposto un costrutto che  include tanto il gruppo quanto la lingua. Si è così prodotto un modello di vitalità  etnolinguistica che ha avuto almeno il merito di indirizzare gli ulteriori sviluppi  teorici, e modelli di questo tipo sono necessari e indispensabili. McConnell nel  ’91 ha utilizzato la tassonomia precedentemente descritta come ispirazione iniziale  per realizzare due costrutti teorici. Il primo è un “modello illustrato di sviluppo  linguistico”,in   cui   si   propone   la   macroanalisi   strutturale   della   lingua   nella  società. Tale analisi è concepita come un insieme di tre assi tra i quali quello  più   esterno   rappresenta   il   tempo   e   lo   spazio   geografico,   il   secondo   asse  rappresenta il dominio sociale e i suoi livelli e l’asse più interno rappresenta le  funzioni/prodotti e le loro frequenze. La combinazione del database con questo  modello ha permesso la misurazione quantitativa del tasso di vitalità di qualsiasi  lingua nel mondo per la quale si disponga di dati. Il secondo costrutto è definito  “modello   generalmente   valido   delle   forze   contestuali   e   vitali   e   della   loro  definizione”; è un modello contestuale di contatto linguistico, in cui la struttura  di   supporto   istituzionale   viene   risolta   in   un   tasso   di   vitalità   linguistica  “interna”.   Esso   può   essere   diminuito   da   pressioni   esterne   o   da   forze  socioculturali, che influenzano direttamente o indirettamente l’utilità funzionale  di qualsiasi lingua. Nell’elaborazione e nel potenziamento di modelli contestuali  per diverse regioni e Paesi del mondo, è possibile mettere alla prova vari criteri  esterni,   verificandone   l’influsso   sulla   vitalità,   per   capire   se   siano  universalmente importanti.  La   sociolinguistica   su   scala   globale   deve   essere   determinata,   realistica   ed  applicabile, riprendendo il concetto di “tasso di vitalità”, con possibilità di  valutazione quantitativa. È poi necessario avviare nuove ricerche sulle situazioni  di contatto linguistico nel mondo, testando i vari scenari di contatto linguistico  con diverse configurazioni di variabili.  Parte quarta –per una “linguistica sociale” Il saggio di Reisigl e Wodak illustra le teorie e i metodi di indagine elaborati  nel   modello   di   analisi   e   critica   del   discorso   sociale   discriminatorio,   in  applicazione   allo   studio   della   retorica   del   razzismo   e   dell’antisemitismo  nell’Austria   dell’ultimo   decennio.   È   tratto   da   Discourse   and   Discrimination.  Rhetorics   of   Racism   and   Antisemitism,   di   cui   costituisce   il   secondo   capitolo  dedicato all’esposizione dei principi teorici dell’approccio storico­discorsivo e  alla   sintesi   dei   risultati   raggiunti   in   alcuni   casi­studio   di   discriminazione  etnico­sociale.   Al   discorso,   come   insieme   complesso   di   atti   linguistici   e  comunicativi che diventano pratica sociale, è attribuito un ruolo di assoluta  priorità. Foucault presentava il discorso in maniera autarchica, come puro eventi  enunciativo,   governato   e   governabile,   mentre   gli   autori   superano   i   limiti  dell’epistemologia post moderna e foucaultiana. Ne deriva una struttura bifasica,  basata su due livelli di analisi con diversi obiettivi scientifici: critica socio­ diagnostica con scopi di analisi e interpretazione delle pratiche comunicative; 

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 34 totali
Scarica il documento